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mercoledì 10 dicembre 2025

Dove abitano i mostri: Frankenstein | The Ugly Stepsister | La valle dei sorrisi | Together

Si può restituire vita alla materia inerte? È l'ossessione di Victor: lo scienziato che gioca a fare Dio. Si può dare nuova linfa a un classico adattato più volte? È il sogno di Guillermo Del Toro: dopo una carriera consacrata ai mostri gentili, il regista premio Oscar adatta la madre di tutte le storie. Splendido a vedersi, caratterizzato da un respiro epico e da un comparto tecnico di cui godere sul grande schermo, Frankenstein è una a trasposizione bellissima ma senza sorprese, sebbene i cambiamenti non manchino. Il Victor di Oscar Isaac, più sanguinario che mai, ha un background shakespeariano. Mia Goth, visione in abiti pastello, è la promessa sposa del fratello del protagonista. Jacob Elordi, papabile nominato agli Oscar, è una creatura meno vendicativa che nel romanzo: sotto i muscoli allungati e il corpo statuario, brilla per intelligenza emotiva e lirismo. Ma tutti i film di Guillermo, forse, sono sempre stati una lettera d'amore a Mary Shelley. E la sensazione è che sotto altri nomi, in altre forme, il regista ci abbia già raccontato la stessa storia in passato. Resta comunque un incanto, però, riascoltarla. (7,5)

Chi bella vuole apparire un po' deve soffrire: si dice così, no? È la lezione che impara la sorellastra cattiva di Cenerentola, nella riscrittura splatter e post-moderna del classico dei Grimm. A metà tra Pearl e The Substance, il retelling diretto dell'esordiente Emilie Blichfeldt segue la storia arcinota dal punto di vista dell'antagonista. Manipolata da una madre senza scrupoli, la povera Elvira ricorrerà alla rinoplastica, alla bulimia, agli interventi chirurgici e alle mutilazioni per conquistare le attenzioni del principe. Se la fata madrina è un chirurgo cocainomane, le uova di tenia sostituiscono le pillole dimagranti e il vestito di Cenerentola è rattoppato dai vermi, lo shock è presto servito. Anche se The Ugly Stepsister, a sorpresa, riesce a trovare il perfetto equilibrio tra il raccapriccio e la riflessione femminista, la dimensione sognante e il grottesco, rivelando al mondo l'espressività straordinaria dell'attrice norvegese Lea Myren. Nell'epoca dei live action, così, questa sconsiderata fiaba apocrifa si rivela la più fedele allo spirito originale. (7,5)

Al terzo lungometraggio, il trentenne Paolo Strippoli passa al Festival di Venezia con un film dall'estetica internazionale, in cui a impressionare è la scrittura densa e viscerale, in grado di rendere l'adolescente protagonista l'erede dei fanciulli infernali di Omen e Carrie. Chi non vorrebbe cedere il proprio dolore? È quello che i compaesani domandano a uno struggente Michele Riondino, professore accusato di trascinarsi dietro un lutto mai elaborato. Ma, dietro l'aria da folk horror, La valle dei sorrisi minaccia di commuoverci, più che di farti paura. Il merito spetta a una sceneggiatura che – al netto di qualche lungaggine – sa fare luce sul trauma collettivo; sull'essere queer in una realtà provinciale; sulla necessità di un dialogo tra insegnanti e allievi, adulti e adolescenti, per non commettere gli errori educativi delle passate generazioni. In cuffia, canta Mia Martini: come il quindicenne protagonista, un'altra vittima del pregiudizio, un'altra geniale incompresa. È la gentilezza del cinema di genere a stringerli entrambi a sé. Perché l'horror – almeno lui, nell'universo – offre il conforto di abbracci sinceri, e inni alla vita popolati di morti. (7,5)

Una coppia di lunga data combattuta tra affetto e noia. Un bosco teatro di una recente sparizione. Una fonte a cui sarebbe meglio non bere. A un anno da The Substance, a pochi mesi da Queer, arriva al cinema un'altra metamorfosi. Questa volta, si attinge a Platone. Mentre la radio canta una hit delle Spice Girls, il mito della caverna e quello delle anime gemelle si incontrano per raccontare una storia di dipendenze affettive, esistenze simbiotiche, identità cancellate. Amarsi implica necessariamente il completo annullamento? Convivere significa essere in ostaggio dell'altro? A farci strada nell'inferno dell'intimità sono gli ottimi Dave Franco e Alison Brie: coppia storica dentro e fuori dal set, si amano e si odiano, si scollano e si incollano, in un body horror fatto di arti disarticolati e ruoli di genere capovolti. È l'ennesimo film dell'anno sponsorizzato dal poster? No, complice un finale non all'altezza del resto: originale, spassoso, ispirato. Ma Together resta comunque la felice conferma di quanto il 2025 abbia regalato nuovo sangue al cinema di genere. (7)

mercoledì 22 ottobre 2025

Recensione: Frankenstein, di Mary Shelley

| Frankenstein, di Mary Shelley. Feltrinelli, € 10, pp. 320 |

Un laboratorio cavernoso. Un corpo a pezzi, ricucito con rattoppi di fortuna. La scintilla di un lampo. Poi, un’esclamazione di trionfo: è vivo. Eppure, questa e altre scene — radicate, ormai, nell’immaginario collettivo — non esistono nel romanzo di Mary Shelley. Nessun cimitero viene profanato in nome della scienza. Gli omicidi avvengono fuori scena. L’epilogo, struggente, è una promessa di morte poco prima del sipario. Filtrato interamente dallo sguardo di Victor, il romanzo segue la sua biografia dall’infanzia fino alle estreme conseguenze dell’esperimento. Ubriaco di conoscenza, lo scienziato flirta con l’alchimia: non trova la pietra filosofale né l’elisir di vita eterna, ma riesce comunque a imbrigliare la morte — e a restituire respiro alla materia inerte.

L'invenzione non è una creazione dal nulla, bensì dal caos.

Tra lunghe peregrinazioni dalla Svizzera al Polo Nord e lettere alla promessa sposa Elizabeth, Victor tenta di placare il proprio ardore febbrile e di lasciarsi alle spalle il suo famigerato mostro. Ma non è un caso che, ancora oggi, nominando Frankenstein, si pensi prima alla Creatura — in realtà, senza nome — e solo poi al suo creatore. Pur concedendole meno spazio di quanto ci si aspetterebbe, Shelley fa della Creatura un grande attore non protagonista: un mostro incompreso e gentile, che si commuove spiando la quotidianità di una famiglia di contadini, e legge Goethe, Plutarco, Milton per imparare a distinguere il bene dal male. Tagliato fuori dal mondo, ma animato dalla stessa irrequietezza del suo artefice, seminerà una lunga scia di sangue pur di condannare l’altro alla medesima solitudine.

Se non riesco a ispirare amore, causerò paura.

Tra Svizzera, Francia e Irlanda, a lungo andare i viaggi si moltiplicano; gli elementi raccapriccianti degni di Bram Stoker, invece, scarseggiano. Mary Shelley — all'epoca, una geniale diciottenne logorata dall’amore tossico per il poeta Percy — firma un romanzo di formazione elegante e terribile sulla crudeltà del più sapiente tra gli uomini. E continua a dialogare, da due secoli, con la letteratura gotica, il cinema e le serie TV. La nostra immaginazione, infatti, ricama i dettagli sui quali l’autrice sorvola. Perché Frankenstein è vivo, sì. E anima un inseguimento tortuoso e implacabile, disseminando orme e indizi lungo la strada. Forse, vuole solo essere trovato. Perché avere un nemico che giuri di braccarci per sempre — fino in capo al mondo, fino alla fine dei tempi — significa non essere mai più soli.

Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine - Everybody Scream

lunedì 31 marzo 2025

Recensione: Gotico salentino, di Marina Pierri

Gotico salentino, di Marina Pierri. Einaudi, € 17, 50, pp. 240 | 

Cosa ci fanno Mary Shelley, Shirley Jackson e una giornalista in crisi creativa nella stessa casa infestata? Con una lingua onomatopeica e barocca, capace all'occorrenza di coloriture dialettali sorprendentemente divertenti, ce lo spiega Marina Pierri: come la sua protagonista, una salentina trapiantata a Milano, qui alle prese con il suo romanzo d'esordio. Di ritorno all'ovile dopo la morte del padre, Filomena Quarta, quarant'anni, non ha né soldi né un marito né un lavoro. Aspirante scrittrice, albergatrice apprendista, medium presunta, vorrebbe trasformare la residenza di famiglia in un B&B: peccato che il suggestivo casolare, ormai abbandonato a sé stesso in un intrico di pini marittimi e gramigna, sia considerato vittima della “malumbra”. I compaesani superstiziosi si segnano, e non hanno tutti i torti. Le finestre, infatti, si spalancano all'improvviso; i muri strillano sotto il trapano dei manovali; i corridoi vibrano di nenie inquietanti e il bosco ama confondere i viandanti.

Non devo avere timore di me stessa, né di questo luogo. È la ma famiglia ed è la mia storia. Ho letto abbastanza racconti del terrore per sapere come funziona.

Sardonica e sfrontata, Filomena si fa coraggio ospitando Alba, l'esilarante migliore amica non binaria, e Antonio, un tenero agricoltore in fuga dal cliché del maschio meridionale. Con loro, come già preannunciato, gli spettri delle autrici di Frakenstein e L'incubo di Hill House: chi meglio di loro potrebbe giudicare il manoscritto di Filomena e, soprattutto, fare i conti con le apparizioni agghiaccianti di una suora in cerca di vendetta? La resa dei conti, immancabilmente, avverrà la notte di Halloween. Erudita, brillante, citazionista, Pierri si rifà ai capostipiti del gotico senza prendersi troppo sul serio e confeziona un gioco metaletterario assolutamente delizioso, in cui Dimora Quarta diventa un rifugio per diseredati — noi, la generazione dei “se” — e una cassa di risonanza per l'orrore delle violenze di genere. L'amorevole Mary, curiosamente dipendente dai reel di Instagram, ricorda l'amore tossico con Shelley, gli aborti, i giorni della vedovanza a Lerici; Shirley, invece, anestetizza con l'alcol l'astio verso un marito editor che la considerava in primis una casalinga, poi un'autrice.

Scrivere non è un mestiere per vigliacchi.

Loro e altre donne senza voce, così, tornano sotto forma di fantasime per invadere le nostre stanze e le nostre coscienze. Il rombare della loro rabbia, mista però a una tenerezza disarmante, sormonterà per intensità il lugubre cigolio di qualsivoglia porta. Sullo sfondo: una Puglia autentica e lontana dal mare; la stessa in cui si è trasferita mia madre all'indomani di una separazione che, per anni, mi ha voluto rancoroso verso una regione che da qualche estate a questa parte, infine, ospita le mie vacanze. Gotico salentino è un prontuario per famiglie infestate perfetto anche per chi, come me, troppo pavido per elaborare, a lungo ha nutrito un'ingiustificata paura verso i propri fantasmi.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Doechii – Anxiety

martedì 18 marzo 2025

Recensione: Katie, di Michael McDowell

| Katie, di Michael McDowell. Neri Pozza, € 14,90, pp. 440 |

È divertentissimo, sanguinoso, improbabile. Fino all'ultima pagina, è stato un chiodo fisso: la mia nuova ossessione. Ambientato nella New York ottocentesca di Edith Warthon, fa il verso al romanzo d'appendice. Prima di smembrarlo, pezzo per pezzo, con una ascia affilata. Katie, piccolo e implacabile dietro la copertina d'altri tempi, è un gotico che confermerà ai fan il talento di Michael McDowell: scomparso ventisei anni anni fa e a lungo considerato dalla critica un autore di serie B, gode finalmente di un successo tardivo grazie a Neri Pozza. Lo leggo qui e ora per la prima volta. Da adolescente, quando guardavo vecchi slasher e consumavo soltanto romanzi di Stephen King, ne avrei amato alla follia la crudezza. Adesso, pur stordendo un po' il naso davanti alle svolte più rocambolesche della trama, mi sono goduto comunque la corsa a perdifiato su queste montagne russe: accanto a me, sedeva una cattiva di rara perfidia, a metà tra la Pearl di Mia Goth e la serial killer Lizzie Borden.

Ho giurato a me stessa di vederli tutti e tre morti. Mi trasformerò in un segugio, li braccherò nelle loro tane, li farò impiccare, e quella notte dormirò ai piedi della loro forca. Il tanfo di decomposizione dei loro cadaveri sarà un balsamo per me.

Cresciuta in una famiglia rozza, stolida e avara, Katie Slape è l'artefice di omicidio aberranti ai danni di uomini, donne, bambini, animali. Dotata di misteriose capacità premonitorie e attratta dalle ricchezze al pari di una gazza ladra, si appropria del patrimonio di Philo Drax: una ragazza virtuosa ma sfortunata, ingiustamente accusata della morte del nonno. Per ironia della sorte, le due si troveranno a vivere a poche strade di distanza l'una dall'altra. Sullo sfondo di una città sapientemente rievocata tra spiritismo e cabaret alla moda, investimenti fallimentari a Wall Street e lucidascarpe in ogni dove, McDowell annoda le mille trame — senza nessuna paura di sporcarsi le mani — di una favola nera sognante e terribile, dove le eroine vivono sciagure indicibili, pur mantenendo incorrotti i loro valori, e gli antagonisti vengono sempre puniti dalla sorte. Miete più vittime una lama, infatti, o il karma? Divertito e onnisciente, l'autore americano mette il suo sapere nella costruzione di un contesto storico credibile in ogni dettaglio, con un occhio di riguardo alla condizione femminile: Philo, all'inizio idealista, scoprirà presto i mezzi coi quali le sue coinquiline sopravvivono alla crisi economica. È possibile smaliziarsi senza mai perdere la dignità e, nel frattempo, trovate perfino un marito facoltoso? Il resto, che ovviamente non vi svelo, è intrattenimento impagabile e purissimo. Astenersi i deboli di cuore. Il martello di Katie non lascia superstiti, né fa sconti.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Meghan Trainor – Criminals

martedì 1 ottobre 2024

Recensione: Elizabeth, di Ken Greenhall

| Elizabeth di Ken Greenhall. Adelphi, € 19, pp. 173 |

Seduta in soffitta, a gambe incrociate, studia il suo riflesso allo specchio. Bellissima, mostra più dei suoi quattordici anni. La minigonna mette in mostra le gambe tornite e una ferita ancora fresca: è il morso di un ragno. Dall'altra parte della finestra New York è una foresta di grattacieli. All'improvviso sullo specchio si proietta l'immagine di un'altra donna: proviene da un'altra epoca, il Cinquecento, e da un'altra dimensione. Ha inizio, così, un dialogo strano e perturbante tra due generazioni lontane; tra un'allieva e la sua guida. Come si diventa una strega? Elizabeth è un'alunna provetta. Responsabile della tragica morte dei genitori, ha uno zio per amante e un'istitutrice inglese che pende dalle sue labbra. Nessuno — lettore compreso — può resistere ai suoi desideri mostruosi e alla sua oscura libidine. La seduzione è un'arma. Fin dove si spingerebbe per imparare a tracciare formule magiche con il suo rossetto scarlatto?

Tutti abbiamo diritto ai nostri segreti. Potremo forse affrontare il mondo con un minimo di sicurezza, senza la giusta dose di conoscenza non condivisa? La conoscenza di ciò che succede tra due persone nel buio di una stanza?

Accolta in un'antica famiglia di armatori navali, vivrà un soggiorno da brividi nella casa di Coenties Slip: vi seminerà turbamento e scompiglio. Come in ogni gotico degno di questo nome, non possono mancare all'appello stanze piene di specchi; feroci animali domestici contro cui accucciarsi per prendere sonno; un omicidio consumato con un candelabro d'argento. Ken Greenhall, contemporaneo di Shirley Jackson, debutta in Italia a dieci anni dalla sua morte con un teen horror esile ma dalle atmosfere suggestive, delirante nel contenuto ma elegantissimo nella forma. Al di sopra del bene e del male, contorto e sessualmente ambiguo, il romanzo è un covo di desideri inconfessabili su una ninfetta irrequieta: dietro il fare provocante, però, come ogni adolescente, sogna di vivere una vita straordinaria o un amore che appaia meno soffocante dell'odio. Abbraccerà la sua eredità o la avverserà? L'epilogo, frettoloso, lascia con la sensazione che nella giovinezza della protagonista ci saranno altri misfatti, altri colpi di fulmine, altre scoperte. Quanto sarebbe soddisfacente saperne di più, leggerla ancora? Come l'antieroina di Goliarda Sapienza, costi quel che costi, Elisabeth punterà a ottenere la sua personale parte di gioia. Sarà, però, la dannazione dei più. La lettura del vostro prossimo Halloween è presto servita.

Il mio voto: ★★★

Il mio consiglio musicale: Rettore – Il Cobra

venerdì 10 novembre 2023

Recensione: Chiodi, di Antonio Schiena


| Chiodi, di Antonio Schiena. Fazi, € 16, pp. 180 |

Era lecito aspettarsi più carattere da uno che gestisce una pagina intitolata Antipatia gratuita. È il primo pensiero che ho fatto una volta terminata la lettura di Chiodi, ultimo romanzo del trentatreene Antonio Schiena ma il primo pubblicato con un grande editore. L'autore, da me molto apprezzato sui social per i suoi post deliziosamente caustici, arriva in libreria con una piccola storia sul diventare grandi. Ma mancano la fermezza di Niccolò Ammaniti, la fantasia ardita di Stephen King e il suo romanzo, generalista e didascalico, si rivela una fiaba nera adatta soprattutto a un pubblico di giovanissimi. In un imprecisato paese del Sud, si è diffusa una leggenda che accomuna generazioni vicine e lontane: racconta dell'Avvinto, un giovane arrogante che sfidò la morte e ne pago le conseguenze. È forse lui il nuovo guardiano del cimitero? I bambini si sfidano a scavalcare i cancelli e ad affrontarlo. Una volta tornati indietro, saranno uomini. A prestarsi al rito di iniziazione è Marco: un tredicenne disarmonico e sgraziato, reduce da un'infanzia di prodotti sottomarca e da anni spesi a incassare le vessazioni dei gradassi. Fra il bambino e il guardiano, entrambi emarginati, nascerà un breve dialogo intergenerazionale dagli incastri drammatici, ma non così imprevedibili. Marco vuole una storia da raccontare ai compagni. Ha importanza se sia le verità oppure no?

Essere soli non è male. Essere circondato dalle persone sbagliate è molto peggio.

I temi, delicatissimi e sempreverdi, vanno dalla rabbia repressa al bullismo, dell'isolamento alle onde sismiche del rancore. Peccato per l'abuso di luoghi comuni, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi: i bulli fumano e indossano il chiodo; il guardiano ha un occhio guercio e un alano nero al seguito; Marco ha un armadio total black, un amico in sovrappeso, una mamma troppo presa delle frequentazioni occasionali per curarsi di lui, una manciata di professori ciechi e sordi davanti alle prepotenze. Storia di due solitudini allo specchio, Chiodi attinge a un immaginario lugubre e malinconico. Piace quando è di corsa, fra le lapidi del cimitero, ma fa storcere il naso per la prevedibilità degli altri scenari. Schiena scrive in punta di penna. Concede ai lettori un finale amaro il giusto, ma non calca la mano per eccessiva prudenza. Ne viene fuori una morality play poco sfumata, ma al contempo senza colori decisi. Una vicenda a tinte forti né abbastanza oscura da inquietare, né abbastanza luminosa da regalare speranza agli afflitti. Come il suo protagonista, al crocevia tra infanzia e adolescenza, sceglie di mantenersi insomma in una zona liminare, dove il Pinocchio in copertina fatica a diventare un bambino vero. Sulla soglia del camposanto. Nel limbo delle occasioni mancate.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Fabio Concato - Fiore di maggio

lunedì 29 novembre 2021

Recensione: Le stanze buie, di Francesca Diotallevi

| Le stanze buie, di Francesca Diotallevi. Neri Pozza, € 18, pp. 304 |

Ho varcato la soglia di queste stanze buie otto anni fa. Ero una matricola avvinta dai misteri e, nel perlustrare la residenza della sventurata famiglia Flores, cercavo gli spettri nascosti negli angoli più imprevedibili; l'oscuro. Preceduta da una fama sinistra, la villa – considerata infestata – ospitava il ricordo di un grande struggimento e le presunte apparizioni di una dama vestita di bianco. Mi aveva fatto da guida Francesca Diotallevi, già talentuosissima, che di quella villa nelle Langhe era stata architetto eccezionale nonché abitatrice. Cresciuta con il culto dei gotici inglesi, l'autrice esordiente aveva fatto sua la lezione delle sorelle Brontë: ogni storia d'amore è una storia di fantasmi.

Una vecchia casa è piena di rumori, Fubini. Se doveste badare a ogni singolo scricchiolii, a ogni fruscio, impazzireste. Credetemi, impazzireste.

È strano ritrovarsi dove tutto ha avuto inizio – compresa l'amicizia telematica tra me e Francesca – quasi un decennio dopo. Questa volta, ben consapevole dei colpi di scena in agguato, ho prestato attenzione alla verosimiglianza del contesto storico-sociale e alla grazia di una scrittura elegante nella sua linearità. In fase di riscrittura è mutata la relazione tra i protagonisti, qui platonica, mentre l'elemento horror è stato ridimensionato: ho apprezzato la prima scelta, meno la seconda. Questo romanzo, tuttavia, oggi somiglia ben più che in passato alla sensibilità d'altri tempi di Diotallevi e, soprattutto, all'indimenticato Vittorio Fubini: un maggiordomo rigoroso e pragmatico, estraneo ai sentimentalismi, al centro di un uragano di emozioni. Cosa possono i suoi guanti bianchi contro il rosso dell'omicidio; cosa, ancora, contro la polvere del tempo? Arrivato in provincia dalla mondana Torino per volere dello zio, Vittorio crede che una casa vada sempre giudicata dalla lucentezze delle posate. Presso la residenza dei conti Flores, assai grossolani nonostante il titolo nobiliare, ci sono molte cose fuori posto: dal personale troppo invadente ai vizi del padrone di casa, fino ad arrivare alle bizzarrie di Lucilla Flores. Niente affatto ospitale, con i capelli scompigliati e le mani indurite dal duro lavoro, la donna viene spesso meno ai propri doveri e si rifiuta di affidare l'educazione della figlioletta a un'istitutrice. Assoldato per essere il cane da guardia che ne arginerà le fughe, Vittorio si scoprirà combattuto tra il desiderio di biasimarne il ribellismo e quello, indecoroso, di proteggerla. Entrambi prigionieri di un ruolo, la padrona e il servitore – la vittima e il carceriere – si scopriranno complici durante le sortite notturne in cucina o nel rifugio di Lucilla, un laboratorio in cui la donna trasforma i fiori in profumi.

Gli spettri non esisterebbero se non fossimo noi, con i nostri desideri, col nostro amore, col nostro dolore, a trattenerli qua. Gli spettri vino dentro di noi. Gli spettri, talvolta, siamo noi.

Laggiù le scale scricchiolano macabramente, i campanelli tintinnano suonati da mani invisibili, le porte chiuse si spalancano su celle di dolore. Quali sono le ragioni per restare, quali quelle per andare via? L'infelice Lucilla vorrebbe scappare lontano da qualcuno, o forse da qualcosa? È braccio di ferro tra ragione e sentimento nell'arco di questo bellissimo romanzo fatto di esistenze interrotte e passioni mai consumate, storie che ritornano e rimpianti che restano. Raccontato a ritroso da un protagonista ormai anziano, Le stanze buie rinnova incanto e struggimento. Pubblicato inizialmente da Mursia e riportato in libreria da Neri Pozza, nell'edizione di pregio che si sarebbe sin dall'inizio meritato, mi ha investito con immutata potenza e, come capita davanti a un film già visto ma mai metabolizzato del tutto, mi ha indotto a sperare in un epilogo che fosse uguale e diverso al tempo stesso. Ho voluto fortemente visitarle dal nuovo, queste famigerate stanze, le ho scoperte parzialmente riarredate. Nonostante il mobilio fosse mutato, privo di chincaglierie e barocchismi, ho constatato, stupito, di sentirmi benaccetto come durante il primo soggiorno. La mia memoria olfattiva ricordava per fortuna l'odore di cera calda e il profumo floreale di Lucilla; quella del cuore, invece, tutto il resto. Entro i confini di questa «casa stregata» sapevo orientarmi anche al buio.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Nicole Kidman – One Day I'll Fly Away

venerdì 11 giugno 2021

Recensione: Loro, di Roberto Cotroneo


| Loro, di Roberto Cotroneo. Neri Pozza, € 17, pp. 190 |

È una ghost story classica. Non c'è niente, dunque, che manchi all'appello. Dal prontuario dei gotici ottocenteschi Roberto Cotroneo ha preso in prestito: le proverbiali notti buie e tempestose, le ville fuori città dalla fama sinistra, le istitutrici dal curriculum perfetto ma dai punti di vista non sempre affidabili. Non siamo nella brughiera inglese sferzata dal vento, però, ma alle porte di Roma: da lontano s'intravede il profilo della cupola di San Pietro. Quando Margherita arriva a Villa Alessandra – senza cognome, con un trolley a buon mercato, ottime referenze e poco altro a proposito del suo passato –, sembra lo scenario di un sogno inconfessabile, al punto che la giovane, davanti a cotanta magnificenza, ribattezza la residenza Camelot. È tutto perfetto: dai cespugli pieni di rose agli anfitrioni ospitali, dai comfort innumerevoli alle prodigiose bambine di cui dovrà prendersi cura. Lucrezia e Lavinia, bionde e indistinguibili, gemelle, sono principessine beneducate che si destreggiano tanto come fantine quanto come pianiste. Ma sul viso hanno un'espressione greve, che stona profondamente con i loro soli dieci anni.

So che è difficile accettare quello che viene raccontato. Ho corretto poche frasi: qualche data errata, qualche riferimento inesatto. Nient’altro. Glielo affido con la speranza che la sua saggezza possa rischiarare le tenebre di questo orrore.

Sono proprio piccoli dettagli stridenti di questi a mettere sul chi vive Margherita. Perché le due bambine sembrano gestire gli equilibri della casa al pari di navigate direttrici d'orchestra, fino a prendere le parti dei genitori spesso assenti? Come mai Gaetano, il giardiniere claudicante, ha occhi dappertutto? L'ultimo interrogativo, il più importante, riguarda infine un tempio pagano al principio del bosco: qual è il legame tra Ecate, l'antica dea dei crocicchi, e una residenza progettata da un rinomato architetto contemporaneo? Le case nuove non hanno storia, giura a un certo punto uno dei personaggi: non possono dimorarvi fantasmi. Loro smentisce quest'affermazione, raccogliendo i ricordi di una protagonista pietrificata dall'orrore. Scritto sotto forma di memoriale, il romanzo è il diario psicoanalitico di una studentessa brillante e razionale, solitamente estranea alle farneticazioni melodrammatiche, che presto abbandonerà l'asciuttezza iniziale per lasciarsi andare a un delirio in cui si mescolano visibile e invisibile, realtà e paranormale.

L’inferno ti segue dappertutto, perché l’inferno ci appartiene, l’inferno è preistorico: quando lo vedi, e basta una volta sola, puoi anche riuscire a dimenticarlo per anni, per decenni, ma quando non te lo aspetti, quando pensi che il cielo e la terra possano essere tutto quello che desideri, l’inferno si riapre.

Elegante, colto e divertito, Roberto Cotroneo adotta un filtro color seppia per rendere le ambientazioni sospese nel tempo e, nel colpo di scena conclusivo, semina più di qualche brivido lungo la schiena nonostante i primi caldi di giugno. Quali fiabe ci raccontiamo contro la vertigine dell'abisso? Ognuno dice una bugia. Ognuno serba una verità. I confini si scopriranno labili, come quelli per distinguere le due gemelline dallo sguardo torbido. Omaggio a Henry James non senza una propria identità – c'è perfino qualcosa dell'ultimo Charlie Kaufman –, il romanzo è una partitura ora cristallina, ora infernale, che nelle ultime pagine rievoca le note più raccapriccianti di Skrjabin. Somiglia a Villa Alessandra: interamente vetrata, presenta una struttura semplice ed essenziale, invisibile, ma è frutto in realtà di un'architettura laboriosa. Loro è un gioco al suon di citazioni raffinate: una ghost story classica, che a sorpresa sa come non diventare una classica ghost story.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Aleksandr Nikolaevič Skrjabin – Sonata n.9 

lunedì 4 gennaio 2021

Pillole di recensioni: L'ombra e altri oscuri racconti | Il parassita

Ho chiuso il 2020 con una passeggiata sul lungomare. Sulla spiaggia, una mano sconosciuta aveva tracciato cerchi concentrici e ghirigori millimetrici. Dopo il virus, erano forse arrivati anche gli alieni? Seduto a gambe incrociate nei paraggi, ho pensato agli extraterrestri ma ho letto appassionatamente di fantasmi. Le mie ultime letture: due piccoli classici del gotico, riscoperti da Caravaggio Editore. I festeggiamenti sui generis dell'anno appena passato, così, hanno assunto la parvenza di un tardivo Halloween grazie alle suggestioni di Nesbit e Doyle.

| L'ombra e altri oscuri racconti, di Edith Nesbit. € 11,90, pp. 136 |

Illustrato da Daniele Serra, L'ombra e altri oscuri racconti si è rivelato sorprendente. Nota soprattutto per l'impegno politico e per i romanzi per l'infanzia, l'autrice inglese piace per la penna arguta e per le sequenze nitide come in un film dell'orrore. I suoi cinque racconti sono così inquietanti e romantici da sembrare un'ottima ispirazione per un'eventuale terza stagione della serie antologica di Mike Flanagan. Un gruppetto di ragazze parla di spettri e pettegolezzi dopo una serata danzante: perché non prestare ascolto all'esperienza della governante, che a casa di amici vide una figura informe fondersi con le ombre della stanza? Un marinaio cerca ospitalità presso un amico: avrà trovato la persona giusta, o si sarà imbattuto in un caso di omonimia? In visita a casa dei consuoceri, un giovane vede la fidanzata riversa in una pozza di sangue: dal momento che l'indomani è viva e vegeta, si è trattato di un incubo o di una premonizione? Un vecchio zio racconta al nipote della sua prima innamorata, incontrata al cimitero in una notte di luna piena. Un gruppo di agenti di viaggio, infine, prende alloggio in un albergo dalla fama losca: chi vorrà soggiornare nella camera numero 17, se gli ospiti sono destinati a suicidarsi? Elegantissima, affascinante, ironica, Nesbit ci guida in un mondo d'altri tempi fatto di balli, cripte, scienziati pazzi, filtri per l'immortalità, case costruite su antichi monasteri, narratori inaffidabili. La raccolta ha la favella degli antichi cantastorie e il chiarore delle lampade a olio. Cosa si muove ai margini del nostro campo visivo? Sono più spaventose le cose che vediamo, infatti, o quelle che non vediamo? L'attesa stessa di un'apparizione, di un genuino sobbalzo, creerà dipendenza fino all'ultima pagina.

| Il parassita, di Arthur Conan Doyle. € 10,90, pp. 144 |

Metodo scientifico e mesmerismo si sfidano nel Parassita: il racconto che non ti aspetteresti da qualcuno come Arthur Conan Doyle. Il padre del detective più famoso al mondo, infatti, aveva una passione segreta condivisa dalla maggioranza dell'élite ottocentesca: l'occulto. Come mostra la serie TV Penny Dreadul, nei salotti altolocati non erano infrequenti medium e cartomanti. Invitato a una serata di queste, un professore notoriamente scettico fa la conoscenza dell'enigmatica Miss Penclosa: originaria delle Indie Occidentali, la donna lo sfida. L'occulto esiste, e glielo dimostrerà. L'accademismo esclude in automatico l'esistenza del soprannaturale? Ha inizio così un braccio di ferro giocato tra attrazione malsana e strenua resistenza. Ipnotizzato, il protagonista scoprirà che lo stato di trance perduta anche in altri contesti e stimola, inoltre, i suoi lati più oscuri. Al centro di un deperimento fisico e psicologico, rischierà di perdere la cattedra, l'onore e l'amore. Alla mercé di una fattucchiera che lo manovra alla stregua di una marionetta. Intrappolato nella fitta rete della suggestione, neanche il lettore non ha scampo. Questo racconto – sofisticato, complesso e pungente: peccato per la risoluzione, non all'altezza del genio di Sherlock Holmes – è il diario di un'inquietudine dove il narratore prende nota giorno per giorno della sua perdita di controllo; della sua lucidità destinata sempre più a scemare. Sia per la struttura sia per i risvolti psicologici, gli amanti di Bram Stoker non potranno far altro che pensare a Dracula: il principe delle tenebre che traviava gli uomini tutti d'un pezzo, sabotava i matrimoni annunciati, abitava i pensieri e le esistenze delle vittime. Come il supremo dei parassiti, il più inscalfibile.

venerdì 20 novembre 2020

Recensione: Rebecca la prima moglie, di Daphne du Maurier

| Rebecca la prima moglie, di Daphne du Maurier. € 15, pp. 425 |

Quando una giovane dama di compagnia si innamora corrisposta di un fascinoso vedovo, sembra il principio di una fiaba. O meglio, l'epilogo: quando la nostra coppia di eroi, scortata su una carrozza, scompare felicemente nell'orizzonte dei titoli di coda. Cosa succede alle principesse dopo il lieto fine? All'indomani di luna di miele consumata tra Venezia e Parigi, è necessario assumersi i doveri di padrona di casa. Ma le vesti di nuova Signora de Winter non calzano a pennello alla protagonista, timida e goffa, che preferisce le gonne di flanella agli abiti eleganti; che sembra più una sguattera che un'aristocratica. Cos'ha conquistato Max? Se lo chiedono tutti. Se lo chiede anche lei. Quelli che agli occhi degli ospiti e della servitù sembrano difetti, però, per Max sono pregi impagabili: la sposina, nel suo confortante anonimato, è perfetta per scongiurare pettegolezzi e mondanità. Ma la labirintica Manderley, immersa in una natura lussureggiante che all'improvviso cede il passo alla scogliera, è un castello che racconta già la storia di un'altra donna: Rebecca, morta un anno prima per annegamento. La prima moglie è una R inclinata nella dedica di un libro di poesie, è un angioletto di ceramica sapientemente scelto per arricchire una scrivania, è un profumo che non va via dalle tende, è un capello corvino rinvenuto su una spazzola, è un elegante guardaroba nell'ala ovest. La signora Danvers, la governante subdola e inquisitoria, sembra esserle ancora devota, al punto da trattare l'altra donna alla stregua di un'usurpatrice.

Conoscevo il suo viso, minuto e ovale, la pelle bianca e liscia, la gran massa di capelli scuri. Sapevo che profumo usava, ero in grado di immaginarne la risata e il sorriso. Avrei riconosciuto la sua voce, se l'avessi udita, anche in mezzo a mille altre. Rebecca, sempre Rebecca. Non mi sarei mai liberata di Rebecca.

Tormentata da paragoni impietosi, commenti malevoli e occhiatacce, la protagonista si scopre sepolta viva in un reliquario: in compagnia di uno scheletro scricchiolante, che tutt'ora detta legge. Si può essere all'altezza di un ricordo? Mentre le lunghissime descrizioni e i dialoghi altisonanti ne tradiscono qui e lì l'età anagrafica – il classico del gotico, celebre per l'adattamento premio Oscar di Alfred Hitchcock, ha ben ottantatré anni –, il talento di Daphne du Maurier continua comunque a sorprendere grazie alla sottigliezza psicologica della narratrice. Sprovvista non a caso del nome di battesimo, la protagonista divorata da insicurezze e paturnie risponde all'ozio delle sue giornate con fantasticherie inquietanti. Cosa farebbe Rebecca? Quanto sarebbero leggendarie le sue feste in maschera? Come bacerebbe il marito? Immaginandone i modi di fare, la voce, gli sguardi, la seconda moglie evoca a tratti la presenza evanescente della prima in una possessione demoniaca che non scomoda né diavoli né almanacchi. Calata in un contesto sempre realistico, questa è una ghost story atipica perché disputata quasi interamente nella mente di una protagonista ordinaria all'apparenza. L'autrice è incedibile in questo: la ricerca di spine nel cuore dell'idillio e di ombre ambigue in una damina altrimenti soggetta a soprusi e svenimenti.

A volte, mentre cammino lungo questo corridoio, mi immagino di averla alle spalle. Quel passo leggero e svelto. Lo riconoscerei tra mille altri. E nella galleria dei menestrelli, sopra l'atrio. Ai vecchi tempi la sera stava lì, appoggiata alla balaustra; guardava giù e richiamava i cani. Anche adesso mi capita di vederla ogni tanto. Mi par quasi di sentire il fruscio del suo abito sui gradini dello scalone, mentre scende per venire a cena. Credete che lei in questo momento ci stia guardando? Ci starà ascoltando, mentre parliamo? Pensate che i morti vengano a controllare i vivi?

Quando il mistero sulla fine di Rebecca finisce per essere sviscerato in ambienti più convenzionali – prima l'aula di un tribunale, poi un salotto che fa da sfondo a un interrogatorio alla Christie –, il romanzo diventa un giallo prolisso e cavilloso; lo svelamento di una fitta serie di bluff già noti al lettore, che purtroppo toglie al personaggio della Danvers – indimenticabile negli adattamenti – il diritto a un'uscita di scena trionfale. Regalarsi la lettura di Rebecca oggi, all'epoca dell'ennesimo remake Netflix, è come recuperare un film in replica talmente famoso da risultare per forza di cose già noto in linea di massima. Uno di quelli in bianco e nero, impreziositi dal glamour della vecchia Hollywood, che da un lato sembrano di una grazia ormai tramontata e dall'altro moderni come non mai. Dietro un cancello arrugginito, al termine di un colossale viale alberato, la vista di Manderley – benché ormai decaduta, vittima di vandali e rampicanti – continuerà a ispirarvi soggezione. E con lo sguardo all'insù, intimoriti dalla sua fama di casa stregata, vi chiederete: quale delle due donne era il fantasma che la infestava?

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Billie Eilish – No Time to Die

martedì 20 ottobre 2020

Recensione: Malinverno, di Domenico Dara

Malinverno, di Domenico Dara. Feltrinelli, € 18, pp. 330.

Se nell’immaginaria Timpamara tracciassimo una linea tra il maceratoio e il camposanto, otterremmo una retta perfetta. Lo stupore, poi, crescerebbe ulteriormente dopo la seguente constatazione: la biblioteca comunale sorge proprio a metà strada. Da un lato dunque avremmo il luogo in cui vanno a morire i libri, dall’altro quello in cui muoiono gli esseri umani, e giusto al centro una bolla che ristabilisce gli equilibri per magia: nelle biblioteche, infatti, tanto le storie quanto gli uomini che le hanno scritte sono salvi dall’oblio. A dispetto della caducità della carta stampata, sugli scaffali non si muore mai.


In ogni angolo di Timpamara, su davanzali, panchine, portabagagli delle auto, sui sacchi della spazzatura e perfino sui cappelli delle signore, poteva trovarsi la pagina di un romanzo: quando le genti le raccoglievano la leggevano, e se non piaceva non la buttavano ma l’appoggiavano da qualche parte, nella fioriera del marciapiede o su un gradino, fermata da una pietra affinché qualcun altro la prendesse; se piaceva, invece, la portavano a casa e la conservavano. Leggevano tutto e tutto serbavano, i timpamarani, quasi a contrappesare il destino di distruzione del macero: lì i libri venivano cancellati, loro invece li tenevano in vita.

 “Custode di libri, guardiano del cimitero, protettore dei vinti”, Astolfo Malinverno si giostra tra un polo e l’altro. Timido e perseguitato dalle sciagure, ha un modo tutto suo di stare al mondo e poca dimestichezza coi vivi. Pertanto non si cruccia troppo dell’ennesimo incarico annunciatogli dal messo comunale: mentre nel pomeriggio registra i prestiti bibliotecari, al mattino appunta i trapassi. Tanto i lettori quanto i parenti dei defunti presentano simili idiosincrasie. Un novello Lazzaro si avvicenda così a un assicuratore con ambizioni proustiane; qualcuno vorrebbe seppellire il proprio animale domestico e qualcun altro un arto mutilato; c’è chi sfoggia sul loculo una foto in coppia con l’amante platonica e chi, invece, vorrebbe sposare il fidanzato fresco d’incidente mortale; infine ecco entrare e uscire puntualmente i visitatori più enigmatici di tutti. Un uomo incappucciato, che ausculta l’ambiente circostante con un paio di cuffie, e una bellissima donna di nero vestita che indugia ai piedi di una tomba in particolare: peccato che la defunta, che Astolfo nel frattempo ha soprannominato Emma Bovary, sia la sua copia carbone. Cosa cercano i vagabondi inquieti che si muovono entro quelle mura di cinta? Ci si può innamorare perdutamente di un fantasma?

Bisogna essere soli per sapersi prendere cura di altre solitudini.

Nel terzo romanzo di Domenico Dara, autore che scopro qui per la prima volta, succedono letteralmente cose dell’altro mondo. Ho pensato alle atmosfere della poesia cimiteriale, tetra e romantica. Ho pensato, soprattutto, ai mondi incantevoli del compianto Zafon. Giunto in libreria a fine estate, Malinverno si è rivelato la lettura ideale in abbinamento con i primi rigori dell’autunno, con i tè fumanti sorseggiati a merenda e, soprattutto, con i preparativi per l’imminente Halloween. Il romanzo si muove avvolto in atmosfere piacevolmente lugubri, e ha un gusto per la narrazione che riempie gli occhi di nostalgia: è figlio d’altri tempi, è una creatura sovrumana in cui ogni minimo figurante vive di alte citazioni – e trattandosi di un romanzo corale, quindi, impossibile non leggerne di bellissime. Tutto racconta una storia. Ogni nome della galleria di Domenico Dara – popolosa e, isolato difetto, forse un po’ dispersiva – convive con rimpianti, segreti, ambizioni, amori persi e amori ritrovati. Può Astolfo, sensibile com’è, far sempre propri il dolore e le vicissitudini altrui? Quando troverà il coraggio di vivere davvero?

Perché chi ama, appena scopre nell’altro un cedimento o una manchevolezza, non ha altro scopo che apparare e livellare, che forse a questo serve l’amore, a sentirci necessari, a essere lo stucco sulle incrinature dei vetri, la toppa sugli strappi dei tessuti, il punto tra le pelli lacerate.

Artefice di uno Zibaldone pieno di note a margine, il protagonista condivide a cuore aperto hobby e paturnie. Una su tutte: l’abitudine a riscrivere dal nuovo i finali dei romanzi più celebrati, a suo dire manchevoli se provvisti di lieto fine. Lo ammetto, sì, sono d’accordo con lui: le storie perfette sono quelle che garantiscono il crepacuore. Ma leggendo dei suoi sospiri verso Emma – morta chissà quando, morta chissà come: ora riposa nell’anonimato, all’ombra dei fiori di cardo –, è difficile non opporsi alla rigorosa logica di Astolfo. Non confidare  in un’eccezione alla regola. A questo romanzo e all’eroe eponimo, insomma, si finisce per volere un bene oltre misura. Sarà che sono entrambi generosi nel condividere pagina dopo pagina passioni, dettagli, aneddoti: francamente basterebbero per altri dieci romanzi. Sarà che, più che pieni di umanità, ne sono ricchissimi, sovrabbondanti. Qui e lì si perde l’equilibrio: sul filo dell’equilibrista, insieme a loro, portano sospese le sorti di tutta Timpamara. Ma quando il numero circense riesce ugualmente, nonostante tutto, come trattenere un piccolo boato di meraviglia?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Evanescence – My Immortal

giovedì 9 luglio 2020

Recensione: Il paese dalle porte di mattone, di Giulia Morgani

Il paese dalle porte di mattone, di Giulia Morgani. Harper Collins, € 18, pp. 346 |

Quando i fratelli Lumière proiettarono uno dei loro primi cortometraggi, gli spettatori abbandonarono le postazioni urlando. Sul telone veniva proiettato l’ingresso del treno nella stazione di La Ciotat e l’immagine appariva così realistica da generare inquietudine: il mezzo avrebbe forse travolto il pubblico in sala trapassando il muro? Nell’immaginario, da allora, i treni rappresentano il dinamismo e la modernità: il progresso che alletta ma spaventa. Per me non è un caso che la salernitana Giulia Morgani – attrice e sceneggiatrice  qui al suo esordio – abbia voluto un capostazione come protagonista del suo primo romanzo, conciliando così la sua formazione cinematografica al simbolo per eccellenza del progresso. Il paese dalle porte di mattone, su carta un horror alla Pupi Avati, racconta infatti le difficoltà di un uomo di mondo alle prese con concittadini chiusi al nuovo.

Non è cosa per noi, la città. Siamo quello che siamo, non si può sfuggire. È come per questa nebbia, ti viene a cercare e ti ricorda chi sei. Non la vogliamo la città.
A Centounoscale Scalo, un borgo fittizio in un Sud imprecisato, nessuno si ferma mai per restare. Il treno passa soltanto due volte alla settimana. Non ci sono né chiese né scuole. La natalità è in stallo. La maggioranza delle case, per di più, presenta misteriosi sbarramenti: muri di mattoni che impediscono l’ingresso in camere specifiche  e che dietro, scavando, nascondono tragedie indimenticabili. Quale futuro potrebbe esserci lì per Giacomo, giovane di belle speranze che nel secondo dopoguerra, con la sua bella divisa inamidata, sogna un impiego sereno e remunerativo? Accolto in malo modo, fa fronte a scortesie grandi e piccole e affitta una stanza a casa di una coppia di fratelli poco raccomandabili: isolati dal resto della comunità, Pantaleno e Basilio hanno i coltelli in camera da letto, le finestre sbarrate e degli asini con le orecchie mozzate. Dieci anni prima è accaduto qualcosa di terribile. Indagare lo condurrà a una verità triste e polverosa. Perché i muri a volte proteggono, altre nascondono, altre ancora tagliano fuori.

Una volta in quella fornace cuocevamo vasi, piatti, brocche. Poi mattoni, mattoni, nient’altro che mattoni. Nell’illusione che avremo dimenticato. E ci avremmo chiuso dentro anche il dolore. Ma quello continuava a uscire fuori. Nessun muro poteva contenerlo.
L’autrice attinge agli archetipi e alle suggestioni di un genere consolidatissimo, ma aggiunge i colori tipici del nostro folklore. Alcuni capitoli scritti in corsivo, narrati dal punto di vista degli abitanti, mi hanno ricordato inoltre le lamentazioni dell’Antologia di Spoon River: voci rotte e drammi privati, in un’intensa carrellata di storie complementari. Il fascino diffuso, per fortuna, contribuisce a coprire anche i difetti di un intreccio fragile e ripetitivo. Nella seconda metà il romanzo diventa qualcosa a cui la veste grafica dark, un po’ fuorviante, non mi aveva preparato. Anziché scandagliare a tappeto le ombre, Giacomo le combatte. Desidera riportare il paese in vita, cerca alleati, dà il via a una ristrutturazione graduale e utopistica. Il gotico che all’inizio prometteva brividi di paura si stabilizza su sentieri meno impervi, ma al contrario comodi e rassicuranti. Perde l’elemento horror all’insegna di un dramma corale sulla perdita e sulle piccole rivoluzioni, con un paesino sinistro a fare da sfondo a una vicenda che ha finito per ricordarmi Klaus – la favola di buoni sentimenti targata Netflix – sia per il linguaggio pulito sia per il messaggio di rinnovo. Prevedibilmente, a fare la differenza sarà la generazione rappresentata da Roberto e Malvina: bambini vittime della superstizione e dell’analfabetismo. Quando il treno di Giacomo fischierà, Centounoscale si metterà finalmente in cammino? Il lieto fine rischia di deludere chi, come me, si aspettava al contrario una vicenda torbida. Ma una volta venuti a patti con in contenuti – più rassicuranti del previsto –, quello nel Paese delle porte di mattone resterà comunque un soggiorno piacevole, grazie alle atmosfere caratteristiche e alla bontà dell’anfitrione.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Le rondini - Lucio Dalla

lunedì 9 settembre 2019

Recensione: Il signor Diavolo, di Pupi Avati

| Il signor Diavolo, di Pupi Avati. Guanda Editore, € 16, pp. 202 |

Ridevano le finestre del suo più grande successo. Un giallo di culto negli anni Settanta – fra i suoi estimatori si ricordano Quentin Tarantino e Eli Roth –, ambientato sullo sfondo della campagna emiliana e nel mondo dell’arte sacra. Recuperato in tempi recenti, ho scoperto un film invecchiato malamente ma un intreccio accattivante: al di là delle immagini ormai slavate e di un cast di sconosciuti non sempre all’altezza, si ricordano i paesaggi – inconsueti perché luminosissimi, lontani dalla trafficata Torino di Dario Argento – e la sofferenza sul viso di un San Sebastiano da restaurare. Chiamato a dare nuovo lustro all’affresco e a rivangare la sorte di un pittore morto di follia, era un giovane di città: curioso come il gatto del proverbio, in una matassa di donne fatali e concittadini omertosi, rischiava di lasciarci lo zampino. Nel frattempo l’instancabile regista, ottantenne, non si è fermato. Dalle commedie in costume ai drammi familiari, dal grande schermo al piccolo, è una presenza costante del nostro cinema. Ma i fan dell’horror reclamavano da un po’ il suo ritorno ai fasti splatter. In sala da qualche settimana, Il signor Diavolo aveva messo già alla prova le inquietudini dei lettori. Prima romanzo, poi film, omaggiava a tratti il famoso predecessore ma trasferiva il mistero in Veneto, all’epoca del dopoguerra: per deformazione professionale, prevedibilmente, ho preferito dare la precedenza al volume Guanda.

Il parroco di Lio Piccolo non c’era quasi mai, così per la prima comunione ci preparò il suo sagrestano. Lo faceva la sera quando era già buio. Lui sapeva tutto del diavolo, anzi ci aveva insegnato a chiamarlo il signor Diavolo perché diceva che le persone cattive bisogna trattarle bene.

Roma è in macerie, la stazione Termini è in fase di costruzione. In un appartamento semivuoto, con Nilla Pizzi impegnata a struggersi in un ritornello alla radio, l’inquieto Furio fa i conti con i morsi dell’abbandono: fervente cattolico, è impensierito dai debiti – ha preso in gestione una tabaccheria fallimentare – e dalla vergogna che lo lega a Laura, l’ex moglie. Per il viaggio di nozze, da innamorati, avevano pensato a Venezia. Ci andrà, adesso, ma in completa solitudine: così detta un incarico ministeriale che nessuno sembra volere. Inetto, assuefatto alla disistima dei colleghi, parte per Lio Piccolo per conto della Democrazia Cristiana: il suo compito, salvare il buon nome della cristianità attraverso un ispezione. Il caso è già chiuso: il piccolo Carlo, affranto per la morte dell’amico Paolino, avrebbe ucciso a pietrate Emilio – un forestiero di nobile famiglia, grosso e tonto, con una dentatura bestiale e uno scandalo nel passato. Il movente: una possessione demoniaca. Quella che dovrebbe essere la fine di Emilio è l’inizio della storia di Furio. Ci sono dettagli stridenti, incongruenze, dilemmi etici e morali; perfino il medico legale e l’addetto agli esami balistici, davanti a un cadavere con qualcosa di strano, alzano bandiera bianca.  L’ispettore dall’ego infranto legge gli incartamenti e prende il primo treno. Non è pronto al sopraggiungere dei ricordi d’infanzia. Non è pronto alle nebbie perenni, a esondazioni che disturbano la pace dei cadaveri, alla forza oscura dei riti rurali.

Fisso quella brodaglia lucida e ferma e all’improvviso so perché quella grande pozza è lì davanti a me. Non c’è nessuna ragione per farsi venire un’idea così. Però sono certo che qui, ancora all’asciutto, dove mi sono fermato, sul limite di questa pozza, finisce la prima parte della mia vita. […] Dall’altra parte c’è un viaggio che probabilmente la maggior parte dei miei colleghi ha rifiutato di fare accampando le scuse più fantasiose. Dall’altra parte c’è la mia morte.

Splendidamente reso, il paese è un microcosmo invalicabile su misura di questi ragazzini isolati e macilenti, incattiviti dal conflitto armato e dall’analfabetismo. Squallida e respingente, tanto lontana dal glamour del Festival ospitato lì in questi giorni, la laguna – poco più che una brodaglia nera, di pantegane e infezione – culla il lettore in una fiaba sacrilega fino all’annegamento. Lo stile di Avati, anche scrittore sorprendente, è elegante e visivo: aperto a digressioni e approfondimenti psicologici, indugia nell’ambiguità dei conflitti – politica e religione, raziocinio e superstizione, scienza e fede – e svela le agghiaccianti crudeltà dell’universo contadino, legato a doppio nodo a pettegolezzi di malaugurio e credenze ancestrali. Il clima è uggioso, come in ogni ghost story che si rispetti. La luce elettrica, che proprio in quel periodo prendeva lentamente piede, si nega lasciando le case al buio. Peccato che la ricerca pericolosa e disperata di un protagonista difficile da amare, convincente soprattutto nelle fragilità, sia destinata a un epilogo frettoloso e inappagante: unica concessione all’horror a buon mercato; unica vera sbavatura imperdonabile. 
In attesa di scoprire il film – anche in questo caso la trasposizione cinematografica è destinata a rimanere inferiore? –, scesi a patti con il finale, Il signor Diavolo suggestiona e spaventa. Romanzo gotico di quelli che difficilmente trovano spazio sugli scaffali, rigoroso e vecchio stile: mica un incubo da “ridere”.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Cherry Glazer – Tip Toe Through The Tulips

mercoledì 3 luglio 2019

Recensione: Dracul, di Dacre Stoker e J.D. Barker

| Dracul, di Dacre Stoker e J.D. Barker, Nord Editore, € 18, 60, pp. 470 |

Sono assolutamente convinto non vi sia dubbio alcuno che i fatti qui descritti siano accaduti davvero, per quanto incredibili e incomprensibili appaiono a prima vista.

Nella prefazione al suo capolavoro, pietra miliare del genere horror, Bram Stoker spiazzava l'editore scrivendo queste esatte parole. Verità destabilizzante o trovata commerciale al passo con le moderne strategie di marketing? Nella Londra del tardo Ottocento, terrorizzata dal sangue versato a White Chapel dalle stilettate di Jack Lo Squartatore, meglio non alimentare ulteriore allarmismo; meglio ricacciare i vampiri fra le pagine della narrativa di finzione, sei piedi sotto terra. La nota dell'autore venne censurata, così, assieme alle cento pagine iniziali: smembrato e ricucito, il manoscritto si trasformò sulla scrivania dell'editore. Da allora, è stato al centro di un mistero pari per grandezza soltanto al suo fascino. Centoventi anni dopo risulta impossibile venirne a capo, districando le speculazioni degli studiosi dalle ultime volontà dell'autore: pur avendolo letto e profondamente amato quando non avevo ancora l'età, per esempio, io stesso non ricordavo che nel romanzo non venisse mai menzionato Vlad L'Impalatore. Un'intuizione della critica, in cerca dell'identità del Principe delle Tenebre, poi entrata nell'immaginario collettivo grazie all'indimenticabile Francis Ford Coppola: il film, fedelissimo, aveva il nome di Stoker perfino nel titolo, ma si prendeva licenze poetiche nel tentativo di collocare storicamente la figura del conte. Com'è nata? Meraviglia che l'idea di raccontare la genesi dell'opera sia venuta in mente soltanto ora, francamente, leggendo in una qualsiasi nota biografica dettagli piuttosto sospetti.
Vittima di una malattia che da bambino lo condannò a un isolamento a confine con l'agorafobia, Bram guarì miracolosamente dopo un comune salasso e alla sua morte, avvenuta a sessantacinque anni, diede disposizioni affinché la sua salma venisse cremata secondo una pratica all'epoca poco diffusa. Quale enigma doveva ridurre in cenere insieme alle sue ossa? Dacre Stoker, suo discendente, firma in coppia con J.D. Barker un omaggio che a sorpresa si rivela una gemma del gotico. Tutto ha inizio con la lunga notte di un uomo braccato da voci, ombre e ricordi nel torrione di un'abbazia sconsacrata: rose bianche, specchi e crocifissi possono tener fuori l'invasore, non l'inquietudine. Quell'uomo era Bram Stoker, qui personaggio di un incubo letterario degno dei suoi.

La gente crede solo a ciò che può comprendere.

In compagnia della sorella Matilda, da bambino, il protagonista leggeva troppi gialli, si annoiava, ficcava il naso dove non avrebbe dovuto. Dalla sua soffitta affacciata su una Dublino prostrata dalla carestia, animava i suoi pomeriggi grazie alla cronaca nera – cadaveri trafugati per sperimentazioni scientifiche, stragi domestiche mosse dalla disperazione – e ai comportamenti inspiegabili dell'affezionata tata Ellen. Questa Mary Poppins da brivido cambiava ogni giorno il colore degli occhi, imprevedibili al pari delle sue assenze frequenti, e nei ritratti appariva sempre diversa. Ma tutto le veniva perdonato, dal momento che aveva imparato a rendersi indispensabile all'interno di una famiglia popolosissima, e nessuno poteva spingersi nei meandri della sua camera da letto. Legato a lei da un filo ostinato, in un rapporto simbiotico che sfida il tempo, Bram le deve tutto: l'ispirazione e l'eterna dannazione. Al punto da seguirne le tracce, quindici anni dopo, in compagnia dell'anticonformista Matilda e del fratello maggiore, Thornley, preoccupato dall'improvvisa follia della moglie. I bambini cresciuti, come in It, formano un trio affiatato per illuminare l'oscurità di un'infanzia sospesa nel dubbio. Dopo aver reclutato l'ungherese Arminius Vambery, gentiluomo con il pallino dell'occulto che ispirò il personaggio di Van Helsing, gli imprudenti Stoker si accorgeranno di non essere gli unici sulle tracce dell'ex tata. Ma Ellen, struggente personaggio femminile sbucato quasi da una novella di Boccaccio, intanto cosa cerca?

Sta venendo la morte per tutti noi; sarà prodigiosa.

C'erano una volta, tanto tempo fa, una contessa innamorata di un contadino senza arte né parte; un uomo dagli occhi fiammeggianti e con l'accento con l'est, che si vocifera abbia stretto un patto con il Diavolo; le sciagure della famiglia O'Cuiv, decimata sì ma non dall'inedia. Rispolverando il piacere delle fiabe folkloristiche e il gusto per la suggestione dei racconti orali, Dracul è un'avventura che riprende nei minimi particolari l'impalcatura del successo di Stoker e, senza tralasciare nulla del breviario horror – cuori pulsanti nei barattoli di formaldeide, cadaveri in fuga dagli obitori, insetti e poteri psichici –, sbarca infine in un villaggio fantasma in Baviera. Se i pericoli non sono soltanto soprannaturali, meglio temere il calare delle tenebre o al contrario aspettarlo? 
Elegante e rigorosissimo, il romanzo prequel segue passo passo le regole del Dracula originale. Ne viene fuori una lettura bellissima, che abbraccia una narrazione ad ampio respiro e una struttura familiare, fatta com'è di fitti carteggi, note dattiloscritte e pagine di diario. Dietro la notte cupa e tempestosa dei proverbi si nasconde un lavoro filologico credibilissimo, che ha davvero del magico. Quando la curiosità è un prurito inestinguibile, proteggiti il collo dal bacio dei morsi; mettiti al riparo. La popolano un conte diverso da quello che pensavi di conoscere e una storia, in perfetto equilibrio fra biografia e finzione, che invece non conosci ancora. A casa dovresti essere al sicuro. Questo brivido vecchio stile picchietta alla finestra con discrezione, desidera un invito formale per morderti. Ci sono cresciuto, e ne avevo nostalgia. Io, come il giovane Bram, l'ho lasciato entrare.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Annie Lennox - Love Song for a Vampire