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martedì 8 dicembre 2020

Recensione: L'Ickabog, di J.K. Rowling


| L’Ickabog, di J.K. Rowling. Salani, € 19,80, pp. 307 |

C'era una volta una scrittrice che allevò un'intera generazione di lettori. Una zia, una madrina, una maestra. Una di quelle che avrebbero fatto meglio a investire le proprie energie sui libri, anziché su Twitter, per non perdere la credibilità e per non sottrarci la magia dei nostri ricordi migliori. J.K. Rowling è tornata in libreria, ma quest'anno se ne sono accorti in pochi: rischiano di parlare più forte le sue considerazioni sui social rispetto a una storia come questa, di cui io stesso non sapevo di avere bisogno prima di leggerla. Peccato, perché è davvero una storia bella: soprattutto da scartare sotto l'albero a Natale. Avevo immaginato una lettura innocua e piacevole. Una favoletta per bambini per riempire il tempo, con più illustrazioni – quelle all'interno sono state realizzate dai piccoli lettori durante il lockdown – che parole. A sorpresa, questo libro dalla copertina verde smeraldo comprende trecento pagine fittissime di avvenimenti, dettagli e atrocità. Nella migliore tradizione dei fantasy medievali, infatti, propone al lettore la topografia di un regno particolareggiato e una densa serie di andirivieni condita da efferatezze di varia natura. Perché c'è del marcio a Cornucopia, proprio come nella Danimarca del Bardo.

Quando mi mangerai, Ickabog, lascia il cuore per ultimo. Vorrei mantenere i miei genitori in vita il più possibile.

Regno idilliaco dilaniato da cospirazioni e lotte intestine, è governato da un sovrano sprovvisto di qualsivoglia fermezza. Vanitoso, sciocco e volubile, re Teo si lascia consigliare da due serpi che fingono di avere a cuore i suoi interessi ma che, lavorando inosservati alle loro trame, rischiano di trasformare la monarchia in tirannide. Per nascondere i segni della corruzione, hanno fatto dell'Ickabog la causa di tutti i mali: il mostro leggendario vive nella nebbia e negli acquitrini dello spaventoso Nord, e le diatribe sulla sua effettiva esistenza hanno portato alla formazioni di eserciti di fortuna, tasse alle stelle, omicidi brutali poi imputati puntualmente alla creatura. C'è qualcosa di soprannaturale nella palude, oppure è un'invenzione a tavolino per distrarre il re dai misfatti dei sottoposti? L'allarmismo si ingigantisce passando di voce in voce. Il mostro è una suggestione crescente; un capro espiatorio per celare traffici mossi da opportunismo e omertà. I cattivi dell'ultima Rowling sono realmente cattivi. Uccidono atrocemente i genitori, minacciano gli orfani dei supplizi più brutali, spargono sangue e illazioni.

In tutti quegli anni, non era mai riuscita a convincere Marta che l’Ickabog non esisteva. Quella sera però avrebbe voluto credere anche lei nel mostro, invece che nella malvagità umana che aveva visto negli occhi di Lord Scaracchino.

Scorretto e un po' crudele, con una vena grottesca che ricorda Roald Dahl, il romanzo parla il linguaggio semplice dell'infanzia ma nasconde un cuore politico. Chi non si allinea alle idee dei consiglieri del re è percepito come un nemico pubblico. Gli eversivi sono destinati a scomparire nel nulla. I popolani cadono sotto il peso degli stenti e dei dazi. I bambini, chiamati a sbrigare cose da grandi, sfuggono a orfanotrofi dickensiani per coalizzarsi. Guidati da Robi e Margherita – il primo figlio di un soldato assassinato, la seconda di una sarta morta di stanchezza appresso alle richieste del sovrano –, i piccoli protagonisti rappresentano la speranza delle nuove generazioni. La purezza dei loro sguardi mette in moto timide rivoluzioni e marce pacifiste. E quando giungerà, l'immancabile lieto fine sembrerà il trionfo della democrazia. Intelligente e grazioso, cos'è L'Ickabog se non lo svelamento di un'ingannevole fake new? J.K. Rowling non ha perso il tocco. Tra una polemica e l'altra, purtroppo, ne avevo dubitato anch'io. Insomma: c'era una volta, in realtà, una scrittrice che per fortuna c'è ancora.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Coldplay – Magic

venerdì 31 maggio 2019

Recensione: L'invenzione occasionale, di Elena Ferrante

| L'invenzione occasionale, di Elena Ferrante. E/O, € 18, pp. 113 |

Cercava l'anonimato, ma il passaparola ha fatto presto di quel nome di penna un mistero. La stampa, uscendo spesso fuori dal seminato, ha tentato di venirne a capo con mezzi leciti e non. Chi è Elena Ferrante? Un uomo, una donna, la creazione a tavolino di un assortimento di autori bravissimi? Rispettoso della discrezione altrui, confesso di non essermi mai posto domande. 
Le supposizioni mi hanno raggiunto, certo, ma cosa farsene? Tutto quello che c'è da sapere è contenuto fra le righe di quei romanzi che sto volutamente centellinando per paura di un domani senza l'amicizia delle geniali Lila e Lenù. Qualcos'altro, qualcosa di più immediato e personale, si scorge invece qui: in un bellissimo volume illustrato da Andrea Ucini, dove si registra un evento assai raro. Elena Ferrante si racconta in prima persona. A ruota libera, brutalmente sincera giacché non messa sotto torchio, mescola aneddoti autobiografici, riflessioni linguistiche, politica e attualità, ospite presso il Guardian. Una volta a settimana, sfidando l'ansia da prestazione, ha risposto così agli stimoli del giornale statunitense. Non si sentiva all'altezza, ma a sorpresa è stato semplice scrivere una rubrica su richiesta. Non le piace parlare di sé, tende a specificarlo qui e lì, ma non è una sorpresa se le parole – quelle scelte, argute, illuminatissime – puntualmente contravvengono alla sua proverbiale timidezza.

La realtà non riesce a stare dentro gli stampi eleganti dell'arte, tracima sempre scompostamente.

Preferisce i gatti ai cani, ha il pollice verde. Ama la lingua italiana e la forza viscerale del dialetto, non il campanilismo. Odia esclamazioni e puntini di sospensione, spesso inseriti a tradimento nelle traduzioni dei suoi romanzi, meno il candore dei luoghi comuni. 
Non è una mangiatrice vorace di pizza o spaghetti, dal momento che trova entrambi poco digeribili. Al cinema va a vedere i film con Daniel Day-Lewis; se potesse proporrebbe in sala una rassegna su Tarkovskij; mette bocca sul destino delle sue trasposizioni soltanto quando teme di essere fraintesa nel passaggio – di Maggie Gyllenhaal, che esordirà alla regia con La figlia oscura, ammette già di fidarsi ciecamente. 
La preoccupano l'ascesa inarrestabile di Matteo Salvini, gli sconvolgimenti climatici che le hanno rubato la gioia delle mezze stagioni, i lati oscuri delle Sacre Scritture, la banalizzazione del desiderio al tempo di YouPorn. Fumava, ma ora ha smesso. Usa il caffè come carburante e talismano. Sente nostalgia del vizio del fumo, mai del passato, ed è una di quelle persone che nelle foto e nei video si schermano con la mano per vergogna. Ha un senso dell'ironia per pochi, la memoria corta e, reduce da un apprendistato lungo e fatico, ha appreso la rarità delle amicizie elettive, l'importanza di caratterizzare protagonisti talora sgradevoli, l'urgenza del racconto. Ha sviluppato un'opinione per tutto, a furia di informarsi, ma raramente la impone al prossimo. È una donna contro, in tutto e per tutto, e la generosità di questo monologo che diventa magicamente colloquio, in fondo, ci rende onorati dall'inizio alla fine. 

Sognare il ritorno del passato è la negazione della gioventù e mi addolora quando scopro che a sognare quei sogni sono anche giovani donne. Amo invece i ragazzi che pretendono una vita buona per l'intero genere umano e si battono per dare al loro tempo una forma mai vista prima. Mi auguro che le mie figlie siano così a lungo. Poi – è nell'ordine naturale delle cose – invecchiando faranno posto a un po' di passato, e mi ritroveranno dentro di loro, scopriranno dettagli fisici, guizzi caratteriali, pensieri miei, mi accoglieranno con affetto. Come è successo a me con mia madre, non avranno più paura di essere se stesse, pur essendo anche un po' me.

Finestra aperta sulla routine delle sue stanze, interessante tanto dal punto di vista documentario quanto per la cura ineccepibile dell'edizione E/O, L'invenzione occasionale è bello da leggere e altrettanto da rimirare. Nel mentre l'ho sottolineato a matita e riempito di post-it colorati. Elena Ferrante, che alle interviste risponde soltanto per iscritto, dopo opportuna meditazione, è una persona un po' burbera, educata ma con distacco. Schietta e poco compiacente, non crede né nel Padreterno né negli psicoanalisti, ma nelle sue figlie – l'orgoglio di tutta una vita – sì. La curiosità intellettuale le toglie il sonno, vuole leggere e scrivere senza orari, a oltranza, e le storie che prende in prestito è poi incapace di riportarle senza taglia e cuci, aggiustamenti grandi o piccoli. Tutto diventa narrazione, così: anche la vita stessa. Anche, forse, questa intervista impossibile. Quanta invenzione c'è nella verità? Quanta verità, invece, nell'invenzione?

sabato 22 settembre 2018

Recensione: Preghiera del mare, di Khaled Hosseini

| Preghiera del mare, di Khaled Hosseini. SEM, € 15, pp. 56 |

Ero io a prestare i romanzi a mia mamma, un tempo, e mai viceversa. 
Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli – i più belli degli strappi alla regola nell'intera storia degli scambi in famiglia – erano però per una volta il suo genere, un suo consiglio, e non il mio. Li ho letti e amati a ciel sereno, nonostante fossero i fragili anni delle medie, quelli, e sul mio comodino di ragazzino annoiabile non facessero ancora tappa cose come l'impegno della cronaca nera o l'attualità. Non leggo Khaled Hosseini da allora. Saranno passati dieci anni, ormai, e in mezzo c'è stato E l'eco rispose: non era piaciuto proprio a mamma, però, che per storie come quelle ha da sempre il pallino, ed ero finito per fidarmi un'altra volta di chi mi aveva fatto scoprire le gioie e i dolori del Medio Oriente e tenuto lontano dalle potenziali delusioni in agguato. Hosseini è tornato in libreria dopo l'estate. Ha cambiato editore italiano, formato, e mi sono trovato così per le mani Preghiera del mare: volume illustrato di uno splendore ipnotico, con la prefazione del nostro Roberto Saviano e un fine umanitario degno di infinito rispetto. Uno di quei libri che sfogli e sbirci distrattamente, soltanto per vedere in anteprima cosa ti aspetterà, e che dal nulla finisci. Così, lì su due piedi. Tanto avvincente la lettura, chiederete? Si tratta in realtà di uno di quei libri di pregio impossibili da valutare, difficili da recensire, al pari della raccolta poetica Milk & Honey o della biografia a carboncino di Mary e il Mostro. La differenza è che l'ultimo Hosseini lo leggi senza accorgertene, lo leggi purtroppo senza dargli peso. Distratto un po' dalla cura dell'edizione, un po' da una storia-simbolo che in sé vorrebbe inglobare l'intero dramma delle migrazioni clandestine.


Sono solo parole,
l’espediente di un padre.
La fiducia che riponi in me
mi strazia.
Perché questa notte riesco solo a pensare
a quanto è profondo il mare,
a quanto è vasto e indifferente.
E a come sono impotente io,
incapace di proteggerti.
Non posso fare altro che pregare.

Un padre si rivolge a suo figlio, gli scrive una lettera aperta: come tanti disperati, loro sfidano la furia del mare aperto per sfuggire a una guerra senza connotati. Il bambino è troppo piccolo per ricordare il buono della sua terra: il verde dei pascoli, il rosso dei papaveri, i profumi speziati del mercato. La pace, ormai, è il ricordo bruciato di un'infanzia fa. Amaramente, in compenso, ricorderà la violenza di un conflitto immotivato: quella morte che occupa l'orizzonte tutto, il presente e il futuro. Dio non sa che il loro barcone alla deriva sta trasportando un carico prezioso? Non restano allora che le promesse, non resta che pregare: il Padreterno, e il mare – ugualmente sconfinati, misteriosi e sordi.
L'errore è stato mio, devo avere capito male sin dall'inizio. Mi aspettavo qualcosa di diverso: il narratore a cui sono affezionato, che qui invece scompare per diventare l'emblema di un padre. Per darsi alla sensibilizzazione, alla filantropia, in un compito – per quanto lodevole, per carità – che funziona più in teoria che in pratica. Qualcuno vi dirà che è straziante. Qualcun altro che è buonista. Io, invece, vi dirò in tutta onestà che non è né l'una né l'altra cosa: troppo legato alla sua natura di lettera breve per lasciarsi amare o odiare; troppo succinto per lasciarsi commentare con fiumi di parole che, a colpo sicuro, supererebbero questa volta quelle di un Hosseini pensato per immagini. Beneficenza a parte, di Preghiera del mare mi è sfuggita l'utilità. Ci sono un tema che scotta, che tocca, e una realtà così dura che non serviva affatto ricamarci sopra Peccato mi siano mancati uno sguardo, una prospettiva, l'emozione. Uno svolgimento e una fine. Aveva fatto meglio Margaret Mazzantini in Mare al mattino; a Sanremo, avevano commosso maggiormente le migrazioni ad altezza bambino dell'esordiente Mirkoeilcane. 
Preghiera del mare si legge in dieci minuti, un quarto d'ora al massimo, con la scusa di tornare indietro per soffermarsi sulle illustrazioni, e con il rischio di peccare di insensibilità si fa fatica a trovargli con il senno di poi una parvenza di contenuto. Ci si allontana dalla riva, infatti, ma non dalle premesse di base. Dal poco che il risvolto di copertina riassume. Dalla fiducia per uno scrittore che racconta esistenze a rischio senza avere più, a malincuore, il coraggio di rischiare. 
Il mio consiglio musicale: Mirkoeilcane – Stiamo tutti bene 


lunedì 16 aprile 2018

Recensione: Mary e il Mostro, di Lita Judge

| Mary e il Mostro, di Lita Judge. Il Castoro, € 15,50, pp. 312 |

In anteprima allo scorso Torino Film Festival aveva il fuoco interiore e la bellezza statuaria di una Elle Fanning ancora inedita nelle sale. Mary Shelley, nella romanzata e romantica biografia della regista saudita Haifaa Al-Mansour, era un'eroina d'altri tempi con il desiderio di prendere il mondo a morsi e d'imporsi a testa alta sulla logica maschilista della Londra vittoriana. Qualche dettaglio sfuggiva, nella fretta di due ore di cronaca, ma a distanza di mesi ne ricordo bene la curiosità intellettuale, l'innata grazia, i drammi; la voglia di approfondire, anche a costo di farmi male, gli impulsi che portarono una ragazza di diciotto anni appena a meditare sui moventi e i punti di rottura (e sutura) di un mostro che – per umanità, per ferocia – non ha mai smesso di rubarci notti e donarci spunti di riflessione. Mary Wollstonecraft Godwin: chi era davvero? Non condensata in un feuitteton, anche se di quelli assai ben fatti. Non sottoposta alle leggi dei padri, degli editori e di quella natura matrigna di cui, superba a giusta ragione, la scrittrice si rivelò a sorpresa superiore.

Raccolgo le gambe e le braccia
per farmi piccina.
Ma non sarò mai così piccola
da smettere di pensare.

La racconta fra i versi e le immagini una biografia assolutamente singolare, scritta e illustrata da Lita Judge. Un diario poetico in bianco e nero, al carboncino, con il fascino della graphic novel e le parole centellinate ad arte del flusso di coscienza. 
Chi era, ancora, il suo anonimo mostro, al quale i più attribuiscono per errore il nome del folle creatore che lo creò per poi abbandonarlo a sé stesso?

Le ragazze dovevano essere gentili
e obbedire alle regole.
Le ragazze dovevano essere silenziose
e ingoiare punizioni e dolore.

Ma lei non si nascose.
Non si lasciò zittire.
Lottò contro la crudeltà della natura umana.
Scrivendo.

Nacque in una casa piena di libri, con la notte tagliata in due da una cometa dal nome di donna. Il padre, libraio spregiudicato piegato dal pugno di ferro della seconda moglie; la madre, poetessa dai costumi notoriamente liberali, morta dando alla luce la secondogenita. Le dissertazioni di Coleridge a cena, e l'idea di poter diventare qualsiasi cosa volesse. Prima dei debiti. Prima del colpo di fulmine per Percy Bysshe Shelley: dongiovanni già sposato e affatto intenzionato a far di lei una donna onesta, la destinerà a un'esistenza errabonda, sulla scia di un sogno – quello della scrittura – che prima li unisce e poi li divide. Le loro migrazioni continue con al seguito Claire, sorellastra di Mary e compagna di letto di Percy, li condurranno dalle speranze infrante della Francia napoleonica all'Italia vacanziera, fino alla villa di campagna del dissoluto Lord Byron. Lì, nel bel mezzo di una tempesta metereologica e creativa, nascerà per sfida e per sfogo un capolavoro della narrativa gotica. Nel mezzo: la perdita di un figlio, il disonore per i continui tradimenti coniugali e, in uno splendido covo di angeli caduti, ecco consumarsi la rivoluzione dell'amore. 
In pieno XIX secolo, l'oppio, l'abbraccio del fiume e i dolori del parto uccidono spietatamente molte delle figure femminili che incrociano la strada di Mary. Ma le donne, fragili e sfortunatissime in epoche così malsicure, sono fatte però della stessa sostanza dell'Onnipotente: creano la vita da una spinta, da una scintilla.

Creare spezza le ossa,
come le membra di un neonato
che spingono attraverso il corpo della madre.

E' un cuore che batte,
come il bambino appena nato
che tieni in braccio.

E' terribile,
e bello,
come imparare a respirare di nuovo.

Le scintille sono quelle del fulmine, delle scosse elettrostatiche, quando il mostro si solleva dalle pagine e dal tavolo autoptico. Frankenstein è metafora di un altro parto, per una Mary dal grembo e dal cuore ormai inaridito. La costola di Eva. Un alter-ego dell'autrice stessa, dei suoi figli bastardi, che fa da giustiziere e da cassa di risonanza. E allora può crearsi un dialogo fra loro, creatura e creatrice, in un evocativo gioiellino di forma e contenuto da esporre con vanto in libreria. Da sfogliare, leggere e rileggere, per rinfrancare a qualsiasi età occhi, cuore e mente. 
Oltre che per l'indicibile cura dell'impaginazione, Lita Judge sorprende infatti per una scrittura interessantissima, a confine, che non si accontenta di fare da semplice didascalia. Per saperne di più dei dolori del processo creativo, dei reali retroscena. Per scoprire un'arte a tutto tondo che non mi appartiene, no, eppure mi chiamava da un po'. Dalle nebbie da un tempo – due secoli, ormai – che è sembrato volare. Dalla tomba, a sei piedi sotto terra.