Un laboratorio cavernoso. Un corpo a pezzi, ricucito con rattoppi di fortuna. La scintilla di un lampo. Poi, un’esclamazione di trionfo: è vivo. Eppure, questa e altre scene — radicate, ormai, nell’immaginario collettivo — non esistono nel romanzo di Mary Shelley. Nessun cimitero viene profanato in nome della scienza. Gli omicidi avvengono fuori scena. L’epilogo, struggente, è una promessa di morte poco prima del sipario. Filtrato interamente dallo sguardo di Victor, il romanzo segue la sua biografia dall’infanzia fino alle estreme conseguenze dell’esperimento. Ubriaco di conoscenza, lo scienziato flirta con l’alchimia: non trova la pietra filosofale né l’elisir di vita eterna, ma riesce comunque a imbrigliare la morte — e a restituire respiro alla materia inerte.
L'invenzione non è una creazione dal nulla, bensì dal caos.
Tra lunghe peregrinazioni dalla Svizzera al Polo Nord e lettere alla promessa sposa Elizabeth, Victor tenta di placare il proprio ardore febbrile e di lasciarsi alle spalle il suo famigerato mostro. Ma non è un caso che, ancora oggi, nominando Frankenstein, si pensi prima alla Creatura — in realtà, senza nome — e solo poi al suo creatore. Pur concedendole meno spazio di quanto ci si aspetterebbe, Shelley fa della Creatura un grande attore non protagonista: un mostro incompreso e gentile, che si commuove spiando la quotidianità di una famiglia di contadini, e legge Goethe, Plutarco, Milton per imparare a distinguere il bene dal male. Tagliato fuori dal mondo, ma animato dalla stessa irrequietezza del suo artefice, seminerà una lunga scia di sangue pur di condannare l’altro alla medesima solitudine.
Se non riesco a ispirare amore, causerò paura.
Tra Svizzera, Francia e Irlanda, a lungo andare i viaggi si moltiplicano; gli elementi raccapriccianti degni di Bram Stoker, invece, scarseggiano. Mary Shelley — all'epoca, una geniale diciottenne logorata dall’amore tossico per il poeta Percy — firma un romanzo di formazione elegante e terribile sulla crudeltà del più sapiente tra gli uomini. E continua a dialogare, da due secoli, con la letteratura gotica, il cinema e le serie TV. La nostra immaginazione, infatti, ricama i dettagli sui quali l’autrice sorvola. Perché Frankenstein è vivo, sì. E anima un inseguimento tortuoso e implacabile, disseminando orme e indizi lungo la strada. Forse, vuole solo essere trovato. Perché avere un nemico che giuri di braccarci per sempre — fino in capo al mondo, fino alla fine dei tempi — significa non essere mai più soli.
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine - Everybody Scream
Cosa ci fanno Mary Shelley, Shirley Jackson e una giornalista in crisi creativa nella stessa casa infestata? Con una lingua onomatopeica e barocca, capace all'occorrenza di coloriture dialettali sorprendentemente divertenti, ce lo spiega Marina Pierri: come la sua protagonista, una salentina trapiantata a Milano, qui alle prese con il suo romanzo d'esordio. Di ritorno all'ovile dopo la morte del padre, Filomena Quarta, quarant'anni, non ha né soldi né un marito né un lavoro. Aspirante scrittrice, albergatrice apprendista, medium presunta, vorrebbe trasformare la residenza di famiglia in un B&B: peccato che il suggestivo casolare, ormai abbandonato a sé stesso in un intrico di pini marittimi e gramigna, sia considerato vittima della “malumbra”. I compaesani superstiziosi si segnano, e non hanno tutti i torti. Le finestre, infatti, si spalancano all'improvviso; i muri strillano sotto il trapano dei manovali; i corridoi vibrano di nenie inquietanti e il bosco ama confondere i viandanti.
Non devo avere timore di me stessa, né di questo luogo. È la ma famiglia ed è la mia storia. Ho letto abbastanza racconti del terrore per sapere come funziona.
Sardonica e sfrontata, Filomena si fa coraggio ospitando Alba, l'esilarante migliore amica non binaria, e Antonio, un tenero agricoltore in fuga dal cliché del maschio meridionale. Con loro, come già preannunciato, gli spettri delle autrici di Frakenstein e L'incubo di Hill House: chi meglio di loro potrebbe giudicare il manoscritto di Filomena e, soprattutto, fare i conti con le apparizioni agghiaccianti di una suora in cerca di vendetta? La resa dei conti, immancabilmente, avverrà la notte di Halloween. Erudita, brillante, citazionista, Pierri si rifà ai capostipiti del gotico senza prendersi troppo sul serio e confeziona un gioco metaletterario assolutamente delizioso, in cui Dimora Quarta diventa un rifugio per diseredati — noi, la generazione dei “se” — e una cassa di risonanza per l'orrore delle violenze di genere. L'amorevole Mary, curiosamente dipendente dai reel di Instagram, ricorda l'amore tossico con Shelley, gli aborti, i giorni della vedovanza a Lerici; Shirley, invece, anestetizza con l'alcol l'astio verso un marito editor che la considerava in primis una casalinga, poi un'autrice.
Scrivere non è un mestiere per vigliacchi.
Loro e altre donne senza voce, così, tornano sotto forma di fantasime per invadere le nostre stanze e le nostre coscienze. Il rombare della loro rabbia, mista però a una tenerezza disarmante, sormonterà per intensità il lugubre cigolio di qualsivoglia porta. Sullo sfondo: una Puglia autentica e lontana dal mare; la stessa in cui si è trasferita mia madre all'indomani di una separazione che, per anni, mi ha voluto rancoroso verso una regione che da qualche estate a questa parte, infine, ospita le mie vacanze. Gotico salentino è un prontuario per famiglie infestate perfetto anche per chi, come me, troppo pavido per elaborare, a lungo ha nutrito un'ingiustificata paura verso i propri fantasmi.
È divertentissimo, sanguinoso, improbabile. Fino all'ultima pagina, è stato un chiodo fisso: la mia nuova ossessione. Ambientato nella New York ottocentesca di Edith Warthon, fa il verso al romanzo d'appendice. Prima di smembrarlo, pezzo per pezzo, con una ascia affilata. Katie, piccolo e implacabile dietro la copertina d'altri tempi, è un gotico che confermerà ai fan il talento di Michael McDowell: scomparso ventisei anni anni fa e a lungo considerato dalla critica un autore di serie B, gode finalmente di un successo tardivo grazie a Neri Pozza. Lo leggo qui e ora per la prima volta. Da adolescente, quando guardavo vecchi slasher e consumavo soltanto romanzi di Stephen King, ne avrei amato alla follia la crudezza. Adesso, pur stordendo un po' il naso davanti alle svolte più rocambolesche della trama, mi sono goduto comunque la corsa a perdifiato su queste montagne russe: accanto a me, sedeva una cattiva di rara perfidia, a metà tra la Pearl di Mia Goth e la serial killer Lizzie Borden.
Ho giurato a me stessa di vederli tutti e tre morti. Mi trasformerò in un segugio, li braccherò nelle loro tane, li farò impiccare, e quella notte dormirò ai piedi della loro forca. Il tanfo di decomposizione dei loro cadaveri sarà un balsamo per me.
Cresciuta in una famiglia rozza, stolida e avara, Katie Slape è l'artefice di omicidio aberranti ai danni di uomini, donne, bambini, animali. Dotata di misteriose capacità premonitorie e attratta dalle ricchezze al pari di una gazza ladra, si appropria del patrimonio di Philo Drax: una ragazza virtuosa ma sfortunata, ingiustamente accusata della morte del nonno. Per ironia della sorte, le due si troveranno a vivere a poche strade di distanza l'una dall'altra. Sullo sfondo di una città sapientemente rievocata tra spiritismo e cabaret alla moda, investimenti fallimentari a Wall Street e lucidascarpe in ogni dove, McDowell annoda le mille trame — senza nessuna paura di sporcarsi le mani — di una favola nera sognante e terribile, dove le eroine vivono sciagure indicibili, pur mantenendo incorrotti i loro valori, e gli antagonisti vengono sempre puniti dalla sorte. Miete più vittime una lama, infatti, o il karma? Divertito e onnisciente, l'autore americano mette il suo sapere nella costruzione di un contesto storico credibile in ogni dettaglio, con un occhio di riguardo alla condizione femminile: Philo, all'inizio idealista, scoprirà presto i mezzi coi quali le sue coinquiline sopravvivono alla crisi economica. È possibile smaliziarsi senza mai perdere la dignità e, nel frattempo, trovate perfino un marito facoltoso? Il resto, che ovviamente non vi svelo, è intrattenimento impagabile e purissimo. Astenersi i deboli di cuore. Il martello di Katie non lascia superstiti, né fa sconti.
Seduta in soffitta, a gambe incrociate, studia il suo riflesso allo specchio. Bellissima, mostra più dei suoi quattordici anni. La minigonna mette in mostra le gambe tornite e una ferita ancora fresca: è il morso di un ragno. Dall'altra parte della finestra New York è una foresta di grattacieli. All'improvviso sullo specchio si proietta l'immagine di un'altra donna: proviene da un'altra epoca, il Cinquecento, e da un'altra dimensione. Ha inizio, così, un dialogo strano e perturbante tra due generazioni lontane; tra un'allieva e la sua guida. Come si diventa una strega? Elizabeth è un'alunna provetta. Responsabile della tragica morte dei genitori, ha uno zio per amante e un'istitutrice inglese che pende dalle sue labbra. Nessuno — lettore compreso — può resistere ai suoi desideri mostruosi e alla sua oscura libidine. La seduzione è un'arma. Fin dove si spingerebbe per imparare a tracciare formule magiche con il suo rossetto scarlatto?
Tutti abbiamo diritto ai nostri segreti. Potremo forse affrontare il mondo con un minimo di sicurezza, senza la giusta dose di conoscenza non condivisa? La conoscenza di ciò che succede tra due persone nel buio di una stanza?
Accolta in un'antica famiglia di armatori navali, vivrà un soggiorno da brividi nella casa di Coenties Slip: vi seminerà turbamento e scompiglio. Come in ogni gotico degno di questo nome, non possono mancare all'appello stanze piene di specchi; feroci animali domestici contro cui accucciarsi per prendere sonno; un omicidio consumato con un candelabro d'argento. Ken Greenhall, contemporaneo di Shirley Jackson, debutta in Italia a dieci anni dalla sua morte con un teen horror esile ma dalle atmosfere suggestive, delirante nel contenuto ma elegantissimo nella forma. Al di sopra del bene e del male, contorto e sessualmente ambiguo, il romanzo è un covo di desideri inconfessabili su una ninfetta irrequieta: dietro il fare provocante, però, come ogni adolescente, sogna di vivere una vita straordinaria o un amore che appaia meno soffocante dell'odio. Abbraccerà la sua eredità o la avverserà? L'epilogo, frettoloso, lascia con la sensazione che nella giovinezza della protagonista ci saranno altri misfatti, altri colpi di fulmine, altre scoperte. Quanto sarebbe soddisfacente saperne di più, leggerla ancora? Come l'antieroina di Goliarda Sapienza, costi quel che costi, Elisabeth punterà a ottenere la sua personale parte di gioia. Sarà, però, la dannazione dei più. La lettura del vostro prossimo Halloween è presto servita.

Era lecito aspettarsi più carattere da uno che gestisce una pagina intitolata Antipatia gratuita. È il primo pensiero che ho fatto una volta terminata la lettura di Chiodi, ultimo romanzo del trentatreene Antonio Schiena ma il primo pubblicato con un grande editore. L'autore, da me molto apprezzato sui social per i suoi post deliziosamente caustici, arriva in libreria con una piccola storia sul diventare grandi. Ma mancano la fermezza di Niccolò Ammaniti, la fantasia ardita di Stephen King e il suo romanzo, generalista e didascalico, si rivela una fiaba nera adatta soprattutto a un pubblico di giovanissimi. In un imprecisato paese del Sud, si è diffusa una leggenda che accomuna generazioni vicine e lontane: racconta dell'Avvinto, un giovane arrogante che sfidò la morte e ne pago le conseguenze. È forse lui il nuovo guardiano del cimitero? I bambini si sfidano a scavalcare i cancelli e ad affrontarlo. Una volta tornati indietro, saranno uomini. A prestarsi al rito di iniziazione è Marco: un tredicenne disarmonico e sgraziato, reduce da un'infanzia di prodotti sottomarca e da anni spesi a incassare le vessazioni dei gradassi. Fra il bambino e il guardiano, entrambi emarginati, nascerà un breve dialogo intergenerazionale dagli incastri drammatici, ma non così imprevedibili. Marco vuole una storia da raccontare ai compagni. Ha importanza se sia le verità oppure no?
Essere soli non è male. Essere circondato dalle persone sbagliate è molto peggio.
I temi, delicatissimi e sempreverdi, vanno dalla rabbia repressa al bullismo, dell'isolamento alle onde sismiche del rancore. Peccato per l'abuso di luoghi comuni, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi: i bulli fumano e indossano il chiodo; il guardiano ha un occhio guercio e un alano nero al seguito; Marco ha un armadio total black, un amico in sovrappeso, una mamma troppo presa delle frequentazioni occasionali per curarsi di lui, una manciata di professori ciechi e sordi davanti alle prepotenze. Storia di due solitudini allo specchio, Chiodi attinge a un immaginario lugubre e malinconico. Piace quando è di corsa, fra le lapidi del cimitero, ma fa storcere il naso per la prevedibilità degli altri scenari. Schiena scrive in punta di penna. Concede ai lettori un finale amaro il giusto, ma non calca la mano per eccessiva prudenza. Ne viene fuori una morality play poco sfumata, ma al contempo senza colori decisi. Una vicenda a tinte forti né abbastanza oscura da inquietare, né abbastanza luminosa da regalare speranza agli afflitti. Come il suo protagonista, al crocevia tra infanzia e adolescenza, sceglie di mantenersi insomma in una zona liminare, dove il Pinocchio in copertina fatica a diventare un bambino vero. Sulla soglia del camposanto. Nel limbo delle occasioni mancate.
Ho varcato la soglia di queste stanze buie otto anni fa. Ero una matricola avvinta dai misteri e, nel perlustrare la residenza della sventurata famiglia Flores, cercavo gli spettri nascosti negli angoli più imprevedibili; l'oscuro. Preceduta da una fama sinistra, la villa – considerata infestata – ospitava il ricordo di un grande struggimento e le presunte apparizioni di una dama vestita di bianco. Mi aveva fatto da guida Francesca Diotallevi, già talentuosissima, che di quella villa nelle Langhe era stata architetto eccezionale nonché abitatrice. Cresciuta con il culto dei gotici inglesi, l'autrice esordiente aveva fatto sua la lezione delle sorelle Brontë: ogni storia d'amore è una storia di fantasmi.
Una vecchia casa è piena di rumori, Fubini. Se doveste badare a ogni singolo scricchiolii, a ogni fruscio, impazzireste. Credetemi, impazzireste.
È strano ritrovarsi dove tutto ha avuto inizio – compresa l'amicizia telematica tra me e Francesca – quasi un decennio dopo. Questa volta, ben consapevole dei colpi di scena in agguato, ho prestato attenzione alla verosimiglianza del contesto storico-sociale e alla grazia di una scrittura elegante nella sua linearità. In fase di riscrittura è mutata la relazione tra i protagonisti, qui platonica, mentre l'elemento horror è stato ridimensionato: ho apprezzato la prima scelta, meno la seconda. Questo romanzo, tuttavia, oggi somiglia ben più che in passato alla sensibilità d'altri tempi di Diotallevi e, soprattutto, all'indimenticato Vittorio Fubini: un maggiordomo rigoroso e pragmatico, estraneo ai sentimentalismi, al centro di un uragano di emozioni. Cosa possono i suoi guanti bianchi contro il rosso dell'omicidio; cosa, ancora, contro la polvere del tempo? Arrivato in provincia dalla mondana Torino per volere dello zio, Vittorio crede che una casa vada sempre giudicata dalla lucentezze delle posate. Presso la residenza dei conti Flores, assai grossolani nonostante il titolo nobiliare, ci sono molte cose fuori posto: dal personale troppo invadente ai vizi del padrone di casa, fino ad arrivare alle bizzarrie di Lucilla Flores. Niente affatto ospitale, con i capelli scompigliati e le mani indurite dal duro lavoro, la donna viene spesso meno ai propri doveri e si rifiuta di affidare l'educazione della figlioletta a un'istitutrice. Assoldato per essere il cane da guardia che ne arginerà le fughe, Vittorio si scoprirà combattuto tra il desiderio di biasimarne il ribellismo e quello, indecoroso, di proteggerla. Entrambi prigionieri di un ruolo, la padrona e il servitore – la vittima e il carceriere – si scopriranno complici durante le sortite notturne in cucina o nel rifugio di Lucilla, un laboratorio in cui la donna trasforma i fiori in profumi.
Gli spettri non esisterebbero se non fossimo noi, con i nostri desideri, col nostro amore, col nostro dolore, a trattenerli qua. Gli spettri vino dentro di noi. Gli spettri, talvolta, siamo noi.
Laggiù le scale scricchiolano macabramente, i campanelli tintinnano suonati da mani invisibili, le porte chiuse si spalancano su celle di dolore. Quali sono le ragioni per restare, quali quelle per andare via? L'infelice Lucilla vorrebbe scappare lontano da qualcuno, o forse da qualcosa? È braccio di ferro tra ragione e sentimento nell'arco di questo bellissimo romanzo fatto di esistenze interrotte e passioni mai consumate, storie che ritornano e rimpianti che restano. Raccontato a ritroso da un protagonista ormai anziano, Le stanze buie rinnova incanto e struggimento. Pubblicato inizialmente da Mursia e riportato in libreria da Neri Pozza, nell'edizione di pregio che si sarebbe sin dall'inizio meritato, mi ha investito con immutata potenza e, come capita davanti a un film già visto ma mai metabolizzato del tutto, mi ha indotto a sperare in un epilogo che fosse uguale e diverso al tempo stesso. Ho voluto fortemente visitarle dal nuovo, queste famigerate stanze, le ho scoperte parzialmente riarredate. Nonostante il mobilio fosse mutato, privo di chincaglierie e barocchismi, ho constatato, stupito, di sentirmi benaccetto come durante il primo soggiorno. La mia memoria olfattiva ricordava per fortuna l'odore di cera calda e il profumo floreale di Lucilla; quella del cuore, invece, tutto il resto. Entro i confini di questa «casa stregata» sapevo orientarmi anche al buio.

È una ghost story classica. Non c'è niente, dunque, che manchi all'appello. Dal prontuario dei gotici ottocenteschi Roberto Cotroneo ha preso in prestito: le proverbiali notti buie e tempestose, le ville fuori città dalla fama sinistra, le istitutrici dal curriculum perfetto ma dai punti di vista non sempre affidabili. Non siamo nella brughiera inglese sferzata dal vento, però, ma alle porte di Roma: da lontano s'intravede il profilo della cupola di San Pietro. Quando Margherita arriva a Villa Alessandra – senza cognome, con un trolley a buon mercato, ottime referenze e poco altro a proposito del suo passato –, sembra lo scenario di un sogno inconfessabile, al punto che la giovane, davanti a cotanta magnificenza, ribattezza la residenza Camelot. È tutto perfetto: dai cespugli pieni di rose agli anfitrioni ospitali, dai comfort innumerevoli alle prodigiose bambine di cui dovrà prendersi cura. Lucrezia e Lavinia, bionde e indistinguibili, gemelle, sono principessine beneducate che si destreggiano tanto come fantine quanto come pianiste. Ma sul viso hanno un'espressione greve, che stona profondamente con i loro soli dieci anni.
So che è difficile accettare quello che viene raccontato. Ho corretto poche frasi: qualche data errata, qualche riferimento inesatto. Nient’altro. Glielo affido con la speranza che la sua saggezza possa rischiarare le tenebre di questo orrore.
Sono proprio piccoli dettagli stridenti di questi a mettere sul chi vive Margherita. Perché le due bambine sembrano gestire gli equilibri della casa al pari di navigate direttrici d'orchestra, fino a prendere le parti dei genitori spesso assenti? Come mai Gaetano, il giardiniere claudicante, ha occhi dappertutto? L'ultimo interrogativo, il più importante, riguarda infine un tempio pagano al principio del bosco: qual è il legame tra Ecate, l'antica dea dei crocicchi, e una residenza progettata da un rinomato architetto contemporaneo? Le case nuove non hanno storia, giura a un certo punto uno dei personaggi: non possono dimorarvi fantasmi. Loro smentisce quest'affermazione, raccogliendo i ricordi di una protagonista pietrificata dall'orrore. Scritto sotto forma di memoriale, il romanzo è il diario psicoanalitico di una studentessa brillante e razionale, solitamente estranea alle farneticazioni melodrammatiche, che presto abbandonerà l'asciuttezza iniziale per lasciarsi andare a un delirio in cui si mescolano visibile e invisibile, realtà e paranormale.
L’inferno ti segue dappertutto, perché l’inferno ci appartiene, l’inferno è preistorico: quando lo vedi, e basta una volta sola, puoi anche riuscire a dimenticarlo per anni, per decenni, ma quando non te lo aspetti, quando pensi che il cielo e la terra possano essere tutto quello che desideri, l’inferno si riapre.
Elegante, colto e divertito, Roberto Cotroneo adotta un filtro color seppia per rendere le ambientazioni sospese nel tempo e, nel colpo di scena conclusivo, semina più di qualche brivido lungo la schiena nonostante i primi caldi di giugno. Quali fiabe ci raccontiamo contro la vertigine dell'abisso? Ognuno dice una bugia. Ognuno serba una verità. I confini si scopriranno labili, come quelli per distinguere le due gemelline dallo sguardo torbido. Omaggio a Henry James non senza una propria identità – c'è perfino qualcosa dell'ultimo Charlie Kaufman –, il romanzo è una partitura ora cristallina, ora infernale, che nelle ultime pagine rievoca le note più raccapriccianti di Skrjabin. Somiglia a Villa Alessandra: interamente vetrata, presenta una struttura semplice ed essenziale, invisibile, ma è frutto in realtà di un'architettura laboriosa. Loro è un gioco al suon di citazioni raffinate: una ghost story classica, che a sorpresa sa come non diventare una classica ghost story.
Ho chiuso il 2020 con una passeggiata sul lungomare. Sulla spiaggia, una mano sconosciuta aveva tracciato cerchi concentrici e ghirigori millimetrici. Dopo il virus, erano forse arrivati anche gli alieni? Seduto a gambe incrociate nei paraggi, ho pensato agli extraterrestri ma ho letto appassionatamente di fantasmi. Le mie ultime letture: due piccoli classici del gotico, riscoperti da Caravaggio Editore. I festeggiamenti sui generis dell'anno appena passato, così, hanno assunto la parvenza di un tardivo Halloween grazie alle suggestioni di Nesbit e Doyle.
Illustrato da Daniele Serra, L'ombra e altri oscuri racconti si è rivelato sorprendente. Nota soprattutto per l'impegno politico e per i romanzi per l'infanzia, l'autrice inglese piace per la penna arguta e per le sequenze nitide come in un film dell'orrore. I suoi cinque racconti sono così inquietanti e romantici da sembrare un'ottima ispirazione per un'eventuale terza stagione della serie antologica di Mike Flanagan. Un gruppetto di ragazze parla di spettri e pettegolezzi dopo una serata danzante: perché non prestare ascolto all'esperienza della governante, che a casa di amici vide una figura informe fondersi con le ombre della stanza? Un marinaio cerca ospitalità presso un amico: avrà trovato la persona giusta, o si sarà imbattuto in un caso di omonimia? In visita a casa dei consuoceri, un giovane vede la fidanzata riversa in una pozza di sangue: dal momento che l'indomani è viva e vegeta, si è trattato di un incubo o di una premonizione? Un vecchio zio racconta al nipote della sua prima innamorata, incontrata al cimitero in una notte di luna piena. Un gruppo di agenti di viaggio, infine, prende alloggio in un albergo dalla fama losca: chi vorrà soggiornare nella camera numero 17, se gli ospiti sono destinati a suicidarsi? Elegantissima, affascinante, ironica, Nesbit ci guida in un mondo d'altri tempi fatto di balli, cripte, scienziati pazzi, filtri per l'immortalità, case costruite su antichi monasteri, narratori inaffidabili. La raccolta ha la favella degli antichi cantastorie e il chiarore delle lampade a olio. Cosa si muove ai margini del nostro campo visivo? Sono più spaventose le cose che vediamo, infatti, o quelle che non vediamo? L'attesa stessa di un'apparizione, di un genuino sobbalzo, creerà dipendenza fino all'ultima pagina.
Metodo scientifico e mesmerismo si sfidano nel Parassita: il racconto che non ti aspetteresti da qualcuno come Arthur Conan Doyle. Il padre del detective più famoso al mondo, infatti, aveva una passione segreta condivisa dalla maggioranza dell'élite ottocentesca: l'occulto. Come mostra la serie TV Penny Dreadul, nei salotti altolocati non erano infrequenti medium e cartomanti. Invitato a una serata di queste, un professore notoriamente scettico fa la conoscenza dell'enigmatica Miss Penclosa: originaria delle Indie Occidentali, la donna lo sfida. L'occulto esiste, e glielo dimostrerà. L'accademismo esclude in automatico l'esistenza del soprannaturale? Ha inizio così un braccio di ferro giocato tra attrazione malsana e strenua resistenza. Ipnotizzato, il protagonista scoprirà che lo stato di trance perduta anche in altri contesti e stimola, inoltre, i suoi lati più oscuri. Al centro di un deperimento fisico e psicologico, rischierà di perdere la cattedra, l'onore e l'amore. Alla mercé di una fattucchiera che lo manovra alla stregua di una marionetta. Intrappolato nella fitta rete della suggestione, neanche il lettore non ha scampo. Questo racconto – sofisticato, complesso e pungente: peccato per la risoluzione, non all'altezza del genio di Sherlock Holmes – è il diario di un'inquietudine dove il narratore prende nota giorno per giorno della sua perdita di controllo; della sua lucidità destinata sempre più a scemare. Sia per la struttura sia per i risvolti psicologici, gli amanti di Bram Stoker non potranno far altro che pensare a Dracula: il principe delle tenebre che traviava gli uomini tutti d'un pezzo, sabotava i matrimoni annunciati, abitava i pensieri e le esistenze delle vittime. Come il supremo dei parassiti, il più inscalfibile.
Quando una giovane dama di compagnia si innamora corrisposta di un fascinoso vedovo, sembra il principio di una fiaba. O meglio, l'epilogo: quando la nostra coppia di eroi, scortata su una carrozza, scompare felicemente nell'orizzonte dei titoli di coda. Cosa succede alle principesse dopo il lieto fine? All'indomani di luna di miele consumata tra Venezia e Parigi, è necessario assumersi i doveri di padrona di casa. Ma le vesti di nuova Signora de Winter non calzano a pennello alla protagonista, timida e goffa, che preferisce le gonne di flanella agli abiti eleganti; che sembra più una sguattera che un'aristocratica. Cos'ha conquistato Max? Se lo chiedono tutti. Se lo chiede anche lei. Quelli che agli occhi degli ospiti e della servitù sembrano difetti, però, per Max sono pregi impagabili: la sposina, nel suo confortante anonimato, è perfetta per scongiurare pettegolezzi e mondanità. Ma la labirintica Manderley, immersa in una natura lussureggiante che all'improvviso cede il passo alla scogliera, è un castello che racconta già la storia di un'altra donna: Rebecca, morta un anno prima per annegamento. La prima moglie è una R inclinata nella dedica di un libro di poesie, è un angioletto di ceramica sapientemente scelto per arricchire una scrivania, è un profumo che non va via dalle tende, è un capello corvino rinvenuto su una spazzola, è un elegante guardaroba nell'ala ovest. La signora Danvers, la governante subdola e inquisitoria, sembra esserle ancora devota, al punto da trattare l'altra donna alla stregua di un'usurpatrice.
Conoscevo il suo viso, minuto e ovale, la pelle bianca e liscia, la gran massa di capelli scuri. Sapevo che profumo usava, ero in grado di immaginarne la risata e il sorriso. Avrei riconosciuto la sua voce, se l'avessi udita, anche in mezzo a mille altre. Rebecca, sempre Rebecca. Non mi sarei mai liberata di Rebecca.
Tormentata da paragoni impietosi, commenti malevoli e occhiatacce, la protagonista si scopre sepolta viva in un reliquario: in compagnia di uno scheletro scricchiolante, che tutt'ora detta legge. Si può essere all'altezza di un ricordo? Mentre le lunghissime descrizioni e i dialoghi altisonanti ne tradiscono qui e lì l'età anagrafica – il classico del gotico, celebre per l'adattamento premio Oscar di Alfred Hitchcock, ha ben ottantatré anni –, il talento di Daphne du Maurier continua comunque a sorprendere grazie alla sottigliezza psicologica della narratrice. Sprovvista non a caso del nome di battesimo, la protagonista divorata da insicurezze e paturnie risponde all'ozio delle sue giornate con fantasticherie inquietanti. Cosa farebbe Rebecca? Quanto sarebbero leggendarie le sue feste in maschera? Come bacerebbe il marito? Immaginandone i modi di fare, la voce, gli sguardi, la seconda moglie evoca a tratti la presenza evanescente della prima in una possessione demoniaca che non scomoda né diavoli né almanacchi. Calata in un contesto sempre realistico, questa è una ghost story atipica perché disputata quasi interamente nella mente di una protagonista ordinaria all'apparenza. L'autrice è incedibile in questo: la ricerca di spine nel cuore dell'idillio e di ombre ambigue in una damina altrimenti soggetta a soprusi e svenimenti.
A volte, mentre cammino lungo questo corridoio, mi immagino di averla alle spalle. Quel passo leggero e svelto. Lo riconoscerei tra mille altri. E nella galleria dei menestrelli, sopra l'atrio. Ai vecchi tempi la sera stava lì, appoggiata alla balaustra; guardava giù e richiamava i cani. Anche adesso mi capita di vederla ogni tanto. Mi par quasi di sentire il fruscio del suo abito sui gradini dello scalone, mentre scende per venire a cena. Credete che lei in questo momento ci stia guardando? Ci starà ascoltando, mentre parliamo? Pensate che i morti vengano a controllare i vivi?
Quando il mistero sulla fine di Rebecca finisce per essere sviscerato in ambienti più convenzionali – prima l'aula di un tribunale, poi un salotto che fa da sfondo a un interrogatorio alla Christie –, il romanzo diventa un giallo prolisso e cavilloso; lo svelamento di una fitta serie di bluff già noti al lettore, che purtroppo toglie al personaggio della Danvers – indimenticabile negli adattamenti – il diritto a un'uscita di scena trionfale. Regalarsi la lettura di Rebecca oggi, all'epoca dell'ennesimo remake Netflix, è come recuperare un film in replica talmente famoso da risultare per forza di cose già noto in linea di massima. Uno di quelli in bianco e nero, impreziositi dal glamour della vecchia Hollywood, che da un lato sembrano di una grazia ormai tramontata e dall'altro moderni come non mai. Dietro un cancello arrugginito, al termine di un colossale viale alberato, la vista di Manderley – benché ormai decaduta, vittima di vandali e rampicanti – continuerà a ispirarvi soggezione. E con lo sguardo all'insù, intimoriti dalla sua fama di casa stregata, vi chiederete: quale delle due donne era il fantasma che la infestava?
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| Malinverno, di Domenico Dara. Feltrinelli, € 18, pp. 330. |
Se nell’immaginaria Timpamara tracciassimo una linea tra
il maceratoio e il camposanto, otterremmo una retta perfetta. Lo stupore, poi,
crescerebbe ulteriormente dopo la seguente constatazione: la biblioteca
comunale sorge proprio a metà strada. Da un lato dunque avremmo il
luogo in cui vanno a morire i libri, dall’altro quello in cui muoiono gli
esseri umani, e giusto al centro una bolla che ristabilisce gli equilibri per
magia: nelle biblioteche, infatti, tanto le storie quanto gli uomini che le
hanno scritte sono salvi dall’oblio. A dispetto della caducità della carta
stampata, sugli scaffali non si muore mai.
In ogni angolo di Timpamara, su davanzali, panchine,
portabagagli delle auto, sui sacchi della spazzatura e perfino sui cappelli
delle signore, poteva trovarsi la pagina di un romanzo: quando le genti le
raccoglievano la leggevano, e se non piaceva non la buttavano ma l’appoggiavano
da qualche parte, nella fioriera del marciapiede o su un gradino, fermata da
una pietra affinché qualcun altro la prendesse; se piaceva, invece, la
portavano a casa e la conservavano. Leggevano tutto e tutto serbavano, i
timpamarani, quasi a contrappesare il destino di distruzione del macero: lì i
libri venivano cancellati, loro invece li tenevano in vita.
“Custode di libri,
guardiano del cimitero, protettore dei vinti”, Astolfo Malinverno si giostra
tra un polo e l’altro. Timido e perseguitato dalle sciagure, ha un modo tutto
suo di stare al mondo e poca dimestichezza coi vivi. Pertanto non si cruccia troppo
dell’ennesimo incarico annunciatogli dal messo comunale: mentre nel pomeriggio
registra i prestiti bibliotecari, al mattino appunta i trapassi. Tanto i
lettori quanto i parenti dei defunti presentano simili idiosincrasie. Un
novello Lazzaro si avvicenda così a un assicuratore con ambizioni proustiane;
qualcuno vorrebbe seppellire il proprio animale domestico e qualcun altro un
arto mutilato; c’è chi sfoggia sul loculo una foto in coppia con l’amante
platonica e chi, invece, vorrebbe sposare il fidanzato fresco d’incidente
mortale; infine ecco entrare e uscire puntualmente i visitatori più enigmatici
di tutti. Un uomo incappucciato, che ausculta l’ambiente circostante con un
paio di cuffie, e una bellissima donna di nero vestita che indugia ai piedi di
una tomba in particolare: peccato che la defunta, che Astolfo nel frattempo ha
soprannominato Emma Bovary, sia la sua copia carbone. Cosa cercano i vagabondi
inquieti che si muovono entro quelle mura di cinta? Ci si può innamorare perdutamente
di un fantasma?
Bisogna essere soli per sapersi prendere cura di altre
solitudini.
Nel terzo romanzo di Domenico Dara, autore che scopro qui
per la prima volta, succedono letteralmente cose dell’altro mondo. Ho pensato
alle atmosfere della poesia cimiteriale, tetra e romantica. Ho pensato,
soprattutto, ai mondi incantevoli del compianto Zafon. Giunto in libreria a
fine estate, Malinverno si è rivelato
la lettura ideale in abbinamento con i primi rigori dell’autunno, con i tè
fumanti sorseggiati a merenda e, soprattutto, con i preparativi per l’imminente
Halloween. Il romanzo si muove avvolto in atmosfere piacevolmente lugubri, e ha
un gusto per la narrazione che riempie gli occhi di nostalgia: è figlio d’altri
tempi, è una creatura sovrumana in cui ogni minimo figurante vive di alte
citazioni – e trattandosi di un romanzo corale, quindi, impossibile
non leggerne di bellissime. Tutto racconta una storia. Ogni nome della galleria
di Domenico Dara – popolosa e, isolato difetto, forse un po’ dispersiva –
convive con rimpianti, segreti, ambizioni, amori persi e amori ritrovati. Può
Astolfo, sensibile com’è, far sempre propri il dolore e le vicissitudini
altrui? Quando troverà il coraggio di vivere davvero?
Perché chi ama, appena scopre nell’altro un cedimento o
una manchevolezza, non ha altro scopo che apparare e livellare, che forse a questo
serve l’amore, a sentirci necessari, a essere lo stucco sulle incrinature dei
vetri, la toppa sugli strappi dei tessuti, il punto tra le pelli lacerate.
Artefice di uno Zibaldone pieno di note a margine, il
protagonista condivide a cuore aperto hobby e paturnie. Una su tutte:
l’abitudine a riscrivere dal nuovo i finali dei romanzi più celebrati, a suo
dire manchevoli se provvisti di lieto fine. Lo ammetto, sì, sono
d’accordo con lui: le storie perfette sono quelle che garantiscono il crepacuore.
Ma leggendo dei suoi sospiri verso Emma – morta chissà quando, morta chissà
come: ora riposa nell’anonimato, all’ombra dei fiori di cardo –, è difficile
non opporsi alla rigorosa logica di Astolfo. Non confidare in un’eccezione alla regola. A questo romanzo
e all’eroe eponimo, insomma, si finisce per volere un bene oltre misura. Sarà
che sono entrambi generosi nel condividere pagina dopo pagina passioni,
dettagli, aneddoti: francamente basterebbero per altri dieci romanzi. Sarà che,
più che pieni di umanità, ne sono ricchissimi, sovrabbondanti. Qui e lì si
perde l’equilibrio: sul filo dell’equilibrista, insieme a loro, portano sospese
le sorti di tutta Timpamara. Ma quando il numero circense riesce ugualmente,
nonostante tutto, come trattenere un piccolo boato di meraviglia?