venerdì 25 gennaio 2019

Recensione: L'abbandonatrice, di Stefano Bonazzi

| L'abbandonatrice, di Stefano Bonazzi. Fernandel, € 15, pp. 208 |

Le persone tristi si somigliano e si pigliano. Non si piacciono, non necessariamente, ma sentono di appartenersi. Perché, forse, non hanno altra scelta. Affinità elettive, oppure costrizione? Se lo domanda Davide, che a vent'anni sfoggia con una punta d'orgoglio i suoi vestiti scuri, un malumore imperituro e una famiglia intollerante: mancanze che, al posto di isolarlo, nei giorni sì hanno lo strano potere di farlo sentire straordinariamente fortunato. È stato proprio un attacco di panico in segreteria ai tempi dell'immatricolazione a renderlo parte della coppia formata da due giovani con in comune il mondo contro e il sogno dell'arte: un'illustratrice bravissima, quando non impegnata a servire coni al bar, e un figlio di papà con le conoscenze giuste (ma il talento?) per diventare un pianista jazz. Sono belli e derelitti. Benché studente in sede, la matricola Davide preferisce sgobbare come cameriere in nome dell'indipendenza da mamma e papà: la domenica a pranzo pur di ignorare il proverbiale elefante in mezzo alla stanza, ossia l'outing del figlio, parlano della stitichezza del gatto della vicina o dell'allarme femminicidio alla tivù. Oscar si lascia invece ammirare in boxer per casa, e lascia intravedere soltanto la punta di un iceberg che durante un tour in Gran Bretagna minaccia di far danni. E poi c'è Sofia, un po' hippy e un po' dark: giovane donna che ama tutti e nessuno, di certo non se stessa, con l'incombenza dei fratelli minori da salvare dai servizi sociali.

Cos'è oggi la mia famiglia? È il desiderio morboso di un “ciao”, di un “come stai?”, di un “vi voglio bene”. A diciott'anni avevo capito che il dolore è come una matrioska, ogni nuovo dolore contiene tutti i precedenti. Così non ti puoi abituare mai, è un meccanismo perfetto.

Schiacciati ora dalla tragedia delle eredità genetiche, ora dal peso dell'ambizione, questi tre angeli neri hanno perso le ali – eppure non gli ammiratori, non il sex appeal – nella Bologna del Dams, degli studenti morti di fame, delle droghe leggere o pesanti. Vorrebbero vivere come la Tosca, d'arte e d'amore, e stesi sotto il cavalcavia guardare le stelle confessandosi i reciproci dispiaceri nel rombare dei motori. Stare illusoriamente meglio.
Questa è la storia di Davide: migliore degli altri due, senz'altro più candido all'interno, che sceglie tuttavia di sporcarsi, di star loro accanto, anche a costo di dannarsi l'anima. Tutto fuorché le serate in solitaria, i silenzi ostinati, l'invisibilità sopportata nei peggiori giorni del liceo. Quando nascondeva natura e creatività per non brillare mai. Brilla di luce riflessa, allora, stretto fra il seducente Oscar – prima suo coinquilino, poi suo compagno: soprattutto nella cattiva sorte – e la sfuggente Sofia, che a un certo punto fa le valigie e se ne va. 
Lei, che in fondo aveva capito tutto. Che la tristezza genera tristezza e che un'anima buona come Davide, no, non se la merita. Scopriamo il suicidio della ragazza circa a pagina uno. Una corsa a perdifiato a Londra, al diavolo le gioie della prima esposizione fotografica del protagonista, e lì l'ennesimo fardello: Diamante, quindici anni e i toni sprezzanti, omofobici, che sputa sulla tomba di una madre troppo debole per stare al mondo e addita impietosamente la mancanza di carattere del solerte Davide e il corpo del fidanzato Oscar, strafatto sul divano. La convivenza improvvisata, la nuova formazione, sarà difficile. Manca il tocco solerte di una donna, un pizzico di ordine nell'appartamento a soqquadro. Manca qualcuno, soprattutto, che faccia luce sui misteri postumi di Sofia.

Era sempre stata attratta dal dolore, perché il dolore era parte di lei. Le persone come noi si riconoscono, si fiutano e poi si legano. Per un po' parlammo d'altro. Poi si alzò in piedi, si voltò verso di me con un lieve ghigno che le inarcava le sottili labbra perfette e mi disse: Ti va di urlare?

La verità del punto di vista esterno di Diamante, intanto, brucia. E brucia quello che ancora i personaggi non sanno dirsi. Una giovinezza da rievocare, un malessere di cui venire a capo e un triangolo che sin da subito ha confuso i limiti d'amicizia e attrazione. 
Che i lettori si figurino pure il grigiore delle atmosfere metropolitane di Valentina D'Urbano, gli scandalosi poligoni amorosi delle Ferite originali e la prosa sul filo del rasoio di un thriller dei sentimenti. Un trio di personaggi complessati, crudi e sofferenti, scavati con la punta del pirografo in un blocco di bellezza e dolore. A questo punto potreste capire parte del mondo di Stefano Bonazzi: grafico e scrittore al suo secondo romanzo, con il piglio accattivante dei narratori di razza e tutta la vividezza della sua passione di fotografo. L'autore ferrarese dimostra di possedere occhio, mano, pancia. Un occhio che lacrima suo malgrado, una mano che trema se l'onda blu dell'ansia sale e ci assale, una pancia che riversa violentemente sulla pagina le viscere fumanti delle più umane fra le emozioni. Abbastanza, direi, per non abbandonarlo a questa nostra conoscenza preliminare. Per abbandonarglisi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Afterhours – Quello che non c'è

14 commenti:

  1. Le citazioni sarebbero sufficienti a farmi mettere i libro in wishlist.

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  2. Wow, la tua bellissima recensione mi fa pensare che potrebbe piacermi e soprattutto emozionarmi <3

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    1. Le emozioni, Angela, prometto che sono assicurate.

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  3. Il libro non mi attira moltissimo, ma la tua recensione mi ci spedisce contro senza passare dal via. Segnato per quando farò nuovi acquisti.

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    1. Fammi sapere, è un romanzo tosto, roba per noi.

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  4. Non lo conoscevo questo romanzo, sembra interessante. Come davvero interessante e molto bella la foto e la recensione ☺☺

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  5. La foto da intellettuale che fa finta di leggere ci sta. :)

    Il romanzo, almeno dal tipo di personaggi presenti, sembra fare abbastanza per me...

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    1. Decisamente, Sofia sembra uscita dalle Vergini suicide della Coppola.

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  6. Niente, io per questi libri mi sento fuori età. Li leggevo quando ero più giovane e più erano affilati e facevano male, più mi piacevano. Oggi ad esempio non ce la farei a leggere Breat Easton Ellis che pur una volta era uno dei miei libri imprescindibili. Mi tenta molto invece quello che hai in lettura ora.
    Un saluto da Lea

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    1. Capisco bene, Lea, anche se questo risulta comunque meno doloroso e scioccante di quello di Eleonora C. Caruso. Anzi, Bonazzi è misuratissimo.
      La recensione del Longanesi arriva mercoledì!

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  7. Un romanzo che non avevo considerato, leggendoti la curiosità mi è venuta. Che dici, metto in lista?

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