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mercoledì 29 novembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: The Disaster Artist, Wind River, Final Portrait

Greg, la faccia d'angelo di James Dean e una San Francisco che non crede in lui, vorrebbe fare l'attore. Troppo timido, troppo dimesso, ha bisogno di un miglior amico come Tommy Wiseau: il fenomeno da baraccone della sua classe di recitazione, con un indefinito accento dell'est Europa (anche se giura di essere nato a New Orleans) e introiti inspiegabili (contante a non finire, case dappertutto, ma di un impiego neanche l'ombra), gli fa infatti da spalla e promotore. Giurin giurello, mignoli intrecciati, e in nome del loro affetto lo invita a Los Angeles; gli scrive un film su misura. Girato in tempi biblici, assurdamente costoso, The Room rimarrà nella memoria collettiva come uno dei peggiori film mai realizzati. Scritto male, diretto peggio, ispirato a Tennessee Williams eppure involontariamente ridicolo. Il biopic al cinema dovrebbe essere un genere rigoroso, serio, patinato. Dovrebbe meritarselo qualcuno all'altezza. Si può fare un bel film – una commedia che farà senz'altro faville ai prossimi Golden Globe – ispirandosi alle gesta dell'Ed Wood dei nostri tempi? Si può far bene, anzi benissimo, partendo dalle peggiori premesse? Sì, si può. Tommy Wiseau ci mise la faccia e i mezzi. Checché se ne dica, ci mise l'amore. Per il proprio ego spropositato. Per una settima arte in cui lascerà l'impronta, ma non come avrebbe voluto. Un po' come lo strano caso di James Franco: paradossalmente ha adattato Faulkner e Steinbeck, in tempi e festival recenti, non rimanendo impresso. Questa volta invece, scemo ma con innata intelligenza, caratterista strepitoso, miete consensi all'unanimità. A unirlo a Wiseau, il fatto che un po' ci sia e un po' ci fatta; il mettersi in gioco a tutto tondo dirigendo e recitando. E come Wiseau parla, sghignazza, si muove: un conte Dracula dagli occhi di ghiaccio, i capelli unti fino alle radici, che sbaglia le battute, ha violenti attacchi di gelosia e, fra una grassa risata e un'emozione inattesa, sa regalargli a sorpresa il miglior ruolo dai tempi di 127 ore. Sarà che Franco, vulcanico e contraddittorio, ha due anime di solito inconciliabili. Quella trash, che qui trova a scatola chiusa terreno fertile. E l'altra più nobile, che legge e riscrive la letteratura americana a piacimento: in questo The Disaster Artist ricerca con successo, così, un'epica tutta sua, le avventure più sconsiderate, i desideri di gloria contro i mulini a vento. Particolarmente nel suo, l'attore impersona un giullare esilarante, disperato, che ha sprezzo del ridicolo e le mani bucate. Con i suoi soldi da buttare può comprarsi l'amicizia di Dave Franco (e di comprimari o comparse che comprendono Rogen, Hutcherson, Efron, Cranston, la Stone e la Griffith), le sale vuote di Hollywood, ma non i sogni. Che non stanno nel proverbiale cassetto. Che non distinguono, nel suo caso, il fine dal mezzo. Le risate buone da quelle cattive. Un applauso da un fischio. Il trionfo, appunto, dai dolori del disastro. (7,5)

Le orme conducono al cadavere di un'adolescente pellerossa. Mezza nuda, abusata, ha corso per dieci chilometri prima di morire assiderata: annegata nel suo stesso sangue. Da chi fuggiva? Jeremy Renner – di solito spalla da poco, qui protagonista tormentato e convincente come mai prima d'ora – imbraccia il fucile, si mimetizza, e va a caccia di felini e assassini a sangue freddo: la giovane vittima e una figlia morta allo stesso modo, invendicata, sono accomunate da un simile destino e da una lunga amicizia tra i banchi di scuola. Con lui, nuovamente nella stessa squadra dopo le poco fantastiche avventure degli Avengers, il dolce e agguerrito agente dell'FBI di una Elizabeth Olsen che, per colpa di una sceneggiatura che non approfondisce, a tratti sembra purtroppo un pesce fuor d'acqua: impreparata alle temperature in picchiata, al maschilismo, alla cattiveria vera. Dopo Sicario e Hell or High Water, Taylor Sheridan – al suo esordio alla macchina da presa, già premiato per la miglior regia a Un Certain Regard – torna con un terzo film di frontiera. Gli riconosco ancora una volta un grande talento, una lodevole propensione per un cinema alla Clint Eastwood, ma è ancora una volta che non mi convince fino in fondo. E non so perché. Wind River è un western atipico, ad alta quota. Un thriller che ai colpi di scena sensazionali e all'ironia dissacrante di Fargo preferisce il piglio rigoroso delle storie vere. Potente nelle immagini e nelle razioni al dolore. Artico, ma accorato nei drammi umani. Si scava nei problemi familiari della vittima, in una vita amorosa di cui in pochissimi sapevano, nello sporco ben celato del candido Wyoming. Si parla dei contro dell'immobilismo, della noia che genera mostri; della (mancata) integrazione delle poche riserve indiane rimaste in piedi. Di senso di colpa, vendetta e infinita crudeltà. Quella di una Madre Natura che non guarda in faccia nessuno. Quella dei nostri simili, che ti sbranano se gli volti le spalle, dando poi la colpa ai lupi. (7)

In posa per il pittore Alberto Giacometti. Italiano a Parigi, amico-nemico di Picasso e Chagall, artista minuzioso e cronicamente insoddisfatto. Mani fra le ginocchia, mento basso, sguardo fisso. Vietato accavallare le gambe, vietato sorridere, vietato alzarsi prima della fine della seduta. James, scrittore americano in vacanza con un ritorno da posticipare all'infinito, ha l'onore e l'onere di fargli da modello. Immobile, all'inizio incuriosito e poi semplicemente stremato, viene osservato e a sua volta osserva: il disordine nello studio del pittore, la doppia relazione con la moglie e l'amante, la collaborazione con il fratello Diego. Final Portrait, ambientato qualche anno prima della sua morte, racconta la lunga gestazione dell'ultima opera lasciata in eredità al mondo. Il ritratto dell'americano sarà ultimato e cancellato ogni volta. Perché l'artista, capriccioso e sboccato, fragilissimo, riteneva fermamente che non esistessero ritratti finiti. E film così, che d'arte e incompiutezza vorrebbero parlare, loro malgrado vanno incontro a esiti simili. Si ha l'impressione, infatti, che finiscano senza neanche cominciare. Rush, impeccabile e somigliante istrione, porta le tempere, le bizze e un umorismo caustico tipicamente britannico. Armie Hammer, pare in odore di nomination per l'atteso Chiamami col tuo nome, mette la voce conciliante e quella sua bellezza noiosamente squadrata. Ancora più di loro, eppure ugualmente in parte, brilla la sorprendente regia di uno Stanley Tucci dall'altra parte della barricata: elegantissima, mai laccata, con la caligine malinconica del cinema d'oltralpe e la palette di colori di un Tom Hooper. Colto, teatrale, riuscito a metà, Final Portrait è il biopic atipico che descrive non i drammi del pittore, ma gli alti e bassi del processo creativo. Dalla creazione, in novanta minuti appena, perciò il fascino, gli sbaffi di colore e, purtroppo, la ragionevole monotonia. (6)

giovedì 28 aprile 2016

Mr. Ciak: The VVitch, Nonno scatenato, Il cacciatore e la Regina di ghiaccio, The Boy, The Night Before

Allontanata dalla comunità di appartenenza, una famiglia puritana si sposta in una fattoria del New England. Fuori, il granaio e un bosco in cui è vietato inoltrarsi. La sorella maggiore, Thomasin, gioca sul prato con il più piccolo dei suoi fratelli: bubù-settete, e il neonato scompare in un lampo. Le continue sparizioni e i misteri che si rinnovano conducono proprio all'adolescente, pallida e seducente. La madre è sospettosa, il padre pende dalle sue labbra, i gemelli chiacchierano con un caprone nero e accusano la sorella di adorare il Maligno, il fratello in pubertà è segretamente attratto dalle sue scollature profonde. Stregoneria? The Witch, acclamatissimo e subito annunciato come horror dell'anno, ha più di qualche falla nelle trame, colmata però dal potere della fascinazione – che risulta, in definitiva, immensa – e da una colonna sonora che si concede picchi agghiaccianti. Cupissimo, ha una fotografia impeccabile e la quiete apparente del cinema che più stupisce da queste parti: quello indipendente. Pensato come racconto per non dormire, oscilla tra il dramma domestico e la fiaba nera. I quadri sapientemente cesellati di una famiglia che cresce all'ombra di un Dio vendicativo, di un Medievo che ritorna, mi hanno ricordato i quattordici piani sequenza che componevano l'interessantissimo Kreuzweg – Le stazioni della fede e la suggestione di un The Village: ascetismo, superstizione, follia. Flash onirici, brutture, incubi ad occhi aperti. Leggenda o verità? Angoscioso e ambiguo, pretenzioso giusto un po', The Witch è una tragedia a tinte fosche, febbricitante ma preoccupantemente verisimile. Psicologicamente infallibile, anche se già proposta altrove. Comunque, mai così. Nella maniera personale, e forse troppo greve, del cinema di nicchia. Si rimangia la promessa della paura, dunque, ma attrae e destabilizza: meno emotivo di un The Babadook, più sensato di quel buco nell'acqua di It Follows. Per tutto il tempo, così, ti domandi: cosa sto guardando? Ed è così ben realizzato, recitato con tanta di quella naturalezza, che il dubbio è un piacere scellerato. Non il capolavoro annunciato a gran voce, proprio no, ma l'opera prima di un esordiente di razza. Uno di quei rari horror per palati fini, che in sala non troveranno mai posto, d'estate. (7)

Vedovo di fresco, un pensionato convince il più giovane dei suoi nipoti a seguirlo in uno spensierato viaggio verso una landa tropicale piena di sole, alcolici e modelle in bikini. Non è forse un paradiso la lontana Daytona, durante lo spring break? Di certo non per il responsabile Jason, trascinato dal nonno in una delle sue ultime missioni: istruire il nipote sui miracoli del carpe diem e, soprattutto, darsi al sesso riparatore con un'universitaria a caccia di facoltosi attempati. Dirty Grandpa è stato definito, e non a caso, un trito, sboccato e spiccio cinepanettone statunitense: sbronze, doppi sensi, chiappe al vento, peti fragorosi e chi ne ha più ne metta. Zac Efron viene spogliato, deriso, croficisso: gioca al meglio le sue carte – fisico scolpito e karaoke che ricordano a quelli della mia generazione, con un moto di vergogna sottile, i duetti di High School Musical – e, a sorpresa, si rivela una buona spalla comica. Con lui, parte fondamentale della strana coppia, il nonno sporcaccione del titolo: un Robert De Niro trashissimo, al meglio del suo peggio, che in camicia hawaiana e in una libera interpretazione dei ruoli di Boldi, rischia di mettere una pesante pietra tombale sopra i capolavori che costellano la sua carriera; piace di più, tuttavia, che nei panni di vecchi mafiosi o, ancora, dell'antipatico feticcio di David O. Russel. Meglio fermarsi, caro Bob, prima di un altro passo falso che somiglia preoccupantemente a un'altra commedia da poco come questa? Per alcuni, non c'è dubbio: la risposta è sì. Per me, che lo reputo autoironico e furbissimo, non proprio: come dicevano i latini, “pecunia non olet”. Condiscono qualche gag politicamente scorretta, trivialità e mercanzia in mostra, tre bellezze: l'adorabile Zoey Deutch, la leziosa Julianne Hough e, su tutte, una maialissima Aubrey Plaza. La commedia demenziale su un demente per patriarca è ritrita e spiccia, becera. E, qui e lì, mi son proprio ma proprio divertito. (6)

"Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?" Quattro anni fa, lo specchio dava ben due risposte – le punte kitsch di Mirror Mirror, l'epos non per palati fini di Biancaneve e il Cacciatore – e, a lasciare stupiti, era quella che vedeva vincere, in una gara di bellezza e acume, la principessa guerriera di una Kristen Stewart che non aveva ancora preso lezioni di recitazione. Come poteva, inespressiva e mascolina, sconfiggere la splendida Charlize Theron? Serviva un prequel/sequel, con il per sempre felici e contenti già agguantato, la strega assassinata e l'ex Bella Swan che, nel frattempo, si è data con stupore generale ai film da festival? Scontata la risposta, esile il pretesto. Lo specchio di Ravenna, all'interno del quale è imprigionata la sua anima, rende folle chiunque vi sia vicino. Come l'anello per Frodo, porta tormenti e avventure alla squadra che, seguendo gli ordini di un Sam Claflin di passaggio, devono distruggerlo. L'impresa è nelle mani di Eric, ancora una volta impersonato da un Chris Hemsworth che si destreggia discretamente tra martelli e scuri: cos'è successo alla sposa del Cacciatore e dove è stato allevato per diventare chi doveva diventare? Si introduce, allora, la storia della Regina di ghiaccio: una variante psicotica e fragile della Elsa di Frozen, interpretata da una buona Emily Blunt in lotta, però, con l'ancor più b(u)ona Theron. Nonostante la presenza di un'altra rossa da me amatissima, quella Jessica Chastain qui troppo sprecata, a vincere la disputa è la modella sudafricana, che, senza l'accigliata Kristen nei dintorni, non solo tiranneggia ma porta questo secondo capitolo dalla dubbia utilità a risultare un po' più coinvolgente del precedente. Perché, sì, a me Il cacciatore e la Regina di ghiaccio ha regalato due ore che non richiederei indietro: movimentato, dark e, complice la presenza del nano di Nick Frost, spassosissimo. Una scatola di star infiocchettata con stile, con un terzetto di prime donne che sono una gioia per gli occhi - e per i costumisti di ogni dove. (6)

Greta trova lavoro nella casa sbagliata. Cosa c'è di meglio di una villa nella campagna inglese, di un ruolo da tata che comprende vitto e alloggio e di due padroni di casa affabili e generosi? Gli Heelshire nascondono un segreto: il bambino di cui Greta dovrà prendersi cura è un fantoccio. Ci sono regole ferree da seguire, e una di queste prevede che la protagonista tratti Brahms come fosse un bambino di carne e ossa. The Boy, thriller d'atmosfera firmato da un giovane regista che già ha fatto danni nel mondo dell'horror, è trascurabile ma non pessimo. Spiccano una regia stranamente raffinata, gli interni labirintici della villa, sprazzi affascinanti. Ha un'idea bella, ma mal gestita. L'incipit, canonico ma citazionista, ricorda le prime pagine dei romanzi d'appendice ottocenteschi: giovane di belle speranze in un mausoleo di misteri. Le scenografie, allo stesso modo, strizzano un po' l'occhio ai deliziosi orpelli gotici di un Del Toro e il tentativo di fare del silenzioso Brahams la nuova Bambola assassina, per fortuna, non è stato azzardato. The Boy, così com'è, ma spostato al passato, sarebbe stato un prodotto gotico senz'altro più accattivante. Mancano la volontà e la consapevolezza, mancano le eroine di Henry James. Lauren Cohan, che ha un sorriso bellissimo e poco altro, interpreta un personaggio dalla psicologia spiccia. In lei, reduce da una gravidanza interrotta, il senso materno si risveglia bruscamente e per caso. I comprimari, inservibili, non hanno la scintilla. Tra ricercati cliché, un andamento prevedibile e qualche spauracchio non andato a buon fine, questo The Boy né bello né brutto, ma scritto troppo di fretta, tenta l'effetto sorpresa con un twist ad effetto, anche se già visto in un horror piccino, australiano, che però non vi svelo... Annacquato il finale, furbastra l'idea di lasciarsi aperta la porta di un sequel che vedrei aspettandomi solo il peggio. L'inanimato Brahms, spettrale e maestro degli sguardi in camera, offre comunque la performance migliore. (5)

La festività per eccellenza che prevede imbarazzanti reunion e tradizioni familiari da cui mettersi in fuga, a volte, presenta delle costanti che fanno eccezione, perché non infastidiscono e, miracolo, non vengono a noia. Qual è il segreto di tre amici che si prendono un notte per rinforzare il loro legame e tornare per un po' i ragazzini brilli e leggeri dei bei tempi andati? Essenzialmente, ci dice The Night Before, droghe libere, cicchetti a volontà e feste blindatissime. Trentenni ed eterni Peter Pan, i protagonisti danno il via a un alcolico amarcord che sembra qui e lì una riscrittura demenziale (ma non troppo) di A Christmas Carrol. C'è chi si prepara a diventare papà; chi, giocatore di basket, non si rassegna al pensionamento a suon di anabolizzanti; chi, musicista senza arte e senza legami, rivive il trauma della morte dei genitori. Per fortuna, ci sono le sostanze stupefacenti – e le risate assicurate. Destinato all'homevideo e ribattezzato Sballati per le feste, The Night Before, con quel popò di cast e alla regia lo stesso autore del toccante 50 e 50, da noi non passa in sala – quando invece il mio spirito del Natale agonizzante avrebbe assai gradito – e viene bollato come un The Hangover a tema. Me lo aspettavo dai neuroni affumicati e caricaturale, sconclusionato, e da amante della comicità di un The Interview la cosa mi andava pure a genio: i cameo che non ti aspetti, le battute antisemite e un politicamente scorretto che si tempra con il romanticismo, però, non mancano. L'esilarante Seth Rogen e un Joseph Gordon-Levitt dai tempi comici a me sconosciuti formano un affiatato terzetto insieme ad Anthony Mackie, e inseguono Lizzy Caplan, Mindy Kaling e il destino, in una barzelletta sotto sotto un po' vera in cui Miley Cyrus fa da damigella d'onore, un bicurioso James Franco invia foto oscene al solito "compare" Rogen, e Michael Shannon, mai così inedito, fa da pusher e angelo custode. (6,5) 

mercoledì 13 aprile 2016

I ♥ Telefilm: 11.22.63 | Shameless VI

22.11.63 è stato il romanzo che, dopo anni di silenzio, mi ha fatto riavvicinare a Stephen King. Con le sue storie ci sono cresciuto ma, nella prima adolescenza, ho preso strade che, alla fine dei conti, non ci hanno allontanati troppo. Quando avevo diciassette anni, e da allora non è passata poi tanta acqua sotto i ponti, la pausa di riflessione tra di noi è finita grazie a quest'ucronia ambiziosa, mastodontica, indimenticabile in cui un uomo qualsiasi accettava di prendere sulle proprie spalle un fardello staordinario. Da quel romanzo, tra i miei preferiti e tra i maggiori capolavori del mio prolifico zio del Maine, il la per questo blog e per una miniserie evento, andata in onda da febbraio ad aprile. Otto episodi per ottocento pagine. Dandoci alle proporzioni, un'ora ogni cento pagine e la vicina possibilità che, per una sacrosanta volta, un'opera del Re subisse un trattamento d'eccezione. Tanto belli i suoi romanzi, tanto brutte le trasposizioni. La trama vede al centro un mite professore di Letteratura che, dal suo ristoratore di fiducia, riceve un'impensata eredità. Una porta della solita tavola calda altro non è che un varco spazio-temporale. Ora sei nel 2016, e l'attimo dopo eccoti a spasso nel 1960. Dove i colori sfavillano, le ragazze a bordopista desiderano un ragazzo che le inviti a ballare e gli uomini, sbarbati e profumati, portano i completi eleganti. Jake si scopre felice in un'epoca in cui lui non è ancora nato. Ha, però, un compito da portare a termine e forze che gli mettono i bastoni tra le ruote. Il tracollo è avvenuto dopo l'assassinio di Kennedy: da lì i russi, il Vietnam, perfino l'attentato alle Torri Gemelle. Deve stabilirsi per tre anni a Dallas, perciò, e sventare il piano del sicario. Nessun uomo è un'isola, e Jake coinvolge nell'impresa l'adolescente Bill e la bella Sadie, bibliotecaria minacciata da un marito psicotico. Se il battito d'ali di una farfalla genera un terremoto dall'altra parte del mondo, cosa possono un'amicizia e un amore che nascono da un paradosso? Con il beneplacito dell'autore in persona e J.J Abrams a produrre, la serie Hulu è attenta, curata, ben realizzata. Rispettosa e con volti chiesti in prestito al cinema. Sarah Gadon, deliziosa, nasce qualche film fa come nuova musa di Cronenberg e ricorda, qui, le bionde degli storici noir. George MacKay, squattrinato aiutante, e Daniel Webber, un Oswald umano e corruttibile, sono due volti freschi su cui puntare. Accanto al caratterista Chris Cooper, un James Franco che si impegna, ma che risulta un Jake tutt'altro che perfetto. La sua faccia da suola, però, tutto può. O è proprio quella faccia da suola, l'espressione sorniona che di solito trovo simpaticissima, a limitarlo? 22.11.63 è una rilettura pertinente e completa dell'opera. La trasposizione che un King assai sfortunato in TV, vedi il pessimo Under The Dome, meritava. Però, nonostante il lavoro di costumisti e scenografi, l'impiego di un cast discreto e nessuna pagina maltrattata, da un gran romanzo non viene fuori una grande produzione. Mancano i riferimenti alla bibliografia del Re e, soprattutto, quel sentimento impossibile che rende "le cicatrici di vaiolo graziose come fossette". Mancano la consapevolezza e una personalità stilistica forte. Non il gusto, né le lacrime ballerine in un finale agrodolce. Leggendo, io, lo immaginavo come Intrigo Internazionale. Lo avrei voluto diretto e musicato da un maestro del brivido ancora più grande. Jake, in un altro impossibile viaggio all'indietro dei tuoi, fa' tappa nel regno di Hollywood: ci prometti che racconti le prodezze dell'intreccio di King al signor Alfred Hitchock? (7)

Momento attesissimo è il ritorno dei Gallagher in città. Miei adorati. Quelli che, se non ricordi quel che è successo nelle puntate precedenti, ti mostrano il dito medio e che da sei anni ti consolano a modo loro. Tu che ti lamenti della tua famiglia, dimmi, l'hai mai vista la loro? A gennaio, con tutti i motivi del mondo per dirne di cotte e di crude su quel che resta della mia, li ho trovati dove li avevo lasciati. Numerosi e splendidi, accalcati sul portico. Questo, all'indomani di una stagione che si era fatta perdonare le svolte più dolorose e una Fiona  preoccupantemente simile a Frank, il suo papà alcolista e delinquente. Ci sarà mai una stagione intensa come la quarta, che mi aveva spezzato il cuore, logorato il fegato e portato a baciare i piedi ai creatori? Chi può dirlo – la settima è stata già confermata -, ma quella andata in onda quest'anno su Showtime ha gli stessi pregi e gli stessi difetti di quella che l'ha preceduta 365 giorni fa. Nel pilot lascia amareggiati l'arrivederci di Mickey, il bullo omosessuale che, a sorpresa, aveva amato l'instabile Ian di un amore fedelissimo. E' dietro le sbarre, si fa uno sgrammaticato tatuaggio sul petto perché anche lui porta i Gallagher nel cuore, chiede al fidanzato di aspettarlo. Ci si riprende in fretta dalla sua rinuncia al ruolo di regular, però, e si segue indulgenti Ian che gli volta le spalle per qualcun altro. Il rosso bipolare scopre la vocazione per il prossimo – vuole diventare paramedico – e frequenta un pompiere che lo rende migliore. Parlando di sentimenti, allora, sono fortissimi quelli tra Fiona e Sean. Ma il suo capo, che giura di avere messo la testa a posto, appare troppo perfetto per essere vero. Kevin e Veronica, genitori, rischiano invece che la loro attività tracolli e dicono in coro di sì a un esilarante ménage a trois: Svetlana, tu dove dormi? Il brillante Lip è colui che questa volta, invece, subisce le conseguenze dell'essere un Gallagher nel Dna. Il sangue, d'altronde, non mente. La sua relazione con una sexy docente universitaria è a rischio, il suo mentore chiede tanto e ci si accorge che lui, festaiolo e promiscuo, beve un filino troppo. Gli exploit, invece, toccano ai piccoli di casa, Debbie e Carl: ormai adolescenti, possono avere diritto a una storyline tutta loro. La prima, irritante ma vera, accoglie la cicogna e la venuta di responsabilità di notevole portata. L'altro, carcerato per fare contento papà, torna in libertà con le treccine afro, una bella coetanea da conquistare e il desiderio di una conversione che ha del paradossale. Frank, be', resta Frank. Manca a tratti il mordente e, più spensierati del solito, i Gallagher si godono una tregua con la vita, che risulta bella finché dura. Il season finale darà loro, inutile dirlo, le inevitabili batoste. A stringerli insieme, la paura di perdere una casa sommersa dagli avvisi di sfratto – cosa sarebbero senza un tetto? - e due possibili fiocchi rosa alla porta. Si calca poco la mano su alcune svolte, forse, ma il bello è lo spazio concesso ai personaggi secondari – ogni anno, da tradizione, si fa a turno per le luci della ribalta – e il fatto che nemmeno loro, estremi e selvaggi, possano vivere ogni giorno al limite. Così si comportano da famiglia. Così, per un po', vivono vite normali osando, immaginandosi al riparo dal temporale che bagna Chicago. I Gallagher, ho pensato, sono diventati meno problematici di me. E, da amico di lunga data, per nulla invidioso, sapeste quanto sono stato contento per loro. (7,5)

sabato 31 ottobre 2015

Mr. Ciak - Speciale Halloween²: The Green Inferno, Spring, Knock Knock, True Story, Coherence

Io e mio fratello – in particolare lui, appassionato di quel Cannibal Holocaust che conosco bene grazie a digressioni attente delle sue – lo attendevamo da due anni. Quando i siti a noi cari l'hanno annunciato, i trailer hanno voluto mostrarcene un pezzo, ma rimandi e controversie varie hanno fatto sì che, per problemi di distribuzione, restasse inedito fino a quest'autunno. Quando, censuratissimo e anticipato dal solito tran tran, in contemporanea mondiale, ha fatto il suo debutto nel Paese che ha dato i natali al Ruggero Deodato che Eli Roth – canaglia a cui vogliamo bene dai dei fasti sanguinosi di Cabin Fever – ha voluto ricordare a modo suo. La trama la conoscete: un gruppo di giovani volontari, in volo sulla foresta dopo una missione umanitaria, precipita nel campo di una tribù locale, dedita alla protezione dell'ecosistema e al cannibalismo. Sapete perciò quel che c'è da aspettarsi: litri di sangue, tensione, le urla dei prigionieri in gabbia. Tuttavia, nonostante il divieto ai minori di diciotto anni e voci di fantomatici svenimenti in sala, il sangue scorre in maniera moderata – si aspettano quaranta minuti per la prima uccisione, la più dettagliata, e poi abbondano fuori campo furbastri – e il dramma, la crudeltà aspettata, sono stemperati in siparietti assurdi che fanno scordare, strada facendo, perfino i pochi lati positivi. The Green Inferno parte piano e tardi, dando spunti interessanti che poi riprenderà solo nell'epilogo, per me un po' stucchevole: manca la denuncia dell'originale e i personaggi mediocri, che lo spettatore desidera veder morire dal primo all'ultimo, fatta eccezione per una Lorenza Izzo dagli occhi spiritati e ammaliatori, non sono capaci di reggere la baracca. Perché Roth, che piace perché terra terra, all'inizio si agghinda di ingiustificata serietà. Okay, uno dice, ci si abitua; ma, dopo uno scorcio di dramma che ha del realistico, eccoli lì. Terribili e involontari siparietti comici, tra attacchi di diarrea e fame chimica, tentativi di masturbazione e fuga, che fanno pensare più all'ultima, lercia commedia di Neri Parenti – lo conoscete Vacanze di Natale in Amazzonia? - che a un atto di ossequio verso una pietra miliare. Queste tribù fuori dalla civiltà, perciò, ha maggiore buon gusto di un Roth volgarissimo e paradossalmente timoroso. A volte, l'omaggio sembra avere i tratti dell'oltraggio; e quanto dispiace. (5)

Evan, californiano, abbandona gli Stati Uniti per l'Italia. Alle spalle, lascia un lutto e qualche debito: è povero in canna, vive giorno per giorno e, una volta atterrato, sceglie la Puglia. Louise, di origini italiane ma con un inglese perfetto, è bella e riservata: ha un occhio verde e l'altro castano, non torna tardi la sera, ha paura di innamorarsi. Nella sua città, muoiono misteriosamente numerosi randagi e, ogni primavera, approdano i turisti stranieri. I due protagonisti si conoscono, passeggiano, si piacciono. Ma lei ha un segreto da proteggere, lui soltanto una settimana per amarla. In uno speciale dedicato ad Halloween, cosa ci farà mai un melodramma indie di quelli che tanto amo, con i lunghi piani sequenza, le confidenze intime, il sentore dell'addio sin dalla prima sequenza; l'inizio che, al solito, suona come un lui incontra una lei? Spring è la trilogia di Linklater – essendo naturale, realistico, romantico – secondo Lovercraft. Una variante horror di Prima dell'alba, in cui il paranormale, in unione a un'originale mitologia, dà un brivido in più e la nostra bella Polignano a Mare – già al cinema, in questo periodo, con Io che amo solo te – offre scorci affascinanti, ma mai stucchevoli: vuoi la fotografia imprecisa, vuoi quelle ombre antiche che tingono di profondo rosso il sentimento tra due che si appartengono, ma non potrebbero. Si sa: io apprezzo gli amori fatti di tante parole e pochi fatti e indagare il soprannaturale. E i giovani Justin Benson e Aaron Moorhead, registi e autori di questa piccola rivelazione,sembrano avere confezionato per me una specie di ibrido ideale – un gradito regalo - con i ritmi lenti e le battute ironiche, i protagonisti convincenti e gli amori che, a ogni plenilunio, cambiano squame. Guidati da loro, neanche i quasi esordienti Lou Taylor Pucci e Nadia Hilker – tedesca, nonostante le forme mediterranee – appaiono senza timone. E dopo Twilight, preso in giro ma a capo di un nuovo filone tra il romantico e il paranormale, era estremamente difficile parlare della storia tra un umano e un'immortale, stando attenti a mode che uniformano, vuoi o non vuoi, e a miscugli che suscitano ilarità. In Spring, fieramente indipendente, si è così volentorosi da prendere a riferimento altri modelli, anche se inconsueti, e così sagaci da rendere credibile il magico. Prima offrirsi un gelato come una coppia qualsiasi, poi discutere dei difetti di un'esistenza secolare e dei pregi dell'invecchiare restando fermi. Spring è molte cose, ma soprattutto il boy meets girl più originale dell'anno. Allora il torto più grande che possa farti, in un'ultima notte tra le rovine di Pompei, non è farti dormire con la luce accesa, spaventarti. Ma spezzarti il cuore. (7,5)

A anni di distanza dal secondo Hostel, dopo numerosi film scritti e prodotti e una serie televisiva – l'affascinante Hemlock Grove – da lanciare, il buon Eli Roth torna, nello stesso anno, nello stesso post, non con uno, ma con due nuovi lungometraggi. Se The Green Inferno, con le aspettative elevate e gli alti rimandi, appare una delusione su ogni fronte – fuori luogo, poco brillante – questo Knock Knock, invece, visto appena il giorno successivo, sa fare leggermente dimenticare l'indicibile pochezza della riproposizione di Deodato e esempi di grottesca comicità involontaria. E, paradossale ma vero, con una trama all'apparenza più pruriginosa e uno svolgimento che poteva prestarsi alla cara, gratuita mattanza, qui Roth – sempre modesto: inutile specificarlo – sa però mostrare i piccoli segni di una maturazione giunta in ritardo e una scrittura che diverte senza grosse esagerazioni. Scelta curiosa. Perché Knock Knock – storia del perfetto padre di famiglia che, una notte, decide di darsi al sesso a tre con le ragazze sbagliate – ha un incipit da commedia sexy e lo svolgimento, procedendo con la visione, di un home invasion in cui i cattivi indossano la gonna corta e la vittima, comprensibilmente incapace di resistere a un corpo stuatuario, è un uomo per bene, sedotto e tormentato. Il cast è di bellissimi che, a onore del vero, se la cavano – accanto alle ninfette assassine Izzo e De Armas, il Keanu Reeves senza età. Ma, e con Roth ci sarebbe da aspettarsi l'esatto contrario, le torture raramente sono corporali: Knock Knock è un divertente thriller psicologico, una commedia nera; un onestissimo B movie che, nella sua ora e quaranta, si regge a dovere, con una dose di malizia che – questa volta – sopperisce alla mancanza di gore. A tratti, sembra un Hard Candy che va meno per il sottile – credete al fatto che queste due conturbanti diavolesse siano ancora minorenni? - o comunque un Funny Games da poco: patinato, ben musicato, ma anche dozzinale e rapido come piace a noi. Per tutti coloro che, sbagliando, pensano che un Eli Roth senza sangue e viscere sia come un cielo senza stelle. (6,5)

Due valigie ripescate nelle acque dell'Oregon. All'interno, il cadavere di una donna e di una bambina. La storia dell'omicida Chris Longo arriva alle orecchie di Mike Finkel, valido giornalista del Times dalla reputazione in caduta libera. True Story – annunciata storia vera sulle intime confidenze tra un autore fallito e un assassino che ha tutto da perdere – è un nevoso crime da Sundance, realista e teso. Cosa ci fanno in un faccia a faccia pieno di ritmo Jonah Hill e James Franco? A sorpresa, una gran bella figura. La strana coppia non perde mai credibilità e, in un trasfert freudiano che ha regole sue, si intrufolano l'uno nella vita dell'altro. La loro amicizia pericolosa, nata in interrogatori diventati corsi di scrittura creativa, è così intricata ed intrigante da sembrare finzione; ma, a volte, la realtà supera la fantasia, e in un mondo in cui i pozzi della cronaca nera offrono il petrolio più denso, l'esordiente Rupert Goold ci mette i volti giusti e tanto impegno. Il difetto che è che da True Story - il romanzo, targato Piemme, sarà in libreria a breve - alla fine ci si aspetterebbe un colpo di scena che non arriva. Con il rischio di risultare inconcludente, ma con l'abilità di saperti portare, dopo i momenti da cinema, coi piedi per terra. Ci si ricorda che è verità quando il coup de theatre non arriva e quando si realizza che quel criminale – qui interpretato dal Franco più in parte degli ultimi tempi, eccellente – è di vera carne. Dall'altra parte del vetro blindato, un Hill ineditamente serio e misurato e una dolcissima Felicity Jones. Ma il titolo, in fondo, annunciava una storia vera. Con tutte le incongruenze del caso. Con tutto ciò che non sapremo mai. (6,5)

Viaggi nel tempo e paradossi logici: ingredienti base dello sci-fi misterioso di cui non posso fare a meno. Coherence – girato con pochi spicci a casa di amici, ma messo in pratica dopo dieci anni di meditazione - aveva congetture stuzzicanti e recensioni positive. Cosa ci fa un altro te, in una o cento case fotocopie della tua? L'esordio di Byrkit non può certamente vantare interpreti di prima scelta, ma ha dalla sua teorie inquietanti e suggestive. Nella prima ora, perfetta, ho visto il grande potenziale; nel tempo rimanente, invece, il mistero si fa fine a sé stesso – stupisce, ma sfugge il senso della situazione – e, come dirlo senza svelare troppo?, si eleva a protagonista la bella Emily Baldoni e la forza della sua scelta, in una sorta di cupo Sliding Doors in cui puoi decidere tu quale porta aprire e quale vita lasciarti alle spalle. E mi sarebbe andata anche giù, la cosa, se solo avessi avuto più familiarità con il personaggio; se solo le figure che popolano le case tutte uguali di Coherence avessero avuto modo di raccontarsi allo spettatore. Ognuno ha i suoi ritmi, e Coherence ha dalla sua un ritmo forsennato, ma l'autore ha riposto troppa fiducia nell'effetto sorpresa, scarsa cura nella coerenza di relazioni e rapporti. I personaggi, così facendo, risultano figurine stilizzate, sprovviste della terza dimensione. Problema di una certa importanza, per me, se si decide di girare in interni limitati e con un cast ristretto. A un certo punto, nel film, si spiega il paradosso del gatto di Schrodinger: c'è un gatto, in una scatola, con un veleno mortale accanto. Il gatto è vivo o morto? Il gatto è vivo e morto, o così ho capito, più o meno, finché non apri la scatola e lo scopri da te. Ecco, Coherence mi piaceva di più nell'incipit, a scatola chiusa. (6)

mercoledì 7 ottobre 2015

Mr. Ciak: Enemy, Dove eravamo rimasti, Ritorno alla vita, Magic Mike XXL, Reversal, A Royal Night Out

“Ti hanno mai detto che sei tale e quale all'attore di quel film?”. Una domanda come un'altra e la giornata di Adam, mite professore, prende una piega surreale. Recupera i film in cui il suo doppio famoso ha lavorato come comparsa, e si intrufola, pian piano, nelle giornate di quell'aspirante stella che vive di rari ingaggi e delle motivate gelosie di una compagna in dolce attesa. Tanto il primo è modesto e abitudinario – stesse spiegazioni a scuola, farneticazioni a proposito di equilibrio e caos -, tanto il secondo è continuamente in cerca di stimoli: se la compagnia della moglie non dovesse bastargli, nella tasca della giacca ha la chiave di un club esclusivo à la Eyes Wide Shut. Enemy – chi è il nemico di chi si scoprirà solo alla fine – è un altro film dell'ottimo Denis Villeneuve che, in attesa di vedere quel Sicario che sta conquistando i più, ho finalmente recuperato. Due è il numero magico. Perché due sono i Gyllenhaal – identici, anche se la differenza tra loro è nello sguardo: ora basso, ora sfrontato – e Enemy, ispirato a un romanzo di Saramago, è il suo secondo film che guardo dopo Prisoners. Il secondo girato in lingua inglese; il secondo con quel Jake sempre più bravo nel cast. Lì, il suo detective dagli occhi grandi e con simboli massonici sulla pelle era una mezza incognita senza soluzione; qui – convincente e inquieto due volte – ha un ruolo che intriga e confonde al quadrato. Apparentemente tradizionale nello snodo di una trama hitchckockiana, il thriller psicologico del canadese Villeneuve sorprende, però, per una resa all'avanguardia – il montaggio forsennato e la fotografia sgranata – e per una sequenza finale che, quando tutto sembrava avesse un perché, lascia a bocca spalancata; che diavolo di senso ha? In rete, per spiegare quello che è considerato uno degli epiloghi più strani degli ultimi anni, fioccano supposizioni e libere interpretazioni – dalle fantascientifiche alle psicoanalitiche. Come il poster lascia intendere, la soluzione è da ricercare, per me, nella mente: lì, dove si stagliano i grattacieli, un latente complesso di Edipo, l'incapacità dell'uomo contemporaneo di stabilire relazioni durature, la paura dei ragni. Nel mito, creatura a otto zampe metafora di madri e donne: pensate ad Aracne, tramutata in insetto, o a Narciso, ossessionato dall'altro sé stesso riflesso nelle acque del lago. Pensate alla presenza di tre personaggi femminili dall'importanza capillare – l'amante Laurent, la moglie Gadon, la mamma Rossellini – e al “cigno nero” che, nel migliore Aronofsky, in quello stesso lago cambiava il piumaggio. Il tutto, nell'assurdo incubo di essere uguale a Jake Gyllenhaal. (7,5)

Ricki, di giorno cassiera e di notte star su palcoscenici di periferia, non ha più l'età. Per rimediare ai tanti errori, perché non partire dalla famiglia che ha abbandonato? Tra outing, matrimoni e tentati suicidi, cercherà di capire cosa si è persa quando ha dismesso i panni di genitrice. Dove eravamo rimasti è una commedia familiare che, con coerenza, dà il poco che promette. Diablo Cody, che ha perso smalto e irruenza dai tempi di Juno, scrive bene e poco: una trama gradevole e dialoghi convincenti che si concentrano in una prima parte equilibrata per perdersi, poi, in una seconda metà in cui c'è chi, tanto, regge il timone. Se l'ultima mezz'ora scivola a suon di canzoni famose e inerzia, la prima parte – prevedibile, ma non in senso negativo – a sorpresa non è lo show di Meryl, qui scatenata e dalla voce graffiante. Si ha bisogno di lei successivamente, ed ecco che un istrionismo leggendario colma le lacune, ma nelle cene imbarazzanti e nei freddi ritorni all'ovile c'è chi tiene testa a quell'ironico tornado in pantaloni di pelle: Rick Springfield, rocker dal cuore d'oro; l'ex marito Kevin Kline; la figlia Mamie Gummer, a testimoniare che la mela non cade mai lontana dall'albero. Il lavoro di Demme, regista premio Oscar, è nei dettagli; quello della Streep, apparentemente leggera, in quello che non c'è scritto in un copione risicato. Ci si diverte tanto per divertirsi, senza pensare alla stagione dei premi che verrà. E anche quella che per me è la più grande attrice vivente, oggi, può permettersi il privilegio di un'ora d'aria. Per dimostrare che è streepitosa, anche quando riprende fiato. (6,5)

Scrittore, durante una tempesta, investe due fratelli: uno resta ucciso, il maggiore sopravvive. In undici anni riassunti in due ore – uno dice poche, ma pesano – una nuova compagna e la rinnovata ispirazione, l'amicizia con la famiglia della vittima e il percorso verso il perdono. Ritorno alla vita, dramma esistenzialista del Wim Wenders, ha in copertina il nome di un regista di richiamo e un cast che ha subito attirato la mia attenzione. Ambientato in una America luminosa e candida, affronta un tema diffuso e angosciante: neanche il mese scorso, in un paese vicino al mio, è accaduto infatti qualcosa di simile. Un padre di famiglia, di ritorno dal mare, ha ucciso sul colpo una quindicenne che, in quel momento, attraversava la strada per cercare il suo gatto. A casa mia, ci siamo disperati. Nell'ultimo Wenders, il senso di colpa si percepisce ma non trova valvola di sfogo. Dilatato in decenni che mostrano i protagonisti sempre uguali, una peba che va attenuandosi piano. Film raffinato, ma emotivamente costipato, è una parabola discendente di dolore e dolori che non convince quando si parla, soprattutto, di quello vissuto da Tomas – impersonato da un James Franco con un piglio che varia poco, e dal sornione all'annoiato. Apatico anche il resto del cast: una Gainsbourg svuotata, una McAdams che fa da comparsa. Lui scrive e rimugina. Lei disegna a qualche volta piange. Pensierini elementari, per un film essenziale: delicato, con il rischio di essere impalpabile. Si patisce molto la prima ora, che scorre lentissima, ma poi si fa perdonare per il legame sottile tra il protagonista e il bambino, ora adolescente, che riuscì a salvare. Parlando di come uno sfortunato attimo possa stravolgere la vita, il film dura una vita - o così sembra, autoriale e sonnolento - e non resta per più di un attimo. Supportato da un'eleganza che non lascia l'occhio indifferente e attutito dalla neve che cade. (5,5)

Quando il 2015 ha già mostrato quanto sia cattiva l'idea di realizzare sequel senza utilità di film di grande successo, a farmi cambiare idea è l'arrivo del secondo capitolo di un film che, qualche anno fa, non mi era piaciuto. E non perché fosse essenzialmente intrattenimento per signore – il pubblico diviso, la puntuale scusa del “non è per te” vale solo per i film brutti – ma perché Magic Mike, storia di un manipolo di spogliarellisti alla ricerca di un posto nel mondo, diretto da Soderbergh e impreziosito dalla performance di un McConaughey già in odore di Oscar, aveva un'infondata parvenza di autorialità e la scusa del sogno americano. Con la perdita di centralità, spazio allora per una dimensione corale in equilibrio, cameratesca e rilassata, e per sketch su sogni segreti e su quello che le donne, in cuor loro, vorrebbero: si ride di gusto con Manganiello che, mentre i Backstreet Boys cantano in sottofondo, tenta di sedurre la cassiera dell'autogrill o con gli accenni, in pista, alla Vogue di Madonna. Magic Mike perde così per strada un grande coprotagonista, un (quasi) grande regista, ma sorprendentemente ne guadagna di sveltezza, allegria e onestà. Apre le porte a qualche personaggio femminile – la maitresse Jada Pinkett Smith, l'imbarazzata Amber Heard, la casalinga Andie MacDowell – e, coi personaggi in crisi e in procinto di appendere il perizoma al chiodo, ha tutta l'aria di un amichevole viaggio on the road, gaio e mascolino insieme, in cui nobile missione della squadra di Channing Tatum è regalare un sorriso a signore tristi. La trama – gli stripper noti diretti a una convention – è ridotta all'osso, ma ammicca e allude senza pretese. E c'è una specie di poetica in quello che fanno, sapete? Un conto è l'amore, un conto è il sesso: altro paio di maniche l'essere desiderate, coccolate, la vanità risvegliata per un po'. Perciò, mariti indaffarati, non siate gelosi di questa commedia danzereccia, con meno carne in mostra e più coreografie, con meno distrazioni e più voglia di svago. (6,5)

Una giovane donna schiava di un predatore sessuale. Uno scantinato che è la sua prigione da due anni. Non ci è dato sapere come abbia trascorso il tempo all'inferno: Reversal – a ottobre anche al cinema – parte lì dove l'horror trazionale finisce. Nei primi cinque minuti, la protagonista si ribella al suo aguzzino: lo ferisce, ma non scappa. Legandolo con un cappio, si lascerà condurre in una ricerca nel cuore della notte: un radicato senso di colpa la spinge ad agire, e ci sono altre prigioniere che hanno bisogno di lei. Nel film, che parte con un incipit spiazzante e dopo si perde, la bella Eve scoprirà che ci sono vittime e vittime, traffici di donne e che, per ogni guardiano dello zoo, c'è un cacciatore in agguato. Ma gli eterni dubbi legati alle scream queens di ogni dove non solo restano ma si duplicano e, dopo un prologo serissimo, la piega che prende convince e non. Come nell'ultimo dramma dei Dardenne, si procede porta a porta, casa degli orrori per casa degli orrori, in un gioco di ruolo manovrato dall'alto, forzatamente, e con regole nebulose. Neanche l'elaborato montaggio – con filmini delle vacanze mirati a spiegarci l'identità dei personaggi – serve a dare spessore a ciò che l'esiguo minutaggio toglie e a ciò che svolte non condivisibili annullano. Un horror, in cui la ragazza di turno è più forte di cattivi di passaggio, da prendere così com'è. Caratterizzato da una regia curatissima e aiutato dalla buona prova di Tina Ivlev, protatonista “bad ass” con un complesso dell'eroina esagerato, si rifà a un certo cinema degli anni settanta – è, infatti, un “rape e revenge” al contrario e una variante dei funzionali thriller on the road – e diverte un po' nel viaggio, con la durata contenuta, i personaggi tagliati con l'ascia, promettenti sequenze d'apertura destinate a non avere sbocco. (5,5)

Sul finire di Il discorso del re, Giorgio VI sconfiggeva balbuzie e pregiudizi, diventando idolo di un popolo inglese pronto a combattere. Con un salto nel tempo, la guerra è finita. In strada, si è pronti a festeggiare calorosamente e, nei pub, tutti aspettano un nuovo discorso: cosa avrà da dire questa volta il re che, nel frattempo, è diventato padre di due figlie adolescenti che strepitano per unirsi ai cortei? A Royal Night Out parla della notte più avventurosa ed eccitante nella vita di Elisabetta e Margaret: la prima, sovrana longeva e fortunata, al tempo assennata e timida, trascorrerà le ore lontane dal Palazzo aggrappata al braccio di un romantico disertore; la seconda, sciocca e infantile, si metterà spesso nei pasticci, tra bordelli e bevute. Mentre Hooper cede metaforicamente il testimone al valido Julian Jarrold, con le attenzioni di turno che passano dai genitori alle figlie, mamma e papà diventano Emily Watson e Rupert Everett. La maggiore delle loro eredi, invece, un'adorabile Sarah Gadon: e quanto è bella la musa di Cronenberg in una commedia retrò a ritmo di charleston, con il caschetto castano? Merito di una sceneggiatura vivace tra verità e invenzione, d'altronde in perfetto stile british, e di una confezione meno patinata che nei tradizionali mondi BBC. Diverte, a tratti, con i guai e gli imprevisti di una notte in assoluta libertà, e poi intenerisce con la storia della futura regina e del soldato di belle speranze destinata, forse, a finire all'alba, proprio come piace a noi. Era il 1945 e, durante l'ultima puntata di Miss Italia, qualcuno avrebbe potuto suggerire questa data all'imbarazzata - e imbarazzante - Alice Sabatini: era così forte la gioia, infatti, dopo anni di dolore. Erano così emozionanti e belli i giovani in festa, con i sorrisi amplificati dopo i troppi dolori. (7)

lunedì 27 aprile 2015

Recensione: Il manifesto degli attori anonimi, di James Franco

Hollywood è sempre stata un club privato. Io apro i cancelli. Dico: “Benvenuti.” Dico: “Guarda dentro.”

Titolo: Il manifesto degli attori anonimi
Autore: James Franco
Editore: Bompiani
Numero di pagine: 298
Prezzo: € 19,50
Sinossi: Gli attori di questo romanzo d'esordio sono un commesso di McDonald's che trascorre i suoi turni provando e riprovando nuovi accenti; un ex bambino prodigio che ricorda un baccanale sulla spiaggia: volontari ospedalieri e esuli della provincia americana più profonda; l'interprete di film sui vampiri che scopre un oscuro testo scritto da un famoso attore, ormai scomparso nel nulla; per non parlare del fantasma di River Pheonix. Poi c'è lo stesso James Franco, che si aggira dietro le quinte occhieggiando tra le righe, prima di prendere la parola e affascinarci con meditazioni sulla sua arte, oltre che con inquietanti storie piene di eccessi. Spaziando tra i generi, dal saggio lirico alla testimonianza disarmante, da messaggi imbarazzanti a note fantasma, James franco ci fa entrare con leggerezza, humour e una buona dose di follia nel cuore oscuro della celebrità.
                                                   La recensione
Che strano tipo James Franco. Che bizzarro che è il suo Manifesto degli attori anonimi.
A chi consigliarlo, come parlarne, cosa dire e cosa non dire. Soprattutto, che raccontare di un libro che non ha una storia né un senso, eppure si fa leggere in un giorno; e piace, perfino, come può piacere un libro bizzarro, illogico e insensato come questo? Trecento pagine in cui perdi il filo del discorso ma che vuoi che importi, venti euro che sono tanti soldi sprecati, l'alter ego dell'autore che, in una pagina sì e nell'altra pure, ti suggerisce che Il manifesto degli attori anonimi è l'opera prima di un egocentrico cronico che non sa scrivere – non una storia dotata di inizio, svolgimento e fine, almeno - e che, facendoti un astuto lavaggio del cervello, ti convince quindi un po' del contrario. Ha senso? Prima che lo scrivessi, comunque, ne aveva. Perché, vedete, nell'istante in cui si ammette nel libro stesso che si è alle prese con un libro sconclusionato e inclassificabile e che si sono persi, ormai, soldi, speranze e tempo, quel libro ti sta improvvisamente simpatico. E dici qualcosa come tò, guarda, ma è geniale; se non altro ti convinci a modo tuo che non è stato un acquisto scemo. L'improvvisato scrittore aveva senz'altro tutti i mezzi per scrivere un romanzo-romanzo, ma ha giocato la carta dell'originalità e si è visto pubblicare in tutto il mondo questo simpatico e improbabile pastrocchio perché è un attore che non ha bisogno di presentazioni; ma se ne scusa quasi. Mette le mani avanti e in faccia ti sbandiera il suo essere privilegiato, con un sentimento che somiglia a volte all'orgoglio, altre al rammarico. Che vuoi farci, amico: non è colpa mia. Per quello lo scritto arriverà in libreria, per quello i lettori lo compreranno. Per quello l'ho letto anch'io. Quando c'è un nome di richiamo in copertina, la storia di un successo è già scritta. Ma a James Franco non si può dare del raccomandato. Se lo avessi scritto io, per dire, non mi sarei mai aspettato un riscontro positivo da un editore, in questa vita e nell'altra. Io però non ho quella credibilità, quell'esperienza, quel background e quell'invidiabile faccia di suola che fa innamorare le spettatrici in sala. Non è come quando Pupo si è dato al giallo; capiamoci. Dietro al bel sorriso che ha passato anche al fratello minore e ai capelli arruffati, Franco – che fa lo scemo per non andare in guerra – lavora per il cinema e il teatro, recita e dirige, scrive poesie, ha qualcosa come due lauree. Ha una visione totalizzante dell'arte, tutte le capacità per osare e l'ambizione tramontata di diventare il nuovo James Dean - era troppo curioso per darsi ai soli ruoli impegnati e troppo intelligente per andarsi a schiantare a cento all'ora contro un muro. Gli piacciono la sua vita al massimo (e a chi non piacerebbe?), le donne (e anche qualche uomo?), i soldi facili (vi chiedete ancora perché prende parte a filmoni e filmacci, così, a periodi alterni?). Il mondo del cinema gli dà il più poderoso calcio nel sedere possibile e lui, graziato intruso nel panorama editoriale, parla di cose che conosce con un linguaggio personalissimo, a cui non ci si abitua mai del tutto. Non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso da una specie di pazzo suicida che adatta Cormac McCarthy e poi, in un video parodia, cavalca una Harley e si limona Seth Rogen; pubblica ridicoli selfie su Instangram e, al Festival di Berlino, presenta due pellicole a cui ha preso parte non si sa quando. Il Manifesto degli attori anonimi – uscito prima di In stato di ebbrezza, ma giunto solo ora in Italia – ha quell'anima ridicola e i baluginanti sprazzi di onestà. Un Franco nella stanza degli specchi, in una Hollywood circo: a volte descrive ciò che ha dentro, altre quello che la superficie lucida riflette. L'attore e la maschera. Scrittori e attori sono bugiardi per professione. Abbinate i due mestieri e non ci cavere un ragno dal buco. Il manifesto degli attori anonimi lo scrive come gli pare, nell'ordine che gli pare e con quello che gli pare: racconti, riflessioni, esercizi in rima sciolta che rivoluzionano il concetto di licenza poetica. Episodi sconnessi e sconci di poca gente che sfonda e di tanta gente che molla. L'umorismo corrosivo dell'ultimo Cronenberg che gettava benzina sullo Star System e accendeva il fatale fiammifero; la volgarità e il sesso sporco dei peggiori glory hole e bar di Caracas. I danni da metodo Stanislavskij, gli enfant prodiges, i provini disonesti, un tentativo di antologia di River – ma River Phoenix l'attore, non Spoon River di Masters. L'autore attore per tutto il tempo c'è e non c'è: usa la prima persona e ci si nasconde dietro. In un capitolo è sé stesso, in un altro una sua ammiratrice fuori di testa, in un altro ancora un patricida mosso da mille velleità artistiche. Dove voglia andare a parare chi lo sa, ma si diverte parecchio e tu finisci per diverti con lui. Tipo quando un amico attacca a ridere e il vicino segue a ruota; come al gioco del telefono senza fili in cui si perde il perché e il per come ma chissene. Interessante, a tratti, per gli addetti ai lavori ma non abbastanza da diventare una guida affidabile in quel mondo di chiaroscuri che continua a chiamarti. Ricordo che le avanguardie storiche avevano bisogno di un manifesto e questo volumetto dai colori fluo, strutturato a mo' di confessione degli alcolisti – e dei cinefili – anonimi, è dadaista come Duchamp. Quello dei baffi alla gioconda e del cesso esposto al museo. Ma, caro James, Il manifesto degli attori anonimi sarà un murales o un muro chiazzato di vernice? Una fontana o un gabinetto rubato al centro commerciale e messo a testa in giù? Twittateglielo, taggatelo. Lui, conoscendo il tipo, il paragone con Duchamp e il suo orinatoio lo farebbe scrivere nelle fascette promozionali. Piaciuto, ma consigliabile a pochi. 
Fan(atici), radical chic, sballati di cellulosa.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Lou Reed – Walk On The Wild Side

sabato 17 gennaio 2015

Mr. Ciak: The Interview, Il ragazzo invisibile, Paddington, Housebound, Ouija, Son of a gun

E' il presentatore più insultato d'America. Conduce un programma che è immondizia, ma cose come l'outing di Eminem e l'attesissimo servizio su Miley Cyrus e la sua vagina l'hanno eletto re assoluto della tv trash. E succede che quel trentenne superficiale è seguito, sera dopo sera, dal dittatore più spietato del mondo. Un bambolone con gli occhi a mandorla che beve drink chic, mangia troppo, ascolta Katy Perry e minaccia con i suoi missili gli Usa a giornate alterne. La CIA vuole farlo fuori. I suoi sudditi minacciano ribellione. Dave Skylark, invece, vuole giocare a basket con lui, e andarci a squillo di lusso, e scambiarsi pareri sulle pop star in voga, e parlare a tempo perso della sopravvalutata pace nel mondo. Dopo Strafumati e Facciamola finita, puntualissimi e provocatori, tornano Franco e Rogen a farci ridere a modo loro. Una strana coppia che non conosce crisi, ma tanto tanto clamore. The Interview era il film più scaricato, più censurato, più proibito di sempre, tipo. La Korea minacciava guerra, la Sony tremava, il pubblico fremeva d'attesa. Giunto insieme alle feste, The Interview in realtà è una specie di cipanettone che non fa parlare di sé per gli odiosi canditi: diciamolo pure, è uno dei film demenziali più inutilmente contestati. Senz'altro, il più pubblicizzato. Per così poco, ovviamente, tutta la caciara non serviva. Ma non conosco bene i meccanismi dei media, né la pazzia dell'oriente. Ho conosciuto i personaggi del film, invece, e vi dico che, pur dicendone di cotte e di crude, mi sono piaciuti. O forse mi sono piaciuti proprio per quello? The Interview è costoso, sanguinoso, assurdo, ma divertente. Si spinge lungo confini proibiti, mai oltre. Le gag sono le solite, l'umorismo è quello sboccato e rozzo degli yankee – consiglio la visione in lingua, per cogliere giochi di parole e spassosi misunderstanding – ma pochi sanno fare gli stupidi come Franco e Rogen. Si baciano e si abbracciano, commettono omicidi e strafalconi, giocano un po' al gioco dei Gay ingenui. Accanto a loro, l'eccezionale Randal Park nei panni del problematico Presidente Kim. La pellicola non è altro che un nuovo Austin Powers, ma con meno peli sul petto e più implicazioni politiche, consigliato a chi non è fan dei facili buonismi, ma di tigri, sonde anali, elicotteri in fiamme e carri armati, con l'esclusivo accompagnamento musicale di Firework. “Boom boom boom”, e saltano le teste, il filtro della buona educazione, i nemici, in un epilogo che ci ricorda che il cinema è una grossa, grassa farsa e che neanche una censura estera può porre un limite al potere della satira – anche se, in questo caso, non è mordace come vogliono farci credere. (7)

Parliamo per frasi fatte. Gli italiani sono bravi – o pessimi? - con i drammoni sui trentenni che urlano alla telecamera, con i prodotti che fanno il verso a Fellini, con le commedie sul precariato e con le fiction con la Arcuri. Oggettivamente: è un po' vero. Vent'anni e non ricordo un fantasy col nostro marchio. Fa da pioniere l'impegnato Gabriel Salvatores, che fa parlare di sé, anche se questo suo ultimo film – pensato in particolar modo per i piccoli di casa – merita solo uno sguardo e più di qualche sorriso. Non le critiche. Non i paragoni. Il ragazzo invisibile non è un film invisibile e, tra citazioni e omaggi, ha vita propria. Il fantasy d'importazione ci ha abituati a tanto – ci sarà mai una scena bella come l'ingresso di Evan Peters nell'ultimo X-Men, tipo? Questo, con il suo budget modesto e i suoi giovani volti acerbi, ha meno da offrire, ma quando quel poco sbuca fuori – coltelli fluttuanti, cacce nella foresta siberiana, baci impossibili, arti allungabili, sottomarini ed esplosioni – ti stupisci forse di più, perché non te lo aspettavi da noi. Invece quella Trieste fredda ha un fascino strano, quella storia d'amore è delicata, quel colpo di scena sembrerà inaspettato. Lo stampo non è televisivo; la colonna sonora ci risparmia i Modà; i piccoli Ludovico Girardello e Noa Zatta – perfettamente amalgamati con gli ineccepibili Valeria Golino e Fabrizio Bentivoglio – hanno uno smile come Bat Segnale, si riconoscono con uno starnuto rivelatore, camminano all'ombra della Marvel e di Hanna. Lui, biondo, occhi verdi, è italianissimo ma ha tratti britannici; lei, parmigiana nonostante il nome, è per aspetto una Saoirse Ronan con il look di Luna Lovegood. Una commedia con i superpoteri. Intelligente, metaforica, citazionista, con attori spontanei e un epilogo che spalanca le porte a un seguito che il bambino che vive in me si augura arriverà. Con la scusa dei figli piccoli – o dei nipoti, o dei cugini, o dei fratelli – guardatelo. E, per quell'ora e mezza, siate buoni: credeteci. (6,5)

Sono un tradizionalista che i cartoni dell'ultimo periodo non li apprezza troppo. Non amo, in particolare, i cartoni in cui ci sono animali parlanti. Pensavo che Paddington facesse parte della categoria, lo avevo evitato. Non sapevo, invece, fosse un film a tutti gli effetti e, soprattutto, che fosse un film per famiglie attuale e significativo. Scropritelo come l'ho scoperto io. Sotto la neve e le luci del Big Ben, mentre vaga in cerca di una casa: venuto dal “misterioso Perù” dopo la morte dello zio, con la promessa lontana di un posto in cui stare e con la speranza dei nuovi inizi. C'è chi lo vuole ammaestrare, chi lo ritiene la causa di tutti i mali, chi vorrebbe rispedirlo al mittente. Ma, a un certo punto, una strana tribù borghese lo vede in stazione e decide di ospitarlo. La famiglia Brown non sa che Paddington è un disastro con i servizi igienici, che usa lo spazzolino per pulirsi le orecchie, che parla poco la loro lingua. E, quando viene a patto con i suoi pasticci e la sua diversità, impara ad amarlo anche di più. Paddington si è rivelato un buon modo per salutare l'anno vecchio e dire addio alle feste. Dolce, discreto, divertente. Una commedia inglese in cui, accanto al tenero orso animato in maniera strabiliante, ci sono attori di classe. La materna Sally Hawkins, una irriconoscibile ed esilarante Julie Waters, Jim Broadbent presissimo dal suo cameo e una superba Nicole Kidman dal caschetto biondo. Crudelia De Mon con un look nuovo. Paddington è una fiaba che, un po' a film e un po' a cartoni, ti racconta a modo suo, l'immigrazione e le opere buone. Sarebbe uno dei film Disney più interessanti degli ultimi tempi, se solo non fosse prodotto dalla Fox e, mica poco, dagli autori di Harry Potter. (7)

La vita di Kylie fa schifo. Prima gli sbirri l'hanno messa in manette. Poi, siccome non c'è mai fine al peggio, la sua punizione non è stata la galera, ma un soggiorno forzato. Agli arresti domiciliari con i suoi. Già la convinvenza è terrificante, ma se ci si mettono una presunta casa infestata potrebbe trasformarsi in un orrore. Girato in Nuova Zelanda, ma senza hobbit e bigiotteria da gettare in pozzi infuocati da ometti con le gambine corte, è un vero e proprio minestrone di idee. Un prodotto che bada al risparmio – e al riciclo – ma non te ne accorgi mai. Cupo, strano, ti destabilizza per la luce che manca spesso, per le frecciate che volano tra mamme e figlie, per un umorismo tutt'altro che sottile che, a modo suo, ti dipinge in faccia un sorriso. Quando cogli una citazione buttata un po' lì, quando quel passo ti ricorda qualcos'altro, quando ti diverti e basta. Housebound è una foto di famiglia con un ospite a sorpresa. Una commedia grottesca ma molto piacevole, che non fa troppa paura, non ti inonda con ettolitri di sangue, eppure apprezzi pienamente, perché è diretta bene e messa su ancora meglio. Un'inquietante struttura di lego con i vicini folli di La finestra sul cortile, i centimetri quadrati che ti limitano di Perimetro di paura, i muri che parlano di La casa nera di Wes Craven e perfino – pensate un po' – coi cattivoni di Mamma ho perso l'aereo. E basta, non è perfetto, ma fa simpatia. Con una Morgana O'Reilly troppo scontrosa e burbera per essere vera e l'ottima Rima Te Wiata che sembra una pianta d'appartamento – una creatura da commedia – trapiantata nella foresta. Un susseguirsi inarrestabile di colpi di scena, un epilogo che forse la tira un po' per le lunghe, un nascondino ritmato in cui niente è così lampante e grossolano come appare. Da recuperare. (7)

Booo. Paura, eh? In realtà, quello di prima, era un rumoroso boh. Boh, ma perché hanno girato questo film? Boh, ma quale disperato ha deciso di andarlo a vedere? Ma sì, lo sapevo già che questo Ouija era un filmaccio, però adoro guardare roba inutile e sconsigliarla, soprattutto se – senza la mia santa guida – qualcuno potrebbe trascinarvi a vederlo. Uccidete quel qualcuno, per favore; poi chiedetegli scusa in una seduta spiritica e via, pace fatta. Ouija è una schifuja che consiglio a chi, al cinema, vuole morire. Di noia. La prima parte: un piattume animato da dialoghi idioti, attori da quattro soldi, spauracchi da niente. La seconda parte: leggermente più movimentata, ma come è movimentata l'attività cerebrale di uno in stato comatoso; piena di colpi di scena che sono un'offesa all'intelligenza. All'inizio concilia il sonno, alla fine si rivela una ghost story interpretata da star della tivù in pausa momentanea per i finali di stagione e priva di atmosfera.Un teen horror senza infamia e senza lode, che il fatto ti abbia fatto perdere tempo rende più infame che altro, con personaggi da nulla che non hanno mai guardato un episodio di Supernatural (Sam e Dean, su, non vi hanno mai spiegato come fare fuori uno spettro?) e un cast amorfo in cui spicca solo Olivia Cooke, ma perché – tolti quei dannati tubicini nel naso di Bates Motel – è adorabile, anche se – tra questo gioiello e l'altro, Le origini del male – non azzecca un film neanche per sbaglio. (3)

Una pellicola australiana che parla di troppe cose: un intreccio con più strade aperte, ma leggero, in un modo positivo e in un modo negativo. A fine visione, mi sentivo di avere visto abbastanza, ma non tutto. Poteva osare un'altra mossa. O forse non poteva fare altro, per via di storia semplice e dispersiva, e quel poco che poteva l'ha fatto al meglio. Parte dietro le sbarre, come un prison movie in cui allo spettatore non vengono risparmiati i riferimenti alla violenza sessuale, alle alleanze; poi diventa la storia di una fuga e di una rapina, di miniere di diamanti e famiglie violente; alla fine, un travestimento, una barca, una telefonata e un flashback fanno di lui un minuscolo intrigo alla American Hustle. Sembrerebbe un pasticcio, ma qualcosa me l'ha fatto apprezzare con i suoi difetti e le sue sterzate. Frastagliato, discontinuo e impreciso com'è. Sarà che l'ho guardato con un piede dentro e uno fuori, coinvolto per caso come quel protagonista adolescente che si trova al centro di una situazione fuori controllo. Criminale per caso, educato all'arte degli scacchi e alla violenza, è spaesato e su di giri. La sua freschezza, il bisogno di avere un adulto accanto che gli insegni a nuotare e a sparare, ti portano a vedere anche il suo improbabile scampolo di vita con sguardo comprensivo. Son of a gun ricorda gli irrealistici film di avventura che ti piacevano una volta, con le ragazze impossibili da salvare e i colpi di scena prevedibili, ma è dalla parte dei cattivi, pur rimanendo pulito. Mi ha colpito questo. Il punto di vista di un protagonista irrisolto, ma familiare, che quel Brandon Thwaites, con i suoi venticinque anni suonati e l'aria da eterno bambino, incarna perfettamente. Si conferma un giovane talento in ascesa, lui, e divide la scena con un McGregor irsuto, traditore che non ci regala la prova della sua carriera ma che sa il fatto suo. Intorno, una Australia bellissima con il mare e con il deserto, una acerba femme fatale che ha qualcosa di Eva Green, un realismo di polvere e sudore che non capisci cosa ci faccia con una vicenda tanto rocambolesca, anche se il risultato, con un filo d'ironia e tanto sentimento, vedi?, ti fa parlare. Non è granchè, ma piace. Le sequenze finali, con una bella canzone in sottofondo che si chiama Enter One, mi hanno lasciato pure sereno. (6,5)