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venerdì 30 dicembre 2022

Recensione [romanzo e film]: Bones and All, di Camille DeAngelis

 | Bones and All, di Camilla DeAngelis. Mondadori, € 15, pp. 312 |

“A diciassette anni ho iniziato a morire di fame”, canta Florence Welch. “Pensavo che l'amore fosse una specie di vuoto nella pancia”. Per Maren e Lee, a quell'età, l'amore altro non è che sazietà sconsiderata e bulimica. Cannibalismo. Sono venuti presto a capo della loro natura. Lei, ad esempio, l'ha scoperta mangiando la sua babysitter: la madre l'ha trovata infante o poco più in una pozza di sangue, con un osso della donna per ciuccio. È da allora che Maren fugge, sapendo che è destinata a distruggere tutto ciò che ama. Abbandonata dalla madre e in cerca del padre, la protagonista incrocia un proprio simile in viaggio verso il Minnesota. E se ne innamora. Accanto a Lee scoprirà la fallibilità degli adulti, il turbamento del sesso e, soprattutto, i lati oscuri di una America degradante zeppa di stazioni di servizio abbandonate e alienanti centri commerciali. Novelli senzatetto, invisibili agli occhi dei più, i protagonisti viaggiano con il pollice teso per fare l'autostop – i bagagli leggeri, i cuori pesanti. Stare insieme è un misto inestricabile di paura e tenerezza. Il loro percorso, sprovvisto di particolari scene madri, è una strada dritta ma dall'asfalto sbeccato; un intreccio che non punta mai ai colpi di scena, ma all'universalità di una storia che parte dall'horror per raccontare la violenza delle prime volte. Crescere è uno strappo. C'è chi li braccherà, chi invidierà la loro sintonia al punto da implorare di essere mangiato pur di divenire finalmente parte di qualcosa di grande e significativo, chi al luna park riceverà in regalo un peluche di ET – L'extraterrestre. Il loro sentimento, acerbo, è al centro di un romanzo che acerbo lo è altrettanto. L'esordio di Camille DeAngelis ricorda le contaminazioni di Lasciami entrare e Non mi uccidere, ma perde poi la bussola in un epilogo monco e sospeso.

Quella sera ho scoperto che ci sono due tipi di fame. Ce n'è uno che posso soddisfare con gli hamburger e il latte al cioccolato, ma c'è un'altra parte di me che resta in attesa. Può aspettare per mesi, magari anche anni, ma prima o poi dovrò cederle. È come se ci fosse una voragine dentro di me, e quando assume quella forma là c'è soltanto una cosa che la possa riempire.

Per fortuna, pur non traendone il capolavoro decantato da alcuni, Luca Guadagnino ha setacciato i pregi del romanzo Young Adult e li ha potenziati. In una calda estate italiana, d'altronde, un adolescente si masturbava con una pesca mentre la radio cantava Battiato. Ci può forse stupire che l'autore di Chiamami col tuo nome sappia raccontare con delicatezza una storia d'amore e cannibalismo destinata a un pubblico adolescenziale? Senza mai scivolare nel ridicolo a dispetto della sceneggiatura un po' lacunosa, questo Guadagnino non sorprende ma perturba. Ibrido non sempre equilibrato (aveva già fatto qualcosa di simile, e meglio, il francese Raw), Bones and All usa lo splatter per scavare a mani nude tra le incertezze della crescita e tra i segreti di un Paese in cerca di autoaffermazione. I protagonisti, due romantici serial killer, seminano per due ore sospiri, raccapriccio e vittime straziate. Russell, con i suoi grandi occhi da cerbiatto, si lascia condurre dal più smaliziato Chalamet: in sintonia, i due si intrattengono con gli irriconoscibili Stuhlberg e Sevigny mentre fuggono via da un gigioneggiante Rylance. Si leccano a vicenda labbra e ferite. Ma, ancora una volta, si ha la sensazione di conoscere in anticipo le tappe di questo viaggio chiamato crescita; risvolti shock compresi. Restano la bellezza dei movimenti di macchina e quella della gioventù; la fame di pesche, che batte prevedibilmente quella di carne umana; il sole negli occhi, il vento nei capelli. E il sangue sulla faccia.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – Hunger

giovedì 9 dicembre 2021

Ritorni d'autore: È stata la mano di Dio | Il potere del cane | Qui rido io | Last Night in Soho | Madres Paralelas

Non ti disunire”. È il consiglio che il regista Antonio Capuano dà all'alter-ego di Paolo Sorrentino. L'autore premio Oscar disobbedisce. Come Jack Frusciante, esce dal gruppo. Si può tornare sui propri passi? Di nuovo giovani? Nel suo film più personale, Paolo racconta Paoletto (anzi, Fabietto). Un liceale malinconico che vive attraverso le storie della propria famiglia: quando quest'ultima si disgrega, la crisi d'identità è in agguato. Ripiegherà, allora, sul cinema e su Maradona. Ma prima dell'epifania per la settimana arte, nata perché “la realtà è scadente”, c'è un'esilarante baraonda di parenti: quei genitori che si amano di un amore romantico, scherzoso, adolescenziale; zia Luisa Ranieri, struggente sogno erotico; l'altolocata vicina di casa e una sorella adolescente che, per tutto il film, sarà una voce fuori campo al di là della porta del bagno. La prima parte è un'irresistibile pranzo i famiglia; la seconda è un'educazione sentimentale piena di grilli parlanti e colpi di fulmine. Peccato per i siparietti grotteschi, marchio di fabbrica che finisce per irritare quando troppo sopra le righe. Meno artefatto, questo Sorrentino sceglie il cuore e l'immediatezza del cinema indipendente. Mentre il protagonista, pietrificato dal lutto, ammette di non riuscire a piangere, gli presteremmo volentieri le nostre lacrime per aiutarlo a uscire dall'appucundria. Combattuto tra orgoglio e vergogna, tra poesia e kitsch, Paolo fa pace con la propria adolescenza incappando in una contraddizione bella e buona: scappare lontano, sì, ma con Pino Daniele in cuffia. È il paradosso di un romanzo di formazione che si strugge appresso alle grandi gesta di Maradona e che, a miracolo avvenuto, con tutti pronti a festeggiare, preferisce ritirarsi nel bozzolo di un'epifania in atto anziché brindare allo scudetto. (8,5)

C'è più sesso nel cinema di Jane Campion che nella bibliografia pruriginosa di E.L. James. È impossibile non lasciarsi travolgere dalla tensione erotica, palpabile e dolorosissima, del suo ultimo film. Un dramma crudo, freddo e polveroso, sulla natura incontaminata del Montana e su quella, segreta, dei suoi cowboy in crisi. Presentato come l'anti-Brokeback Mountain, è l'adattamento fedelissimo dell'omonimo romanzo di Thomas Savage. È possibile una convivenza pacifica sotto lo schiaffo di un cognato irascibile? Kristen Dunst, donnina triste e alticcia, sposa il noioso Jesse Plemons. Il fratello maggiore di lui, un luciferino e sensuale Benedict Cumberbatch, si rivela un inquilino infernale: soprattutto per l'influenza che potrebbe avere sul giovane Kodi Smith-McPhee, adolescente efebico amante del fiori e delle autopsie. A dispetto dei ritmi lenti, si ha la sensazione di essere in una polveriera. Merito di una registra straordinaria, che racconta la repressione di Cumberbatch e, all'occorrenza, anche i languori del suo corpo nervoso. Mentre i comprimari convincono a tratti, il film si accende grazie al fascino alieno di Smith-McPhee. La sua silhouette bianca e sottile scatena una conturbante tensione drammaturgica. In un mondo che cambia, con il mito del machismo affidato a vecchi modelli ormai inattuabili, maestri e allievi testano la loro affinità intercettando cani nella forma dei monti. Il potere del cane è un western dell'anima sulle frontiere della sessualità, dove il pianoforte di Lezioni di piano soccombe, infine, all'incidere minaccioso del banjo. (8)

La compagnia di Eduardo Scarpetta e la sua eredità rivivono in un biopic sontuoso, denso, forse eccessivo nel minutaggio, che ha le fattezze di una grande saga familiare. In una Napoli tardo-ottocentesca rievocata con la precisione del cinema di Visconti, Felice Sciosciammocca ha rimpiazzato Pulcinella. Artefice di quella maschera popolarissima, Scarpetta si divide tra vita privata e palcoscenico. Mentre nelle sue case lussuose ospita un caos di moglie e amati, figli e figliastri (nove totali), a teatro fa il passo più lungo della gamba e parodia D'Annunzio. Mario Martone torna al cinema e in cattedra. E attraverso Scarpetta e la sua prole (uno sguardo d'eccezione, ovviamente, spetta ai fratelli De Filippo e alla loro madre: un'eccezionale Cristiana Dell'Anna) racconta i sogni di un'epoca, il tempo che passa, i gusti che si evolvono. Chiuso in un harem, il mattatore Servillo spartisce il sartù in parti disuguali e si atteggia a tiranno, dongiovanni, sfruttatore. Imperdibile per interpretazioni, comparto tecnico e ambizioni, il film non diventa un capolavoro per tanto così: poco compatto, sposta il focus da una dimensione personale all'altra e finisce per sacrificare il meglio, ossia la resa dell'universo familiare, per una farsa giudiziaria eccessivamente didascalica. Sdrammatizziamo: ad avercene, oggi, di produzioni capaci di parlarci di ieri allo stesso modo. (7,5)

Si può trovare sé stessi in un quartiere votato alla perdizione? È il paradosso a cui va incontro Eloise, studentessa di moda con grandi speranze e turbe psicologiche più grande ancora. Le bastano un monolocale in affitto, un giradischi e le luci al neon del vicino bistrot per chiudere gli occhi e riaprirli nell'Inghilterra degli anni Sessanta. Cos'hanno in comune Eloise e Sandy, la cantante che continua a incontrare con la complicità di Morfeo? Intrigante variazione sul tema dei viaggi nel tempo, l'ultimo film del sempre bravissimo Edgar Wright è un sogno sfacciatamente colorato e seducente in cui la provincialotta Thomasin McKenzie spererebbe di trasferirsi. Unita a doppio nodo alla splendida Anya Taylor Joy, rischierà la crisi d'identità di chi fatica a metabolizzare cambiamenti e compromessi. Ma l'alienazione secondo Wright ha un guardaroba invidiabile, colori pastello e uno spirito divertito, che purtroppo non turba mai a dispetto delle tematiche affrontare. Come dimenticare, invece, le mani che artigliavano la Deneuve in un capolavoro di Polanski? Il regista omaggia apertamente Repulsione, ma con una CGI spesso stucchevole. E aggiunge a fantasia un po' di Psycho e un po' della favola di Cenerentola, con il rischio che il suo thriller psicologico risulti più attraente che conturbante. Bello da ammirare e altrettanto godibile, ma non all'altezza delle aspettative, ribadisce quanto Londra, a volte, possa essere troppo. Non potremmo dire lo stesso di questa retromania dilagante? (7)

Dopo Dolor y Gloria, per me il suo film più bello riuscito insieme a Volver e Parla con lei, Pedro Almodovar torna al cinema e inaugura il Festival di Venezia. Atteso al varco con impazienza, non riesce a bissare la bellezza del film precedente. Seppure approcciato con aspettative ridimensionate per via dell'accoglienza ricevuta, a sorpresa più tiepida del solito, il suo ultimo melodramma delude e annoia: per me è tra i suoi film peggiori. La fotografa Penelope Cruz e la giovanissima Milena Smit partoriscono lo stesso giorno nello stesso ospedale. Diverse per estrazione sociale, vissuto ed età, si scoprono più vicine del previsto durante la maternità. Le uniranno una casa da condividere, un segreto doloroso e una passione saffica così precipitosa da risultare fuori luogo. A tentare di conferire maggiore originalità all'intreccio, questa volta, il regista spagnolo inserisce un insolito risvolto storico-politico: gli scavi per riportare alla luce il bisnonno della Cruz, sepolto in una fossa comune negli anni del franchismo. Cos'ha in comune la tragedia dei desaparecidos con la maternità? Francamente, non ho colto il nesso. Appesantito da un'intensità esasperante, che costringe le protagoniste a un campionario di mani tremule, occhi sbarrati e sospiri profondi, Madre Paralelas mette troppa carne al fuoco e, allo stesso tempo, troppo poca. La fotografia da soap opera, imbarazzante, non aiuta. (5)

martedì 17 agosto 2021

Recensione: La figlia oscura, di Elena Ferrante

 
| La figlia oscura, di Elena Ferrante. E/O, € 9,90, pp. 145 |

Leda è un'altra Lenù. Insegnante, quarantasette anni, da ragazza si è lasciata alle spalle le proprie origini per andare a studiare a Firenze. Ormai realizzata, ha un'aria sofisticata che spinge gli altri a trattarla con deferenza. In vacanza da sola sulla costa ionica, si ripara dal sole battente all'ombra di una pineta e spia con curiosità i rituali dei turisti. L'arrivo di una famiglia napoletana – grassa, invadente, rumorosa – provoca in lei un ribollire di sentimenti confusi e le ispira un flusso di pensieri che la riporta alla giovinezza, alla città che si è lasciata alle spalle pur di realizzarsi. In mezzo agli invasori spicca, per avvenenza e decoro, Nina: una giovane mamma all'apparenza perfetta, che al pari di Leda nasconde tuttavia dolorosi punti di rottura. Mentre la giovane si prodiga in mille moine pur di intrattenere la figlia – i loro giochi ruotano intorno a una bambola, cruciale ai fini della vicenda –, tra lei e la protagonista nasce una fascinazione reciproca; un'attrazione sottile e inspiegabile, dai significati incerti, destinata a cambiarle entrambe.

Certe volte scappare serve a non morire.

Recuperato in previsione dell'arrivo a Venezia dell'omonimo film di Maggie Gyllenhaal, La figlia oscura contiene una Elena Ferrante in pillole amarissime. Sempre riconoscibile, ma questa volta misteriosa, erotica e perturbante come il cinema di François Ozon, l'autrice della leggendaria tetralogia è un fiume in piena. Mai inutilmente accomodante, scandaglia il cuore femminile con la brutale coerenza di chi, ormai, ha stretto confidenza con i propri scheletri nell'armadio. Finestra in frantumi sulle contraddizioni, le insicurezze e le fragilità delle donne, il romanzo parla con toni foschi e simbologie orrorifiche di maternità, identità e abbandono. Ci si può realizzare come esseri umani ed essere al contempo genitori esemplari? Divorata dai sensi di colpa per lo scarso attaccamento alle figlie, che proseguono gli studi a Toronto ospiti del padre, Leda si scopre ipnotizzata dalle premure di Nina e vittima di quel particolare scombussolamento interiore chiamato “frantumaglia”.

Perché hai lasciato le tue figlie?”. Ci pensai, cercai una risposta che potesse aiutarla. “Le amavo troppo e mi pareva che l’amore per loro mi impedisse di diventare me stessa”.

Agli antipodi, in realtà, le due donne sono due facce della stessa medaglia. Nina è la donna che Leda avrebbe voluto essere; Leda è la donna che Nina vorrebbe diventare. Sedute ai lati opposti della spiaggia, si plasmano reciprocamente in un muto dialogo intergenarazionale. Stordente, forse troppo vicino alla brevità del racconto per concedere risposte nette, il romanzo è una vacanza su un mare che sembra un acquitrino. La luce del faro illumina a sprazzi la solitudine di Leda. Affisso sui pali della luce, un volantino annuncia la sparizione di una bambola – una pupattola con le gote di plastica, pochi fili biondicci per capelli e una stupida bocca semiaperta: sul fondo della pancia un gorgogliare di vecchi vermi – e lo struggimento della piccola proprietaria. Cos’è stato di lei, motore di tensioni impensabili? Signora Ferrante, è forse insieme a quelle perdute e mai ritrovate nella cantina di Don Achille?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Patty Pravo – La bambola

sabato 25 gennaio 2020

Mr. Ciak: Pinocchio | La dea fortuna | Martin Eden | The Nest

Sotto Natale sono stato a vedere Pinocchio in una sala piena di bambini. Solo e sospetto, ironicamente mi ero domandato: mi arresteranno a fine visione? Se io sono tutt'ora in libertà, forse arresteranno per mancanza di idee i cineasti di mezzo mondo. Questo è il pensiero che salta in mente davanti all’ennesimo rifacimento non richiesto, nonostante a dirigerlo sia chiamato un maestro del panorama italiano. Garrone traspone Collodi con fedeltà e rispetto estremi, ma la storia del burattino di legno che si sognava bambino in carne e ossa al cinema risulta piuttosto pesante a causa di una struttura fatta di continui andirivieni e ripensamenti, che rendono le due ore di visione estenuanti e ripetitive. Problema non della sceneggiatura, ma del romanzo stesso: non a caso la storia funziona meglio su carta oppure divisa a puntate, come succedeva già nell’adorata versione di Comencini. Il film nulla aggiunge e nulla toglie alla fama della fiaba e brilla unicamente per la magnificenza del comparto tecnico – trucco, scenografie, costumi – senza quasi mai ricorrere alla computer grafica: la resa di due personaggi – il grillo parlante e il tonno, bruttini – sarebbe stata però da rivedere. Il cast è costituito da grandi caratteristi nostrani, spesso resi irriconoscibili dal make-up, e brillano unicamente il Geppetto di Benigni e il piccolo protagonista, che tra la voce fragorosa e la “s” sibilante offre un’interpretazione sempre naturale. Algido e frettoloso, non aiutato dalla colonna sonora di uno svogliato Marianelli, Pinocchio non ha nemmeno il senso di meraviglia del Racconto dei racconti: film sì divisivo, ma in grado di mescolare con dosi più giuste realismo e magia. Diffidate da chi vi racconta sia bello. Diffidate da chi, al contrario, ve ne dice peste e corna. A entrambi, infatti, si allungherebbe il naso. (6)

La fortuna è cieca. La sceneggiatura dell’ultimo Ozpetek, purtroppo, peggio. A un certo punto si muove a tentoni; arraffa alla rinfusa tematiche, personaggi, scene madri; sbatte contro il ridicolo involontario di un viaggio in Sicilia completamente da dimenticare. Com’è possibile se la prima metà del film, al contrario, brillava di luce propria? Come, ancora, se questa volta il regista italo-turco è molto più nel suo – amicizia, amori, omosessualità, epiloghi da incorniciare? Salutato dai più come un ritorno alle origini, La dea fortuna parte bello e festosissimo nonostante i musi lunghi di Accorsi e Leo: coppia agli sgoccioli che ritrova slancio grazie ai figli di una cagionevole Trinca, di cui nessun’altro a parte loro parrebbe prendersi cura. Costellato di momenti poetici, di dialoghi tanto spietati quanto veritieri, il melodramma ha un cast in stato di grazia – Leo su tutti – ed emoziona quando racconta in tutta la sua universalità il rapporto di una coppia in crisi. A un certo punto, però, s’intromette la bella canzone di Mina a far da spartiacque: e il film trova ville da incubo e nonne streghe, che danno a una produzione per il resto equilibrata toni grotteschi e orrorifici. Si guasta all’improvviso allora, lasciando più arrabbiati che delusi. Passi pure la dimensione corale presto accantonata. Passi il messaggio, per me discutibile, che una coppia abbia bisogno di un figlio per cementificare l’amore. Passi la presenza della malattia, tematica francamente superflua. Ma perché Barbara Alberti in veste d’attrice? Ozpetek è un regista sensibile e un autore attento. Ma le sue fate ignoranti risultavano più moderne – e meno trash – vent’anni fa, quando di uomini e triangoli sentimentali nessuno osava parlare. (6,5)

Se in un’altra vita fossi un attore famoso, sognerei gli stessi ruoli da protagonista di Luca Marinelli. Per fortuna mi limito a guardare, e in poltrona ogni volta mi godo la bravura dell’attore romano. E quelle somiglianze caratteriali impercettibili che da Virzì a Mieli, fino ad arrivare a questo film del documentarista Pietro Marcello, ci rendono simili. Avido, ambizioso e sognatore, l'eroe eponimo colleziona lettere di rifiuto e porte in faccia: marinaio dall’istruzione elementare, studia da autodidatta soltanto per amore di Elena ma le soddisfazioni professionale – vorrebbe diventare scrittore – faticano ad arrivare. Né abbastanza acculturato né abbastanza rozzo, eppure senza mezze misure, lavora a racconti sordidi e si lascia tentare dalla vita politica. Quello di Martin è un personaggio che ho amato immensamente. Alla perfetta riuscita della prima parte, però, segue la pesantezza annichilente della seconda. Dove un melodramma raffinato e postmoderno si carica di connotazioni politiche di troppo; di discorsi densi e carichi, che nel bene e nel male gettano il personaggio sotto un’altra luce. E l’interpretazione di Marinelli – protagonista di una corruzione fisica e morale che lo imbruttisce e abbruttisce – si fa affamata, folle, grazie una regia dalle influenze documentaristiche e una colonna sonora un po’ francese, un po’ napoletana, un po’ elettronica. La cultura rende liberi o prigionieri? Si sta meglio nell’ignoranza? Il successo letterario, croce e delizia, è paragonabile a una nave alla deriva? Questo lupo di mare, infine, abbandona il timone per una macchina da scrivere. E forse scopre sé stesso, forse si tradisce. Forse annega, o forse nuota. (8)

Un bambino servito e riverito, protetto ai limiti della prigionia. Una madre imperscrutabile e vendicativa, circondata da domestici e figuranti sinistri. Gli ingredienti della loro convivenza infernale: nebbie perenni, crocifissi, musica classica. Il loro esilio forzato, retto da regole ferree, è una distopia a fin di bene? Nella casa entra presto il rock di Where is my mind. Entra un’adolescente in fuga, bella e ribelle, che tenta il protagonista con l’idea esecrabile della libertà. Il sorprendente e italianissimo The Nest, apprezzato da pubblico e critica internazionali, è un Lanthimos ad altezza bambino dislocato però nei castelli infestati della narrativa gotica Shirley Jackson. Ha sì qualche neo, ad esempio un colpo di scena finale che non convince del tutto, ma anche un buon gusto fuori dall’ordinario: vedasi la fotografia cupa e i costumi impeccabili, le scenografie eleganti come nel migliore cinema asiatico. Se la delicatezza della sceneggiatura ci regala danze incantevoli e sevizie da autentico teatro degli orrori, sono però la regia del trentottenne Roberto De Feo e l’intensità degli interpreti – su tutti Francesca Cavallin, di solito relegata a ruoli televisiva ma qui degna rivale degli antagonisti del Racconto dell’ancella – che ne fanno un esordio da incorniciare seduta stante. Un nido implica conforto, sicurezza, riparo. Ma in cima a un albero contribuisce a renderci isolati e irraggiungibili. Si può ingannare la crescita? Si può frenare la curiosità? Si può dimenticare il mondo? Le risposte, benché siano a volte un po' troppe, costituiscono un incubo familiare da cui non ci vorremmo svegliare. (7,5)

sabato 7 dicembre 2019

Mr. Ciak: Storia di un matrimonio | Un giorno di pioggia a New York | C'era una volta a Hollywood | L'ufficiale e la spia

Qualche giorno fa ho fatto l’albero. Mi sono subito accorto che c’era qualcosa che non andava: era stato riposto di fretta e qualche ramo si era spezzato; due delle quattro serie di luci led, inoltre, erano fulminate. Rinunciare all’idea oppure montarlo come andava andava? Storto e spennacchiato, adesso mi fa compagnia mentre scrivo: non è il primo che metto in piedi da solo. Odio l’allegria obbligata del mese corrente, e la conta degli alberi di Natale fatti alla bell’e meglio mi aiuta a tenere a mente gli anni trascorsi da quando siamo andati in pezzi. L’ultima immagine della mia famiglia risale a dicembre. Quest’anno fanno quattro anni: pensavo di più. Ripenso alla nostra vecchia formazione, e sembra una vita fa. Mentre cercavo di non cader vittima della malinconia, l’attesa alle stelle mi ha spinto a vedere l’ultimo film di Baumbach – acclamato a Venezia, ma tornato a bocca asciutta – in occasione di questa amara ricorrenza. A dicembre, ho visto finire anche il matrimonio tra Adam Driver e Scarlett Johansson. E la visione mi ha talmente devastato che in sala, sentendomi singhiozzare, qualcuno avrebbe chiamato un’ambulanza. Purtroppo o per fortuna, è soltanto su Netflix. La mia potrebbe sembrare la cronaca di un dramma pesante e distruttivo, ma chi conosce il cinema di Baumbach – io pochissimo, e ammetto di non averlo mai apprezzato – non può che aspettarsi siparietti esilaranti, vedasi ad esempio i piantonamenti dell’assistente sociale, o comprimari sopra le righe come l’avvocatessa di un’inviperita Dern. Lui e lei all’inizio restano in rapporti civili: legati da un sodalizio artistico lungo un decennio, giungono a un crocevia nel momento in cui le loro carriere prendono strade opposte – il primo scritturato a Broadway, l’altra assunta per una serie TV a Los Angeles. Il goffo pigmalione e la sua musa entrano in collisione per il bene dell’unico figlio. Chi lo crescerà, e dove? Inizierà una lunga battaglia legale e, senza esclusione di colpi, ci si farà male. Benché colti e divertenti, gli ex diventeranno delle belve: una sorte che non risparmia nessuno. Nemmeno il regista in persona, che in un film autobiografico commuove parlandoci delle contraddizioni dell’uno e dell’altro. Allora quanto odio per Scarlett: colei che fa il primo passo e sceglie infine il tribunale. Quanto odio anche per Adam: un gigante buono che, in una lite furibonda, vomita parole così oscene da farmi sentire l’esigenza di mettere in pausa lo streaming. Da figlio di separati, ho sentito ogni recriminatoria. Ma le lacrime sono scorse più per la bellezza dei piccoli gesti che per la bruttezza delle parole pesanti. Anche quando tutto è finito si trova infatti qualcosa per cui sorridere: il ritornello di un musical al karaoke; un foglio volante con su scritti i pregi della persona amata; il dettaglio di quei capelli ormai da accorciare, o di una scarpa sciolta. Come permettere che un nostro caro inciampi? Non si può. E così io mi preoccupo, faccio giri di telefonate, addobbo. Onorando il padre e la madre, nella casa del matrimonio che hanno disonorato. (8,5)

Dopo il dramma della Ruota della fortuna, dopo lo scandalo dell’infamia, il prolifico Woody Allen ha voglia di voltare pagina e dimenticare. Tornando a un passato d’oro: ossia quello dello skyline di Manhattan, del jazz in filodiffusione, dei bellimbusti galanti e nevrotici. Lo fa con una commedia come non ne dirigeva da un decennio, sabotata in patria e salutata con affetto in Italia: una sorpresa. Invecchiando, infatti, ci si inacidisce. Il regista ottuagenario è invece protagonista di una novella fioritura. In forma smagliante, compone un puzzle romantico con ogni pezzo al posto giusto e una sceneggiatura talmente brillante da rendere gli zigomi doloranti per il ridere. Poligono sentimentale perfettamente in linea con il suo stile, ma riadattato a favore delle nuove generazioni, può contare su una scrittura a orologeria e su un autore quanto mai al passo con i tempi. Divertenti, divertiti e meteoropatici, i protagonisti passano un giorno in città: il prezzemolino Chalamet, elegantemente fuori moda, è figlio dell’Upper East Side ma come Il giovane Holden rifugge i salotti e l’ipocrisia; Elle Fanning, attrice dal talento comico finora inespresso, è una reginetta di bellezza la cui ingenuità suscita ilarità nel pubblico e mai biasimo: desiderosa di essere una reporter, si perde appresso a scandali da rotocalchi, contesa da un regista in crisi, uno sceneggiatore tradito e un attore traditore; Selena Gomez, amica di famiglia, stupisce invece piacevolmente per le risposte acidissime e una sensibilità affine a quella del protagonista. La pioggia spariglia le carte in tavola, cambia le relazione e il colore del cielo. Imbottiglia le automobili in code infinite. Qualcuna la ama, qualcun altro la odia. Ma in un film delizioso e scintillante come questo – Storaro, illuminami d’immenso; Allen, mi trasferisco in una tua commedia – vien voglia di buttare l’ombrello e di saltare nelle pozzanghere. Per godere del futuro arcobaleno: una visione in mezzo allo smog. Per concedersi un altro amore: una salvezza dal solito cinismo. (7,5)

Non avendo rapporti idilliaci con Tarantino, ho affrontato piuttosto spaventato le due ore e trenta del suo film più divisivo. Confuso dai pareri discordanti, al tempo dell’uscita ho preferito evitare noie e delusioni: conservo infatti ricordi pessimi dell’interminabile The Hateful Eight, visione che ricordo particolarmente faticosa. Poteva andarmi meglio. Poteva andarmi peggio. C’era una volta a Hollywood è costituito da storie che viaggiano a velocità sostenuta e che non si incontrano mai sullo stesso binario. Storie di ricadute e rinascite, con lo star system sullo sfondo, dove invenzione e verità si mescolano a piacimento ma senza un disegno preciso. Qual è il punto di questo film: lungo, popoloso, ondivago? La prima ora e mezza è occupata da un piacevolissimo andirivieni di bella gente. DiCaprio, talento della recitazione intrappolato in ruoli da antagonista, sgomita per brillare in western dimenticabili; Pitt, controfigura e autista part-time, lo scarrozza a destra e a manca; Margot Robbie, sempre al centro della scena a passo di danza, è invece la splendida moglie della casa accanto. Il delitto di quest’ultima, Sharon Tate, è appena marginale. Il ranch di Manson è intravisto in una tappa fugace e, se non fosse per un trascurabile cameo, Charlie sarebbe assolutamente assente. Ci sono gli anni Sessanta però: dappertutto attori glamour, finanche fra le comparse – Pacino, Fanning, Hirsch, Olyphant –, radio e televisori ad alto volume. Una Los Angeles polverosa e trafficata, zeppa di figli dei fiori, caravan e inattese proposte di lavoro. La prima parte mi è piaciuta moltissimo. Peccato per quel salto temporale di sei mesi: con Leonardo di ritorno dalle riprese in Italia, l’intromissione di un’orribile voce narrante, l’arrivo della famigerata notte del massacro – qui messa in ridicolo e affrontata  in un trip inutilmente sanguinoso, con mosse alla Bud Spencer. Lieve e autoironico, a confine tra omaggio e fiaba, l’ultimo Tarantino usa il cinema – fabbrica dei sogni per eccellenza – per riscrivere la storia. Ma il suo film, sentito ma piuttosto sbavato, dubito che scriverà la storia della settimana arte. Soltanto i fan, di parte, potranno reputarlo riuscito. (6,5)

Altro film d’autore passato in Laguna, altro grande ritorno, L’ufficiale e la spia non è tornato in Francia a mani vuote: contestatissimo dalla stampa a causa dell’ennesima denuncia a carico di Polanski, il thriller d’inchiesta ha preso Venezia in contropiede guadagnando a sorpresa il Gran premio della giuria. Alla contentezza generale, a scatola chiusa, mi sono aggiunto anch’io: è necessario scindere l’artista dall’essere umano; condannare l’uomo senza censurarne il lavoro. A fine visione, reduce da un film tanto solido quanto scolastico, purtroppo ammetto a malincuore un po’ di delusione davanti a una ricostruzione nient’affatto memorabile. Forte di un irresistibile fascino polveroso e dell’interpretazione di Jean Dujardin, ci fa dimenticare a colpi di eleganza il disastro che fu Quello che non so di lei. Ma benché tecnicamente esemplare, per me resta piuttosto modesto sul piano narrativo. Avvincente ma schematico, si sfilaccia e si appesantisce nella parte conclusiva. Perde gradualmente potenza, fino a risultare una cronaca enciclopedica in sede di processo: la parte clou, ridotta purtroppo a una piccola parentesi nella quale ci si scorda della vittima Dreyfus. Interpretato da un irriconoscibile Garrel – purtroppo, rispetto a lui, sulle scene è più presente la pessima Seigner –, l’ufficiale ebreo accusato d’alto tradimento viene prima recluso su un’isola deserta, poi riscattato dalle indagini del suo superiore. L’antisemita Dujardin, infatti, dichiara la propria fallibilità di uomo e di statista davanti alla falsità dell’accusa e trascina in tribunale i servizi segreti. Seguire il proprio orgoglio, o l’onestà? Leggibile tra le righe anche in chiave autobiografica – Polanski si dichiara innocente –, quest’atto di accusa risulta ancora attuale, ma mi è parso freddo e informativo. Restano quadri bellissimi, con simmetrie vagamente hitchcockiane, e la sensazione di trovarsi al cospetto di un’opera da museo. E in un museo non si alza la voce. Non ci si arrabbia. Non ci si indigna. (6) 

giovedì 17 ottobre 2019

Mr. Ciak: Joker | It - Capitolo due

Dichiararsi confuso davanti al film su cui tutti hanno le idee chiarissime. Succede quando diventa impossibile elaborare una recensione dal taglio tradizionale. Per l’ultimo vincitore del Festival di Venezia, infatti, servirebbe uno di quegli articoli monografici a cura di Gianni Canova: la lente d’ingrandimento puntata su un aspetto in particolare – la recitazione di Joaquin Phoenix –, con il resto lasciato in secondo piano. Come parlare altrimenti di un film che esiste esclusivamente in funzione dell’istrionismo del primo attore? Secondari l’intreccio, la morale di fondo, il comparto tecnico. Tanto è già stato scritto a priori: il cinecomic d’autore farà storia per il suo trionfo nel tempio della critica impegnata, il passaggio di Phillips dalla commedia demenziale alle atmosfere scorsesiane, le rappresaglie all’uscita delle sale statunitensi. Ma, a ben vedere, il ritorno della nemesi di Batman è un dramma di rivalsa tanto solido quando convenzionale, prevedibile nello svolgimento e meno coraggioso del previsto. Indegno delle assurde controversie in patria, e della vittoria in Laguna? Tutto va come da programma, nella metamorfosi del giullare che voleva diventare re. Messo ai margini, costretto a prendersi cura di una madre che non sempre la conta giusta, il protagonista sta a cuore con poco: capitano tutte a lui, è il capro espiatorio per eccellenza, e quando inizia a seminare morte miete vittime fra personaggi sgradevoli o sacrificabili. Lancia il sasso ma nasconde la mano. Senza fare spoiler, per esempio, perché non mostrare l’esito della relazione fra lui e la vicina di casa: paura di gettare ulteriori ombre su un cattivo che risultasse tale ma non troppo? Seguendo Arthur nel suo sogno irrealizzabile – quello di un mondo gentile –, ci lasciamo turbare dal rantolio sofferto della sua risata e guidare da una scena madre all’altra. Quant’è incredibile Phoenix mentre si concede una danza liberatoria in bagno o, leggero come non mai, quando affronta saltellando una scalinata all’inizio spossante: probabilmente è una delle migliori performance di cui abbia memoria. Ma se molto fanno le danze e gli alterchi improvvisati sul set, il corpo scarnificato per i venti chili persi, quali meriti spettano invece alla sceneggiatura? Se il film fosse pari alla complessità della sua prova, sarebbe lecito gridare al capolavoro. Invece resta un buon compromesso, per me distante dalla potenza del nostro Dogman – altra fiaba nera di perdenti al limite, altro anti-eroe struggente –, che funziona alla stregua di un’esibizione di stand-up comedy. Un palco vuoto, un canovaccio appena abbozzato, le luci della ribalta. Ma non sorprendono né le battute del mattatore, che tiene banco con riflessioni didascaliche, né le reazioni del pubblico. Phoenix è più spettacolare dello spettacolo – un’arma a doppio taglio. Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante. Allora il suo Joker è un planetario; una cazzo di discoteca itinerante. (7)

La paura c’era, ma per le ragioni sbagliate. Già stroncato dalla critica, il ritorno di Pennywise partiva svantaggiato: non sarebbe stato superiore al primo capitolo, e lo sapevano a prescindere dal minutaggio eccessivo – quasi tre ore – o da una computer grafica tremendamente kitsch. Nella lista dei difetti: la mancanza dei magici anni Ottanta e la consapevolezza che King e i finali non vadano d’accordo. Lo fanno notare anche al personaggio di Bill, suo alter-ego alle prese con l’adattamento di un besteller: saprà architettare una chiusa decorosa? Si fa dell’autoironia e, in cerca dell’epilogo perfetto, ci si mette in viaggio: direzione Derry. Sono passati ventisette anni dalla promessa di rimanere amici per sempre: il pagliaccio è tornato a colpire e i Perdenti si riuniscono così come si sono divisi. Allegra rimpatriata di morte, il secondo capitolo di It funziona proprio come reunion commossa e godereccia: nel ristorante cinese del romanzo, scopriamo quanto sono belli la Chastain e MacAvoy – ma occhio a Jay Ryan, non più bambino in sovrappeso –, quant’è esilarante Hader, quanto sia stato ridimensionato il personaggio del bibliotecario Mike. Bowers evade, ma la sua fuga costituisce un pericolo passeggero; di ritorno all’ovile, Beverly e Bill non sono seguiti né da un marito manesco né da una moglie avventata. La resa dei conti – esemplificata, esclusiva – conta i personaggi superstiti e Pennywise, bullo sopra le righe a digiuno di scene madri – a parte l’adescamento allo stadio o nella casa degli specchi, il resto sono apparizioni di fantocci grotteschi in una pessima CGI – ma non di carne fresca. Chiamato a un compito arduo, Muschietti s’impegna: gestisce al meglio le tempistiche e le stelle del suo cast, nella prima metà pretende miracoli dal direttore della fotografia e dal tecnico del montaggio, ma la seconda frana poi goffamente fra riti e trappole per ragni. Pessimo come la miniserie originale non lo diventa mai, ma il problema è uno: perché l’accento esagerato su battute sarcastiche e sfottò in contrapposizione alla totale mancanza di tensione? Salti in poltrona a parte, le bizze di Skarsgard non suscitano più spavento; il conflitto finale celebra sì un’unione che fa la forza, ma resta la copia sbiadita del film precedente. Da bravo fan, tuttavia, conosco bene il mondo interiore di King – qui impegnato anche in un cameo –, e non vive soltanto di spauracchi da multisala. Ci illumina la Chastain, in parte, ricordandoci che un attizzatoio potrebbe diventare anche un’arma letale: basta crederci. Quando si uniscono passato e presente e la solita nostalgia canaglia s’intromette a gamba tesa, così, l’incanto di un’estate sul filo del rasoio risulta per fortuna sano e salvo. (6,5)

venerdì 5 luglio 2019

Mr. Ciak: Il traditore, Capri-Revolution, La paranza dei bambini e gli altri film del Flaiano Film Festival

Se anche non conoscessi la storia, basterebbe la levatura di un personaggio shakespeariano a rendere Il traditore comunque un'opera riuscitissima. Ma sono nato a Palermo, da un padre carabiniere, e allora qualche ricordo riaffiora. Per tutti gli altri, chi fu Tommaso Buscetta? Aveva la licenza elementare e, con il narcotraffico, aveva fatto fortuna a sufficienza per condurre un'esistenza da pascià a Rio. Conquistò l'amore di tre mogli e la simpatia di Falcone, che in tribunale gli offriva le sigarette e lo illuminava sulla fine di un'era intitolata a Cosa nostra. Suscitò le antipatie di Riina, suo rivale per eccellenza, ed ebbe l'ardore di citare in giudizio Andreotti. Fu il primo dei pentiti. Padre di otto figli, due dei quali massacrati, ci mise la faccia; tanta furbizia, dal momento che non confessò mai alcun misfatto; un po' di cuore. Bellocchio, ottantenne in forma smagliante, lo racconta uomo, marito, padre. Lo mostra nell'arco di trent'anni, lasciandolo alticcio e malinconico a un karaoke. Lo indaga nelle contraddizioni e nell'orgoglio, nel bene e nel male, indugiando con un montaggio sorrentiniano sulle pressioni psicologiche e il senso di spaesamento. Alla maestosa prima segue un processo farsesco e urlatissimo, con personaggi teatrali che cozzano con lo spessore drammaturgico del resto. Ma quella, eppure, è la giustizia italiana: lo si realizza con paura, davanti a un'umanità grottesca che schiamazza in TV e gioisce per l'omicidio di un magistrato. Importante non solo come documento storico, Il traditore vanta un Favino da palmarès: recita in tre lingue, prende peso, e sfoggia un misto di dolore e sfrontatezza che straziano. Davanti alla poetica anacronistica di un gangster decaduto, tuttavia, è giusto entrare in empatia con l'uomo sradicato ma guai a risultare troppo indulgenti. Lo ricorda una chiusa che riporta tutto nella giusta prospettiva: la mafia esiste, ed è una storia bruttissima. Anche quando a raccontarcela è la bellezza del cinema di cui andare fieri a Cannes. (8)

Dopo Il giovane Favoloso, Martone torna al cinema. E in cattedra. Un altro lungo dramma in costume, un'altra ricostruzione per spiegare agli spettatori gli uomini e la Storia. Siamo a Capri, all'alba del conflitto mondiale. È subito scontro fra tre logiche inconciliabili, incarnate da personaggi in disaccordo fino alla fine. Da un lato abbiamo gli isolani, religiosi e maneschi, che confidano nella sicurezza di accasare le figlie femmine con il miglior partito; dall'altro il medico del villaggio, uomo di scienza con simpatie comuniste; infine un gruppo di asceti sfaccendati, che praticano il nudismo e il sesso libero e fanno scalpore per lo scarso contributo che apportano alla comunità. Alla protagonista tocca intraprendere uno di questi cammini già tracciati o, coraggiosamente, percorrerne uno ignoto? Ingiustificatamente pesante, indeciso fra l'intendo pedagogico e quello teoretico, Capri-Revolution indugia in scarpinate mozzafiato e in coreografie alla Matisse. Il tentativo, vincente nel film passato, si ritorce contro il suo stesso autore. La sua ultima fatica è tanto degna di meraviglia per il comparto tecnico quanto pedante nell'andatura. Marianna Fontana, acerba ma sempre intensa, a tratti si lascia intimidire dai concetti astrusi del suo regista e dalle incongruenze del suo personaggio. La scagiona un elogio alla libertà che prende infine il largo da Capri, da Martone, e punta al futuro. Quello minacciato dalla guerra, che inizia a far tremare gli isolani. Quello in cui tutto è possibile, in pratica e in teoria. (5,5)

Un ragazzino sogna la bella vita. Non sembra esserci altra via, a parte darsi alla criminalità, per ottenerla in fretta. L'euforia della guerra coinvolge anche i suoi coetanei. I protagonisti hanno insospettabili facce d'angelo; il sangue è mostrato a malapena. L'avventatezza e la bellezza della gioventù esplodono ora in parate di palloncini rossi, ora in colpi di mitra, mentre ci si appassiona più del previsto a questo racconto di bambini che desideravano mangiare al tavolo dei grandi. Mettici una bella ragazza che vuole andare a ballare a Gallipoli; mamme e i fratelli minori che non sanno bene se essere fieri o spaventati per il successo del primogenito. Aggiungi poi una fotografia scarna, che fotografi con toni neorealisti una povertà che ama vestirsi di kitsch. Ispirato al romanzo di Saviano, l'ultimo Giovannesi sembra una copia sbiadita della Terra dell'abbastanza. La paranza dei bambini racconta con coinvolgimento la medesima storia allo sbando; ma cambia dialetto e scenario, abbassando un po' l'età dei protagonisti. Meno raffinato, ha un'identica morale di fondo ma la lezione poteva essere più esemplare. Colpa o merito di una delicatezza che, nella chiusa, si scambia per mancanza di fermezza. (6,5)

Una coppia di amici si riunisce per la malattia terminale di uno dei due. Si incontrano all'ombra del Colosseo, con un cagnone al guinzaglio, dandosi a un giro di ultime volte fra l'Italia e Barcellona. Domani è un altro giorno, sin dalla trama risaputa, è un film che non osa. Collage agrodolce di dialoghi, incontri e addii, ha lo stampo televisivo e pregi che devono derivare dal film che lo ha ispirato, Truman. Il solito Mastandrea, non nuovo alle riflessioni sulla morte, si muove in silenzio alle spalle del compagno di scena con un'aria malinconica che in questi casi calza a pennello. Giallini, con un istrionismo alla Proietti, non si scrolla invece di dosso il solito ruolo del burino dongiovanni ma dal cuore generoso; il ruolo poteva mostrarne altre sfaccettature, le lacrime e le fragilità, ma la sceneggiatura non lo aiuta. Simone Spada sceglie di mostrare i gesti d'affetto, mai la malattia. Non fa mai il salto sperato al dramma. La sua rilettura di un successo estero, così, resta un buddy movie solido ma senza guizzi. Davvero serviva puntare sempre sugli stessi attori, già insieme sul set in Perfetti sconosciuti? Davvero serviva ispirarsi agli stranieri, se la commedia all'italiana ha un nobile e lunghissima tradizione di tragicomiche su ruote? (6)

Non ho visto niente o quasi di Moretti. Non sapevo niente o quasi del golpe cileno. Quante probabilità c'erano di trovare commovente un documentario del regista su un tema tanto ostico? Negli anni Settanta, il socialista Allende fu assassinato per scongiurare la guerra civile. Le consuete immagini di repertorio e le parole degli inviati descrivono le agghiaccianti torture verso i ribelli – scariche di elettricità negli organi genitali – e la mancanza di pentimento dei militari finiti sotto processo. Restano l'omertà diffusa, le cicatrici per gli oltre tremila morti ammazzati, ma per fortuna questa è una storia a lieto fine. Santiago, Italia sta infatti dalla parte di chi ha avuto diritto a un'altra patria. Per ricordare una pagina di storia recente tristemente sconosciuta. Per ricordarci, fra orgoglio e amarezza, la magnanimità di cui un tempo siamo stati capaci. I cileni che riuscirono a scavalcare il muro dell'ambasciata italiana furono accolti a Roma. Parte di un popolo autoironico e poco rancoroso, i rifugiati raccontano aneddoti a volte buffi, altre struggenti. Il documentario serviva non tanto al Cile quanto a noi. Ce n'era bisogno sì, in un'epoca in cui l'intolleranza è di casa, al punto che si fa fatica a riconoscere la fotografia di un Paese che accoglieva a braccia aperte e si angosciava per le tragedie altrui. Cinematograficamente di scarso valore, l'ultima fatica di Moretti è un documento umano e mai politico, che non fustiga né Pinochet né Salvini. Ma evidenzia come eravamo, e le differenze con l'oggi addolorano. Adesso che, come afferma uno degli intervistati, il Cile sembriamo noi. (7,5)

Avere ventisette anni e nutrire un nichilismo fuori moda. Avere ventisette anni e voler sfondare come fumettista. Qualcuno, Zerocalcare, ci è riuscito senza montarsi la testa. Non ha dimenticato, perciò, la sua Roma di borgata né i passi dolorosi degli esordi. Zero, suo alter-ego nel primo film ispirato alle sue tavole, è un giovane di periferia che sbarca il lunario fra ripetizioni private e un lavoro in aeroporto. Legato suo malgrado alle telefonate di mamma Morante, ammazza il tempo in compagnia dell'esilarante Castellitto e consiglia a ogni piè sospinto la visione dell'Odio. Vorrebbe proprio vivere in un film post-adolescenziale girato in Francia, ma si accontenta di Rebibbia e dei consigli di un armadillo per amico immaginario. La svolta arriva attraverso una telefonata: Camille, amica d'infanzia, è morta. Cosa le è successo? E cos'è successo al gruppo affiatatissimo che formavano da bambini? Accolto tiepidamente, La profezia dell'armadillo mi ha divertito ed emozionato da morire. Tenero e rabbioso, fa sfoggio di vestiti neri e di un cuore puro. Come il suo protagonista, un bravissimo Simone Liberati, non crede nei compromessi o nel cambiamento. Condannato a un eterno presente, nella rievocazione di un'infanzia immaginata a torto senza fine, deve imparare a rinunciare alla nostalgia per voltare pagine. E colorare, così, nuove storie. (7)

Gli americani sono sul piede di guerra. Qualcuno, in Sardegna, ha reclamato il possesso della luna. Preservare gli equilibri internazionali mandando sul campo una spia: Jacopo Cullin, di genitori isolani ma nato e cresciuto a Milano, deve sopravvivere all'addestramento per mimetizzarsi in una terra chiusa allo straniero. Capire come muoversi, imparare a parlare, significa però abbracciare anche le proprie origini rinnegate. Completamente inatteso, sorretto da un umorismo nerissimo e da un cast di grandi caratteristi, l'opera seconda di Paolo Zucca è un gioiello indipendente che non avrei mai visto altrimenti. Questo entroterra inesplorato, da vecchio West, vive parimenti di violenza e splendore. Deserto incontaminato, aperto a cuor leggero a derive fiabesche, ha una corsia preferenziale verso il cielo grazie a poeti romantici che si danno a promesse impossibili. Inseguito da una banda di contadini armati di lupara, il protagonista si imbatterà in un rifugio paradisiaco; a un certo punto, senza dire troppo, salteranno fuori perfino sottomarini statunitensi e militari armati fino ai denti. Commedia strampalata dalla regia degna di attenzione, L'uomo che comprò la luna ci conduce nei paesaggi di Figlia mia e nei toni utopici di Tito e gli alieni, galeotto un satellite solcato di recente anche dall'astronauta Ryan Gosling. Sembrerebbe un pasticcio, ma invece è capace di portarti lontano senza passare dal via. Lassù, dove riposano il nonno di Jacopo, Antonio Gramsci e Grazia Deledda. Dove, fiera, sventola la bandiera sarda. (7+)

Ancora la provincia, ancora il dialetto. Questa volta, però, siamo in una Campania insolita: in una periferia affatto degradante, dove ci si nobilita con il sogno del pallone. In un primo momento, Un giorno all'improvviso sembrerebbe raccontare un rapporto di amore-odio alla Dolan: e lì interessa, con le sue atmosfere in stile Dardenne; e lì emoziona, grazie alla tenerezza impareggiabile verso il giovane protagonista. Peccato che il dramma d'esordio di D'Emilio si perda nella cronaca di allenamenti di scarso interesse; in amicizie e dissapori presto abbandonati, lasciando ai margini gli strepiti di una Foglietta ottima ma poco presente in scena e gli sguardi persi di un adolescente combattuto. A una narrazione fino ad allora verisimile e pacata, senza furberie, non ho perdonato la cupezza gratuita di un epilogo tutt'altro che ineluttabile. La storia interpretata da un dolcissimo Giampiero De Concili non sapeva bene cosa raccontare. I pregi e i difetti di una convivenza instabile? I personaggi di mamma e figlio dividono la scena meno del previsto. L'impossibilità di un cambiamento nel bel mezzo della provincia stagnante? La convocazione del protagonista dimostrerebbe il contrario. Le conseguenze di quelle che accade, un giorno all'improvviso? Di improvvisi, a malincuore, si ricorderanno soprattutto i passaggi della sceneggiatura. (6)

È il film che non ti aspetteresti da uno come Veltroni. Politico e saggista, cosa ha a che spartire con una storia sulla scia di About a Boy? Era lecito aspettarsi un maggiore impegno; era giusto confidare in qualcosa di meglio. Ma la sua leggerezza, in poltrona, spiazza e incuriosisce. In verità presto abbandonato per scandire le tappe di un ennesimo viaggio on the road, lo spunto iniziale racconterebbe l'incontro fra due fratelli lontani per età e stili di vita. Da Roma la strada si allunga fino a Parigi, però, in un tour tanto dispersivo quanto istintivo scandito dalle visite a un'ex fidanzata omosessuale e a una mamma malata di Alzheimer; cene e concerti in compagnia della cantante Simona Molinari, qui interprete bella e convincente. Fresi insegue arcobaleni per professione, e per sport rifugge le responsabilità. Ma quel fratellino ingessato, che a lungo gli dà del lei, ha ovviamente qualcosa da insegnargli. Ingenuo all'inverosimile, C'è tempo glissa sui dispiaceri e non va a fondo, mantenendosi al sicuro in superficie grazie alla piacevolezza del cast e alle citazioni a Truffaut. Godibilissimo, somiglia a un arcobaleno duraturo, sbucato all'orizzonte senza acquazzoni in anticipo. Omaggia I quattrocento colpi, ma farà colpo più su un pubblico da Giffoni. (5,5)

giovedì 27 dicembre 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Roma, Cold War, First Man

Lavare il battuto con acqua e sapone fino a farlo brillare. Svegliare i bambini e andare a prendere il minore a scuola. Rassettare, cucinare e la sera, per risparmiare sui consumi, fare un po' di ginnastica alla luce delle candele. Appendere i panni in terrazza, e da lì guardare gli aerei passare sempre alla stessa ora. Dove andranno? Deve domandarselo Cleo, vent'anni e un lavoro a tempo pieno: domestica in una famiglia alto-borghese in cui ci sono sempre esigenze, bambini che hanno sempre voglia di giocare. Se il papà medico è spesso assente con la scusa del lavoro, e va e viene soltanto per lamentarsi della casa non abbastanza pulita, delle cacche di cane sul vialetto, del parcheggio troppo stretto, la mamma è una donna sull'orlo di una crisi nervosa, che poco presta attenzione alla carrozzeria dell'auto e ai ruoli di potere, eppure sa mostrarsi insospettabilmente forte nei momenti di difficoltà. Alle prese con quattro bambini disobbedienti e una casa presto sprovvista della figura paterna, le due donne condividono abbandoni e segreti sulla maternità. Cleo, custode onnisciente dei loro fragili equilibri, resta incinta di un esibizionista che si sognava Bruce Lee: nello stesso mese perde la verginità e l'amore, piantata in asso in un cinema. La vediamo macinare chilometri a perdifiato, nonostante l'ingombro del pancione, in un Messico a soqquadro in cui si specchiano alla perfezione le gioie e i dolori di una famiglia che riconosciamo a colpo d'occhio come quella del premiatissimo Cuarón: sbaglio, o il piccolo di casa che fantasticava di altre vite già con il piglio dei narratori è proprio l'alter-ego di Alfonso, fresco di vittoria a Venezia? La macchina da presa spazia tra panoramiche e piani sequenza, ricercando dettagli vitali e scorci di impareggiabile manierismo in una vicenda altrimenti semplicissima. Stilisticamente straordinario, senza l'esigenza di alzare inutilmente la voce, il cineasta messicano ci regala sequenze memorabili – l'incendio dei proprietari terrieri a Capodanno, la ferocia della rivolta dove vita e morte corrono gomito a gomito, lo spettacolo sublime del mare aperto e il coraggio di sfidarlo petto in fuori con il rischio di annegare – e un album di ricordi in cui la settima arte si fa quanto mai questione privata. Boyhood è diventa la mia, però, mentre questa è rimasta quella di Alfonso: troppo distante da me nello spazio, nel tempo, ma ode alla tenacia delle donne, alla quiete delle case in ordine e alle infanzie da non rinnegare comunque abbacinante. Contro l'incostanza di maschi traditori, gli sconvolgimenti dell'esterno – terremoti, rivoluzioni o bande armate che siano – e le richieste di una Hollywood che di solito richiede storie sensazionali per sentirsi all'altezza. Gli ha dato carta bianca Netflix, nonostante la nostalgia della sala buia si faccia sentire, e la terra natìa gli ha suggerito tutto il resto. Il segreto di Pulcinella di quei piccoli grandi film che cercano con successo l'arte e la poesia dappertutto, e così facendo ne regalano un po' anche alla tua vita. Assieme alla bellezza di una nuova meta, una seconda Roma, in cui darsi appuntamento con la puntualità dei ricordi. (8)

Paese che vai, melodramma che trovi. Di quelli con le panchine all'alba, dico, le passeggiate seguite da carrellate da maestro e finali irrimediabilmente dolce-amari. Possono cambiare il contesto (la Guerra fredda) e il formato (4:3), gli sfondi (la Polonia degli anni Cinquanta) e le intenzioni (rendere omaggio ai genitori del regista stesso), e perfino strutture narrative che quell'amore già così sofferto decidono di dilatarlo e frantumarlo in novanta minuti di visione. Siamo in territorio comunista, si cercano talenti cari al regime: lei ha la frangia bionda, una voce da usignolo, un passato losco; lui la accompagna prima con il pianoforte, infine nel sogno della fuga. Durante una tappa a Berlino si danno infatti appuntamento per scappare in Francia: non parlano bene il francese, ma si piacciono e confidano che l'amore basterà. Zula non lo segue, non subito. Abbiamo protagonisti con cui è difficile simpatizzare, poiché incapaci di scendere a compromessi; la regia tutta geometrie interne e bianchi e neri sopraffini di un Pawel Pawlikowski in cerca di un secondo Oscar dopo Ida; una freddezza che non si limita soltanto al titolo, no, ma viene ammorbidita dal jazz in sottofondo e dalle braccia degli amanti. Sono apolidi, innamorati a tratti come in Like Crazy, e non hanno che l'uno e l'altra come bussola. Ma lui, attratto dal mondo del cinema e dai guadi impossibili, è troppo egoista per la condivisione. Ma lei, adolescente accusata di parricidio e donna alticcia in pista da ballo, si accorge che fama e notorietà non si sposano bene se nella lontananza ci si è scoperti altro da quel che si era. Si daranno appuntamenti saltuari negli anni, nei locali fumosi delle capitali. Si inseguiranno da un capo all'altro di linee inviolabili, nonostante non ci sia perdono per i disertori – tanto dei confini familiari quanto dei sentimenti negati. Vivranno insieme per un po', ma mancherà loro il brivido del pericolo, quella casa in cui non sono più i benvenuti. Si trovano così a combattere un'altra guerra fredda, ma fra di loro. Minacciati dalla routine, dalle gelosie verso gli uomini e le donne avuti nel frattempo, dalla perdita d'ispirazione come in A Star is Born. All'inizio li accompagnava la schiettezza dei canti folkloristici, poi sono arrivati quelli di propaganda, infine le impalpabili ballate parigine. Hanno perso la voglia e le parole giuste per cantare d'amore. E noi perdiamo il conto dei viavai, degli sbalzi d'umore, del passare del tempo. Provati dall'incessante andirivieni e dalle brusche dissolvenze in nero, ma coinvolti in un'epopea tragica in cui la vista è bellissima e l'avventatezza della nostalgia può mettere seriamente in pericolo. Commossi da una guerra, e da un amore, le cui sentinelle non abbandonano mai la retroguardia di un passato romantico alla mercé degli avversari. (7)

Houston, abbiamo un problema. Questione di aspettative disattese, di momenti giusti o sbagliati, di film diversi da come ti aspettavi. Quelli che su carta non promettevano niente di buono, soprattutto a te che poco apprezzi il patriottismo a stelle e strisce e gli effetti speciali, ma che a sorpresa ti prendono per la gola. È il caso di First Man: accolto tiepidamente a Venezia, bocciato da blogger con cui ho condiviso il grande amore per La La Land, frainteso dagli spettatori che in sala si aspettavano avventure o forti emozioni. Lontano tanto dall'agiografia quanto dal classico sensazionalismo del cinema di genere – eppure qualcuno lo paragona a torto ai biopic di Steven Spielberg o Ron Howard –, l'ultima fatica del prodigioso Chazelle è una ricostruzione inconsueta perché capace di dividere. Chi se lo sarebbe aspettato, parlandosi di un eroe americano già canonizzato? Il granitico Neil Armstrong, interpretato da un Ryan Gosling che sceglie con intelligenza estrema i propri ruoli – l'espressività non è il forte dell'attore canadese, ed ecco che gli viene in soccorso un uomo dai sorrisi rari, di poche parole –, è un fuggitivo. Scappa a ogni occasione dalla routine, dagli effetti collaterali dei sentimenti, dal dolore inespresso per la morte della minore delle figlie. Non trova pace su questa sera e, da bravo codardo, preferisce puntare al cielo. La moglie Claire Foy pietrificata davanti alla radio – gli occhi lucidi, le mani da tormentarsi senza pace – intanto onora le regole di buon vicinato, si prende cura di ciò che resta della famiglia, lo aspetta. Suo marito, che da giovane aveva il pallino per il musical e un'aria mite, si è reso il principale protagonista di una corsa allo spazio che contrappone da un lato gli Stati Uniti, dall'altro la Russia. I piloti morivano come mosche ancora prima di decollare, e i contribuenti cominciavano a mormorare preoccupati; bisognava sfidare costantamente il vomito, la claustrofobia, la paura delle vertigini; i giornalisti incalzavano con domande incapaci di scalfire la tuta bianca di Armstrong. Cosa dirà calpestando il suolo lunare, cosa porterà con sé? Dimenticatevi i volteggi manieristici, i brani memorabili e i colori pastello del musical con Emma Stone: qui hanno la meglio i primissimi piani, i silenzi sacrali, le sequenze contemplative, le angosciose soggettive attraverso il vetro di un oblò. Per oltre due ore, complice una visione lenta e immersiva, è come essere lì con lui, che parlava troppo di lavoro e poco di sentimenti. Nel terrore, nello splendore. La terra vista da lontano è uno spettacolo che all'improvviso reclama a sé la colonna sonora da brividi di Justin Hurwitz e bastano la musica che finalmente fa capolino, la visione struggente di braccialetto che scivola a terra piano, a contrastare la freddezza siderale del mondo di Neil Armstrong senza mai snaturarne l'indole. Come capitò anche ad Astolfo, il cavaliere dell'Orlando Furioso in cerca del senno perduto a cavallo di un ippogrifo, non restava che puntare in alto per recuperare l'umanità. Prima la consapevolezza, poi la meraviglia della passeggiata, valgono un mese di quarantena; una visione ostica ma segnante. L'anno scorso ci ha dato le stelle, adesso non chiedetegli anche la luna. (7,5)

sabato 13 ottobre 2018

Mr. Ciak: A star is born | Sulla mia pelle

Su carta era un progetto nato sotto una stella avversa. Posticipato a data da destinarsi e infine affidato a un esordiente d'eccezione, il terzo rifacimento della storia d'amore tra la cantante in ascesa e il pigmalione in caduta libera non sembrava da farsi. Servivano i nomi giusti. Serviva una vetrina sfavillante – la laguna di Venezia – per invitare gli spettatori a non sottovalutarlo. A star is born, protagonista così di una nuova alba, a sorpresa sfavillava e commuoveva ancora. Piaceva, e spesso agli insospettabili: più alla critica che al pubblico, più agli americani che agli italiani, più agli uomini che alle donne. La trama è presto detta: lei, cameriera non abbastanza attraente per sfondare, si rivela essere una fulgida supernova quando una vecchia gloria la trascina sotto i riflettori; lui, cantante fallito dedito all'alcol e all'autocommiserazione, è al contrario un buco nero. Benché della stessa natura, sono inconciliabili in quell'esistenza fortunata sul palcoscenico ma sfortunata in amore. La luce dell'una significherebbe l'oblio dell'altro, o viceversa. Le note sono sette, ci ricorda nel finale il fratello di un ottimo Sam Elliot. Le canzoni, a lungo andare, raccontano così tutta la stessa storia di cuori infranti: a cambiare è l'intensità di una voce, che aggiunge personalità e vissuto a un ritornello altrimenti sin troppo scontato. Lo stesso, a proposito di remake, si potrebbe dire del cinema odierno: poche idee e qualche stimolo da ricercare in un cast perfetto, dai protagonisti ai comprimari, o nel felice assemblaggio del comparto tecnico. Non fa eccezione questo A star is born, appesantito da un risaputo canovaccio che non prova nemmeno a rinnovare e che, trattandosi per l'appunto di un film musicale, ci distrae dal già visto a suon di canzoni coinvolgenti e rigorosamente suonate live; grazie alle bellissime intuizioni della prima parte – dal colpo di fulmine in un fumoso gay bar al ritornello messo a punto nel parcheggio di un supermercato, dalle famiglie popolose delle commedie di O'Russell ai goffi contrattempi dei boy meets girl –, che lo rendono l'incastro mancante tra i drammi indie e i film-concerto. Se un Cooper impegnato per la prima volta in una doppia veste non era mai stato così affascinante e ispirato, tutti gli occhi sono per una Lady Gaga all'altezza della scommessa: canticchia la Garland sovrappensiero, ha il naso importante della Streisand e gli implacabili primi piani, spogliandola della solita maschera di trucchi e lustrini, ne mettono in evidenza perfino un po' di pancia quando è seduta al piano. È nella lista delle sue imperfezioni, apprezzabili perché capaci di mostrarcela meno aliena, di renderla un'interprete più sincera, che si trovano i pregi di un film trainato interamente dalla sua sconosciuta vulnerabilità: la stessa che fa innamorare un Cooper roco e scapigliato; la stessa che presto attira un gruppo di discografici pronti a stravolgerne l'immagine, trasformando la Germanotta – ragazza di provincia acqua e sapone, e viva i suoi denti a zappa, ode al suo naso aquilino – nella Gaga che fa incetta di Grammy, di hit vuote ma orecchiabili. La storia, purtroppo, è vecchia come il mondo, e il suo essere stata proposta e riproposta nelle generazioni si avverte dall'inizio alla fine. Il melodramma, sottogenere che avrebbe bisogno di emozioni costanti, minaccia di diluirsi soprattutto a metà – momento fatidico della crisi coniugale, già dolente in quel La La Land senza diretti precedenti. A salvarlo dallo stucchevole e da una morale per me poco condivisibile sono il suo spirito da rozzo cowboy, che mi ha ricordato il Clint infatuato dei Ponti di Madison County, e la magica alchimia di una coppia bene assortita. Bradley Cooper e Lady Gaga – di stelle, a questo giro, ne sono infatti nate due – sono talmente complici, talmente in sintonia, da riuscire per fortuna ad allontanarsi dalla superficie (o meglio, dal superficiale), come canta il loro migliore duetto. (7)

Le fotografie del suo corpo hanno fatto il giro dei telegiornali. Facendo sì che della nostra Italia sempre più esecrabile si parlasse in tutto il mondo, ma per i motivi sbagliati: il braccio violento della legge, gli ingranaggi di una burocrazia che temporeggia, una sanità che aggrava anziché guarire. Quel cadavere senza giustizia, diventato presto l'esempio del peggio di cui siamo capaci, aveva un nome e una dignità. Una storia di cui i restanti misteri, pare, sono stati sciolti appena qualche giorno fa: a nove anni dall'omicidio. Stefano Cucchi, geometra romano di buona famiglia, era un giovane uomo con i suoi sbagli a carico: una dipendenza difficile da arginare e un'ingente partita di droga, trovata in casa sua soltanto dopo l'aggravarsi della sua salute, forse destinata allo spaccio. Lontano dall'agiografia, l'esordio di Alessio Cremonini – presentato in anteprima a Venezia e poi arrivato su Netflix non senza controversie, non senza prima passare da qualche sala – racconta i suoi ultimi giorni. L'arresto, il processo e la successiva detenzione: brevissima, perché consumata più negli ospedali che dietro le sbarre. Sulla mia pelle non cerca giustizia e non grida vendetta, rinunciando al piglio bellicoso del film d'inchiesta, così come Cucchi non domandava clemenza ma semplicemente i farmaci per l'epilessia o l'incontro con genitori che, purtroppo, lo rivedranno ormai cadavere. Come spiegare l'impossibilità di fare perfino pipì, i danni insanabili riportati alle vertebre, il sopraggiungere della morte: il tutto, in una cella di sicurezza in cui non sentirsi affatto al sicuro? Tutta colpa delle scale ripide, mormora Stefano abbracciando Tortora, di recente padre affranto anche nella Terra dell'abbastanza. Tutta colpa delle forze dell'ordine, dirà invece la sorella Trinca: a ragione furente, leggevo, ma dai più additata come opportunista – i rapporti tra i due, infatti, dovevano essere meno rosei di quanto qui ci venga suggerito. Tutta colpa della sceneggiatura scarna, inoltre, i difetti di una ricostruzione rigorosa ma fallace, schematica all'inverosimile? Quelle che sono le incertezze del film di Cremonini, in realtà, ci aiutano meglio a riflettere sull'assurdità di un'odissea zeppa di incongruenze, di buchi, di mezze verità. Non ne trova senz'altro giovamento il cinema, in una produzione che ha i suoi limiti oggettivi – troppo aperto il caso per affrontarlo con un punto di vista che effettivamente manca all'appello –, nonostante la prova di un incredibile Borghi, per cui, all'estero, avrebbero scomodato le nomination agli Oscar, l'Actors Studio, le trasformazioni di Bale o Fassbender. Ma è grazie a simili storie di criminalità, eppure, che si smuovono le coscienze collettive, livide per l'indignazione e non per le mazzate, e che l'evitabile destino di Cucchi potrà magari uscire dalle sabbie mobili. Nascosto sotto la pelle di un interprete camaleonte, aggrappato con le unghie e con i denti alla nostra. (6,5)