
|
L’Ickabog, di J.K. Rowling. Salani, € 19,80, pp. 307 |
C'era una volta una scrittrice che allevò un'intera generazione di lettori. Una zia, una madrina, una maestra. Una di quelle che avrebbero fatto meglio a investire le proprie energie sui libri, anziché su Twitter, per non perdere la credibilità e per non sottrarci la magia dei nostri ricordi migliori. J.K. Rowling è tornata in libreria, ma quest'anno se ne sono accorti in pochi: rischiano di parlare più forte le sue considerazioni sui social rispetto a una storia come questa, di cui io stesso non sapevo di avere bisogno prima di leggerla. Peccato, perché è davvero una storia bella: soprattutto da scartare sotto l'albero a Natale. Avevo immaginato una lettura innocua e piacevole. Una favoletta per bambini per riempire il tempo, con più illustrazioni – quelle all'interno sono state realizzate dai piccoli lettori durante il lockdown – che parole. A sorpresa, questo libro dalla copertina verde smeraldo comprende trecento pagine fittissime di avvenimenti, dettagli e atrocità. Nella migliore tradizione dei fantasy medievali, infatti, propone al lettore la topografia di un regno particolareggiato e una densa serie di andirivieni condita da efferatezze di varia natura. Perché c'è del marcio a Cornucopia, proprio come nella Danimarca del Bardo.
Quando mi mangerai, Ickabog, lascia il cuore per ultimo. Vorrei mantenere i miei genitori in vita il più possibile.
Regno idilliaco dilaniato da cospirazioni e lotte intestine, è governato da un sovrano sprovvisto di qualsivoglia fermezza. Vanitoso, sciocco e volubile, re Teo si lascia consigliare da due serpi che fingono di avere a cuore i suoi interessi ma che, lavorando inosservati alle loro trame, rischiano di trasformare la monarchia in tirannide. Per nascondere i segni della corruzione, hanno fatto dell'Ickabog la causa di tutti i mali: il mostro leggendario vive nella nebbia e negli acquitrini dello spaventoso Nord, e le diatribe sulla sua effettiva esistenza hanno portato alla formazioni di eserciti di fortuna, tasse alle stelle, omicidi brutali poi imputati puntualmente alla creatura. C'è qualcosa di soprannaturale nella palude, oppure è un'invenzione a tavolino per distrarre il re dai misfatti dei sottoposti? L'allarmismo si ingigantisce passando di voce in voce. Il mostro è una suggestione crescente; un capro espiatorio per celare traffici mossi da opportunismo e omertà. I cattivi dell'ultima Rowling sono realmente cattivi. Uccidono atrocemente i genitori, minacciano gli orfani dei supplizi più brutali, spargono sangue e illazioni.
In tutti quegli anni, non era mai riuscita a convincere Marta che l’Ickabog non esisteva. Quella sera però avrebbe voluto credere anche lei nel mostro, invece che nella malvagità umana che aveva visto negli occhi di Lord Scaracchino.
Scorretto e un po' crudele, con una vena grottesca che ricorda Roald Dahl, il romanzo parla il linguaggio semplice dell'infanzia ma nasconde un cuore politico. Chi non si allinea alle idee dei consiglieri del re è percepito come un nemico pubblico. Gli eversivi sono destinati a scomparire nel nulla. I popolani cadono sotto il peso degli stenti e dei dazi. I bambini, chiamati a sbrigare cose da grandi, sfuggono a orfanotrofi dickensiani per coalizzarsi. Guidati da Robi e Margherita – il primo figlio di un soldato assassinato, la seconda di una sarta morta di stanchezza appresso alle richieste del sovrano –, i piccoli protagonisti rappresentano la speranza delle nuove generazioni. La purezza dei loro sguardi mette in moto timide rivoluzioni e marce pacifiste. E quando giungerà, l'immancabile lieto fine sembrerà il trionfo della democrazia. Intelligente e grazioso, cos'è L'Ickabog se non lo svelamento di un'ingannevole fake new? J.K. Rowling non ha perso il tocco. Tra una polemica e l'altra, purtroppo, ne avevo dubitato anch'io. Insomma: c'era una volta, in realtà, una scrittrice che per fortuna c'è ancora.
Il mio consiglio musicale: Coldplay – Magic


