La piccola Anna viene alla luce nel momento giusto o forse in quello sbagliato. Insieme a lei, anche la serie TV che porta il suo nome. Quant’è macabro, infatti, con il Covid ancora in atto, vedere sul piccolo schermo un’Italia silenziosa, deserta e dalla mortalità alle stelle? Il futuro post-apocalittico di cui parla Niccolò Ammaniti, realizziamo con un brivido di sconforto, è già arrivato. Tratto da un buon romanzo pubblicato nel 2015, l’intreccio si amplia e s’infittisce fino a trasformarsi in un capolavoro della serialità nostrana. Il merito spetta all’amatissimo Ammaniti, qui anche regista di folgorante intuito, sempre apparso avanti coi tempi rispetto ai colleghi: questa volta è addirittura profetico. Ambientati in una Sicilia come non l’avete mai vista, trasfigurata in un incubo grazie al lavoro certosino di costumisti e scenografi, i sei episodi seguono il viaggio della protagonista: sopravvissuta a una pandemia che lascia scampo soltanto ai bambini, ha lo scheletro della madre in camera da letto e un fratellino da salvare. Durante il suo cammino, metafora del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, si imbatterà in una corte spaventosa popolata da sadiche principesse, spregevoli talent scout, ermafroditi leggendari. Il regista, come recita il titolo di un altro suo famoso romanzo, non ha paura: né dei tabù, né delle svolte poco consolatorie, né degli accostamenti visionari. Acuisce a dismisura la crudeltà e la tenerezza. Anna è violenza, Anna è grottesca, Anna è imprevedibile, con i suoi bambini che a volte ammazzano e altre vengono ammazzati. Anna è l’intentato. E, dal basso della sua statura e dall’alto della sua saggezza, fornisce strumenti per trasformare l’incubo del virus in un’indimenticabile fiaba della buonanotte. Con i delfini nei campi di grano, gli elefanti in spiaggia, i pedalò contro la corrente. (9)
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mercoledì 9 giugno 2021
Le serie TV di aprile/maggio: Anna | Them | The Great | Halston
La
famiglia Emory si trasferisce in un sobborgo bianco
nella Los Angeles degli anni Cinquanta. In fuga da una perdita
indicibile, si imbatte nella scortesia del vicinato.
Popolato da mogli perfette e mariti spavaldi, il quartiere
alto-borghese si mette all'opera per rendere un incubo il soggiorno
dei protagonisti. L'incipit ci svela che resteranno lì
dieci giorni appena. Cos'è accaduto? I pericoli sono al di fuori dei
confini del loro giardino, ma soprattutto dentro di loro.
Ciascuno dei membri della famiglia, logorato dalle conseguenze della
discriminazione, convive con un demone da domare. Come in It, il
terrore assumerà di volta in volta forme personali e ancestrali. Serie antologica destinata a raccogliere con
successo lo scettro di American Horror Story – da qualche anno a
questa parte scivolata nel baratro del cattivo gusto –, Them è un
horror sociologico che affronta la tematica razziale senza l'ironia del cinema di Peele. Qui la crudeltà è una
maledizione antica quanto gli Stati Uniti. Potentissima e disturbante, questa prima stagione sceglie un approccio scioccante e
una deriva sanguinosa come in Tarantino. Di puntata in puntata – da
incorniciare la nona, girata in uno straordinario bianco e nero –,
trabocca di rabbia cieca, disperazione e violenza. Anche troppa, a
detta di coloro che hanno abbandonato la nave davanti alla crudezza
dell'episodio numero cinque: un apposito disclaimer, tuttavia, ci
avvisava sulla portata degli abusi (fisici, psicologici, sessuali, su
minori e animali). Peccato però che Them non vada troppo per il
sottile e che molte sottotrame – ad esempio quella di una bravissima Alison Pill, mogliettina modello dagli istinti omicidi –
vengano chiuse frettolosamente. Fa più paura il destino di un
neonato o la sequenza in cui un'adolescente camuffa il colore della
pelle intingendosi nella vernice? Fa più paura il già iconico Da
Tap Dance, ingegnosa personificazione del fenomeno del blackface, o
la consapevolezza che i mostri reali siano ben altri? Autoconclusiva,
coloratissima nella vezzosa messa in scena ma intrisa di profonda
inquietudine, la serie Amazon vi farà tremare. Oltre che per spavento, per l'indignazione. (8)
Se
l’avessi vista rispettando la tabella di marcia prefissata, The Great sarebbe finita nel meglio
della scorsa annata. Nominatissima alla stagione dei premi, benché
rimasta ingiustamente a bocca asciutta, è trainata da grandi nomi –
lo sceneggiatore è lo stesso della Favorita – e da un cast
che include due degli attori più versatili delle nuove generazioni.
La penna affilata di McNamara si riconosce sin dall’inizio e
contribuisce a rendere irresistibile la serie anche per chi, come me,
non ama i period drama. Ritratto pop, grottesco e deformante
dell’imperatrice di Russia, The Great a ben vedere è più
fedele del previsto nel delineare l’intelligenza rivoluzionaria di
Caterina II. Giovane candida e speranzosa, finita nella corte
promiscua di Pietro per via di un matrimonio combinato, ordisce un
colpo di stato per rendere la Russia moderna. Compagna,
amante e spia, persuade il marito con
le lusinghe e con le cospirazioni. Prima vorrebbe ucciderlo. Poi, confusa dall’insorgere di un nuovo sentimento,
cambia idea. Ama più il suo Paese, però, o il consorte? Elle
Fanning, radiosa come una giovane Kidman, ha tempi comici strepitosi e primi piani intensi: distribuisce macaron sul campo di battaglia e
porta l’Illuminismo a palazzo (con tanto di innesto del vaiolo).
Accanto a lei, Nicholas Hoult: bello come il sole e stupidissimo,
si rivela una spalla preziosa grazie al dono dell’autoironia.
Storia dei vent’anni della Grande andata in moglie a uno zar
fanfarone, la serie Hulu è una commedia nera scritta
meravigliosamente. Una riflessione sul potere, e sulle donne al
potere, al passo coi tempi nonostante le guance
incipriate e i sontuosi abiti d’epoca. Dunque: huzzah! (7,5)
Anno
che vai, Ryan Murphy che trovi. Instancabile, prolisso, sempre uguale
a sé stesso, lo sceneggiatore e regista americano è uno di quelli che critico
sempre ma che sempre, poi, finisco per guardare con puntualità. Dopo l’horror, il
musical e le pièce teatrali, questa volta produce una miniserie su
Halston: stilista a me sconosciuto – divenne famoso per i cappelli
confezionati per Jackie Kennedy, ma realizzò perfino jeans, profumi
e costumi per il teatro –, morto di Aids nel corso della parentesi più
triste degli anni Ottanta. Nonostante Murphy si limiti a starsene
dietro le quinte, porta con sé la solita fotografia noiosamente laccata; il
solito trinomio queer di sesso, droga e disco music; un attore di
richiamo – un Ewan McGregor molto manierato: a tratti convincente,
a tratti pigro – a fare da traino per Emmy futuri. Schiacciato
dalla propria fama, inglobato dalla monotonia dei meccanismi
aziendali, lo stilista nutriva pessimi rapporti con la critica e
aveva per musa l’emergente Liza Minelli. Gli eccessi consueti,
ossia amanti e cocaina a gogò, con orchidee dappertutto e incursioni
frequenti allo Studio 54, non mancano. Ma a sorpresa mancano i
pasticci. Meno dispersivo di altri lavori passati, meno kitsch, il
lineare e gelido Halston ricerca in cinque puntate di lunghezza
variabile l’uomo dietro il marchio. Riesce nell’intento? Nì. La
sceneggiatura, che sembra letteralmente una pagina di Wikipedia, ne descrive
infatti vita, morte e miracoli con attenzione cronachistica, ma
purtroppo manca il guizzo. Evitabile, fatta eccezione per le
emozioni nascoste nel terzo episodio o per la saggezza dell’epilogo.
(5,5)
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sabato 26 maggio 2018
Metti una sera su Netflix: The Kissing Booth, Newness, 6 Balloons, Happy Anniversary, Verònica
Shelly
è una di quelle adolescenti di cui ti accorgi quanto sono belle da
un'estate all'altra. Le curve sbucate all'improvviso e l'allestimento
di un chiacchierato stand dei baci rappresenteranno per lei un
grattacapo non da poco. Colpa della gonna troppo corta se i coetanei
fanno apprezzamenti spinti, che la imbarazzano e segretamente la
lusingano. Colpa del rissoso e iper protettivo Noah se, con la scusa
di proteggerla, si avvicina quel che basta a innamorarsi corrisposto
di lei. Peccato sia il fratello maggiore di Lee, che di Elle è
l'amico di tutta un'infanzia. Peccato che tra i due, pappa e ciccia,
ci siano regole da non violare in nome di un lungo sodalizio. In fatto di sentimenti, i parenti sono materia
proibita. Amore o amicizia? E che amicizia è, poi, se ci domanda di
scegliere? Tratto da un romanzo in uscita per De Agostini, The
Kissing Booth avrebbe potuto
scoraggiarmi – con la sua aria appartentemente televisiva, con i
suoi triangoli indigesti da un pezzo –, se non fosse stata per la
media online che non ti aspetti. Che sia nel suo piccolo
un'eccezione alla regola, per fortuna, te ne accorgi presto. Il
segreto: la verve di Joey King, non bellissima eppure
adorabile, degna della cotta che contrappone gli aitanti Joel Courney
e Jacob Elordi. Commedia romantica frizzante e spiritosa,
leggerissima, ricorda i teen cult degli anni '80 senza ricorrere
alla retromania dilagante già bella che venuta a noia – a cosa
serve ambientarla in un passato d'oro, poi, se hai mamma Molly
Ringwald nel cast e un confronto finale sulle note di Don't
You (Forget About Me)? Una
sedicenne come tante e come nessuna, John Hughes che dà appuntamento
al recente The Duff,
ritmi azzeccati: come strapparti sorrisi frequenti, così, e un ultimo bagio. (6,5)
L'amore
oltre il confine, quello clandestino, quello proibito se all'interno
di una distopia futuribile. Drake Doremus torna a raccontarcelo a modo suo. Tema
inesauribile con altri angoli da indagare, nuove tecnlogie con cui
fare i conti. Quello tra Nicholas Hoult e Laia Costa – così belli
e talentuosi da fare invidia – sboccia sui siti d'incontri,
e a causa di quelli rischia di morire. Lui, con già un
matrimonio alle spalle, è segretamente in cerca della compagna
giusta. Lei, spagnola in terra americana, insegue l'orgasmo.
La loro notte di fuoco si trasforma in una convivenza di cui ci si
annoia presto. Eppure troppo giovani per un terapista di coppia,
innamorati come dicono, aprono le porte della camera da letto ad
altre persone: non sanno bastarsi. Il sesso prima li unisce, poi li
divide. Hoult ossessionato dai rimpianti verso la storica ex, la
Costa presa da un uomo più grande. Dedicato alla memoria di Anton
Yelchin, autentico ma prolisso senza reale motivazione, Newness parla
come Genovese degli effetti collaterali che la tecnologia ha sul
cuore e dei contro delle novità a tutti i costi: riflessioni
post-moderne accompagnate da un tocco ormai riconoscibile, con
dialoghi quotidiani, una fotografia bluastra e primi piani
morbidissimi ma mai indulgenti – al contrario dei film precedenti
qui c'è tanto contatto fisico e scarsa intimità: ci si confessa i
reciproci amanti, mai i segreti personali. Questo amore online,
quest'ultimo Doremus, piace sempre, ma meno del solito: se scettici come me all'idea della coppia aperta, ma attenti alla sensibilità del cinema
indipendente. Se abbastanza vecchio stile da non credere nelle
sperimentazioni e alle lacrime di coccodrillo di protagonisti un po'
scostanti. La libertà, per ironia della sorte, sta nel legarsi
spontaneamente; nell'annoiarsi insieme, in un finale che finalmente
emoziona. Osando desiderare qualcosa di proprio in un mondo usa e
getta, a forma di smartphone. (6,5)
Il
quattro luglio, un giorno di festa. All'Indipendenza si aggiunge
l'organizzazione di un compleanno a sorpresa. L'affaccendata
Katie recupera festoni e palloncini colorati, il miglior vestito dal
fondo dell'armadio e soprattutto gli invitati. Compresa la sua
famiglia. Compreso il fratello minore, Seth: già ragazzo padre, già
entrato e uscito in un indistinguibile andirivieni dalle cliniche di
disintossicazione. Passarlo a prendere a casa diventa un'impresa: salvarlo di nuovo dall'eroina. Si dimena come un
pazzo sul sedile anteriore. Porta le maniche luglie in piena estate.
C'è ricaduto. Il bruciore della dipendenza, più forte dell'amore
verso una bambina col pannolino sporco a cui ha promesso in pasto i
fuochi d'artificio. Per Katie – una vita in differita, consacrata
alle fragilità del prossimo –, invece, il sangue del suo sangue
viene prima del futuro. In cerca ora di una clinica, ora di un'ultima
dose, Abbi Jacobson accompagna un ottimo Dave Franco, alle prese con
la prima grande prova distante dalle commedie demenziali e dall'ombra
del più famoso James, in una Los Angeles in cui tutti vanno in rehab
e le tentazioni sono sempre dietro l'angolo. Lei, con un vestitino da
cocktail fuori luogo nei mondi di Shameless, sfida i
bassifondi e attacchi di panico in cui pensa letteralmente di
annegare (e Seth, in tutto ciò, resta la sua zavorra). Lui, in preda
ai sudori freddi, al vomito e agli attacchi di dissenteria, è un
tornado che ti porta in alto nei momenti di euforia e poi ti
distrugge. Un'ora e quattordici per passare a comprare una torta
d'alta pasticceria e la droga. A sorpresa, abbastanza per
affezionarsi alla semplicità e al realismo di questo film. Due
protagonisti al loro meglio. Una regia notturna, serratissima, con un
taglio stilistico alla Sean Baker che a tratti lo rende un gioiellino. Dramma indie sparato dritto in endovena, 6 Balloons ha tutto il dolore,
la violenza e la tenerezza che possono starci. In una macchina che
porta verso i pusher. In un palloncino a elio sospeso nella speranza,
finché non scoppia. (7)
Sentirle
dire che non è felice davanti a una colazione a letto. Davanti a un ragazzo che, fra giochi erotici,
piccoli riti e un linguaggio di gesti e risate coniato soltanto per
loro, cerca di mantener viva la scintilla. Lui, infatti, è
sentimentale per natura. Lei, la realista dei due, pare invece
eternamente insoddisfatta. Colpa di un figlio che non arriva, degli
ex, del cane che puzza, della cortesia esagerata del primo e della
luna storta dell'altra. Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?
Melodramma (pre)matrimoniale con protagonisti logorroici, bizzarri e
umani che sperimentano al terzo anniversario le gioie e i dolori di
mettere il cuore al vaglio, la commedia Netflix ha comprimari
telefilmici per nulla indispensabili (Isidora Goreshter da Shameless
e Kristin Bauer van Straten da True Blood) e un piglio indie
che, al solito, la salva dai connaturati difetti. Dopo tre anni d'amore, per la copia
uscita peggio di Zoey Deschanel, Noel Wells – già vista e mal
sopportata in Master of None –, e Ben Schwartz, è in
agguato la fine o forse un'altra occasione? Tutta questione di punti
di vista, in Happy Anniversary. Un giorno all'apparenza lieto
innesca nella coppia – che prende in giro le smanie dei coetanei
radical chic, che si dà contro per sport pur di non cadere vittima
della medesima ipocrisia – una serie di reazionie e pensieri
collaterali. Accontentarsi. Ingannarsi. O, semplicemente,
rassegnarsi al fatto che il tempo si cambi, anche come amanti? (5,5)
Non
ho mai fatto mistero della mia predilezione per il cuore nero degli
horror iberici, né per la concezione secondo la quale nel cinema di
genere – ormai senza idee vincenti – si debba preferire la forma
alla sostanza, se in cerca di qualche guizzo.
Verònica è un film che gioca con il fuoco delle tavolette Ouija e
il fascino delle evocazioni: l'ennesimo. Corrono gli anni Novanta, ed
ecco i poster alle pareti delle adolescenti, le cuffiette del walkman
nelle orecchie e un piacevole gusto kitsch, che contempla luci al
neon e musica elettronica. La protagonista, quindicenne, è la
primogenita di una famiglia bella ma popolosa, in cui lei si
trova a fare un po' da mamma. Anche se aspetta ancora il primo
ciclo mestruale, confine invisibile fra le donne e le bambine. Anche
se le ragazze responsabili non trafficano con l'occulto da edicola,
con il rischio che qualcosa – un'ombra alla James Wan, mostrata con
intelligenti vedo-non vedo – si impossessi del suo corpo. Non
mancano i cliché: la suora cieca con un fiuto per il male;
il detective messo in difficoltà da un crimine con implicazioni
paranormali. Non manca lo splatter, con un lungo incubo in cui la
protagonista viene divorata dalla nidiata di fratelli minori: gli
stessi che rendono adorabili, eppure, la quotidianità e il giovane
cast – su tutti ovviamente lei, la bravissima Sandra Escacena – dell'ultimo film del sempre affidabile Paco Plaza. Il
regista, braccio destro di Balaguerò nella saga in caduta libera di
Rec, ricorda i nostri
Fulci e Argento nella grana autenticamente rétro delle immagini;
perfino lo Spielberg di Incontri ravvicinati, con il tenero Antonito
incantato sull'uscio del bagno. L'eclissi oscura Madrid e anima un
ipnotico delirio, fra possessione satanica e allucinazioni, con un
tocco d'autore – classico e modernissimo insieme – che, come si
diceva, sa fare la differenza. Inquietante metafora del diventare
adulti come il cannibale Raw,
Verònica è la
riprova di come il male padroneggi tutti gli idiomi del mondo. Lo
spagnolo, lingua di balli di gruppo e brividi non da poco, a quanto
pare, meglio di altri. (7,5)
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martedì 16 agosto 2016
Mr. Ciak: Equals, Into the forest, Tallulah, Ghostbusters, La Notte del Giudizio 3
Una
studentessa inglese con il visto in scadenza si innamorava di un
giovane americano. E, insieme ma distanti, scoprivano che le promesse per la vita non si
addicono ai vent'anni. Una studentessa, un'altra, s'innamorava –
corrisposta – dell'uomo che la ospitava. Neanche i compromessi,
neanche le responsabilità, giovavano alla relazione tra la pianista
dagli occhi verdi e il suo ospite. A ideale conclusione di una
trilogia sentimentale in cui d'amore si soffre, il Drake Doremus che
tanto stimo propone un'ennesima coppia in difficoltà, questa volta
sulla soglia di un futuro prossimo. Se erano i problemi di tutti i
giorni, la gelosia o l'assennatezza, ad allontanare prima Anton
Yelchin e poi Guy Pierce dalla dolce Felicity Jones, in Equals è
una società distopica a condannare Silas e Nia, amanti fuorilegge,
alla solitudine. Di bianco vestiti, rigidi e impassibili, si muovono
senza sfiorarsi mai in un mondo alla Delirium,
in cui guerre e pestilenze sono state debellate assieme al
sentimento. Cosa succede se, davanti all'ennesimo suicidio, lei
tradisce un moto di dispiacere? Cosa fai se scopri che saprebbe ricambiare il tuo bacio? E che futuro avreste mai, poi, in una città in
cui solo due robot su cento, mille, un milione, hanno riacquistato
l'anima? Cambia il genere, più alla moda, ma non l'occhio indie.
Drake Doremus, per la sua ultima missione, abbandona le luci
sfarfallanti delle metropoli e i pendolari, e si sposta su un set
dalle forme avveniristiche, nemmeno troppo originali però, che fa suo ugualmente: lo si nota nei colori che si animano,
nelle inquadrature geometriche, nella lentezza del risveglio
sensoriale. Non tanto nell'iperuranio, quanto in camera da letto con
Nicholas Hoult e Kristen Stewart. Equals ha
tagli e temi tutt'altro che inconsueti, ma il regista aggiunse
silenzi, l'intimità e quei finali sempre in bilico dei suoi. Con un
duo di belli e intensi, riscattati già tempo fa dal fantasy
adolescenziale, che lì per lì sembrano frettolosi e freddolosi. Il
rigore formale, l'approccio per nulla strappalacrime, gli pianta il
freddo dentro, e ci vuole un po' a scacciarlo. Si arriva perciò a un
finale struggente ma speranzoso, con uno sbalzo di temperatura che fa
scricchiolare la seconda parte: dalla monotonia alla sfiorata
tragedia, in cui i richiami a Shakespeare tormentano. Si perdona
l'escursione termica, l'imperfezione, in nome dell'emozione che
quando arriva, finalmente, minaccia di commuovere. E Drake Doremus, sensibile regista di
coppie tribolate e chiuse amarissime, con l'amore ci fa pace nel film
meno nostro; paradossalmente, quello in cui l'amore causa le guerre.
(6,5)
Vivono
in una casa di vetro immersa nel verde, un padre e le sue due figlie.
Eva, posata e matura, tempra il suo corpo notte e giorno a ritmo di
musica. Nell, piccola ma responsabile, si
impegna per l'ammissione al college: non vuole deludere le
aspettative del genitore. Così diverse e così indispensabili l'una
per l'altra, complementari, dovranno farsi forza all'indomani di
un'apocalisse sconosciuta. L'elettricità salta, si regredisce a quel tempo in cui
si viveva di caccia, agricoltura, affetti essenziali. E se la loro
casa iniziasse a crollare per le intemperie, esponendole agli agenti
atmosferici e alla violenza del prossimo? E se queste piccole donne
nell'occhio del ciclone, che ogni tanto si concedono il lusso del
generatore, una canzone o un video alla televisione, facessero gola a
lupi dall'aspetto umano? Appartenente a un filone scif i che fa facilmente breccia – la fantascienza umanistica di
un Perfect Sense, con domande senza risposta, contagi, effetti
speciali assenti e emozioni forti -, Into the forest è un
Hansel e Gretel al femminile, su due giovani donne vulnerabili.
Delicatissimo e discreto, è
impreziosito dall'elegante regia della canadese Patricia Rozema, che
adatta un romanzo da noi purtroppo inedito, e dalle significative
interpretazioni di Evan Rachel Wood e Ellen Page: ex ragazze prodigio
del cinema indie - la prima bravissima ma incostante nelle scelte,
l'altra penalizzata da un'eterna giovinezza e da un outing che, un
po', le ha cucito addosso ruoli da dura -, sono le assolute padrone
di casa. La foresta è maestra di vita, e avere lo
stesso sangue in circolo scalda, d'inverno. Si inganna il tempo, non
si tralasciano l'ordine e le passioni di una vita fa. Se la corrente
ritornasse, vorremmo forse farci sorprendere allo stato ferino,
sepolti i rituali e la cultura, dimenticata per sempre l'umanità?
Eva non smette di muoversi, dunque, anche se al ritmo gelido del
metronomo. Nell studia, la testa china sui libri, anche se non
servono più le università e gli attestati. I fucili in pugno,
puntati contro l'ignoto, e una mano da stringere, nel bisogno estremo.
(7)
Tallulah vive un'esistenza da nomade. Nel suo mènage, ha trascinato il borghese Nico: giovane di buona famiglia, in fuga da una mamma che gli aveva riversato troppe aspettative addosso. Da quella mamma, un giorno, decide che vuole ritornare; lascia la protagonista nel cuore della notte. Il viaggio in macchina fino a New York è per ritrovarlo: una mossa disperata per non perdere ciò che quel ragazzo, l'ennesimo che la abbandona, rappresenta. Casa. Nella City, Lu incrocia altre due donne e i loro rispettivi guai. E di un dolce guaio di nome Madison, quasi due anni e un pianto che spezza il cuore, si fa carico: anche se il prendersi cura della bambina, l'assecondare il suo bestiale istinto materno, somiglia tanto a un rapimento. Da una parte abbiamo, Margo, madre di quel Nico ormai uccel di bosco e piantata in asso, a cinquant'anni, da un marito che si è dichiarato omosessuale; dall'altra, invece, Carolyn, ricca moglie trofeo e madre incapace, privata di una bambina che starebbe forse meglio altrove. La scapestrata Tallulah unirà le loro vite distanti e darà un senso alla loro solitudine: ingannando Margo, le dirà che la minore rapita è in realtà una nipote sconosciuta; tormentando Carolyn, alticcia e bisognosa, le farà sentire la struggente mancanza della figlia trascurata. Cosa succederà, però, quando arriverà il momento di assumersi tutta la responsabilità? Scrive e dirige Sian Heder, creatrice di Orange is the new black, che di vite al limite e donne a pezzi ne sa senz'altro qualcosa, e il risultato è una produzione che se ne infischia dell'originalità, sì, ma anche un triplice e intensissimo ritratto di signora. Le eroine, abbandonate dal prossimo e in cerca di calore, ugualmente vinte, ricordano tanto quelle dell'ultimo Virzì: le risate esagerate, la ricerca della felicità e la strada che, meglio di qualsiasi scuola, insegna. Se Ellen Page ci prova (e fa sorridere la sensazione di vederla quasi alle prese con il prosieguo ideale di Juno) e la televisiva Tammy Blanchard – qui, bionda e ispirata – sorprende, non c'è dubbio che su tutti svetti la magnifica Allison Janney: già alle prese, nel piccolo cult di Reitman, con le bizze di una Page in cerca di ruoli nuovi e delle carte d'adozione; già pessima genitrice, ma straordinaria caratterista, nella sitcom Mom. Sono diverse, le tre, talora nemiche giurate: ma c'è un pianto – un bisogno – che le porta allo stesso punto; davanti al medesimo finale. Dove si riversano una sfiorata tragedia; le speranze che per una volta le proverbiali mele cadano lontane dagli alberi e rotolino lungo il crinale di un collina, verso la salvezza; la visione di rinunciare alla gravità e di librarsi su Central Park. Ma la volontà di farcela, di ritentare, le porterà ad allungare la mano, aggrappandosi al primo ramo. Quando abbandonarsi al vuoto e naufragare nello spazio, invece, sembrava l'unica scelta ammissibile. (7+)
Ho seguito in silenzio le polemiche che sono toccate al reboot che, stando ai più, non aveva ragione d'essere. Si parlava del contrastato Ghostbusters, rifacimento di un film cult che ha spento trenta candeline e che, per forza di cose, ho visto quando già agli occhi delle nuove generazioni risultava datato: nasco a metà degli anni '90, infatti, ma soltanto nei Duemila sono conscio di ciò che guardo e di ciò che mi piace. E i film di Reitman, al contrario di un Ritorno al futuro, non hanno mai fatto breccia: sarà che non sono nella lista degli imperdibili stilata da un papà che gli anni '80 non li ha mai superati? E a lui, che al tempo eppure c'era, questo Ghostbusters in rosa è piaciuto. Commedia fantascientifica dalla comicità non tra le più raffinate, ma colorato intrattenimento per famiglie, ha le partecipazioni amichevoli di un'antica squadra che non serba rancore, una computer grafica all'avanguardia e un simpatico quartetto. Meritava gli impietosi paragoni mossi da spettatori che non hanno appeso al chiodo i paraocchi? Può dirsi una catastrofe, se consolida il solido duo McCarthy-Wiig, ci lascia scoprire il talento dell'eccentrica Kate McKinnon e mostra l'adone Hemsworth, qui segretario in prova, autoironico come non mai? Il divertimento abbonda e fuori luogo, in definitiva, appare tutto il gran rumore. C'è chi, chino sul cellulare, fiuta Pokemon e chi, nella classica New York avvezza a cataclismi e possessioni massive, caccia ectoplasmi, critiche gratuite e amicizie tra reietti. Le quattro colleghe, ad esempio, che abbandonano carriere sicure per il richiamo dell'avventura, incappando nel calore degli americani e nelle rimostranze degli italiani. Haters gonna hate. Serbo il mio odio per cose sporadiche e persone contate, io; figuriamoci per quattro professioniste che il loro lavoro – di comiche e cacciatrici – lo fanno, e sotto il fuoco incrociato di spettri arrabbiati e critici luciferini. (6,5)
Per le strade, l'inferno. Sangue e pazzia. Ragazze dalle auto sfavillanti che, con Party In The Usa in sottofondo, brandiscono mitraglie e macheti; turisti in cerca di morte; anziane donne che uccidono i mariti e guardano i cadaveri bruciare; rivali ghigliottinati in piazza; faide e vendette. Una volta l'anno, tutto è concesso. C'è la Purga. E, una volta l'anno, in sala, ecco i capitoli aggiuntivi di una distopia a tinte forti che, partita a sorpresa con l'interessantissimo La notte del giudizio, tenta come può, volta per volta, di mostrare volti inediti e angoli nascosti di uno spunto raro e di un'America allegorica. Negli Stati Uniti è tempo di elezioni: nella finzione, così come nella realtà. E non ci vuole poi troppo a individuare i facsimili di Hillary Clinton e Donald Trump, nello scontro tra progresso e privilegio, donna e uomo, vecchio e nuovo. Chi vincerà? Tutto è in forse, se si deve sopravvivere a una parentesi anarchica che è un'ottima scusa, in realtà, per sbarazzarsi di colei che appoggia il cambiamento. Da una parte c'è una governatrice, protetta dalla guardia del corpo; dall'altra, ci sono il proprietario di un piccolo alimentari e il suo braccio destro che, le armi in pugno, difendono il loro scampolo di american dream. I cenni alla cronaca non si contano, e ogni riferimento a fatti e persone non è puramente casuale, in Election Year: terzo film di una fortunata serie che, dalla sua, ha la puntualità delle allusioni, sangue freddo e scarsa concorrenza, in sale poco affollate. L'ultimo, quantomai satirico nelle intenzioni, ha però una sceneggiatura non all'altezza del soggetto. L'inquietante quadretto che vi ho descritto in apertura? Puro suppellettile. The Purge sceglie la fuga, pretese di alta tensione, bruciandosi l'idea di antagonisti iconici – le sanguinarie e sguaiate dame che ascoltano la Cyrus, ad esempio – e analizzando le buone intenzioni di un quartetto penalizzato dai pessimi attori. L'azione si somma allo splatter, e finisce per diventarne un rimpiazzo; la morale, amarissima, è diluita da lungaggini e grandi gesti eroici. Election Year, che quasi sicuramente non resterà senza eredi, è peggiore dei due predecessori – in parte, prevedibili difetti del brodo allungato – ma dà da pensare, sì. Cosa che non si può chiedere a tutti gli horror estivi. Cosa, però, che potevamo chiedere eccome, e meglio, a chi tira il sasso e, per fretta e buonismo, nasconde poi la mano. (5,5)
Tallulah vive un'esistenza da nomade. Nel suo mènage, ha trascinato il borghese Nico: giovane di buona famiglia, in fuga da una mamma che gli aveva riversato troppe aspettative addosso. Da quella mamma, un giorno, decide che vuole ritornare; lascia la protagonista nel cuore della notte. Il viaggio in macchina fino a New York è per ritrovarlo: una mossa disperata per non perdere ciò che quel ragazzo, l'ennesimo che la abbandona, rappresenta. Casa. Nella City, Lu incrocia altre due donne e i loro rispettivi guai. E di un dolce guaio di nome Madison, quasi due anni e un pianto che spezza il cuore, si fa carico: anche se il prendersi cura della bambina, l'assecondare il suo bestiale istinto materno, somiglia tanto a un rapimento. Da una parte abbiamo, Margo, madre di quel Nico ormai uccel di bosco e piantata in asso, a cinquant'anni, da un marito che si è dichiarato omosessuale; dall'altra, invece, Carolyn, ricca moglie trofeo e madre incapace, privata di una bambina che starebbe forse meglio altrove. La scapestrata Tallulah unirà le loro vite distanti e darà un senso alla loro solitudine: ingannando Margo, le dirà che la minore rapita è in realtà una nipote sconosciuta; tormentando Carolyn, alticcia e bisognosa, le farà sentire la struggente mancanza della figlia trascurata. Cosa succederà, però, quando arriverà il momento di assumersi tutta la responsabilità? Scrive e dirige Sian Heder, creatrice di Orange is the new black, che di vite al limite e donne a pezzi ne sa senz'altro qualcosa, e il risultato è una produzione che se ne infischia dell'originalità, sì, ma anche un triplice e intensissimo ritratto di signora. Le eroine, abbandonate dal prossimo e in cerca di calore, ugualmente vinte, ricordano tanto quelle dell'ultimo Virzì: le risate esagerate, la ricerca della felicità e la strada che, meglio di qualsiasi scuola, insegna. Se Ellen Page ci prova (e fa sorridere la sensazione di vederla quasi alle prese con il prosieguo ideale di Juno) e la televisiva Tammy Blanchard – qui, bionda e ispirata – sorprende, non c'è dubbio che su tutti svetti la magnifica Allison Janney: già alle prese, nel piccolo cult di Reitman, con le bizze di una Page in cerca di ruoli nuovi e delle carte d'adozione; già pessima genitrice, ma straordinaria caratterista, nella sitcom Mom. Sono diverse, le tre, talora nemiche giurate: ma c'è un pianto – un bisogno – che le porta allo stesso punto; davanti al medesimo finale. Dove si riversano una sfiorata tragedia; le speranze che per una volta le proverbiali mele cadano lontane dagli alberi e rotolino lungo il crinale di un collina, verso la salvezza; la visione di rinunciare alla gravità e di librarsi su Central Park. Ma la volontà di farcela, di ritentare, le porterà ad allungare la mano, aggrappandosi al primo ramo. Quando abbandonarsi al vuoto e naufragare nello spazio, invece, sembrava l'unica scelta ammissibile. (7+)
Ho seguito in silenzio le polemiche che sono toccate al reboot che, stando ai più, non aveva ragione d'essere. Si parlava del contrastato Ghostbusters, rifacimento di un film cult che ha spento trenta candeline e che, per forza di cose, ho visto quando già agli occhi delle nuove generazioni risultava datato: nasco a metà degli anni '90, infatti, ma soltanto nei Duemila sono conscio di ciò che guardo e di ciò che mi piace. E i film di Reitman, al contrario di un Ritorno al futuro, non hanno mai fatto breccia: sarà che non sono nella lista degli imperdibili stilata da un papà che gli anni '80 non li ha mai superati? E a lui, che al tempo eppure c'era, questo Ghostbusters in rosa è piaciuto. Commedia fantascientifica dalla comicità non tra le più raffinate, ma colorato intrattenimento per famiglie, ha le partecipazioni amichevoli di un'antica squadra che non serba rancore, una computer grafica all'avanguardia e un simpatico quartetto. Meritava gli impietosi paragoni mossi da spettatori che non hanno appeso al chiodo i paraocchi? Può dirsi una catastrofe, se consolida il solido duo McCarthy-Wiig, ci lascia scoprire il talento dell'eccentrica Kate McKinnon e mostra l'adone Hemsworth, qui segretario in prova, autoironico come non mai? Il divertimento abbonda e fuori luogo, in definitiva, appare tutto il gran rumore. C'è chi, chino sul cellulare, fiuta Pokemon e chi, nella classica New York avvezza a cataclismi e possessioni massive, caccia ectoplasmi, critiche gratuite e amicizie tra reietti. Le quattro colleghe, ad esempio, che abbandonano carriere sicure per il richiamo dell'avventura, incappando nel calore degli americani e nelle rimostranze degli italiani. Haters gonna hate. Serbo il mio odio per cose sporadiche e persone contate, io; figuriamoci per quattro professioniste che il loro lavoro – di comiche e cacciatrici – lo fanno, e sotto il fuoco incrociato di spettri arrabbiati e critici luciferini. (6,5)
Per le strade, l'inferno. Sangue e pazzia. Ragazze dalle auto sfavillanti che, con Party In The Usa in sottofondo, brandiscono mitraglie e macheti; turisti in cerca di morte; anziane donne che uccidono i mariti e guardano i cadaveri bruciare; rivali ghigliottinati in piazza; faide e vendette. Una volta l'anno, tutto è concesso. C'è la Purga. E, una volta l'anno, in sala, ecco i capitoli aggiuntivi di una distopia a tinte forti che, partita a sorpresa con l'interessantissimo La notte del giudizio, tenta come può, volta per volta, di mostrare volti inediti e angoli nascosti di uno spunto raro e di un'America allegorica. Negli Stati Uniti è tempo di elezioni: nella finzione, così come nella realtà. E non ci vuole poi troppo a individuare i facsimili di Hillary Clinton e Donald Trump, nello scontro tra progresso e privilegio, donna e uomo, vecchio e nuovo. Chi vincerà? Tutto è in forse, se si deve sopravvivere a una parentesi anarchica che è un'ottima scusa, in realtà, per sbarazzarsi di colei che appoggia il cambiamento. Da una parte c'è una governatrice, protetta dalla guardia del corpo; dall'altra, ci sono il proprietario di un piccolo alimentari e il suo braccio destro che, le armi in pugno, difendono il loro scampolo di american dream. I cenni alla cronaca non si contano, e ogni riferimento a fatti e persone non è puramente casuale, in Election Year: terzo film di una fortunata serie che, dalla sua, ha la puntualità delle allusioni, sangue freddo e scarsa concorrenza, in sale poco affollate. L'ultimo, quantomai satirico nelle intenzioni, ha però una sceneggiatura non all'altezza del soggetto. L'inquietante quadretto che vi ho descritto in apertura? Puro suppellettile. The Purge sceglie la fuga, pretese di alta tensione, bruciandosi l'idea di antagonisti iconici – le sanguinarie e sguaiate dame che ascoltano la Cyrus, ad esempio – e analizzando le buone intenzioni di un quartetto penalizzato dai pessimi attori. L'azione si somma allo splatter, e finisce per diventarne un rimpiazzo; la morale, amarissima, è diluita da lungaggini e grandi gesti eroici. Election Year, che quasi sicuramente non resterà senza eredi, è peggiore dei due predecessori – in parte, prevedibili difetti del brodo allungato – ma dà da pensare, sì. Cosa che non si può chiedere a tutti gli horror estivi. Cosa, però, che potevamo chiedere eccome, e meglio, a chi tira il sasso e, per fretta e buonismo, nasconde poi la mano. (5,5)
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