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venerdì 21 febbraio 2025

Recensione: I ragazzi della Nickel, di Colson Whitehead

| I ragazzi della Nickel, di Colson Whitehead. Mondadori, € 13,50, pp. 216 |

A lungo ho avuto il timore di leggerlo. Troppo impegnato l'autore, vincitore di ben due Pulitzer a distanza di pochi anni. Troppo drammatico il tema, tra discriminazioni e violenze sullo sfondo di una America non così lontana. I ragazzi della Nickel è un romanzo che disattende le aspettative. E, per fortuna, è la cosa più bella che possa fare. È possibile rendere luminosissima un'orribile vicenda realmente accaduta? Ai piedi di un riformatorio, in tempi recenti, fu rinvenuto un cimitero di morti mai reclamati. Le ossa appartenevano agli studenti – anzi, ai prigionieri – di un istituto della Florida: negli anni Sessanta del Novecento, laggiù, lo schiavismo era un incubo ancora reale.

Era una follia scappare ed era una follia non scappare. Come poteva un ragazzo guardare oltre il confine della proprietà, vedere quel mondo vivo e libero e non pensare di evadere? Per decidere del proprio futuro, una volta tanto. Sopprimere ogni idea di fuga, anche un’idea così, effimera come una farfalla, significava uccidere la propria umanità

Colson Whitehead modifica i nomi, non lo sconcerto, e affida la narrazione a un protagonista che fa la differenza. Dotato di un ottimismo incrollabile, fragile ma resiliente, Elwood è un faro di speranza in una storia nerissima. Studioso, occhialuto, profondamente legato alla nonna materna, è cresciuto con le foto degli attivisti sulle pagine di Life e con i discorsi di Martin Luther King, ascoltati al posto del peccaminoso Elvis. Destinato a studi brillanti, si scontrerà con l'imprevedibilità del destino a causa di un crimine mai commesso. La reclusione nella Nickel Academy, un campo di lavoro nascosto dietro la facciata di scuola rispettabile, cambierà tutto. Non servono cancellate né filo spinato: in un inferno gestito da alcuni dei fondatori del Ku Klux Klan, infatti, nessuno osa scappare. Diviso tra rivalsa e sottomissione, Elwood rispetta a denti stretti le regole e riga dritto, a differenza del più scapestrato Turner: un piccolo truffatore già finito dentro due volte.

Dobbiamo credere nel profondo dell’anima che siamo qualcuno, che siamo importanti, che meritiamo rispetto, e ogni giorno dobbiamo percorrere le strade della nostra vita con questo senso di dignità e di importanza.

Spesso, tuttavia, sarà impossibile volgere lo sguardo altrove. Il suo spiccato senso della giustizia metterà il protagonista nei guai. E allora, nei meandri di una fabbrica del dolore che si fa magistralmente emblema di tutto il marcio che c'è, sperimenterà addosso le vendetta dei sorveglianti, con un rumoroso ventilatore industriale a coprire le urla. Caratterizzato da una sorprendente delicatezza, nonostante i supplizi a cui sono condannati i suoi ragazzi, Whitehead firma un'opera con il respiro dei classici più intramontabili – di quelli con orfani sfortunati, amicizie salvifiche, fughe mirabolanti. Il lessico, preso in prestito dai romanzi d'avventura. La formazione di Elwood deforma le ossa e disegna sulla schiena una mappa di cicatrici ritorte. Il titanismo non è nel parare le scudisciate, ma nella capacità di abbattere con una risata i muri della segregazione, nelle nobiltà d'animo, nella gentilezza. A volte, come in questo caso, diventa perfino contagioso. Soltanto imparando da Elwood – vincendo il cinismo, ispessendoci la pelle – è possibile sopportare con prontezza di spirito un ribaltamento finale magnifico e agghiacciante insieme, che altrimenti avrebbe fatto più male delle cinghiate del sovrintendente Spencer.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Alex Somers – Stare

giovedì 9 aprile 2020

Recensione: Il porto proibito, di Teresa Radice e Stefano Turconi

| Il porto proibito, di Teresa Radice e Stefano Turconi. Bao, € 21, pp. 312 |

In alcune storie ci inciampi e basta. Sono messaggi in bottiglia. È l’alta marea che ha voluto fartele leggere, portandoti nel posto giusto al momento giusto. Si nascondevano dietro uno scoglio, magari sotto un tronco, e un’altra onda minacciava di portarle via da un momento all’altro. Sono stato fortunato. A passeggio in un mercatino che somigliava un po’ a una spiaggia dopo un naufragio – dappertutto anfore, coralli e conchiglie –, in uno dei miei ultimi giorni di libertà mi sono imbattuto in un questa graphic novel. La sua fama aveva raggiunto anche me, ignorante in materia, e per pochi euro ho portato a casa un piccolo tesoro nell’indifferenza del venditore: lo vendeva allo stesso prezzo dei tascabili della bancarella. Dopo un mese, impigrito dal blocco del lettore, ho deciso che il suo momento era arrivato. Per il desiderio di leggere qualcosa di lieve sì, ma bello. Per la solita nostalgia del mare.
Una graphic novel che ha già meriti oggettivi, così, se n’è fregiata di un altro: ha simboleggiato, per me, la lettura d’evasione per eccellenza. Di quelle che ti portano lontano, letteralmente, facendoti sperimentare quel senso di stupore che credevi precluso agli adulti. Magico, misterioso, romantico, Il porto proibito è un’ombra che si profila all’orizzonte. Un miraggio che non tutti riescono a percepire con gli stessi occhi. Può dirsi lusingato o sciagurato colui che ne vede la silhouette nella nebbia del primo mattino? È un inizio o una fine; un punto di partenza o uno d’approdo? Sono alcuni degli interrogativi sollevati dalle figure che popolano l’avventura di Teresa Radice e Stefano Turconi: coniugi e fumettisti, qui al servizio di un intrigo che deve un po’ alle favole Disney e un po’ ai classici dell’Ottocento inglese.

Lo chiamano il porto proibito: appare e scompare nella nebbia, ma sembra che non tutti possano vederlo. Chi l’ha raggiunto di certo non è tornato indietro per raccontarlo! Perché non sei tu che scegli di entrare al porto, è il porto che sceglie te.
Si parte dal ritrovamento di un naufrago sulle coste del Siam. Vittima di un’amnesia che lo ha privato di tutto fuorché il nome, Abel diventa il mozzo del primo ufficiale Roberts a bordo di un vascello della marina. Intraprendente e servizievole, dotato di mille risorse, il ragazzo ha l’animo antico dei veri lupi di mare: conosce a memoria canzoni, aneddoti, trucchi, e le sue abilità sorprendenti – talora a confine con la magia – fanno mormorare la ciurma sospettosa, per poi tornare utili durante le bonacce più ostinate. Il tenore del prologo è destinato a cambiare una volta giunti a Plymouth. Ospite di una locanda caduta in disgrazia per colpa di uno scandalo – il proprietario, Stevenson, sarebbe fuggito con la refurtiva confiscata agli spagnoli lasciando le tre figlie nei guai –, Abel si affeziona alla timida Helen, alla maliziosa Heather e alla piccola Harriet, fino a sentirsi parte della famiglia allargata. Ma gli insegnamenti più importanti arriveranno da Rebecca, erotica e materna insieme, che lo guiderà nei segreti del sesso, della letteratura e soprattutto dell’impossibile. Dove tutti vedono malizia, si nascondono in realtà le migliori pagine del volume e personaggi indimenticabili: dalla relazione tra la malinconica tenutaria del bordello e Nathan, il cliente prediletto che promette di affrancarla per amore, aspettatevi tavole appassionate e più di qualche lacrima.

La verità più profonda si può trovare grazie a una semplice storia. 

Colto, citazionista, romanticissimo, Il porto proibito è una ballata marinaresca di donne e pirati su un tesoro da trovare, un’identità da riscrivere, una fama da riscattare. Contiene frammenti preziosi dei versi di Blake, Coleridge e Wordsworth. Brilla di scrittura ricca ed evocativa, a proprio agio tanto con il lirismo quanto con il linguaggio tecnico della navigazione. Ha un gusto per la narrazione nobile, antico, a cui si perdona a cuor leggero perfino un epilogo un po’ melenso in nome dei racconti della buonanotte che rievoca; dei ricordi legati alle leggende sussurrate davanti ai falò. Il tutto, per di più, impreziosito da un tratto a matita essenziale e mai soverchiante, che fa da perfetto contrappunto alle parole e le accompagna dolcemente.
C’è chi vuol partire e chi vuol tornare. Chi spera di oltrepassare le colonne d’Ercole e chi, invece, sogna di riporre i remi in barca. Schiavi di un diffuso senso d’attesa, sospesi all’orizzonte, i protagonisti di Teresa e Stefano sono divisi tra il mare e la terra: per questo, eternamente incompleti. Ma perfino un recipiente vuoto, riflette Nathan, può scoprire un’utilità intrinseca: diventare un contenitore per raccogliere acqua piovana; trasformarsi in un vaso per accogliere il fiorire di nuove esistenze. Ecco allora il palesarsi di un senso, di una seconda chance, di altra vita ancora. A lezione d’amore e navigazione, prima di salpare per sempre. Meta: il nostro assoluto incanto.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mumford & Sons – Guiding Light