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mercoledì 20 febbraio 2019

Recensione: Ottanta rose mezz'ora, di Cristiano Cavina

| Ottanta rose mezz'ora, di Cristiano Cavina. Marcos y Marcos, € 17, pp. 197 |

Dicono sia il mestiere più antico, in questo mondo in cui gli uomini smaniano per la brama di possesso e le donne, loro malgrado, hanno imparato presto a fare di necessità virtù. Sarà la storia più antica del mondo, di conseguenza, quella di cui si legge nell'ultimo romanzo dell'apprezzato Cristiano Cavina: lì dove esiste una donna di tutti e di nessuno, infatti, c'è un uomo alle corde pazzamente innamorato di lei. Basti pensare al cinema, magari alle commedie romantiche, piene zeppe di prostitute dal cuore d'oro sulla via della salvezza. Julia Roberts trasformata in gran signora da Richard Gere, Melanie Griffith tentata dalla vita di provincia per il bene del figlio di Ed Harris, Monica Bellucci riscatta da un mite impiegato dal gangster Depardieu. Accanto a loro, da oggi, mettete Sammi. Che forse una scelta alternativa l'aveva, a ben vedere, ma che in nome di un orgoglio tutto femminile ha decretato di unire il dovere al piacere, messa alle strette dalle incombenze. Se a letto è disinibita, libertina, generosissima, perché non farsi pagare? Se troppo formosa per diventare in gioventù una ballerina professionista, perché non sfruttare quelle curve a gomito a proprio vantaggio?

Siete mai stati innamorati di una puttana? Non una facile, come intendono i maschi frustrati: voglio dire, siete mai stati innamorati di una che va con gli uomini per soldi? Una normalissima ragazza italiana con i capelli neri e le fossette in fondo alla schiena, che riceve fra un turno di lavoro e l'altro in un monolocale che sa di umido e dell'odore morente di un falso gelsomino? Io sì. Che Dio mi maledica, io sì. Ed è stata la storia più pura e innocente di tutta la mia fasulla vita di merda.

Con la coda di cavallo dondolante, le punte dei piedi all'infuori e due irresistibili fossette sul sedere, la donna – insegnante di danza classica che paga il mutuo a volte improvvisandosi barista, altre commessa in un centro commerciale – attira disastri e sguardi lussuriosi a bordo della sua Vespa sgangherata. La nota così anche il protagonista, un anonimo scrittore con l'agenda stipata di presentazioni e la tendenza a dividere la vita in rigorosi compartimenti stagni: ha chiuso lì l'adorata figlia Gaia, gli schiamazzi di una separazione ancora fresca e le pratiche atipiche che gradisce a letto. L'irruenta Sammi – all'anagrafe, Chantal – se ne infischia dei paletti, e vive la loro relazione con la stessa voracità con cui negli alberghi di lusso si avventa sui buffet. I personaggi, adulti e consenzienti, si rimpinzano di messaggi romantici, foto esplicite, post-it buffi, avvinghiandosi in luoghi pubblici – il letto, in mezzo a tante trasgressioni a fantasia, li tenterà di rado – e aprendo la porta anche a qualche ménage à trois: il protagonista non parteciperà. Un po' voyeur, affatto geloso, ama guardare l'amore e la bellezza anche a distanza di sicurezza. Quanto è difficile parlare di sesso al giorno d'oggi? Colpa delle Cinquanta sfumature, che hanno trasformato l'eccitazione in ridarella. Colpa del politicamente corretto, che davanti a una storia come quella di Cavina scomoderebbe forse la mercificazione, il femminismo battagliero e altri temi caldi. Ottanta rose mezz'ora, eppure, riesce a essere spudorato senza mai diventare volgare; provocatorio e leggerissimo insieme. Il trucco: raccontare una strana coppia, e la loro ben più strana deriva, in cerca della normalità e mai del dettaglio scabroso.

Credo che sia la meraviglia a tenerci attaccati a certi esseri umani, più di qualsiasi altro sentimento. Più della protezione, più della dolcezza, infinitamente più della bellezza. Piccoli sospiri di meraviglia, casuali e improvvise escursioni fuori dalle rotte prestabilite.

L'autore riesce nell'impresa di conciliare le mille facce della coppia e di tenerle a bada. Sfacciato, potrebbe forse arrossire qualcuno, solleticare qualcun altro, non ispirare critiche negative. Sammi ha il corpo caldo e i piedi freddi, non vuole dormire abbracciata, ispira confidenze senza pretenderle, non ha amiche o familiari. Ha avuto un fidanzato per quattro anni e l'ha mollato. È finita a intrattenersi, così, con un'anima a lei affine per perversioni e disperazione: un uomo di mezza età che ha storie per tutto, mentre sulla sua glissa a regola d'arte, e nella buona sorte la vizia regalandole orgasmi sonori, ciuffi d'oleandro, Coca-Cola non in sconto. Nella cattiva, invece, la asseconda quando s'improvvisa escort per non farsi mantenere da anima viva: da autore di narrativa a cercatore di clienti – ci sono forum, parole cifrate, annunci e scatti piccanti da immortalare –, il passo è breve.

La felicità, come il sesso, funziona a dovere solo se c'è qualcun altro. Masturbarsi non è affatto male, ma a cose serve la meraviglia se si è completamente soli?

La teiera in cucina straripa di banconote. In corridoio sfilano borghesi vanagloriosi, timidi cronici, pensionati arzilli. Ma a dormire con Sammi, in fondo, di notte resta un solo uomo. Può bastargli? Su uno sfondo di bambine in calzamaglia e fondali dipinti, mentre in scena va Il lago dei cigni, Ottanta rose mezz'ora mischia con spigliatezza la fiaba e il tabù. Rivelandosi una lettura particolare ma talmente conciliante nello stile da sospendere, per duecento pagine e oltre, qualsiasi giudizio morale; una storia d'amore struggente in cui la principessa batte, il principe è un codardo e il mago cattivo, con le sue sentenze da sputare, è in agguato. Si può fare il mestiere più antico del mondo, infatti, senza sentirsi sporchi. Senza far sentire il proprio compagno tradito. Poi basta una parola indiscreta, una macchia scura sulle calze, e quel corpo statuario usato, sporcato, contorto e cullato diventa infine un inavvicinabile nodo di dolore. Il sesso non ci sta, no, in un compartimento stagno: complica tutto. Complica tutto il cuore, l'unico organo che ci fotta davvero.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ghemon – Rose viola

martedì 14 marzo 2017

Recensione a basso costo: In una sola persona, di John Irving

Sono i nostri desideri a plasmarci. In un minuto scarso di accese, inconfessabili fantasie ho desiderato di diventare scrittore e di fare sesso con Miss Frost, non necessariamente in quest'ordine.

Titolo: In una sola persona
Autore: John Irving
Editore: Rizzoli.
Prezzo: € 20,00 € 10,00
Numero di pagine: 552
Sinossi: Quando Billy, a tredici anni, entra per la prima volta nella biblioteca della sua cittadina del Vermont, è in cerca di libri su ragazzi che si sono presi "una cotta per la persona sbagliata": nel suo caso il futuro patrigno Richard, il crudele compagno di scuola Kittredge e la stessa bibliotecaria Miss Frost, statuaria, con le spalle larghe, i bicipiti robusti e un seno da adolescente. Figlio di un crittografo da cui la madre si era subito separata, cresciuto in una famiglia di uomini eccentrici e donne puritane, circondato da un cast di amici, amiche, amanti, travestiti, transgender che rifiutano di farsi incasellare in una categoria o in uno schema, Billy racconta oltre mezzo secolo di avventure tragicomiche alla ricerca di sé (e del padre). Attraverso le sue parole, John Irving mette in scena una toccante epopea sul terrore di essere diversi, sulla profonda verità delle passioni che ci abitano, sulla felice impossibilità di essere altro da sé.
                                          La recensione
L'incipit è mezza bellezza, ho scritto qualche giorno fa, postando una foto con le prime righe di In una sola persona. Se l'artefice è il magistrale John Irving, incrociato spesso al cinema – suoi, infatti, Le regole della casa del sidro e The Door in the Floor – e solo adesso in libreria, quanto di vero c'è nel luogo comune così caro ai lettori di ogni dove? Ho lasciato questo romanzo in attesa per un anno buono. Preso a metà prezzo tra i Remainders, aspettava me e il momento propizio. Il destino dei tomi corposi e dall'aria impegnativa, che incastro come posso nei rari giorni che si frappongono tra la fine della sessione invernale e l'inizio del secondo semestre. Quest'anno, però, di giorno ne ho avuto uno soltanto. E passando più tempo sull'autobus che a casa, come vi dicevo, temevo di aver fatto la scelta sbagliata. Le quasi seicento pagine di Irving erano la compagnia che volevo dopo una giornata di pasti veloci, ombrelli rotti e sbadigli nei quaderni? A sorpresa, non ne ho sentito il peso. Anzi, ho letto il romanzo in sei giorni, sulla scia di quell'inizio splendido, da manuale. Basta poco per capire i toni – tutt'altro che pruriginosi, ma senza peli sulla lingua – e l'affascinante mondo interiore del protagonista, Billy. 
La sua prima cotta, confessa, risale a quando aveva tredici anni. Allora sognò di diventare scrittore e di andare a letto con la chiacchierata Miss Frost, la bibliotecaria del suo paesello nel Vermont. Ad aprirgli le porte dell'ambizione e della modesta biblioteca comunale, il suo patrigno: un attore amatoriale che Billy guardò, per un certo periodo, con occhi adoranti. Infatuato anche del genitore acquisito, farà presto i conti con i suoi sentimenti e si angustierà con letture di intramontabili classici a tema: dalle sorelle Bronte a Flaubert, su consiglio di una bibliotecaria che ricorda la Fenech, esplorerà in lungo e in largo gli amori impossibili e le cotte per le persone sbagliate (sempre, appunto, che esistano). Billy cresce in una famiglia a metà, divisa tra donne bigotte – compresa una mamma amareggiata per via del dongiovanni che la sedusse e la abbandonò – e uomini sensibili, in pace con loro stessi. Un nonno tragicomico, ad esempio, che di giorno gestisce una segheria e la sera fa furore a teatro, en travesti. I seni posticci, i lustrini e le parrucche, però, rispondono alle esigenze di copione o a inclinazioni rinnegate, lasciate poi in eredità al nipote? 
Con l'ironia e l'eleganza di chi ci è già passato, il narratore si mette a nudo e tappa dopo tappa racconta disordinatamente la difficoltà dell'essere accettati e dell'accettarsi. Tra gli Stati Uniti e l'Europa più libertina, abbozzondo epitaffi per i caduti in Vietnam e per le innumerevoli vittime dell'Aids, In una sola persona racconta a distanza di sicurezza la sessualità e le disavventure di un accademico attratto parimenti dagli uomini e le donne, destinato a un mare più ampio in cui pescare e, per questo, a doppi dolori. A Billy piacciono le signore mature e i ragazzi vulnerabili. Perde l'innocenza con Miss Frost, divide il letto ora con la sua migliore amica Elaine e ora con il bisognoso Tom, si strugge appresso a un giovane lottatore (Kittredge, bullo conteso da tutte le sue compagne di corso) che renderà un inferno e un paradiso i suoi anni liceali. Le pagine di John Irving sprizzano intelligenza, tolleranza, armonia. Scorrono come fossero un film. S'intravedono i boa di piume, i reggiseni di pizzo sganciati con più di qualche difficoltà, le lenzuola sfatte in cui si sono rotolati gli atleti, le poetesse e le drag queen. La bisessualità è una leggenda? La teoria del gender è tabù? In una sola persona, paragonato al più noto Middlesex, è l'autobiografia fittizia di un romanziere settantenne, che si guarda alle spalle e fa una rocambolesca conta degli amanti, delle perdite, dei personaggi veri o presunti che l'hanno segnato. Il sesso è nella testa, suggerisce Irving, e non nel corpo, che a una certa età si risveglia a comando. Ognuno è a modo suo. Ognuno, in un mondo bello perché vario, è perfetto così. La vita è lunga per stabilire in anticipo chi diventerai. Forse troppo, per illuderti di trovare te stesso - e il dolce e il salato, e il sesso e l'amore - in una sola persona?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Rocky Horror Picture Show – Don't Dream It

mercoledì 29 giugno 2016

Recensione: Maestra, di Lisa Hilton

Odiare significa essere condannati alla solitudine. E se devi trasformarti in una persona nuova, la solitudine è un ottimo punto di partenza.

Titolo: Maestra
Autrice: Lisa Hilton
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 398
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Londra. Judith Rashleigh è assistente in una prestigiosa casa d'aste, è giovane, colta ed efficiente, di ottime maniere e molto bella. Ma tutto questo non basta. Il sogno di farsi strada con la propria competenza e intelligenza si infrange contro una barriera insuperabile di maschilismo, corruzione, snobismo. Perché, a quanto pare, a fregiarsi del titolo di "Maestro" possono essere soltanto gli uomini. Ma Judith non si arrende. Combatte. Con tutte le armi che ha a disposizione. Compreso il sesso e, se necessario, la capacità di uccidere. Sola, in pericolo e in fuga, Judith può contare soltanto sulla sua capacità di mimetizzarsi perfettamente tra i ricchi e famosi del pianeta e sulla sua competenza. Tra yacht lussuosi, antichi palazzi d'Europa e oscuri traffici d'arte antica e contemporanea, Judith diventa progressivamente sempre più padrona del proprio destino, nel bene e, soprattutto, nel male. Ma è un male necessario per essere indipendente, importante, rispettata. Per essere, in una parola, "Maestra".

                                                La recensione
Pubblicizzato, discusso, chiacchieratissimo. 
E, forse per quello, nessuna voglia di leggerlo.
Finché, almeno, il desiderio di una lettura scorrevole e un po' trash, nel pieno della Sessione Estiva, non mi ha spinto nell'abbraccio morbido e mortale di questa Maestra. Perché, diciamolo, che fosse un thriller rigoroso e raffinato, nonostante le promesse delle fascette, chi ci credeva? Ho avuto, per qualche giorno, la compagnia che cercavo; il guilty pleasure che, ogni tanto, sapete, mi ci vuole. Complice il primo piano dell'autrice sul Libraio – e che bella signora che è, Lisa Hilton, e quant'è preparata –, ho avuto modo di conoscere la sua spietata bambola assassina e se sono qui, sano e salvo, è perché sono sopravvissuto al randez-vous con Judith Rashleigh. Non tutti gli uomini che la incontrano, fluttuanti nel fango del Tevere o decapitati in una cassa da morto, possono dire lo stesso. C'è qualcosa che attira, in Maestra. L'aria sofisticata, la ricca biografia della Hilton – una Sgarbi al femminile, affascinante, poliglotta e londinese; “capra!”, solo di tanto in tanto – e una copertina rossa, allusiva, che può ricordare le tele squarciate di Lucio Fontana o tutt'altro. E quel qualcosa, nelle prime pagine, lo si ritrova, non senza una certa sorpresa: una voce nuova, tanta arte – la passione e la consapevolezza con cui l'autrice parla della pittrice Artemisia Gentileschi hanno dello straordinario – e la storia, all'inizio particolarmente convincente, di una colta e spavalda travette che, sottopagata e trattata alla stregua di una stagista, sceglie di usare armi lecite e non per assicurarsi una folgorante ascesa. Judith ha un armadio pieno di capi griffati che non indossa – aspetta la sua seconda vita, scopriremo presto – e un impiego alternativo, quando cala la sera: procace cameriera in uno champagne bar, si preoccupa di curare amicizie importanti e, senza che diventi però una dipendenza, si imbuca a festini esclusivi, orge segrete, per saziare i suoi appetiti animaleschi. La licenziano, così su due piedi; diventa l'amante ufficiale del cliente più affezionato del suo bar e, in vacanza in Costa Azzurra, ci scappa accidentalmente il morto; sulle tracce di un capolavoro falsificato, trascorre l'estate in Europa, seminando spasimanti e corpi in decomposizione a ogni tappa; si stabilisce a Parigi, ma per le cattive ragazze i guai non finiscono qui. A grandi linee, ho voluto riassumervi una trama intricata e surreale, tanto che è piena zeppa di sfumature, personaggi di passaggio, scorci naturali. 
Restano l'accuratezza della Hilton – che, a mio dire, è più sveglia di un Dan Brown – e una narratrice che, nonostante le assurde avventure in cui si imbarca, minaccia e seduce. Furbo incrocio tra Mr. Ripley e Lisbeth Salander – dall'uno prende le false identità e il pallino per le città d'arte, dall'altra un'infanzia tormentata e un animo glaciale -, la Rashleigh ha tacchi acuminati, impensate risorse e, fortuna grande se sei un'arrampicatrice sociale in un universo di lussi e lussuriosi, zero sentimenti. La Catherine Tramell di oggi ha un notevole stacco di coscia, il gusto per il grottesco e le smanie dei nuovi ricchi; fa cose estreme – a letto e fuori – e, in taluni passaggi, tra citazioni pretenziose e azzardati episodi da spia del malaffare, si concede grossolane cadute di stile che, però, la portano a sfiorare inesplorati picchi di kitsch. Non sarò di certo laureato a Oxford come l'autrice, però facciamo che non vi dico, a un certo punto, dove fa nascondere il cellulare alla sua trasgressiva anti-eroina? In cambio, vi rivelo che, nel corso della lettura, davanti alla presa di coscienza che gli umori di Judith sapessero di mare, ho pensato che laggiù avesse un caveau, un portagioie e, infine, una pescheria: non necessariamente in quest'ordine. Tira più un pelo di donna che un carro di buoi, lo dicevano i saggi, ed è il sesso che alla nostra protagonista procura ingaggi e grattacapi. 
Mi state dicendo che la Hilton non presenterà il romanzo in Molise?
Un sesso occasionale e con sporadici cenni di sadismo – se lo chiedete a me, Love, il porno d'autore di Gaspar Noé, è tra i film più belli dell'anno scorso: dunque, Maestra non mi ha scandalizzato – che è talmente gonfiato, con amatori sudati e panciuti, biancheria firmata e orgasmi che affaticherebbero pure la Scala Mercalli, da non risultare un caso. L'erotismo, ma anche le feste sensazionali, i viaggi “a scrocco”, gli sfondi patinati, le griffe a profusione e i vini francesi da stappare per gli apertivi più modesti... In Maestra, la raffinatezza si fa sfarzo, la sensualità barzelletta, la conoscenza affettazione – e la femme fatale, be', se li fa tutti. Però, per una sorta di psicologia inversa, mi è piaciuto, a modo suo. L'ho trovato accattivante, rapido, ben scritto, divertentissimo. E mi sono detto: bisogna saperlo prendere per il verso giusto, mentre la Hilton si sfizia a prenderci per i fondelli. Perché in Maestra, commedia nera inverosimile e pasticciata, tutto è imprevedibile, tutto è al massimo – del rigoglio, così come del cattivo gusto – e niente, colpo di scena, è buttato lì. Un erotico non potrebbe richiederti la totale sospensione dell'incredulità per caso. E, consapevole e padrone di sé anche nel trucidume di alcune svolte, mago della mistificazione, Maestra è un passatempo da ombrellone che decide di fare il filo, per insondabili ragioni, a certi romanzi anni '60 - mi viene in mente Tanto gentile e tanto onesta pare e Donne pericolose, da poco ripubblicati dalla Sonzogno; qualcuno mi cita addirittura Il cardellino, ma Judith è più a suo agio con altri volatili – e di non rivelarci, perfino nei gustosissimi twist finali, se ci è o ci fa. Nel dubbio, lettura più per lui che per lei, o per lettori comunque dotati di abbondante autoironia e stomaco forte, mi ha irretito il necessario, complice una musa che tiene sotto mira Cupido – e qualche blogger serio e spiantato, che indossa infradito da spiaggia, veste H&M (puah!) e, a volte, soprattutto se alle ammucchiate c'è il solito pienone (pure io: vado all'ora di punta), sa sollazzarsi con infamanti guilty pleasure.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey - Cola 


martedì 1 marzo 2016

Pillole di recensioni: Adieu mon coeur | Non respirare

Titolo: Adieu mon coeur
Autore: Angelo Calvisi
Editore: CasaSirio
Numero di pagine:
Prezzo: € 13,00
Il mio voto: ★★★
La recensione: Ha un titolo francese, un autore italiano, un protagonista cittadino del mondo. A farcelo conoscere, una casa editrice piccina ma in crescita che, con i suoi scrittori di qualità, le edizioni curate e quel formato tascabile che è un piacere, la scorsa estate, si era imposta come un'autentica rivelazione. Qualche mese dopo, rieccola ospite sul blog: pubblicano il romanzo di Angelo Calvisi, pensano a me per avere un parere e, questa volta, fanno più colpo loro – pop e pieni di carattere – che un libro breve e particolare, di cui poco mi viene da dirvi. La storia a frammenti di Paolo, e son frammenti sparsi, lo mostra bambino, adolescente ed adulto, nell'arco di trent'anni vissuti in giro e a pieno. Cresciuto nella provincia genovese, passa l'infanzia in oratorio, tra le partite a calcio balilla, gli amici i cui nomignoli sono tutto un programma, le prime cotte e i primi dolori: i genitori litigano spesso, le altre bambine non se lo filano, un avvenimento luttuoso è dietro l'angolo. Quattro parti, quattro decenni e, nel finale, un salto indietro. Un'adolescenza in comunità, la scoperta della musica, una moglie e un paio di figli in Francia. Ma com'è che si dice? Mogli e buoi dei paesi tuoi e, sempre parlando per proverbi della nonna, il primo amore non si scorda mai. Ecco che ritorna la spasimata Michela, che proprio non può desiderare. Ecco che la bottiglia, la chitarra e rimpianti ci fanno prima perdere e poi ritrovare. Il cuore resta – checché ne dica il titolo – e ci sono una bella struttura ad incastro, verità e nostalgia a palate, qualcosa del Nick Hornby di Alta fedeltà, del Nicholls di Un giorno, del Biglia bugiardo e avventuroso di Ti prendo e ti porto via. Le gioie del vinile e le donne, gli incontri una volta ogni morte di Papa e la non trascurabile incapacità nel combinarne una giusta. Che c'è, allora, che non va? Oggettivamente, niente: Adieu mon coeur è un amarcord tra passato e presente, con tocchi di grottesco, un colonna sonora perfetta, l'umorismo vincente, l'occhio lucido. Ma trent'anni li avrei letti ancora più volentieri in più pagine e il me a cui tanto a genio il racconto, alla fine, non sta, ha patito un po' i salti e la divisione in capitoli a sé stanti. Gradirò sempre i tipi di CasaSirio, perciò, ma mi farò un'idea pià precisa di chi sia Angelo Calvisi – professionista poliedrico e dalla biografia stermianta, da quel che leggo – con a dispostizione, si spera, un'altra storia e, soprattutto, altre pagine.

Titolo: Non respirare
Autrice: Elisabetta Pastore
Editore: Frassinelli
Prezzo: € 18,00
Numero di pagine: 244
Il mio voto: ★★½
La recensione: Spesso, ci sono libri – belli, brutti, boh – a cui non ti avvicineresti mai, se non fosse che, a promuoverli, c'è tutto un ambaradan e la firma di un editore di cui ti fidi alla cieca. La Frassinelli piace perché raramente cavalca l'onda, la Frassinelli non pubblica comuni erotici. Allora cos'era il romanzo della Pastore, sulla doppia vita di una ragazza meridionale che impara a diffidare dagli uomini, a preferire la campagna alla metropoli, a esplorare la propria sessualità? L'etichetta di romanzo erotico, in realtà, più che stretta gli sta larga, lì dove si immaginerebbero comunemente parole languide, un fare ammicante, protagonisti avvenenti. Non respirare ha invece una protagonista smilza, poco procace, e uno stile asciutto e spigoloso. Veronica, di giorno avvocato sottopagato e di notte voce a un telefono a pagamento, fa sesso alla cornetta perché a Roma non si può campare e perché il suo ragazzo è un tossico che le mette a soqquadro la borsetta. I suoi interlocutori cercano il massimo del piacere e le confessano l'inquietudine più segreta. Vive lunghe giornate e lunghissime notti. Vive due vite. Eppure resta una protagonista a metà: senza carattere. Ma ha le sue peculiarità, i suoi tratti distintivi. Disegna, ad esempio, spinta da voci che, a matita, si fanno volti. E son volti che, a volte, incrocia dove meno si aspetterebbe. La matita sul foglio è istinto basico; il sesso non è fatto ma descritto, parlato. In Non respirare, la parola assume fondamentale centralità, infatti, e i toni, carezzevoli e sboccati, non cadono nell'eccesso. La storia, sventato il pregiudizio iniziale, c'è, così come lo stile. Un eros a voce; un'esordiente promettente. Non respirare, tuttavia, convince poco. La Pastore, seppure spicchi, con un non so che del Lucarelli di Almost Blue, segue quella che chiamo la poetica dello spezzettamento: frasi e paragrafi telegrafici, nessun capitolo, un racconto racchiuso tra un punto fermo e l'altro. E, per i miei gusti, sono troppi i punti e troppo poco quello che c'è in mezzo. I sussurri di Veronica – la stessa che fa boccheggiare, venire, piangere i suoi lontani e solitari clienti – qui arriva come smorzata. La linea sta per cadere. Chi c'era davvero dall'altra parte? Tuuuu tuu...

giovedì 31 dicembre 2015

[2015] Mr. Ciak - Top 10

Buongiorno, amici lettori. Diversamente da quanto pensassi, entro l'anno, sono riuscito a stilare anche la Top 10 dei film – non ho la presunzione di dirvi che siano i migliori su piazza, ma sono quelli che penso avreste dovuto vedere, tra i tanti. L'attesa, l'incertezza - pubblicare adesso il post oppure no? -, tutta colpa di un anno, al cinema, di delusioni e di speranze mal riposte. Non mi è piaciuto Birdman, troppa forma, e le emozioni a colori di Inside Out non hanno fatto breccia. I film visti agli Oscar – The Imitation Game, La teoria del tutto, Wild – mi avevano intrattenuto a dovere, invece, ma dieci, undici mesi dopo non si fanno più ricordare dettagliatamente: per un pelo, alcuni di loro sono fuori dalle prime dieci posizioni. Nel recuperone degli ultimi giorni, ho visto cose che mi hanno colpito a sorpresa e che vi recensirò prestissimo – Per amor vostro, Love, Youth – e cose che non mi sono piaciute comunque abbastanza – Sicario e Le stazioni della fede. Sicurissimo sulle prime cinque posizioni – solo Noé, visto ieri, mi ha scombussolato il podio -, meno su quelle che restano. Riponevo speranze in altri titoli, ma il tempo stringe e, tra meno di ventiquattr'ore, sarà un altro anno e ci saranno altre storie. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori e no, non è la frase di lancio di Love. Ho fatto ordine e, blog mio, regole mie, ho inserito film distribuiti in sala e film ancora inediti. Addirittura, al primo posto, un film uscito lo scorso anno, ma così mal distribuito che l'ho recuperato solo ad aprile, in homevideo. Clicco su “pubblica”, va', prima di cambiare di nuovo idea. Ti è piaciuto fare il bastian contrario, mi direte, e nel listone che ci hai messo? Sperando che il 2016 ci riservi più gioie, nel privato e quando siamo seduti in poltrona, vi faccio tantissimi auguri di buona fine e di buon inizio. A presto, amici, e grazie ancora per la compagnia. Un abbraccio.


10. The Final Girls: Un brillante gioco di metacinema che non ci godevamo, forse, da Quella casa nel bosco. Qualche angelo dotato di abbondante autoironia, lassù, se ne procuri una copia per il Wes Craven che sempre ci manca: lo adorerebbe.
9. Per amor vostro: Napoli, e lì brilla sempre il sole, si spegne, se si accende la scintilla in Gaudino. Un lirico bianco e nero per il flusso di coscienza di una grande Golino. Un esperimento che non risulta mai manierismo fine a sé stesso, con la verità che non si discute e quelle famiglie in cui non c'è pace. Infelici a modo loro, ma anche a modo nostro.
8. Youth - La Giovinezza: Quante probabilità c'erano che l'ultimo Sorrentino mi piacesse, oltre qualsiasi mio fondato pregiudizio? Tanta poesia nelle rughe d'espressione di impareggiabili gentlemen e nella visione di un'orchestra invisibile, in mezzo a un prato. Dove tutto è musica e riconciliazione. Dove tutto è – davvero, questa volta – grande bellezza.
7. Il racconto dei racconti: Un filo teso nel vuoto e la significativa impresa di un funambolo fermo a metà. Il racconto dei racconti, facendo appello a un connaturato bisogno di suggestione, stai certo che non cade; sospeso nell'attimo.
6. Suburra: Uno di quei film che è una vergogna – ché siamo quello che siamo – e un orgoglio insieme – gli italiani sono ancora così provinciali come il luogo comune vuole? - esportare altrove.
5. Whiplash: Un Full Metal Jacket su un pentagramma strappato, che gronda viscido sudore, sangue copioso, vitale esuberanza. E tutto il resto è jazz.
4. Rudderless: Quando il peggio sembra passato, eccolo che riaffiora – con la sua faccia segreta, la vergogna – e lo si affronta, con la chitarra in braccio e le spiegazioni nel prossimo ritornello. Il commovente Rudderless mi ha rubato cuore e mp3.
3. Love 3D: Quanto sei disinibito? Quanto innamorato? Le inquadrature fisse, i corpi in moto, i giri di vite. Il fuoco dei lombi e il gelo dei cuori. I meccanismi del melodramma più struggente, prima, dopo e durante la passione. Il sesso incensurato ai tempi dell'amore.
2. Mad Max - Fury Road: Le magie di registi padroni del gioco e la settima arte che si fa pienamente spettacolo – senza trame, senza personaggi cesellati, senza la presunzione di cambiarti la testa. Al limite, quello che hai sulla testa: i capelli, elettrizzati. E il cinema – qui a livelli vertiginosi – è anche questo
1. Mommy: Ci sono giorni cattivi e giorni buoni, in cui la felicità, a portata di mano, è un'utopia in 16:9. I figli – e film come Mommy – so' pezzi 'e core.

Miglior attore protagonista:
Eddie Redmayne – La teoria del tutto
Paul Dano – Love & Mercy
Michael Caine – Youth
Migliore attrice protagonista:
Valeria Golino – Per amor vostro
Julianne Moore – Still Alice
Felicity Jones – La teoria del tutto
Migliore attore non protagonista:
J.K Simmons - Whiplash
Oscar Isaac – Ex Machina
Claudio Amendola – Suburra
Migliore attrice non protagonista:
Alicia Vikander – Ex Machina
Jane Fonda, Rachel Weisz – Youth
Jessica Chastain – Crimson Peak


Muchacha sexy:
Gemma Arterton – Gemma Bovery
Alicia Vikander – Ex Machina, Operazione UNCLE
Madalina Ghenea – Youth
Bello impossibile:
Matthias Shoenaerts – Via dalla pazza folla, Suite Francese, A Little Chaos
Jamie Dornan – Cinquanta sfumature di grigio
Michiel Huisman – The age of Adaline
Siamo la coppia più bella del mondo:
Anton Yelchin, Bérénice Marlohe - 5 to 7
Eddie Redmayne, Felicity Jones – La teoria del tutto
Jake Gyllenhaal, Rachel McAdams – Southpaw
Nice to meet you:
Alessandro Borghi – Suburra, Non essere cattivo
Dakota Johnson – Cinquanta sfumature, Black Mass
Taron Egerton – Kingsman, Testament of Youth


Sing:
Rudderless - Sing Along
La famiglia Belier – Je Vole
Spectre – Writing's on the wall
Psycho Killer:
Alba Rohrwacher - Hungry Hearts
Kevin Bacon – Cop Car
Lorenza Izzo e Ana de Armas – Knock Knock
Will you recognize me?
Jake Gyllenhaal – Southpaw
Nicholas Hoult, Charlize Theron – Mad Max
Roman Duris – Una nuova amica
I want your sex:
Aomi Muyock, Karl Glusman – Love 3D
Scamarcio, Trinca – Nessuno si salva da solo
Roman Duris, Anais Demoustier – Una nuova amica
Cry me a river:
Mommy – Ludovico Einaudi, Experience
Maggie – L'ultimo bacio a papà Schwarzenegger.
Southpaw – Jake Gyllenhaal e la rabbia del lutto
I love the way you l... die:
Malin Akerman e Bette Davis EyesThe Final Girls
La mattanza e, in sottofondo, WaitSuburra
Gli zii malefici uccisi a colpi di dildo – Deathgasm

martedì 15 dicembre 2015

Recensione: Io non ti conosco, di S.J. Watson

Non è quello che cerchiamo di fare tutti, a livelli diversi? Mostrare al mondo il nostro lato migliore e nascondere l'oscurità che abbiamo dentro? Internet rende solo tutto più semplice.

Titolo: Io non ti conosco
Autore: S.J. Watson
Editore: Piemme
Prezzo: € 19,90
Numero di pagine: 447
Sinossi: Da quando sua sorella Kate è morta, aggredita a Parigi da uno sconosciuto, la vita di Julia Plummer non è più la stessa: la stabilità che si era conquistata è in pericolo, e lei sente il richiamo del suo vecchio insidioso nemico, l'alcol. L'unica persona con cui Julia può parlare di Kate è Anna, la coinquilina di Parigi, la persona che forse conosceva Kate meglio di tutti. È lei a confidarle una cosa che nessuno sa: Kate si divertiva a vivere mille vite. Andava on-line fingendosi una persona diversa ogni volta, conosceva uomini, li incontrava. Così, Julia non resiste alla tentazione e, usando le credenziali della sorella, decide di provarci anche lei, e vivere per una volta la vita, almeno quella virtuale, di Kate, per capire cosa può esserle successo. È così che, protetta dal nome falso di Jayne, Julia contatta Lukas, uno degli ultimi amanti di sua sorella. All'inizio, lo tratta con sospetto, poi pian piano tra i due nasce qualcosa che Julia scambia per amore. Finché, quando Lukas comincia a cambiare, Julia sarà costretta a domandarsi se le mani che adesso la toccano, con dolcezza ma anche con violenza, non siano le stesse che hanno fatto del male a sua sorella...
                                        La recensione
Julia Plummer, quarant'anni non ancora compiuti, ha già vissuto due vite. La prima, che l'ha vista giovane e disinibita nella Berlino dei tardi anni ottanta, le ha lasciato il ricordo di un amore agrodolce – non c'è giorno in cui non pensi almeno una volta al compianto Marcus – e una dipendenza da alcool e stupefacenti a cui, accanto all'uomo giusto, ha detto addio. La seconda, invece, la vuole perfetta donna di casa, con l'hobby della fotografia e un talento naturale per la cucina: ha un marito facoltoso e presente, Hugh, e un nipote, Connor, che ha portato con pazienza alle soglie dell'adolescenza, come fosse figlio suo. Costante dell'una e dell'altra vita, una sorella minore, Kate, che con la sua misteriosa morte, in un vicolo di Parigi, darà il via inconsapevolmente alla terza esistenza della protagonista. Online, Julia diventerà Jayne – alter ego provocante, sensuale, senza legami – per tentare di scoprire le frequentazioni della sorella scomparsa, iscritta a diversi siti d'incontri, e dare un volto al suo pericoloso assassino. Cosa nasconde il bel Lukas, che da innocua voce in chat è diventato un amante in carne e ossa? Con chi confidarsi, se si è andati ormai troppo oltre? Nella ricerca, Julia perderà il lume della ragione; si perderà. Con il rischio di non rinunciare soltato alla vita che più le si addice – il compagno che ha cieca fiducia in lei, il figlio adottivo traumatizzato dalla scomparsa di quella madre biologica sconosciuta -, bensì a tutte e tre. In pericolo, la sua incolumità – fisica, psicologica - e tutto ciò in cui crede. A più di qualche anno dal successo di Non ti addormentare, oggetto di una trasposizione cinematografica tanto discreta quanto passata in sordina, con una Nicole Kidman in parziale spolvero e il sempre impeccabile Colin Firth, l'inglese S.J. Watson ritorna con un altro thriller. E, giacché gli editori di ogni dove sono convinti che ai lettori piacciano tutte queste assurde assonanze, Second Life diventa Io non ti conosco, con il passaggio all'italiano. Così, perché faceva pendant con il titolo precedente. Non ti addormentare mi aveva convinto, sì, ma con moderazione. Letto un anno e mezzo fa, si fa ancora ricordare per la credibilità della voce narrante, la trama contorta e originalissima – Christine, andando a letto, automaticamente perdeva i suoi ricordi – e perché il mio gatto, in quello stesso periodo, era la new entry di casa. 
Ricordo, ancora, un epilogo grossolano – in cui la verosimiglianza era messa in discussione da un colpo di scena ad effetto – e Ciro, una palla di pelo grigia che non voleva lasciarmi leggere in pace. Da me non particolarmente atteso, ma da colleghi fidati tanto apprezzato, Io non ti conosco ha sabotato uno dei miei pochi buoni propositi: ossia, quello di dedicarmi, a dicembre, soltanto a libri belli e bellissimi. Il romanzo, un malloppone di quasi cinquecento pagine, con un font adatto ai non vedenti e margini laterali in cui potrei scrivere la storia della mia vita nel tempo libero, ha un prezzo esorbitante, rari pregi e una trama da poco, che a stento dà il poco che promette. S.J. Watson, sorprendentemente a proprio agio con le narratrici donne, firma un thriller già letto, con un'altra attrazione fatale – e un altro amore infedele; tanto del cinema di Lyne, comunque – e la cornice non del tutto innovativa di queste chat infuocate. Storia da giallo di Rai Due, in parole povere, di una casalinga disperata che combatte le vampate di calore e le noie di angelo del focolare, con fantasie a occhi aperti e pensieri fedifraghi – poi debitamente messi in pratica -, nell'illusione di una seconda giovinezza. Il pensiero di trovare un perché alla morte della sorella è appena passeggero; compare una volta ogni tanto, come per scrupolo, negli incontri carnali in albergo, tutti i martedì pomeriggio, e mentre è a gambe all'aria, incerta sull'identità del suo appassionato corteggiatore. Non si empatizza con i personaggi, molto viscidi, e la complicata Julia, alla scoperta di una nuova sessualità e delle tentazioni della rete, sembra una figura post Cinquanta sfumature di grigio
Watson, uomo, non è stato così meticoloso in quel lavoro di introspezione di cui, la volta scorsa, lo avevo reputato naturalmente capace; anzi. Julia, instabile e immatura, ragiona con le parti intime. Il sogno di essere seguita e presa con la forza – ma che sogno è? - che, quando diventa realtà, somiglia più a un incubo. L'autore vorrebbe rendere la sua protagonista moderna, infatti, contraddittoria in senso buono, ma ad ogni passo sui tacchi alti Julia perde la dignità e il vero motivo della sua presenza su quel sito di incontri. A lungo sembra un romanzo erotico per signore in là con gli anni, con gli uomini che non devono chiedere mai, le cougar in tiro, questi amanti che – durante l'atto – profumano di pepe e sandalo. Sudano, beati loro, Eau de toilette? Nonostante il sesso sia presente in filigrana, ma in effetti non trovi poi ampie e minuziose descrizioni, il romanzo ha una prosa laccata – l'equivalente, al cinema, di quella fotografia che più patinata non si può – che lo rende, oltre che noioso, anche un po' volgare; quando Sulla pelle, esordio non riuscitissimo di Gillian Flynn, con i protagonisti voraci e le adolescenti precoci, il linguaggio pane al pane e vino al vino, al contrario, sapeva sedurre, a modo suo. Ci si ricorda che è un thriller – c'è scritto a mo' di promemoria sulla copertina, che tra l'altro è un collage informe che sottoporrei volentieri alla mia amica Irene; che il titolo si riferisca alla sua famosa rubrica, Photoshop non ti conosco, obbrobrio non ti temo, Paint ti amo? - sul finire, quando i colpi di scena si susseguono in fretta. E sono tanti, impossibile negarlo, anche se alcuni li avevamo indovinati quattrocento pagine prima e alcuni no. Con il rischio, anche nel suo secondo scritto, che l'effetto sorpresa metta a soqquadro la solidità della narrazione; qui, già debolissima di per sé. Per fortuna, ho gradito l'ultima pagina; quel finale aperto e senza ritorno. Io non ti conosco è un thriller senza infamia e senza lode, nelle corde dell'altrettanto mediocre e pubblicizzato La ragazza del treno. Un appuntamento al buio e con il rischio, di cui ci pentiamo per l'avventatezza della scelta – dell'acquisto – e per aver desiderato accendere la luce. 
Elementare, Watson. Qualcuno diceva così, no?
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Denmark + Winter – Every Breath You Take (The Police)

lunedì 16 febbraio 2015

Mr. Ciak: Cinquanta sfumature di grigio, Scrivimi ancora, Open Windows, Amore cucina e curry

Buongiorno, amici! Come avrete letto, mi sono liberato di Letteratura Latina a colpo sicuro. Ma il problema è che, in dieci giorni, dovrei preparare qualcos'altro. E non so cosa. Mentre le letture vanno a rilento, vi parlo di alcuni film, in un post che – se avessi avuto il tempo necessario – magari vi avrei proposto a San Valentino. Anche se soltanto Scrivimi Ancora e l'ultimo, che contiene “amore” nel titolo, sarebbero stati i più in tema della puntata. Sapete, perfino il film con Sasha Grey – l'autoerotismo è sempre una forma d'amore, no? - è più delicato delle chiacchierate Cinquanta sfumature di grigio, che ovviamente, come quando i brutti film fanno parlare troppo di loro, ho visto. Aggratis. Nel post non c'è niente di indispensabile, ma mi serviva un pretesto per aggiornare il blog. Quindi, a presto. E, se possibile, buon lunedì a voi!

Lo sanno pure le pietre di che parla. Magari, in questo momento, sul Kindle – benedizione quando si vogliono leggere libri imbarazzanti – lo sta leggendo proprio il vostro vicino di posto, in circolare. Cinquanta sfumature l'ho iniziato, ma non l'ho mai finito: li ho venduti tutti e tre su Ebay, in caso a fine visione mi fosse venuta voglia di ritornare sui miei passi. Leggendo i primi capitoli, avevo trovato che la cosa più scandalosa fosse la prosa dell'autrice: quello stile inesistente, i richiami spudorati a Twilight, quei milioni guadagnati senza possedere talento. E' pur vero che poi c'è l'elemento sesso: il sesso vende e fa parlare, ma lì era descritto male – da una, probabilmente, che non fa sesso da mai – e il bondage era uno specchietto per le allodole. Se avessi avuto compagnia, io alla festa degli innamorati sarei andato a vedere l'ennesimo Romeo e Giulietta, non di certo questa roba, ma ognuno ha la sua idea di romanticismo. Quella altrui mi sfugge. Mi aspettavo un filmaccio, ma mi aspettavo, almeno, un filmaccio che avesse qualche pregio, venuto meno lo stile (stile?) della James e potendo parlare le immagini al posto di aride descrizioni. Speranza lecita, ma mal riposta. Il difetto di Cinquanta sfumature è la sua incondizionata fedeltà al romanzo di partenza, e la fedeltà – in una trasposizione cinematografica – è negativa solo se si parla di una storia così. Si vociferava che Bret Easton Ellis si fosse proposto come sceneggiatore e che Joe Wright ne avrebbe curato  la regia, ma no: meglio rinunciarci, meglio trarre da un libro inutile un film inutile. Sam Taylor Johnson – altra sporcacciona che si è maritata con "Kick Ass", vent'anni più giovane e mille volte più figo - collabora a stretto contatto con l'autrice di tale capolavoro e, saggiamente, ci tiene a salvare i dialoghi e gli attimi più improbabili. Anche al cinema, emerge la pochezza della scrittura e il cattivo gusto dell'autrice: il suo sogno erotico prende vita, ma resta un sogno che non sta né in cielo né in terra: irrealistico, pallido, assurdo. Non ha credibilità: per fortuna, persone così non esistono. E non dico perverse; ma piatte, superficiali. Alcuni dei personaggi peggio caratterizzati degli ultimi anni, la cui presenza sarebbe perdonabile solo all'interno di un'infima soap, popolano un film patinato, che confonde l'eleganza con il pacchiano, e che con una fotografia laccata e chic tenta di velare una volgarità che in realtà non c'è. Qualsiasi serie HBO ha più sesso; il sadomaso è un pretesto per accoppiamenti noiosi e nella norma; il nudo è più ostentato che in un film medio, ma i protagonisti sono belli, proporzionati e non hanno una fisicità prorompente. Volgari sono i dialoghi, che vorrebbero stuzzicare ma riescono solo a fare scendere un gelo artico e l'imbarazzo. Lei che gli domanda cosa sia un dilatatore anale; lui che dice di non fare l'amore, ma di scopare forte (tra “scopare” e “forte”, prego, metteteci una pausa, ché fa scena). Ma sono solo parole: non vengono tirati fuori giocattoli sessuali e lo scopare forte oscilla dalla posizione del missionario, a lui che le dà due colpi sul sedere, a un trastullo potenzialmente sexy con ghiaccio e champagne. I protagonisti fanno quello che possono: non è colpa di nessuno se lei risulta un'ochetta con un'incancellabile espressione di estasi mistica, o se lui cammina come se avesse un palo su per il culo – magari ha provato per gioco, chessò, e non è riuscito più a liberarsene? - e non conosce espressioni al di là del sorriso sghembo e dello sguardo corrucciato. Dakota Johnson è una bella sorpresa: il personaggio è quello che è, ma lei, espressiva e impacciata, è disposta a coprirsi d'imbarazzo e a scoprirsi al momento opportuno. Si chiama come una salsiccia, la nonna ha recitato negli Uccelli... unite i puntini. Sta meglio nuda che vestita, i suoi capezzoli hanno più scene dei comprimari e, dotata di un fisico acerbo ma grazioso, potrebbe girare perennemente senza veli senza solleticare troppo la malizia. Il look non la valorizza, lo script è atroce, ma la cosa buona è che il film potrebbe essere un trampolino di lancio. Jamie Dornan è un bellissimo ragazzo, ha due occhi d'acciaio inox che manco le batterie di pentole di Giorgio Mastrota, ma – rigido e austero per copione – sfoggia una serie di ghigni che mostrano solo il suo sentirsi fuori luogo. I complimenti perché riesce a pronunciare battute irrisorie senza scoppiare a ridere. E capisco che il pubblico femminile andrà in cerca di folgoranti primi piani e di un potenziale nudo, ma, fanciulle, concede alla macchina da presa soltanto la vista veloce del lato b. Volete vederlo bello, carismatico, talentuoso e dannato? Recuperate The Fall. Si entra più in sintonia con il suo assassino spietato che con il suo edulcorato seduttore e lo valorizzano un personaggio intrigante, il suo naturale accento irlandese, la barba incolta. L'inizio non è male: fresco, potrebbe avere i toni di una commedia sofisticata. Se avesse posseduto autoironia e maggiore ritmo, come il pimpante e canonico incipit con I put a spell on you lasciava intuire, avrebbe divertito con consapevolezza. Il difetto sono i sospiri, gli sguardi languidi, la pretesa di serietà. Non risulta nemmeno una storia d'amore scritta da un Nicholas Sparks brillo e drogato di viagra, invece, perché manca l'elemento base: il sentimento. Cinquanta sfumature è un algido preliminare lungo due ore, con una colonna sonora pop e un erotismo impalpabile che vive soltanto della seducente Crazy in love di Beyoncé. Innocuo e superfluo, bruttino, non ha neppure i requisiti per diventare un gustoso, segreto guilty pleasure. (4)

Alex e Rosie si amano da tutta la vita, ma c'è un ma. Un'amicizia profonda e lunga che con un salto più lungo della gamba potrebbe complicarsi troppo. Così, vivono distanti e spesso infelici, concedendosi un briciolo di pace solo quando sono insieme. Sognavano di volare in America, un tempo, ma un preservativo che si rompe e lei resta indietro, con una bambina che è un dono prezioso, anche se le ha rovinato la gioventù, e un compagno che tardi è tornato per assumersi le proprie responsabilità. Lui fa stragi di cuori e si afferma nel mondo del lavoro; lei fa la mamma, la cameriera e si immagina proprietaria di un alberghetto sul mare, mentre la vita va avanti – a volte ingrata, altre miracolosa – e ora il lutto, ora un invito per nozze imminenti, li fanno incontrare a periodi alterni. Scrivimi ancora è stato il mio tentativo, a San Valentino, di essere a tema. La commedia romantica di Christian Ditter, accolta perlopiù calorosamente, mi ha fatto pensare che avrei potuto scegliere qualcosa di meglio, in quel moto momentaneo di dolcezza incondizionata. Nonostante altri ne abbiano parlato piuttosto bene, la trasposizione del romanzo di Cecilia Ahern – trasposizione che immagino liberissima – non mi ha convinto granché. I pregi: ironia, recitazione buona, comprimari strampalati che fanno il verso al cinema di Richard Curtis. I difetti: una colonna sonora simpatica e onnipresente che, veloce e condensato com'è, rende il film un videoclip; nonostante i pezzi siano tutte hit da cantare, o forse proprio a causa di quello. British, ma non troppo. Sdolcinato, ma non troppo. Per nulla indipendente, ma non mero mainstream. Le risate non mancano e la Collins e Claflin, alle prese con romanticismo, friendzone e sketch piccanti, sono belli e convincenti; meno convincente, invece, una sceneggiatura frettolosa che taglia, cuce e confonde. Dieci anni in un'ora e trenta: troppe ripetizioni, troppi tira e molla, troppe cose che cambiano mentre i protagonisti – vampiri? - non invecchiano mai. Ha difetti, una trama già sentita, ma toni sopra le righe che, a volte, hanno dell'irresistibile. Non è il novello One day – e la modesta Ahern non è Nicholls – ma, con un tocco di malizia aggiunto e diffusa spigliatezza, non è il classico melò. Una produzione senza infamia e senza lode, dunque, con due giovani stelle che, in futuro, sapranno farsi ricordare. Di certo noi non li terremo a mente come l'Alex e la Rosie di Scrivimi ancora; coppia scoppiata piuttosto graziosa, ma che nemmeno alla lontana mira a ricordi duraturi e ad inserirsi all'istante tra storici amanti del cinema rosa. (6)

Un appuntamento da sogno con la nostra attrice preferita. Una cena a tu per tu con Jill Goddard: diva capricciosa e popolare, con un'agenda piena di ingaggi e il pettegolezzo di un presunto video hard che fa chiacchierare. Quando ti ricapita, se sei un nerd smanettone che non ha niente di meglio da fare, se non gestire la fan page della stella più brillante? Ma succede che Jill cambia idea. E che, mentre stai per entrare in crisi mistica, ti contatta un hacker misterioso per farti entrare di nascosto nella vita di lei, attraverso lo schermo di un computer. Spiarla, parlarle: farle paura. Open Windows, ultimo thriller dell'acclamato Nacho Vigalondo, è in realtà il primo film che recupero del regista spagnolo. Perché la trama, che promette una Finestra sul cortile ai tempi di internet, prende? Perché la resa è originalissima? Ma no, perché nel cast c'erano due miei idoli assoluti: Frodo e Sasha Grey. Due creature mitologiche nello stesso film, che per di più ha pure spunti fighi: visione imprescindibile, dunque. Elijah Wood, bollato a vita come quello del Signore degli anelli, ci prova a cambiare. Questo, Il ricatto, Maniac: thriller a volte interessanti e a volte no, in cui lui una discreta figura la fa. Sasha Grey, furba e autoironica, bollata invece con altri lusinghieri epiteti che non sto qui a dirvi, fa lo spogliarello in webcam, ammicca e piange e, pregiudizi a parte, ammetti che come scream queen se la cava. D'altronde, era tipo la Meryl Streep del mondo a luci rosse, prima di chiudere bottega (e non solo) e di aprire – come anticipa il titolo del film – finestre multimediali (e non solo): bella e intraprendente, inoltre, ha un mistero inspiegabile. Anche se ti ha mostrato, in passato, pure i risultati intimi della sua colonscopia, ha fascino. Tralasciando questi aspetti, che potranno risultare troppo tecnici agli sfortunati profani (ma fatevi una cultura!), la struttura del film è profondamente accattivante e il colpo di scena finale, eclatante, complesso e, a onor del vero, alquanto improbabile, diverte un mondo. Vuole stupire e ci riesce, anche se la credibilità traballa. Ma chissene. Un thriller con due creature del mito, un hobbit e un raro esemplare di Sasha Grey coi vestiti addosso, poteva forse non avere la giusta dose di fantasia ed epicità? Giammai. (6,5)

Le esigenze di universitario fuori sede mi hanno reso bravo nell'arte di arrangiarmi: non dico che sia diventato uno chef provetto, ma mangio cose quantomeno commestibili. E non ricordo da quanto tempo non guardo qualcosa in televisione, poi, ma all'ora di pranzo, ogni tanto, su Cielo e La 7D, lascio che mi facciano compagnia – quando la casa è silenziosa e il vuoto rimbomba – i programmi di cucina. Non perché sia convinto, in questo modo, di imparare qualcosa. Ma perché mi piace vedere all'opera qualcuno che eccelle in qualcosa che io ignoro del tutto. E mi piace mangiare, ma a chi non piace? Quindi, vi dirò che lo sapevo. Che anche se da The Hundred-Foot Journey era misteriosamente diventato Amore, cucina e curry, da noi, sarebbe stato un film bellino, molto. Perché il romanzo, in Italia, è edito dalla Neri Pozza, che notoriamente non pubblica libri immeritevoli, e perché Lasse Hallstrom – regista tanto strapazzato, ma che zitto zitto vanta due candidature agli Oscar – ha un tocco speciale quando deve maneggiare cuori e primi piatti. La storia di integrazione e rivalsa tra due ristoranti, due culture, due pensieri non piacerà certamente ai grandi critici – sarà che i personaggi del film vanno in cerca di una seconda stella Michelin, non di universale approvazione – ma io quella volta che l'ho visto avevo gli esami alle porte, ero giù di corda e pur partito decisamente prevenuto, perché le due ore complessive mi sembravano troppe, mi sono trovato in ottima compagnia: tranquillo, soddisfatto, divertito. Tanto si perde con il doppiaggio italiano – gli accenti diversi, la musicale mescolanza di inglese e francese, attori che sperimentano una cadenza non loro – ma tanto resta. Come quella grande Helen Mirren, mattatrice eccelsa, che quando, risentita e altera, fa la francese snob ci piace quasi più del solito. Una solare Francia da cartolina, scorci di luoghi che visiteresti e di pietanze che assaggeresti, personaggi vari e numerosi che non conoscono, alla fine, cosa sia il male. E quanto è bello, ogni tanto, vedere una commedia specchio di un mondo suggestivo e un filino irrealistico, in cui la cattiveria, anche se esiste, è disposta a svanire dopo quattro chiacchiere tra gente civile? (7)

giovedì 18 settembre 2014

Pillole di recensioni #6: Io, te e la vita degli altri (Maston), La morte dell'innocenza (Baraldi)


Titolo: Io, te e la vita degli altri
Autore: Vincent Maston
Editore: Salani
Numero di pagine: 220
Prezzo: € 13,90
Il mio voto: ★★+
La mia recensione: Per le commedie francesi ho un debole, ma ne ho lette pochissime. Ci riprovo con un romanzo firmato Salani, scritto da un uomo che promette di farci scoprire un'inedita Parigi. Io, te e la vita degli altri mi ha preso alla sprovvista. L'esordio di Vincent Maston è un romanzo unico, breve, ma che poco ha in comune con i colori pesca della copertina, il titolo romantico, l'aria poetica. Un romanzo senza farfalle – nello stomaco, nei barattoli, nei punti in cui la carta da parati confetto si scolla. Una storia urbana e poco fiabesca su un trentenne preso in giro dai colleghi, veloce nel pensare e lento nel parlare. Germain è innamorato perdutamente della sua logopedista, ma incespica nelle parole. Fuga dalle frustrazioni, il metrò. Lì, calpesta qualche piede, dà spintoni, ruba il posto ai prepotenti. Finchè non scopre che ci sono altri come lui. Gli propongono di entrare a far parte della loro banda, e Germain – solitario – ne è felice. Si scioglie, inizia a parlare; ma in cambio dell'amicizia arriverà a perdere se stesso e la donna che ha conquistato. Irrimediabilmente? Maston – con una prosa senza punte di diamante - rende il suo romanzo indefinibile. Non mi è parso immeritevole, ma frettoloso. Irrisolto. Una commedia balbettante che fa sorridere, ma senza un messaggio. Che cosa apportano Germain e i suoi amici alla vita degli altri? Mi aspettavo una storia di umana comprensione e ascolto, di gentilezza. Il dramma giudiziario che colora l'ultima parte – gestita, per me, grossolanamente – è quello che dà un senso a tutto. Una riflessione sulle cattive compagnie, su giochi da grandi che sfuggono di mano. Poteva essere un interessante spunto per un noir, ma i toni dell'inizio – con gli appuntamenti e la musica pop – non permettono che viri verso quel filone. La morale arriva nelle ultime pagine, pronunciata da un papà che è voce di un lettore che non ha capito gli atteggiamenti dei personaggi. In Francia, il libro è Germain dans le mètro e sulla copertina ci sono strade; tratte ferroviarie. Il romanzo di Maston è di quello che parla. Ha poco o niente in comune con la percezione sognante che gli italiani hanno di Parigi. Pensiamo alla Francia e, per magia, spunta il paragone ingannevole con Il favoloso mondo di Amelie, che è cosa altra, splendida, inimitabile. Un'adesione maggiore al modello originale, forse, me lo avrebbe fatto vedere con occhi diversi. Mi sono trovato a leggere una storia piacevole e tutto, invece, ma che non riconoscevo. Perché non era quella che avevo scelto io.

Titolo: La morte dell'innocenza (da Eros & Thanatos)
Autrice: Barbara Baraldi
Editore: I Gialli Mondadori
Prezzo dell'intera raccolta: € 6,50
Il mio voto: ★★★
La recensione: Dopo L'amante, altre due protagoniste. Un altro racconto. Questa volta, da Eros & Thanatos. La morte dell'innocenza è affascinante, donna. La tensione – quella sessuale, quella vera – si taglia con un coltello. Incuriosisce nel giro di un attimo, con un incipt meravigliosamente brusco: segreto, privato. Chiacchiere di donne al bagno, un dialogo davanti a uno specchio che mette in luce ogni imperfezione, ogni particolarità. Cosa si dicono le donne quando vanno alla toilette? Mi è piaciuto l'alternarsi dei punti di vista di Lola e Aurora. Raccontate in terza persona, da una narratrice implacabile e subdola, saltano da un pensiero all'altro. Bello il vedere come ci vediamo noi e come ci vedono gli altri, dall'esterno. Come siamo davvero? I difetti percepiti come pregi, la bellezza femminile filtrata da occhi femminili. I vent'anni contro i quaranta - in una guerra a cena, in un duello all'ultimo successo. Venditrici, Lola e Aurora conoscono l'arte della bugia, il piacere della lusinga. L'attrazione principale, quella inespressa ma latente, è tra le due, che si sfidano e si attirano. Si piacciono. Gli uomini della storia, marginali, li usano, anche se il gioco è loro. I personaggi aprono la bocca e flirtano, come la Natalie Potman dal caschetto fucsia in Closer. Le sfumature noir, l'erotismo insano, lo spiazzante colpo di scena finale sono nello stile di una Barbara Baraldi che ha visto tanto Brian De Palma. lo, avrei voluto qualche pagina in più – cento? - ma La morte dell'innocenza è ottimo così. La tensione concentrata intorno a un solo cardine, la passione che non si spezza mai. Senza distrazioni. Conturbante. Perverso. 

sabato 12 luglio 2014

Mr Ciak #39: 12 film random² (Teatro da camera e teatro da macchina, erotomani e cowboy, less happy families and more happy days)


Buongiorno, amici! Altra carrellata di film con Mr Ciak. E no, non li ho visti tutti nello scorso weekend. Avevo un po' di mini-recensioni da smaltire, lo ammetto. Alcune vegetavano da tipo un anno sul mio pc in una cartella saggiamente intitolata “mini-recensioni da smaltire”. Chiaro. Questa volta, il guardatore-compulsivo-e-bionico che è in me mi ha detto di parlarvi, da bravo, anche di film già usciti, al cinema o in dvd. 1) I disponibili: la scoperta LockeLovelace, Two Mothers, Insidious 2, Noi 4, Disconnect, Un giorno speciale. 2) Gli inediti in ItaliaThanks for Sharing At Middleton, che potremmo anche vedere; Some Velvet Morning che non vedremo mai. 3) I Coming SoonUn milione di modi per morire nel west e Cattivi vicini – usciti negli USA un secolo fa, arriveranno furbamente da noi tra la fine dell'estate e l'autunno. Di brutti, questa volta, non ce ne sono. Di imperdibili, be', per me solo quello con Hardy. Un giorno speciale, recuperato ieri, si aggiunge al post così, su due piedi. Massacrato in rete, fischiato a Venezia, a me è piaciuto un casino. Mi ha lasciato una sensazione fortissima. Forse scompare, ma oggi la sento. Chissà. Tutti godibilissimi, in generale. Le sufficienze - piene o no - abbondano.

Locke: Periferia londinese. La sera, le luci dei lampioni, pioggerellina. Un uomo sale in macchina. Parla con un po' di gente a telefono e rassicura tutti. Il traffico è scorrevole. Giungerà a destinazione il tempo di perdere tutto e di guadagnare tutto. In un'ultima, significativa chiamata con il più importante degli interlocutori, scoprirà il mondo in un pianto. Locke c'è quasi. La destinazione è raggiunta: basta seguire quel grido. Domani è un altro giorno. E' una gran persona, Locke. Un omone con gli occhi buoni che lavora per gli altri. Ha un nome parlante. Lock(ed). Chiuso. Nel film, è prigioniero di una solitudine piena di gente, di una malinconia piena di amici, che si fa manifesta nelle chiacchierate immaginarie con un padre morto. Eroe di tutti i giorni, il protagonista è una persona onesta in un mondo di squali. Vuole rubare pezzetti di cielo, piegare la crosta terrestre sotto il peso di grattacieli ben costruiti. La sua hybris brilla di buone intenzioni, la sua impresa titanica è un folle volo. Ma abbandona tutto per non lasciare sola una persona più debole delle altre. Ha solo sé stesso e un volante al quale si aggrappa, come un Cristo alla sua croce industriale. Le immagini sono di un noir buio, ad alta velocità. Il regista gioca con lo sfarfallare delle luci, il rumore del sorpasso. Il ritmo è quello di un thriller. Locke, con il look da Collateral e l'idea di Buried, è un film bello, metaforico. La corta odissea di un uomo, il viaggio della vita. La tensione si accomula nei punti giusti, o in quelli sbagliati. Mi aspettavo esplodesse in un finale alla ricerca del sensazionalismo. Invece quell'ultima chiamata di un'altra donna è la pace. La discesa di una notte senza lupi che non deve per forza fare paura. Solo, un intenso e magistrale Tom Hardy regge il film. Ride, si arrabbia, si commuove senza mai togliere il piede dall'acceleratore. Il suo film non ha silenzi ed è fatto di un volto che vive di increspature, smorfie, espressività. Danno ritmo le voci sparse dall'altra parte del filo. Io ho avuto gli occhi lucidi. (8)

Un milione di modi per morire nel West: Simpatico, intelligente, riuscito. A metà tra la parodia e il remake in chiave comica, è un buon intrattenimento che promette e dà quello che il buon MacFarlane può. Risate, effetti visivi, un cast di serie A, geniali crossover – occhio agli intrusi Django e Ritorno al futuro: cult istantanei! Mollato dall'odiosa ragazza, un nerd del selvaggio west scopre il coraggio e l'amour accanto a una bella sceriffa criminale. MacFarlane scrive, recita e dirige e riesce in tutto. La Theron, spensierata, è più bella e disinvolta con gli anni. La Seyfried – nel ruolo di un'antipatica cronica – si prende in giro (e viene presa in giro) per i suoi occhi enormemente enormi. Neil Patrick Harris, istrionico e con la faccia da schiaffi, usa i cappelli altrui come water e si diletta in mitiche e ben coreografate scene da musical. Volgare, ma non troppo. Originale, ma non troppo. Consigliato a chi ama (o odia) gli spaghetti western alla Leone. (6,5)

Cattivi vicini: I tizi di quel film fuori di testa che è Facciamola finita tornano col solito Rogen. Pare di vederlo in un sequel non dichiarato di Molto incinta. Goffo e infantile, ha messo su casa, ha avuto una bambina. Penseranno i suoi vicini a rendergli la vita infernale e a ricordargli com'era: sballarsi, essere giovane, stare alzato fino a tardi. E lui, che sabota le loro feste, li fa riflettere sui rimpianti e le occasioni mancate. Amo quel tipo di comicità – volgare, sopra le righe – e il fatto che ci fosse una storiella carina a far da cornice è cosa buona. I personaggi si completano, il no-sense si spreca. Tra tutte le partner di Rogen, Rose Byrne è la migliore. Ormai esperta di film "home invasion", si diletta con una specie di Insidious comico, no? I due sono il cuore del film, ma il mondo universitario, con le luci e i rumori di Project X, fa un po' disgusto e parecchio invidia. Spicca Dave Franco, tra i giovani, e Efron è funzionale nelle scene con Rogen. Così diversi, muscoli contro trippa, sono forti. (6)

Noi 4: Ambientato in 24 ore, rapisce per la voglia che ha di raccontare un giorno come tanti nella vita di gente come tanta. Il regista del fresco Scialla è bravo nel dirigere un cast di persone che, si nota, si sono volute bene davvero nell'arco delle riprese. Attori perfetti, famiglia imperfetta, in una Roma di scavi e scuole pubbliche. Una commedia dai toni agrodolci su un tredicenne che deve sostenere l'esame di terza media con attorno una mamma che lavora troppo, un padre che lavora troppo poco, una sorella che sogna il teatro. Messo a punto con semplicità, ha un cast che ci crede. La Rapport – memorabile in La sconosciuta – ha un severo accento russo e nevrosi buffe, Gifuni è paterno, la giovane Guidone ha un controllo invidiabile, Francesco Bracci – con la voce profonda e il cipiglio già d'adulto – è un Germano imberbe. Familiare, surreale, tenero, nostro. (6)

Un giorno speciale: Hollywood avrebbe preso questo film con un titolo da temino e l'avrebbe reso una commedia romantica. Invece, diretto in maniera originale, con una Roma livida e lirica, diventa qualcosa di più e qualcosa di meno. Uno spaccato tutto frammenti di vita reale, con un intreccio lieve e un finale amaro. Piccolo dramma on the road per adolescenti che racconta cose note e vere. Un giovane autista che scarrozza una giovane starlette. Entrambi in prova. Entrambi raccomandati. Lei è stata conciata come una sposa bambina per incontrare un politico importante. Potrebbe uscire dallo studio con un posto in tv e senza dignità. Ha smesso di mangiare, ha seguito le dritte di mammà. Lui ha avuto un destino simile, ma non sogna: si accontenta. S'innamorano in quel pomeriggio trascorso insieme per Via del Corso. Quei due giovani Travolti dal destino si vedono per come sono per un istante, e il giorno dopo? Una macchina, due attori, le generazioni post-Moccia. Un messaggio arcigno e disincantato, in una pellicola che ha sorrisi da commedia e una chiusa spezzata. Schifosamente aperta, ma realistica. Perfetto il cast. Scicchitano, gentile, belloccio e sensibile, merita il successo. La Valentini, stupenda e in gamba, mica recita. Parla con la macchina da presa come fosse un'amica. Naturalissimo, tutto. (7)

Thanks for Sharing - Tentazioni Irresistibili racconta le storie di un gruppo di newyorkesi che hanno fatto del loro gruppo di sostegno una casa. Uomini e donne di tutte le età, in preda ad allettanti spettri: sex addicted. Calibrato mix di commedia e dramma, ha il sempre formidabile Mark Ruffalo, perfetto nei panni di un uomo fragilisso e stanco, che ha amato troppo e male. Adesso si è innamorato di una sexy Gwyneth Paltrow che non è ancora pronta ad affrontare gli scheletri di un passato così promiscuo. Il suo mentore,Tim Robbins, è un veterano del gruppo: dovrebbe aiutare gli altri, ma chi aiuta lui? Poi, il goffo Josh Gad, dalla vita che va a rotoli: licenziato, con un armadio pieno di film hard e una nuova amica “da salvare” col volto di una P!nk sorprendente. Una commedia che mostra un'umanità delirante che tocca e dà da pensare. Consigliato, per una serata piacevole e in compagnia di grandi attori. (6,5)

At Middleton: Sono un ignorantone: leggendo il titolo, ho pensato a una specie di documentario sulla famiglia di Kate. E sul lato B di Pippa. La Middleton di questo film è un'università. Questa è una comunissima storia di figli che vogliono fuggire via e di genitori che vogliono fuggire via da figli che, a loro volta, sono in fuga. Chiaro, no? Una storia di ragazzi che si sentono adulti e di adulti che vorrebbero sentirsi ragazzi, eternamente. La pellicola è una di quelle con tanti dialoghi e pochi attori. Brillante, divertente, colma di tanti tipi d'amore. Amori che restano, amori che vanno. Un Andy Garcia piuttosto ingrassato, ma poche volte così leggero. Una Vera Farmiga bella e naturale. E, se c'è una cosa più bella della Farmiga, è la Farmiga che ride. Qui ride tanto, insieme allo spettatore. Il fascino pazzesco di quelle storie d'amore che durano un giorno e basta. (6,5)

Insidious II - Oltre i confini del male: Ho adorato Insidous. Nel sequel, ho avvertito la presenza di Wan per tutto il film, come un inquietante personaggio che spia tutto. Infesta la sua intera cinematografia con la sua presenza, sinistra e riconoscibile. Oltre i confini del male è un buon film horror, piacevole e con piccoli colpi di scena aggiunti, ma è quello che meno appartiene al gusto di Wan. Il primo era un ritorno all'horror puro. Se i colori troppo netti e marcati di questo mi hanno lasciato interdetto, non l'ha fatto la sceneggiatura, che permette agli spettatori di chiarire dubbi e a Wan di togliersi sassolini dalla scarpa. Si viaggia e s'interagisce con il passato del protagonista e con i diretti avvenimenti del primo film. Inoltre, si rievoca il passato di una delle figure più macabre che popolava Insidious. Si strizza anche l'occhio all'ironia nera di Dylan Dog. Manca di carattere. (6)

Some Velvet Morning:  Fred si presenta alla porta di Velvet. Si sono amati. A pagamento, gratis. Il film, con le atmosfere del teatro da camera, è incentrato su di loro. Tra le e lui scorre una tensione che non ti spieghi. Potrebbe esplodere da un momento all'altro. In un bacio, in un amplesso violento, in un delitto perfetto. Film fatto di due attori come ghepardi e un appartamento. Introspettivo, teatrale, è una messa in scena sobria e dalle svolte impreviste, con dialoghi forti, un linguaggio crudo, attori calati nella parte. LaBute firma e dirige il lavoro dei bravi Stanley Tucci e Alice Eve. Lui, volgare, imborghesito, fastidioso. Lei, seducente, criptica. Un'autopsia sentimentale, soffocante e indigesta, in cui l'amore è farsa. Non ho capito se mi è piaciuto. Mi sono sentito preso in giro. Non mi capitava da una vita, quindi bho? (5)

Two Mothers è la storia dell'amicizia tra due donne, che vivono in un angolo di paradiso. S'innamorano l'una del figlio dell'altra. L'esplodere della passione non li allontana. Come in Laguna Blu, i protagonisti vivono sospesi: solo d'estate. Un film sensuale e sempre in bilico. Mai volgare o esplicito, diretto con delicatezza da una regista che danza con le immagini, immortalando paesaggi da cartolina e regalando l'interpretazione di due attrici ottime: la Watts e Robin Wright. Sbrigativa la seconda parte. Le due sono troppo giovani per un copione che, da mamme, le vorrebbe anche altro. Un film pretenzioso, di classe, con un cast di super-belli, ma che due raffinate interpreti e una regia ineccepibile salvano dalla parvenza di una soap chiamata La rivincita delle MILF. Patinato e spesso fine a sé stesso. (5,5)

Lovelace: Non bisogna essere dei frequentatori assidui di YouPorn per conoscere il suo nome. Erano i primi anni '70 e lei era l'icona di una rivoluzione. Tutti la conoscevano come Linda Lovelace, Gola Profonda. Il film è suddiviso in due parti. La prima è frivola, superficiale; la seconda è vista dagli occhi della protagonista stessa. Il candore della Linda venduta come carne da macello è reso grazie alla buona prova di Amanda Seyfried. Sensuale e innocente, toccante e disperata. Tra le scene più notevoli, la fuga di una Linda in abito bianco, con il marito alle calcagna, da una stanza piena di uomi che aveva occhi, mani, bocche solo per lei. Un Peter Sarsgaard luciferino, una Sharon Stone irriconoscibile, notevoli cameo sparsi. Poteva essere un gran bel film, ma osa poco, prendendo una strada troppo edulcorata, ma onesta. Questo è. Una profana agiografia non tutta da buttare. (5,5)

Disconnect: Internet non ci ha mai resi così vicini. Internet non ci ha mai resi così lontani. Connessi col mondo, disconnessi da noi stessi. Di questo parla Disconnect, del potere dei social, dei danni delle chatroom, dell'apatia dei 15 anni. Vite che si sfiorano e si scontrano, ora con furia inumana, ora al rallenty: quella di un diciottenne che vende sesso in webcam; quella di una coppia straziata dalla perdita; quella di un ragazzino spinto a commettere un gesto spaventoso. Mi ha colpito la fluidità con cui queste trame vengono fatte incontrare e collidere, la raffinatezza dei sintagmi incrociati, l'aria che vibra per i colpi della tragedia. Un film dall'impalcatura fragile, ma che sa reggersi bene per quasi due ore. Ammetto di averlo concluso sinceramente emozionato. Folgorato da cose belle e da cose brutte. Notevole la regia, che fa del film un misto tra Crash e Crossing Over. Ancora più notevole il cast. Disconnect fa fare pensieri importanti, e ci ricorda che pensare è importante. (7)