“Non ti disunire”. È il consiglio che il regista Antonio Capuano dà all'alter-ego di Paolo Sorrentino. L'autore premio Oscar disobbedisce. Come Jack Frusciante, esce dal gruppo. Si può tornare sui propri passi? Di nuovo giovani? Nel suo film più personale, Paolo racconta Paoletto (anzi, Fabietto). Un liceale malinconico che vive attraverso le storie della propria famiglia: quando quest'ultima si disgrega, la crisi d'identità è in agguato. Ripiegherà, allora, sul cinema e su Maradona. Ma prima dell'epifania per la settimana arte, nata perché “la realtà è scadente”, c'è un'esilarante baraonda di parenti: quei genitori che si amano di un amore romantico, scherzoso, adolescenziale; zia Luisa Ranieri, struggente sogno erotico; l'altolocata vicina di casa e una sorella adolescente che, per tutto il film, sarà una voce fuori campo al di là della porta del bagno. La prima parte è un'irresistibile pranzo i famiglia; la seconda è un'educazione sentimentale piena di grilli parlanti e colpi di fulmine. Peccato per i siparietti grotteschi, marchio di fabbrica che finisce per irritare quando troppo sopra le righe. Meno artefatto, questo Sorrentino sceglie il cuore e l'immediatezza del cinema indipendente. Mentre il protagonista, pietrificato dal lutto, ammette di non riuscire a piangere, gli presteremmo volentieri le nostre lacrime per aiutarlo a uscire dall'appucundria. Combattuto tra orgoglio e vergogna, tra poesia e kitsch, Paolo fa pace con la propria adolescenza incappando in una contraddizione bella e buona: scappare lontano, sì, ma con Pino Daniele in cuffia. È il paradosso di un romanzo di formazione che si strugge appresso alle grandi gesta di Maradona e che, a miracolo avvenuto, con tutti pronti a festeggiare, preferisce ritirarsi nel bozzolo di un'epifania in atto anziché brindare allo scudetto. (8,5)
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giovedì 9 dicembre 2021
Ritorni d'autore: È stata la mano di Dio | Il potere del cane | Qui rido io | Last Night in Soho | Madres Paralelas
C'è
più sesso nel cinema di Jane Campion che nella bibliografia
pruriginosa di E.L. James. È impossibile non lasciarsi travolgere
dalla tensione erotica, palpabile e dolorosissima, del suo ultimo
film. Un dramma crudo, freddo e polveroso, sulla natura incontaminata del
Montana e su quella, segreta, dei suoi cowboy in crisi. Presentato
come l'anti-Brokeback Mountain, è l'adattamento fedelissimo
dell'omonimo romanzo di Thomas Savage. È possibile una convivenza
pacifica sotto lo schiaffo di un cognato
irascibile? Kristen Dunst, donnina triste e alticcia, sposa il noioso
Jesse Plemons. Il fratello maggiore di lui, un luciferino e sensuale
Benedict Cumberbatch, si rivela un inquilino infernale: soprattutto
per l'influenza che potrebbe avere sul giovane Kodi Smith-McPhee,
adolescente efebico amante del fiori e delle autopsie. A dispetto dei
ritmi lenti, si ha la sensazione di essere in una polveriera. Merito
di una registra straordinaria, che racconta la repressione di
Cumberbatch e, all'occorrenza, anche i languori del suo corpo
nervoso. Mentre i comprimari convincono a tratti, il film si accende
grazie al fascino alieno di Smith-McPhee. La sua silhouette bianca e
sottile scatena una conturbante tensione drammaturgica. In un mondo
che cambia, con il mito del machismo affidato a vecchi modelli ormai
inattuabili, maestri e allievi testano la loro affinità
intercettando cani nella forma dei monti. Il potere del cane è
un western dell'anima sulle frontiere della sessualità, dove il
pianoforte di Lezioni di piano soccombe, infine, all'incidere
minaccioso del banjo. (8)
La
compagnia di Eduardo Scarpetta e la sua eredità rivivono in un
biopic sontuoso, denso, forse eccessivo nel minutaggio, che ha le
fattezze di una grande saga familiare. In una Napoli tardo-ottocentesca
rievocata con la precisione del cinema di Visconti, Felice
Sciosciammocca ha rimpiazzato Pulcinella. Artefice di quella maschera
popolarissima, Scarpetta si divide tra vita privata e palcoscenico.
Mentre nelle sue case lussuose ospita un caos di moglie e amati,
figli e figliastri (nove totali), a teatro fa il passo più lungo della gamba e
parodia D'Annunzio. Mario Martone torna al cinema e in cattedra. E attraverso
Scarpetta e la sua prole (uno sguardo d'eccezione, ovviamente, spetta
ai fratelli De Filippo e alla loro madre: un'eccezionale Cristiana Dell'Anna) racconta i sogni di un'epoca, il tempo che
passa, i gusti che si evolvono. Chiuso in un harem, il mattatore
Servillo spartisce il sartù in parti disuguali e si atteggia a
tiranno, dongiovanni, sfruttatore. Imperdibile per interpretazioni,
comparto tecnico e ambizioni, il film non diventa un capolavoro per
tanto così: poco compatto, sposta il focus da una dimensione personale all'altra e finisce per sacrificare il meglio, ossia la resa
dell'universo familiare, per una farsa giudiziaria eccessivamente
didascalica. Sdrammatizziamo: ad avercene, oggi, di produzioni capaci
di parlarci di ieri allo stesso modo. (7,5)
Si
può trovare sé stessi in un quartiere votato alla perdizione? È il
paradosso a cui va incontro Eloise, studentessa di moda con grandi
speranze e turbe psicologiche più grande ancora. Le bastano un
monolocale in affitto, un giradischi e le luci al neon del vicino
bistrot per chiudere gli occhi e riaprirli nell'Inghilterra degli
anni Sessanta. Cos'hanno in comune Eloise e Sandy, la cantante che
continua a incontrare con la complicità di Morfeo? Intrigante
variazione sul tema dei viaggi nel tempo, l'ultimo film del sempre
bravissimo Edgar Wright è un sogno sfacciatamente colorato e
seducente in cui la provincialotta Thomasin McKenzie spererebbe di
trasferirsi. Unita a doppio nodo alla splendida Anya Taylor Joy, rischierà la
crisi d'identità di chi fatica a metabolizzare cambiamenti e
compromessi. Ma l'alienazione secondo Wright ha un guardaroba
invidiabile, colori pastello e uno spirito divertito, che purtroppo
non turba mai a dispetto delle tematiche affrontare. Come
dimenticare, invece, le mani che artigliavano la Deneuve in un
capolavoro di Polanski? Il regista omaggia apertamente
Repulsione, ma con una CGI spesso stucchevole. E aggiunge a
fantasia un po' di Psycho e un po' della favola di Cenerentola, con il rischio che
il suo thriller psicologico risulti più attraente che conturbante.
Bello da ammirare e altrettanto godibile, ma non all'altezza delle
aspettative, ribadisce quanto Londra, a volte, possa essere troppo.
Non potremmo dire lo stesso di questa retromania dilagante? (7)
Dopo
Dolor y Gloria, per me il suo film più bello riuscito insieme a Volver
e Parla con lei, Pedro Almodovar torna al cinema e inaugura il
Festival di Venezia. Atteso al varco con impazienza, non riesce a
bissare la bellezza del film precedente. Seppure approcciato con
aspettative ridimensionate per via dell'accoglienza ricevuta, a
sorpresa più tiepida del solito, il suo ultimo melodramma delude e
annoia: per me è tra i suoi film peggiori. La fotografa Penelope Cruz e la giovanissima Milena
Smit partoriscono lo stesso giorno nello stesso ospedale. Diverse per estrazione sociale, vissuto ed età, si scoprono più vicine del previsto durante la maternità. Le
uniranno una casa da condividere, un segreto doloroso e una passione
saffica così precipitosa da risultare fuori luogo. A tentare di
conferire maggiore originalità all'intreccio, questa volta, il regista spagnolo inserisce un
insolito risvolto storico-politico: gli scavi per riportare alla luce
il bisnonno della Cruz, sepolto in una fossa comune negli anni del franchismo. Cos'ha in comune
la tragedia dei desaparecidos con la maternità? Francamente, non ho
colto il nesso. Appesantito da un'intensità esasperante, che
costringe le protagoniste a un campionario di mani tremule, occhi
sbarrati e sospiri profondi, Madre Paralelas mette troppa
carne al fuoco e, allo stesso tempo, troppo poca. La fotografia da
soap opera, imbarazzante, non aiuta. (5)
giovedì 21 novembre 2019
Recensione: Il potere del cane, di Thomas Savage
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Il potere del cane, di Thomas Savage. Beat, € 12,90, pp. 303 |
Ci
sono soltanto due tipi di persone nel Montana di metà anni
Venti. Quelle capaci di astrarre, che vedono figure sui
fianchi delle montagne e nei cumuli vaporosi delle nuvole. E quelle,
invece, che non si spingono mai oltre il proprio naso: goffe e
terrene.
In una località rurale degli Stati Uniti, in prossimità
delle Montagne Rocciose, ad esempio c’è questa collina: aguzzando lo sguardo puoi notare un cane che corre verso destinazioni
ignote. Tu riesci a distinguerlo? La differenza delle percezioni
esemplifica ad arte il divario caratteriale tra i fratelli Burbank.
Quarantenni, felicemente scapoli, Phil e George vivono in una
fattoria dove non si contemplano né sprechi né servitù.
«Mi
ha insegnato un sacco di cose. Mi ha insegnato che se hai fegato puoi
fare qualsiasi cosa, fegato e pazienza. L’impazienza è un lusso
costoso, Peter. Mi ha insegnato a usare gli occhi, anche. Guarda là.
Che cosa vedi?». Peter alzò le spalle. «Tu vedi il fianco della
collina. Ma Bronco, quando guardava quella collina, sai cosa
vedeva?». «Un cane» disse Peter. «Un cane che corre».
Benché
siano stati i primi a godersi il privilegio della luce elettrica in
tutta la vallata, si atteggiano a cittadini umili – più braccianti
che proprietari terrieri, più servi che padroni – in nome di un
connaturato senso di modestia. Hanno una tinozza, ma fanno il bagno
nel lago. Rifiutano garze o cerotti, preferendo far seccare le ferite
all’aria. A stento, di tanto in tanto, acconsentono a cene
di gala o alla velocità
delle automobili. Ma tanto Phil è acuto e poliedrico, quanto
George è apatico e raggirabile.
Se il primo, con hobby che vanno
dagli scacchi al benjo, ha conservato lo spirito giocoso e smaliziato
di un bambino cresciuto, l’altro ha la lentezza dei lavoratori con
il cuore più grande del cervello. Con i genitori che trascorrono la
vecchiaia a Salt Lake, i Burbank smussano
la terra, spostano i buoi, parlano dei tempi andati. Non sanno che la tappa obbligata in quel di Beech, con
la mandria che intanto solleva sbuffi di polvere e gli esercenti che
si rimboccano le maniche per rifocillare gli uomini, spezzerà per
sempre il ritmo delle loro comode consuetudini. Come spesso capita, a
cambiare le carte in tavola è l’arrivo di una donna: vedova di un
medico fragile e amorevole, la bellissima Rose possiede una locanda infestata dai
fantasmi e un figlio adolescente, Peter, che attira lo scherno dei
bulli. La gentilezza di George conquista Rose e
si sposano senza dirlo ad anima viva. Da un giorno all’altro si
trasferiscono nel ranch di famiglia, accompagnati a ogni passo da
quel ragazzino con le scarpe immacolate e i Levi’s odorosi di
cloroformio, incuriosito dai segreti della natura tutt’intorno. La
convivenza dei quattro sarà infernale. Gelosie, dispetti per
primeggiare sugli invasori, attenzioni morbose, silenzi a tavola che
hanno del brutale.
«Mio figlio non è una femminuccia».
«Lo dicono tutti gli altri
ragazzi». «Perché legge. Perché pensa».
Una
narrazione ad ampio respiro, meticolosa nelle descrizioni
paesaggistiche e chirurgica nell’indagine degli spaventosi coni
d’ombra degli attanti, hanno fatto del Potere del cane un
classico da riscoprire. La voce
distesa e pacata dell’autore americano, rivalutato postumo, è un metronomo che scandisce con
precisione i capitoli di un conflitto interpersonale devastante
perché sottaciuto, che per tutto il tempo ribolle come magma
mortifero sotto la superficie delle cose. Ci illumina per fortuna la
postfazione di Annie Proulx: l’autrice di Brokeback Mountain riconosce al collega scomparso il merito di aver sdoganato il tema
dell’omosessualità negli ambienti western – nell’immaginario,
simbolo per eccellenza di machismo – e i
meccanismi di difesa che trasformano un’attrazione negata in
omofobia. Erano gli anni degli indiani confinati nelle
riserve. Di conquistatori venuti da lontano, ammaliati dalle
ricchezze dell’Ovest, e infine tornati all’ovile con la coda tra
le gambe. Della legge del più forte. Ci sono prese di coscienza,
allora, che personaggi come Phil negano a loro stessi. Il
primogenito, vissuto all’ombra di un mentore che non smette mai di
celebrare a parole, nasconde qualcosa di diverso dalla semplice
emulazione dietro il desiderio di fondersi con Bronco Henry: di
essere con lui, come lui. La vergogna diventa prima intolleranza
verso i giovani mandriani, traviati dalle
fantasticherie del cinema; poi un odio viscerale verso
la cognata, moglie trofeo che inconsapevolmente incarna quello che
Phil si nega – il sesso, l’amore, la normalità. Sopravvissuta
alla guerra e al proibizionismo, Rose è tormentata dalle risate
crudeli del parente acquisito e non bastano né il pianoforte né
l’hobby dell’origami a salvarla dalla prigionia di una stanza
rosa confetto in cui l’ozio si rivela essere amico del
vizio.
Ma
Phil sapeva, Dio se lo sapeva, cosa significava essere un paria, e
aveva odiato il mondo prima che il mondo odiasse lui.
In
un microcosmo inquieto e affascinante in cui ho ritrovato le
dinamiche di Abbiamo sempre vissuto nel castello, la potenza
di Savage crea sismi – tanto forte è la tensione sessuale da
sfogare, con le buone o con le cattive – e una tragedia moderna che
vibra delle stesse scosse elettrostatiche che anticipano i temporali. La rivelazione dell’ultima pagina, senza anticiparvi
troppo, vi lascerà a bocca aperta come davanti a un giallo. Ne
trarrà un film Jane Campion, con Benedict
Cumberbatch, Paul Dano e Kirsten Dunst.
In
Montana la terra strappata ai pellerossa era una discarica a cielo
aperto, dove le gazze banchettano tra l’immondizia e gli
scarti di macelleria. Laggiù, si diceva, il sangue era il miglior
concime. Ne scorre tanto in questa storia, improntata com’è sulla
crudeltà di Madre Natura e su quella imprevedibile del cuore degli
uomini. Può crescere fertile, così, un capolavoro sui sogni d’evasione irraggiungibili come stelle e i rischi dell'incomunicabilità. Nel silenzio generale il non detto diventa un
segreto, infatti: oggetto di ricatto e manipolazione psicologica. È un
piccolo mondo antico da liberare dalla morsa della nostalgia, in cui
il passato è impossibile da proporre e il presente è duro da
accettare. È la fine dell’età dell’oro. Vecchio e nuovo
possono convivere in pace, o il secondo rimpiazzerà violentemente il
primo nell’incessante divenire del progresso?
Il
mio voto: ★★★★½
Il
mio consiglio musicale: Hozier - Dinner & Diatribes
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