| Piperita,
di Francesco Mila. Fandango, € 18 |
È
un esordio di un autore giovanissimo, classe 1996. Ha un titolo e una
copertina che sanno d'estate, di freschezza. Ma Piperita è una romanzo che
spesso mi ha messo emotivamente alla prova. Iniziato nei giorni da
pendolare, nel tragitto casa-lavoro, si è lasciato leggere
lentissimamente nonostante le trecento pagine scarse. Ho dovuto
metabolizzare i dolori del protagonista, infatti, insieme ai miei. È
stato difficile. Quando si parla di tematiche vicine al mio vissuto,
mi capita spesso di restare deluso: era successo di recente con
l'ultimo Roberto Camurri. Vagamente infastidito dalla pacatezza
dell'autore NN – pretendevo bile, lacrime, vergogna: pretendevo di
specchiarmici –, ho apprezzato al contrario l'approccio viscerale
di Francesco Mila. Leggendo nuovamente di una famiglia disfunzionale,
analizzando gli strascichi sentimentali lasciati in eredità dalla
sindrome d'abbandono, ho trovato tra le pagine la mia antica rabbia
verso gli adulti; le memorie di un'infanzia agrodolce; tutto lo smarrimento
della mia generazione. Piperita è un cerotto che ho preferito
scollare piano anziché strapparlo via. Ci ho messo tutta la pazienza
del mondo, nella speranza che la ferita – nascosta sotto la
striscia adesiva – intanto fosse guarita da sé. Questa è la storia di
una di quelle famose famiglie infelici a modo loro, ma anche a modo
mio.
È una
sensazione opprimente: volere disperatamente che una persona se ne
vada, per respirare, e quando se n'è andata davvero, non respirare
più.
Diviso
in due metà opposte ma complementari, il romanzo parte dai primi
ricordi di Lapo: ha appena quattro anni quando nasce Emma, sua
sorella, e qualcosa si guasta per sempre. Ad
esempio il rapporto tra i suoi genitori. Perché papà, medico, sta
più in ospedale che a casa? Perché mamma, insegnante, piange più
forte della neonata e a volte minaccia fughe, a volte suicidi?
Testimoni dell'impotenza del padre e della depressione della madre,
Lapo ed Emma sopravvivono a un'infanzia di dissapori grazie alla loro
affinità alchemica, che raggiunge i picchi più felici in vacanza.
Sua sorella, soprannominata come il personaggio dei Peanuts, è
una forza della natura. Simpaticissima, vitale, bugiarda, al lago o
in villeggiatura in Calabria inventa storie dentro storie nelle quali
è bello rifugiarsi per sfuggire alle tempeste domestiche: perciò
sotto il pelo dell'acqua ci sono le lische spettrali dei bambini
morti annegati; nella pancia delle donne in dolce attesa si apre una
magica finestra; i ricordi di un viaggio a Disneyland si colorano di
verità impossibili. I protagonisti condividono le favole, ma anche
il sospetto dei tradimenti; il turbamento. Nella seconda parte,
inevitabilmente, si trasformano: quando arrivano gli anni della
pubertà, cupi e inquieti per definizione, Lapo ed Emma sperimentano
lo stesso male che affligge i genitori. L'incomunicabilità è un contagio. Perché Lapo non riesce ad aprirsi completamente con
Greta, la sua fidanzata, trincerato dietro comportamenti
passivo-aggressivi? Perché Emma smette di mangiare con gusto, fino
ad assottigliarsi a vista d'occhio: vuole forse scomparire? Nelle
altre stanze, dappertutto, riecheggiano le parolacce e le
recriminazioni di mamma e padre. Acuto e impietoso osservatore, il
primogenito annota i tira e molla, gli avvocati divorzisti nominati e
poi mai consultati, le smanie della genitrice alla toeletta:
vanitosa, incostante e bellissima, la madre vive in un frullatore
animato da pianti e slanci, periodi oscuri e feste sfrenate,
citazioni pretenziose di film e attori hollywoodiani. Cos'ha
ereditato Lapo – riccio e cespuglioso, come il papà di origini
meridionali – da lei? Se somigliasse al suo mito cinematografico,
il divo James Dean, sarebbe un figlio più amato?
Io lo so
che non sei cattivo, anche se spesso ti comporti come se lo fossi. E
so anche che mi vuoi bene. Ma l'affetto qualche volta bisogna saperlo
dimostrare. I demoni, ti assicuro, li abbiamo tutti. Ma se i tuoi li
tiene sempre chiusi, per noi respirare è impossibile. Fagli cambiare
aria. Mandali a fare la spesa, almeno quando sei con me. Vedrai che
farà bene a tutti, ai demoni e a te.
Piperita
è un viaggio poetico
nel cuore dell'inquietudine giovanile. Destinato a incupirsi di
svolta in svolta, si inasprisce e immalinconisce fino a far
dimenticare i toni sognanti dell'inizio. A un certo punto, il
soprannome infantile del titolo apparirà anacronistico, stonato. A
un certo punto l'irresistibile maglia a righe in copertina sarà da
riporre negli scatoloni, fuori stagione. Francesco Mila spiazza, con una
storia per certi versi risaputa. La spensieratezza di Piperita cede
il testimone al cuore pesante, e al cervello pensante, del fratello
Lapo. Immediato ma visionario, colto e pop al tempo stesso, il
narratore ha un po' della drammaticità di Alessio Forgione e un po'
del senso di meraviglia di Fabio Genovesi. Fra aneddoti tenerissimi e
riflessioni esistenziali, sogni favolosi e incubi sanguinari, ci apre
le porte di una seduta psicoanalitica sull'elitarismo
dolore. A lungo ho peccato della stessa superbia: mi credevo il più
infelice e incompreso di tutti. Ho allontanato il mio prossimo per non
essere allontanato a mia volta; ho preferito la solitudine
all'abbandono. La terapeuta e Francesco ci dicono, per fortuna, che
non tutto è perduto. Tornerà la stagione delle ciliegie. Tornerà
un'altra estate, e al lago o a Napizia indosseremo la solita
maglietta a righe. E torneremo a chiamarci a vicenda coi nomignoli,
come i personaggi dei Peanuts,
anche se nel frattempo saremo maturati lontano dai colori
pastello dei fumetti.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Ahia!