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Preghiera del mare, di Khaled Hosseini. SEM, € 15, pp. 56 |
Ero
io a prestare i romanzi a mia mamma, un tempo, e mai
viceversa.
Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli – i più belli degli strappi alla regola nell'intera storia degli scambi in famiglia – erano però per una volta il suo genere, un suo consiglio, e non il mio. Li ho letti e amati a ciel sereno, nonostante fossero i fragili anni delle medie, quelli, e sul mio comodino di ragazzino annoiabile non facessero ancora tappa cose come l'impegno della cronaca nera o l'attualità. Non leggo Khaled Hosseini da allora. Saranno passati dieci anni, ormai, e in mezzo c'è stato E l'eco rispose: non era piaciuto proprio a mamma, però, che per storie come quelle ha da sempre il pallino, ed ero finito per fidarmi un'altra volta di chi mi aveva fatto scoprire le gioie e i dolori del Medio Oriente e tenuto lontano dalle potenziali delusioni in agguato. Hosseini è tornato in libreria dopo l'estate. Ha cambiato editore italiano, formato, e mi sono trovato così per le mani Preghiera del mare: volume illustrato di uno splendore ipnotico, con la prefazione del nostro Roberto Saviano e un fine umanitario degno di infinito rispetto. Uno di quei libri che sfogli e sbirci distrattamente, soltanto per vedere in anteprima cosa ti aspetterà, e che dal nulla finisci. Così, lì su due piedi. Tanto avvincente la lettura, chiederete? Si tratta in realtà di uno di quei libri di pregio impossibili da valutare, difficili da recensire, al pari della raccolta poetica Milk & Honey o della biografia a carboncino di Mary e il Mostro. La differenza è che l'ultimo Hosseini lo leggi senza accorgertene, lo leggi purtroppo senza dargli peso. Distratto un po' dalla cura dell'edizione, un po' da una storia-simbolo che in sé vorrebbe inglobare l'intero dramma delle migrazioni clandestine.
Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli – i più belli degli strappi alla regola nell'intera storia degli scambi in famiglia – erano però per una volta il suo genere, un suo consiglio, e non il mio. Li ho letti e amati a ciel sereno, nonostante fossero i fragili anni delle medie, quelli, e sul mio comodino di ragazzino annoiabile non facessero ancora tappa cose come l'impegno della cronaca nera o l'attualità. Non leggo Khaled Hosseini da allora. Saranno passati dieci anni, ormai, e in mezzo c'è stato E l'eco rispose: non era piaciuto proprio a mamma, però, che per storie come quelle ha da sempre il pallino, ed ero finito per fidarmi un'altra volta di chi mi aveva fatto scoprire le gioie e i dolori del Medio Oriente e tenuto lontano dalle potenziali delusioni in agguato. Hosseini è tornato in libreria dopo l'estate. Ha cambiato editore italiano, formato, e mi sono trovato così per le mani Preghiera del mare: volume illustrato di uno splendore ipnotico, con la prefazione del nostro Roberto Saviano e un fine umanitario degno di infinito rispetto. Uno di quei libri che sfogli e sbirci distrattamente, soltanto per vedere in anteprima cosa ti aspetterà, e che dal nulla finisci. Così, lì su due piedi. Tanto avvincente la lettura, chiederete? Si tratta in realtà di uno di quei libri di pregio impossibili da valutare, difficili da recensire, al pari della raccolta poetica Milk & Honey o della biografia a carboncino di Mary e il Mostro. La differenza è che l'ultimo Hosseini lo leggi senza accorgertene, lo leggi purtroppo senza dargli peso. Distratto un po' dalla cura dell'edizione, un po' da una storia-simbolo che in sé vorrebbe inglobare l'intero dramma delle migrazioni clandestine.
Sono
solo parole,
l’espediente di un padre.
La fiducia che riponi in me
mi strazia.
Perché questa notte riesco solo a pensare
a quanto è profondo il mare,
a quanto è vasto e indifferente.
E a come sono impotente io,
incapace di proteggerti.
Non posso fare altro che pregare.
l’espediente di un padre.
La fiducia che riponi in me
mi strazia.
Perché questa notte riesco solo a pensare
a quanto è profondo il mare,
a quanto è vasto e indifferente.
E a come sono impotente io,
incapace di proteggerti.
Non posso fare altro che pregare.
Un
padre si rivolge a suo figlio, gli scrive una lettera aperta: come
tanti disperati, loro sfidano la furia del mare aperto per sfuggire a una
guerra senza connotati. Il bambino è troppo piccolo per ricordare il
buono della sua terra: il verde dei pascoli, il rosso dei papaveri, i
profumi speziati del mercato. La pace, ormai, è il ricordo bruciato
di un'infanzia fa. Amaramente, in compenso, ricorderà la violenza di
un conflitto immotivato: quella morte che occupa l'orizzonte tutto,
il presente e il futuro. Dio non sa che il loro barcone alla deriva
sta trasportando un carico prezioso? Non restano allora che le
promesse, non resta che pregare: il Padreterno, e il mare – ugualmente sconfinati, misteriosi e sordi.
L'errore è stato mio, devo avere capito male sin dall'inizio. Mi aspettavo qualcosa di diverso: il narratore a cui sono affezionato, che qui invece scompare per diventare l'emblema di un padre. Per darsi alla sensibilizzazione, alla filantropia, in un compito – per quanto lodevole, per carità – che funziona più in teoria che in pratica. Qualcuno vi dirà che è straziante. Qualcun altro che è buonista. Io, invece, vi dirò in tutta onestà che non è né l'una né l'altra cosa: troppo legato alla sua natura di lettera breve per lasciarsi amare o odiare; troppo succinto per lasciarsi commentare con fiumi di parole che, a colpo sicuro, supererebbero questa volta quelle di un Hosseini pensato per immagini. Beneficenza a parte, di Preghiera del mare mi è sfuggita l'utilità. Ci sono un tema che scotta, che tocca, e una realtà così dura che non serviva affatto ricamarci sopra Peccato mi siano mancati uno sguardo, una prospettiva, l'emozione. Uno svolgimento e una fine. Aveva fatto meglio Margaret Mazzantini in Mare al mattino; a Sanremo, avevano commosso maggiormente le migrazioni ad altezza bambino dell'esordiente Mirkoeilcane.
Preghiera del mare si legge in dieci minuti, un quarto d'ora al massimo, con la scusa di tornare indietro per soffermarsi sulle illustrazioni, e con il rischio di peccare di insensibilità si fa fatica a trovargli con il senno di poi una parvenza di contenuto. Ci si allontana dalla riva, infatti, ma non dalle premesse di base. Dal poco che il risvolto di copertina riassume. Dalla fiducia per uno scrittore che racconta esistenze a rischio senza avere più, a malincuore, il coraggio di rischiare.
L'errore è stato mio, devo avere capito male sin dall'inizio. Mi aspettavo qualcosa di diverso: il narratore a cui sono affezionato, che qui invece scompare per diventare l'emblema di un padre. Per darsi alla sensibilizzazione, alla filantropia, in un compito – per quanto lodevole, per carità – che funziona più in teoria che in pratica. Qualcuno vi dirà che è straziante. Qualcun altro che è buonista. Io, invece, vi dirò in tutta onestà che non è né l'una né l'altra cosa: troppo legato alla sua natura di lettera breve per lasciarsi amare o odiare; troppo succinto per lasciarsi commentare con fiumi di parole che, a colpo sicuro, supererebbero questa volta quelle di un Hosseini pensato per immagini. Beneficenza a parte, di Preghiera del mare mi è sfuggita l'utilità. Ci sono un tema che scotta, che tocca, e una realtà così dura che non serviva affatto ricamarci sopra Peccato mi siano mancati uno sguardo, una prospettiva, l'emozione. Uno svolgimento e una fine. Aveva fatto meglio Margaret Mazzantini in Mare al mattino; a Sanremo, avevano commosso maggiormente le migrazioni ad altezza bambino dell'esordiente Mirkoeilcane.
Preghiera del mare si legge in dieci minuti, un quarto d'ora al massimo, con la scusa di tornare indietro per soffermarsi sulle illustrazioni, e con il rischio di peccare di insensibilità si fa fatica a trovargli con il senno di poi una parvenza di contenuto. Ci si allontana dalla riva, infatti, ma non dalle premesse di base. Dal poco che il risvolto di copertina riassume. Dalla fiducia per uno scrittore che racconta esistenze a rischio senza avere più, a malincuore, il coraggio di rischiare.
Il
mio consiglio musicale: Mirkoeilcane – Stiamo tutti bene