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lunedì 25 marzo 2024

Piccolo schermo, grandi star: Supersex | True Detective S04 | Expats | Lezioni di chimica

Quando insegnavo a Ortona, si percepiva l'eco della sua notorietà. Rocco Siffredi era un supereroe. Piace, dunque, la scelta di raccontarlo come il personaggio di un fumetto: il suo potere lo porterà lontano. Lo interpreta Alessandro Borghi, bravissimo nel catturarne l'accento e la risata nasale; impavido, e a giusta ragione, nel nudo. Sentimentale e animalesco, provinciale e cosmopolita, raccoglie le confessioni dell'uomo dietro il pornodivo: Siffredi è stato un funambolo sospeso tra eros e thanatos; uno degli ultimi testimoni di una generazione folle e trasgressiva, cannibalizzata dall'ignoranza verso la malattia (ruba la scena l'amica storica Moana Pozzi, dagli occhi tristi e dalle parole sibilline). Ottimamente recitata, ma didascalica e discontinua, la serie Netflix si affida troppo al talento dei protagonisti. Delude la sceneggiatura, che parla poco di sessualità; molto di famiglie disfunzionali; troppo di piccola criminalità (il fratellastro Giannini ha una storyline inutilmente ampia). Pop ma seriosi, gli episodi non hanno né la malinconia decadente di Shame, né la verità di Pleasure. Risultano superflui nelle tinte crime e frettolosi nell'epilogo. Affascinanti, invece, i personaggi femminili: donne fittizie (fatta eccezione per la moglie Rosa), che incarnano nei corpi e negli sguardi diverse facce del desiderio, dell'amore, dell'intimità. Se la modella Linda Caridi si conferma incantevole, a restare impressa è la cognata Jasmine Trinca: irraggiungibile, è l'occasione mancata, il chiodo fisso, una vittima del maschilismo che ne ha fatto una prostituta anziché una diva. In una storia di “cazzi e pistole”, insomma, hanno la meglio gli occhi delle donne. Bramati, pretesi, mai compresi (a partire da quelli, inflessibili, di una madre in lutto), fotteranno perfino colui che voleva fottere il mondo. (7)

È in Alaska, in un periodo dell'anno in cui la notte si confonde col giorno e il gelo è perpetuo, che prende le mosse la quarta stagione di True Detective. Questa volta è tutta al femminile e le tinte, con tanto di citazione al classico di John Carpenter in apertura, sono ineditamente horror. È pur sempre un poliziesco classico, solido: non aspettatevi il paranormale. I fantasmi sono quelli della solitudine e della malattia mentale. La suggestione è legata al folklore della comunità Inuit. Il caso, spaventoso, ruota attorno alla morte per congelamento di un gruppo di scienziati: analizzavano i ghiacci in cerca di un miracoloso microrganismo. Chi o cosa hanno scomodato con le loro ricerche? Come sono legati all'omicidio irrisolto di una giovane attivista in lotta contro la miniera locale? Indagano la rediviva Foster e la rivelazione Reis: la prima ex mangiatrice di uomini segnata dalla tragedia, l'altra sbirra spirituale e anticonformista, hanno età e metodi agli antipodi. Le uniranno un segreto scomodo, la solidarietà tra donne e una giovane leva da guidare, interpretata da un bravissimo Finn Bennett che, seppure in sordina, ruba spesso la scena alle due giganti. Più lineare e meno prolissa delle stagioni precedenti, si imbastardisce un po'. Accetta le contaminazioni, il femminismo hollywoodiano, le riflessioni ecologiste. I fan coi paraocchi, uomini in maggioranza, la stroncano. Ma, pur non essendo memorabile, si difende benissimo schierando un duo affiatato, ambientazioni affascinanti e, soprattutto, una dimensione familiare e umana che, a dispetto delle temperature artiche, la rendono la stagione più calorosa delle quattro. (7)

Le esistenze di tre donne si intrecciano a Hong Kong. In Cina c'è aria di rivolta. I giovani, barricati sotto gli ombrelli, condividono slogan e canzoni. Sono in rivolta anche le protagoniste (una americana, una indiana, una coreana), che mettono tutto in discussione all'indomani di una tragedia. Meglio tornare indietro o restare? Antipatiche, privilegiate, talmente umane da apparire sgradevoli, sono pessime nei rapporti interpersonali: le colf, viste ora come confidenti e ora come rivali, gestiscono case e famiglie al posto loro. Il quinto episodio, quasi un film a sé stante, si apre ai ritornelli dei manifestanti, alle nostalgie delle domestiche, ai comprimari nell'ombra. I restanti, meravigliosamente diretti da Lulu Wang, costituiscono un reticolo di femminilità a confronto. In questa miniserie, destinata a restare tra le migliori dell'anno, c'è chi ha perduto un figlio, chi non lo vuole, chi lo aspetta ma da un amante occasionale. Dolorosamente bello, il dramma di Expats mostra le risate isteriche in obitorio, gli incantesimi del make-up per nascondere i lividi della violenza domestica, i pianti catartici che spezzano le maledizioni. Amiche per affinità, nemiche per caso, le attrici protagoniste fanno a gara di intensità. E Nicole Kidman, qui struggente mater dolorosa, è così solidale da permettere alle sorprendenti Serayu Rao e Ji-young Yoo di brillare. Inscenato su uno sfondo esotico, il loro ritorno alla vita si interroga sul significato della parola “casa”; riempie i silenzi con le canzoni di Blondie, Adele e degli Abba; insegna che il dolore e il senso di smarrimento, così come certi misteri, non saranno mai archiviati. Ci si può convivere: a patto di non tremare quando non vedremo più la terraferma all'orizzonte. È lungo, il viaggio dell'elaborazione. Ma, costrette insieme a bordo, Nicole e le altre si scopriranno non più straniere a loro stesse. (8)

Cosa ci fa una scienziata alla conduzione di un programma di cucina per casalinghe disperate? Cos'è accaduto affinché una donna solitaria, fredda e razionale si trovasse (autentico scandalo, nei rigidissimi anni Cinquanta) con una figlia a carico e senza un marito? Scopritelo in una serie dolcissima e di buoni sentimenti, di cui invidierete gli outfit dai colori pastello e gli appassionati monologhi sul female empowerment. Certo, a volte la carne al fuoco risulta troppa: femminismo, questione razziale, origini familiari; all'appello c'è perfino un episodio raccontato dal punto di vista di un cagnalone divorato dai sensi di colpa. Ma in Lezione di chimica, dramedy ispirata all'omonimo bestseller edito Rizzoli prontamente finita fra le mie preferite del 2023, l'attrice Premio Oscar Brie Larson si rivela essere una padrona di casa arguta e volitiva, a cui vorrete in fretta un gran bene, e il romantico collega Lewis Pullman una rivelazione ingiustamente snobbata nella stagione dei premi maggiori. La scienza non ha tutte le risposte. In una reazione chimica contano anche l'inevitabile, l'inatteso. E in un incontro, in un amore, conta sempre la predestinazione. La miniserie Apple TV è un chicca per gli spettatori nostalgici di The Marvelous Mrs Maisel, ma anche anche gli orfani inconsolabili di This is us. Ci troverete la stessa energia, la stessa magia. (7,5)

lunedì 8 luglio 2019

Recensione: Sadie, di Courtney Summers

| Sadie, di Courtney Summers. Rizzoli, € 17, pp. 367 |

Se fosse un film sarebbe di quelli da festival, che in chiusura includono le preoccupanti statistiche su quante ragazze ogni anno spariscano negli Stati Uniti. Diventando, in tal modo, gli ennesimi spettri di popolose città fantasma. Cosa succede alle giovani destinate a non fare più ritorno a casa? Quella raccontata in Sadie, primo romanzo dell'acclamata Courtney Summers a essere tradotto in Italia, è la storia di una di loro. Al bordo della strada è stata ritrovata una macchina in panne: dentro c'è uno zaino verde, appartenuto a una diciannovenne irrintracciabile già da un po'. Si penserebbe a un allontanamento volontario – chi potrebbe biasimare, infatti, una fuga lontano dalle sabbie mobili della provincia – se non fosse per la tragedia vissuta dalla ragazza in tempi recenti. Sua sorella, Mattie, è stata trovata in un meleto: assassinata. Disobbedendo agli insegnamenti di tutta una vita, è salita su un furgone non meglio identificato; si è fidata delle caramelle offerte da uno sconosciuto. La superstite pretende giustizia. Ma, secondo un noto adagio, chi cerca vendetta farebbe meglio a scavare due tombe. Fin dove si è spinta la protagonista in nome della legge del taglione?
La narrazione si dirama così: da un lato abbiamo la caccia all'uomo di Sadie, sulle tracce di un mostro presentatosi la prima volta con il nome di Keith; dall'altro, invece, un originalissimo podcast in otto puntate in cui uno speaker radiofonico scava in lungo e in largo setacciando le parole di amici, compaesani e testimoni in un'indagine all'apparenza senza precedenti. Partiamo da un parcheggio per roulotte a Cold Creek, uno spiazzo polveroso che Sadie e Mattie chiamavano casa, e in un accidentato viaggio della speranza percorriamo un'autostrada per la dannazione eterna: passerà attraverso villaggi dimenticati dal Padreterno e sobborghi falsamente idilliaci, facendo tappa, di notte, in motel a un passo dalla demolizione.

Io sono il risultato di biberon pieni di gassosa al limone, ho un organismo che non sa elaborare le cose belle della vita. Il mio corpo è abbastanza affilato da tagliare il vetro e ha un bisogno disperato di affinarsi, ma a volte non mi importa. Un corpo può anche non essere sempre bello, però sa rappresentare un inganno perfetto: io sono più forte di quanto sembro.

Per affrontare la traversata con un cuore impavido, probabilmente, ci vorrebbe l'amazzone di un rape and revange degli anni Settanta, ma Courtney Summers sceglie Sadie: una bambina cresciuta in fretta, con gli occhi ostinati e il viso misteriosamente tumefatto. 
Si è tinta i capelli di biondo, agli altri si presenta con il secondo nome per non essere rintracciata dalle autorità e, ogni tanto, è tradita dai tentennamenti di una balbuzie congenita. Sprovvista di spirito di autoconservazione e armata di coltello a serramanico, è un pericolo ambulante da non sottovalutare. Ha sensi di colpa a non finire. E ha sete, di sangue. Nonostante i sei anni di differenza e i padri diversi, a legarla alla piccola Mattie c'è una devozione viscerale. Cresciute allo sbando, con una madre tossicodipendente che portava nella roulotte stupefacenti e compagni dalle mani lunghe, le due inseparabili sorelle sono state l'una il rifugio dell'altra fino a quando non le ha divise l'ennesima uscita di scena della genitrice. Da Los Angeles, l'inaffidabile Claire ha mandato loro una cartolina e la secondogenita, adorante, voleva seguirla a ruota. Proprio il desiderio di raggiungerla sarà la sua condanna. Arrabbiata con il mondo, opportunista per necessità, la protagonista si concede nell'arco del viaggio sporadici e meritati attimi di dolcezza in compagnia di qualche fortunato sconosciuto – un ragazzo carino, un'automobilista bagnata fradicia dal temporale. E, grazie agli incubi e alle contraddizioni che porta come bagaglio a mano, fa la differenza in un romanzo meno spiazzante del previsto ma ben scritto.

Le ragazze spariscono continuamente. E non sapere è una benedizione. Non volevo questa storia, perché avevo paura. Avevo paura di ciò che non avrei trovato e avevo paura di ciò che avrei trovato.
E continuo ad averne.

Lo squallore delle ambientazioni, la presenza di famiglie disfunzionali e il tema raccapricciante della pedofilia mi hanno fatto pensare alla terza stagione di True Detective, con cui la Summers ha in comune anche la straordinaria presa emotiva e un finale sospeso. Narrazione semplice ed empatica, che suggerisce appena gli orrori perpetrati ma, nel mentre, mette la nausea ugualmente, deve forse più agli spunti della cronaca che al giallo tradizionale. 
Niente è dato per scontato; nulla appare certo. Il romanzo concede al lettore poche risposte, al punto che a qualcuno potrà sembrare perfino irrisolto, e imbocca con coraggio un sentiero senza uscita. Parabola on the road terribile e istruttiva, servirà ad aprire gli occhi tanto agli adulti quanto agli adolescenti – non si è mai abbastanza preparati ai colpi di scena che ha in serbo per noi un mondo spietato –, ma scuoterà soprattutto chi, per gusti o per età, è poco abituato ai tiri mancini del genere. Che, per definizione, vive di rapporti malati e sentimenti al limite dell'illecito. Che crede fermamente nell'incalzare martellante dei dubbi, non nella consolazione del lieto fine annunciato. Questa strada per l'inferno, a confine fra amarezza e speranza, è lastricata di loschi figuri e buone intenzioni. Porterà anche a Sadie, smarritasi nei grigi asfalto del bene e del male?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mark Ronson feat. Miley Cyrus – Nothing Breaks Like a Heart

lunedì 8 aprile 2019

I ♥ Telefilm: The OA S02 | True Detective S03

Ambiziosa, autoriale e impenetrabile, nell'anno dei fasti di Stranger Things si era imposta a sorpresa come mia serie del cuore. Non l'avevo compresa fino in fondo, eppure mi aveva commosso. Con le sue coreografie ipnotiche e metaforiche. Con i suoi protagonisti indecisi fra l'additare la malattia mentale della loro guida spirituale oppure abbandonarsi al miracolo. Il finale, per me perfetto così, ci doveva qualche spiegazione. The OA, attesa al varco non senza timore, è tornata ad aprirci occhi e mente, a prenderci in giro, con un nuovo arco di episodi. Se l'attesa è stata ripagata, le si perdona anche il ritardo: assolutamente necessario per riprendere le fila, stupirci e, a tratti, superarsi. Prairie, la sempre incantevole Brit Marling, è andata incontro a morte certa ma infine ci è riuscita: ha fatto il salto in un'altra dimensione. L'atterraggio ha avuto effetti collaterali: da un lato, infatti, deve imparare a muoversi nell'esistenza dell'alter-ego Nina, imprevedibile e viziosa; dall'altro, invece, fare i conti con il fatto che Homer non sappia chi lei sia e con il pensiero che Jason Isaacs, il folle che l'ha tenuta per sette anni rinchiusa, ricopra anche lì un ruolo di potere. Prairie, ricoverata in un ospedale psichiatrico, è prigioniera insieme alle altre cavie di Hap. Alle ambientazioni di Maniac e Homecoming si sovrappongono le vicende di un nuovo personaggio, un detective in cerca di un'adolescente scomparsa, e quelle dei compagni di Prairie, commoventi liceali on the road reduci da un'amicizia impossibile da dimenticare. Due dimensioni distinte, tre diversi piani narrativi: cosa succederà quando si sfioreranno? The OA promette faville e frustrazione. Di ripetersi. La seconda stagione rischia di dire troppo, vero, e troppo presto. Fa sentire qui e lì la mancanza dei suoi adolescenti: nonostante il surclassamento a personaggi secondari, comunque, ci regalano gli attimi più struggenti – saranno quelle danze affascinantissime, o forse il candore di chi si fida ciecamente. Consapevoli dello strano patto narrativo, quest'anno si lascia seguire con minori difficoltà. Guadagna ritmo, comprimari, quesiti. Osa, contaminandosi con l'horror alla Lynch e il leggero trash di fughe e feste mascherate. Il salto si fa maggiore, somiglia a un volo impossibile su San Francisco. La totale comprensione della visione è questione di fede. Siamo punto e a capo, con lo stesso pugno di mosche e un'immutata suggestione. L'epilogo non è che lo specchio riflesso del precedente. L'interpretazione, al centro di dubbi prima fugati e poi rinnovati, non è univoca. La serie, infatti, ha i passaggi segreti e le zone cieche della casa degna di Hill House, costruita da un ingegnere e da una medium, nella quale si imbattono i nostri protagonisti: giovani sognatori vi hanno smarrito al suo interno il lume della ragione e le pareti, sottilissime, promettono di collegarci a realtà alternative. Come sarà il mondo dall'alto, visto dal rosone istoriato della facciata? Prairie promette ai naviganti una visione d'insieme splendida e destabilizzante, simile a quella di Neil Armstrong quando si voltò in assenza di gravità e vide la terra. E The OA è proprio una creatura aliena. Una serie lunare dove tutto è possibile, ogni domanda è lecita, ma le risposte potrebbero negarcisi. Questo la rende amata da qualcuno, odiata da altri. Ma una provocazione intellettuale senza precedenti. (8)

Una piccola comunità, due bambini scomparsi nel bosco, una famiglia che si sgretola sotto il peso della tragedia. Un corpo viene ritrovato presto, infatti; l'altro no. Il mistero dura venticinque anni. Non ci saranno superstiti in casa Purcell, ma due segugi, per fortuna, non smetteranno mai di chiedere, scavare, provocare. Messa così, fatta eccezione per la suddivisione in tre piani temporali, la trama è la stessa di un giallo come tanti: una ricerca tanto delicata quanto preoccupante, di quelle che anche sul piccolo schermo abbiamo visto e rivisto spesso. A onor del vero, tutto è come appare. Ben poche variazioni sul tema, a parte l'insolita parentesi dolce-amara con i protagonisti invecchiati, e nessun guizzo fino all'ottava puntata. Non si può parlare di delusione, eppure era lecito aspettarsi maggiore complessità da un ritorno tanto inaspettato. Erano gli intrighi difficoltosi, i personaggi criptici e gli spunti di attualità la cifra stilistica di True Detective? Dal momento che i pregi della prima stagione si erano rivelati anche i difetti della seconda, la HBO ha ripiegato su una semplicità che premia. Lineare non tanto nella struttura quanto nella pianificazione, il mistero che sono chiamati a sbrogliare gli ottimi Mahershala Ali e Stephen Dorff si protrae nel tempo – tanti buchi nell'acqua, tante false risoluzioni e altrettante ripartenze – anche se, come ci conferma l'epilogo, certe storie vanno avanti da sé. Reduce del Vietnam e guardato con sospetto dal razzismo, Ali – straordinario, al punto che verrebbe voglia di scommettere già su di lui nella prossima stagione dei premi – fa prima i conti con i conflitti d'interesse per la moglie romanziera, poi con l'oblio della demenza. Il ritrovato Dorff, tutto d'un pezzo anche sotto il trucco che lo appesantisce, è il classico sbirro dai metodi poco ortodossi e la vita sentimentale sregolata, nonostante spesso e volentieri i ruoli di potere si invertano: chi è allora il poliziotto buono, chi quello cattivo? I ritmi sono quelli lenti a cui ci siamo affezionati, i dialoghi ben scritti abbondano – a sorpresa, questa volta affiora un'emozionalità sconosciuta – e lo scioglimento, immancabilmente, arriva. In un cameo fotografico fanno capolino perfino McConaughey e Harrelson, insieme all'ipotesi di traffici umani, ma siamo fuori pista. Come si diceva, la serie si mantiene su stilemi classici. Un colpo di cuore, allora, giunge davanti a quel finale che in rete divide. Non mi spiego, sinceramente, il perché delle libere interpretazioni fioccate qui e lì; le critiche di chi dice di aver visto Pizzolato lavarsene le mani. Ci sono brividi, epifanie, immagini, che percepiti attraverso la demenza del personaggio principale sanno invece dare speranza e armi pacifiche a chi crede nell'immaginazione; nelle seconde opportunità. C'è una confusione di quelle buone a indicarti piazzole d'emergenza in questo viaggio, rigorosissimo ma un po' anonimo, al termine della notte. (7)

mercoledì 12 agosto 2015

I ♥ Telefilm: True Detective II, UnReal, Wayward Pines, Descendants

True Detective 
Stagione II
Era il ritorno che tutti attendevano, dopo i fasti della scorsa stagione. Quando True Detective – serie antologica, produzione cult – si era imposta come rivelazione dell'anno. Lungometraggio di otto ore, diretto da un Cary Fukunaga che si fa desiderare e che, da allora, tutti portano sul palmo della mano, in alto, aveva protagonisti dai grandi nomi e dai grandi ruoli, sequenze da manuale, ritmi accattivanti uniti a dialoghi che suonavano come un lungo, memorabile aforisma. Recuperato un po' in ritardo, dopo essere stato messo alla prova dalla flemma dilemmatica del pilot, lo avevo venerato, anche se poco tende a piacermi, di solito, ciò che piace a tutti. Ma, da cultore di un cinema di pancia e di testa, impossibile trattenere l'entusiasmo davanti a quel racconto pulp di amicizia tradita, morte e redenzione, con i suoi certosini piani sequenza, i suoi exploit da applauso, la malinconia della senilità. Come non vedere la grandezza in True Detective? Come attendere il secondo capitolo – anche se era un capitolo che raccontava altri crimini, altre vite – e osare ridimensionare le alte aspettative? I paragoni non dovrebbero nascere, ma spontaneamente nascono. Pur sapendo - e questo nuovo ciclo di episodi non smentisce purtroppo il dolente presagio - che andranno a sfavore di una serie che ha punte di diamante non da meno, ma scarso appeal. Cambiano cast e scenari. Siamo in California e l'omicidio di un ricco manager – coinvolto in traffici illeciti, alleanze, scandali sessuali – chiama in azione tre professionisti in cerca di una seconda chance. Velcoro – padre in lotta per l'affidamento di un bambino, possibile frutto di uno stupro; Woodrugh – eroe di guerra che vive con vergogna la propria natura, accusato di molestie da un'aspirante starlette; Bezzerides – donna che fa un lavoro da uomini, le cui inspiegabili avventure di una notte e via potrebbero trovare risposta in un trauma infantile rimosso. Dalla parte della criminalità organizzata, un piccolo boss locale e la sua consorte sempre nell'ombra; maledetti dalla sterilità, in cerca di un erede. Se il loro privato – tra voglia di paternità e innocenza persa – risulta interessante, non può dirsi lo stesso di un mistero complesso e difficile da tenere a bada. Francamente, non sono certo neanche di averlo capito. Il nuovo True Detective ha i consueti otto episodi, ma ha bisogno di una guida – sul web fioccano, infatti, riassunti, schemi, post per afferrare il punto della situazione. C'è dunque qualcosa che non quadra. Come questi intrecci dispersivi, l'indagine inutilmente cavillosa, le mosse di un poliziesco qualsiasi. Il buon Pizzolatto – su cui pesavano troppe aspettative – abbandona le paludi della Louisiana e, trasferendosi sulla costa, fa il verso a un Ellory, tra traffici umani, corruzione, piccole Arcore d'oltreoceano: i confronti lasciano il tempo che trovano e si perdono autorialità, guizzi, momenti impressi nella memoria. E pure i grandi occhi – chiamiamoli così, okay? - di Alexandra Daddario. Farrell è in gamba, bravo come sempre lo trovo  ma senza superlativo assoluto, con il ruolo, e i baffi folti, di Miami Vice. Kitsch è bello – ed era anche il momento che le ragazze, assidue spettatrici, si rifacessero un po' gli occhi – ma, come vuole il detto, non balla. La McAdams – sì grintosa e convincente, agguerrita, con la smorfia incazzosa e la fronte increspata – la preferiamo quando è sorridente, romantica, coi mariti che viaggiano nel tempo e la memoria che la abbandona. Sorpresa il malavitoso Vaughn – affiancato da Kelly Reilly, tanto affascinante quanto superflua e sperduta – con l'intenso monologo del secondo episodio, tanta umanità e validi tete-à-tete, seduto a un tavolo, con la star principale. Tenetevi pronti per un finale ad effetto, sospeso tra amarezza e banalità, che colpisce emotivamente protagonisti e spettatori – me compreso -, lasciando spazio alla speranza delle donne e a una storia d'amore in potenza, che per un po' rende la bella Rachel l'eroina romantica a cui tutti vogliamo bene. Dopo un inizio in sordina, ci si risolleva dal quinto episodio in poi, anche se non è comunque abbastanza. Resta la sigla, bellissima. Se avesse avuto un altro titolo, okay: altra storia. Grazie alle buone interpretazioni e ai pochi pregi, non avrebbe mosso critiche e rumori. Ma se avesse avuto un altro titolo davvero, con puntate similmente dispersive e pretestuose, chi lo avrebbe guardato per intero? Il nome True Detective significa attenzioni sicure e, di sicuro, non sentirsi all'altezza. Il resto, questa volta, almeno, è delusione. "Tutto chiacchiere e distintivo”. (6)

UnReal
Stagione I
Prendete quei programmi che tanta gente - anche quella insospettabile, senza macchie - guarda. Un Uomini e donne, un Temptation's Island. Avvenenti e giovani pretendenti, uno scapolo d'oro, un matrimonio in grande nell'episodio conclusivo. Su Everlasting l'amore è una farsa e Cupido è uno spietato direttore esecutivo che controlla ogni cosa. Unreal, serie televisiva estiva apparsa all'improvviso e destinata a essere il probabile guilty pleasure dell'anno, è il backstage di una fiaba scritta da altri. Si spengono le telecamere e, lontano dagli occhi degli spettatori, nascono rivalità, gelosie, tradimenti. Ci viene mostrata, infatti, l'edizione più imprevedibile e scoppiettante di un reality show dalla lunga fortuna: sul metaforico trono, un vizioso inglesino con un'immagine a cui dare nuova credibilità. A contenderselo, una quarantenne reduce da un divorzio burrascoso; una spigliata campagnola; una caliente modella di intimo; una raffinata avvocatessa con una perfetta capigliatura da Lady Diana. Da aggiungere alla lista, infine, anche la protagonista, Rachel: professionista senza scrupoli, sopravvissuta a una brutta crisi di nervi, che per lavoro spinge le pretendenti tra le braccia del playboy della situazione e, imprevedibilmente, ci finisce lei in primis. Cosa c'è stato prima della diretta ufficiale? Morti non troppo accidentali, ricatti, vendette. Unreal, commedia nera di notevole fattura – tanto da non sembrare un prodotto Lifetime; tanto da essere un piacere sì, ma poco colpevole – ha una diverentissima componente trash – un programma come un'agenzia matrimoniale – e un attento studio di reazioni, meccanismi di causa effetto, colpi di scena che gli valgono l'etichetta di thriller psicologico. Cinico, sfrontato e asprigno, già confermato per la seconda stagione, è esteticamente impeccabile, ha una scrittura intelligente che nessuno si aspetterebbe e un cast assortito e sexy, composto perlopiù da volti del piccolo schermo, in cui spiccano Freddie Stroma – biondo dall'accento regale visto anche nella saga di Harry Potter – e una Shiri Appleby bravissima, tornata sotto le luci della ribalda dopo il successo di Roswell, nei tardi anni novanta. Per chi quando chiedeva “ma come fai a guardare un programma come quello della De Filippi?” si sentiva dire “è per un'indagine antropologica, e per le risate involontarie”. Con Unreal, grossomodo, valgono le stesse regole e la stessa svergognata scusa. (7+)

Wayward Pines
Stagione I (Cancellato)
Un incidente automobilistico e Ethan, agente sulle tracce di colleghi scomparsi, si sveglia in quel di Wayward Pines. Microcosmo dal perimetro che è severamente vietato oltrepassare, pena la morte, la città – paragonata senza cognizione di causa alla leggendaria Twin Peaks – ha leggi proprie e segreti custoditi con il silenzio. Cosa proteggono gli abitanti? E da chi cercano protezione? Tratta dall'omonima trilogia di Blake Crouch e annunciata come serie rivelazione, con la protezione di un tristissimo Shyamalan che si dà da anni a filmacci e cattivi investimenti, l'ultima produzione Fox è partita con un pilot accattivante e, puntata dopo puntata, è andata a morire in un pozzo di infamia. Ti muore sotto gli occhi, semplicemente, mentre in principio non sa dove andare, poi lo scopre e, infine, in un quinto appuntamento che è il peggio del peggio, cerca di spiegare l'inspiegabile con una tirata di quaranta minuti che mostra la pochezza della storia di Crouch, i limiti di una serie partita al meglio, la caduta mortale del regista del Sesto senso. Brutto come brutte sono tante serie passate, brutto come saranno tante serie future. Ma qui, in maniera imperdonabile. Un padrino d'eccezione, i paragoni prematuri con Lynch e, nel cast, nemmeno un attore che suonasse anonimo. Protagonisti, infatti, tutti presi dal cinema – da Matt Dillon, alla sempre splendida Carla Gugino; da Shannyn Sossamon agli eccelsi caratteristi Toby Jones e Melissa Leo; passando, inoltre, per i passeggeri Juliette Lewis e Terence Howard. Lo stesso spunto del sottovalutato The Village, le modalità del sonnolento Under the Dome, un abbozzo di distopia sul modello del pessimo Maze Runner, un sacrificio finale che ha del ridicolo – altro che commovente –, uguale a quello di Io sono leggenda. Tra un déjà vu ed un altro, copiando un po' qui e un po' lì, Wayward Pines è come un pessimo alunno che, nel tema rubato al compagno di banco scemo, dimentica di aggiungerci del suo. Ricorda altro; non si ricorda. (4)

Descendants
Film Tv
L'ultima riga delle favole, e poi? Cosa è stato delle coppie più amate e, soprattutto, degli antagonisti che a lungo hanno tramato contro il lieto fine? Gli eroi delle fiabe – e i loro nemici storici – sono diventati genitori. I buoni vivono tutti insieme, in un mondo in cui, a scuola, si insegnano gentilezza e bontà. I cattivi, invece, esiliati su un'isola deserta, se ne stanno senza incantesimi e wi-fi. Ma, nel frattempo, pensano al colpo di stato. E così, per un progetto mirato all'integrazione di una minoranza, la prole delle canaglie più temute va a studiare accanto ai “figli di”. Un rinnovo generazionale che era già nell'aria; il ritorno di favole mai alla moda come adesso; i villain più amati che appaiono appesantiti, stanchi, invecchiati, mentre i loro eredi sognano la moda, un dalmata da crescere, essere parte di una squadra. Quando è giusto smettere di seguire le orme dei nostri genitori e scegliere di essere né buoni, né cattivi, ma semplicemente noi stessi? Descendants – film prodotto da Disney Channel, unico canale che rimpiansi, quando i miei decisero di dare un taglio a Sky – è una commedia musicale in salsa fantasy che ha caratteristiche che avrei amato, alle medie, e premesse che appaiono disastrose adesso che non si ha l'età. Regia televisiva, costumi di seconda mano, effetti speciali raffazzonati, stucchevolezza. Un pubblico di soli bambini e genitori. Ma - vuoi la nostalgia canaglia, un lato visivo che è mediocre quanto in Once Upon a Time, e dunque abbastanza accettabile, il Kenny Ortega, alla regia, di due miei cult d'infanzia: Hocus Pocus e High School Musical – questa storia di seconde opportunità, accoglienze calorose e unione, condita da canzoni orecchiabili e sprazzi musical architettati da bravi addetti ai lavori, funziona e diverte, con tutta la leggerezza e la magia di cui la televisione – modestissima – è capace. Nel cast di giovani, occhio alla bella Dove Cameron – con la canzone If Only che non fa invidia a Let it go, una serenata alla 10 cose che odio di te da parte di un principe pazzo d'amore, la versione remixata di Stia con noi – e alla meno giovane Kristen Chenoweth, qui una Malefica autoironica e vendicativa, meglio della Jolie. Si fa riferimento a un sequel e, sperando non arrivi tra tanto tempo, vedrò di farmi trovare pronto; con la solita età un po' sbagliata e la testa da bambino cresciuto quanto basta. (6,5)

martedì 7 ottobre 2014

I ♥ Telefilm: True Detective, la serie evento del 2014?

Ciao a tutti, amici. Prima post, oggi, dalla mia nuova postazione: mi sono trasferito a Chieti, ma nel weekend, per via di corsi ancora inattivi, sarò di ritorno a casa – che è a un'ora e qualcosa di treno, per fortuna. Recupero un post salvato sul mio pc da qualche tempo, quindi, e vi parlo di True Detective, debuttata il 3 Ottobre su Sky, con un successo grandioso di pubblico e di critica. Sono abituato, sapete, a maratone di telefilm e a post che parlano di maratone di telefilm: per questa volta, riflettori puntati su un solo serial. L'ennesimo gioiello targato HBO. Serie dell'anno, dite? Sì. Direi di sì, io. Vi abbraccio, M.

True Detective
Stagione I
Oggi. Due detective di nuova generazione si danno il cambio e, in sale separate, interrogano due colleghi, due partner, due vecchi eroi che hanno abbandonato pistola e distintivo, dopo aver perso troppo. Sono appesantiti, sbattuti, invecchiati.
Puzzano di sigarette e liquore. Difficile crederlo, ma - vent'anni prima - hanno intercettato un serial killer che, con i suoi sanguinosi rituali a sfondo religioso, aveva fatto stragi tra donne e bambini. Marchiava le vittime, disponeva i loro cadaveri con metodo, lasciava sulla scena del crimine una scultura di legno. L'uragano Katrina, a lungo, ha seppellito prove vitali, ma si è giunti finalmente a una conclusione: quel serial killer non è mai stato fermato. Non agiva da solo. Possibile trovare giustizia dopo tutti quegli anni? 1995. Quando quei detective erano già dannati, stanchi, ma ancora giovani. Quando quei detective, estranei, si parlavano. Marty è padre di famiglia: poco sagace, diretto, impulsivo, ama le sue bimbe e le donne. Pensa con l'uccello e il suo matrimonio perfetto, a causa dell'odore del sesso, è a un passo dal tracollo. Come collega, gli hanno assegnato Rusty, che ha un nome che ricorda la ruggine. Rusty è intelligente, scrupoloso, e vede cose che gli altri non vedono. Fuma migliaia di sigarette e ha migliaia di segreti. Conosce i migliori (o i peggiori) spacciatori, ha gli occhi infossati, cicatrici profonde che non si limitano alla pelle. Si confrontano, si appoggiano, si insultano. Si stimavano: l'hanno fatto fino al 2002. Cosa è successo in quei dodici anni di distanza? Era appena iniziato il 2014 quando, al debutto di un serial, al cominciamento di un ciclo nuovo, già si parlava di serie dell'anno. True Detective. Non si attendevano smentite, non venivano sollevati dubbi. Inutile aspettare i restanti dieci, undici mesi. Sulla HBO, ancora una volta, in onda qualcosa di molto vicino alla perfezione. Ho guardato il pilot e lì mi sono fermato: eccellente, ma lentissimo. Pure noioso. Troppo, per me, che mi lamento della pochezza delle sit-com, ma le divoro; troppo, per me, che trovo che un'ora sia troppa e che i canonici quaranta minuti siano la giusta misura. Ammetto di non essere abituato a un formato simile, rimpiango la mia impazienza. Vedete, io andavo educato alle cose belle, se così si può dire. E la bellezza richiede un lungo apprendistato. Aspettate, imparate a non guardare l'orologio ogni cinque secondi, non perdete il filo, per via dei tanti nomi e dei lunghi silenzi in cui parlano i volti e la musica, in coro. True Detective è bello e non devo venirvelo a dire io. Un poliziesco inconsueto, calmo, senza particolari colpi di scena, ma caratterizzato da una scrittura esemplare e da un gusto eccezionale. Lo pensavo pulp, sanguinoso, invece è di una quiescenza che ammazza. Raffinatissimo. Denso. Non immaginate chi sia il colpevole, non cercate di indovinarlo. Non lo conoscete. Non è un giallo alla Agatha Christie. E' un romanzo a tinte forti, in cui si parla di come nessuno sia del tutto libero dal male. Non ci sono brave persone, ma persone che fanno cose giuste e cose sbagliate. Il confine è sottile, almeno quanto la personalità dei suoi straordinari personaggi: inafferrabili. 
Due sbirri veri, due “cattivi tenenti”, che sguazzano in uno stagno senza fondo di malvagità, pedofilia, rapimento, mistero, e non ne escono del tutto puliti. Ci vorranno due decenni per mettere un punto alla loro storia e, nel frattempo, la corruzione metterà radici. Woody Harrelson, dopo una candidatura all'Oscar lontanissima e una serie di ruoli da comprimario, è all'altezza delle aspettative. Lavori di trucco curatissimi ce lo mostrano in tre fasi della vita: biondo, stempiato, calvo. Magro e grasso. Giovane e vecchio. Ottuso, infedele: sempre umano. La sua compagna di vita, almeno per un po', la delicata Michelle Monaghan: mamma di due bambine che, in un solo episodio, il quinto, diventeranno adolescenti ribelli e disinibite d'un tratto. L'incubo di ogni papà, il sogno di ogni compagno di liceo dalle mani lunghe. Il suo compagno d'armi, invece, è Matthew McConaughey che, quest'anno, si è scoperto un attore di quelli grossi. Piccola curiosità: i due hanno già recitato insieme, anni fa, in Edtv. Qui, lui, è più bravo di sempre. Ancora più bravo che in Dallas Buyers Club. Una prova sofferta, l'ennesima, che gli ha scavato il volto, gli ha incurvato la schiena, gli ha fatto arrochire la voce e crescere la barba. Tormentato da visioni, sesti sensi, ricordi, è un personaggio di lynchiana memoria: incomprensibilmente bello. Incomprensibile anche la sua mancata vittoria agli Emmy: la sua prova, così come la qualità della serie tutta, è roba da non credere. Cosa mai vista prima. I paesaggi, paludosi e ostili, quelli contro cui aveva già lottato in Mud, The Paperboy, Killer Joe. Alla regia, per tutti gli episodi, colui che, nel 2011, portò al cinema un favoloso Jane Eyre: Cary Fukunaga. Questa volta, dirige un gran film che dura qualcosa come otto ore, impresa da record, con una mano e uno sguardo che ricordano Cronenberg, Fincher, Nichols. E ci regala sequenze spiazzanti, lunghe, indimenticabili, che in televisione – e perché, altrove? - non sono mai state portate. Un ininterrotto piano sequenza che dura sei minuti, meritevole di occupare un posto tutto suo nella storia del cinema. Il mezzo spogliarello mozzafiato della travolgente Alexandra Daddario che, nudissima, entra a pieno diritto nell'immaginario dell'erotismo. La scena finale che, da manuale, intenerisce ed emoziona come non pensavo. Una gemma che ha inizio nel sangue e finisce con le stelle, True Detective. Con la speranza di un aldilà, con la speranza di una riappacifazione. Con la speranza. Petrolio, catrame; poi una lama seghettata di luce. (9)