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sabato 7 maggio 2022

Recensione: Giorni felici, di Zuzu

| Giorni felici, di Zuzu. Coconino Press, € 25, pp. 448 |

Claudia ha circa la mia età e qualche volta perde il controllo. All'apparenza identica ai miei coetanei, tanto negli sfrenati sogni ad occhi aperti quanto nello struggente smarrimento generazionale, spesso abbandona i tratti umani per trasformarsi in una sfinge con tanto di ali, coda e artigli. Le capita nei momenti di massima alterazione, quando il sesso, la gioia o la rabbia mandano il suo autocontrollo a fanculo. Eccessiva e teatrale nei modi, vorrebbe fare della propria esuberanza un mestiere. Eccola, quindi, salutare con un bacio l'amorevole fidanzato Piero e tornarsene a Roma per un provino: come reggere l'ansia da prestazione se nel frattempo ci mette lo zampino anche un ex di vent'anni più grande mai realmente dimenticato? Le novità e i ricordi minacceranno di mandarla in pezzi.

Insegnami come si fa... a parlare con le pietre.

Raccontata tra passato e presente – fino ad annullare qualsiasi dimensione spazio-temporale grazie a un poetico slancio d'ali –, l'irrequietezza tutta contemporanea di Claudia viene immortalata attraverso le campiture disordinate e i tratti volutamente infantili di Zuzu. La fumettista casertana, appena ventiseienne, firma un graphic novel rosso sfacciato di cui ogni pagina – intima, dolente, stranissima – minaccia lacrime come il season finale di Fleabag. Giorni felici cita un capolavoro drammaturgico di Thomas Becket – Claudia, al provino, si cimenterà con un monologo indimenticabile del personaggio di Winnie: una donna sopraffatta dalle tragedie, eppure sorprendentemente felice di stare al mondo – e tratta con approccio surreale le relazioni tossiche, gli attimi di autocommiserazione, la speranza mista a terrore di fidarsi di un'altra persona. Dolcemente complicata, a tratti respingente per via dell'efferatezza di alcune immagini, la lettura mi ha conquistato con la sua schiettezza animale e mi ha emozionato con la consapevolezza, tutt'altro che banale, che spesso ènecessario trovare un centro di gravità per non volare via. Cos'è l'amore? Zuzu interroga sé stessa e i suoi protagonisti; perfino le pietre. E ci dice che a volte è un inferno in terra; altre una crostata con crema e fragoline di bosco così deliziosa da farci dimenticare, d'un tratto, l'obiettivo di puntare alla luna. L'importante è trovare una persona così buona da scambiare il nostro strabordante caos interiore per coraggio. Beato chi non la capirà, Claudia. Beato chi così fuori (posto, dal mondo, di testa) giura di non essercisi mai sentito.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Carmen Consoli – Parole di burro

lunedì 8 febbraio 2021

Recensione: Piperita, di Francesco Mila

 
| Piperita, di Francesco Mila. Fandango, € 18 |

È un esordio di un autore giovanissimo, classe 1996. Ha un titolo e una copertina che sanno d'estate, di freschezza. Ma Piperita è una romanzo che spesso mi ha messo emotivamente alla prova. Iniziato nei giorni da pendolare, nel tragitto casa-lavoro, si è lasciato leggere lentissimamente nonostante le trecento pagine scarse. Ho dovuto metabolizzare i dolori del protagonista, infatti, insieme ai miei. È stato difficile. Quando si parla di tematiche vicine al mio vissuto, mi capita spesso di restare deluso: era successo di recente con l'ultimo Roberto Camurri. Vagamente infastidito dalla pacatezza dell'autore NN – pretendevo bile, lacrime, vergogna: pretendevo di specchiarmici –, ho apprezzato al contrario l'approccio viscerale di Francesco Mila. Leggendo nuovamente di una famiglia disfunzionale, analizzando gli strascichi sentimentali lasciati in eredità dalla sindrome d'abbandono, ho trovato tra le pagine la mia antica rabbia verso gli adulti; le memorie di un'infanzia agrodolce; tutto lo smarrimento della mia generazione. Piperita è un cerotto che ho preferito scollare piano anziché strapparlo via. Ci ho messo tutta la pazienza del mondo, nella speranza che la ferita – nascosta sotto la striscia adesiva – intanto fosse guarita da sé. Questa è la storia di una di quelle famose famiglie infelici a modo loro, ma anche a modo mio.

È una sensazione opprimente: volere disperatamente che una persona se ne vada, per respirare, e quando se n'è andata davvero, non respirare più.

Diviso in due metà opposte ma complementari, il romanzo parte dai primi ricordi di Lapo: ha appena quattro anni quando nasce Emma, sua sorella, e qualcosa si guasta per sempre. Ad esempio il rapporto tra i suoi genitori. Perché papà, medico, sta più in ospedale che a casa? Perché mamma, insegnante, piange più forte della neonata e a volte minaccia fughe, a volte suicidi? Testimoni dell'impotenza del padre e della depressione della madre, Lapo ed Emma sopravvivono a un'infanzia di dissapori grazie alla loro affinità alchemica, che raggiunge i picchi più felici in vacanza. Sua sorella, soprannominata come il personaggio dei Peanuts, è una forza della natura. Simpaticissima, vitale, bugiarda, al lago o in villeggiatura in Calabria inventa storie dentro storie nelle quali è bello rifugiarsi per sfuggire alle tempeste domestiche: perciò sotto il pelo dell'acqua ci sono le lische spettrali dei bambini morti annegati; nella pancia delle donne in dolce attesa si apre una magica finestra; i ricordi di un viaggio a Disneyland si colorano di verità impossibili. I protagonisti condividono le favole, ma anche il sospetto dei tradimenti; il turbamento. Nella seconda parte, inevitabilmente, si trasformano: quando arrivano gli anni della pubertà, cupi e inquieti per definizione, Lapo ed Emma sperimentano lo stesso male che affligge i genitori. L'incomunicabilità è un contagio. Perché Lapo non riesce ad aprirsi completamente con Greta, la sua fidanzata, trincerato dietro comportamenti passivo-aggressivi? Perché Emma smette di mangiare con gusto, fino ad assottigliarsi a vista d'occhio: vuole forse scomparire? Nelle altre stanze, dappertutto, riecheggiano le parolacce e le recriminazioni di mamma e padre. Acuto e impietoso osservatore, il primogenito annota i tira e molla, gli avvocati divorzisti nominati e poi mai consultati, le smanie della genitrice alla toeletta: vanitosa, incostante e bellissima, la madre vive in un frullatore animato da pianti e slanci, periodi oscuri e feste sfrenate, citazioni pretenziose di film e attori hollywoodiani. Cos'ha ereditato Lapo – riccio e cespuglioso, come il papà di origini meridionali – da lei? Se somigliasse al suo mito cinematografico, il divo James Dean, sarebbe un figlio più amato?

Io lo so che non sei cattivo, anche se spesso ti comporti come se lo fossi. E so anche che mi vuoi bene. Ma l'affetto qualche volta bisogna saperlo dimostrare. I demoni, ti assicuro, li abbiamo tutti. Ma se i tuoi li tiene sempre chiusi, per noi respirare è impossibile. Fagli cambiare aria. Mandali a fare la spesa, almeno quando sei con me. Vedrai che farà bene a tutti, ai demoni e a te.

Piperita è un viaggio poetico nel cuore dell'inquietudine giovanile. Destinato a incupirsi di svolta in svolta, si inasprisce e immalinconisce fino a far dimenticare i toni sognanti dell'inizio. A un certo punto, il soprannome infantile del titolo apparirà anacronistico, stonato. A un certo punto l'irresistibile maglia a righe in copertina sarà da riporre negli scatoloni, fuori stagione. Francesco Mila spiazza, con una storia per certi versi risaputa. La spensieratezza di Piperita cede il testimone al cuore pesante, e al cervello pensante, del fratello Lapo. Immediato ma visionario, colto e pop al tempo stesso, il narratore ha un po' della drammaticità di Alessio Forgione e un po' del senso di meraviglia di Fabio Genovesi. Fra aneddoti tenerissimi e riflessioni esistenziali, sogni favolosi e incubi sanguinari, ci apre le porte di una seduta psicoanalitica sull'elitarismo dolore. A lungo ho peccato della stessa superbia: mi credevo il più infelice e incompreso di tutti. Ho allontanato il mio prossimo per non essere allontanato a mia volta; ho preferito la solitudine all'abbandono. La terapeuta e Francesco ci dicono, per fortuna, che non tutto è perduto. Tornerà la stagione delle ciliegie. Tornerà un'altra estate, e al lago o a Napizia indosseremo la solita maglietta a righe. E torneremo a chiamarci a vicenda coi nomignoli, come i personaggi dei Peanuts, anche se nel frattempo saremo maturati lontano dai colori pastello dei fumetti.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Ahia!

lunedì 1 giugno 2020

Recensione: Bunny, di Mona Awad

Bunny, di Mona Awad. Fandango, € 18,50, pp. 350 |

Quando vai alle feste, fai attenzione a quello che ti mettono nel bicchiere: le mamme si raccomandano così, indipendentemente dalla tua età. A mia discolpa, ho abbassato la guardia. Ma questa non era una festa qualsiasi, bensì l’open day della Warren University: potevo forse immaginare che in un ambiente tanto prestigioso – l’università, infatti, ospita un pionieristico corso di scrittura –, qualcuno potesse drogarmi? Le sensazioni sono inequivocabili. La mollezza degli arti, la pesantezza della testa e delle palpebre, in bocca un sapore dolciastro. Le percezioni falsate che, tutt’intorno, trasformano il mondo o in un incubo o in un luna park. Perfetto titolo di punta per inaugurare la collana Weird Young – è decisamente strano, ma niente affatto adolescenziale: le riflessioni metaletterarie piaceranno infatti più agli adulti –, ciò che segue è un delizioso groviglio di merletti, catene, esplosioni splatter e asce affilate. Caratterizzato da dettagli curiosi che lo renderebbero stilosissimo anche in un’eventuale trasposizione – i guizzi artistici dell’autrice si notano anche nelle descrizioni meticolose degli oggetti d’arredo o dei guardaroba delle protagoniste –, risulta esilarante, visionario, profondo. Un rituale con leggi tutte da scoprire, con uno stile talmente suadente da sembrare una stregoneria.

Perché scappavamo sempre, io e la mia immaginazione. Ci tenevamo per mano sul margine della scogliera sul Mare del Nord, salivamo sempre più in alto tra i rami di una sequoia, viaggiavamo su un treno per Parigi, guadavamo il fiume con le labbra blu per cercare di raggiungere l’India a nuoto. Oppure correvamo e basta, cazzo. Giù per il pendio ripido di una collina che non finiva mai, lei e io, mano nella mano. Lei era una grande foresta a forma di ragazza. Era qualcosa che andava a fuoco. La sua mano era foglie e fumo e neve e carne tutto in una volta. […] Ero eccitata. La mia vita poteva cambiare. E non ero più sola.
La trama – un mix tra Suspiria e Schegge di follia – segue l’iniziazione di Samantha durante un seminario di arti narrative. Legata a un’unica buona amica, Ava, la protagonista nutre pretese da outsider in una città popolata da brutti ceffi e aspiranti Virginia Woolf. Profumate di zucchero filato, vestite di rosa, con una perenne aria zen, le Bunny sono il suo esatto opposto: quattro venticinquenni dedite ai pigiama party e alle sedute spiritiche che le aprono le porte della loro cerchia elitaria. Uniformarsi alle Bunny o farle scoppiare dall’interno? 
Gli artisti vivono in un mondo impenetrabile. Quelli di Mona Awad, la Isabella Santacroce statunitense, un po’ di più. Con ironia corrosiva, l’autrice stupisce per lo stile arzigogolato e per la sua satira pungente: vengono messe alla berlina le pratiche new wave; gli intellettuali pretenziosi; le giovani femministe che, magari dopo la lettura dei Monologhi della vagina, si vantano di essere novelle suffragette.

Con quanta ferocia quei corpi bianchi e rosa si stringono in un piccolo, caldo cerchio di amore frantuma-costole, e ogni volta rendendomene conto rimango senza fiato. E quando strofinano quei nasi all’insù che sembrano trampolini da sci, e le guance coperte da pelle di pesca. Tempia contro tempia mi fanno pensare al modo in cui strusciano le labbra degli scimpanzé, o alla telepatia dei bambini bellissimi e sanguinari nei film horror. Tutti e otto i loro occhi chiusi, come se quest’asfissia collettiva fosse una sorta di estasi religiosa. E le loro quattro bocche dalle labbra lucide emettono squittii che parlano di un amore mostruoso che è quasi un pugno in faccia. 
La seconda parte, almeno all’apparenza, gira più a vuoto della prima. I personaggi delle Bunny sono a lungo assenti dalla scena e le riflessioni della protagonista abbondano dopo la comparsa di Max, un tenebroso sconosciuto dagli occhi di fumo. Per fortuna Samantha è un personaggio affascinante. Mossa da pulsioni segrete, fa ragionare i lettori sul lato oscuro dell’immaginazione; sugli angeli e i demoni del processo creativo; sull’ansia da prestazione che ci assale quando tocca condividere la nostra opera – dunque, un pezzo di cuore – col resto del mondo. Adeguarsi, tanto nell’editoria quanto nelle amicizie, significa vendere l’anima? Bunny, ambientato nella città che ispirò il genio di Lovecraft, sembra scritto sotto oppiacei e leggerlo provoca uno stordimento simile. Scriverne, poi, significherebbe essersi finalmente ripresi dai postumi. Io, lo ammetto, ne sono ancora vittima.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Britney Spears – I’m a Slave 4 U

lunedì 3 dicembre 2018

Recensione: Se la strada potesse parlare, di James Baldwin

| Se la strada potesse parlare, di James Baldwin. Fandango, € 18,50, pp. 212 |

Se la strada potesse parlare ti racconterebbe una storia che nasce sul cemento di Harlem. Quando la ressa non faceva paura, i motori a scoppio e i colpi dei clacson contribuivano a una sinfonia da orchestra e i bambini si sbucciavano con noncuranza le ginocchia sull'asfalto. Tish e Fonny, quasi coetanei, abitano nella stessa via di case popolari e delinquenti dal cuore d'oro. Lei lo ferisce con un chiodo arrugginito, lui le sputa in faccia per ripicca: non si è trattato di un colpo di fulmine. S'innamorano gradualmente, come chi si scopre vulnerabile e bellissimo all'improvviso. Si dichiarano attorno ai vent'anni.

Mi dispiace averti sputato in faccia”. E mi ha dato una delle sue ciambelle.
Gli ho detto: “Mi dispiace averti colpito”. E poi non abbiamo più detto niente. Lui ha mangiato la sua ciambella e io la mia. La gente non lo crede dei ragazzi e delle ragazze di quell'età – la gente non crede molto e incomincio a sapere perché – ma in quel momento siamo diventati amici. O forse, e in effetti è la stessa cosa – un'altra cosa che la gente non vuole sapere – sono diventata la sua sorellina e lui mio fratello maggiore. Non gli piacevano le sue sorelle e io non avevo fratelli. E così siamo diventati, uno per l'altro, quello che l'altro non aveva.

Il ricordo del disastroso primo appuntamento in chiesa, con l'inquietante visione delle donne afroamericane infervorate dallo Spirito Santo e dai cori gospel della domenica, sostituito poi dall'impaccio della prima volta a letto sotto uno scialle spagnolo – un po' di sangue, lo sperma e non abbastanza precauzioni. La strada che li separava quando erano semplici dirimpettai li ha uniti adesso, nell'età delle scelte avventate e degli amori impossibili. Sognano una soffitta in vendita nel Village e un laboratorio per Fonny, scultore dalle mani prodigiose, prima ancora di sapere che lei aspetta un bambino; e che ad aspettare loro c'è un destino che minaccia di spazzarli lontano. 
Ieri come oggi essere giovani, appassionati e senza prospettive è terribile. Soprattutto se abbiamo la pelle nera e, indagati con sospetto da un poliziotto che si crede John Wayne, diamo nell'occhio quanto un cappotto scuro in una tempesta di neve. Fonny, che piace da impazzire perché non si alliscia i capelli, non ruba e non spaccia, viene accusato di violenza carnale. Non serve specificare che correvano gli anni Settanta e in radio passavano Ray Charles, Marvin Gaye e Aretha Franklin: il pregiudizio riempie le celle ancora adesso. Non serve dire che Tish alla notizia dell'arresto non si pone neppure il beneficio del dubbio: il ventiduenne non ha altri punti deboli a parte lei. Poco più che adolescente, la straordinaria protagonista perde in un colpo solo l'innocenza e il proprio uomo: per fortuna non è sola. Impreparata alle ingiustizie della legge ma affatto sprovveduta, nell'orario di lavoro consiglia profumi costosi in un centro commerciale di lusso e nel tempo che resta studia le falle nel resoconto di quello stupro misterioso. Si va trasformando gradualmente, così, assieme a un feto che cambia e scalcia: anche lui in cerca di una via di fuga, come quel padre dietro il plexiglass infrangibile (quante risate a crepapelle, quanta tenerezza, vedendo Tish ingrassare a vista d'occhio visita dopo visita) che ha fatto della futura libertà del nascituro il riflesso della propria.

Né il terrore né l'amore rendono ciechi: l'indifferenza rende ciechi.

A febbraio anche al cinema sotto la direzione del regista premio Oscar di Moonlight, il romanzo di James Baldwin è un dramma giudiziario struggente e romantico raccontato da una prospettiva squisitamente femminile. Tenero e poetico, ma anche sboccato nelle invettive e nelle maledizioni, ha la bellezza purissima dei piccoli grandi classici che non hanno presunzioni rivoluzionarie. In quegli anni ammazzavano Martin Luther King, ma questo non è un romanzo politico. In quegli anni la presidenza di Obama sembrava un'utopia – gli afroamericani non avevano uno straccio di rappresentanza –, eppure non è un romanzo sulla celebrazione del Black Power. Il potere arriva piuttosto dall'attualità di una storia che ben nasconde i segni del tempo, da una prosa vibrante d'urgenza, dal calore delle famiglie riunite a tavola. Quella di Fonny, vergognosa e bigotta; quella di Tish, che si indebita per pagare un avvocato bianco al genero e vola a Puerto Rico per interrogare la testimone chiave. Fra annunci scandalosi al cospetto delle sorelle pettegole, matriarche in avanscoperta e padri disperati, gli Hunt e i Rivers s'impuntano. Non riescono a voltare pagine in nome di una solidarietà intergenerazionale che ha del commovente, nonostante l'epilogo frettoloso.

Credo che non succeda troppo spesso che due persone possano ridere e anche fare l'amore, fare l'amore perché ridono, ridere perché stanno facendo l'amore. L'amore e il riso provengono dallo stesso luogo: ma solo in pochi ci vanno.

La loro relazione è un viaggio interrotto a metà, ma a portarli avanti e indietro verso il potenziale lieto fine c'è una metropolitana affollatissima. Correvano gli anni Settanta, e correvano le metropolitane strapiene: a bordo non si temeva il contatto umano. Ci si stringeva facendo posto a uno sconosciuto e i vagoni ci restituivano soltanto poi ai vicoli di una Harlem mai silenziosa, mai vuota, mai con le difese abbassate, in cui si consumavano le faide e i melodrammi di West Side Story
Se la strada potesse parlare ti racconterebbe una fiaba contemporanea sulla ribellione in punta di piedi degli eterni conformisti. Se dovessi stringerti nel tuo bavero e sospettare dei pericoli della moltitudine brulicante, se per qualche motivo dovessi disperare, avrai James Baldwin – la tua Tish o il tuo Fonny – a farti scudo con il braccio intorno alle spalle. A porgerti la mano tesa, passeggiando in sincrono.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Tracy Chapman – Baby Can I Hold You

mercoledì 21 novembre 2018

Recensione: La terra dei figli, di Gipi

| La terra dei figli, Gipi. Coconino Press. Fandango Editore, € 10, pp. 288 |

La fine del mondo ha confini precisi. È cosa da metropoli americana, da deserto del Nevada. In Italia nemmeno l'apocalisse si prende la briga di fare tappa: il Vaticano, corsia preferenziale dell'Altissimo, ci guarda le spalle; le ristrettezze economiche e politicanti senza voglia di guerreggiare ci proteggono dalle armi batteriologiche, dalle alleanze sbagliate, da meteore inghiottite in un sol boccone dalle buche del manto stradale. Ma in un futuro post-apocalittico già alle porte, a giudicare dai connotati familiari della tragedia, è successo: noi, abitanti frustrati e rancorosi della contraddittoria Terra dei Cachi, ci siamo estinti in massa. O quasi.
La penisola è diventata una palude stagnante di acque fetide e velenose. In nome della miseria ci si contende la pelliccia di un cane ucciso a bastonate, pannocchie e carote come fossero beni di lusso. Il cannibalismo è un tabù ormai sfatato, le rare donne fan gola agli adepti di un Dio crudele, leggi inequivocabili regolano nel dettaglio la routine delle comunità superstiti. I protagonisti sono i membri di una famiglia di soli uomini: un padre severissimo, che ha educato la propria prole all'atarassia, e i suoi due figli. Fratelli opposti quanto il giorno e la notte – il primogenito un po' matto, l'altro una roccia che osa urlare la propria commozione soltanto sott'acqua –, con una mamma morta di parto e un prima difficile da immaginare. Le case avevano il riscaldamento centralizzato, il frigorifero pieno, animali domestici accoccolati sui tappeti: possibile, si domandano increduli?

C'era una volta un padre che voleva proteggere i figli. Renderli forti in ogni modo possibile. Anche facendosi odiare.

Un po' Hansel e Gretel, un po' eroi di un racconto pulp di Niccolò Ammaniti, gli invincibili protagonisti devono cavarsela da soli quando viene meno la loro guida: quel genitore dal cuore segretamente fragile, che si confessava spesso in un diario e condivideva qualche notte d'amore con una donna ai margini ribattezzata la Strega. In che modo scoprire i misteri di quel taccuino chiazzato di lacrime – illeggibile per via dell'analfabetismo e dell'usura – se imparare a leggere non è mai stato necessario? Cosa farsene di una terra derelitta che, sin dal titolo, spetta a bambini affamati di verità? Per venirne a capo non basta inforcare un paio di occhiali rubati, persuadere il prossimo con le cattive, torchiare un innocente fino ad annegarlo. È questo infatti il motore di un viaggio che li porterà prima nella fattoria di un'amorevole coppia di gemelli deformi, poi nelle grinfie di una setta religiosa alla The Wicker Man: l'ossessione divorante verso quel lascito da decifrare, che per tutto il tempo simboleggia l'interiorità di un padre chiuso a riccio e la cultura da salvaguardare. Fatto di picchi di umorismo beffardo, fughe rocambolesche e comprimari impeccabili, La terra dei figli ha una lingua che nello stile sovversivo di Patrick Ness mescola il dialetto toscano all'inglese informatico; un immaginario super pop – gli antagonisti, pensate, indossano T-Shirt degli Eagles o dei Nirvana –; un milione di modi in cui uccidere o farsi uccidere, sperimentare il brivido della vendetta o la quiete della pietà.

«Tu da quanto tempo non ti fidi di qualcuno?»
«Da un po', per questo sono ancora viva.»

I silenzi contemplativi abbondano, al pari delle brutture sanguinarie e della spossatezza fisica. E all'orizzonte si delinea uno scenario acquitrinoso che non ha bisogno di effetti speciali, fuoco e fiamme, per inquietare nel profondo: la luna, nel cielo notturno, sembra la bocca di un pozzo. Si lavora allora sui dettagli psicologici, sulle linee frastagliate dei volti e delle ossa: si lavora a togliere. Si imparano ad apprezzare pagina per pagina il clamore dei bianchi, il graffio rabbioso dei neri, le perle racchiuse in baloon compilati a mano libera. Si parla, sì, di graphic novel: eccezione alla regola resa possibile dai prezzi vantaggiosi della Biblioteca della Repubblica e dalla fama straordinaria di un artista arrivato perfino al premio Strega. Come recensire Gipi, in questo periodo anche in sala con il suo secondo lungometraggio, io che eppure non ho mai scritto di fumetti prima d'ora? Impressionato dalla potenza espressiva della lettura, dalle suggestioni di un autore con la lettera maiuscola, non mi sono posto affatto il problema. Ho scritto così come mi è venuto, a gomito, di una scoperta bellissima e di un futuro post-apocalittico già alle porte. Quello in cui la speranza è custodita nelle carezze e nelle domande apprensive delle donne; nell'incertezza del guado. Quello in cui poter ammettere con l'emozione in gola che la mia prima volta con la nona arte – e con Gipi no, non sarà l'ultima: in edicola ho preso a scatola chiusa già i volumi successivi – non la scorderò mai.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The National - About Today

lunedì 30 luglio 2018

Recensione: Montpelier Parade, di Karl Geary

| Montpelier Parade, di Karl Geary. Playground, € 17, pp. 234 |

Essere adolescenti nella Dublino del cinema di John Carney e Jim Sheridan. Gli anni Ottanta che si fanno fatica a riconoscere, all'apparenza sbucati dalla miseria del dopoguerra, e le case come nidiate stipate di uccelli emaciati. Sonny, sedici anni, ha la sfortuna di essere il più piccolo della sua famiglia: figlio di due genitori ormai anziani, anestetizzati sempre dagli stessi litigi e dalle false lusinghe della TV; ultimo di una lunga e anonima sequela di fratelli maggiori. Difficile concedersi il lusso della solitudine in una casa affollata quanto la sua. Difficile mettere da parte qualche spicciolo per una fuga verso l'indipendenza. Attraverso il bellissimo impiego di un narratore di seconda persona, leggiamo così degli anfratti segreti in cui il protagonista nasconde risparmi dalla vita assai malsicura; di un personaggio a metà fra il Marcus di Indignazione e Il giovane Holden, che si trascina inquieto in una Irlanda apatica e modesta, con le sigarette e il coltellino a serramanico in tasca, le mani ciondoloni sempre sporche di rosso – inchiostro, sangue, vino, polvere di mattoni. Ruba pezzi di biciclette per assemblarne un giorno una tutta sua, come il risparmio e la piccola delinquenza esigono. S'imbuca in sale in cui proiettano film pornografici, con dell'alcol di contrabbando imboscato sotto il giaccone. Ribolle, sentendosi perennemente fuori posto, e poi in silenzio minaccia lacrime. La faccia serafica che si ritrova non gli calza a pennello, non pare appartenergli. Gli permette però di evitare risse e discussioni all'occorrenza, di fingersi laconico o prestare inosservato ascolto alle parole sconce di adulti che desidererebbero scandalizzarlo parlando di sesso. È una storia di perdita dell'innocenza, la sua: di iniziazione all'amore. Un doppio apprendistato che passa prima dalla macelleria in cui lavora come garzone dopo la scuola, poi da un quartiere residenziale diventato status symbol.

Porti con te il pezzo di carta nel retrobottega, e prima di ripiegarlo con cura e infilartelo in tasca, leggi il suo nome, ma non ad alta voce, perché è qualcosa che desideri tenere per te. Vera.

Ricostruire un muretto in una villa di ricchi lo mette sulla strada di Vera: padrona di casa raffinata e distante, adulta e malinconica come le Malena e Carol degli omonimi film, che brilla di luce propria come una diva hollywoodiana; fuma per il gusto sadomasochistico di autoannientarsi; fa sesso come se non ci fosse un domani, e come se non ci fosse un domani è attratta inesorabilmente dai flaconi di antidepressivi nascosti dappertutto. Innamorarsi di lei, e per di più corrisposto, è un vortice che ora sembra una gita interminabile – i viaggi in macchina, le passeggiate per musei e le letture a voce alta di T.S. Elliot, l'attrazione mista a repulsione per una coetanea così simile alla parte peggiore di Sonny e così diversa dall'ereditiera abbandonata –, ora l'abisso. Quella che sembrava una scorciatoia fortuita è invece l'inizio di una personale via crucis. Quel quartiere, quella casa, no, non fanno la felicità.

«La prima volta che mi sono sposata ero molto giovane, poco più grande di te. All'inizio è stato bellissimo, poi triste. Ma è successo tutto molto in fretta. Anche la seconda volta è stato bellissimo, e poi triste, ma ci è voluto un mucchio di tempo per superarlo.»
«Non sarà mai bellissimo senza essere triste?»

Tutt'attorno, matrimoni precoci perché riparatori; matrimoni finiti, e per ben due volte; matrimoni che si tengono in piedi a stento, con una madre che lava piatti tutto il giorno e un padre incantato dalle malie del tubo catodico. L'amore non esiste, o comunque ci si crede soltanto fino ai sedici anni. Ma non si crede, al contrario, all'istruzione, alla cultura: il protagonista taglia carne e lucida banconi, in fondo, no? Fa carta straccia della sua borsa di studio, della sua seconda opportunità. Andare fuori, lontano: ma dove? Sonny è davvero migliore di tutti loro? E Vera: lei è forse l'eccezione alla regola?

Il tempo guarisce ogni ferita, lo dicono tutti.

Prezioso e struggente, l'esordio di Karl Geary – attore, regista, sceneggiatore – è lo splendido ritratto di un'età in bilico. Di un paese sul precipizio, dove i treni sfrecciano ma non fanno mai tappa. Che ne sanno i piedi, però? Che ancora scalciano per portarti a galla. Che ancora, nonostante tutto, corrono verso il miraggio sbiadito di lei. Non c'è via d'uscita da questa Dublino. Non una che passi, almeno, dal viale dei sogni infranti di Montpelier Parade.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Cat Stevens – The First Cut is the Deepest