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lunedì 13 aprile 2026

Recensione: Cuore l'innamorato, di Lily King

| Cuore l'innamorato, di Lily King. Fazi, € 18,50, pp. 228 |

È un romanzo che si diverte a bluffare, questo: sarà che, a partire dal titolo, cita un gioco di carte inventato dai protagonisti? Cuore l'innamorato non è quello che sembra, e contiene più storie in una – diversissime per ambientazioni, toni, colori. Arrivato in Italia con una veste grafica degna del più frivolo dei romanzi chick lit, in realtà è una storia arguta, colta e piena di storie: se non fosse stato per il passaparola dei lettori, non l'avrei mai saputo. Diviso in tre parti, racconta tre fasi della vita della narratrice: senza nome, è ribattezzata Jordan come uno dei personaggi femminili del Grande Gatsby.

Senza il tempo, l'eternità fa meno paura.

Nella prima parte, è universitaria con due genitori divorziati, un solo fidanzato nel curriculum e un debito studentesco da capogiro: mentre medita di trattenersi lì per un trimestre in più, dice addio alla giovinezza accanto a Sam e Yash. Migliori amici e cocchi dei prof, hanno una citazione pretenziosa per tutto e, proprio come Jordan, vorrebbero fare gli scrittori. Ne nascerà un'affinità elettiva, dove l'amore, tuttavia, ci metterà lo zampino. Nella seconda parte, ambientata vent'anni dopo, la protagonista ha realizzato i suoi sogni, ha una casa piena di figli e animali, ma non si è sposata con nessuno dei due pretendenti: cos'è successo dopo un'esperienza da ragazza alla pari nei luoghi di Proust, Mann, Celine? Nella terza e ultima parte, il passato - a lungo, ripudiato per legittima difesa - diventerà l'unico rifugio davanti a una rimpatriata col sapore degli addii.

Ti ho amato per tutta la vita. Ci vediamo dopo il prossimo Bang.

La sorpresa è che Lily King è bravissima. Ma, forse, non è una sorpresa: classe 1963, precedentemente pubblicata da Adelphi, ha una lunga gavetta alle spalle e tutta la naturalezza possibile nell'alternare riflessioni etiche ad amplessi in letti minuscoli, la tragedia classica alle vibes di Sally Rooney. Ambiziosi e cerebrali, brillanti e ciarlieri, i suoi protagonisti filosofeggiano come nelle commedie di Allen e danno voce alle loro emozioni esclusivamente nei racconti a cui lavorano. All'inizio, ho amato tutto. A metà, ho storto il naso per i risvolti luttuosi. Alla fine, però, ho pianto: complice una riflessione conclusiva sull'amore, l'esistenza e il tempo sottolineata a penna sulla mia copia. Cuore l'innamorato, insomma, è meglio di quanto suggerisca la copertina e peggio di quel che giurano gli entusiasti. Ma resta una lettura emozionante, capace di riportarti all'età delle grandi scelte e di infonderti nostalgia per un tempo passato senza avvisare. Quando le amicizie sembravano eterne, i sogni a portata di mano e la felicità, tanto che era grande, faceva quasi spavento.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Levante – Sei tu

giovedì 1 agosto 2024

Recensione: L'amore è un fiume, di Carla Madeira

 
| L'amore è un fiume, di Carla Madeira. Fazi, € 18,90, pp. 180

La chiamano saudade. È la nostalgia che illanguidisce gli arti e i petti con l'avvicinarsi del crepuscolo. Intraducibile in italiano, è il sentimento che nell'antichità accompagnava gli uomini di ritorno dalla caccia. Le mogli avrebbero riabbracciato i mariti morti di fatica? E i mariti le mogli, ritte alla finestra? Come un vento caldo, la saudade soffia tra le pagine del romanzo di Carla Madeira: un successo del passaparola, con una scrittura a ritmo di bossanova e un intreccio da gustarsi preferibilmente sotto l'ombrellone, con il mare a fare pendant con il blu della copertina. Ambientato in un Brasile senza tempo, è la sfida tra tre personaggi combattuti tra la difficoltà di disimparare l'odio e il bisogno di tornare ad amare.

Non si ragiona con chi è malato di saudade.

Separati in casa all'indomani di una tragedia da non svelare, Venancio e Dalva erano la coppia più invidiata di una citta divisa tra chiesa e bordello. Tutti ricordano gli oggettini intagliati da lui e il profumo delle empadas di lei. Tutti ricordano il giorno delle nozze, con quel vestito bianco ricamato da ognuno dei presenti e i canti festosi a fare da accompagnamento. Cosa li ha divisi? Se lo chiede anche Lucy, la piu fiera e capricciosa tra le prostitute, desiderosa di conquistare l'inconquistabile Venancio: l'unico maschio con l'ardire di rifiutarla. Ne deriverà un gioco di seduzione a colpi di provocazioni e sberleffi, in cui a dominare sarà il fascino dei personaggi femminili: la gelosia bruta del protagonista, conteso tuttavia per l'intero romanzo, nulla può contro i silenzi misteriosi di quella moglie piena di decoro né contro la sensualità dell'amante, stesa come una lucertola all'ombra del quartiere a luci rosse.

Perché l'amore scatti, ci vuole un qualche tipo di coincidenza. In ogni contatto, esiste una percentuale di miracolo. Non è peregrino dire che l'amore è sacro.

Il pensiero corre alle squillo sagge di Marquez, al cinema femminista e fieramente kitsch di Almodovar: pulsioni ancestrali, istinti bassi, parole abbastanza palpitanti da evocare la morbidezza dei colpi e la passionalità degli amplessi. Forte di atmosfere semplicemente irresistibili, Madeira pecca di un intreccio esile e di una narrazione a tratti inutilmente corale, in cui i comprimari (i genitori di Dalva, la miracolosa Francisca) hanno il difetto di affollare una narrazione troppo leggera, troppo breve, per prestarsi alla polifonia: non aiuta l'esagerato colpo di scena conclusivo. L'amore è un fiume. L'autrice non lo argina con una struttura più ragionata, ma lo lascia scorrere senza padroni. Ha numerose forme, ha mille sblocchi. Cosa succede quando lo inquinano un raptus mortifero, i tradimenti e i difetti di forma? Basta lasciarlo scorrere. E aspettare, aspettare, aspettare. Al resto penserà la naturale magia della narrativa sudamericana.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Ornella Vanoni – La voglia, la pazzia

venerdì 29 marzo 2024

Recensione: La mia Ingeborg, di Tore Renberg

| La mia Ingeborg, di Tore Renberg. Fazi, € 18, pp. 180 |

In una vecchia casa di legno, in una Norvegia sferzata dal vento di un inverno perenne, un vecchio si racconta. Le assi di legno scricchiolano, ma le sue ossa stanche di più. Indolenzito, forse gravemente malato, si è forzato a tagliarsi la barba, a indossare camicia e pantaloni eleganti, a camuffare il sentore di alcol della bocca. Come il patriarca della famiglia Usher in un classico dell'horror di Edgar Allan Poe, braccato dai cani neri del sensi di colpa, dialoga con gli spettri del passato e attende ospiti con cui sgravarsi la coscienza: i suoi ragazzi sono ormai irriconoscibili, lontani. La verità li renderà finalmente liberi? O li rovinerà definitivamente? È una storia d'amore e morte, la sua. Una storia di ottusa resistenza al progresso, percepito alla stregua di una donna lasciva e provocante. Abbarbicato nella parte alta della valle, chiuso a qualsivoglia novità, in gioventù ha trasformato quel paesaggio di troll e altre leggende folkloristiche in un nido da proteggere. Con lui lo divideva l'amata Ingeborg: la donna, infermiera traboccante di vita e stimata da tutto il paese, amava le giornate di sole e i cespugli pieni di bacche.

Quando due persone si incontrano e cadono uno nelle braccia dell'altra, allora la terra trema e succedono cose meravigliose.

Il loro era un matrimonio appassionato, nonostante le diversità caratteriali, ma la donna si era improvvisamente incupita dopo la partenza della prole per l'università. Da quando non è più tornata da una passeggiata nella brughiera, tutto si è perso. Anche il rapporto con i figli biologici: il maschio remissivo e melenso; la femmina attivista e bisessuale. Per fortuna c'è Oddo, affetto da un grave ritardo intellettivo, che dorme nella stalla e cuce reti da pesca: cresciuto come un terzo figlio, è l'unica persona su cui Tollak riversa la poca tenerezza posseduta. Per fortuna c'è ancora e per sempre, nonostante tutto, Ingeborg: un fantasma seminudo nella camera da letto; il pupazzo di un ventriloquo, la cui voce risuona come la coscienza dello stesso protagonista. C'è qualcosa di marcio nel romanzo di Tore Renberg. Di marcio e attraente. Potentissimo e oscuro, fitto di segreti agghiaccianti, somiglia più a una confessione che a una rimpatriata familiare. Lo esemplifica ad arte la copertina italiana, in cui due sagome intrecciate in un tango della gelosia galleggiano su uno sfondo rosso passione; rosso sangue. La mia Ingeborg somiglia preoccupantemente a una delle tante notizie di cronaca, ma si legge con la fascinazione dei classici del gotico. Il protagonista, sfidando la lingua impastata dagli alcolici e la reticenza dei montanari, non vuole preti alla sua presenza. Non crede nello spauracchio del paradiso e, sibila acidamente, non ci crederà neanche nell'ora fatale. Tuona, così, contro la scomparsa delle segherie; le bugie dei giornali e della TV; i cellulari che ipnotizzano e rintronano i nipotini; gli sconvolgimenti climatici, i ristoranti etnici, gli uomini troppo effeminati. Con una voce simile a un coltello nelle costole, ci renderà tutti complici di un narratore magnetico ma irredento. Dirà tutta la verità, nient'altro che la verità. E mai in sua difesa.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: CCCP – Amandoti

venerdì 10 novembre 2023

Recensione: Chiodi, di Antonio Schiena


| Chiodi, di Antonio Schiena. Fazi, € 16, pp. 180 |

Era lecito aspettarsi più carattere da uno che gestisce una pagina intitolata Antipatia gratuita. È il primo pensiero che ho fatto una volta terminata la lettura di Chiodi, ultimo romanzo del trentatreene Antonio Schiena ma il primo pubblicato con un grande editore. L'autore, da me molto apprezzato sui social per i suoi post deliziosamente caustici, arriva in libreria con una piccola storia sul diventare grandi. Ma mancano la fermezza di Niccolò Ammaniti, la fantasia ardita di Stephen King e il suo romanzo, generalista e didascalico, si rivela una fiaba nera adatta soprattutto a un pubblico di giovanissimi. In un imprecisato paese del Sud, si è diffusa una leggenda che accomuna generazioni vicine e lontane: racconta dell'Avvinto, un giovane arrogante che sfidò la morte e ne pago le conseguenze. È forse lui il nuovo guardiano del cimitero? I bambini si sfidano a scavalcare i cancelli e ad affrontarlo. Una volta tornati indietro, saranno uomini. A prestarsi al rito di iniziazione è Marco: un tredicenne disarmonico e sgraziato, reduce da un'infanzia di prodotti sottomarca e da anni spesi a incassare le vessazioni dei gradassi. Fra il bambino e il guardiano, entrambi emarginati, nascerà un breve dialogo intergenerazionale dagli incastri drammatici, ma non così imprevedibili. Marco vuole una storia da raccontare ai compagni. Ha importanza se sia le verità oppure no?

Essere soli non è male. Essere circondato dalle persone sbagliate è molto peggio.

I temi, delicatissimi e sempreverdi, vanno dalla rabbia repressa al bullismo, dell'isolamento alle onde sismiche del rancore. Peccato per l'abuso di luoghi comuni, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi: i bulli fumano e indossano il chiodo; il guardiano ha un occhio guercio e un alano nero al seguito; Marco ha un armadio total black, un amico in sovrappeso, una mamma troppo presa delle frequentazioni occasionali per curarsi di lui, una manciata di professori ciechi e sordi davanti alle prepotenze. Storia di due solitudini allo specchio, Chiodi attinge a un immaginario lugubre e malinconico. Piace quando è di corsa, fra le lapidi del cimitero, ma fa storcere il naso per la prevedibilità degli altri scenari. Schiena scrive in punta di penna. Concede ai lettori un finale amaro il giusto, ma non calca la mano per eccessiva prudenza. Ne viene fuori una morality play poco sfumata, ma al contempo senza colori decisi. Una vicenda a tinte forti né abbastanza oscura da inquietare, né abbastanza luminosa da regalare speranza agli afflitti. Come il suo protagonista, al crocevia tra infanzia e adolescenza, sceglie di mantenersi insomma in una zona liminare, dove il Pinocchio in copertina fatica a diventare un bambino vero. Sulla soglia del camposanto. Nel limbo delle occasioni mancate.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Fabio Concato - Fiore di maggio

mercoledì 19 gennaio 2022

Recensione: Cara Rose Gold, di Stephanie Wrobel

| Cara Rose Gold, di Stephanie Wrobel. Fazi, € 18, pp. 360 |

Quali sono i confini dell'amore? Quali, ancora, quelli della follia? Patty e Rose, madre e figlia, ne saggiano i limiti – spingendosi fino al punto di non ritorno – nell'esordio narrativo di Stephanie Wrobel. Noir familiare parzialmente ispirato all'omicidio di Dee Dee Blanchard, già raccontato nella serie TV The Act, Cara Rose Gold prende spunto dalla cronaca nera ma immagina un prosieguo diverso: perfino più sadico. Quando la figlia adolescente osa rivoltarsi contro la madre-carceriera, artefice di soprusi e bugie, è soltanto l'inizio di un nuovo incubo. L'autrice, infatti, immagina l'incontro tra le due dopo un lustro di reclusione. Mentre Patty confida nel perdono, Rose medita vendetta trasversale.

Il legame fra una madre e una figlia è sacro. Lei, meglio di chiunque altro, sa che, a prescindere da quando siano orribili, troveremo ancora nel cuore le forze di amarle.

Raccontato a voci alterne, il romanzo è un'esilarante guerra di logoramento che descrive il reintegramento della prima – guardata con legittimo sospetto dall'intero vicinato – e la maturazione della seconda, spesso combattuta tra nostalgia e rancore. Rose Gold è la vera protagonista, disposta a tutto – anche a far leva sul proprio status di vittima – per trovare un posto nel mondo. Cresciuta con la consapevolezza di avere un difetto cromosomico in realtà inesistenze, sempre cagionevole e malnutrita, è diventata una giovane donna con un sorriso guasto di cui si vergogna profondamente, un neonato da accudire e una rabbia repressa che, talora, esplode in sanguinose fantasticherie. Ancora incredula davanti alla violenza psicologica subita dalla madre, si guarda intorno con irrequietezza: su cos'altro le ha mentito Patty? Suo padre è davvero morto per overdose? Quale segreto nasconde la casa dei suoi nonni materni, tornata nuovamente sul mercato immobiliare? È forse possibile fidarsi di un fidanzato virtuale, di un'amica scostante, se perfino i parenti stretti le hanno fatto del male?

Avevamo imparato nel modo più difficile che i genitori non hanno tutte le risposte. Siamo stati noi a volere che le avessero. Abbiamo creduto che le avessero per i primi due decenni delle nostre vite, a seconda del tipo di genitori e alle loro capacità di sapersi parare il culo. Ma, alla fine, scoprire che i nostri genitori erano dei semplici mortali non è stato molto diverso dallo scoprire la verità su Babbo Natale e il Coniglietto pasquale.

A metà tra Che fine ha fatto Baby Jane? e uno qualsiasi dei film con Rosamund Pike, il romanzo – scritto senza il minimo guizzo, ma pervaso da una piacevolissima ironia di fondo – affascina grazie ai suoi personaggi disturbati e al continuo ribaltamento dei ruoli. Prevedibile nell'epilogo ma spassosissimo, Cara Rose Gold gioca sin da subito a carte scoperte e vede le sue protagoniste darsi reciprocamente il tormento dall'inizio alla fine. C'è un po' di romanzo, insomma, in questo disagio. Strano che Hollywood, attratta dagli orrori della sindrome di Munchausen per procura anche nel recente Run, non ne abbia già tratto un horror. Quando la proverbiale forza delle donne viene usata per il peggiore degli scopi, ossia la vendetta, come distinguere la vittima dalla carnefice?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Miley Cyrus - Mother's Daughter

venerdì 7 gennaio 2022

Mio caro Stoner: lettera aperta a un altro me stesso per i primi dieci anni del blog

Mio caro Stoner, 

qualche anno fa ti leggevo ed entravo in crisi d'identità. Non volevo diventare come te; insegnare. Mi spaventava la tua vita grigia e monotona, nei binari. Ti leggevo, ascoltavo Brunori Sas («la verità è che ti fa paura l'idea di scomparire») e piangevo. In comune avevamo gli studi, la malinconia e il destino annunciato. Perché avevo studiato Lettere, accumulato i crediti giusti e tutto il resto? Perché mi ero condannato inconsapevolmente a vivere la tua esistenza e i tuoi medesimi sbagli? Nel 2021 appena salutato ho scoperto che essere come te, invece, non è così male. 

Mi piace la mia routine, mi piace avere una tabella di marcia, mi piace sentirmi adulto e indispensabile per qualcun altro. Questo post nasce per ricordare il compleanno del blog, sono online da dieci anni tondi tondi, ma  anche e soprattutto per stilare un lucido bilancio dell'anno appena trascorso. Nonostante tutto, sono grato al 2021: mi ha messo alle strette fino a farmi diventare più me stesso. Mi piaccio così? A giorni alterni, a tratti, ma adesso almeno so chi sono: Michele Del Vecchio, ventisette anni, insegnante precario, con un angolo virtuale in cui raccontarmi e un romanzo nel cassetto (semifinalista a un concorso letterario, è stato poi oggetto di due illustri rifiuti da cui fatico a riprendermi). Da ragazzino avevo l'ossessione di condividere, arrivare, scrivere: volevo farne un lavoro. Ora che sono diventati semplicemente hobby, me li vivo meglio e me li godo di più. È il sette gennaio e non ho ancora cominciato una nuova lettura; non scrivo, invece, dalla scorsa estate. Sono meno presente che in passato? Pazienza. Leggo meno? Non fa nulla, ma spero di leggere almeno i libri giusti. Mi comporta troppo tempo scrivere lunghi post? Poco male, mi racconto così come viene su Instagram e Letterbox. 

Dieci anni fa, per la prima volta, pubblicavo un post online. Era una presentazione di poche righe, goffa ma onesta proprio come il sottoscritto. Sono andato a rileggerla, oggi, e non mi sono scoperto poi troppo diverso dal diciassettenne di quando tutto cominciò. Resto ancora così, anche se tanto è cambiato nel frattempo: perfino il mio modo di descrivermi, raccontarmi, interagire. Sono subentrate la consapevolezza della malattia, la sindrome d'abbandono, l'ansia sociale. Ma anche la pacata accettazione di chi non sarà mai il fantastico Harry Potter o l'ambizioso Jay Gatsby, bensì qualcuno come te: un insegnante occhialuto e riservato, magari un po' grigio se visto da fuori, ma con una vita immaginaria di un'intensità talora commovente. Questo significa arrendersi? Significa crescere, forse, e considerare i sogni per quel che sono: cose da fare nei ritagli in cui la vita, finalmente, ci lascia in pace. Spero comunque di farne ancora e ancora di bellissimi. 

A rileggerci tra altri dieci anni, 

Michele 

giovedì 2 settembre 2021

Recensione in anteprima: La violenza del mio amore, di Dario Levantino

La violenza del mio amore, di Dario Levantino. € 16, pp. 300 |

Per molti sarà come ritrovare un vecchio amico. Per me, invece, è stata una prima volta. Ho conosciuto Rosario Altieri soltanto ora, con il terzo romanzo che lo vede protagonista nel vertiginoso passaggio all'età adulta. All'inizio ero preoccupato. Mi sarei rovinato la lettura senza aver letto i lavori precedenti di Dario Levantino? Sarei rimasto estraneo ai drammi dei protagonisti, ai loro destini? Per fortuna mi sono accorto prestissimo che La violenza del mio amore, così come i precedenti, oltre a essere stato pensato come autoconclusivo, è uno di quei romanzi fatti non tanto di intrecci quanto di personaggi. Altrettanto in fretta ho colto la sensibilità di Levantino, la sua saggezza, e ho compreso come mai non riesca a staccarsi da questo protagonista al punto da descriverne la crescita romanzo dopo romanzo: a Rosario, infatti, si vuole un bene istantaneo. Nato e cresciuto a Brancaccio, il diciassettenne orfano nutre un sogno purissimo: creare una famiglia con Anna, coetanea che gli annuncia l'arrivo di una figlia. Saranno in grado di fronteggiare le responsabilità genitoriali, se vivacchiano a tempo indeterminato nello sgabuzzino della parrocchia e mettono al mondo una bambina, Maria, gravemente malata?

Non mi lamento, per me la vita è la mortale che ti insegna la favola del dolore. E a me il dolore ha insegnato che la guerra si vince sognando. Mi chiamo Rosario. Quando avevo diciassette anni e undici mesi, Anna è venuta da me con la pancia gonfia di amore e i vestiti stretti. Potevamo perdere la guerra. E invece abbiamo sognato.

Il Rosario che ho conosciuto qui, ora, è un giovane uomo dalla doppia vita. Mentre da un lato lotta contro le ingiustizie del sistema scolastico, cercando invano di farsi valere in un liceo di prof sciacalli e compagni indifferenti, dall'altro sperimenta precocemente la disperazione dei novelli miserabili. È mai possibile che per ottenere una casa popolare tocchi firmare un patto di sangue con i Mandalà, i boss del rione? Quanto frustrano e addolorano il declassamento di Anna, disconosciuta nel frattempo dalla famiglia, e la consapevolezza di non essere un compagno esemplare? Perché non trasferirsi vita natural durante in quella romantica barca rovesciata, su una spiaggia segreta in cui c'è spazio anche per il loro cane, Jonathan? Studente e faccendiere, Rosario si muove lungo il pericoloso discrimine che separa moralità e giustizia. All'apparenza classica vicenda di piccola criminalità e inquietudine adolescenziale, in realtà il romanzo di Levantino è molto di più. Grazie a un grande talento narrativo, unito alle capacità didattiche dell'autore – insegnante di liceo a Monza –, La violenza del mio amore riesce a parlare di riscatto anche nell'immobilismo della profonda Sicilia.

Io, Anna e Jonathan siamo un nido. Anna è la madre di tutti. Dall'interno ci nutre, toglie a lei per dare a noi. È questa la violenza dell'amore: esaurisce chi lo dona, saziandolo; sfama chi ne necessita, affamandolo.

Amaro senza essere pessimista, cupo senza perdere l'incanto infantile, il romanzo fa tesoro delle contraddizioni di Rosario e della sua Palermo grazie a uno spirito fanciullesco, vitale, candido. Il quartiere di Brancaccio è dipinto con nitidezza cinematografica, anche se sono le descrizioni degli odori del mercato di Ballarò a stregare. Rosario, sorpreso in una lunga odissea per la sopravvivenza quotidiana, parla con un'irresistibile inflessione dialettale, ma centellina le parolacce e si eleva con la lettura di Steinbeck, Bukowski e Foscolo. Pulito dentro e fuori, bello in un quartiere brutto, lotta contro le ingiustizie sociali e ripone fiducia in battaglia, un insegnante alla Attimo fuggente, e in un prete che ho immaginato ispirato a Padre Puglisi. Il ritratto di un piccolo eroe controcorrente diventa un quadretto di famiglia che fidelizza, fa stringere i denti e incrociare le dita. Una volta salutatolo, ho provato nostalgia per Rosario. Ma i romanzi precedenti da recuperare e chissà quando, un altro capitolo da aspettare. Quando ritornerà a raccontare la bellezza, lo squallore e le contraddizioni che vi sono nel mezzo, mi farò trovare pronto.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Zucchero – Come il sole all'improvviso

lunedì 29 marzo 2021

Recensione: Blu, di Giorgia Tribuiani

 
| Blu, di Giorgia Tribuiani. Fazi, € 16, pp. 250 |

Dopo Guasti, opera prima in cui i cadaveri diventavano opere d'arte – il tema, macabro ma affascinante, era quello della plastinazione –, Giorgia Tribuiani torna in libreria alzando l'asticella dello sperimentalismo, della provocazione, dell'inquietudine. Frammentario, singhiozzante, disordinato, il nuovo romanzo è un'immersione letteraria senza capitoli e senza pause, senza respiro. Probabilmente avrei apprezzato un simile flusso di coscienza a piccole dosi, sul breve tratto. Blu intriga nella prima parte, invece, e finisce poi per trascinarsi nella seconda. Fedele a sé stesso, non cambia registro neanche quando la protagonista sembra man mano riappropriarsi della propria identità. E, affaticato da uno stile poco scorrevole e dalle atmosfere asfissianti, sono arrivato al punto da sperare che finisse il prima possibile: non perché sia una lettura sconsigliabile, ma perché – cercate gli effetti collaterali sul bugiardino – potrebbe suscitare spesso frustrazione e claustrofobia. La mente a soqquadro della protagonista, d'altronde, non è un posto piacevole in cui soggiornare. Come biasimare chi non vede l'ora di essere sputato fuori dal suo piccolo mondo matto?

Vorrei che non piangessi, dici, davvero, ma sai che la solitudine ti infetta il sangue, e che hai bisogno di (feritoie) ferite per entrare nel cuore degli altri come una malattia.

Geniale ed emarginata, smarginata, Ginevra – detta da sempre Blu – frequenta il liceo artistico ed è una cattiva ragazza. O tale si percepisce. Un po' vittima, un po' carnefice, avverte il peso del mondo sulle spalle e si crogiola in antiche ingiustizie. Sporca, ma in realtà piena di candore, è attratta dal dolore degli altri: vorrebbe farsi amare portando loro conforto. Figlia di genitori divorziati, cresciuta in una normalissima cameretta affollata di peluche e medaglie di nuoto, Blu ha un fidanzato che non la soddisfa sessualmente e una sorellastra diffidente. Cronicamente insicura, tiene conto maniacalmente dei respiri, dei battiti di ciglia, dei getti dell'erogatore del sapone. Ma la sua ultima ossessione, all'improvviso, è Dora Leoni: un'artista dalla vita sentimentale scandalosa, che sulla scia di Marina Abramovic si rende protagonista di performance spiazzanti. È possibile imparare da lei? È possibile carpirne i segreti, mentre si lava in pubblico in una vasca da bagno dai piedi leonini? È possibile avvicinarla abbastanza da farsi notare? Filtrata interamente dall'io caotico di Blu, la trama appare poco più di un abbozzo evanescente da inseguire fino all'epilogo aguzzando la vista. Il punto di forza della lettura, ma per me anche il suo difetto, è un approccio immersivo che o si ama o si odia.

Tutto ciò che di brutto hai vissuto non è stato che una prova per arrivare fin qui: l'esclusione, la solitudine, il dolore, nient'altro che ostacoli da affrontare per godere appieno di questo momento, una preparazione necessaria per essere scelti da Dora, ora lo sai, e ti levi in piedi e torni a girare tutte le stampe coi volti e i corpi dei performer, guardatemi, io sono Blu e sono una di voi.

Delirante, ipnotico, confusionario, il romanzo raggiunge spaventosi picchi di erotismo – la masturbazione con una penna, in scene a confine con l'autolesionismo – e sfocia poi in una storia di attrazione fatale, con tanto di stalking. Da un lato originalissimo, dall'altro faticoso, mi è parso un mirabile esercizio di scrittura forse più godibile nel formato del racconto. La compagnia di Blu è stata spiacevole, soprattutto in questi giorni di cambiamenti lavorativi, ma al sollievo per il sopraggiungere dei ringraziamenti finali si è affiancata anche una vaga tristezza: noi due non siamo andati d'accordo, no, ma non avrei voluto lasciarla sola. Anche nelle stramberie, anche negli eccessi, la protagonista è un'adolescente come tante. Che fa pensieri strani, cupi, scomodi. Chi non ne ha mai fatti? Chi non ne fa tutt'ora? Giorgia Tribuiani invita all'apertura, alla condivisione. E ci dice che quando smetteremo di essere isole disegnate a casaccio sulla tela grigiastra della nostra solitudine, perfino il dolore tornerà utile come ci prometteva un bellissimo romanzo di Peter Cameron. Il nostro brutto passato si farà performance e, allora, finalmente, arriveranno gli applausi.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Madame – Mami Papi

sabato 12 settembre 2020

Recensione: Il grande me, di Anna Giurickovic Dato

Il grande me, di Anna Giurickovic Dato. Fazi, € 18, pp. 220 |

In un esordio dagli echi nabokoviani aveva raccontato l’ignominia di un padre che amava troppo la figlia femmina. Questa volta Anna Giurickovic Dato, classe 1989, sceglie la tenerezza per raccontare invece una storia dai ruoli invertiti: è una figlia ad amare troppo il suo papà, al punto da volerlo proteggere con candide bugie e mille cerimonie dalla realtà dei fatti. Il genitore va consumandosi come lo stoppino di una candela, presto si spegnerà. È cancro al pancreas, il peggiore. Ci sono metastasi dappertutto. Non si sfugge. 
Tra Catania, Roma e Milano, la famiglia Capace – a pezzi, ma disposta a rinsaldarsi nel nome del padre e di un bene maggiore – si riunisce al capezzale. Si è mai pronti a morire? Si è mai preparati a diventare orfani? Mossa da un viscerale senso del dovere, la giovane Carla torna a casa: si unisce ai fratelli, rinuncia alle feste in compagnia, rinuncia a sé stessa. Mentre il primogenito sembra essersi trasformato nell’epigono del padre, in quanto a stazza fisica e saggezza, e l’ultimogenita ricerca cure impossibili affidandosi alla medicina alternativa, la figlia di mezzo s’interroga su quale sarà la propria missione. Magari venire a capo di un rebus familiare confessato in pieno delirio?

È un ridere a metà, uno stare insieme a metà, separati da una morte che è già seduta tra di noi e la sentiamo. Fate presto, ci dice, vi ho lasciato il tempo giusto per conoscervi, scambiatevi le ultime parole; voi figli imparate da lui tutto ciò che ha da insegnarvi, prendete appunti, registrate ogni momento, così poi potrete moltiplicarlo, non siate tristi, non ce n’è il tempo, condividete le vostre ultime risa, accarezzatevi, toccatevi perché non vi siete mai toccati, allontanate la timidezza, l’imbarazzo non c’entra con questi ultimi mesi, questo periodo è la cerniera delle vostre vite, apritela con delicatezza, lasciate che i vostri lembi si separino come ci si separa da un abito pesante tra l’inverno e la primavera, raccogliete tutto di vostro padre, così potrete contenerlo.
Il grande me è la cronaca di una morte annunciata. È un piccolo giallo irrisolto. È una raccolta di aneddoti dove il signor Simone – teatrale, egocentrico, brillante, volitivo – viene descritto ora come un musicista raffinato, ora come un fascinoso Omar Sharif, ora come un integerrimo politico di sinistra. La voce narrante ce lo ritrae con la tipica vanteria tipica delle mamme chiocce, benché a parlare sia la figlia. Ma Simone è stato forse così perfetto? Non ha mai covato rimpianti o delusioni? Nel dubbio, Carla finisce per mettersi da parte: sconosciuta perfino al lettore – fatta eccezione per un capitolo di grande erotismo dove rivela le contraddizioni di una sensualità folle e vendicativa –, si mostra in rari sprazzi e sempre in relazione alla tragedia. Nell’ultima parte, inevitabilmente, la malattia diventerà sempre più preponderante. Una primadonna crudele che non ammette diretti concorrenti. Una mantide religiosa che fagocita sia il corpo del povero Simone, sia una dimensione corale prima abbozzata e infine sacrificata.

Non è il mestiere dei figli essere padri.

Dopo un bestseller di risonanza internazionale, l’autrice catanese torna in libreria con un romanzo all’apparenza convenzionale ma in realtà ancora più struggente. Alcune emozioni non si possono simulare. Anna deve averle sperimentate tutte sulla propria pelle e intuisco quanto Il grande me, in realtà, sia la tappa di un’intima elaborazione che suscita nel lettore rispetto ed empatia immediati. Nonostante tutto, confesso qualche dubbio relativo alla struttura; alla presenza di un intreccio romanzesco superfluo che orna una storia già forte di per sé, perché in parte autobiografica. Impaziente, ho divorato pagine su pagine caratterizzate da uno stile poetico e solenne. E ho letto con ammirazione le apostrofi, le domande retoriche, le invocazioni e le preghiere, che rendono lo stile di Anna un moderno coro da tragedia greca. Cerebrale, difficile, implosiva più che esplosiva, questa sua seconda prova non convince totalmente per via della troppa carne al fuoco a fronte delle sole duecento pagine – abbiamo il segreto di Simone, le pulsioni autodistruttive di Carla, il logorante stillicidio del cancro –, ma riesce lì dove pareva impossibile. Ossia trovare parole per sfidare la «dislessia della morte»: e, senza sorprese, son parole bellissime.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mia Martini – Gli uomini non cambiano


giovedì 27 agosto 2020

Recensione in anteprima: Un uomo a pezzi, di Francesco Muzzopappa

| Un uomo a pezzi, di Francesco Muzzopappa. Fazi, € 15, pp. 142 |

Arriva oggi in libreria l’ultima fatica di Francesco Muzzopappa. Scoperto qualche anno fa e da allora frequentato assiduamente, è riuscito a farmi sorridere in giorni in cui per risollevarmi l’umore sarebbe servita una gru. Nel segno dell’immediatezza e della sincerità, scegliendo una dimensione più intimista del solito, questa volta lascia da parte gli intrecci romanzeschi per mettersi in ballo in prima persona. Il risultato è una lettura personale, leggera, scacciapensieri, che diverte senza mai scadere nel triviale grazie a sketch su sketch: a volte riuscitissimi, altre meno. È un Muzzopappa a pezzi, in pillole: anzi, a puntate, perché i racconti che compongono questo libro dalla copertina pastello somigliano un po’ agli episodi di una sit-com. Come vive un pugliese trapiantato a Milano, per di più nell’ambiente radical chic della pubblicità? Com’è la convivenza con Carmen, libraia “Biancaneve” con il malaugurato pallino del cibo salutare? Tutto diventa aneddoto.

Quando tutti i ragazzi della mia età cominciavano a prendere confidenza con gli indumenti intimi del sesso opposto, io facevo selezione musicale. Quella radio era scalcagnata: non era insonorizzata, non aveva il riscaldamento e quando mi capitava di parlare al microfono vedevo la condensa del mio fiato spalmarsi sul vetro che separava la sala speaker dalla sala regia. Quello, per me, era il senso stesso dell’amore: dedicare il tuo tempo migliore a chi fa di tutto per mostrarti solo i suoi difetti.
I mercatini dell’usato, le mailing list, i ristoranti a chilometro zero, i tagli di capelli, i concorsi pubblici, una gioventù oscura schiacciata nel guscio di un busto ortopedico. Alcuni racconti, di stampo decisamente social, mi hanno fatto pensare ai modi di Matteo Bussola: non li ho preferiti.
Un uomo a pezzi trova infatti la sua dimensione perfetta nella rievocazione di un’infanzia anni Ottanta; di un amarcord caratterizzato da bottiglie di sugo fatto in casa, primi sospiri appresso alle forme procaci della bella Lamù, incontenibile euforia davanti all’arrivo delle giostre assemblate in onore del Santo Patrono.

Sapevo che L’incantevole Creamy era, forse, irraggiungibile, ma non quanto Lamù. Lamù io non avrei mai potuto averla. Lamù era inarrivabile, letteralmente di un altro pianeta. Ma Creamy non era un ripiego, anzi. La amavo sul serio anche se lei non ne era, ovviamente, al corrente. In verità da piccolo ho avuto migliaia di ragazze, quasi tutte inconsapevoli del fatto che le amassi. Molte di loro erano vere, altre disegnate, ma a me non importava. Il sentimento, quando è forte e autentico, basta per entrambi. Che l’altra partecipasse non era richiesto, anzi, a volte mi avrebbe anche dato fastidio.
Ho un problema con l’autofiction. Anche in questo caso, perciò, ho finito per preferire comunque le prove narrative precedenti. Ma è stata una buona occasione per conoscere meglio Francesco: dopo quattro romanzi umoristici, non era forse arrivata l’ora di capire meglio l’uomo dietro il personaggio? Nato sotto il segno dello scorpione, bonario e di sanissimi principi, l’autore mi somiglia un bel po’ nel look – campiamo col peggio di Zara e H&M –, abitudini alimentari – caffè al mattino e abbondante olio di palma nel resto della giornata –, negli inattesi attimi di malinconia in cui il famigerato sarcasmo se ne va a dormire. Dice di tramare vendette sotterranee. Di nutrire tra sé e sé una certa perfidia. Ma a ben vedere è come le friselle della sua terra: sembra tutto d’un pezzo, ma non lo è. Questa lettura è l’equivalente di una chiacchierata informale. Prima o poi, speriamo di farcela di persona! 
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Francesco Gabbani – Viceversa

lunedì 20 aprile 2020

Recensione: Olive Kitteridge, di Elizabeth Strout

| Olive Kitteridge, di Elizabeth Strout. Fazi, € 18,50, pp. 383  |

Mia carissima Olive, 
ti scrivo per dirti che ti ho finalmente letto. Pensavo di conoscerti a sufficienza, infatti, ma mi sbagliavo. Anni fa, di questi tempi, ho conosciuto la tua storia grazie alla stupenda miniserie che portava il tuo nome. Ma quattro episodi erano troppo pochi per contenerti. Tu, che sei incontenibile. Tu, che sei presente anche nell’assenza. Tra le pagine del premio Pulitzer Elizabeth Strout, è stato come incontrarsi daccapo. Ho dovuto riabituarmi al tuo caratteraccio, ai tuoi sbalzi d’umore e alle figure che orbitano intorno a te – in tutta sincerità, sei il sole –, anche se ricordavo bene le scortesie di quella Frances McDormand che ti ha interpretato così amorevolmente. Da anziano voglio essere proprio come voi. Ti rifiuti di scendere a patti con la tecnologia, sputi spesso sentenze, centellini le moine e i gesti d’affetto. Sei silenziosa, nell’amore e nella rabbia: lo sei nel dolore. Ingrigirai cullata da una radiolina transistor, solitaria e piena di senso del decoro: una macchia di gelato sul vestito, a un certo punto, diventerà il simbolo del tuo invecchiamento – sto forse perdendo i colpi, ti chiederai?

Non abbiate paura della vostra fame. 
Se ne avrete paura sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi.

Anch’io, come te, ho studiato per diventare insegnante. Nonostante vada dicendo che questo mestiere non mi piaccia, mi ha fatto riflettere il modo in cui gli ex alunni parlano di te. Dev’essere bello plasmare giovani menti, dev’essere bello lasciare il segno, benché tu sia la prof di matematica che nella vita di tutti i giorni mi avrebbe fatto pagare il mio scarso applicarmi. Spesso sono proprio loro, gli studenti, a nominarti. O i tuoi vicini di casa, le cameriere o le musiciste del pianobar, che compongono il coro polifonico che canta te, i pettegolezzi grandi e piccoli e la cittadina di Crosby, Maine. 
Preso d’assalto dai pensionati, che si trasferiscono sulla costa per respirare aria buona, il Maine fa da sfondo a incidenti degni di Stephen King e un’umanità sonnacchiosa ma irresistibile. L’autrice fa sì che diventi la cornice narrativa di ben tredici racconti: comprendono tradimenti, matrimoni e funerali, fughe e nuovi arrivi. C’è una donna che accoglie il genero armata di fucile, e un’altra che tollera il mal di vivere a furia di antiacidi. C’è perfino un omicidio brutale, con la famiglia dell’assassino che chiude gli scuri per sopravvivere alla vergogna. Sono frequenti i suicidi, inoltre, perché la malinconia del paesaggio nuoce alla salute dei più fragili. Sono sincero: qualche racconto sembra meno indispensabile di altri. In alcuni sei infatti una presenza incidentale, e per tutto il tempo mi sono ritrovato a torcermi in attesa di vederti svettare nella folla: robusta e appesantita, strizzata magari in un vestito con le stampe di gerani.

C’erano giorni, se lo ricordava, in cui Henry le teneva la mano mentre tornavano a casa, due persone di mezza età, nella pienezza degli anni. Si erano resi conto della gioia tranquilla di quei momenti? Molto probabilmente no. La maggior parte della gente non era abbastanza consapevole della propria vita mentre la viveva. Ma ora lei aveva quel ricordo, un ricordo sano e puro. Forse erano il suo ricordo più puro, quei momenti sul campo da calcio.
Se fossimo in un film, tu non saresti la protagonista col nome di richiamo sul poster, bensì una di quelle caratteriste onnipresenti ma di basso profilo, di cui si finisce sempre per scordare le pellicole che hanno girato, ma che in silenzio fanno la differenza sulla riuscita generale. Eccoti infine, con accanto tuo marito Henry, farmacista adorabile proprio come lo ricordavo. Come faresti senza di lui? Soprattutto ora che vostro figlio è scappato dall’altra parte del Paese e, in combutta con un terapista, ti rinfaccia i torti peggiori? La colpa, da Freud in poi, è sempre delle madri? Ne hai di colpe, sì. A volte sei crudele e non te ne rendi conto. Ma agitata e cristallina come l’oceano, conosci momenti di calma che nella loro semplicità emozionano fino alle lacrime.

Quando tornò a casa gli telefonò. «Le piacerebbe pranzare insieme uno di questi giorni?». «Vorrei cenare insieme», rispose lui. «Mi darebbe qualcosa da aspettare. Se esco a pranzo, poi avrò ancora davanti il resto della giornata».
Sei una persona metodica: ti svegli alle sei, ceni alle diciassette, percorri a passeggio dieci chilometri sul lungofiume. Hai «le passioni e i pregiudizi di una campagnola», e nei vai fiera. E non pensi, invece, alle piccole esplosioni che condividi con lettori sconosciuti? A Henry, che ti abbraccia a sorpresa e ti aiuta a piantare i tulipani; ai bambini cresciuti che in strada ti ringraziano e ti riconoscono; allo spirito di osservazione che – a dispetto del pensiero di farla finita – ti fa realizzare che è impossibile diventare immuni alla bellezza del mondo? Così continui a coltivare la tua curiosità intellettuale, a compiacerti delle sciagure degli altri per ridimensionare le tue, a innamorarti delle cose e delle persone. In strappi alla regola liberatori e struggenti, che in questi giorni hanno reso il tuo romanzo una fuga dalla realtà, per quanto, a ben vedere, di realtà parli. E sapere che c’è un seguito ad attendermi – che leggerò più in là, con parsimonia – mi rende grato del tempo che avremo. Non smetti di insegnare nemmeno in pensione e io, sulle tue orme, non smetto di imparare. 
Mia carissima Olive, ti scrivo per dirti che in questo brutto periodo mi è successa una cosa bellissima: tu.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Elivis Presley - Love Me Tender

martedì 11 febbraio 2020

Recensione: Le peggiori paure, di Fay Weldon

Le peggiori paure, di Fay Weldon. Fazi, € 16, pp. 270 |

Siamo immersi nella tranquillità della campagna, dove vigono le regole di buon vicinato, le porte sono sempre aperte e i giardini, al centro di feste per pochi eletti, sfoggiano fitti cespugli di rose rosse. Dal momento che si parla di bugie, tradimenti e segreti da svelare, potrebbe sembrare il set perfetto per una stagione di Desperate Housewives o Big Little Lies. Ma siamo negli anni Novanta – ben prima del binge watching, ben prima del #metoo – e l’umorismo dell’autrice, tipicamente britannico, ne chiarisce in fretta la provenienza. Le peggiori paure cos’altro è se non l’antenato delle casalinghe di Wisteria Lane o delle mamme sull’orlo di una crisi di nervi in quel di Monterey?

Il matrimonio è un intreccio terribile, un’osmosi spaventosa. 
Dovrò imparare di nuovo chi sono.

Si parte come in un giallo all’inglese: abbiamo una casa piena di scricchiolii sinistri, un coro di potenziali colpevoli, un cadavere riverso sul pavimento. Ned Ludd, critico in procinto di scrivere un’opera tutta sua, è davvero morto per un infarto fulminante? Se lo domanda la moglie, Alexandra, tornata di corsa dalla tournée di Casa di bambole per presiedere alle esequie. Mentre l’attrice, corteggiata dai piani alti di Hollywood, si abitua al nuovo ruolo di vedova, si accorge che qualcosa non va. Tutti sembrano negarle la vista della salma, lo spazzolino del defunto è sparito dal bicchiere sul bordo del lavandino, la stanza da letto è stata ripulita da cima a fondo. Le amiche Abbie e Vilna vogliono assisterla nel dolore oppure nasconderle qualcosa? L’improbabile Lucy, costumista pressante e bruttina, era forse l’amante di Ned? E cosa pretende Hamish, fratello del defunto, che indisturbato già si atteggia a padrone? Esausta e ossessionata, assediata da ospiti molesti, Alexandra nota che perfino il cane di casa le si ritorce contro. Fra arpie e avvoltoi, così, si scopre parte di una scalmanata festa di morte a cui non è stata invitata. Al centro di una bizzarra congiura. Alle sue spalle, per di più, la gente mormora: come ha ottenuto il successo, e chi può biasimare il marito per un’eventuale relazione extraconiugale? La vendetta, puntuale e piuttosto scontata, darà comunque qualche soddisfazione.

La vendetta risucchia il dolore, lo consuma. La natura riceve soddisfazione. Gli dèi esigono il sacrificio umano, da sempre; le orrende fauci divine risucchiano i vivi, masticano avidamente la carne calda, uccidono, divorano. Dopodiché, la terapeutica natura spalanca la bocca e ne sgorga nuova vita, grezza e pulsante, un flusso infinito e in continua riproduzione. Un giorno soffocherà per la semplice mole della propria produzione: non ha scampo.
Capitanato da un ricco cast di personaggi femminili, Le peggiori paure è un po’ thriller, un po’ soap opera. Un mix tanto irresistibile quanto collaudato, a dispetto della prevedibilità degli esiti testamentari, con una scrittura non sempre all’altezza e l’arma a doppio taglio di un’ironia non per tutti i palati. Il dichiarato gusto per l’eccesso, a volte, ne cela i difetti di fabbrica. Ma quando il troppo è voluto, ci si domanda nel corso della lettura, e quando no? Quando i personaggi sono paradoci, quando sciocchi e basta? Divertente e farsesca, Fay Weldon ha i suoi contro in problemi stilistici sparsi – i refusi della traduzione di Maurizio Bartocci non aiutano una struttura già frustrante e frammentaria, fatta di frequenti dialoghi telefonici e ronde inopportune – e in figure costantemente sopra le righe, spesso frivole nel loro tentativo di proporre in chiave tragicomica i tipi umani. Il romanzo, ristampato più volte negli ultimi decenni e riproposto da Fazi in una bellissima veste grafica, è una faro acceso sui lati oscuri del mondo dello spettacolo e del talamo nuziale. Ma risulta una baraonda di pettegolezzi che non fanno più gran notizia, in cui tutti vanno a letto con tutti e il dubbio serpeggia come una malattia venerea.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Grace – You Don’t Own Me ft. G-Eazy

giovedì 26 settembre 2019

Recensione: Nel profondo, di Daisy Johnson

 
| Nel profondo, di Daisy Johnson. Fazi, € 18, pp. 274 |

Ha un nome da fiaba, Gretel, ma non vive nel fitto di un bosco. Almeno non più. Ha scelto una casa un po’ appartata, in collina, e una professione insolita quanto lei: lessicografa, in ufficio setaccia parole per compilare dizionari – quando da bambina, una vita prima, era stata invece solita inventarne di nuove di sana  pianta. Il suo hobby è chiamare tutti gli obitori del circondario: cerca disperatamente tracce di sua madre, infatti, creduta ormai morta. Ora che allo specchio inizia a somigliarle, i ricordi passano a domandarle gli interessi ed è più decisa che mai a sapere che fine abbia fatto la genitrice, responsabile un giorno di averla caricata sul primo autobus condannandola all'infinita trafila degli assistenti sociali. 
Il pensiero di quella madre folle e fragile, in lotta contro l’oblio dell’Alzheimer, le ispira una caccia al tesoro. Cos’è stato di lei, e dove trovarla? Come mai Marcus, loro amico per una stagione, a un certo punto sparì nel nulla? Vivevano accanto a un fiume dal nome inquietante – Isis –, su una chiatta ormeggiata a riva. Erano allergiche alla terra ferma e puntavano a un altrove vago, irraggiungibile.

I luoghi dove siamo nati ritornano. Si travestono da emicranie, mal di stomaco, insonnia. Sono la sensazione di cadere con cui a volte ci svegliamo, brancolando in cerca della luce, certi che tutto ciò che abbiamo costruito sia scomparso nella notte. I luoghi dove siamo nati ci diventano estranei. Non ci riconoscono più, anche se noi li riconosceremo per sempre. Ci sono cresciuti dentro, sono il nostro midollo. Se ci rovesciassero come un guanto, troverebbero delle mappe incise dietro la pelle. Servono proprio a ritrovare la strada di casa. Solo che dietro la mia pelle non ci sono canali, binari ferroviari e una barca, ma sempre e solo tu.

Quella regione aveva leggi tutte sue. Innumerevoli i morti, i furti, le stranezze inspiegabili. Inutile avvertire la polizia in caso d’emergenza. Perfino la lingua parlata da quelle parti era diversa. Un lessico spiccio e volgare, che alle orecchie di un nuovo arrivato sarebbe suonato ostico quanto un idioma straniero. Donna selvaggia e inquisitoria, dotata di una sensualità esplosiva che affascinava uomini, donne e belve feroci, Sarah costringeva anche la piccola Gretel a fuggire il mondo reale. E involontariamente, in un periodo indimenticabile, irretiva anche il giovane Marcus: scappato di casa, il forestiero era in realtà nato femmina – ai tempi si chiamava Margot – ed era stato costretto a peregrinare a causa dell’influenza sinistra della vicina di casa, Fiona, che sotto un trench rosso nascondeva il sesso maschile e doti da maga. Una prosa tanto particolare quanto faticosa ci presenta pian piano questi quattro personaggi femminili: gatti selvatici, sfuggenti e sostanzialmente malfidati, che vivono un intreccio dagli echi edipici immersi in una fauna pericolosissima.

Eravamo come degli alieni. Come gli ultimi sopravvissuti sulla terra. Se in qualche modo è vero che il linguaggio condiziona il nostro modo di pensare, non avrei mai potuto essere diversa da com’ero. E la lingua che avevo imparato fin da piccola, non la parlava nessun altro. Quindi sarei rimasta sempre emarginata, sola, a disagio con gli altri. Era la mia lingua a imporlo. La lingua che mi avevi insegnato tu.

Ci sono figlie che si prendono cura delle mamme. Ci sono uomini che si sentono donne. Ci sono donne che si sentono uomini. Abbondano le profezie, i ritorni all’ovile, le relazioni morbose. Ma la suddivisione del romanzo – articolato in tre diversi piani temporali; caratterizzato dall’assenza di discorsi diretti e da soggetti che spesso si confondono – me l’ha reso un garbuglio caotico e affascinante, benché a tratti inestricabile. Deluso, mi aspettavo una lettura bella e contorta nello stile di Favola di New York; l’esordio dell’eppur talentuosa Daisy Johnson, invece, è soltanto contorto, al punto che risulta difficile scorgere fra le righe il dipanarsi di una trama. 
Possono equilibri così malsicuri convivere con una scrittura ammaliante? Forse, ma nell’immergermi nella storia ho fatto la tipica resistenza dei bagnanti in spiaggia, quando l’acqua è troppo fretta. Troppo fredda anche l’autrice. Qualcosa di torbido, fatto sta, si muove sul fondo. Un vedo-non vedo che spaventa e alletta, ma nel finale confonde fino a innervosire. Era richiesta al lettore, probabilmente, una pazienza che non ho. Pescare, d’altronde, può essere un’attività frustrante e infruttuosa; non da tutti. Soprattutto in acque nerissime. Non sappiamo mai se tireremo a galla una carpa, una vecchia scarpa, oppure un mostro marino degno del cinema di Guillermo Del Toro. Strano ma vero, strano vero, Nel profondo – con me – è rimasto in superficie.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Evanescence – Going Under 

lunedì 16 settembre 2019

Recensione: Per chi è la notte, di Aldo Simeone

| Per chi è la notte, di Aldo Simeone. Fazi Editore, € 16, pp. 280 |

Alcune estati, alcune guerre, non finiscono mai. È l’impressione che deve aver Francesco, dodici anni, vivendo immerso nella natura della Garfagnana e all’ombra del secondo conflitto mondiale. Fra i monti, in mezzo agli alberi, le notizie dal fronte arrivano smorzate. Mussolini è stato arrestato. Significa forse che la guerra è finita? Mentre i soldati tedeschi invadono le piazze del paese e le case, il protagonista sogna di costruire un fortino sull’albero e di sconfiggere una paura inconfessabile. Quella verso il famigerato Bosco delle Sorti. Un dedalo infido e pericoloso, in cui rovi e sentieri sembrano muoversi da sé come succede alle scale di Hogwarts: anche lì, inoltre, sembrerebbe esserci lo zampino del paranormale. La nonna di Francesco, tenera dispensatrice di leggende folkloristiche, gli ha parlato della presenza degli streghi. Spiriti senza pace, con una candela fra le dita scheletriche, che in cerca di una via d’uscita fagocitano tutti i malcapitati: la conta delle vittime comprenderebbe anche il capofamiglia, considerato però un disertore dal resto della comunità. Che suo padre sia rimasto davvero prigioniero? Francesco rispetta rigorosamente il coprifuoco e guarda a quel confine con un misto di ansia e speranza: varcarlo significherebbe lasciarci le penne, e soprattutto crescere. Se in una storia di formazione vecchio stile, con più di qualche debito dichiarato verso i bambini di Stephen King, il nostro piccolo eroe non potrà che avere due compagni d’avventura per fronteggiare le proprie paure: da un lato Secondo, piantagrane manesco e bellicoso che vorrebbe raggiungere il fratello maggiore in battaglia diventando l’ennesimo soldato fanfarone; dall’altro lo sfuggente Tommaso, accolto in segreto nella canonica di Don Dante – che sia un comunista allora o, peggio, un ebreo?

«Non è mica possibile». «Cosa?».
«Smettere di avere paura». «Sì, invece. Si sceglie anche quello».
«Si sceglie tutto per te?». Mi sorrise. 

Erano anni disperati: per sfamarsi si uccidevano cani e gatti e nei pozzi scoperti potevano essere rinvenuti resti umani, sangue a secchiate. Erano anni, di conseguenza, in cui cercare la magia dappertutto: davanti allo sfacelo dello Stivale, meglio fantasticare di case stregate, fate, orchi e caproni demoniaci; meglio concentrarsi su uno scontro parallelo che opponeva forze umane e forze soprannaturali alla resa dei conti fra nazifascisti e partigiani. L’esordiente Aldo Simeone, con una scrittura emozionata ed evocativa, punta tutto sulla suggestione delle atmosfere e sulla caratterizzazione dei protagonisti. 
Nato nella notte di San Giovanni, allergico all’incenso e per di più mancino, il cagionevole Francesco scambia la sua attrazione per l’ignoto per una propensione al male, quando calarsi dalle grondaie, violare le regole e inciampare in misteri e morti ammazzati è soltanto un diritto dei suoi spericolati dodici anni. Gli fa da spalla Tommaso, che parla già come un adulto e lo invita a osare con i mignoli intrecciati stretti: dopo tanto indugiare, violeranno insieme la soglia che li separa dalla radura incontaminata e dal diventare uomini?

Ogni spettro è un ostinarsi affannoso nell’impossibile, è un atto mancato che si ripete non per risolverlo o riscattarlo, ma per ripetere il proprio errore. Dalla morte ci si salva morendo, dalla colpa accettando la colpa. Questo, probabilmente, era il male degli streghi: non volersi rassegnare, continuare una guerra già persa in partenza, accanirsi in quell’unica direzione. Per la prima volta, ne provai pietà.

Qualcosa non torna, purtroppo, in un finale a corto di colpi di scena e aperto a un brusco flashforward. Fatti di lungaggini e ripetizioni, fra ritorni, fughe e ricerche continue, gli angosciosi ultimi capitoli colgono il protagonista troppo impegnato a infangarsi le scarpe nella scorribanda definitiva per partecipare alla vita dei personaggi secondari. Le cose, perciò, hanno il difetto di accadere fuori scena: quando Francesco non c’è. Ma se non tutto torna, se non tutto si spiega, è perché così domanda in fondo la ricca tradizione del realismo magico. A metà fra Il buio oltre la siepe e Io non ho paura, confinante anche coi toni dell’ultimo Fabio Bartolomei giunto in libreria, Per chi è la notte è un amaro compendio di generi ed esistenze. 
Una rievocazione color seppia, inquieta e malinconica, che guarda tanto alle ferrovie dei romanzi del Re quanto ai sacrifici di sangue dei nostri patrioti sconfitti. Alla storia di un dodicenne coraggioso, se ne affianca quindi un’altra: quella con la lettera maiuscola. Stringiamo le dita, intanto, sperando che almeno una delle due si concluda lietamente.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Marlene Kuntz + Skin – Bella ciao