| Il cardellino, di Donna Tartt. Rizzoli, € 17, pp. 890 |
Ho
iniziato a leggerlo ad agosto, su un treno per il Salento. Quel tomo ingombrante, dalla copertina avorio,
aveva attirato le attenzioni di più di qualcuno – compreso il
controllore che, stupito per la mia buona volontà, si era
complimentato per la scelta. Era un grande fan di Donna Tartt. Avevo letto
altro dell'autrice Premio Pulitzer? Sì, avevo risposto, Dio di illusioni:
affascinantissimo, mi aveva irretito nella prima metà e deluso
nell'ultima. A distanza di anni ricordavo una penna di sconfinata classe, atmosfere torbide e affascinanti, ma un mistero dalla
gestione un po' goffa. Potrei scrivere lo stesso del Cardellino:
straordinario all'inizio, ma destinato a una parabola discendente –
rocambolesca, delirante, retorica – mai completamente
metabolizzata. Arrabbiato, a fine lettura avevo richiesto confronti
con alcuni lettori. Cercavo il romanzo dell'estate, infatti, ma la
frustrazione del momento lo aveva trasformato nella mia memoria in
qualcosa di ben peggiore di un'esperienza mediocre: una lettura –
di quasi 900 pagine, per di più – destinata a scontentare proprio
sul più bello. Come aveva potuto Tartt fidelizzarmi per poi lasciarmi in balia di un epilogo febbricitante,
dove l'azione avviene fuori scena e la morale della storia è
condensata in uno spiegone grossolano? All'epoca del viaggio, però,
non potevo saperlo. E con il controllore avevo scambiato impressioni
entusiastiche sulle disavventure d'altri tempi di Theo Decker: un orfanello
di dickensiana memoria che, dopo la morte della madre amatissima
durante un attentato terroristico, si muove tra benefattori e
carcerieri, tragedie e fortune esagerate, in città piene di bellezze
insidiose.
Tutto
ciò che sopravvivere alla Storia dovrebbe essere considerato un
miracolo.
Prima
ospite della famiglia Barbour nella signorile New York, poi affidato
al padre e alla nuova compagna in una Las Vegas indimenticabile nella
sua dissolutezza, Theo potrò contare su una manciata di costanti in
un'esistenza per il resto raminga: il negozio di antiquariato di
Hobie, sua guida e maestro; l'amore platonico per Pippa e l'amicizia
autodistruttiva con Boris, adorabile “lucignolo”
dall'inconfondibile accento russo; soprattutto, il dipinto-feticcio
di Carel Fabritius, rubato e mai restituito nella confusione
dell'attentato terroristico iniziale. Conoscerà la ricchezza e la misera più sfrenate,
sperimenterà droghe leggere e pesanti per fuggire al disturbo
post-traumatico da stress, diventerà genio e criminale per mezzo delle
sue naturali capacità seduttive. Soprannominato Potter per via degli
occhiali a fondo di bottiglia e della frangia impettinabile, si fa
voler bene proprio come il personaggio di J.K. Rowling: eroe di
un'epopea varia, coinvolgente, totalizzante, in cui l'assoluta
libertà del protagonista diventa anche specchio della sua struggente solitudine. Come
l'uccellino immortalato dal pittore fiammingo, Theo trasmette insieme
energia e inquietudine: benché il suo petto sembri continuamente
pulsare di vita, è prigioniero del proprio trespolo. Esiste, per lui, via di
fuga? Bisogna forse ricercarla nella bellezza, nell'arte, nell'amore? Il
cardellino fallisce quando prova
ad abbozzare risposte, a cercare un senso al girotondo del suo
primattore, ad arginare il suo caos – cosmico e narrativo – in
una struttura da thriller americano. La scrittura di Donna Tartt è
sconvolgente: l'esplosione di una bomba. Ma quando prova a mettere
ordine, a trarre una morale di fondo, compie il medesimo errore di
Fabritius. E mette un capolavoro in una cornice laccata; una
catena d'argento alla zampa della sua creaturina piumata, condannandola, infine, alla cattività.
Il
mio voto: ★★★ Il
mio consiglio musicale: Radiohead – Karma Police
|
Blu, di Giorgia Tribuiani. Fazi, € 16, pp. 250 |
Dopo
Guasti, opera prima in cui i cadaveri diventavano opere d'arte
– il tema, macabro ma affascinante, era quello della plastinazione
–, Giorgia Tribuiani torna in libreria alzando l'asticella dello
sperimentalismo, della provocazione, dell'inquietudine. Frammentario,
singhiozzante, disordinato, il nuovo romanzo è un'immersione
letteraria senza capitoli e senza pause, senza respiro. Probabilmente
avrei apprezzato un simile flusso di coscienza a piccole dosi, sul
breve tratto. Blu intriga nella prima parte, invece, e finisce
poi per trascinarsi nella seconda. Fedele a sé stesso, non cambia
registro neanche quando la protagonista sembra man mano
riappropriarsi della propria identità. E, affaticato da uno stile
poco scorrevole e dalle atmosfere asfissianti, sono arrivato al punto
da sperare che finisse il prima possibile: non perché sia una
lettura sconsigliabile, ma perché – cercate gli effetti
collaterali sul bugiardino – potrebbe suscitare spesso frustrazione
e claustrofobia. La mente a soqquadro della protagonista, d'altronde,
non è un posto piacevole in cui soggiornare. Come biasimare chi non
vede l'ora di essere sputato fuori dal suo piccolo mondo matto?
Vorrei
che non piangessi, dici, davvero, ma sai che la solitudine ti infetta
il sangue, e che hai bisogno di (feritoie) ferite per entrare nel
cuore degli altri come una malattia.
Geniale
ed emarginata, smarginata, Ginevra – detta da sempre Blu –
frequenta il liceo artistico ed è una cattiva ragazza. O tale si
percepisce. Un po' vittima, un po' carnefice, avverte il peso del
mondo sulle spalle e si crogiola in antiche ingiustizie. Sporca, ma
in realtà piena di candore, è attratta dal dolore degli altri:
vorrebbe farsi amare portando loro conforto. Figlia di genitori
divorziati, cresciuta in una normalissima cameretta affollata di
peluche e medaglie di nuoto, Blu ha un fidanzato che non la soddisfa
sessualmente e una sorellastra diffidente. Cronicamente insicura,
tiene conto maniacalmente dei respiri, dei battiti di ciglia, dei
getti dell'erogatore del sapone. Ma la sua ultima ossessione,
all'improvviso, è Dora Leoni: un'artista dalla vita sentimentale
scandalosa, che sulla scia di Marina Abramovic si rende protagonista
di performance spiazzanti. È possibile imparare da lei? È possibile
carpirne i segreti, mentre si lava in pubblico in una vasca da bagno
dai piedi leonini? È possibile avvicinarla abbastanza da farsi
notare? Filtrata interamente dall'io caotico di Blu, la trama appare
poco più di un abbozzo evanescente da inseguire fino all'epilogo
aguzzando la vista. Il punto di forza della lettura, ma per me anche
il suo difetto, è un approccio immersivo che o si ama o si odia.
Tutto
ciò che di brutto hai vissuto non è stato che una prova per
arrivare fin qui: l'esclusione, la solitudine, il dolore, nient'altro
che ostacoli da affrontare per godere appieno di questo momento, una
preparazione necessaria per essere scelti da Dora, ora lo sai, e ti
levi in piedi e torni a girare tutte le stampe coi volti e i corpi
dei performer, guardatemi, io sono Blu e sono una di voi.
Delirante,
ipnotico, confusionario, il romanzo raggiunge spaventosi picchi di
erotismo – la masturbazione con una penna, in scene a confine con
l'autolesionismo – e sfocia poi in una storia di attrazione fatale,
con tanto di stalking. Da un lato originalissimo, dall'altro
faticoso, mi è parso un mirabile esercizio di scrittura forse più
godibile nel formato del racconto. La compagnia di Blu è stata
spiacevole, soprattutto in questi giorni di cambiamenti lavorativi, ma
al sollievo per il sopraggiungere dei ringraziamenti finali si è
affiancata anche una vaga tristezza: noi due non siamo andati
d'accordo, no, ma non avrei voluto lasciarla sola. Anche nelle
stramberie, anche negli eccessi, la protagonista è un'adolescente
come tante. Che fa pensieri strani, cupi, scomodi. Chi non ne ha mai
fatti? Chi non ne fa tutt'ora? Giorgia Tribuiani invita all'apertura,
alla condivisione. E ci dice che quando smetteremo di essere isole
disegnate a casaccio sulla tela grigiastra della nostra solitudine,
perfino il dolore tornerà utile come ci prometteva un bellissimo
romanzo di Peter Cameron. Il nostro brutto passato si farà
performance e, allora, finalmente, arriveranno gli applausi.
Il
mio voto: ★★★ Il
mio consiglio musicale: Madame – Mami Papi
Per
un anno grazie alla rubrica sono stato uomo, e anche donna. Sposato,
e anche divorziato. Traditore, e anche fedele. Vecchio. E bambino.
Italiano. E anche americano. E anche sudafricano. Forse è proprio
per questo che scrivo. Per essere chi non sono. Vivere la vita che
non vivo. Forse è per questo che leggiamo.
Ha
iniziato a scriverli all'inizio del 2019, su richiesta dal direttore
di Vanity Fair Italia. Ventisei racconti, dalla A alla Z, sui
temi a lui più cari. Che poi, a ben vedere, sono anche i miei
preferiti. Amore, amicizia e famiglia. L'israeliano Eshkol Nevo,
confessa in ultima battuta, in principio aveva dei dubbi. Ma ha usato
questi appuntamenti settimanali, mai lunghi più di due pagine, come
fossero ore d'aria tra un romanzo e l'altro e per saldare il
suo rapporto, già fortissimo, con il nostro paese – è in uscita
prossimamente la trasposizione di Tre piani, diretta da Nanni
Moretti. Romantico, contemporaneo, metropolitano, l'autore ricorda,
rivanga e qualche volta inventa. Attraverso le sue parole
leggerissime fa il giro del mondo, spaziando da Roma a Parigi, da
Johannesburg a Berlino. Racconta in pillole le epifanie, le sbandate,
i tradimenti; le relazioni telematiche (vedasi alla lettera W), la
routine coniugale scandita da una vecchi serie TV che ritorna nel
palinsesto (X), l'ansia di accasarsi dopo un estenuante tour all'Ikea
(Y). Ma ci sarebbero tante pagine da citare, ora maliziose e ora
immaginifiche, ora tragiche e ora, suppongo, un po' autobiografiche.
Alcuni racconti sembrano più compiuti, altri semplici bozzetti: per
fortuna, in un volume splendido anche da ammirare, compensano alle
lacune le opere di Pax Paloscia, che suggeriscono un perfetto senso
di appagamento. Piacere fugace, ma pur sempre piacere profondo,
l'ultimo esperimento di Nevo appaga i sensi: in particolare la vista.
Tassello prezioso ma forse non troppo indispensabile in libreria, è
rivolto soprattutto ai cultori della prima ora. Io non sono tra
questi, ho letto soltanto due romanzi dei suoi. L'ho scoperto abbastanza di
recente. Ma, mi siate testimoni, vado già dicendo in giro che non
posso più farne a meno.
|L’esercizio, di Claudia Petrucci. La nave di Teseo, € 18,
pp. 333 |
La
costruzione di un amore, cantava Fossati, spezza le vene delle mani.
E quella di un'identità?
Potrei
riassumere così la trama del romanzo d’esordio di Claudia
Petrucci. A occhio e croce la lettura più singolare in cui mi imbatterò quest’anno. Non la più indimenticabile, forse, ma
quella senza pari in quanto all’originalità dell’idea di
partenza. Si parla di recitazione; dello spirito d’onnipotenza di
certi registi, così presuntuosi da considerarsi Dio, e della
fragilità degli interpreti. Coloro che calcano le scene per
professione, infatti, sono esibizionisti dediti al culto di sé
stessi o al contrario insicuri dal basso profilo? Sognerebbero di
emergere o di scomparire, nascosti dietro ruoli di comodo?
Non
ho mai pensato di recitare, troppo timido, ma la recitazione mi
affascina: all’università avrei voluto scrivere una tesi sul
metacinema, ma piccole divergenze con il relatore mi hanno fatto
cambiare poi soggetto e disciplina. A colloquio nello studio
dell’insegnante avevo nominato le star sulla soglia dell’abisso
di Birdman, Viale del tramonto, Che fine ha fatto BabyJane; le attrici di La sera della prima, Eva contro Eva
e Sils Maria, protagoniste di una retrocessione bruciante a
causa dell’ingratitudine dello star system. Amo quando l’arte
imita la vita. E quando la prima, con amara sorpresa, scatta contro l'altra per azzannarla alla gola e fagocitarla. La lettura di L’esercizio,
in un mondo parallelo, avrebbe garantito spunti di riflessione
infiniti per la tesi che non c’è stata.
Non soffro
la mancanza di me come individuo, un concetto astratto e
sommariamente privo di valore. Io che cosa sono? Mi costringono a
pormi una domanda senza risposta. Di che cosa dovrei avere nostalgia?
Dall’infanzia tremenda, della famiglia che non ho avuto? Io voglio
quello che vogliono tutti: voglio dissolvermi.
Giorgia
e Filippo convivono. Lei lavora come cassiera, lui fa il
barista. Entrambi hanno rinunciato ai propri sogni: da un lato il teatro, messo da parte per la
routine; dall’altro una laurea in lettere mandata alle ortiche.
Filippo conosce la ragazza da capo a piedi, l’ha spogliata mille
volte, ma la sua interiorità è un mistero di cui non sospetta
nulla. Filippo fa parte della seconda vita di Giorgia. Che si rifugia
nei romanzi fantascientifici, nell’ordine maniacale, nella
quotidianità di una relazione da curare pur di non cadere vittima
dei pensieri ingombrati e delle allucinazioni. La sua diagnosi
segreta: schizofrenia paranoide. La coppia vive un’esistenza
sacrificata, da vecchi, senza hobby né guizzi. Cosa succederebbe se
lei – senza passato, con un amico regista che improvvisamente le
propone uno spettacolo su Peter Pan – lasciasse d’un
tratto le briglie? Ridotta in stato catatonico in un letto
d’ospedale, la protagonista ha perso il filo tra realtà e
immaginazione. Il ruolo l’ha posseduta come un demone dell’inferno.
Da lì la svolta: un’idea abbastanza assurda da funzionare. Perché
non riscriverne l’identità in forma di copione, in modo che
recitando torni a impersonare sé stessa? A quattro mani ci
lavoreranno Filippo, ridotto all’ombra del ragazzo
che era, e il regista Mauro: guida fedele in un microcosmo fatto di
competizione sfrenata, lunghe prove e figuranti radical chic. Anzi,
a ben vedere, in totale le mani son otto: meglio non dimenticare
quelle dell’autrice, abilissime, che tirano imprevedibilmente i
fili di un cast di personaggi da Oscar. La loro vita, strada facendo,
diventa tutta una performance, mentre il dilemma morale li schiaccia; li
percuote.
Non c’è
nessuna distinzione tra quello che crediamo di conoscere e ciò che
conosciamo: quello che crediamo di conoscere è tutto ciò che
conosciamo.
La
nuova Giorgia rimpiazzerà la vecchia? È giusto pensarla senza
dolori, senza macchie – né troppo gentile né troppo sincera, né
troppo provocante né troppo ambiziosa? Cos’è l’essenza di una
persona: la somma matematica di come ci percepiamo e di come ci
percepiscono? L’esperimento di scrittura creativa rischia di
travalicare i confini del bene e del male, trasformando la ragazza in
un novello mostro di Frankenstein.
L’esercizio
è uno psicodramma romantico e sinistro, ben sviluppato e con
ritmi da thriller. Nonostante lo stile mi abbia convinto a tratti –
l’ho trovato un po' artefatto nelle parti narrative, a cui ho preferito
l’energia dei dialoghi: perfetti per un’eventuale pièce –,
incuriosiscono il senso d’ambiguità persistente e un erotismo
appena suggerito. Addizionate la natura opportunistica dei rapporti
interpersonali ai ruoli sottili ricoperti da attori, registi, spettatori inermi. Il risultato dell’esercizio è un’interessantissima metafora sul mestiere dell’artista. Sul
potere della scrittura, che crea mondi e personaggi. E a volte,
perfino, persone?
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Levante – Le mie mille me
|L'abbandonatrice, di Stefano Bonazzi. Fernandel, € 15, pp. 208
|
Le
persone tristi si somigliano e si pigliano. Non si piacciono, non
necessariamente, ma sentono di appartenersi. Perché, forse, non
hanno altra scelta. Affinità elettive, oppure costrizione? Se lo
domanda Davide, che a vent'anni sfoggia con una punta d'orgoglio i
suoi vestiti scuri, un malumore imperituro e una famiglia
intollerante: mancanze che, al posto di isolarlo, nei giorni sì hanno lo strano potere di farlo sentire straordinariamente fortunato.
È stato proprio un attacco di panico in segreteria ai tempi
dell'immatricolazione a renderlo parte della coppia formata da due
giovani con in comune il mondo contro e il sogno dell'arte:
un'illustratrice bravissima, quando non impegnata a servire coni al bar, e un figlio di papà con le conoscenze giuste (ma il talento?) per diventare un pianista jazz. Sono belli e
derelitti. Benché studente in sede, la matricola Davide preferisce
sgobbare come cameriere in nome dell'indipendenza da mamma e papà: la domenica a pranzo pur di ignorare il proverbiale elefante in
mezzo alla stanza, ossia l'outing del figlio, parlano della stitichezza del gatto della vicina o dell'allarme femminicidio
alla tivù. Oscar si lascia invece ammirare in boxer per casa, e
lascia intravedere soltanto la punta di un iceberg che durante un
tour in Gran Bretagna minaccia di far danni. E poi c'è Sofia, un po' hippy e
un po' dark: giovane donna che ama tutti e nessuno, di certo non se
stessa, con l'incombenza dei fratelli minori da salvare dai servizi sociali.
Cos'è
oggi la mia famiglia? È il desiderio morboso di un “ciao”, di un
“come stai?”, di un “vi voglio bene”. A diciott'anni avevo
capito che il dolore è come una matrioska, ogni nuovo dolore
contiene tutti i precedenti. Così non ti puoi abituare mai, è un
meccanismo perfetto.
Schiacciati
ora dalla tragedia delle eredità genetiche, ora dal peso
dell'ambizione, questi tre angeli neri hanno perso le ali – eppure non
gli ammiratori, non il sex appeal – nella Bologna del Dams, degli
studenti morti di fame, delle droghe leggere o pesanti. Vorrebbero
vivere come la Tosca, d'arte e d'amore, e stesi sotto il cavalcavia
guardare le stelle confessandosi i reciproci dispiaceri nel rombare
dei motori. Stare illusoriamente meglio.
Questa
è la storia di Davide: migliore degli altri due, senz'altro più
candido all'interno, che sceglie tuttavia di sporcarsi, di star loro
accanto, anche a costo di dannarsi l'anima. Tutto fuorché le serate
in solitaria, i silenzi ostinati, l'invisibilità sopportata nei
peggiori giorni del liceo. Quando nascondeva natura e creatività per
non brillare mai. Brilla di luce riflessa, allora, stretto fra il
seducente Oscar – prima suo coinquilino, poi suo compagno:
soprattutto nella cattiva sorte – e la sfuggente Sofia, che a un
certo punto fa le valigie e se ne va.
Lei, che in fondo aveva capito
tutto. Che la tristezza genera tristezza e che un'anima buona come
Davide, no, non se la merita. Scopriamo il suicidio della ragazza circa a
pagina uno. Una corsa a perdifiato a Londra, al diavolo le gioie
della prima esposizione fotografica del protagonista, e lì l'ennesimo fardello: Diamante, quindici anni e i toni sprezzanti,
omofobici, che sputa sulla tomba di una madre troppo debole per stare
al mondo e addita impietosamente la mancanza di carattere del solerte
Davide e il corpo del fidanzato Oscar, strafatto sul divano. La
convivenza improvvisata, la nuova formazione, sarà difficile. Manca
il tocco solerte di una donna, un pizzico di ordine nell'appartamento
a soqquadro. Manca qualcuno, soprattutto, che faccia luce sui misteri
postumi di Sofia.
Era
sempre stata attratta dal dolore, perché il dolore era parte di lei.
Le persone come noi si riconoscono, si fiutano e poi si legano. Per
un po' parlammo d'altro. Poi si alzò in piedi, si voltò verso di me
con un lieve ghigno che le inarcava le sottili labbra perfette e mi
disse: Ti va di urlare?
La
verità del punto di vista esterno di Diamante, intanto, brucia. E
brucia quello che ancora i personaggi non sanno dirsi. Una giovinezza
da rievocare, un malessere di cui venire a capo e un triangolo che
sin da subito ha confuso i limiti d'amicizia e attrazione.
Che i
lettori si figurino pure il grigiore delle atmosfere metropolitane di
Valentina D'Urbano, gli scandalosi poligoni amorosi delleFerite originalie la prosa sul filo
del rasoio di un thriller dei sentimenti. Un trio di personaggi
complessati, crudi e sofferenti, scavati con la punta del pirografo
in un blocco di bellezza e dolore. A questo punto potreste
capire parte del mondo di Stefano Bonazzi: grafico e scrittore al suo
secondo romanzo, con il piglio accattivante dei narratori di razza e
tutta la vividezza della sua passione di fotografo. L'autore ferrarese dimostra di possedere occhio, mano, pancia. Un occhio
che lacrima suo malgrado, una mano che trema se l'onda blu
dell'ansia sale e ci assale, una pancia che riversa violentemente sulla pagina le
viscere fumanti delle più umane fra le emozioni. Abbastanza, direi,
per non abbandonarlo a questa nostra conoscenza preliminare. Per
abbandonarglisi.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Afterhours – Quello che non c'è
Si
presenta alla loro porta spaccato il secondo e suona il campanello
con una pressione decisa del dito indice. La puntualità maniacale,
la fermezza delle mani, sembrano essere i primi segni rivelatori di
un carattere poco amabile. Brusca come chi è disabituata alle
relazioni umane, spesso riservata ai limiti dello scortese, questa
Mary Poppins a rovescio arriva a casa Warren non grazie al prodigioso
vento dell'est, ma con un inserto del giornale riposto nella
tasca del soprabito.
In
quel di New York, infatti, c'è una famiglia a soqquadro – due
bambini incantati dalle avventure di Lessie alla
tivù, una mamma il cui trucco pesante non nasconde lo stress per la
nascita imminente di un terzo figlio, un papà in crisi creativa –
che ha tutta l'aria di avere il disperato bisogno di qualcuno come lei. Senza
grilli per la testa, sprovvista del tipo di bellezza che possa
indurre in tentazione il capofamiglia, la tata francese si prende
cura con dedizione della casa in disordine, e della loro storia privata. Al
pari dell'eroina dei romanzi per l'infanzia di Pamela Travers ha,
dalla sua, un po' di magia: si dà il caso che sappia fermare il tempo da dietro
l'obiettivo dell'irrinunciabile Rolleiflex. La tata si chiamava
Vivian Maier, e questa è la sua storia. Una storia vera, incredibile
ma amarissima, che inizia come una fiaba anni Cinquanta e si conclude
mezzo secolo dopo: nell'anonimato, nella povertà, nella
solitudine di un amore mancato e di una felicità, di un talento,
vissuti con un ingiustificato senso di inferiorità. Durante una sera
di neve, in un parco di Chicago dove la sorte oscura della tata
avrebbe comportato, però, la fortuna di un antiquario dall'intuito
eccezionale: l'uomo che avrebbe esposto nella sala di un museo quegli
scatti mai sviluppati – bambini che giocano per strada, mani
intrecciate, baci o sguardi rubati, per un totale di
centocinquantamila fotografie da lei rinnegate come figli abortiti –,
alimentando da lì in poi l'enigma di Vivian.
Ognuno
di noi ha una storia. È scritta tutta nel volto. Le storie sono
sempre nei volti, sai? Impara a decifrare gli sguardi, a leggere le
pieghe della pelle, il mondo in cui si atteggia una bocca, e avrai la
storia di una persona.
In
questa biografia romanzata cerca risposte la sempre bravissima
Francesca Diotallevi, autrice della scuderia Neri Pozza in cui ho
creduto ciecamente sin dai tempi dell'esordio – come lei,
d'altronde, ha sempre creduto in me. All'apparenza non lontano dalla sua
comfort zone, Dai tuoi occhi solamente è in realtà
il suo lavoro più difficile. Da un lato, infatti, abbiamo il
potenziale di una protagonista straordinaria che ricorda la versione
in carne e ossa della dolente Olive Kitteridge, dell'indimenticabile
portinaia dell'Eleganza del riccio, delle muse solitarie nei
caffè a olio di Edward Hopper. Dall'altro, invece, la personalità
sfuggente della Maier era un mare sconfinato in cui un'autrice
trentenne correva il serio rischio di perdersi. Sballottata tra gli Stati
Uniti e la Provenza come un oggetto smarrito, Vivian impara presto a
non affezionarsi a nessuno: non a Jeanne, coinquilina con cui
dividere una stamberga nel Bronx che la inizia alla celluloide; non alla zia, che in casa accoglie un uomo delle cui
attenzioni morbose la ragazzina è purtroppo la destinataria; non all'odiata mamma
Marie, né tanto meno al turbolento Karl, fratello maggiore in
custodia cautelare. Non alla silhouette delle alpi – deve sentirne
nostalgia anche la Statua della Libertà, altra francese in terra
straniera –, non al caos di una metropoli che smaltisce l'insonnia
al suon di mille clacson. Ma, e l'esperienza insegna, non si diventa maestri di addii con la forza dell'abitudine.
Sa,
ho sempre pensato che ci fosse un legame tra la scrittura e la
fotografia. Lo dice la parola stessa: phòs,
luce, e graphè, scrittura. Letteralmente,
luce che scrive. Non lo trova meraviglioso? Lei scrive con luce, Miss
Maier?
Vivian
Maier sedeva all'ultima fila in autobus, dava false generalità,
studiava il voyeurismo nel cinema di Hitchcock – era quella stessa
propensione che la portava a immortalare incidenti, a imbucarsi al
cimitero in nome di un'inspiegabile tensione all'assoluto – e, in una stanza
barricata, accumulava compulsivamente scontrini, biglietti, giornali.
Si circondava di storie su storie, rimandando a domani lo
scioglimento della sua. Fuggiva per non essere scacciata, mordeva per
non essere morsa, vestiva un'armatura per non essere messa a nudo:
arduo, perciò, scalfirne la corazza impenetrabile. Nella finzione
letteraria ci provano i Warren: i piccoli Arthur e Grace, di cui la
protagonista apprezza la sincerità spassionata; il padre Frank,
insoddisfatto autore di best seller che legge nelle “stanze buie”
di Vivian quando lei, per istinto di autoconservazione, vorrebbe di
nuovo fare dietrofront. In libreria, invece, tenta – e fa centro –
un'indagine psicologica minuziosa ed evocativa, a opera di un'autrice
abituata a lavorare di fino nella camera oscura dei suoi processi
creativi, a destreggiarsi in una ricerca quanto mai frustrante.
Non
tutte le storie sono storie d'amore, non tutte le storie hanno lieto
fine. La mia è la storia di chi ha vissuto attraverso le storie
degli altri, di chi ha visto tutto senza mai essere vista. La mia è
la storia di un'ombra.
Come
si descrive l'attimo che precede l'istante perfetto? Come, ancora,
una donna che appariva una sfinge perfino a se stessa? Francesca
Diotallevi osa portare alla luce un'artista da scoprire o riscoprire
tra le pagine, e l'abbandono di quel cono d'ombra, di quel limbo,
suona al lettore troppo delicato per apparire un'ingiunzione. La donna non scompare, così, come Euridice alle spalle di Orfeo.
Alcuni
dicono che le foto fermino il tempo per sempre. Per fortuna, esistono
romanzi come questo, dotati dello stesso potere taumaturgico.
Dai
tuoi occhi solamente, il cui titolo cita una poesia di Pedro
Salinas, invita con gentilezza il mito di Vivian Maier a lasciare il
suo comodo rifugio nelle retrovie. A imparare a sorridere un po',
prima del flash, davanti alla nuova consapevolezza che esista un
mondo non senza simmetrie, non senza speranza, dall'altra parte
dell'obiettivo.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Pomplamoose - Eleanor Rigby
Greg,
la faccia d'angelo di James Dean e una San Francisco che non crede in
lui, vorrebbe fare l'attore. Troppo timido, troppo
dimesso, ha bisogno di un miglior amico come Tommy Wiseau: il
fenomeno da baraccone della sua classe di recitazione, con un
indefinito accento dell'est Europa (anche se giura di essere nato a
New Orleans) e introiti inspiegabili (contante a non finire, case
dappertutto, ma di un impiego neanche l'ombra), gli fa infatti da
spalla e promotore. Giurin giurello, mignoli intrecciati, e in nome
del loro affetto lo invita a Los Angeles; gli scrive un film su
misura. Girato in tempi biblici, assurdamente costoso, The Room
rimarrà nella memoria
collettiva come uno dei peggiori film mai realizzati. Scritto male,
diretto peggio, ispirato a Tennessee Williams eppure
involontariamente ridicolo. Il biopic al cinema dovrebbe essere un
genere rigoroso, serio, patinato. Dovrebbe meritarselo qualcuno
all'altezza. Si può fare un bel film – una commedia che
farà senz'altro faville ai prossimi Golden Globe – ispirandosi
alle gesta dell'Ed Wood dei nostri tempi? Si può far bene, anzi
benissimo, partendo dalle peggiori premesse? Sì, si può. Tommy
Wiseau ci mise la faccia e i mezzi. Checché se ne dica, ci mise
l'amore. Per il proprio ego spropositato. Per una settima arte in cui
lascerà l'impronta, ma non come avrebbe voluto. Un po' come lo
strano caso di James Franco: paradossalmente ha
adattato Faulkner e Steinbeck, in tempi e festival recenti, non
rimanendo impresso. Questa volta invece, scemo ma con innata intelligenza, caratterista strepitoso, miete consensi
all'unanimità. A unirlo a Wiseau, il fatto che un po' ci sia
e un po' ci fatta; il mettersi in gioco a tutto tondo dirigendo e recitando. E come Wiseau parla, sghignazza, si muove: un
conte Dracula dagli occhi di ghiaccio, i capelli unti fino alle
radici, che sbaglia le battute, ha violenti attacchi di gelosia e,
fra una grassa risata e un'emozione inattesa, sa regalargli a
sorpresa il miglior ruolo dai tempi di 127 ore.
Sarà che Franco, vulcanico e contraddittorio, ha due anime di solito
inconciliabili. Quella trash, che qui trova a scatola chiusa terreno
fertile. E l'altra più nobile, che legge e riscrive la letteratura americana a
piacimento: in questo The Disaster Artist
ricerca con successo, così, un'epica tutta sua, le avventure più
sconsiderate, i desideri di gloria contro i mulini a vento.
Particolarmente nel suo, l'attore impersona un giullare esilarante,
disperato, che ha sprezzo del ridicolo e le mani bucate. Con i suoi
soldi da buttare può comprarsi l'amicizia di Dave Franco (e di
comprimari o comparse che comprendono Rogen, Hutcherson, Efron,
Cranston, la Stone e la Griffith), le sale vuote di Hollywood, ma non
i sogni. Che non stanno nel proverbiale cassetto. Che non
distinguono, nel suo caso, il fine dal mezzo. Le risate buone da
quelle cattive. Un applauso da un fischio. Il trionfo, appunto, dai dolori del disastro.
(7,5)
Le
orme conducono al cadavere di un'adolescente pellerossa. Mezza nuda,
abusata, ha corso per dieci chilometri prima di morire assiderata:
annegata nel suo stesso sangue. Da chi fuggiva? Jeremy Renner – di
solito spalla da poco, qui protagonista tormentato e convincente come
mai prima d'ora – imbraccia il fucile, si mimetizza, e va a caccia
di felini e assassini a sangue freddo: la giovane vittima e una
figlia morta allo stesso modo, invendicata, sono accomunate da un
simile destino e da una lunga amicizia tra i banchi di scuola. Con
lui, nuovamente nella stessa squadra dopo le poco fantastiche
avventure degli Avengers, il dolce e agguerrito agente
dell'FBI di una Elizabeth Olsen che, per colpa di una sceneggiatura
che non approfondisce, a tratti sembra purtroppo un pesce fuor
d'acqua: impreparata alle temperature in picchiata, al maschilismo,
alla cattiveria vera. Dopo Sicario e Hell or High Water,
Taylor Sheridan – al suo esordio alla macchina da presa, già
premiato per la miglior regia a Un Certain Regard – torna con un
terzo film di frontiera. Gli riconosco ancora una volta un grande
talento, una lodevole propensione per un cinema alla Clint
Eastwood, ma è ancora una volta che non mi convince fino in fondo. E non so
perché. Wind River è un western atipico, ad alta quota. Un
thriller che ai colpi di scena sensazionali e all'ironia dissacrante
di Fargo preferisce il piglio rigoroso delle storie vere.
Potente nelle immagini e nelle razioni al dolore. Artico, ma accorato
nei drammi umani. Si scava nei problemi familiari della vittima, in
una vita amorosa di cui in pochissimi sapevano, nello sporco ben
celato del candido Wyoming. Si parla dei contro dell'immobilismo,
della noia che genera mostri; della (mancata) integrazione delle
poche riserve indiane rimaste in piedi. Di senso di colpa, vendetta e
infinita crudeltà. Quella di una Madre Natura che non guarda in
faccia nessuno. Quella dei nostri simili, che ti sbranano se gli
volti le spalle, dando poi la colpa ai lupi. (7)
In
posa per il pittore Alberto Giacometti. Italiano a Parigi,
amico-nemico di Picasso e Chagall, artista minuzioso e cronicamente
insoddisfatto. Mani fra le ginocchia, mento basso, sguardo fisso.
Vietato accavallare le gambe, vietato sorridere, vietato alzarsi
prima della fine della seduta. James, scrittore americano in vacanza
con un ritorno da posticipare all'infinito, ha l'onore e l'onere di
fargli da modello. Immobile, all'inizio incuriosito e poi
semplicemente stremato, viene osservato e a sua volta osserva: il
disordine nello studio del pittore, la doppia relazione con la moglie
e l'amante, la collaborazione con il fratello Diego. Final
Portrait, ambientato qualche anno prima della sua morte, racconta
la lunga gestazione dell'ultima opera lasciata in eredità al mondo. Il ritratto
dell'americano sarà ultimato e cancellato ogni volta. Perché
l'artista, capriccioso e sboccato, fragilissimo, riteneva fermamente
che non esistessero ritratti finiti. E film così, che d'arte e
incompiutezza vorrebbero parlare, loro malgrado vanno incontro a
esiti simili. Si ha l'impressione, infatti, che finiscano senza
neanche cominciare. Rush, impeccabile e somigliante
istrione, porta le tempere, le bizze e un umorismo caustico
tipicamente britannico. Armie Hammer, pare in odore di nomination per
l'atteso Chiamami col tuo nome, mette la voce conciliante e
quella sua bellezza noiosamente squadrata. Ancora più di loro, eppure
ugualmente in parte, brilla la sorprendente regia di uno Stanley
Tucci dall'altra parte della barricata: elegantissima, mai laccata,
con la caligine malinconica del cinema d'oltralpe e la palette di
colori di un Tom Hooper. Colto, teatrale, riuscito a metà, Final
Portrait è il biopic atipico
che descrive non i drammi del pittore, ma gli alti e bassi del
processo creativo. Dalla creazione, in novanta minuti appena, perciò il
fascino, gli sbaffi di colore e, purtroppo, la ragionevole monotonia.
(6)
Olanda,
XVII secolo. Non si bada alla razza, al credo, all'estrazione
sociale: nella libertina Amsterdam, basta confidare in
te stesso e in Madama Fortuna per diventare qualcuno. Si commerciano
bulbi di tulipani e allo stelo di un fiore in boccio, di per sé
cosa fragile e innocente, sono legati a doppio nodo patrimoni,
eredità e vite umane. Qualcuno ha scommesso sul cavallo vincente.
Può permettersi allora una casa e una moglie invidiabili, un
ritratto sul caminetto costato la bellezza di ottanta fiorini. I
pittori del tempo immortalavano ambienti domestici, famiglie in posa,
piccoli gesti rituali. Su un ritratto, con un teschio e una bilancia
bene in vista (simboli di fugacità ed equilibrio), capeggiano in
abiti formali i coniugi Sandvoort. Lui, anziano mercante calvinista,
ha i baffi impomatati e un'espressione severa: ha sepolto due figli,
la prima moglie, e ora lo turba il mancato arrivo di un erede a cui
affidare quel suo piccolo impero sul mare. Lei, orfana di padre e
prima di una nidiata sorelle, indossa un abito blu e un
sorriso tirato: gli occhi sfarfallano. Parlano di un matrimonio
combinato, della ricerca disperata di un'uscita di emergenza, della
noia di un'esistenza che non calza. A coglierne le incomprensioni e le tensioni nascoste, un pittore
avventuroso e povero in canna: Jan Van Loos, artista minore della
scuola olandese, si innamorerà dell'inquieta Sophia e proverà, con
mezzi leciti e non, a portarla via da lì. Un cupo palazzo signorile
che, senza sole, rischia di far morire di stenti il suo fiore
all'occhiello.
Sophia
è là, immobile. Sospesa fra passato e presente. E' come un colore,
che attende di essere mescolato; come un dipinto, pronto a ricevere
la vita del pennello. Lei è un istante, che attende di essere
fissato per sempre sotto la lacca lucida trasparente.
Nella
“seconda Venezia”, già ammirata durante la lettura del
Miniaturista, nasce e si estingue una storia d'amore e
dannazione che sfida i cattivi presagi e le alte
maree. Amsterdam, di notte, ha un volto segreto. Si alza la nebbia e
nei canali galleggiano gli animali annegati e i suicidi, il legno
delle navi alla deriva. I profumi speziati, le grandi speranze, fanno
continuamente il filo agli schiamazzi della folla; ai contro della
tulipomania dilagante. Intrattenimento seducente e scorrevole, il
romanzo della Moggach (pubblicato in precedenza da Garzanti,
con il titolo Il sogno dei tulipani) ha il piglio di una
tragicommedia shakespeariana fatta di qui pro quo, doppie identità,
simulazioni truffaldine. Sophia, convincente Emma Bovary di turno,
racconta languori e bugie in prima persona. Capitolo dopo capitolo,
però, i punti di vista si ampliano fino a includere gli uomini che
se la contendono (risulta interessantissimo il marito, Cornelis,
al contrario dello stilizzato personaggio del terzo incomodo) e le godibili sottotrame di serve
impertinenti e apprendisti ingrati, in ruoli tutt'altro che subordinati.
Dipingere
è un atto di possesso.
Tulip
Fever, senza mai dimenticare la grazia dello stile, ha i ritmi di una sceneggiatura
cinematografica in cui le dinamiche dell'intreccio, a tratti,fan da padrone: l'autore premio Oscar di
Shakespeare in Love e
Anna Karenina, che ha adattato il romanzo per un film di prossima uscita con Alicia Vikander e
Cristoph Waltz nel cast, questa volta ha avuto gioco facile. Gli avvenimenti storici –
quelli che rendono qualche lettura pesante, vero, ma da cui ci
si aspetterebbe comunque un ruolo di maggior rilievo – si limitano infatti a rimanere sullo sfondo. Un affascinante scenario mobile che
ospita triangoli sì e rovesci di fortuna, in bilico tra melodramma e farsa, in cui il mistero di Sophia è inseguito in
tutte le opere dello sfortunato Van Loos.
Il
mondo è un caos. Tutti gli artisti lo sanno, ma cercano di dargli un
qualche senso. Sophia adesso dà senso al mondo.
Lei
resta nel riflesso di un bicchiere di cristallo di una natura morta;
nella curva di una goccia di rugiada, giusto sulla pancia di un frutto.
Affacciata a una finestra, una lettera accortocciata sul cuore, che aspetta o la salvezza o la dannazione
eterna. E nelle vite dei tulipani, brevissime e voluttuose, trovano così magica corrispondenza quelle dei due amanti.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Ursine Vulpine feat. Annaca – Wicked Game
Odiare
significa essere condannati alla solitudine. E se devi trasformarti
in una persona nuova, la solitudine è un ottimo punto di partenza.
Titolo:
Maestra
Autrice:
Lisa Hilton
Editore:
Longanesi
Numero
di pagine: 398
Prezzo:
€ 16,90
Sinossi:
Londra.
Judith Rashleigh è assistente in una prestigiosa casa d'aste, è
giovane, colta ed efficiente, di ottime maniere e molto bella. Ma
tutto questo non basta. Il sogno di farsi strada con la propria
competenza e intelligenza si infrange contro una barriera
insuperabile di maschilismo, corruzione, snobismo. Perché, a quanto
pare, a fregiarsi del titolo di "Maestro" possono essere
soltanto gli uomini. Ma Judith non si arrende. Combatte. Con tutte le
armi che ha a disposizione. Compreso il sesso e, se necessario, la
capacità di uccidere. Sola, in pericolo e in fuga, Judith può
contare soltanto sulla sua capacità di mimetizzarsi perfettamente
tra i ricchi e famosi del pianeta e sulla sua competenza. Tra yacht
lussuosi, antichi palazzi d'Europa e oscuri traffici d'arte antica e
contemporanea, Judith diventa progressivamente sempre più padrona
del proprio destino, nel bene e, soprattutto, nel male. Ma è un male
necessario per essere indipendente, importante, rispettata. Per
essere, in una parola, "Maestra".
La recensione
Pubblicizzato,
discusso, chiacchieratissimo.
E, forse per quello, nessuna voglia di
leggerlo.
Finché,
almeno, il desiderio di una lettura scorrevole e un po' trash, nel pieno
della Sessione Estiva, non mi ha spinto nell'abbraccio morbido e
mortale di questa Maestra. Perché, diciamolo, che fosse un
thriller rigoroso e raffinato, nonostante le promesse delle fascette,
chi ci credeva? Ho avuto, per qualche giorno, la compagnia che cercavo; il guilty pleasure che, ogni tanto, sapete, mi ci vuole.
Complice il primo piano dell'autrice sul Libraio – e che bella
signora che è, Lisa Hilton, e quant'è preparata –, ho avuto modo
di conoscere la sua spietata bambola assassina e se sono qui, sano e
salvo, è perché sono sopravvissuto al
randez-vous con Judith Rashleigh. Non tutti gli uomini che la
incontrano, fluttuanti nel fango del Tevere o decapitati in una
cassa da morto, possono dire lo stesso. C'è qualcosa che attira, in
Maestra.
L'aria sofisticata, la ricca biografia della Hilton – una Sgarbi al
femminile, affascinante, poliglotta e londinese; “capra!”, solo di
tanto in tanto – e una copertina rossa, allusiva, che può
ricordare le tele squarciate di Lucio Fontana o tutt'altro. E quel qualcosa, nelle prime pagine, lo si ritrova, non
senza una certa sorpresa: una voce nuova, tanta arte – la passione e
la consapevolezza con cui l'autrice parla della pittrice Artemisia
Gentileschi hanno dello straordinario – e la storia, all'inizio
particolarmente convincente, di una colta e spavalda travette
che, sottopagata e trattata alla
stregua di una stagista, sceglie di usare armi lecite e non per
assicurarsi una folgorante ascesa. Judith ha un armadio pieno di capi
griffati che non indossa – aspetta la sua seconda vita, scopriremo
presto – e un impiego alternativo, quando cala la sera: procace
cameriera in uno champagne bar, si preoccupa di curare amicizie
importanti e, senza che diventi però una dipendenza, si
imbuca a festini esclusivi, orge segrete, per saziare i suoi appetiti
animaleschi. La licenziano, così su due piedi; diventa l'amante
ufficiale del cliente più affezionato del suo bar e, in vacanza in
Costa Azzurra, ci scappa accidentalmente il morto; sulle tracce di un
capolavoro falsificato, trascorre l'estate in Europa, seminando
spasimanti e corpi in decomposizione a ogni tappa; si stabilisce a
Parigi, ma per le cattive ragazze i guai non finiscono qui. A grandi
linee, ho voluto riassumervi una trama intricata e surreale, tanto che è piena zeppa di sfumature, personaggi di
passaggio, scorci naturali.
Restano l'accuratezza della Hilton –
che, a mio dire, è più sveglia di un Dan Brown – e una narratrice
che, nonostante le assurde avventure in cui si imbarca, minaccia e
seduce. Furbo incrocio tra Mr. Ripley e Lisbeth Salander –
dall'uno prende le false identità e il pallino per le città d'arte,
dall'altra un'infanzia tormentata e un animo glaciale -, la Rashleigh
ha tacchi acuminati, impensate risorse e, fortuna grande se sei
un'arrampicatrice sociale in un universo di lussi e lussuriosi, zero
sentimenti. La Catherine Tramell di oggi ha un notevole stacco di
coscia, il gusto per il grottesco e le smanie dei nuovi ricchi; fa
cose estreme – a letto e fuori – e, in taluni passaggi, tra
citazioni pretenziose e azzardati episodi da spia del malaffare, si
concede grossolane cadute di stile che, però, la portano a sfiorare
inesplorati picchi di kitsch. Non sarò di certo laureato a Oxford
come l'autrice, però facciamo che non vi dico, a un certo punto,
dove fa nascondere il cellulare alla sua trasgressiva anti-eroina? In
cambio, vi rivelo che, nel corso della lettura, davanti alla presa di
coscienza che gli umori di Judith sapessero di mare, ho pensato che
laggiù avesse un caveau, un portagioie e, infine, una pescheria: non
necessariamente in quest'ordine. Tira più un pelo di donna che un
carro di buoi, lo dicevano i saggi, ed è il sesso che alla nostra
protagonista procura ingaggi e grattacapi.
Mi state dicendo che la Hilton non presenterà il romanzo in Molise?
Un sesso occasionale e con
sporadici cenni di sadismo – se lo chiedete a me, Love,
il porno d'autore di Gaspar Noé, è tra i film più belli dell'anno
scorso: dunque, Maestra
non mi ha scandalizzato – che è talmente gonfiato, con
amatori sudati e panciuti, biancheria firmata e orgasmi che
affaticherebbero pure la Scala Mercalli, da non risultare un caso.
L'erotismo, ma anche le
feste sensazionali, i viaggi “a scrocco”, gli sfondi patinati, le
griffe a profusione e i vini francesi da stappare per gli apertivi
più modesti... In Maestra, la
raffinatezza si fa sfarzo, la sensualità barzelletta, la conoscenza
affettazione – e la femme fatale, be', se li fa tutti. Però, per
una sorta di psicologia inversa, mi è piaciuto, a modo suo. L'ho
trovato accattivante, rapido, ben scritto, divertentissimo. E mi sono
detto: bisogna saperlo prendere per il verso giusto, mentre la Hilton
si sfizia a prenderci per i fondelli. Perché in Maestra,
commedia nera inverosimile e pasticciata, tutto è imprevedibile,
tutto è al massimo – del rigoglio, così come del cattivo gusto –
e niente, colpo di scena,
è buttato lì. Un erotico non potrebbe richiederti la totale
sospensione dell'incredulità per caso. E, consapevole e
padrone di sé anche nel trucidume di alcune svolte, mago della
mistificazione, Maestra è
un passatempo da ombrellone che decide di fare il filo, per
insondabili ragioni, a certi romanzi anni '60 - mi viene in mente
Tanto gentile e tanto onesta pare e
Donne pericolose, da poco
ripubblicati dalla Sonzogno; qualcuno mi cita addirittura Il cardellino, ma Judith è più a suo agio con altri volatili – e di non rivelarci, perfino nei
gustosissimi twist finali, se ci è o ci fa. Nel dubbio, lettura più
per lui che per lei, o per lettori comunque dotati di abbondante autoironia e
stomaco forte, mi ha irretito il necessario, complice una musa che
tiene sotto mira Cupido – e qualche blogger serio e spiantato, che
indossa infradito da spiaggia, veste H&M (puah!)
e, a volte, soprattutto se alle ammucchiate c'è il solito pienone (pure io: vado all'ora di punta),
sa sollazzarsi con infamanti guilty pleasure.
Il
cielo è in fiamme. Abbiamo paura di tutto ciò che ci circonda, di
questo mondo. Perché se ci separano, non c'è nient'altro che
dolore. Le nostre anime urlano. Devo andare da lui.
Titolo:
La ragazza delle fragole
Autrice:
Lisa Stromme
Editore:
Giunti
Numero
di pagine: 318
Prezzo:
€ 14,00
Sinossi:
Norvegia,
1893. Nel pittoresco villaggio di Åsgårdstrand, che si affaccia sui
fiordi del Mare del Nord, a qualche chilometro da Oslo, molti artisti
trascorrono le vacanze estive. A pochi passi dal mare c’è anche la
piccola casa di Edvard Munch, il pittore “malato” che la comunità
locale guarda con grande sospetto. Nonostante il divieto di
rivolgergli la parola e di contemplare le sue tele, la piccola
Johanne non resiste, e ogni volta che viene mandata a raccogliere le
fragole da vendere ai turisti, si intrattiene con il giovane artista.
È proprio la pittura e il mondo dell’arte ad affascinarla e Munch
sembra l’unico ad averlo intuito e a incoraggiarla in quella
direzione. L’estate di libertà di Johanne finisce però quando sua
madre la manda a servizio da una delle famiglie più in vista del
luogo, per tenere compagnia a Tullik, una ragazza di qualche anno più
grande di lei. Ed è così che Johanne sarà testimone di un evento
sconcertante: tra Tullik e Munch scoppia una passione febbrile e
pericolosa. Un sentimento tanto impetuoso quanto osteggiato che
sconvolgerà la vita delle due ragazze fino a mettere in pericolo le
stesse opere di Munch.
La recensione
“La
verità può apparire spesso volgare, non è così? E a volte le
bugie brillano come splendide stelle.”
Ho
sempre avuto la passione per il disegno. Ma leggere, per via
dell'incostanza e del poco tempo libero, è l'unico verbo che coniugo
sempre e solo al presente. Per il resto, disegnavo. Bambino
affascinato dal Grandi Speranze post-moderno
di un giovane Cuaròn, quel Paradiso Perduto in
cui l'altera Estella posava senza veli per un Pip innamorato perso,
ho riempito fogli e fogli di scarabocchi, per un periodo; al liceo,
avrei frequentato volentieri l'Artistico, se l'Artistico non avesse
avuto, al tempo come adesso, la cattiva fama che ha dalle mie parti.
Ho studiato Storia dell'arte alle superiori, in compenso, poco ma
appassionatamente, e sarà proprio Arte contemporanea uno degli
ultimi esami che, entro l'anno, si spera, darò all'università.
Avevo apprezzato ma non troppo la trasposizione cinematografica di La
ragazza con l'orecchino di perla,
di cui ho il romanzo in lista da una vita o forse due, e lo scorso
autunno vi avevo già parlato di questo mio vecchio hobby, di un
adolescente che andava in crisi coi ritratti, quando doveva ultimare
gli occhi, complice la seconda fatica dell'amica Francesca Diotallevi
– Amedeo je t'aime,
lo sapevate?, arriverà presto anche a teatro. Giorni caldissimi, di
promemoria e tuffi nel passato, se al mare non ci si può accostare
proprio, questi in cui ho letto La ragazza delle fragole.
Un romanzo d'esordio di un'autrice inglesissima, nonostante il
cognome, che mi è arrivato a sorpresa, ma nel momento propizio.
Storia di Edvard Munch, progenitore dell'espressionismo, e della sua
musa dall'identità incerta, è ambientato nel cuore della bella
stagione. In Norvegia, per fortuna, i climi sono più miti e i
paesaggi più accattivanti, e Lisa Stromme è lì che ci porta:
l'esordiente, infatti, ha una prosa bellissima, uno spirito libero e
una storia che, vera o presunta che sia, fa viaggiare. Me ne sono
stupito, nelle prime cento pagine in particolare. Quando, incerto se
intraprendere questa lettura non programmata oppure no, io che non
sono un grande estimatore dei romanzi storici, soppesavo il romanzo
tra me e me. Quando immaginavo che di Munch, mai stato, infatti,
nemmeno un estimatore delle sue opere, non m'importasse poi molto.
Scorrevole, sottilmente seducente, istruttivo, La ragazza
delle fragole è la storia di
una quindicenne che d'estate, per sottrarla dalle distrazioni e dal
corteggiamento spietato del pescatore Thomas, viene mandata come
domestica a casa di una ricca famiglia di villeggianti. Le colleghe
sono severe, i pradroni gente per bene e le loro figlie - due in età
da marito e la terza già accasata, nonostante una relazione
scandalosa – sono stranamente amichevoli nei confronti di Johanne,
che raccoglie bacche mature tra i cespugli, ha fatto da modella a un
pittore stimatissimo e, soprattutto, non teme l'uomo nero che vive in
una capanna in mezzo ai boschi. La protagonista, infatti, è amica
del famigerato Munch, ma nessuno deve saperlo: le ha regalato un
libro di Goethe, le permette di pasticciare nel suo studio e la
lascia ammirare i dipinti messi ad asciugare in giardino. Gli stessi
che, in paese, si dice siano opera del demonio: le ombre affilate, le
creature fantastiche, i colori che paiono sbagliati. Impotente,
Johanne assisterà al nascere e al morire della relazione tra
l'artista maledetto e la malleabile Tullik, a cui fa da cameriera e
accompagnatrice. La gente chiacchiera e complotta, però, e l'estate
non dura che qualche mese appena. Cosa succederà dopo? Cosa
succederà, quando quell'amore proibito e scandaloso finirà di bocca
in bocca, amplificato come un urlo?
Mentre Munch lavora al suo capolavoro – su un fiordo, c'è un uomo
senza faccia con le mani premute sulle guance, che un po' somiglia al
pittore stesso e un po' alla sua addolorata amante -, Johanne ci
racconterà di loro e di sé.
Un lui
imperscrutabile, misterioso, perso nel suo mondo delirante. Una lei
infantile, viziata: pazza d'amore. In mezzo, una ragazza che guarda,
cela, fa da filtro: dare a Johanne il ruolo della narratrice, ho
trovato, è stato il compromesso perfetto. Fa da messaggera, lei, e
da moderatrice. La ragazza delle fragole,
così, diventa una storia d'amore vissuta dall'esterno: senza sospiri
di sorta, ma piena di fascinazione. Tanto, ho letto nella
postfazione, è però lavoro più di fantastia che di una filologica ricostruzione
storica. Cambia qualche data, ai fini della narrazione, e alcuni
personaggi sono fittizi: attori. C'è stata una ragazza
delle fragole, sì, ma non è
mai esistita una Johanne, domestica adolescente con il sogno
dell'arte e il dono della sinestesia. Ecco il “ma”, allora: al
posto della Stromme, parlandosi di immaginazione, avrei immaginato
per i due personaggi femminili qualcosa di... più.
La passione per Munch dà febbri altissime. E' cosa di famiglia; un
contagio. E lo stile, ricco e spezzettato all'occorrenza, evoca donne
che fuggono dalla propria ombra, boschi come nidi d'amore, tane di
artisti misantropi. Una doppia natura, un duplice volto. A tratti,
fresco e solare: piacevolissimo. A tratti, perfino inquietante. La ragazza delle fragole,
lettura perfetta in questo periodo dell'anno,dura
un'estate e un po' di più. Biografia romanzata su capolavori che
urlano in piena notte, sotto le assi del pavimento, e amori
strozzati che reclamano attenzione, dimenticati per tutta la vita nel doppio fondo di
un armadio. Eppure, indimenticati.
Terza
tappa del blogtour dedicato al nuovo romanzo di Francesca Diotallevi
– da ieri in libreria – con la risposta alla domanda più
frequente. Com'è? Scopriamolo insieme, ringraziando ancora una volta
Francesca, per la sempre ottima compagnia e la disponibilità, e i
responsabili di questa nuova collana Mondadori. In fondo al post
trovate un riassunto con le tappe precedenti e future – pronti per
l'ultima, dopodomani, in cui potrete provare a vincere una copia del
libro? - e per qualsiasi cosa, ad esempio quelle che per la fretta di
stamattina magari mancano, controllate sui blog in cui Amedeo, je
t'aime è già approdato nei giorni scorsi.
Non
sono così coraggiosa. Non lo sono mai stata, nemmeno quando danzavo
sull'abisso tentando di sfiorare le stelle.
Titolo:
Amedeo, je t'aime
Autrice:
Francesca Diotallevi
Editore:
Mondadori “ElectaStorie”
Numero
di pagine: 247
Prezzo:
€ 18,90
Sinossi:
Parigi,
1917. Jeanne Hébuterne ha solo diciannove anni quando, a una festa
di Carnevale, incontra il pittore Amedeo Modigliani.
SoprannominatoMaudit,
maledetto, Modigliani è conosciuto nel quartiere di Montparnasse per
lo stile di vita dissoluto e il carattere impetuoso, oltre che per i
malinconici ritratti dagli occhi privi di pupille che nessuno vuole
comprare. Lei, timida aspirante pittrice con le ali tarpate da una
rigida famiglia cattolica, non può fare a meno di sentirsi
finalmente attratta da quest'uomo bello e povero, che sembra vivere
di sogni apparentemente irrealizzabili e affoga dolori e frustrazioni
nell'alcol e nella droga. Per lui lascia ogni cosa, mettendo da parte
le proprie aspirazioni, e si trasforma in una compagna fedele e
devota, pronta a seguirlo ovunque, come un'ombra, anche oltre la
soglia del nulla. Struggente e tormentata, la loro storia scardinerà
ogni convenzione, indifferente a regole e tabù, lasciandosi guidare
dall'unica legge a cui non ci si può sottrarre: quella del cuore.
Amore e morte si mescolano, in questo romanzo, alla passione che
anima il cuore di un artista, al desiderio di riuscire ad afferrare
una scintilla di infinito.
La recensione
“Sai,
non è per forza un male. C'era un artista che non li disegnava
affatto, pensa te. Nel momento di dipingerli, con i colori ad
olio tratteggiava due mandorle vagamente oblique, così, e le
riempiva con un solo tocco del pennello. Sono lo specchio dell'anima,
qualcosa di troppo privato, di troppo nascosto, per essere catturata
su una tela sessanta per novanta. Ci starebbere stretta, no?, l'anima
in un foglio”, e così dicendo mi faceva un occhiolino, come se
quella storia la conoscessimo solo noi, e se ne tornava al suo
giornale spiegazzato, al di là della cattedra. Le parole che un
professore di Arte delle scuole medie rivolgeva a un ragazzino bravo
e insicuro che – quando si spiegava, a lezione, come realizzare un ritratto –
disegnava volti di donna, soprattutto, e li strappava in due, in
cento parti. Avevano sempre un frangia lunga, una ciocca strategica
per mascherare lo strabismo di venere, un'ombra per nascondere parte
di uno sguardo fuori dall'asse. Occhi disuguali che mi tormentavano:
uno grande e l'altro piccolo, uno socchiuso e l'altro spalancato e,
quando erano finalmente a posto, erano le pupille a tradirli.
Litigiose e ribelli, impercettibilmente diverse. Gli occhi erano un
dettaglio arduo da mettere a punto – anche se chi disegna più e
meglio di me sa bene che in realtà non c'è cosa più difficile, da
fare, di un paio di mani; ma quel giorno ci davamo ai primi piani,
quindi meglio non crucciarsi d'altro – e, ogni volta, mi
sfuggivano. Perché erano di persone immaginarie, che non conoscevo,
e di cui dunque non sapevo come fosse fatto il profondo. Quella,
almeno, la scusa, nel momento in cui seppi dell'esistenza
del pittore – toscano di natali, ma emigrato a Parigi nella
stagione delle Avanguardie – che riempiva le pupille delle sue muse
di nero densissimo. Erano gli anni in cui guardavo e riguardavo Ethan
Hawke ritrarre una Paltrow senza veli in Paradiso Perduto, il
mio Dickens postmoderno preferito, quelli in cui – per la prima
volta – mi avvicinai, affascinato, ai colli da cigno e agli occhi
vuoti di un uomo chiamato Amedeo Modigliani. Per gli amici e i
nemici, Modì: è così, infatti, che si legge l'aggettivo francese
maudit, maledetto. Per Jeanne Hébuterne, la giovane
artista che visse e morì in nome suo, sarà invece l'amore di una
vita. Amedeo, je t'aime –
titolo caloroso, dichiarazione spassionata – parla di arte, una
Parigi negli anni della guerra e della pace, un rapporto di teste,
sessi e viscere che ancora sconvolge tanto che è estremo. Francesca Diotallevi, l'autrice che a tutti ho consigliato
almeno in un'occasione, dopo un esordio che veramente non si scorda,
ritorna – attesissima – con una storia nuova.
Ma se qualcuno vi dicesse di
volere riscrivere Romeo e Giulietta,
o di volervi raccontare da capo i quattro atti de La
Bohème? Tanto, infatti, a me
era familiare la tragedia di un pittore e della sua musa fedele. Ho sentito
parlare di loro al corso di Storia dell'Arte Contemporanea – di
loro, al plurale, perché se parli di lui non possono non spiegarti
chi sia lei, che è ovunque – e avevo potuto dargli un volto in I
colori dell'anima, biopic ben
confezionato, ma incentrato soprattutto sulla rivalita con Picasso, in
cui Modigliani era stato un eccellente Andy Garcia. Il
melodramma di Jeanne e Amedeo per me era il più toccante in
assoluto, essendo l'unico che – quasi cent'anni fa – si consumò davvero. All'inizio, rimuginando tra me, mi chiedevo cosa
potesse darmi una lettura di cui purtroppo conoscevo inizio e fine.
Soprattutto, come essere all'altezza di un esordio perfetto – passato in sordina, rispetto a un secondo romanzo che già adesso
è maggiormente pubblicizzato, con la fiducia di un nuovo editore e
il sostegno di chi ci credeva ancora prima di leggerlo – che solo
io e Francesca, che l'ha scritto, sappiamo quanto ho amato? E invece. Le
stanze buie e Amedeo,
je t'aime – il primo un lungo racconto gotico narrato da un lui; il secondo breve
rievocazione di un amore da parte della custode di un gigante fragile – sono storie diverse, imparagonabili, anche se
sono umano – e pazzo di Vittorio Fubini e Lucilla Flores – e i
pensieri, come i confronti, corrono e fanno il loro giro. In realtà
diverse non sono, non troppo, se a raccontartele è una giovane penna
che hai lasciato bravissima e hai orgogliosamente ritrovato
bravissima. Con Francesca, due anni fa, è nata un'amicizia a
distanza, che mai ha minacciato di offuscare la lucidità del mio
giudizio: semplicemente, impossibile che si smentissime; che facesse
marcia indietro.
E
sapeste quanto mi fa strano sapere che la stessa persona con cui, in
chat, ti è capitato di parlare del più e del meno, come va?, come
stai?, sia quella che prende due leggende della pittura e, con
credibilità naturale, dà loro voce. Raccontando a modo suo una
storia che già pensavi di sapere. Ho pensato di saperla al primo, al
quinto, al decimo capitolo, ma non davanti a un epilogo annunciato che,
nonostante arrivi previsto in precedenza, come coi cicloni colti a
mezz'aria dalle immagini satellitari, sa misteriosamente commuovere. Novantacinque anni dopo di loro. E svariate lezioni
universitarie, un lungometraggio e la mia tipica curiosità dopo. Con
Francesca Diotallevi ci scambiate due parole sui social, magari la
incrociate mentre lascia un commento qui sul blog; ecco quello che
rapisce nella capacità che ha una ragazza di appena trent'anni di
inviarti una faccina sorridente, mentre nel frattempo, su un foglio
di Word aperto sul suo portatile, veste – senza che le stiano
larghi o stretti, senza che su di lei appaiano polverosi – abiti
d'altre epoche. L'autrice non è come l'artista che ci descrive. Con
gli scenari volutamente piatti e, in primo piano, volti dai tratti
deformati – i colli lunghi, i nasi appuntiti, i vestiti poco
dettagliati. Francesca dipinge, ma con le parole, e stende sfondi
vivissimi, tridimensionali; aggiunge dettagli su dettagli a
personaggi modulati, complessi e amabili quando - gelosi, testardi,
incerti - furono, al contrario, esseri umani difficili. Nelle loro mansarde spoglie:
luoghi frequentati da topi e bohèmien, non adatti ad allevare una
figlia. Nei nodi e nelle pieghe. Nelle rare giornate in cui il bene
reciproco, poi, sciolse i grovigli. La mia memoria fotografica mi
permetterà di portare con me un'immagine, scattata con un battito di
ciglia. Il dettaglio di un bottiglia di brandy vuota. Sul fondo, una
sigaretta schiacciata tra pollice e indice, lasciata lì ad
affogare. Nell'imboccatura, a dondolare, un pennello ancora sporco.
In secondo piano, invece, fuori fuoco, una porta che si apre e si
chiude. Una porta che sbatte sulla scia di un mito. Da qualche parte,
c'è una donna che muta guarda, paziente sopporta e fedele aspetta.
Modì, indossando la sua sciarpa rossa e il suo cappello di feltro, il mare dentro, ha lasciato dietro di sé odore di tempere,
arance amare e cocci di cuori. Lui va. E chi
resta resta. In Jeanne, un po' la sindrome della moglie del soldato.
Gli artisti delle Avanguardie, infatti, prendevano in prestito il
nome dal reparto armato che precedeva, in campo nemico, il resto
dell'esercito: erano soldati in esplorazione, loro, e ci sono soldati che
non tornano, a volte, e compagne pietrificata davanti a una finestra. I dipinti
di Amedeo e il romanzo di Francesca hanno gli stessi identici occhi. Occhi stretti e
umidi. Senza segreti, quando si parla di Jeanne. L'unica creatura
dallo sguardo azzurro mare, in un mondo imperscrutabile di orbite insonni.