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giovedì 17 dicembre 2020

Il cinema al tempo del Covid-19: Mank, Elegia americana, L'incredibile storia dell'isola delle Rose, Uncle Frank, Il processo ai Chicago 7

Acclamato dalla critica come il film dell’anno, lo si attendeva con ansia. Mank, l’ultima fatica di David Fincher, sbancherà ai prossimi Oscar soprattutto nelle categorie secondarie. Prodigio di tecnica, con il suo bianco e nero pastoso e un audio leggermente gracchiante, sembra sbucato dagli anni Quaranta. Ci si poteva aspettare forse qualcosa di meno da un biopic che racconta la genesi dell’intramontabile Quarto potere? Seppur meno funambolico e barocco del capolavoro originale, Mank è una visione perfino più godibile del previsto grazie ai dialoghi scoppiettanti e a un personaggio sopra le righe. Il cuore, però, dov’è? Il sempre impeccabile Oldman interpreta l’eponimo sceneggiatore: erano anni di crisi. Con ancora i postumi della Grande Depressione, il cinema faceva il passo dal muto al sonoro e assoldava drammaturghi per attirare nuovo pubblico. C’erano l’avanzata di Hitler, inoltre, e le elezioni del 1934 da sabotare al suon di falsi cinegiornali. Chiamato a scrivere un film su commissione per Welles, il protagonista sceglierà un soggetto inusuale: la vita di un ricco magnate perso dietro gli intrighi del subdolo Mayer. Accompagnato dall’incantevole Amanda Seyfried, moglie trofeo ingiustamente bollata come bella e stupida, Oldman si muove tra i labirinti, le fontane e gli animali esotici della reale Candalù. In un puzzle costruito su diversi piani temporali, Fincher – con una sceneggiatura del defunto padre Jack – lavora al ritratto di un malinconico giullare destinato a farsi sempre terra bruciata per via della lingua lunga. Sbronzo e caracollante, Oldman punta il dito contro i miti e i mostri della MGM; scandalizza i figuranti della fitta corte dei miracoli di Charles Dance; menziona attori, addetti ai lavori, politicanti sconosciuti. Pieno di rimandi com’è, Mank affascina per la foggia bellissima ma lascia spesso indifferenti per il contenuto: quando Hollywood parla di sé, infatti, dovrebbe farlo con un linguaggio alla portata di tutti. Ripiegato su sé stesso, invece, il film va incontro a un controsenso. La fabbrica dei sogni ci svela dall’interno il proprio funzionamento. E, come dopo lo svelamento di un trucco, perde parte della magia. (7)

Su carta aveva tutto per piacermi. Le atmosfere rurali dei romanzi di Haruf, un regista classico ma solidissimo, due protagoniste che sin dal trailer facevano a gara di bravura. Le recensioni avevano presto frenato le aspettative. Elegia americana, tratto dal romanzo biografico di J.D. Vance, era il disastro preannunciato? Storia di tre generazioni a confronto, il film racconta il sogno americano del solito self-made man: uno scrittore partito dal nulla e giunto con successo al prestigio, che tuttavia non ha dimenticato l'importanza delle radici. Diviso tra dovere e famiglia, deve fare i conti con il richiamo del proprio sangue e con i guai ereditati da una genitrice perennemente sull'orlo dell'abisso. Articolato in una serie di lunghi flashback, Elegia americana si concentra sui bracci di ferro tra la madre e la nonna di Vance: più che a lui, infatti, si lascia spazio agli strepiti di due donne al centro di un rapporto di amore-odio. Amy Adams, imbolsita e fuori parte, esagera con i pianti, le urla e le salopette sformate: così sopra le righe da risultare involontariamente comica, offre purtroppo la prova peggiore della sua carriera a causa di un personaggio che segue tutti i cliché delle donne autodistruttive. Molto meglio Glenn Close, nonna dolcissima nonostante i modi spicci, che sotto il suo mascherone posticcio e l'andatura caracollante riesce comunque a lasciar trapelare una grande commozione: sarà la volta buona per l'Oscar? Dopo gli eccessi melodrammatici della prima parte, le cose si aggiustano nella seconda, dedicata al riscatto personale del protagonista. Moralmente edificante, vittima dei luoghi comuni e di un'intensità variabile, il film  è sin troppo caricaturale per apparire veritiero e la sceneggiatura – scritta a tavolino per strizzare l'occhio all'Academy – viene presto a noia: il tocco di un Clint Eastwood, più schietto del patinatissimo Howard, avrebbe fatto la differenza. Ciò che resta è una puntata di This is us lunga e dimenticabile, che riesce nell'impossibile: deludere, nonostante la presenza delle sue stelle. (6)

Dopo aver raccontato dei ricercatori al verde di Smetto quando voglio, criminali per necessità, il talentuoso Sibilia confeziona un’altra ode spassionata alla follia e al coraggio dei sognatori; a coloro che inventano e si reinventano. Ispirato a una vicenda talmente assurda da essere realmente accaduta, L’incredibile storia dell’isola delle Rose segue le avventure picaresche di un sempre ottimo Elio Germano. Ingegnere di belle speranze, più volte segnalato alle autorità per le sue invenzioni strampalate, a un certo punto progetta un’isola a largo di Rimini. In acque internazionali, nel 1968, sorge una piattaforma sorretta de sei piloni d’acciaio: sembra un lido o poco più, una discoteca. Invece era un’utopia galleggiante con le pretese di diventare uno Stato indipendente dall’Italia. Come acquisire la giusta credibilità, se accusato di contribuire al malcostume del Paese con la sua concezione di dolce vita? Rifugio felice per naufraghi, apolidi, reduci e neomamme, l’esistenza dell’isola insospettirà i piani alti – Zingaretti e Bentivoglio, esilaranti – e sarà discussa a Strasburgo, nel consiglio d’Europa. Accompagnati da una romantica De Angelis, Sibilia e il suo Germano ci rendono partecipi di una pagina di cronaca dal forte valore emblematico. Perfetto nel cast, nella CGI e nei colori sfavillanti, il film Netflix non è esente dalle lungaggini della seconda metà ma si riscatta con un epilogo emozionantissimo, che propone una catena di mani intrecciate e una morale sempreverde: i sogni non li abbattono neanche le cannonate. Il regista convince anche a ritmo di twist e con accento bolognese: artefice di prodotti giovani, ambiziosi e rinvigorenti, fatti di intuizioni e soprattutto di idee. Può esistere un’isola che non c’è? E un cinema che non c’era? (7+)

Hanno tutti un parente che si distingue dagli altri. Quello colto e distinto, seduto in disparte a leggere Flaubert, che per un motivo imprecisato non piace a nessun membro della famiglia. Quello diverso, in una maniera di cui da bambini non si capisce bene il perché. Ma Frank non è poi così diverso da Betty: la sua nipote prediletta, che nonostante le origini campagnole ha puntato alla Grande Mela per studiare letteratura. Lì scopre che lo zio professore ha una doppia vita: omosessuale, nasconde un compagno amorevole e amici strampalati. Costretti a tornare a casa per un funerale, nipote e zio viaggiano in macchina da New York a Creekville sulle scene di un passato doloroso. Quale trattamento ha ricevuto Frank? Cosa lo ha reso disincantato e omertoso? Alan Ball, autore premio Oscar per American Beauty, torna su Amazon. E scrive e dirige una commedia drammatica vagamente autobiografica, con un immediato effetto benefico. Ora spensierato, ora malinconico, Uncle Frank risulta leggerissimo nonostante i temi luttuosi. Riuscito tanto nelle ambientazioni anni Sessanta quanto per la caratterizzazione interiore dei personaggi, si ricorderà soprattutto per la bravura insospettabile di Paul Bettany: dolente e spiegazzato, elegantissimo, emoziona per la piega amara della bocca e per il tremore impercettibile delle mani. Con lui la giovane Sophia Ellis, un volto su cui puntare. Tra confronti, funerali e coming out, Uncle Frank è la rimpatriata agrodolce sull'orgoglio di essere pecore nere. (7)

Non amo i film d’inchiesta, ma per Aaron Sorkin ho fatto un’eccezione. Lo sceneggiatore e drammaturgo americano, qui anche regista, ci porta nell’estate turbolenta del 1968. Alle porte dell’Hotel Hilton, dove in previsione di una convention di democratici si riuniscono a pretestare tre gruppi di sinistra: uguali ma diversi, hanno intenti pacifisti – correva l’epoca del Vietnam – ma lo scontro con la polizia è inevitabile. Chi ha colpito per primo? Il film, un puro dramma processuale, racconta del processo per stabilire se la colpa spetti ai dimostranti o alle forze dell’ordine. Concitatissimo, parte con i migliori auspici e un montaggio serrato, ma si perde in un prosieguo caotico man mano che il caso diventa più logorante. Profondamente americano, il dramma di Sorkin strizza l’occhio con incertezza all’attualità e pecca di una caratterizzazione molto semplicistica, indulgente verso gli indagati e impietosa contro la polizia. Per me non al suo meglio, lo sceneggiatore riesce a essere comunque sorprendentemente piacevole a tratti, ma per me la sua ricostruzione non centra il punto. Nel cast, popoloso ma dispersivo, inoltre non spicca nessuno in particolare fatta eccezione per Sacha Baron Cohen e Jeremy Strong: due spassosi hippy, che rispondono a tono e con ironia. Peccato che nulla possano contro un epilogo alla Spielberg, altamente retorico, che vorrebbe stillare lacrime e miele in quantità, ma finisce soltanto per far sbuffare. Probabilmente non ne ho compreso l’urgenza. Non amo i film d’inchiesta, e Aaron Sorkin non è stato l’eccezione. (5,5)

venerdì 30 novembre 2018

Mr. Ciak: The Wife, Widows, The Children Act, The Guilty, Ritorno al bosco dei 100 acri

A Stoccolma, in una camera di lusso, si consumano i retroscena del Nobel. La premiazione e le domande della stampa hanno risvegliato rancori nel mezzo dei festeggiamenti. I contendenti sono due coniugi già in là con gli anni: lui, con il pallino dei grassi saturi e delle belle donne, scrittore vanaglorioso che sin da ragazzo si sognava Philip Roth; lei, prima allieva prediletta e in seguito moglie trofeo, donna che in segreto ha sempre mosso i fili del suo successo. Non serviva il sopraggiungere di flashback quanto mai superflui per illuminarci sulle bugie e i ruoli di potere della coppia: un matrimonio nato da un tradimento, che di tradimenti a lungo ha vissuto, in cui un'ereditiera desiderosa di indispettire la ricca famiglia aveva regalato l'anima e il corpo – soprattutto, il proprio talento – a uno scrittore ora da pulire, ora da imboccare, ora da perdonare. L'uno ha le idee, l'altra lo stile. Tutti i meriti, anche agli occhi del figlio (d'arte) Max Irons, spettano però all'istrione Jonathan Pryce. L'occhialuto biografo Christian Slater, al contrario, fiuta qualcosa nei gesti di una Glenn Close in odore di nomination: i sorrisi tirati, gli occhi bassi, il tormento delle mani e un animo che ribolle per quel desiderio di rivalsa svegliatosi all'improvviso. Si può voltare pagina a settant'anni? Si può trovare nella totale disfatta la voglia di fare l'amore o di saltare sul letto per celebrare un immeritato trionfo? Storia di rinascita affatto sorprendente in questi tempi di ritorno al femminismo, la lenta rimonta di The Wife ricorda troppo Big Eyes: palcoscenico austero ed elegante su cui non va in scena niente che meriti il bis. Classico dramma di attori in cui la scontata bravura della protagonista si rivela un'arma a doppio taglio. È infatti la stessa donna del titolo, a suon di dialoghi teatrali e di segnanti primi pianti, a mettere in ombra l'intero film. (6)

Se sei un criminale in una Chicago che non perdona, nemmeno un'onorata carriera nel malaffare può salvarti. La vita di quattro ladri si conclude in una retata che non lascia scampo. Ognuno aveva debiti, un'idea per cambiare vita, una moglie. Questa è la storia di tre delle quattro vedove: donne agli antipodi – un'ereditiera affranta con ridicolo cagnetto bianco al seguito, una giovane maltrattata che si reinventa escort, una mamma latinoamericana con un negozio pignorato – che, sotto l'egida di una Viola Davis tanto bad-ass quanto svogliata, collaborano per riscattarsi. Mentre in città si fanno lo sgambetto gli aspiranti sindaci – Farrell appoggiato dall'arcigno Duvall, l'altro dal tirapiedi Kaluuya –, le protagoniste lavorano a far della propria inadeguatezza un'arma a doppio taglio. E secondo lo stesso principio, in un cast di premi Oscar, a sorprendere sono le attrici all'apparenza fuori posto: Michelle Rodriguez, per la prima volta in un film d'autore, e un'irresistibile Elizabeth Debicki. Peccato che i pregi, le cose da scrivere, finiscano presto con un film che resterà la peggiore delusione dell'anno. Widows su carta non ispirava, infatti, ma recensioni positive e grandi nomi lasciavano intuire il colpo di teatro: Steve McQueen, reduce dai fasti del potente e arraffone 12 anni schiavo, non poteva riadattare una soap degli anni Ottanta senza metterci del genio; non poteva cedere all'heist movie come un qualsiasi Soderbergh e giocare ancora l'irritante carta del politicamente corretto con un cast all women (o quasi), all black (o quasi), con tanto di stucchevole cenno al braccio violento (e razzista) della legge. Non ne faccio mistero, di Widows mi hanno infastidito le scenografie da rivista patinata, la scrittura televisiva della Flynn, colpi di scena che insultano l'intelligenza di chi si aspettava un'americanata sì, ma di classe. Freddo e poco coinvolgente, in equilibrio precario fra il noir e il melodramma, il regista del chiacchierato Shame finisce questa volta per lasciare a bocca asciutta per il desiderio di accontentare tutti in una seriosa varazione sul tema del dimenticato Ocean's 8. Torna e fa cilecca. Con la morte nel cuore per questo colpo clamorosamente fallito, noi fan ci vestiamo già a lutto. (5,5)

I sorrisi ai neonati sul treno ci dicono che non ha avuto figli. Parte lesa in un matrimonio senza sesso, continuamente sul piede di guerra, il giudice Emma Thompson ha un'aria rispettabile, un guardaroba severo, ma piccoli dettagli ne rivelano l'altruismo e l'istinto materno. Esperta in autentici casi di coscienza, chiama a deporre la famiglia di un adolescente morente: in quanto testimone di Geova, il ragazzo rifiuta la trasfusione. Avvincente e umano, The Children Act è nella prima parte un dramma giudiziario convenzionale ma solidissimo. La seconda, più incerta ma senz'altro toccante, segue invece il dipanarsi di un candido colpo di fulmine, di una subitanea affinità elettiva, il cui significato si evince più in pratica che in teoria. La protagonista, infatti, va al capezzale di Fionn Whitehead: per lui, intelligente e sfacciato, canta e recita Yates. Il giovane – senza più famiglia, senza più Dio – si affida anima e corpo alla donna, che ligia al dovere non vuole tuttavia portarsi il lavoro a casa. È già troppo tardi: in seguito a un imprinting misterioso e immediato, lei gli è entrata sin nel sangue. Se l'ultima mezz'ora non basta ad approfondire debitamente il rapporto tra il malato ribelle e il giudice – “My Lady”, come la chiama Whitehead venerandola per tutto il tempo –, ambiguità e svolte annunciate sono appianate dal monologo finale di un'attrice forse al suo meglio che, piangendo in abito da sera, si confessa all'infedele Tucci. Ci sono ballate che vanno cantate: al diavolo le scalette predefinite. Ci sono storie che vanno raccontate anche se, grandi interpreti a parte, sortiranno maggiore clamore nei romanzi di Ian McEwan. Ci sono casi straordinari – giudiziari e non solo – davanti ai quali perfino la legge solleva bandiera bianca. Abbandonandosi a un ritornello, lasciando andare chi aveva le smania di farsi libero martire. (7)

C'è qualcosa di marcio in Danimarca. C'è qualcosa di bello però in un cinema che quel marcio sa raccontarcelo con l'acume e la sensibilità che lusingherebbero anche il buon Shakespeare. Vedasi i nervi a fiori di pelle per Il sospetto di Thomas Vinterberg o, ancora, le lacrime per la scabrosa Susan Bier di Second Chance. Alla completezza dei gialli europei mancava un tassello. L'ho scoperto per caso – non sapendo del successo al Festival di Torino né che avrebbe rappresentato la Danimarca agli Oscar –, in un'appassionante chiamata lunga un film. Il telefono squilla. Siamo in una stazione di polizia e, in seguito a una bruciante retrocessione, al pronto intervento troviamo un bravissimo Jakob Cedergren. L'agente paga il fio per i propri metodi poco ortodossi, per la tendenza a far di tutto un caso personale. Alla cornetta lo aspettano gli sbadigli per qualche tentata rapina, incidenti stradali da poco, giornalisti incuriositi da uno scandalo che l'ha reso protagonista. Fino a quando non intercetta una chiamata diversa: quella di una donna – e della sua bambina in lacrime, intanto a casa con il fratellino neonato – rapita dall'ex marito. Lo spettatore è messo al corrente di ogni trillo, vibrazione o messaggio in segreteria. L'azione vera, un'ordinaria storia di violenza domestica, si consuma però fuori dalle scene. Come in Locke, la sceneggiatura si crea da sé, alla cornetta, e sempre alla cornetta prende vita un piccolo giallo dalla grande emotività. Grazie alla regia attenta e a un interprete dagli occhi empatici, The Guilty è un esperimento che funziona alla perfezione: tutti sono colpevoli di qualcosa, tutti vogliono confessare per alleggerirsi l'anima e tutti, a fine visione, vorranno comporre un numero dal nuovo (questa volta della persona giusta). La solidarietà, così, scatta tanto verso le vittime quanto verso un assassino feroce. Non lasciatevi scoraggiare dall'interlocutore sconosciuto; dal pesante accento straniero. Prendete all'istante questa chiamata. E in certe notti vi sentirete più al sicuro, meno soli. (7,5)

C'era una volta un bambino che sperava di non diventare grande. Gli facevano compagnia gli amici animali – un orso, una tigre, un asino e un canguro –, con cui dividere fantastiche avventure in una radura ai confini della realtà. Il bambino mentiva, alla fine è cresciuto: diventando un uomo segnato dalle esplosioni della Seconda guerra mondiale, un marito assente, un padre poco amorevole. I suoi compagni d'infanzia, inevitabilmente, sono stati dimenticati in nome delle responsabilità. C'era una volta la Disney, storica fabbrica dei sogni, che voleva parlare a grandi e piccini. Continua a farlo tutt'oggi, sì, non inventandosi più niente dal nuovo: i cartoni che prendono vita abbondano, sequel e reboot spettano anche alle vecchie fiabe. Anche il bambino di Winnie the Pooh, dunque, cresce per ragioni di copione. Ha il volto del sempre in parte Ewan McGregor e veste gli abiti di un noiosissimo impiegato che ha rinnegato il passato. L'orso ghiotto di miele si smarrisce a Londra e si mette sulle tracce di lui, a cui spetta il compito di riportarlo dove tutto ha avuto inizio. Favola bucolica nello spirito delle Cronache di Narnia, Ritorno al bosco dei 100 acri racconta pochissimo che non sapessimo già. Chi come me si si aspettava i segreti struggenti di Neverland e Saving Mr. Banks, autentici backstage sulle difficoltà del processo creativo e sull'urgenza della scrittura, probabilmente avrebbe dovuto prima dare un'occhiata al biopic su Alan Milne. Ode spensierata alla leggerezza, agli affetti, al ritorno ai buoni sentimenti, la commedia per famiglie del capace Marc Forster è piuttosto una classica riflessione generazionale che colpisce più gli occhi che il cuore e che qui e lì attinge alla comicità slapstick del meglio riuscito Paddington. Malinconico andirivieni fatto di ritorni alla base e morali risapute, senza buone idee all'interno ma con quel pizzico di magia che sotto Natale non guasta. (6,5)

venerdì 10 agosto 2018

I film che leggeremo: Oscar-Friendly

Il primo uomo 
31 ottobre 2018
Dalle stelle di City of Stars alla luna. Dal musical al biopic a tinte action, sempre facendo tappa presso quel Festival di Venezia, a fine agosto, che già aveva portato fortuna la prima volta. Ryan Gosling è Neil Armostrong, nel film ispirato all'omonimo bestseller di James R. Hansen. La curiosità, onestamente, questa volta vola bassa. Genere abbastanza consolidato da essere venuto a noia, cast che poco osa – la moglie di Armstrong è Claire Foy: guarda caso, compagna di vita del sofferente Andrew Garfield in Ogni tuo respiro – e, unico grandissimo pro, un instancabile Chazelle che punta al firmamento e all'en plein.


Se la strada potesse parlare
30 novembre 2018
Chazelle e Jenkins sono destinati ancora a incontrarsi. Dopo la clamorosa gaffe di due anni fa, si spera vivamente che a fare da arbitri non saranno Beatty e Faye Dunaway. Il regista di Moonlight torna, e un trailer montato ad arte lascia intuire che in ballo abbia stile, impegno e forti emozioni. Adatta un romanzo di James Baldwin, prossimamente in ristampa grazie a Fandango Libri, ma abbandona il mondo LGBT – lo scrittore afroamericano, eppure, è noto soprattutto per il cult gay La stanza di Giovanni – senza tralasciare il razzismo, gli amori proibiti, le strade. Che parlano, sì, e in anteprima al Festival di Toronto forse ci racconteranno una storia destinata a far breccia.


Suspiria
2 novembre 2018 (USA)
In principio c'era Suspiria De Profundis. Romanzo-confessione del giornalista Thomas de Quincey che da un viaggio nell'Italia dell'Ottocento portava con sé un lungo incubo e la conoscenza delle tre Madri. Dario Argento aveva dedicato un film a ognuna di loro. Il primo, a cui avrebbero seguito gli imperfetti Inferno e La terza madre, era Suspiria: cult irripetibile, pronto a farsi remake. Non si storce il naso, però, se a occuparsene è l'esteta Guadagnino. I personaggi mantengono i nomi originali, il cameo di Jessica Harper appare quanto mai doveroso ma, titolo a parte, i due film sembrano avere poco altro in comune. Cambia il taglio – freddissimo, alla Von Trier –, cambia la durata – sfiorerà, pare, le tre ore complessive – e cambia il pubblico, se le streghe di Suspiria sono pronte non troppo a sorpresa a infestare festival solitamente chiusi al genere. Getterà un incantesimo sulla Laguna? E sull'Academy, pronta nel 2019 a mettersi in gioco con una categoria aggiuntiva: quella dei film popolari?


Beautiful Boy
12 ottobre 2018 (USA)
Com'è che si dice? Stagione dei premi che vai, Timothée Chalamet che trovi. Lo straordinario Elio di Chiamami col tuo nome, vincitore morale agli Oscar, non vuole diventare una meteora di passaggio. Tanti progetti nel cassetto – Allen, Villeneuve, Gerwig – e altrettanta voglia di lasciarsi nuovamente stupiti e commossi davanti al primo film americano del regista dello struggente Alabama Monroe. Una storia vera, di padri figli e dipendenze da stupefacenti, in cui Chalamet è il bellissimo (e problematico) ragazzo del titolo, mentre il versatile Carrell è il genitore imperturbabile che vorrebbe ricondurlo sulla retta via: quella che porta a casa. I fortunati lo vedranno sempre a Toronto. Gli altri, aspettando l'uscita italiana, lo leggeranno in libreria con Sperling Kupfer.


Mary Queen of Scots
8 novembre 2018
Si sono incrociate in tempi recenti sul Red Carpet: nominate l'una per Lady Bird, l'altra per Tonya. Bionde, giovani e bravissime, Saoirse Ronan e Margot Robbie condividono il set e la corona nel dramma in costume Mary Queen of Scots. Cugine, amiche-nemiche, rivaleggiano per il regno e per l'Oscar: si trasformano. Se a Soirse donano la treccia rossa e la fierezza dell'appassionata Mary, la bellissima Margot raccoglie il testimone di Cate Blanchett, s'imbruttisce e diventa Elisabetta I. Il romanzo di John Guy porta il nome della prima, ma a giudicare almeno dall'intensità del trailer – con quella sovrana inedita: stempiata, incompresa, sterile – potrebbero spuntarla a sorpresa le fragilità della Non protagonista.


Boy Erased
22 novembre 2018
Adolescenti omosessuali da convertire in nome della fede nell'Altissimo. Se ne era già parlato in The Miseducation of Cameron Post, coming of age vincitore dell'ultimo Sundance Film Festival. Il tema shock sarà lo stesso nel ritorno alla regia dell'attore-regista Joel Edgerton, che per l'occasione adatta di proprio pugno le memorie di Garrard Conley in uscita per le Edizioni Black Coffee e guida un cast stellare con Nicole Kidman e Russel Crowe, gentitori preoccupati, e un Lucas Hedges che alla verde età di ventidue anni indovina come un rabdomante ruoli su ruoli. Teniamolo d'occhio anche nel dramma Ben is Back, in cui è diretto dal padre John e affiancato da una ritrovata Julia Roberts.


The Wife - Vivere nell'ombra
4 ottobre 2018
Le proverbiali donne dietro i grandi uomini. Le attrici fuori classe, sfortunatamente nell'ombra. Colpa dell'età che avanza e di Hollywood che fa di conseguenza marcia indietro, o semplicemente dei progetti sbagliati? Glenn Close e Joan, la protagonista dell'omonimo romanzo di Meg Wolitzer a ottobre in libreria per Garzanti, hanno più di qualche tratto in comune. Che The Wife, un Big Eyes ambientato tuttavia nello spietato mondo della letteratura, possa essere il loro canto del cigno come giura già qualche bookmaker?