mercoledì 22 febbraio 2017

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Moonlight, Fences, Jackie

8 Nominations. Che parola stana, gay. Significa allegro, gioioso. C'è poco di leggero, di colorato, se crescendo ti scopri tale nella famiglia sbagliata di una città sbagliata. Chiron vive nella periferia di Miami, con una genitrice instabile e i prepotenti che lo inseguono all'uscita di scuola. Lo canzonano, vantandosi di avere capito quello che lui non si è ancora mai domandato. Quegli insulti dicono la verità su di lui? Chiron lo domanda al suo angelo custode, uno spacciatore dal cuore gentile, che gli spiega che potrà forse essere gay, ma “non una checca”. E Chiron continua a rimuginarci sopra, ad arrovellarsi, prima al liceo e poi per le strade di Atlanta. L'acclamato Moonlight – apprezzato in patria, meno in Italia – è un romanzo di formazione a tre voci. Come se si parlasse di persone diverse, quasi, non di tre fasi della stessa esistenza. A impersonare il protagonista, tre interpreti bravissimi, legati dal nodo di un'identica tristezza. L'esordiente Barry Jenkins punta in alto con una storia che non lascia indifferenti. Ci sono il bullismo, le sostanze stupefacenti, l'omosessualità più tormentata, e ho trovato tutto così misurato, così sentito, da non scivolare mai in una scrittura stereotipata o in passaggi di insostenibile pesantezza. Chiron cresce, si irrobustisce, ma non perde lo sguardo. Il bambino braccato, l'adolescente schernito, il re dei trafficanti che tergiversa in un caffè – sequenza di grande intimità, quella, come solo il cinema indie sa fare – hanno gli occhi di chi guarda gli altri uomini, le cose, come se non potessero mai averli. Girano attorno all'argomento con studiata vaghezza, cercano una pace interiore che nel ghetto sembra impossibile. Il guizzo a un dramma che ho trovato bello, tutt'altro che pretenzioso, ma misteriosamente non riuscito fino in fondo, lo danno la colonna sonora. La nobiltà degli archi, che zittisce il parlato sguaiato, il rap duro delle macchine in corsa, e se ne va così in cerca di un originalità a sorpresa. Moonlight, storia dal contesto troppo distante da noi ma dal respiro universale, è delicatissimo. Ma la limpidezza, i toni intimisti, sono un'arma a doppio taglio. E' una ricerca che dura una vita e, finalmente, si estingue in un abbraccio. Una riflessione sull'identità – non soltanto sessuale -, che brilla per la gentilezza di uno spacciatore (il pluripremiato Mahershala Ali, personaggio chiave che il minutaggio mi ha reso purtroppo anonimo). La ferocia di certe madri (una Harris stravolta, che mette in un angolo l'accento british e una bellezza venuta prima del talento). L'inquietudine di chi fugge, si maschera da gigante cattivo, ma poi si ritrova. Nel mare, che un caro amico ci ha insegnato ad affrontare anni fa. Nella luce della luna, che tinge la pelle di blu. Nell'amore, che è casa. (7,5)

4 Nominations. Troy ha tutto quello che un afroamericano di cinquant'anni potrebbe desiderare. Costruisce, intorno al suo sogno, una recinzione: ad aiutarlo, un figlio adolescente da mettere alla prova. Accanto a Rose, moglie fedele, è diventato un uomo migliore. Ma il protagonista ha l'indole del traditore e i geni di un padre che si sciacquava i denti con un sorso di gin. Cosa rappresenta per lui e per Rose quel recinto che taglia fuori il mondo e li vincola in un tinello su cui si aprono crepe preoccupanti? Le barriere sono fisiche e metaforiche in Fences. Ispirato all'opera di August Wilson, il ritorno alla regia di Washington è una tragedia in medias res. Non ci si sposta da quelle quattro mura: microcosmo di pochi metri che contiene i giganti. E, fedele alla propria natura, il film conserva dialoghi forti e monologhi intensi. Dalla porta mai chiusa a chiave entrano i figuranti – un collega di buon cuore, un fratello matto – e ognuno ha i suoi exploit. Teatrale nella struttura, il cast di Fences duella a colpi di battute e segreti amari come se la macchina da presa non ci fosse. Poco da cogliere, se non l'esistenza in presa diretta: con le sue chiacchiere, i suoi rancori e quei dolori tutt'altro che sconosciuti a chiunque sia stato parte di un nido. Fences è una storia a stelle e strisce – parla di segregazione, generazioni contro, sport – ma, poco alla volta, è diventata anche la mia. Che in Letteratura teatrale mi ci sono laureato, e con una tesi che parla in filigrana della crisi della famiglia patriarcale. Che in passato ho amato così tanto le modalità di questi drammi borghesi, inconsapevole che di lì a poco ne sarei diventato parte. Scritto ad arte, il film risulterà vittima di dilungamenti di troppo. Purtroppo, mi è impossibile convincervi del contrario. Però il verbosissimo Denzel e la strepitosa Viola Davis (non ce n'è per nessuna) gridano intensità in ogni scena. Protagonisti di un matrimonio che è tutto un compromesso, un doloroso accontentarsi. Di un lungometraggio che, più che un film, ha il difetto di apparire teatro fotografato. E' un adattamento, e si vede. Dura due ore e diciotto, e si sentono. Fences è una grande pièce che non diventa grande cinema, secondo il principio della proprietà commutativa. Ma, nel bene e nel male, grande mi è parso. (7,5)

3 Nominations. Ho visto il video dell'omicidio Kennedy all'ora di inglese. Un colpo di fucile contro il presidente. Sua moglie, di rosa vestita, cerca di fermare il sangue. Di recuperare, in un gesto insensato, i pezzi di cervello dalla carrozzeria. Jackie, atipico biopic del cileno Larraìn, racconta le ore successive all'attentato. Ritratto psicologico originale, non lineare nella sua scrittura. Emozionale, non emotivo. A mio dire, non emozionante. Si sofferma su un lutto intriso di rigore. Su spazi vitali stipati di persone. La protagonista appare di rado sola. Si tiene addosso quel tailleur chiazzato di sangue più del dovuto. Deve predisporre una solenne parata, così come tempo prima aveva badato ai tappeti della Sala Ovale. Fuma, ma vieta che il dettaglio trapeli. Si mostra capricciosa, frivola e antipatica, risoluta. Natalie Portman, assente dalle scene dopo i fasti del Cigno Nero, è somigliante in maniera maniacale. Fin troppo? Ti fa pesare, infatti, la sua splendida prova. Ostenta la perfezione raggiunta, una fatica che c'è ma che non vuole si veda. Così tanto brava – dall'accento sospiroso al portamento impeccabile – da risultare petulante. Jackie, d'altronde, non doveva brillare per simpatia. Così presa dal suo ruolo, tanto calata nella parte di first lady, da confondere lato pubblico e lato privato. Razionalmente ho capito le ragioni dei bronci e la grande rabbia per l'idillio che si incrina. Dal punto di vista stilistico, poi, mi allineo a chi l'ha trovato impeccabile. Emotivamente, però, mi ha lasciato infastidito. E puoi essere il più curato dei film, ma se mi parli di una donna addolorata nel profondo e quel dolore io non lo vivo, non lo percepisco, allora puoi dirti riuscito solo a metà. Sono tutti bravissimi, tutto è bellissimo. Ma l'ho ammirato con freddezza, stando al di qua dell'uscio. La futura signora Onassis non si svela. L'icona è diventata inscindibile dalla donna. Doveva credere talmente tanto in Camelot – un sogno impossibile, condiviso insieme all'America – da diventare un personaggio fittizio. Incapace di abbandonare quella parte. Quelle stanze in cui beve vino costoso e sfila, anche quando nessuno la guarda più. (6,5)

24 commenti:

  1. Come ho scritto su Facebook, me state a fare venire l'ansia da "copiatura" visto che attendo in maniera ligia le uscite italiane per parlare di questi film di cui ho già scritto i post T___T

    Detto questo: tra tutti ho preferito Moonlight che, assieme a Manchester by the Sea e ad Arrival, forma la mia tripletta d'aMMore per gli Oscar.
    Fences molto bello, grandissima la Davis ma lui è davvero insopportabile. Detto questo, le due ore e fischia non le ho neppure sentite e il dramma borghese mi ha coinvolta molto, alla faccia della teatralità.
    Jackie... è Jackie. Ne sono rimasta affascinata. Però come film è uno splendore soprattutto per gli occhi e non consente allo spettatore di scorgere la "donna" Jacqueline oltre l'icona, se non per pochi istanti di devastante dolore e altrettanto devastante confusione, bellissimi e preziosissimi. Peccato perché lei è davvero grandiosa.

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    1. Moonlight lo consiglierei, Fences meno, però per ragioni personali il secondo - alla fine - mi è piaciuto tanto quanto il primo. Jenkins è troppo delicato, Washington è troppo verboso. Ognuno ha qualcosa che non va, però ci ripenso a fine visione, ed è cosa non da tutti. :)

      Alla Portman riconosco tutti i meriti del mondo, ma con la sua aria da "no, non te lo faccio copiare il compito in classe e non vado in bagno da due settimane", oh, mi ha fatto venire l'orticaria. Come la Streep in The Iron Lady, e al contrario della Cotillard in La Vie en rose. Dove il mimetismo c'è, ma non è così spiattellato.

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  2. quelli che mi mancano.. mi aspetto mlto da jackie visto che il regista è uno dei miei preferiti "moderni"

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    1. A me, tra l'altro, Larrain non va mai particolarmente a genio, e qui è quasi meno lui del solito. Sarà che ne ho un'immagine diversa, o che lo conosco giusti superficialmente. Mi dirai, ma si nota la presenza di Aronofsky nelle retrovie. ;)

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  3. Come già sai, la pensiamo un po' allo stesso modo, e spero di vedere presto Moonlight, anche se non so bene cosa aspettarmi.

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    1. Secondo me, Moonlight ti piacerà altrettanto.
      Ha due o tre sequenze di grande bellezza, e riesce miracolosamente a non fare un pastrocchio coi tanti temi in ballo. Trattati con grande garbo e discrezione, forsa troppa. Però c'è del bello in questi "ghetti" meno rumorosi, senza pistole cromate e altri luoghi comuni. E nella descrizione di una sessualità che, una volta tanto, non sfocia nell'Aids o nel solito ritratto un po' desolante della comunità gay.

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  4. Su Moonlight siamo d'accordo.
    Sugli altri due meno.

    Barriere è troppo "letteratura teatrale" e poco cinema. Peccato perché, soprattutto quando il fiume di parole cessa, qualche buon momento lo offre anche.

    Jackie è un film freddo, assolutamente e credo volutamente, però ha un crescendo finale pazzesco che a me ha coinvolto parecchio.
    Natalie Portman poi è spettacolare, anche se le sue performance che preferisco rimangono quelle ne Il cigno nero e in Closer.
    Certo che per essere odiosa è odiosa, anche in questo caso penso volontariamente, quindi agli Oscar farò il tifo per la più amabile Emma Stone. :)

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    1. Ci credi che Jackie, nei suoi novanta minuti, mi è pesato più di Fences? Lo guardavo, a tratti, e dicevo: sì, ma a me che mi importa? Non mi piacciono i film perfetti - Moonlight e Fences, oggettivamente, non lo sono -, ma quelli perfettini peggio ancora...

      La Portman sempre amata anch'io, ma qui mi è sembrata messa a dura prova, e l'ho notato. Il trucco, lo sforzo, non voglio vederli, da spettatore (non) pagante. Viva la Emma Stone, che con una canzone commuove più delle first lady in lutto. :)

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  5. Fra i tre, non so davvero quale preferire, farei un bel mix tra le tante, irresistibili parole di Fences, i silenzi e la poesia blu di Moonlight e i carrelli che seguono Jackie nella Casa Bianca. Tutti e tre, sono tuffi al cuore che hanno portato alla commozione durante e dopo la visione. E no, quel petulante non lo mando giù ;)

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    1. Ehhh, dài, è petulantissima, però capisco che piaccia.
      Di grande eleganza (anche morale), però quell'aria da maestrina, di mio, mi fa sbuffare.
      Felice che ti sia piaciuto anche Fences, che difenderò da tante recensioni "contro" future. Già lo so. :)

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  6. Ho iniziato tre volte a commentare, poi ho dovuto interrompere... Il che è del tutto irrilevante. Dei tre per il momento ho visto solo moonlight, che come già sai, ho apprezzato davvero parecchio.

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    1. Io meno di un Manchester by the sea, per dirti, ma Lonergan non è praticamente messo in conto. E' sfida aperta con La La Land e, con tutto l'amore che gli ho portato, se Moonlight gli facesse le scarpe non mi lamenterei. Sono idee di cinema agli antipodi, ma la discrezione di Jenkins è davvero inconsueta. Sarà che mi immaginavo rapper con le catenelle al collo, sesso lercio e scazzottate, e invece...

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  7. Dei tre ho visto solo Jackie e secondo me invece lo scopo di Larrain è quello di dividere la Jackie icona dalla Jackie donna e ci è riuscito. Per il resto, da laureata in cinema afromaericano degli anni Settanta, sono in hype per Fences e Moonlight, devo riuscire a vederli!!! :-D

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    1. La Jackie donna, nei pochi sprazzi in cui si concede, è quella che ho preferito. Ma subito torna a rimettersi la maschera, non appena spuntano occhi indiscreti. Bel cinema, ma lontanissimo da me. Perfettino, come dicevo a Marco.

      Be', Moonlight non so, ma Fences farà breccia. ;)

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  8. Mi manca Jackie, mentre sugli altri due siamo abbastanza d'accordo.
    Moonlight, per me, però è un gradino sopra sia a Fences che a Manchester.

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    1. E Moonlight, accanto a La La Land, è quello che ha più probabilità. Però mi ha colpito di più, come ti dicevo, l'essenzialità di Lonergan. In Jenkins c'è quel bel lirismo che smorza qualsiasi esagerazione, ma a atratti mi è parso troppo soft. Probabilmente, ti piacerà anche Larrain, al solito. ;)

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  9. Letto il tuo parere su Jackie, mi aspettavo un voto più alto. Lo andrò a vedere domani e poi ti saprò dire se concordo. Gli altri non li conoscevo.
    Buone letture ;)

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    1. Certo, aggiornami.
      Occhio a Moonlight, che secondo me potrebbe avere (non troppo a sorpresa) la meglio. :)

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  10. Ho visto anche Jackie. E direi che sono d'accordo praticamente su tutto, a partire dalle zero emozioni per finire - e qua mi farò odiare da Lisa - alla petulante Portman (che tra l'altro avevo patito anche all'epoca del cigno nero!)
    :)

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    1. Ohhh, diamoci la mano!
      Poi passo a commentare, dandoti il mio sostegno.
      Capisco che il lutto, il dolore, sono cose personalissime, in cui è impossibile metter bocca. Ma a me Jackie pareva un po' scema.

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    2. Ma anche molto calcolatrice. Ho letto sull'ultimo numero di Vanity Fair una sua affermazione in merito alla partecipazione al funerale dei figli che adesso non ricordo e quindi non te la riporto per non dire vaccate. Sembra una stratega del marketing.

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    3. Poi, non per fare gossip, ma si è consolata in fretta. Il matrimonio con Onassis era puro status symbol. Avevano un contratto prematrimoniale che manco le assunzioni in Fiat.
      Lei piangeva per Kennedy, o perché doveva sloggiare dal suo bel castello marcondirondirondello? Umanamente, mi ha fatto antipatia. E quando il film parla di te e mi stai sulle scatole, oh, impossibile che mi piaccia.

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  11. Ciao Mik di solito non passo mai di qui per il cinema, anche se amo molto andarci è una sfera che non condivido nel virtuale.
    Però ieri sera ho visto Moonlight...Miglior film...Mi sembra esagerato dopo aver visto, ripensato per giorni, sognato di notte e rivisto dopo una settimana in streamig avendo nuovamente la conferma della sua perfezione, La battaglia di Hacksaw Ridge, che a mio parere meritava il Golden Globe.
    Ma Moonlight mi è piaciuto molto. Tutto molto equilibrato e senza dubbio arriva, cavolo se arriva, ma quell'equilibrio rovinoso, lo spaccio, la madre tossica, il bullismo e la violenza verso chi è diverso, l'ho vissuto malissimo, riflettendo che quella per loro è la regola, la quotidianità. Ho premuto la mano sullo stomaco tutto il tempo, sentivo un nodo dentro che stringeva e stringeva...Grandiosi i tre attori nelle tre fasi e Teresa, meravigliosa nella piccola parte che interpreta mi ha fatta sentire al sicuro.
    Forse troppe pause, troppi silenzi, tutto è lento e ho avuto la sensazione che chi nasce in quei quartieri non ha speranza, non può avere un futuro degno, come se tutto fosse fermo sempre allo stesso punto. La rassegnazione, una cosa tristissima.

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    1. Ciao Francesca! Io, invece, un po' di speranza l'ho sentita nel finale. Mi è sembrato che il protagonista avesse fatto pace con se stesso, dopo tanti tanti guai. Poi amo il cinema indipendente, questi piccoli film, quindi anche se tifavo La La Land - ne parlerà ogni libro di Storia del cinema, ci scommetto - la vittoria, importante a livello politico, non mi è dispiaciuta. E non mi è dispiaciuto neanche Hacksaw Ridge, anche se alcuni articoli letti qui e lì me l'hanno fatto vedere con occhi leggermente diversi. Non è contraddittorio parlare di un pacificatore, diciamo così, godendo palesemente della vista del sangue, delle sequenze più crude? Non è un po' una presa in giro che la morale ce la faccia Gibson, misogino, guerrafondaio, voyeur? Distinguendo come posso il film da chi l'ha pensato, dico che è solido e solito, ma che Garfield è veramente bravissimo. Se ti capita, con lui ti straconsiglio Boy A. :)

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