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lunedì 26 settembre 2022

Recensione: Il cardellino, di Donna Tartt

Il cardellino, di Donna Tartt. Rizzoli, € 17, pp. 890 |

Ho iniziato a leggerlo ad agosto, su un treno per il Salento. Quel tomo ingombrante, dalla copertina avorio, aveva attirato le attenzioni di più di qualcuno – compreso il controllore che, stupito per la mia buona volontà, si era complimentato per la scelta. Era un grande fan di Donna Tartt. Avevo letto altro dell'autrice Premio Pulitzer? Sì, avevo risposto, Dio di illusioni: affascinantissimo, mi aveva irretito nella prima metà e deluso nell'ultima. A distanza di anni ricordavo una penna di sconfinata classe, atmosfere torbide e affascinanti, ma un mistero dalla gestione un po' goffa. Potrei scrivere lo stesso del Cardellino: straordinario all'inizio, ma destinato a una parabola discendente – rocambolesca, delirante, retorica – mai completamente metabolizzata. Arrabbiato, a fine lettura avevo richiesto confronti con alcuni lettori. Cercavo il romanzo dell'estate, infatti, ma la frustrazione del momento lo aveva trasformato nella mia memoria in qualcosa di ben peggiore di un'esperienza mediocre: una lettura – di quasi 900 pagine, per di più – destinata a scontentare proprio sul più bello. Come aveva potuto Tartt fidelizzarmi per poi lasciarmi in balia di un epilogo febbricitante, dove l'azione avviene fuori scena e la morale della storia è condensata in uno spiegone grossolano? All'epoca del viaggio, però, non potevo saperlo. E con il controllore avevo scambiato impressioni entusiastiche sulle disavventure d'altri tempi di Theo Decker: un orfanello di dickensiana memoria che, dopo la morte della madre amatissima durante un attentato terroristico, si muove tra benefattori e carcerieri, tragedie e fortune esagerate, in città piene di bellezze insidiose.

Tutto ciò che sopravvivere alla Storia dovrebbe essere considerato un miracolo.

Prima ospite della famiglia Barbour nella signorile New York, poi affidato al padre e alla nuova compagna in una Las Vegas indimenticabile nella sua dissolutezza, Theo potrò contare su una manciata di costanti in un'esistenza per il resto raminga: il negozio di antiquariato di Hobie, sua guida e maestro; l'amore platonico per Pippa e l'amicizia autodistruttiva con Boris, adorabile “lucignolo” dall'inconfondibile accento russo; soprattutto, il dipinto-feticcio di Carel Fabritius, rubato e mai restituito nella confusione dell'attentato terroristico iniziale. Conoscerà la ricchezza e la misera più sfrenate, sperimenterà droghe leggere e pesanti per fuggire al disturbo post-traumatico da stress, diventerà genio e criminale per mezzo delle sue naturali capacità seduttive. Soprannominato Potter per via degli occhiali a fondo di bottiglia e della frangia impettinabile, si fa voler bene proprio come il personaggio di J.K. Rowling: eroe di un'epopea varia, coinvolgente, totalizzante, in cui l'assoluta libertà del protagonista diventa anche specchio della sua struggente solitudine. Come l'uccellino immortalato dal pittore fiammingo, Theo trasmette insieme energia e inquietudine: benché il suo petto sembri continuamente pulsare di vita, è prigioniero del proprio trespolo. Esiste, per lui, via di fuga? Bisogna forse ricercarla nella bellezza, nell'arte, nell'amore? Il cardellino fallisce quando prova ad abbozzare risposte, a cercare un senso al girotondo del suo primattore, ad arginare il suo caos – cosmico e narrativo – in una struttura da thriller americano. La scrittura di Donna Tartt è sconvolgente: l'esplosione di una bomba. Ma quando prova a mettere ordine, a trarre una morale di fondo, compie il medesimo errore di Fabritius. E mette un capolavoro in una cornice laccata; una catena d'argento alla zampa della sua creaturina piumata, condannandola, infine, alla cattività.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Radiohead – Karma Police

lunedì 29 marzo 2021

Recensione: Blu, di Giorgia Tribuiani

 
| Blu, di Giorgia Tribuiani. Fazi, € 16, pp. 250 |

Dopo Guasti, opera prima in cui i cadaveri diventavano opere d'arte – il tema, macabro ma affascinante, era quello della plastinazione –, Giorgia Tribuiani torna in libreria alzando l'asticella dello sperimentalismo, della provocazione, dell'inquietudine. Frammentario, singhiozzante, disordinato, il nuovo romanzo è un'immersione letteraria senza capitoli e senza pause, senza respiro. Probabilmente avrei apprezzato un simile flusso di coscienza a piccole dosi, sul breve tratto. Blu intriga nella prima parte, invece, e finisce poi per trascinarsi nella seconda. Fedele a sé stesso, non cambia registro neanche quando la protagonista sembra man mano riappropriarsi della propria identità. E, affaticato da uno stile poco scorrevole e dalle atmosfere asfissianti, sono arrivato al punto da sperare che finisse il prima possibile: non perché sia una lettura sconsigliabile, ma perché – cercate gli effetti collaterali sul bugiardino – potrebbe suscitare spesso frustrazione e claustrofobia. La mente a soqquadro della protagonista, d'altronde, non è un posto piacevole in cui soggiornare. Come biasimare chi non vede l'ora di essere sputato fuori dal suo piccolo mondo matto?

Vorrei che non piangessi, dici, davvero, ma sai che la solitudine ti infetta il sangue, e che hai bisogno di (feritoie) ferite per entrare nel cuore degli altri come una malattia.

Geniale ed emarginata, smarginata, Ginevra – detta da sempre Blu – frequenta il liceo artistico ed è una cattiva ragazza. O tale si percepisce. Un po' vittima, un po' carnefice, avverte il peso del mondo sulle spalle e si crogiola in antiche ingiustizie. Sporca, ma in realtà piena di candore, è attratta dal dolore degli altri: vorrebbe farsi amare portando loro conforto. Figlia di genitori divorziati, cresciuta in una normalissima cameretta affollata di peluche e medaglie di nuoto, Blu ha un fidanzato che non la soddisfa sessualmente e una sorellastra diffidente. Cronicamente insicura, tiene conto maniacalmente dei respiri, dei battiti di ciglia, dei getti dell'erogatore del sapone. Ma la sua ultima ossessione, all'improvviso, è Dora Leoni: un'artista dalla vita sentimentale scandalosa, che sulla scia di Marina Abramovic si rende protagonista di performance spiazzanti. È possibile imparare da lei? È possibile carpirne i segreti, mentre si lava in pubblico in una vasca da bagno dai piedi leonini? È possibile avvicinarla abbastanza da farsi notare? Filtrata interamente dall'io caotico di Blu, la trama appare poco più di un abbozzo evanescente da inseguire fino all'epilogo aguzzando la vista. Il punto di forza della lettura, ma per me anche il suo difetto, è un approccio immersivo che o si ama o si odia.

Tutto ciò che di brutto hai vissuto non è stato che una prova per arrivare fin qui: l'esclusione, la solitudine, il dolore, nient'altro che ostacoli da affrontare per godere appieno di questo momento, una preparazione necessaria per essere scelti da Dora, ora lo sai, e ti levi in piedi e torni a girare tutte le stampe coi volti e i corpi dei performer, guardatemi, io sono Blu e sono una di voi.

Delirante, ipnotico, confusionario, il romanzo raggiunge spaventosi picchi di erotismo – la masturbazione con una penna, in scene a confine con l'autolesionismo – e sfocia poi in una storia di attrazione fatale, con tanto di stalking. Da un lato originalissimo, dall'altro faticoso, mi è parso un mirabile esercizio di scrittura forse più godibile nel formato del racconto. La compagnia di Blu è stata spiacevole, soprattutto in questi giorni di cambiamenti lavorativi, ma al sollievo per il sopraggiungere dei ringraziamenti finali si è affiancata anche una vaga tristezza: noi due non siamo andati d'accordo, no, ma non avrei voluto lasciarla sola. Anche nelle stramberie, anche negli eccessi, la protagonista è un'adolescente come tante. Che fa pensieri strani, cupi, scomodi. Chi non ne ha mai fatti? Chi non ne fa tutt'ora? Giorgia Tribuiani invita all'apertura, alla condivisione. E ci dice che quando smetteremo di essere isole disegnate a casaccio sulla tela grigiastra della nostra solitudine, perfino il dolore tornerà utile come ci prometteva un bellissimo romanzo di Peter Cameron. Il nostro brutto passato si farà performance e, allora, finalmente, arriveranno gli applausi.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Madame – Mami Papi

giovedì 11 giugno 2020

Pillole di recensioni: Vocabolario dei desideri, di Eshkol Nevo

| Vocabolario dei desideri, di Eshkol Nevo. Neri Pozza, € 18 |

Per un anno grazie alla rubrica sono stato uomo, e anche donna. Sposato, e anche divorziato. Traditore, e anche fedele. Vecchio. E bambino. Italiano. E anche americano. E anche sudafricano. Forse è proprio per questo che scrivo. Per essere chi non sono. Vivere la vita che non vivo. Forse è per questo che leggiamo.

Ha iniziato a scriverli all'inizio del 2019, su richiesta dal direttore di Vanity Fair Italia. Ventisei racconti, dalla A alla Z, sui temi a lui più cari. Che poi, a ben vedere, sono anche i miei preferiti. Amore, amicizia e famiglia. L'israeliano Eshkol Nevo, confessa in ultima battuta, in principio aveva dei dubbi. Ma ha usato questi appuntamenti settimanali, mai lunghi più di due pagine, come fossero ore d'aria tra un romanzo e l'altro e per saldare il suo rapporto, già fortissimo, con il nostro paese – è in uscita prossimamente la trasposizione di Tre piani, diretta da Nanni Moretti. Romantico, contemporaneo, metropolitano, l'autore ricorda, rivanga e qualche volta inventa. Attraverso le sue parole leggerissime fa il giro del mondo, spaziando da Roma a Parigi, da Johannesburg a Berlino. Racconta in pillole le epifanie, le sbandate, i tradimenti; le relazioni telematiche (vedasi alla lettera W), la routine coniugale scandita da una vecchi serie TV che ritorna nel palinsesto (X), l'ansia di accasarsi dopo un estenuante tour all'Ikea (Y). Ma ci sarebbero tante pagine da citare, ora maliziose e ora immaginifiche, ora tragiche e ora, suppongo, un po' autobiografiche. Alcuni racconti sembrano più compiuti, altri semplici bozzetti: per fortuna, in un volume splendido anche da ammirare, compensano alle lacune le opere di Pax Paloscia, che suggeriscono un perfetto senso di appagamento. Piacere fugace, ma pur sempre piacere profondo, l'ultimo esperimento di Nevo appaga i sensi: in particolare la vista. Tassello prezioso ma forse non troppo indispensabile in libreria, è rivolto soprattutto ai cultori della prima ora. Io non sono tra questi, ho letto soltanto due romanzi dei suoi. L'ho scoperto abbastanza di recente. Ma, mi siate testimoni, vado già dicendo in giro che non posso più farne a meno. 

lunedì 9 marzo 2020

Recensione: L'esercizio, di Claudia Petrucci

| L’esercizio, di Claudia Petrucci. La nave di Teseo, € 18, pp. 333 |

La costruzione di un amore, cantava Fossati, spezza le vene delle mani. E quella di un'identità?
Potrei riassumere così la trama del romanzo d’esordio di Claudia Petrucci. A occhio e croce la lettura più singolare in cui mi imbatterò quest’anno. Non la più indimenticabile, forse, ma quella senza pari in quanto all’originalità dell’idea di partenza. Si parla di recitazione; dello spirito d’onnipotenza di certi registi, così presuntuosi da considerarsi Dio, e della fragilità degli interpreti. Coloro che calcano le scene per professione, infatti, sono esibizionisti dediti al culto di sé stessi o al contrario insicuri dal basso profilo? Sognerebbero di emergere o di scomparire, nascosti dietro ruoli di comodo?
Non ho mai pensato di recitare, troppo timido, ma la recitazione mi affascina: all’università avrei voluto scrivere una tesi sul metacinema, ma piccole divergenze con il relatore mi hanno fatto cambiare poi soggetto e disciplina. A colloquio nello studio dell’insegnante avevo nominato le star sulla soglia dell’abisso di Birdman, Viale del tramonto, Che fine ha fatto BabyJane; le attrici di La sera della prima, Eva contro Eva e Sils Maria, protagoniste di una retrocessione bruciante a causa dell’ingratitudine dello star system. Amo quando l’arte imita la vita. E quando la prima, con amara sorpresa, scatta contro l'altra per azzannarla alla gola e fagocitarla. La lettura di L’esercizio, in un mondo parallelo, avrebbe garantito spunti di riflessione infiniti per la tesi che non c’è stata.

Non soffro la mancanza di me come individuo, un concetto astratto e sommariamente privo di valore. Io che cosa sono? Mi costringono a pormi una domanda senza risposta. Di che cosa dovrei avere nostalgia? Dall’infanzia tremenda, della famiglia che non ho avuto? Io voglio quello che vogliono tutti: voglio dissolvermi.
Giorgia e Filippo convivono. Lei lavora come cassiera, lui fa il barista. Entrambi hanno rinunciato ai propri sogni: da un lato il teatro, messo da parte per la routine; dall’altro una laurea in lettere mandata alle ortiche. Filippo conosce la ragazza da capo a piedi, l’ha spogliata mille volte, ma la sua interiorità è un mistero di cui non sospetta nulla. 
Filippo fa parte della seconda vita di Giorgia. Che si rifugia nei romanzi fantascientifici, nell’ordine maniacale, nella quotidianità di una relazione da curare pur di non cadere vittima dei pensieri ingombrati e delle allucinazioni. La sua diagnosi segreta: schizofrenia paranoide. La coppia vive un’esistenza sacrificata, da vecchi, senza hobby né guizzi. Cosa succederebbe se lei – senza passato, con un amico regista che improvvisamente le propone uno spettacolo su Peter Pan – lasciasse d’un tratto le briglie? Ridotta in stato catatonico in un letto d’ospedale, la protagonista ha perso il filo tra realtà e immaginazione. Il ruolo l’ha posseduta come un demone dell’inferno. Da lì la svolta: un’idea abbastanza assurda da funzionare. Perché non riscriverne l’identità in forma di copione, in modo che recitando torni a impersonare sé stessa? A quattro mani ci lavoreranno Filippo, ridotto all’ombra del ragazzo che era, e il regista Mauro: guida fedele in un microcosmo fatto di competizione sfrenata, lunghe prove e figuranti radical chic.  Anzi, a ben vedere, in totale le mani son otto: meglio non dimenticare quelle dell’autrice, abilissime, che tirano imprevedibilmente i fili di un cast di personaggi da Oscar. La loro vita, strada facendo, diventa tutta una performance, mentre il dilemma morale li schiaccia; li percuote.

Non c’è nessuna distinzione tra quello che crediamo di conoscere e ciò che conosciamo: quello che crediamo di conoscere è tutto ciò che conosciamo.
La nuova Giorgia rimpiazzerà la vecchia? È giusto pensarla senza dolori, senza macchie – né troppo gentile né troppo sincera, né troppo provocante né troppo ambiziosa? Cos’è l’essenza di una persona: la somma matematica di come ci percepiamo e di come ci percepiscono? L’esperimento di scrittura creativa rischia di travalicare i confini del bene e del male, trasformando la ragazza in un novello mostro di Frankenstein.
L’esercizio è uno psicodramma romantico e sinistro, ben sviluppato e con ritmi da thriller. Nonostante lo stile mi abbia convinto a tratti – l’ho trovato un po' artefatto nelle parti narrative, a cui ho preferito l’energia dei dialoghi: perfetti per un’eventuale pièce –, incuriosiscono il senso d’ambiguità persistente e un erotismo appena suggerito. Addizionate la natura opportunistica dei rapporti interpersonali ai ruoli sottili ricoperti da attori, registi, spettatori inermi. Il risultato dell’esercizio è un’interessantissima metafora sul mestiere dell’artista. Sul potere della scrittura, che crea mondi e personaggi. E a volte, perfino, persone?
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Levante – Le mie mille me

venerdì 25 gennaio 2019

Recensione: L'abbandonatrice, di Stefano Bonazzi

| L'abbandonatrice, di Stefano Bonazzi. Fernandel, € 15, pp. 208 |

Le persone tristi si somigliano e si pigliano. Non si piacciono, non necessariamente, ma sentono di appartenersi. Perché, forse, non hanno altra scelta. Affinità elettive, oppure costrizione? Se lo domanda Davide, che a vent'anni sfoggia con una punta d'orgoglio i suoi vestiti scuri, un malumore imperituro e una famiglia intollerante: mancanze che, al posto di isolarlo, nei giorni sì hanno lo strano potere di farlo sentire straordinariamente fortunato. È stato proprio un attacco di panico in segreteria ai tempi dell'immatricolazione a renderlo parte della coppia formata da due giovani con in comune il mondo contro e il sogno dell'arte: un'illustratrice bravissima, quando non impegnata a servire coni al bar, e un figlio di papà con le conoscenze giuste (ma il talento?) per diventare un pianista jazz. Sono belli e derelitti. Benché studente in sede, la matricola Davide preferisce sgobbare come cameriere in nome dell'indipendenza da mamma e papà: la domenica a pranzo pur di ignorare il proverbiale elefante in mezzo alla stanza, ossia l'outing del figlio, parlano della stitichezza del gatto della vicina o dell'allarme femminicidio alla tivù. Oscar si lascia invece ammirare in boxer per casa, e lascia intravedere soltanto la punta di un iceberg che durante un tour in Gran Bretagna minaccia di far danni. E poi c'è Sofia, un po' hippy e un po' dark: giovane donna che ama tutti e nessuno, di certo non se stessa, con l'incombenza dei fratelli minori da salvare dai servizi sociali.

Cos'è oggi la mia famiglia? È il desiderio morboso di un “ciao”, di un “come stai?”, di un “vi voglio bene”. A diciott'anni avevo capito che il dolore è come una matrioska, ogni nuovo dolore contiene tutti i precedenti. Così non ti puoi abituare mai, è un meccanismo perfetto.

Schiacciati ora dalla tragedia delle eredità genetiche, ora dal peso dell'ambizione, questi tre angeli neri hanno perso le ali – eppure non gli ammiratori, non il sex appeal – nella Bologna del Dams, degli studenti morti di fame, delle droghe leggere o pesanti. Vorrebbero vivere come la Tosca, d'arte e d'amore, e stesi sotto il cavalcavia guardare le stelle confessandosi i reciproci dispiaceri nel rombare dei motori. Stare illusoriamente meglio.
Questa è la storia di Davide: migliore degli altri due, senz'altro più candido all'interno, che sceglie tuttavia di sporcarsi, di star loro accanto, anche a costo di dannarsi l'anima. Tutto fuorché le serate in solitaria, i silenzi ostinati, l'invisibilità sopportata nei peggiori giorni del liceo. Quando nascondeva natura e creatività per non brillare mai. Brilla di luce riflessa, allora, stretto fra il seducente Oscar – prima suo coinquilino, poi suo compagno: soprattutto nella cattiva sorte – e la sfuggente Sofia, che a un certo punto fa le valigie e se ne va. 
Lei, che in fondo aveva capito tutto. Che la tristezza genera tristezza e che un'anima buona come Davide, no, non se la merita. Scopriamo il suicidio della ragazza circa a pagina uno. Una corsa a perdifiato a Londra, al diavolo le gioie della prima esposizione fotografica del protagonista, e lì l'ennesimo fardello: Diamante, quindici anni e i toni sprezzanti, omofobici, che sputa sulla tomba di una madre troppo debole per stare al mondo e addita impietosamente la mancanza di carattere del solerte Davide e il corpo del fidanzato Oscar, strafatto sul divano. La convivenza improvvisata, la nuova formazione, sarà difficile. Manca il tocco solerte di una donna, un pizzico di ordine nell'appartamento a soqquadro. Manca qualcuno, soprattutto, che faccia luce sui misteri postumi di Sofia.

Era sempre stata attratta dal dolore, perché il dolore era parte di lei. Le persone come noi si riconoscono, si fiutano e poi si legano. Per un po' parlammo d'altro. Poi si alzò in piedi, si voltò verso di me con un lieve ghigno che le inarcava le sottili labbra perfette e mi disse: Ti va di urlare?

La verità del punto di vista esterno di Diamante, intanto, brucia. E brucia quello che ancora i personaggi non sanno dirsi. Una giovinezza da rievocare, un malessere di cui venire a capo e un triangolo che sin da subito ha confuso i limiti d'amicizia e attrazione. 
Che i lettori si figurino pure il grigiore delle atmosfere metropolitane di Valentina D'Urbano, gli scandalosi poligoni amorosi delle Ferite originali e la prosa sul filo del rasoio di un thriller dei sentimenti. Un trio di personaggi complessati, crudi e sofferenti, scavati con la punta del pirografo in un blocco di bellezza e dolore. A questo punto potreste capire parte del mondo di Stefano Bonazzi: grafico e scrittore al suo secondo romanzo, con il piglio accattivante dei narratori di razza e tutta la vividezza della sua passione di fotografo. L'autore ferrarese dimostra di possedere occhio, mano, pancia. Un occhio che lacrima suo malgrado, una mano che trema se l'onda blu dell'ansia sale e ci assale, una pancia che riversa violentemente sulla pagina le viscere fumanti delle più umane fra le emozioni. Abbastanza, direi, per non abbandonarlo a questa nostra conoscenza preliminare. Per abbandonarglisi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Afterhours – Quello che non c'è

lunedì 8 ottobre 2018

Recensione: Dai tuoi occhi solamente, di Francesca Diotallevi

Dai tuoi occhi solamente, Francesca Diotallevi. Neri Pozza, € 16,50, pp. 207 |

Si presenta alla loro porta spaccato il secondo e suona il campanello con una pressione decisa del dito indice. La puntualità maniacale, la fermezza delle mani, sembrano essere i primi segni rivelatori di un carattere poco amabile. Brusca come chi è disabituata alle relazioni umane, spesso riservata ai limiti dello scortese, questa Mary Poppins a rovescio arriva a casa Warren non grazie al prodigioso vento dell'est, ma con un inserto del giornale riposto nella tasca del soprabito.
In quel di New York, infatti, c'è una famiglia a soqquadro – due bambini incantati dalle avventure di Lessie alla tivù, una mamma il cui trucco pesante non nasconde lo stress per la nascita imminente di un terzo figlio, un papà in crisi creativa – che ha tutta l'aria di avere il disperato bisogno di qualcuno come lei. Senza grilli per la testa, sprovvista del tipo di bellezza che possa indurre in tentazione il capofamiglia, la tata francese si prende cura con dedizione della casa in disordine, e della loro storia privata. Al pari dell'eroina dei romanzi per l'infanzia di Pamela Travers ha, dalla sua, un po' di magia: si dà il caso che sappia fermare il tempo da dietro l'obiettivo dell'irrinunciabile Rolleiflex. 
La tata si chiamava Vivian Maier, e questa è la sua storia. Una storia vera, incredibile ma amarissima, che inizia come una fiaba anni Cinquanta e si conclude mezzo secolo dopo: nell'anonimato, nella povertà, nella solitudine di un amore mancato e di una felicità, di un talento, vissuti con un ingiustificato senso di inferiorità. Durante una sera di neve, in un parco di Chicago dove la sorte oscura della tata avrebbe comportato, però, la fortuna di un antiquario dall'intuito eccezionale: l'uomo che avrebbe esposto nella sala di un museo quegli scatti mai sviluppati – bambini che giocano per strada, mani intrecciate, baci o sguardi rubati, per un totale di centocinquantamila fotografie da lei rinnegate come figli abortiti –, alimentando da lì in poi l'enigma di Vivian.

Ognuno di noi ha una storia. È scritta tutta nel volto. Le storie sono sempre nei volti, sai? Impara a decifrare gli sguardi, a leggere le pieghe della pelle, il mondo in cui si atteggia una bocca, e avrai la storia di una persona.

In questa biografia romanzata cerca risposte la sempre bravissima Francesca Diotallevi, autrice della scuderia Neri Pozza in cui ho creduto ciecamente sin dai tempi dell'esordio – come lei, d'altronde, ha sempre creduto in me. All'apparenza non lontano dalla sua comfort zoneDai tuoi occhi solamente è in realtà il suo lavoro più difficile. Da un lato, infatti, abbiamo il potenziale di una protagonista straordinaria che ricorda la versione in carne e ossa della dolente Olive Kitteridge, dell'indimenticabile portinaia dell'Eleganza del riccio, delle muse solitarie nei caffè a olio di Edward Hopper. Dall'altro, invece, la personalità sfuggente della Maier era un mare sconfinato in cui un'autrice trentenne correva il serio rischio di perdersi. Sballottata tra gli Stati Uniti e la Provenza come un oggetto smarrito, Vivian impara presto a non affezionarsi a nessuno: non a Jeanne, coinquilina con cui dividere una stamberga nel Bronx che la inizia alla celluloide; non alla zia, che in casa accoglie un uomo delle cui attenzioni morbose la ragazzina è purtroppo la destinataria; non all'odiata mamma Marie, né tanto meno al turbolento Karl, fratello maggiore in custodia cautelare. Non alla silhouette delle alpi – deve sentirne nostalgia anche la Statua della Libertà, altra francese in terra straniera –, non al caos di una metropoli che smaltisce l'insonnia al suon di mille clacson. Ma, e l'esperienza insegna, non si diventa maestri di addii con la forza dell'abitudine.

Sa, ho sempre pensato che ci fosse un legame tra la scrittura e la fotografia. Lo dice la parola stessa: phòs, luce, e graphè, scrittura. Letteralmente, luce che scrive. Non lo trova meraviglioso? Lei scrive con luce, Miss Maier?

Vivian Maier sedeva all'ultima fila in autobus, dava false generalità, studiava il voyeurismo nel cinema di Hitchcock – era quella stessa propensione che la portava a immortalare incidenti, a imbucarsi al cimitero in nome di un'inspiegabile tensione all'assoluto – e, in una stanza barricata, accumulava compulsivamente scontrini, biglietti, giornali. Si circondava di storie su storie, rimandando a domani lo scioglimento della sua. Fuggiva per non essere scacciata, mordeva per non essere morsa, vestiva un'armatura per non essere messa a nudo: arduo, perciò, scalfirne la corazza impenetrabile. Nella finzione letteraria ci provano i Warren: i piccoli Arthur e Grace, di cui la protagonista apprezza la sincerità spassionata; il padre Frank, insoddisfatto autore di best seller che legge nelle “stanze buie” di Vivian quando lei, per istinto di autoconservazione, vorrebbe di nuovo fare dietrofront. In libreria, invece, tenta – e fa centro – un'indagine psicologica minuziosa ed evocativa, a opera di un'autrice abituata a lavorare di fino nella camera oscura dei suoi processi creativi, a destreggiarsi in una ricerca quanto mai frustrante.

Non tutte le storie sono storie d'amore, non tutte le storie hanno lieto fine. La mia è la storia di chi ha vissuto attraverso le storie degli altri, di chi ha visto tutto senza mai essere vista. La mia è la storia di un'ombra.

Come si descrive l'attimo che precede l'istante perfetto? Come, ancora, una donna che appariva una sfinge perfino a se stessa? Francesca Diotallevi osa portare alla luce un'artista da scoprire o riscoprire tra le pagine, e l'abbandono di quel cono d'ombra, di quel limbo, suona al lettore troppo delicato per apparire un'ingiunzione. La donna non scompare, così, come Euridice alle spalle di Orfeo.
Alcuni dicono che le foto fermino il tempo per sempre. Per fortuna, esistono romanzi come questo, dotati dello stesso potere taumaturgico.
Dai tuoi occhi solamente, il cui titolo cita una poesia di Pedro Salinas, invita con gentilezza il mito di Vivian Maier a lasciare il suo comodo rifugio nelle retrovie. A imparare a sorridere un po', prima del flash, davanti alla nuova consapevolezza che esista un mondo non senza simmetrie, non senza speranza, dall'altra parte dell'obiettivo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Pomplamoose - Eleanor Rigby 

mercoledì 29 novembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: The Disaster Artist, Wind River, Final Portrait

Greg, la faccia d'angelo di James Dean e una San Francisco che non crede in lui, vorrebbe fare l'attore. Troppo timido, troppo dimesso, ha bisogno di un miglior amico come Tommy Wiseau: il fenomeno da baraccone della sua classe di recitazione, con un indefinito accento dell'est Europa (anche se giura di essere nato a New Orleans) e introiti inspiegabili (contante a non finire, case dappertutto, ma di un impiego neanche l'ombra), gli fa infatti da spalla e promotore. Giurin giurello, mignoli intrecciati, e in nome del loro affetto lo invita a Los Angeles; gli scrive un film su misura. Girato in tempi biblici, assurdamente costoso, The Room rimarrà nella memoria collettiva come uno dei peggiori film mai realizzati. Scritto male, diretto peggio, ispirato a Tennessee Williams eppure involontariamente ridicolo. Il biopic al cinema dovrebbe essere un genere rigoroso, serio, patinato. Dovrebbe meritarselo qualcuno all'altezza. Si può fare un bel film – una commedia che farà senz'altro faville ai prossimi Golden Globe – ispirandosi alle gesta dell'Ed Wood dei nostri tempi? Si può far bene, anzi benissimo, partendo dalle peggiori premesse? Sì, si può. Tommy Wiseau ci mise la faccia e i mezzi. Checché se ne dica, ci mise l'amore. Per il proprio ego spropositato. Per una settima arte in cui lascerà l'impronta, ma non come avrebbe voluto. Un po' come lo strano caso di James Franco: paradossalmente ha adattato Faulkner e Steinbeck, in tempi e festival recenti, non rimanendo impresso. Questa volta invece, scemo ma con innata intelligenza, caratterista strepitoso, miete consensi all'unanimità. A unirlo a Wiseau, il fatto che un po' ci sia e un po' ci fatta; il mettersi in gioco a tutto tondo dirigendo e recitando. E come Wiseau parla, sghignazza, si muove: un conte Dracula dagli occhi di ghiaccio, i capelli unti fino alle radici, che sbaglia le battute, ha violenti attacchi di gelosia e, fra una grassa risata e un'emozione inattesa, sa regalargli a sorpresa il miglior ruolo dai tempi di 127 ore. Sarà che Franco, vulcanico e contraddittorio, ha due anime di solito inconciliabili. Quella trash, che qui trova a scatola chiusa terreno fertile. E l'altra più nobile, che legge e riscrive la letteratura americana a piacimento: in questo The Disaster Artist ricerca con successo, così, un'epica tutta sua, le avventure più sconsiderate, i desideri di gloria contro i mulini a vento. Particolarmente nel suo, l'attore impersona un giullare esilarante, disperato, che ha sprezzo del ridicolo e le mani bucate. Con i suoi soldi da buttare può comprarsi l'amicizia di Dave Franco (e di comprimari o comparse che comprendono Rogen, Hutcherson, Efron, Cranston, la Stone e la Griffith), le sale vuote di Hollywood, ma non i sogni. Che non stanno nel proverbiale cassetto. Che non distinguono, nel suo caso, il fine dal mezzo. Le risate buone da quelle cattive. Un applauso da un fischio. Il trionfo, appunto, dai dolori del disastro. (7,5)

Le orme conducono al cadavere di un'adolescente pellerossa. Mezza nuda, abusata, ha corso per dieci chilometri prima di morire assiderata: annegata nel suo stesso sangue. Da chi fuggiva? Jeremy Renner – di solito spalla da poco, qui protagonista tormentato e convincente come mai prima d'ora – imbraccia il fucile, si mimetizza, e va a caccia di felini e assassini a sangue freddo: la giovane vittima e una figlia morta allo stesso modo, invendicata, sono accomunate da un simile destino e da una lunga amicizia tra i banchi di scuola. Con lui, nuovamente nella stessa squadra dopo le poco fantastiche avventure degli Avengers, il dolce e agguerrito agente dell'FBI di una Elizabeth Olsen che, per colpa di una sceneggiatura che non approfondisce, a tratti sembra purtroppo un pesce fuor d'acqua: impreparata alle temperature in picchiata, al maschilismo, alla cattiveria vera. Dopo Sicario e Hell or High Water, Taylor Sheridan – al suo esordio alla macchina da presa, già premiato per la miglior regia a Un Certain Regard – torna con un terzo film di frontiera. Gli riconosco ancora una volta un grande talento, una lodevole propensione per un cinema alla Clint Eastwood, ma è ancora una volta che non mi convince fino in fondo. E non so perché. Wind River è un western atipico, ad alta quota. Un thriller che ai colpi di scena sensazionali e all'ironia dissacrante di Fargo preferisce il piglio rigoroso delle storie vere. Potente nelle immagini e nelle razioni al dolore. Artico, ma accorato nei drammi umani. Si scava nei problemi familiari della vittima, in una vita amorosa di cui in pochissimi sapevano, nello sporco ben celato del candido Wyoming. Si parla dei contro dell'immobilismo, della noia che genera mostri; della (mancata) integrazione delle poche riserve indiane rimaste in piedi. Di senso di colpa, vendetta e infinita crudeltà. Quella di una Madre Natura che non guarda in faccia nessuno. Quella dei nostri simili, che ti sbranano se gli volti le spalle, dando poi la colpa ai lupi. (7)

In posa per il pittore Alberto Giacometti. Italiano a Parigi, amico-nemico di Picasso e Chagall, artista minuzioso e cronicamente insoddisfatto. Mani fra le ginocchia, mento basso, sguardo fisso. Vietato accavallare le gambe, vietato sorridere, vietato alzarsi prima della fine della seduta. James, scrittore americano in vacanza con un ritorno da posticipare all'infinito, ha l'onore e l'onere di fargli da modello. Immobile, all'inizio incuriosito e poi semplicemente stremato, viene osservato e a sua volta osserva: il disordine nello studio del pittore, la doppia relazione con la moglie e l'amante, la collaborazione con il fratello Diego. Final Portrait, ambientato qualche anno prima della sua morte, racconta la lunga gestazione dell'ultima opera lasciata in eredità al mondo. Il ritratto dell'americano sarà ultimato e cancellato ogni volta. Perché l'artista, capriccioso e sboccato, fragilissimo, riteneva fermamente che non esistessero ritratti finiti. E film così, che d'arte e incompiutezza vorrebbero parlare, loro malgrado vanno incontro a esiti simili. Si ha l'impressione, infatti, che finiscano senza neanche cominciare. Rush, impeccabile e somigliante istrione, porta le tempere, le bizze e un umorismo caustico tipicamente britannico. Armie Hammer, pare in odore di nomination per l'atteso Chiamami col tuo nome, mette la voce conciliante e quella sua bellezza noiosamente squadrata. Ancora più di loro, eppure ugualmente in parte, brilla la sorprendente regia di uno Stanley Tucci dall'altra parte della barricata: elegantissima, mai laccata, con la caligine malinconica del cinema d'oltralpe e la palette di colori di un Tom Hooper. Colto, teatrale, riuscito a metà, Final Portrait è il biopic atipico che descrive non i drammi del pittore, ma gli alti e bassi del processo creativo. Dalla creazione, in novanta minuti appena, perciò il fascino, gli sbaffi di colore e, purtroppo, la ragionevole monotonia. (6)

mercoledì 30 agosto 2017

Recensione: Tulip Fever - La tentazione dei tulipani, di Deborah Moggach

| Tulip Fever, Deborah Moggach. Sperling & Kupfer, € 17,90, pp. 265 |

Olanda, XVII secolo. Non si bada alla razza, al credo, all'estrazione sociale: nella libertina Amsterdam, basta confidare in te stesso e in Madama Fortuna per diventare qualcuno. Si commerciano bulbi di tulipani e allo stelo di un fiore in boccio, di per sé cosa fragile e innocente, sono legati a doppio nodo patrimoni, eredità e vite umane. Qualcuno ha scommesso sul cavallo vincente. Può permettersi allora una casa e una moglie invidiabili, un ritratto sul caminetto costato la bellezza di ottanta fiorini. I pittori del tempo immortalavano ambienti domestici, famiglie in posa, piccoli gesti rituali. Su un ritratto, con un teschio e una bilancia bene in vista (simboli di fugacità ed equilibrio), capeggiano in abiti formali i coniugi Sandvoort. Lui, anziano mercante calvinista, ha i baffi impomatati e un'espressione severa: ha sepolto due figli, la prima moglie, e ora lo turba il mancato arrivo di un erede a cui affidare quel suo piccolo impero sul mare. Lei, orfana di padre e prima di una nidiata sorelle, indossa un abito blu e un sorriso tirato: gli occhi sfarfallano. Parlano di un matrimonio combinato, della ricerca disperata di un'uscita di emergenza, della noia di un'esistenza che non calza. A coglierne le incomprensioni e le tensioni nascoste, un pittore avventuroso e povero in canna: Jan Van Loos, artista minore della scuola olandese, si innamorerà dell'inquieta Sophia e proverà, con mezzi leciti e non, a portarla via da lì. Un cupo palazzo signorile che, senza sole, rischia di far morire di stenti il suo fiore all'occhiello.

Sophia è là, immobile. Sospesa fra passato e presente. E' come un colore, che attende di essere mescolato; come un dipinto, pronto a ricevere la vita del pennello. Lei è un istante, che attende di essere fissato per sempre sotto la lacca lucida trasparente.

Nella “seconda Venezia”, già ammirata durante la lettura del Miniaturista, nasce e si estingue una storia d'amore e dannazione che sfida i cattivi presagi e le alte maree. Amsterdam, di notte, ha un volto segreto. Si alza la nebbia e nei canali galleggiano gli animali annegati e i suicidi, il legno delle navi alla deriva. I profumi speziati, le grandi speranze, fanno continuamente il filo agli schiamazzi della folla; ai contro della tulipomania dilagante. Intrattenimento seducente e scorrevole, il romanzo della Moggach (pubblicato in precedenza da Garzanti, con il titolo Il sogno dei tulipani) ha il piglio di una tragicommedia shakespeariana fatta di qui pro quo, doppie identità, simulazioni truffaldine. Sophia, convincente Emma Bovary di turno, racconta languori e bugie in prima persona. Capitolo dopo capitolo, però, i punti di vista si ampliano fino a includere gli uomini che se la contendono (risulta interessantissimo il marito, Cornelis, al contrario dello stilizzato personaggio del terzo incomodo) e le godibili sottotrame di serve impertinenti e apprendisti ingrati, in ruoli tutt'altro che subordinati. 

Dipingere è un atto di possesso.

Tulip Fever, senza mai dimenticare la grazia dello stile, ha i ritmi di una sceneggiatura cinematografica in cui le dinamiche dell'intreccio, a tratti, fan da padrone: l'autore premio Oscar di Shakespeare in Love e Anna Karenina, che ha adattato il romanzo per un film di prossima uscita con Alicia Vikander e Cristoph Waltz nel cast, questa volta ha avuto gioco facile. Gli avvenimenti storici – quelli che rendono qualche lettura pesante, vero, ma da cui ci si aspetterebbe comunque un ruolo di maggior rilievo – si limitano infatti a rimanere sullo sfondo. Un affascinante scenario mobile che ospita triangoli sì e rovesci di fortuna, in bilico tra melodramma e farsa, in cui il mistero di Sophia è inseguito in tutte le opere dello sfortunato Van Loos.

Il mondo è un caos. Tutti gli artisti lo sanno, ma cercano di dargli un qualche senso. Sophia adesso dà senso al mondo.

Lei resta nel riflesso di un bicchiere di cristallo di una natura morta; nella curva di una goccia di rugiada, giusto sulla pancia di un frutto. Affacciata a una finestra, una lettera accortocciata sul cuore, che aspetta o la salvezza o la dannazione eterna. E nelle vite dei tulipani, brevissime e voluttuose, trovano così magica corrispondenza quelle dei due amanti.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Ursine Vulpine feat. Annaca – Wicked Game

mercoledì 29 giugno 2016

Recensione: Maestra, di Lisa Hilton

Odiare significa essere condannati alla solitudine. E se devi trasformarti in una persona nuova, la solitudine è un ottimo punto di partenza.

Titolo: Maestra
Autrice: Lisa Hilton
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 398
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Londra. Judith Rashleigh è assistente in una prestigiosa casa d'aste, è giovane, colta ed efficiente, di ottime maniere e molto bella. Ma tutto questo non basta. Il sogno di farsi strada con la propria competenza e intelligenza si infrange contro una barriera insuperabile di maschilismo, corruzione, snobismo. Perché, a quanto pare, a fregiarsi del titolo di "Maestro" possono essere soltanto gli uomini. Ma Judith non si arrende. Combatte. Con tutte le armi che ha a disposizione. Compreso il sesso e, se necessario, la capacità di uccidere. Sola, in pericolo e in fuga, Judith può contare soltanto sulla sua capacità di mimetizzarsi perfettamente tra i ricchi e famosi del pianeta e sulla sua competenza. Tra yacht lussuosi, antichi palazzi d'Europa e oscuri traffici d'arte antica e contemporanea, Judith diventa progressivamente sempre più padrona del proprio destino, nel bene e, soprattutto, nel male. Ma è un male necessario per essere indipendente, importante, rispettata. Per essere, in una parola, "Maestra".

                                                La recensione
Pubblicizzato, discusso, chiacchieratissimo. 
E, forse per quello, nessuna voglia di leggerlo.
Finché, almeno, il desiderio di una lettura scorrevole e un po' trash, nel pieno della Sessione Estiva, non mi ha spinto nell'abbraccio morbido e mortale di questa Maestra. Perché, diciamolo, che fosse un thriller rigoroso e raffinato, nonostante le promesse delle fascette, chi ci credeva? Ho avuto, per qualche giorno, la compagnia che cercavo; il guilty pleasure che, ogni tanto, sapete, mi ci vuole. Complice il primo piano dell'autrice sul Libraio – e che bella signora che è, Lisa Hilton, e quant'è preparata –, ho avuto modo di conoscere la sua spietata bambola assassina e se sono qui, sano e salvo, è perché sono sopravvissuto al randez-vous con Judith Rashleigh. Non tutti gli uomini che la incontrano, fluttuanti nel fango del Tevere o decapitati in una cassa da morto, possono dire lo stesso. C'è qualcosa che attira, in Maestra. L'aria sofisticata, la ricca biografia della Hilton – una Sgarbi al femminile, affascinante, poliglotta e londinese; “capra!”, solo di tanto in tanto – e una copertina rossa, allusiva, che può ricordare le tele squarciate di Lucio Fontana o tutt'altro. E quel qualcosa, nelle prime pagine, lo si ritrova, non senza una certa sorpresa: una voce nuova, tanta arte – la passione e la consapevolezza con cui l'autrice parla della pittrice Artemisia Gentileschi hanno dello straordinario – e la storia, all'inizio particolarmente convincente, di una colta e spavalda travette che, sottopagata e trattata alla stregua di una stagista, sceglie di usare armi lecite e non per assicurarsi una folgorante ascesa. Judith ha un armadio pieno di capi griffati che non indossa – aspetta la sua seconda vita, scopriremo presto – e un impiego alternativo, quando cala la sera: procace cameriera in uno champagne bar, si preoccupa di curare amicizie importanti e, senza che diventi però una dipendenza, si imbuca a festini esclusivi, orge segrete, per saziare i suoi appetiti animaleschi. La licenziano, così su due piedi; diventa l'amante ufficiale del cliente più affezionato del suo bar e, in vacanza in Costa Azzurra, ci scappa accidentalmente il morto; sulle tracce di un capolavoro falsificato, trascorre l'estate in Europa, seminando spasimanti e corpi in decomposizione a ogni tappa; si stabilisce a Parigi, ma per le cattive ragazze i guai non finiscono qui. A grandi linee, ho voluto riassumervi una trama intricata e surreale, tanto che è piena zeppa di sfumature, personaggi di passaggio, scorci naturali. 
Restano l'accuratezza della Hilton – che, a mio dire, è più sveglia di un Dan Brown – e una narratrice che, nonostante le assurde avventure in cui si imbarca, minaccia e seduce. Furbo incrocio tra Mr. Ripley e Lisbeth Salander – dall'uno prende le false identità e il pallino per le città d'arte, dall'altra un'infanzia tormentata e un animo glaciale -, la Rashleigh ha tacchi acuminati, impensate risorse e, fortuna grande se sei un'arrampicatrice sociale in un universo di lussi e lussuriosi, zero sentimenti. La Catherine Tramell di oggi ha un notevole stacco di coscia, il gusto per il grottesco e le smanie dei nuovi ricchi; fa cose estreme – a letto e fuori – e, in taluni passaggi, tra citazioni pretenziose e azzardati episodi da spia del malaffare, si concede grossolane cadute di stile che, però, la portano a sfiorare inesplorati picchi di kitsch. Non sarò di certo laureato a Oxford come l'autrice, però facciamo che non vi dico, a un certo punto, dove fa nascondere il cellulare alla sua trasgressiva anti-eroina? In cambio, vi rivelo che, nel corso della lettura, davanti alla presa di coscienza che gli umori di Judith sapessero di mare, ho pensato che laggiù avesse un caveau, un portagioie e, infine, una pescheria: non necessariamente in quest'ordine. Tira più un pelo di donna che un carro di buoi, lo dicevano i saggi, ed è il sesso che alla nostra protagonista procura ingaggi e grattacapi. 
Mi state dicendo che la Hilton non presenterà il romanzo in Molise?
Un sesso occasionale e con sporadici cenni di sadismo – se lo chiedete a me, Love, il porno d'autore di Gaspar Noé, è tra i film più belli dell'anno scorso: dunque, Maestra non mi ha scandalizzato – che è talmente gonfiato, con amatori sudati e panciuti, biancheria firmata e orgasmi che affaticherebbero pure la Scala Mercalli, da non risultare un caso. L'erotismo, ma anche le feste sensazionali, i viaggi “a scrocco”, gli sfondi patinati, le griffe a profusione e i vini francesi da stappare per gli apertivi più modesti... In Maestra, la raffinatezza si fa sfarzo, la sensualità barzelletta, la conoscenza affettazione – e la femme fatale, be', se li fa tutti. Però, per una sorta di psicologia inversa, mi è piaciuto, a modo suo. L'ho trovato accattivante, rapido, ben scritto, divertentissimo. E mi sono detto: bisogna saperlo prendere per il verso giusto, mentre la Hilton si sfizia a prenderci per i fondelli. Perché in Maestra, commedia nera inverosimile e pasticciata, tutto è imprevedibile, tutto è al massimo – del rigoglio, così come del cattivo gusto – e niente, colpo di scena, è buttato lì. Un erotico non potrebbe richiederti la totale sospensione dell'incredulità per caso. E, consapevole e padrone di sé anche nel trucidume di alcune svolte, mago della mistificazione, Maestra è un passatempo da ombrellone che decide di fare il filo, per insondabili ragioni, a certi romanzi anni '60 - mi viene in mente Tanto gentile e tanto onesta pare e Donne pericolose, da poco ripubblicati dalla Sonzogno; qualcuno mi cita addirittura Il cardellino, ma Judith è più a suo agio con altri volatili – e di non rivelarci, perfino nei gustosissimi twist finali, se ci è o ci fa. Nel dubbio, lettura più per lui che per lei, o per lettori comunque dotati di abbondante autoironia e stomaco forte, mi ha irretito il necessario, complice una musa che tiene sotto mira Cupido – e qualche blogger serio e spiantato, che indossa infradito da spiaggia, veste H&M (puah!) e, a volte, soprattutto se alle ammucchiate c'è il solito pienone (pure io: vado all'ora di punta), sa sollazzarsi con infamanti guilty pleasure.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey - Cola 


mercoledì 8 giugno 2016

Recensione: La ragazza delle fragole, di Lisa Stromme

Il cielo è in fiamme. Abbiamo paura di tutto ciò che ci circonda, di questo mondo. Perché se ci separano, non c'è nient'altro che dolore. Le nostre anime urlano. Devo andare da lui.

Titolo: La ragazza delle fragole
Autrice: Lisa Stromme
Editore: Giunti
Numero di pagine: 318
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Norvegia, 1893. Nel pittoresco villaggio di Åsgårdstrand, che si affaccia sui fiordi del Mare del Nord, a qualche chilometro da Oslo, molti artisti trascorrono le vacanze estive. A pochi passi dal mare c’è anche la piccola casa di Edvard Munch, il pittore “malato” che la comunità locale guarda con grande sospetto. Nonostante il divieto di rivolgergli la parola e di contemplare le sue tele, la piccola Johanne non resiste, e ogni volta che viene mandata a raccogliere le fragole da vendere ai turisti, si intrattiene con il giovane artista. È proprio la pittura e il mondo dell’arte ad affascinarla e Munch sembra l’unico ad averlo intuito e a incoraggiarla in quella direzione. L’estate di libertà di Johanne finisce però quando sua madre la manda a servizio da una delle famiglie più in vista del luogo, per tenere compagnia a Tullik, una ragazza di qualche anno più grande di lei. Ed è così che Johanne sarà testimone di un evento sconcertante: tra Tullik e Munch scoppia una passione febbrile e pericolosa. Un sentimento tanto impetuoso quanto osteggiato che sconvolgerà la vita delle due ragazze fino a mettere in pericolo le stesse opere di Munch. 

                                          La recensione
La verità può apparire spesso volgare, non è così? E a volte le bugie brillano come splendide stelle.”
Ho sempre avuto la passione per il disegno. Ma leggere, per via dell'incostanza e del poco tempo libero, è l'unico verbo che coniugo sempre e solo al presente. Per il resto, disegnavo. Bambino affascinato dal Grandi Speranze post-moderno di un giovane Cuaròn, quel Paradiso Perduto in cui l'altera Estella posava senza veli per un Pip innamorato perso, ho riempito fogli e fogli di scarabocchi, per un periodo; al liceo, avrei frequentato volentieri l'Artistico, se l'Artistico non avesse avuto, al tempo come adesso, la cattiva fama che ha dalle mie parti. Ho studiato Storia dell'arte alle superiori, in compenso, poco ma appassionatamente, e sarà proprio Arte contemporanea uno degli ultimi esami che, entro l'anno, si spera, darò all'università. Avevo apprezzato ma non troppo la trasposizione cinematografica di La ragazza con l'orecchino di perla, di cui ho il romanzo in lista da una vita o forse due, e lo scorso autunno vi avevo già parlato di questo mio vecchio hobby, di un adolescente che andava in crisi coi ritratti, quando doveva ultimare gli occhi, complice la seconda fatica dell'amica Francesca Diotallevi – Amedeo je t'aime, lo sapevate?, arriverà presto anche a teatro. Giorni caldissimi, di promemoria e tuffi nel passato, se al mare non ci si può accostare proprio, questi in cui ho letto La ragazza delle fragole. Un romanzo d'esordio di un'autrice inglesissima, nonostante il cognome, che mi è arrivato a sorpresa, ma nel momento propizio. Storia di Edvard Munch, progenitore dell'espressionismo, e della sua musa dall'identità incerta, è ambientato nel cuore della bella stagione. In Norvegia, per fortuna, i climi sono più miti e i paesaggi più accattivanti, e Lisa Stromme è lì che ci porta: l'esordiente, infatti, ha una prosa bellissima, uno spirito libero e una storia che, vera o presunta che sia, fa viaggiare. Me ne sono stupito, nelle prime cento pagine in particolare. Quando, incerto se intraprendere questa lettura non programmata oppure no, io che non sono un grande estimatore dei romanzi storici, soppesavo il romanzo tra me e me. Quando immaginavo che di Munch, mai stato, infatti, nemmeno un estimatore delle sue opere, non m'importasse poi molto.
Scorrevole, sottilmente seducente, istruttivo, La ragazza delle fragole è la storia di una quindicenne che d'estate, per sottrarla dalle distrazioni e dal corteggiamento spietato del pescatore Thomas, viene mandata come domestica a casa di una ricca famiglia di villeggianti. Le colleghe sono severe, i pradroni gente per bene e le loro figlie - due in età da marito e la terza già accasata, nonostante una relazione scandalosa – sono stranamente amichevoli nei confronti di Johanne, che raccoglie bacche mature tra i cespugli, ha fatto da modella a un pittore stimatissimo e, soprattutto, non teme l'uomo nero che vive in una capanna in mezzo ai boschi. La protagonista, infatti, è amica del famigerato Munch, ma nessuno deve saperlo: le ha regalato un libro di Goethe, le permette di pasticciare nel suo studio e la lascia ammirare i dipinti messi ad asciugare in giardino. Gli stessi che, in paese, si dice siano opera del demonio: le ombre affilate, le creature fantastiche, i colori che paiono sbagliati. Impotente, Johanne assisterà al nascere e al morire della relazione tra l'artista maledetto e la malleabile Tullik, a cui fa da cameriera e accompagnatrice. La gente chiacchiera e complotta, però, e l'estate non dura che qualche mese appena. Cosa succederà dopo? Cosa succederà, quando quell'amore proibito e scandaloso finirà di bocca in bocca, amplificato come un urlo? Mentre Munch lavora al suo capolavoro – su un fiordo, c'è un uomo senza faccia con le mani premute sulle guance, che un po' somiglia al pittore stesso e un po' alla sua addolorata amante -, Johanne ci racconterà di loro e di sé. 
Un lui imperscrutabile, misterioso, perso nel suo mondo delirante. Una lei infantile, viziata: pazza d'amore. In mezzo, una ragazza che guarda, cela, fa da filtro: dare a Johanne il ruolo della narratrice, ho trovato, è stato il compromesso perfetto. Fa da messaggera, lei, e da moderatrice. La ragazza delle fragole, così, diventa una storia d'amore vissuta dall'esterno: senza sospiri di sorta, ma piena di fascinazione. Tanto, ho letto nella postfazione, è però lavoro più di fantastia che di una filologica ricostruzione storica. Cambia qualche data, ai fini della narrazione, e alcuni personaggi sono fittizi: attori. C'è stata una ragazza delle fragole, sì, ma non è mai esistita una Johanne, domestica adolescente con il sogno dell'arte e il dono della sinestesia. Ecco il “ma”, allora: al posto della Stromme, parlandosi di immaginazione, avrei immaginato per i due personaggi femminili qualcosa di... più. La passione per Munch dà febbri altissime. E' cosa di famiglia; un contagio. E lo stile, ricco e spezzettato all'occorrenza, evoca donne che fuggono dalla propria ombra, boschi come nidi d'amore, tane di artisti misantropi. Una doppia natura, un duplice volto. A tratti, fresco e solare: piacevolissimo. A tratti, perfino inquietante. 
La ragazza delle fragole, lettura perfetta in questo periodo dell'anno, dura un'estate e un po' di più. Biografia romanzata su capolavori che urlano in piena notte, sotto le assi del pavimento, e amori strozzati che reclamano attenzione, dimenticati per tutta la vita nel doppio fondo di un armadio. Eppure, indimenticati.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Tori Amos – Siren

mercoledì 16 settembre 2015

Blogtour - Recensione: Amedeo je t'aime, di Francesca Diotallevi

Terza tappa del blogtour dedicato al nuovo romanzo di Francesca Diotallevi – da ieri in libreria – con la risposta alla domanda più frequente. Com'è? Scopriamolo insieme, ringraziando ancora una volta Francesca, per la sempre ottima compagnia e la disponibilità, e i responsabili di questa nuova collana Mondadori. In fondo al post trovate un riassunto con le tappe precedenti e future – pronti per l'ultima, dopodomani, in cui potrete provare a vincere una copia del libro? - e per qualsiasi cosa, ad esempio quelle che per la fretta di stamattina magari mancano, controllate sui blog in cui Amedeo, je t'aime è già approdato nei giorni scorsi.
Non sono così coraggiosa. Non lo sono mai stata, nemmeno quando danzavo sull'abisso tentando di sfiorare le stelle.

Titolo: Amedeo, je t'aime
Autrice: Francesca Diotallevi
Editore: Mondadori “ElectaStorie”
Numero di pagine: 247
Prezzo: € 18,90
Sinossi: Parigi, 1917. Jeanne Hébuterne ha solo diciannove anni quando, a una festa di Carnevale, incontra il pittore Amedeo Modigliani. SoprannominatoMaudit, maledetto, Modigliani è conosciuto nel quartiere di Montparnasse per lo stile di vita dissoluto e il carattere impetuoso, oltre che per i malinconici ritratti dagli occhi privi di pupille che nessuno vuole comprare. Lei, timida aspirante pittrice con le ali tarpate da una rigida famiglia cattolica, non può fare a meno di sentirsi finalmente attratta da quest'uomo bello e povero, che sembra vivere di sogni apparentemente irrealizzabili e affoga dolori e frustrazioni nell'alcol e nella droga. Per lui lascia ogni cosa, mettendo da parte le proprie aspirazioni, e si trasforma in una compagna fedele e devota, pronta a seguirlo ovunque, come un'ombra, anche oltre la soglia del nulla. Struggente e tormentata, la loro storia scardinerà ogni convenzione, indifferente a regole e tabù, lasciandosi guidare dall'unica legge a cui non ci si può sottrarre: quella del cuore. Amore e morte si mescolano, in questo romanzo, alla passione che anima il cuore di un artista, al desiderio di riuscire ad afferrare una scintilla di infinito.
                                                     La recensione
Sai, non è per forza un male. C'era un artista che non li disegnava affatto, pensa te. Nel momento di dipingerli, con i colori ad olio tratteggiava due mandorle vagamente oblique, così, e le riempiva con un solo tocco del pennello. Sono lo specchio dell'anima, qualcosa di troppo privato, di troppo nascosto, per essere catturata su una tela sessanta per novanta. Ci starebbere stretta, no?, l'anima in un foglio”, e così dicendo mi faceva un occhiolino, come se quella storia la conoscessimo solo noi, e se ne tornava al suo giornale spiegazzato, al di là della cattedra. Le parole che un professore di Arte delle scuole medie rivolgeva a un ragazzino bravo e insicuro che – quando si spiegava, a lezione, come realizzare un ritratto – disegnava volti di donna, soprattutto, e li strappava in due, in cento parti. Avevano sempre un frangia lunga, una ciocca strategica per mascherare lo strabismo di venere, un'ombra per nascondere parte di uno sguardo fuori dall'asse. Occhi disuguali che mi tormentavano: uno grande e l'altro piccolo, uno socchiuso e l'altro spalancato e, quando erano finalmente a posto, erano le pupille a tradirli. Litigiose e ribelli, impercettibilmente diverse. Gli occhi erano un dettaglio arduo da mettere a punto – anche se chi disegna più e meglio di me sa bene che in realtà non c'è cosa più difficile, da fare, di un paio di mani; ma quel giorno ci davamo ai primi piani, quindi meglio non crucciarsi d'altro – e, ogni volta, mi sfuggivano. Perché erano di persone immaginarie, che non conoscevo, e di cui dunque non sapevo come fosse fatto il profondo. Quella, almeno, la scusa, nel momento in cui seppi dell'esistenza del pittore – toscano di natali, ma emigrato a Parigi nella stagione delle Avanguardie – che riempiva le pupille delle sue muse di nero densissimo. Erano gli anni in cui guardavo e riguardavo Ethan Hawke ritrarre una Paltrow senza veli in Paradiso Perduto, il mio Dickens postmoderno preferito, quelli in cui – per la prima volta – mi avvicinai, affascinato, ai colli da cigno e agli occhi vuoti di un uomo chiamato Amedeo Modigliani. Per gli amici e i nemici, Modì: è così, infatti, che si legge l'aggettivo francese maudit, maledetto. Per Jeanne Hébuterne, la giovane artista che visse e morì in nome suo, sarà invece l'amore di una vita. Amedeo, je t'aime – titolo caloroso, dichiarazione spassionata – parla di arte, una Parigi negli anni della guerra e della pace, un rapporto di teste, sessi e viscere che ancora sconvolge tanto che è estremo. Francesca Diotallevi, l'autrice che a tutti ho consigliato almeno in un'occasione, dopo un esordio che veramente non si scorda, ritorna – attesissima – con una storia nuova.
Ma se qualcuno vi dicesse di volere riscrivere Romeo e Giulietta, o di volervi raccontare da capo i quattro atti de La Bohème? Tanto, infatti, a me era familiare la tragedia di un pittore e della sua musa fedele. Ho sentito parlare di loro al corso di Storia dell'Arte Contemporanea – di loro, al plurale, perché se parli di lui non possono non spiegarti chi sia lei, che è ovunque – e avevo potuto dargli un volto in I colori dell'anima, biopic ben confezionato, ma incentrato soprattutto sulla rivalita con Picasso, in cui Modigliani era stato un eccellente Andy Garcia. Il melodramma di Jeanne e Amedeo per me era il più toccante in assoluto, essendo l'unico che – quasi cent'anni fa – si consumò davvero. All'inizio, rimuginando tra me, mi chiedevo cosa potesse darmi una lettura di cui purtroppo conoscevo inizio e fine. Soprattutto, come essere all'altezza di un esordio perfetto – passato in sordina, rispetto a un secondo romanzo che già adesso è maggiormente pubblicizzato, con la fiducia di un nuovo editore e il sostegno di chi ci credeva ancora prima di leggerlo – che solo io e Francesca, che l'ha scritto, sappiamo quanto ho amato? E invece. Le stanze buie e Amedeo, je t'aime – il primo un lungo racconto gotico narrato da un lui; il secondo breve rievocazione di un amore da parte della custode di un gigante fragile – sono storie diverse, imparagonabili, anche se sono umano – e pazzo di Vittorio Fubini e Lucilla Flores – e i pensieri, come i confronti, corrono e fanno il loro giro. In realtà diverse non sono, non troppo, se a raccontartele è una giovane penna che hai lasciato bravissima e hai orgogliosamente ritrovato bravissima. Con Francesca, due anni fa, è nata un'amicizia a distanza, che mai ha minacciato di offuscare la lucidità del mio giudizio: semplicemente, impossibile che si smentissime; che facesse marcia indietro. 
E sapeste quanto mi fa strano sapere che la stessa persona con cui, in chat, ti è capitato di parlare del più e del meno, come va?, come stai?, sia quella che prende due leggende della pittura e, con credibilità naturale, dà loro voce. Raccontando a modo suo una storia che già pensavi di sapere. Ho pensato di saperla al primo, al quinto, al decimo capitolo, ma non davanti a un epilogo annunciato che, nonostante arrivi previsto in precedenza, come coi cicloni colti a mezz'aria dalle immagini satellitari, sa misteriosamente commuovere. Novantacinque anni dopo di loro. E svariate lezioni universitarie, un lungometraggio e la mia tipica curiosità dopo. Con Francesca Diotallevi ci scambiate due parole sui social, magari la incrociate mentre lascia un commento qui sul blog; ecco quello che rapisce nella capacità che ha una ragazza di appena trent'anni di inviarti una faccina sorridente, mentre nel frattempo, su un foglio di Word aperto sul suo portatile, veste – senza che le stiano larghi o stretti, senza che su di lei appaiano polverosi – abiti d'altre epoche. L'autrice non è come l'artista che ci descrive. Con gli scenari volutamente piatti e, in primo piano, volti dai tratti deformati – i colli lunghi, i nasi appuntiti, i vestiti poco dettagliati. Francesca dipinge, ma con le parole, e stende sfondi vivissimi, tridimensionali; aggiunge dettagli su dettagli a personaggi modulati, complessi e amabili quando - gelosi, testardi, incerti - furono, al contrario, esseri umani difficili. Nelle loro mansarde spoglie: luoghi frequentati da topi e bohèmien, non adatti ad allevare una figlia. Nei nodi e nelle pieghe. Nelle rare giornate in cui il bene reciproco, poi, sciolse i grovigli. La mia memoria fotografica mi permetterà di portare con me un'immagine, scattata con un battito di ciglia. Il dettaglio di un bottiglia di brandy vuota. Sul fondo, una sigaretta schiacciata tra pollice e indice, lasciata lì ad affogare. Nell'imboccatura, a dondolare, un pennello ancora sporco. In secondo piano, invece, fuori fuoco, una porta che si apre e si chiude. Una porta che sbatte sulla scia di un mito. Da qualche parte, c'è una donna che muta guarda, paziente sopporta e fedele aspetta. Modì, indossando la sua sciarpa rossa e il suo cappello di feltro, il mare dentro, ha lasciato dietro di sé odore di tempere, arance amare e cocci di cuori. Lui va. E chi resta resta. In Jeanne, un po' la sindrome della moglie del soldato. Gli artisti delle Avanguardie, infatti, prendevano in prestito il nome dal reparto armato che precedeva, in campo nemico, il resto dell'esercito: erano soldati in esplorazione, loro, e ci sono soldati che non tornano, a volte, e compagne pietrificata davanti a una finestra. I dipinti di Amedeo e il romanzo di Francesca hanno gli stessi identici occhi. Occhi stretti e umidi. Senza segreti, quando si parla di Jeanne. 
L'unica creatura dallo sguardo azzurro mare, in un mondo imperscrutabile di orbite insonni.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Sia – My Love


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