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martedì 7 febbraio 2017

Zapping: Taboo, Riverdale, Sneaky Pete, Z - The Beginning of everything, Emerald City

Tom Hardy mi piace moltissimo. Intenso e attento nelle scelte, versatile nonostante quell'aria severissima, è diventato presto uno dei miei preferiti. Complici personaggi ipercaratterizzati ma, soprattutto, quel Locke in cui c'erano lui, un'auto, una lunga notte per schiarirsi le idee. Un Tom Hardy a puntate all'inizio dell'anno, con lo stesso Knight a sceneggiare e Ridley Scott a produrre: cosa chiedere di meglio? Taboo, pur essendo all'altezza dei livelli cinematografici a cui la concorrenza ci ha abituato, è una serie che non mi aspettavo. Fatta di ritmi lentissimi, episodi lunghi, un protagonista che mette nell'ombra gli altri. Quando non è in scena, così, calano l'attenzione e la palpebra. La trama, eppure, che vede un losco figuro tornare a Londra per la morte del padre, ha del potenziale. Sembra un contenitore di storie gotiche e avventurose, come lo sfortunato Penny Dreadful. Il protagonista, uomo dalla pessima reputazione, ha ereditato un'isola sperduta in America. Ci sono interessi, intrighi e cospirazioni in ballo, compreso un amore impossibile verso la sorellastra. Qui e lì, sprazzi orrorifici. Hardy, confermo, mi piace moltissimo sì. I prodotti storici e i loro ritmi stranchi, purtroppo, per niente. Si compenseranno le due cose, mi domando, mentre gli episodi si accumulano e quei sessanta minuti a puntata, moltiplicati per sette, potrebbero pesarmi ancora di più? (Nì.)

Scorgi il marchio The CW, leggi Riverdale, e immagini da te un teen drama di provincia, pieno di intrighi e gente schifosamente attraente. Qualcosa di giovane, misterioso e trash, ora che Pretty Little Liars sta per finire ma tu l'hai mollato anni fa senza rimpianti. Qualcosa che, nel bel mezzo della settimana, serve sempre se di serietà ne hai abbastanza. Riverdale, essenzialmente, è ciò che sembra. Attori belli e televisivi all'appello – c'è anche Cole Sprouse, da Zack e Cody -, un omicidio che turba alcuni e fa felici altri, studenti che hanno relazioni sconvenienti con le insegnanti di musica e allieve provetto frenate dalla regola dell'amico. Nel pilot, due gemelli fanno una gita al lago: lui annega, pur essendo un nuotatore provetto; lei appare affranta, ma solidifica intanto la propria posizione di ape regina. Arriva a scuola una ragazza nuova, la cui ricca famiglia è caduta in disgrazia, e durante l'estate il ragazzo della porta accanto, diviso tra football e cantautorato, ha messo su muscoli che lo rendono corteggiatissimo. Si respira aria di drammi adolescenziali di un paio di generazioni fa (90210, Dawson's Creek). Il titolo, dedicato a una città turbolenta e sfortunata, strizza l'occhio agli enigmi di Twin Peaks. Alla base, un fumetto storico che ovviamente non ho mai sentito nominare. La serie arriva in ritardo, troppo, e ricorda altro per forza di cose. Annoierà, o avrà la meglio l'effetto nostalgia? Al momento, complice la foggia stranamente curata e il sapore rétro, quasi anni Cinquanta, questo Riverdale giocoso e nebbioso mi piace. (Sì.)

Un furfante, finito in prigione per la lingua troppo lunga e amicizie poco raccomandabili, torna in libertà. Il suo compagno di cella gli ha raccontato di una nonna che non vede da vent'anni, di una famiglia benestante e felice: vivere sotto falsa identità è facilissimo. Quanto durerà la farsa? Due anni fa, Sneaky Pete era un pilot Amazon in forse. Come con Mozart in the Jungle e Red Oaks, ci è voluto un po' per decretarne le sorti. Serie in dieci episodi prodotta tra gli altri da Bryan Cranston – che compare in veste di antagonista, nel finale – risulterà più leggera e scontata del previsto, se i nomi promettenti e i pareri calorosi ci avevano fatto immaginare un crime serissimo. I toni sono divertiti, invece, e il pilot ha l'aria di un family drama a tinte gialle. C'è che la trama, a primo impatto, ricorda un Impastor meno becero e un Feed the Beast lontano dai fornelli. C'è che Giovanni Ribisi, scaltro e con un'invidiabile faccia tosta, ha finalmente un ruolo alla sua altezza – l'ho sempre trovato bravissimo e sprecato, non so voi – e che l'apparizione di Cranston, qui in veste boss mafioso, fomenta. Acquisirà sostanza, magari, strada facendo. O magari no. Ma ironico, ben recitato, efficace, probabilmente finirà per farsi guardare ugualmente. (Sì.)

Dietro grandi uomini, sempre, ci sono grandi donne. E la grandezza di Zelda Fitzgerald mi è giunta spesso all'orecchio. Cos'ha reso la moglie dello scrittore del Grande Gatsby, con il senno di poi, forse più amata del partner? Ci sono molti romanzi biografici sul tema, dall'improponibile Signorini di turno a quello di Therese A. Fowler a cui Amazon si è ispirata. Si parla di un futuro film di Ron Howard, con Jennifer Lawrence a bordo. Intanto, dopo averla intravista anche in Midnight in Paris, Zelda arriva sul piccolo schermo. Una serie elegante, breve, in dieci puntate. Chi era davvero? The Beginning of everything, nei primi due episodi almeno, è un dramma in costume sentimentale e poco nelle mie corde. La nascita di una storia d'amore tra lei, capricciosa ragazza di buona famiglia, e un Fitzgerald in partenza per il fronte. Christina Ricci, attrice per la quale una vecchia cotta, presta quel viso particolarissimo e l'aria da eterna adolescente a una debuttante che, nei primi anni Dieci, non seguiva le regole. Romantica e spregiudicata, eroina del più classico dei melodrammi, non mi ha fatto simpatia. E, a prima impressione, l'ho trovata forzata. Sarà che la Ricci va verso i quaranta, anche se non si vede, e che il suo personaggio dovrebbe essere quello di una ragazzina o poco più. Il period drama non mi piace, e The Beginning of everything sembra non fare eccezione. Ma quei trenta minuti a puntata, pratici e insoliti, mi tentano. Insieme alla voglia di sapere, forse non necessariamente con questa serie TV, come Z è diventata poi quel che è diventata. (Nì.)

Dorothy, la bambina con le scarpe da ballo che percorreva un sentiero di mattoni gialli con il fidato cane Toto al trotto, è un'infermiera di vent'anni nell'ultima rivisitazione non richiesta del Mago di Oz: fiaba celebre che, purtroppo, non mi ha mai incantato. Gli scenari sono moderni e non è una casetta del Kansas ad essere portata da un uragano in un mondo surreale, bensì una volante della polizia con a bordo una protagonista svenuta e un pastore tedesco. Atterrando, la macchina ha schiacciato la malvagia Strega dell'Est. Ma le streghe sono immortali, solo la magia può ucciderle: e lì, a Oz, la magia è proibita. Chi è Dorothy? Se lo domandano Glinda, una Joely Richardson dalla parte dei buoni; la Strega dell'Ovest, tenutaria di un postribolo; il Mago, ciarlatano senza arte con una schiera di ancelle adoranti. Si riconoscono gli elementi classici, si apprezza a tratti la riscrittura di situazioni e personaggi. Sulla carta, Emerald City non sembra disastroso. E invece sì: girato con quattro soldi, kitsch, trashissimo. Peggio di Once Upon a Time, che però mi aveva lasciato il beneficio del dubbio per ben due stagioni; peggio degli insopportabili film tutti fiocchi e ghirigori di Tarsem Singh, che qui produce e dirige ma con costumisti che hanno agghindato gli attori con gli ultimi rimasugli dello scorso carnevale. Emerald City è una triste mascherata, recitata male – perfino da Vincent D'Onofrio – e scritta peggio. Cosa sarà mai, si domanda una strega di colore preoccupantemente simile alla cantante Skin, maneggiando una pistola? Vi dico solo che si spara in fronte. E niente, io ho riso. E, nonostante il mio gusto per l'orrido, ho spento ancora prima che l'episodio finisse. (No.)

sabato 16 gennaio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Revenant, Creed, Dio esiste e vive a Bruxelles

Oscar 2016
12 candidature 
Il Nuovo Mondo è una terra per combattenti, un'arena ghiacciata e impervia per soli uomini. Vi si muove in sincronia, passando attraverso boschi intricati, fiumi gelidi e lande deserte, un gruppo di esploratori britannici. A ogni passo, c'è la paura di un agguato: i nativi, che reclamano il loro territorio messo a ferro e fuoco dai colonizzatori; i rivali francesi, sempre in competizione; i compagni d'avventura, perfino, se sei stato ferito nel corpo e nell'anima e abbandonato lì fuori, tra infinite insidie, perché i furbi scappano a gambe levate e gli onesti, che annaspano nel loro stesso sangue, restano fermi. Questo il destino di Hugh Glass, che ha fatto bene a fidarsi degli indigeni – da una di loro ha avuto un figlio, Hawk – e male, invece, a fare affidamento sull'avaro Fitzgerald: straziato da un orso bruno, viene lasciato all'addiaccio, solo, sebbene abbia ancora un po' di fiato in corpo. Non abbastanza, comunque, per denunciare un delitto che lo tocca da vicino e gridare giustizia. Revenant, lunga epopea americana, è una storia di morte e rinascite, contro le bestie selvagge, la pochezza dei nostri simili e un inverno rigido, che non perdona. E non perdona il protagonista, che arranca e si arrangia, lotta e cerca casa, mosso da istinti basici e necessari: vita e vendetta. L'ultima fatica di Alejandro Gonzàlez Inàrritu, reduce dai fasti – da me non condivisi – di Birdman, è una novella Odissea. Un estenuante viaggio omerico, che va ad inserirsi in quel filone cinematografico che ha i suoi esempi celebri in Balla coi lupi e L'ultimo dei Mohicani. La violenza che macchia il candore di un rosso arterioso – e non c'è confine a separare l'amico dal nemico, il buono dal cattivo – e tutte le sfide atroci dei survival di ogni dove. L'uomo in guerra contro i quattro elementi e che, creatura a sangue freddo, si adatta: nella scena più forte, ad esempio, DiCaprio smembra un cavallo e usa il corpo dell'animale a mo' di coperta termica. Ma per tutto il tempo, nel film che tutti acclamavano ancora prima di assistere alle proiezioni ufficiali, c'è un fastidioso senso di già visto – anche se nessuno, finora, aveva fatto bene come il messicano che ogni cinefilo doc porta sul palmo della mano. Revenant ha una regia straordinaria e un lato tecnico che sconvolge per la potenza e la solerzia. La fotografia, per descrivere la quale ci vuole proprio quel “mozzafiato” che la mia prof delle superiori consigliava di evitare, mostra una pellicola dalla realizzazione travagliata – leggevo che Inàrritu e il suo cast hanno lavorato in situazioni impossibili, solo con l'ausilio della luce naturale – e di indicibile cura. DiCaprio, ormai osannato a priori per consolarlo dai dispetti dell'Academy, regala una sentita prova fisica: bravo come lo è stato anche in lavori passati, dunque poco sorprendente. Questa volta, trionferà il suo lavoro di introspezione – ha poche battute e il ruolo dell'eroe tutto d'un pezzo –, anziché il mimetismo altrui? Con lui, messi a dura prova dai climi pungenti ma agevolati dalle indicazioni dell'onnipresente Alejandro, il giovane Will Poulter, con i lineamenti così comici e un'intensità finora sconosciuta; Domhnall Gleeson, che ho bollato come promettende da un po'; uno spregevole Tom Hardy che, fuoriclasse che non è altro, ruba la scena al protagonista moribondo. Però le due ore e trenta di visione, tante sì, ma non pesano particolarmente, sono state in poltrona tutte un continuo: questo mi ricorda Il gladiatore – i flashback ovattati in cui Glass ripensa alla moglie -, quello Robinson Crusoe – non manca, infatti, il provvidenziale savage savant. Questo Cold Mountain – il ritorno e i presagi di sciagura -, quello Gangs of New York – il sanguinoso conflitto conclusivo. E se ricorda un po' questo e un po' quello, vorrà dire che Revenant, impeccabile nella resa, fin troppo antiquato e freddo nell'ideazione, si scorderà in fretta? O, banalmente, farà lo scalpo ai rivali? Come lo scorso film premio Oscar di Steve McQueen, che dava tante di quelle scudisciate eppure non lasciava il segno, lì per lì mi ha soddisfatto, ma sospetto che non stenterò, tra dodici mesi, a trovargli un più valido rimpiazzo. Un'americanata con tutte le concessioni del caso - quante sofferenze per il povero Leo, e altrettante inspiegabili, colossali botte di fortuna - con una direzione artistica che fa la differenza. (7+)

Oscar 2016
migliore attore non protagonista
Gli Stati Uniti sfidavano la Russia, in Rocky IV. Questione politica, poi sportiva. I russi erano alti, biondi, spietati. Gli americani, invece, benché ci fossero sembrati guerrieri nei film precedenti, erano in schiacciante svantaggio. Nel round conclusivo, Rocky non si era fatto però buttare al tappeto; vani i “ti spiezzo in due” dell'avversario. Ma quello precedente, di round, aveva riservato ai protagonisti di una saga che unisce generazioni lontane una sconfitta e un lutto. Apollo Creed, con i suoi famosi pantaloncini a stelle e strisce, era morto sotto i pugni del nemico straniero. Zio Sam era stato messo KO. C'era stata, puntuale, la rivalsa. Perché quello, essenzialmente, predicava Rocky: cadere e rialzarsi, sfidare tutti i pronostici. E li ha sfidati Silvester Stallone, settant'anni a luglio, agli scorsi Golden Globes: il meritato premio al miglior attore protagonista, mentre gli snob non se ne capacitavano e la concorrenza si sfregava le mani, per la partecipazione a Creed. Storia di un figlio nato fuori dal matrimonio, con il pugilato nel sangue, che segue le orme di quel padre che non ha mai conosciuto. Un'operazione commerciale come tante, immaginavo, prima di trovare il buon Silvester anche in lizza per i prossimi Oscar. Ci avevano già provato dieci anni fa, con un sequel tanto nostalgico quanto spento, con un protagonista vedovo e amareggiato, un ristorante da mandare avanti, un'ultima sfida in cui sotto sotto non credeva lui per primo. Non aveva più l'età. Stallone, così, cede sceneggiatura e macchina da presa a Ryan Coogler, acclamato per Fruitvale Station, e abbandona gli scontri corpo a corpo per spiegare i trucchi del mestiere, ormai saggio e stanco, a uno di famiglia. “Zio”, lo definisce Adonis Creed, incurante che la loro pelle non sia dello stesso colore e che sia prematuro raccogliere la sua eredità. L'eppure convincente Michael B. Jordan, infatti, ha un personaggio acerbo, a cui manca tutto quello che Rocky, ancora prima di diventare ufficialmente mentore, aveva insegnato ai suoi spettatori. Gli abbiamo voluto bene perché era umano, improbabile e un po' tonto, forse per tutte quelle botte in testa o forse no. E io ci sono legato, pur non amando il genere, perché incarna il senso delle seconde opportunità in cui credo fermamente. Adonis, figlio d'arte, ha il gioco facile: un fisico statuario, un cognome che gli apre tante porte e, tra il pubblico, una fidanzata musicista e un coach leggendario. Non è un ragazzo di strada, nonostante un'infanzia in riformatorio. E non si sviluppa una reale empatia nei suoi confronti, con una presunta vittoria che nessuno mette in dubbio e una situazione sentimentale – la vicina di casa di cui s'innamora è destinata a perdere l'udito – che non sfiora. Gli si preferisce senz'altro il granitico Jake Gyllenhaal, pugile mancino in Southpaw, che mi aveva commosso con il vuoto lasciato dalla sua personale Adriana, una bambina di cui riconquistare la fiducia, le magie delle fenici che rinascono. Così dicendo, non negherò però che Creed emoziona e coinvolge, tra strizzate d'occhio, citazioni e immancabili tappe nei luoghi simbolo della serie originale. Se convince, è solo per la partecipazione straordinaria di questo inimitabile italoamericano che qui intristisce e sorprende, perché anziano, infermo, abbandonato a se stesso. Le visite alla tomba di Adriana, le immagini di repertorio, il lasciapassare per gli omaggi più sentiti – ed ecco Jordan in tuta grigia che cattura galline per allenare i riflessi o che, nella corsa per la vittoria, coinvolge un corteo di motociclisti e sostenitori. I gradini scalati in passato, ancora, che sembrano impraticabili; una scalata. Ma, per tutto il tempo, chi aiuta chi? La classica umanità di Stallone, al giro di boa con il suo personaggio cult, amico immaginario suo e nostro, vince a mani basse contro i muscoli del nuovo protagonista e l'idea di un fatale lascito. Stallone è spalla, su carta, ma in realtà è linfa vitale dell'intero progetto. Che funziona alla perfezione come capitolo complementare, meno come reboot. Provano a limitarlo, a fargli fare la parte del grillo parlante, ma Rocky – nella fragilità, nelle ossa che cigolano, nella ricerca di futuri eredi al titolo – non si lascia mettere in un angolo. L'allievo, al contrario, non ha gli occhi della tigre. (6,5)

Golden Globes 2016
miglior film straniero 
Nell'attico di un grigio condominio, in un grigio Belgio, vivono una madre remissiva, un padre padrone e un'adolescente ribelle. Del figlio maggiore, un hippy, è vietato chiedere. La testarda Ea non potrebbe sbirciare nell'ufficio disordinato del normativo genitore, mettere il naso fuori. La segreta via di fuga in un tunnel al di là della lavatrice, elettrodomestico profondo tanto quanto la tana del Bianconiglio, e un atto di estrema disubbidienza – rivelare agli uomini la loro data di morte – la porteranno nel mondo e a intavolare una discussione a muso duro con papà, l'Onnipotente. Noi crediamo in Lui – o, almeno, c'è chi ci crede –, ma lui crede in noi? La nuova commedia del regista dello splendido Mr. Nobody siede alla destra del Padre e nella prestigiosa cinquina dei migliori film stranieri ai Golden Globes e, dopo il capolavoro Alabama Monroe, mostra un Belgio diverso senz'altro, leggero, ma a suo modo in ghingheri. E Bruxelles, base prescelta dal divino Benoit Poelvoorde, io la immaginavo – insieme alla fuggitiva Ea - meno cupa, più soleggiata; sarà davvero il posto giusto per cercare l'ispirazione per un nuovo Nuovo Testamento e completare la squadra degli apostoli? All'appello, ne mancano sei, e sono tipi infelici, fuori posto, vinti. Scrive le loro storie un profeta clochard e a leggercele, all'alba della fine del mondo, è la gemella di Amèlie Poulain, bambina dalla voce schietta e dirompente. Una “piccola principessa” che, mentre i più imparano a morire, imparerà a vivere, pianificando amori e realizzando sogni nel cassetto. Dio esiste e vive a Bruxelles è un apologo blasfemo, dissacrante, da lacrime agli occhi, che fa riflettere e indispettire. Poi stare bene. Ritocchi a fantasia al dipinto dell'Ultima Cena, qui affollatissima, che non farebbero storcere il naso né al ricordo di Leonardo, né al credente più osservante: la scrittura è brillante, l'immagine è surreale e c'è innegabile poesia nel provocare. Perché in ogni persona risuona una melodia segreta e la protagonista procede con gli abbinamenti, con le "corrispondenze di amorosi sensi", e alla regia l'irresistibile canaglia Van Dormel fa altrettanto. Dio è morto, cantava qualcuno. O, come dico spesso, dorme e si è voltato dall'altra parte. Il regista belga aggiunge, di suo, che le troppe birre, le giornate inoperose e lo sport, in tivù, conciliano la sacra pennichella post Creazione. E che, soprattutto, il Grande Capo avrebbe bisogno di un vice; magari di un centrino ricamato qui e lì, di un tocco femminile. Ogni tanto le stuatue piangono; sui Cristi in croce appaiono espressioni di sofferenza. Qual è il prodigio? Il miracolo che manca, come diceva Troisi, sarebbe piuttosto questo, vedere una Madonna che ride. (7)

giovedì 31 dicembre 2015

[2015] Mr. Ciak - Top 10

Buongiorno, amici lettori. Diversamente da quanto pensassi, entro l'anno, sono riuscito a stilare anche la Top 10 dei film – non ho la presunzione di dirvi che siano i migliori su piazza, ma sono quelli che penso avreste dovuto vedere, tra i tanti. L'attesa, l'incertezza - pubblicare adesso il post oppure no? -, tutta colpa di un anno, al cinema, di delusioni e di speranze mal riposte. Non mi è piaciuto Birdman, troppa forma, e le emozioni a colori di Inside Out non hanno fatto breccia. I film visti agli Oscar – The Imitation Game, La teoria del tutto, Wild – mi avevano intrattenuto a dovere, invece, ma dieci, undici mesi dopo non si fanno più ricordare dettagliatamente: per un pelo, alcuni di loro sono fuori dalle prime dieci posizioni. Nel recuperone degli ultimi giorni, ho visto cose che mi hanno colpito a sorpresa e che vi recensirò prestissimo – Per amor vostro, Love, Youth – e cose che non mi sono piaciute comunque abbastanza – Sicario e Le stazioni della fede. Sicurissimo sulle prime cinque posizioni – solo Noé, visto ieri, mi ha scombussolato il podio -, meno su quelle che restano. Riponevo speranze in altri titoli, ma il tempo stringe e, tra meno di ventiquattr'ore, sarà un altro anno e ci saranno altre storie. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori e no, non è la frase di lancio di Love. Ho fatto ordine e, blog mio, regole mie, ho inserito film distribuiti in sala e film ancora inediti. Addirittura, al primo posto, un film uscito lo scorso anno, ma così mal distribuito che l'ho recuperato solo ad aprile, in homevideo. Clicco su “pubblica”, va', prima di cambiare di nuovo idea. Ti è piaciuto fare il bastian contrario, mi direte, e nel listone che ci hai messo? Sperando che il 2016 ci riservi più gioie, nel privato e quando siamo seduti in poltrona, vi faccio tantissimi auguri di buona fine e di buon inizio. A presto, amici, e grazie ancora per la compagnia. Un abbraccio.


10. The Final Girls: Un brillante gioco di metacinema che non ci godevamo, forse, da Quella casa nel bosco. Qualche angelo dotato di abbondante autoironia, lassù, se ne procuri una copia per il Wes Craven che sempre ci manca: lo adorerebbe.
9. Per amor vostro: Napoli, e lì brilla sempre il sole, si spegne, se si accende la scintilla in Gaudino. Un lirico bianco e nero per il flusso di coscienza di una grande Golino. Un esperimento che non risulta mai manierismo fine a sé stesso, con la verità che non si discute e quelle famiglie in cui non c'è pace. Infelici a modo loro, ma anche a modo nostro.
8. Youth - La Giovinezza: Quante probabilità c'erano che l'ultimo Sorrentino mi piacesse, oltre qualsiasi mio fondato pregiudizio? Tanta poesia nelle rughe d'espressione di impareggiabili gentlemen e nella visione di un'orchestra invisibile, in mezzo a un prato. Dove tutto è musica e riconciliazione. Dove tutto è – davvero, questa volta – grande bellezza.
7. Il racconto dei racconti: Un filo teso nel vuoto e la significativa impresa di un funambolo fermo a metà. Il racconto dei racconti, facendo appello a un connaturato bisogno di suggestione, stai certo che non cade; sospeso nell'attimo.
6. Suburra: Uno di quei film che è una vergogna – ché siamo quello che siamo – e un orgoglio insieme – gli italiani sono ancora così provinciali come il luogo comune vuole? - esportare altrove.
5. Whiplash: Un Full Metal Jacket su un pentagramma strappato, che gronda viscido sudore, sangue copioso, vitale esuberanza. E tutto il resto è jazz.
4. Rudderless: Quando il peggio sembra passato, eccolo che riaffiora – con la sua faccia segreta, la vergogna – e lo si affronta, con la chitarra in braccio e le spiegazioni nel prossimo ritornello. Il commovente Rudderless mi ha rubato cuore e mp3.
3. Love 3D: Quanto sei disinibito? Quanto innamorato? Le inquadrature fisse, i corpi in moto, i giri di vite. Il fuoco dei lombi e il gelo dei cuori. I meccanismi del melodramma più struggente, prima, dopo e durante la passione. Il sesso incensurato ai tempi dell'amore.
2. Mad Max - Fury Road: Le magie di registi padroni del gioco e la settima arte che si fa pienamente spettacolo – senza trame, senza personaggi cesellati, senza la presunzione di cambiarti la testa. Al limite, quello che hai sulla testa: i capelli, elettrizzati. E il cinema – qui a livelli vertiginosi – è anche questo
1. Mommy: Ci sono giorni cattivi e giorni buoni, in cui la felicità, a portata di mano, è un'utopia in 16:9. I figli – e film come Mommy – so' pezzi 'e core.

Miglior attore protagonista:
Eddie Redmayne – La teoria del tutto
Paul Dano – Love & Mercy
Michael Caine – Youth
Migliore attrice protagonista:
Valeria Golino – Per amor vostro
Julianne Moore – Still Alice
Felicity Jones – La teoria del tutto
Migliore attore non protagonista:
J.K Simmons - Whiplash
Oscar Isaac – Ex Machina
Claudio Amendola – Suburra
Migliore attrice non protagonista:
Alicia Vikander – Ex Machina
Jane Fonda, Rachel Weisz – Youth
Jessica Chastain – Crimson Peak


Muchacha sexy:
Gemma Arterton – Gemma Bovery
Alicia Vikander – Ex Machina, Operazione UNCLE
Madalina Ghenea – Youth
Bello impossibile:
Matthias Shoenaerts – Via dalla pazza folla, Suite Francese, A Little Chaos
Jamie Dornan – Cinquanta sfumature di grigio
Michiel Huisman – The age of Adaline
Siamo la coppia più bella del mondo:
Anton Yelchin, Bérénice Marlohe - 5 to 7
Eddie Redmayne, Felicity Jones – La teoria del tutto
Jake Gyllenhaal, Rachel McAdams – Southpaw
Nice to meet you:
Alessandro Borghi – Suburra, Non essere cattivo
Dakota Johnson – Cinquanta sfumature, Black Mass
Taron Egerton – Kingsman, Testament of Youth


Sing:
Rudderless - Sing Along
La famiglia Belier – Je Vole
Spectre – Writing's on the wall
Psycho Killer:
Alba Rohrwacher - Hungry Hearts
Kevin Bacon – Cop Car
Lorenza Izzo e Ana de Armas – Knock Knock
Will you recognize me?
Jake Gyllenhaal – Southpaw
Nicholas Hoult, Charlize Theron – Mad Max
Roman Duris – Una nuova amica
I want your sex:
Aomi Muyock, Karl Glusman – Love 3D
Scamarcio, Trinca – Nessuno si salva da solo
Roman Duris, Anais Demoustier – Una nuova amica
Cry me a river:
Mommy – Ludovico Einaudi, Experience
Maggie – L'ultimo bacio a papà Schwarzenegger.
Southpaw – Jake Gyllenhaal e la rabbia del lutto
I love the way you l... die:
Malin Akerman e Bette Davis EyesThe Final Girls
La mattanza e, in sottofondo, WaitSuburra
Gli zii malefici uccisi a colpi di dildo – Deathgasm

venerdì 31 luglio 2015

Dear Old Mr. Ciak: Il sospetto, A Royal Affair, Amanti Criminali, Bronson, The Ring

[2012] I bambini strillano e strepitano; all'asilo non ci vogliono andare. Ma la piccola Klara, ultima nata in una famiglia litigiosa, lì sta bene. Soprattutto, per il maestro Lucas. Klara ogni tanto si perde e, quando tutta presa a contare le linee che solcano il marciapiede non guarda se la direzione presa è quella corretta, c'è Lucas – dolce, disponibile, affettuoso – a darle una mano e condurla verso il bene. A scuola, dove il maestro gioca a acchiapparella con alunni che lo venerano. A casa, dove spesso quell'adulto solitario – nella sua vita privata, infatti, stanze vuote, il divorzio e, all'orizzonte, la promessa dell'affidamento congiunto e di un nuovo amore – si ferma a pranzo. I bambini dicono tante bugie, ma le bugie non hanno mai fatto al caso di Klara, che al contrario è precoce e sotto sotto – come lo si può essere solo a quell'età - un po' innamorata del gigante buono e occhialuto che non nega a nessuno un sorriso. Finché la bambina – che non è la protagonista, perché questa non è la sua storia – non confessa, imbarazzata, l'incofessabile: il suo amico adulto le avrebbe fatto male. Come persone cattive sanno fare a bambini innocenti. Male così. Il sospetto è la storia dell'uomo su cui pesa l'accusa più grave che c'è. Il sospetto che è un titolo bugiardo: giacché lo spettatore, angosciato, non nutre il minimo dubbio che quel padre di famiglia senza macchie, senza colpe, abbia fatto pensieri impuri su quella creatura che maneggia, sulla strada verso casa, alla stregua di un gioiello fragile. Agghiacciante è la domanda che non mi sono posto – Lukas è un pedofilo davvero? - e tremendo, in assenza di un (ir)ragionevole dubbio, è osservarlo arrancare porta a porta, come un cane rognoso, mentre gli amici lo scacciano, i commercianti gli si negano, il suo viso insonne si fa tutto un livido scuro. Ho avvertito gli spintoni, gli insulti, il peggio. Le orecchie che fischiano per i sibili biforcuti delle malelingue e, sulla schiena, occhiate di quelle che squagliano il cappotto. Mi sono sentito il suo male mortale per tutto il tempo; due ore, queste, appresso a cui butti il sangue. Per resistere a uno dei drammi più duri di Vinterberg servono una trasfusione, nervi saldi. Sarai compassionevole? E tu, genitore, sarai abbastanza lucido da discernere la bugia dalla verità, se il sangue tuo verrà, e dio non voglia, a rivelarti un inquietante segreto? In mezzo a comprimari grandi e piccoli, in una chiesa colma di sguardi a Natale, il profilo inconfondibile di un Mads Mikkelsen – il signorile Hannibal che mi ha fatto scordare Hopkins – protagonista di una sublime performance che è un ingrato calvario verso l'oro a Cannes. Quell'anno, sospettato di essere una delle migliori pellicole dell'annata, volava agli Oscar. Vinceva Sorrentino, con quella Grande bellezza che – ancora prima di piangere su Alabama Monroe e di tormentarmi con l'epilogo senza pace ma perfetto dell'ultimo Vinterberg – borbottavo, incompreso dai più, fosse come La corazzata Potemkin per Fantozzi. Il sospetto resta straordinario, anche se ogni volta – troppa la bile che sale in gola, troppa l'ingiustizia – avrai bisogno di un trapianto di fegato. Presente la sensazione maledetta? (9)

[2012] Il medesimo anno di produzione, altra pellicola danese, lo stesso destino. A Royal Affair punta all'Oscar per il Miglior Film Straniero, un anno prima rispetto a Il sospetto. Con un Mikkelsen sempre magnetico che tenta l'en plein, portanto orgogliosamente la bandiera rossa e bianca di un Paese che sa fare grande cinema, e un genere diverso che – questa volta a giusta ragione – non è abbastanza ambizioso per il premio più desiderato. Alla base, un problema insuperabile: il mio disamore per tutto ciò che è storico. Quanto mi annoia? Tanto, troppo, e – con una durata che si aggira intorno alle due ore e venti – capirete perché il sontuoso dramma in costume di Nikolaj Arcel si sia prestato ora e non in precedenza a un sentito recupero. Ambientato nel XVIII secolo, alla corte di re Cristiano VII, parla di un Paese dalla storia ineditamente travagliata e di un triangolo che venne a crearsi nel momento in cui un carismatico medico – fruitore di libri proibiti, illuminista, rivoluzionario – s'intromise nella vita del re, infantile e iperattivo, e nelle stanze della giovane regina, splendida e malinconica nobildonna inglese. L'imperscrutabile Johann, consigliere fidato ed esperto conoscitore dei cuori nobili e delle sofferenze di un popolo miserabile, userà l'amicizia del sovrano e l'amore della consorte come instrumentum regni. A fin di bene, ma in un ambiente in cui covano l'inganno e la cospirazione da secoli. A Royal Affair, al di là di un lato tecnico all'avanguardia che non deve temere concorrenza alcuna, risulta un triangolo dai lati smussati. Classico, senza ombre. Corretto e fluido, nonostante la durata sostenuta, è all'altezza della migliore produzione BBC, con una prima parte che avvolge e una seconda, invece, che appare liquidata con inspiegabile fretta. Scorre e corre. A volte coinvolgente come un romanzo scritto ad arte, altre stringato come un riassunto per sommi capi, in vista di un esame che preoccupa. Comunque semplificato e condensato, con qualche espediente poco brillante che ha del televisivo – la protagonista morente che in una lettera ai figli, in flashback, ricostruisce la sua storia, ad esempio – e ragionevoli compromessi per appassionare – e così effettivamente è – chi tende a perdere il filo, a distrarsi. Resta il fatto che, se non sapessi il suo valore effettivo e la gloria appena sfiorata, non lo terrei probabilmente a mente. E restano tre interpreti magistrali – un Mikkelsen dal fascino indescrivibile, un Mikkel Boe Folsgaard che stupisce e diverte con la caratterizzazione del suo re matto, una intensa e bellissima Alicia Vikander, che – a tre anni di distanza – sta conquistando anche l'estero. C'è del marcio in Danimarca; lo scriveva Shakespeare. Ma, a conti fatti, c'è anche del buono. Sebbene questo A Royal Affair, altrove acclamato, non rappresenti per me il meglio. (6,5)

[1999] Quando avete scoperto François Ozon? Io ai tempi di Otto donne e un mistero – commedia musicale dai toni pastello, con un cast che comprendeva alcune tra le attrici più meravigliose del cinema d'oltralpe, allora come adesso, e un omicidio a cui dare un senso. Avevo ancora Sky, e Sky non si chiamava neanche così, dunque direi che è passato un po'. In realtà, Ozon – trentenne e con un passato da modello – faceva il suo debutto alla regia sul finire degli anni novanta. Dopo una capatina nel mondo del grottesco con l'introvabile Sitcom, è Amanti criminali la sua autentica opera prima. Giovane coppia di liceali assassini si smarrisce nel fitto di un bosco, con il cadavere di un coetaneo al seguito. Finché non si imbattono in una casa apparentemente disabitata e nell'ombroso orco che la popola. La regia era acerba, il cast povero, ma questo Ozon così diverso – sanguinoso, nudo e crudo – aveva già le idee, il talento e il passepartout per la fama internazionale. Si nota, la cosa, nel fantasioso mélange di toni – la commedia nera che, negli anni '90, spopolava negli USA; il retelling che adesso è venuto a noia a furia di usi e abusi; l'eros sadomasochistico – e nei caratteri ambiguamente delineati di due Bonnie e Clyde liceali: Alice, manipolatrice e fatale, e Luc, pazzo d'amore e sentimentalmente confuso. Coppia fatale: la mente e il braccio. Hansel e Gretel che sviluppano una spiazzante sindrome di Stoccolma nei confronti del loro aguzzino, e una sceneggiatura indigesta – sui misteri del desiderio, sulle ombre fosche dell'identità sessuale – che vuole come protagonista, inaspettatamente, il vulnerabile Jérémie Renier; la sexy ninfetta Natacha Régnierc, invece, è chiusa in cantina, in compagnia di roditori e cadaveri. Le colpe del loro sanguinoso crimine d'amore sottoposte, così, al giudizio di quel cacciatore normativo e spietato. Intrappolati in una baracca che ha una porta sola e di cui solo il loro personale Polifemo possiede la chiave, bramano la libertà e, tra sevizie fisiche e psicologiche, vengono rieducati, in un masochistico doposcuola che sembra sbucato dal cuore nero delle storie dei Grimm. E che, amorale, non tiene conto dell'ultima riga delle favole. (7)

[2008] Andatelo a dire a chi era in sala con me, in quel pomeriggio di giugno, che alle nostre orecchie il chiedersi “E questo Tom Hardy adesso chi è?”, davanti all'ultimo Mad Max, suona come la peggiore ammissione di colpa. Tom Hardy, che è sulla piazza da almeno un decennio e che – trentasette anni, il passato da eroinomane, i denti storti che era certo sarebbero stati un problema per Hollywood e invece no – a ogni lungometraggio con la sua strana faccia dentro si scopre bravissimo. E incredibile lo è sempre, soprattutto nell'eccesso: coi personaggi ipercaratterizzati, le scene forti, le macchine da presa di registi suonati che lo mostrano lurido, nudo, multiforme. Dopo il bel Stuart – A Life Backwards, Bronson è un altro consiglio della solita Lisa che, per un equivoco, pensava che le avessi consigliato proprio io uno dei primi Winding Refn, quando invece lo conoscevo solo per la losca fama che lo precedeva. Bizzarra biografia di un criminale senza arte né parte, questa, che, nel culto dell'amata ultraviolenza, cercava l'immortalità di un nome d'arte e una fama ottenuta a suon di pugni. Ancora in vita, ancora in carcere, Michael Gordon Peterson – per la stampa inglese, Bronson, come l'attore – si godrebbe questo suo quarto d'ora di notorietà: trent'anni passati in isolamento, ma finalmente le luci della ribalta. Lui che non sapeva cantare, ballare, recitare, ma sognava disperatamente la notorietà: ottenerla, perciò, diventando il detenuto più pericoloso – e costoso – del Regno Unito. Una spina nel fianco per la Regina in persona. Si parte canonicamente, da un'infanzia noiosa in una noiosa famiglia borghese, e seguono poi i pestaggi, gli atti vandalici, il sanguinoso bisogno d'attenzione; il tutto intervallato da scene grottesche perfette, in cui Bronson – con la faccia truccata di bianco, come un divo del muto – si rivolge a una sala vuota. E' in quei siparietti surreali che il film si scopre meno tradizionale e il protagonista straordinario: lui e la sua camminata alla Charlot, lui e il sogno dell'applauso. Hardy, tozzo e muscoloso, è la star indiscussa di un film che altrimenti, per una trama esile contrapposta a un personaggio che pesa, non mi è piaciuto del tutto. Visivamente all'avanguardia, con un regista che si dà a ritmi meno lenti dei suoi, le impennate pazzesche della colonna sonora classica, lo shock del colore sbattuto in faccia, ma il paragone con Kubrick è un azzardo, e si sapeva, e, alla fine, non si ricorda che per l'ennesima trasformazione di Hardy, e si sapeva. Forte, imponenente: anche abbastanza da reggere il tutto? E io che salto qui e lì nella sua caotica filmografia e, ogni volta, giuro che quella – questa? - sia la prova della sua carriera. Fino a quando, stupefatto, non assisto allla successiva. (6,5)

[2002] Era l'estate dei miei otto anni e avevamo traslocato. La ricerca di un appartamento in cui ci stessimo tutti e quattro, i materassi sul pavimento come barboni perché il camion che ci aveva seguito dalla Sicilia si era perso i letti in giro. Una città nuova, coi centri commerciali di vetro, i McDonald che profumavano di fritto, un negozio di videocassette e cd in cui passavo le ore. Ora è tutto cambiato: la città si è rimpicciolita mentre io crescevo, i supermercati si sono spopolati, quella videoteca non esiste più. Triste visione. Una mattina, ricordo di avere aiutato papà con cose noiose, da grandi: sono orgoglioso di quel bambino già maturo che faceva la fila alle poste, aiutava gli adulti a scegliere, andava matto per i film dell'orrore. Ricompensa per quel giorno, siccome non mi ero lamentato ed ero stato buono, un VHS in regalo. Avevo scelto The Ring, l'horror con la bambina nel pozzo che aveva fatto chiacchierare il mondo. Ricordavo più le circostanze dell'acquisto, sinceramente, che il film in sé. Lo conservo ancora, ma chissà se il nostro videoregistratore funziona... Lo avevamo visto a casa dei miei nonni, intorno a mezzogiorno. La nonna faceva avanti e dietro dalla cucina, lanciando occhiate riprovevoli alla tivù, e il cielo azzurro mi aiutava a scacciare la paura. O ero un bambino coraggioso io, oppure The Ring era una pizza: non mi aveva impressionato. Non come quelle volte quando io e Diego avevamo fatto dormire papà accanto a noi, sulla sdraio, per colpa di un film vietato ai minori. Adesso è cult e io ricordo più positivamente il seguito, piacevolissimo ma bistrattato, che l'inizio di questo cerchio (quasi) senza fine. L'ho rivisto un sabato pomeriggio, con la stessa familiare compagnia di un decennio fa, per vedere come lo avrei trovato a una seconda occhiata. Dodici anni di horror hanno reso scontato il mistero della mitica Samara, ma affascinanti i suoi oscuri simboli e i suoi crudeli percorsi. Ghost story classica, questa, di cui buchi narrativi e l'inconcludente finale, buttato lì a caso, senza un briciolo di enfasi, si scambiano però erroneamente per mistero. Da rivedere di nuovo per lo schermo a tubo catodico, i telefoni antiquati, le cassette maledette di cui ce ne freghiamo, tanto ormai tirano lo streaming e i Blu-Ray, l'effetto post Scary Movie 3. Il pregio è che, come la splendida Naomi Watts, The Ring invecchia bene. I passi concitati dell'indagine li ho seguiti con più curiosità della prima volta e i ricordi appannati che mi ritrovo hanno reso non dico inaspettate, ma riuscite alcune svolte di questo conto alla rovescia dalle ore contate. Per il resto, non inquietava allora; figuriamoci oggi. Gli si riconosce una regia di un perfezionismo notevole, la recitazione che per un horror mainstream è al di sopra della media, il merito – o la colpa? - di avere dato per primo tratti occidentali ai mostri con gli occhi da manga. (6)

lunedì 15 giugno 2015

Mr. Ciak: Il racconto dei racconti, Maggie, Insidious 3, Stuart - A Life Backwards, Mia madre

Una regina che davanti ai lazzi dei giullari di corte non ride. Lo sguardo serio, il grembo vuoto: il desiderio di un erede. Un re straniato dal mondo, il suo bizzarro animale domestico e quella figlia sfortunata data in moglie a un orco che non conosce tenerezza. Due anziane sorelle che sperimentano l'amore – e la depravazione – di un nobile smanioso: per magia, una ritrova la sua lontana gioventù; l'altra, nella sua casupola di paglia, sogna la vita a palazzo e la perduta compagnia della sua confidente. Tre storie che si completano, nelle loro cupe mancanze e nel bestiale desiderio di possesso che muove, come pedine, tutti i personaggi. Sovrani sudditi di sogni che non possono sognare. Tre storie tra tante, tratte da una Bibbia visionaria e fiabesca di più di qualche secolo fa: Lu cuntu de li cunti. Poesia in lingua napoletana che ho scoperto nei miei esami più recenti, nelle origini campane dei miei, nell'ultimo Garrone. Un Garrone internazionale, grande più del solito, che con un cast che grande lo è altrettanto va alle radici scure delle fiabe antiche. Alla scoperta della nostra grande meraviglia; alle radici dell'incanto. Per definizione, ciò che suscita ammirazione. Presentato a Cannes accanto alle ultime fatiche di Sorrentino e Moretti, amato e odiato, Il racconto dei racconti è una produzione sontuosa e, per la resa visiva e il puntuale lavoro dei caratteristi, per il budget elevato e l'audace voglia di fare, verrebbe da dirgli che non sembra italiano. Ma è un complimento? Che è orgogliosamente italiano ho voluto ricordarlo, invece, io orgogliosissimo, a ogni piano sequenza, a ogni campo lungo, a ogni scorcio dipinto: gli attori non recitano davanti allo schermo verde. E' tutto lì. E' tutto nostro. Si vedono la premura degli arredi e i fili dei costumi, la solidità dei castelli e le sfumature della lingua, mentre Desplat mette in musica e Garrone si occupa dell'orchestrazione. Poco importa se il minutaggio eleva qualche personaggio a protagonista per un giorno, in questo grottesco racconto corale, e ne condanna un altro a vivere da subalterno – è il caso dei divi Salma Hayek e Vincent Cassel, messi in un angolo, sul finale, dalla diciassettenne Bebe Cave, bellezza meno appariscente di quella della desnuda Stacy Martin, ma intensa forse più dei tanto annunciati fiori all'occhiello. Il lusso della corte, i giullari, le voci acute degli evirati cantori, favole aspre che esistevano ben prima dei Grimm: il Barocco – affollato, misterioso, tremendo – che si fa film e, tra tante scene madri, la corsa nel labirinto, la cena a base di cuore di drago, un ritorno a casa nel sangue, viene immortalato nell'immagine conclusiva. Un filo teso nel vuoto e la significativa impresa di un funambolo fermo a metà, mentre giù ora si muore in miseria e ora si festeggia sguaiatamente una festa che arriva e, tanto, subito va via. Il racconto dei racconti, facendo appello a un connaturato bisogno di suggestione, stai certo che non cade; sospeso nell'attimo. (8)

Schwarzenegger, padre di una figlia che sta per trasformarsi in una creatura da film dell'orrore e la prospettiva del trash. Mosse da wrestling, botte sonore, magari zombie che arretrano, spaventati: sono loro ad avere paura di uno che è una mezza leggenda e che, sulla soglia dei settanta, continua ad avere un fisico invidiabile, nonostante i pettorali inizino a sgonfiarsi e le rughe a scavarsi come nell'acciaio. Invece Maggie, storia di ultime volte, di figlie condannate a morire prima dei loro genitori, di padri e madri che impazziscono per il troppo dolore, con i ritmi e le tonalità dei drammi indie, non solo mi ha positivamente scosso, ma mi ha strappato – in quel finale forse retorico, ma che in ogni caso avrebbe fatto male – una lacrima. Grave che la visione di un Arnold sedentario, invecchiato, e di un'adolescente che sta perdendo se stessa, e la possibilità di scegliere tutti i suoi domani, mi abbia commosso? La vicenda, con il pretesto di un horror modesto e uno sviluppo di un languido intimismo, è un appello a non perdere la nostra umanità; un invito a non lasciare che la bellezza deperisca brutalmente; un conto alla rovescia verso un'apocalisse di famiglia e una scelta di vita o di morte. La solitudine della quarantena o quel fucile che è a portata di mano? La risposta, ardua, in una meditazione davanti al capezzale di lei: un'adolescente che si chiama come un fiore e che sta perdendo i petali, la pelle, il senno. Abigail Breslin, cresciuta Little Miss Sunshine, più passano gli anni e più si scopre in gamba; e ha solo diciotto anni. Brava, tanto che il trucco grigiastro è un dettaglio: ci mostra la trasformazione attraverso altre vie, come solo lei – e pochi altri giovani talenti – sanno fare. Con tutto il bene che gli svuole, Arnold Schwarzenegger – che qualche volta ci ha fatto ridere, qualche volta ci ha intrattenuti con scazzottate formidabili – altrettanto bravo non è, ma veicola tanta intensità, qui, nonostante le sue poche espressioni. Con l'età, ha imparato anche lui a piangere. In una storia triste – anche se è più triste il lavoraccio svolto dai titolisti italiani: Contagius? – che parla marginalmente di epidemia e delicatamente di un sangue che non è acqua. (7)

Nell'arco di una sola visione, qualche anno fa, avevo eletto il primo Insidious a mio piccolo cult. Un horror dei più tradizionali in circolazione – con nebbie, mostri all'improvviso, salti dalla poltrona – e la regia magnetica di quel James Wan che, sono certo, in futuro saprà fare grandi cose. La sua cifra stilistica, semplicemente inconfondibile. Insidious mi era piaciuto per il mistero, l'inquietudine sottile del non detto, il finale mozzato. Avevo pacificamente accettato il sequel, nonostante la sua dubbia utilità, per il ritorno del cast originale, per una regia capace di dare gradite conferme e perché certe lacune andavano colmate. Come tutti i sequel di questo mondo, Oltre i confini del male voleva dire – e fare – troppo, ma il risultato era mediamente sufficiente. All'annuncio di questo prequel, arrivato al cinema nel periodo dei sonnolenti horror estivi (in confronto The Lazarus Project è imperdibile, anche solo per la Olivia Wilde), ho subito immaginato il disastro. Senza Wan al comando, senza la sfortunata famiglia Lambert, sarebbe stato un altro stupido teen horror. Dovevo fare il veggente a pagamento, dite? Insidious – L'inizio, con una protagonista rubata a Disney Channel e la storia di un'adolescente bloccata a letto, tormentata da uno spirito molesto, è anche più inutile e evitabile del previsto. Siamo, infatti, dalle parti di Ouija: attori messi lì a caso, dialoghi imbarazzanti, situazioni irrisorie. A farci una magra figura, soprattutto la medium di Lin Shayne: nostra vecchia conoscenza che qui scopre di avere un senso dell'umorismo – ma perché, dico io? - e si comporta un po' come la Carrà, un po' come la De Filippi, in un episodio paranormale di C'è Posta. Leigh Wannell, che sei alla regia e pure nel cast, vuoi tu aprire la busta ad apparizione di mamme defunte e mariti trapassati, discutibili nuovi villain e stentati rimandi al primo film? Io, cari Maria e Leigh Wannell, la chiuderei anche qui. Dove il tre nel titolo è presagio della desolante valutazione globale. (3)

Era l'anno in cui ai Bafta un giovanissimo Andrew Garfield trionfava grazie a Boy A. Recuperato, quello, lo scorso anno. Amato tanto e odiato altrettanto. Impresso a fuoco, dentro la memoria, come uno dei lungometraggi più tristi e tosti, nonché inaspettati, visti trecentosessantacinque giorni fa. Consigliato subito, ad oltranza, perché quel piccolo film per la televisione con un protagonista grande andava reso noto. Così lo avevano recuperato colleghi blogger come Lisa, di In Central Perk, e a loro volta lo avevano consigliato. E' Lisa, quest'anno, a ricambiare il favore: mi ha fatto conoscere infatti Stuart – A Life Backwards che per un gioco del caso, sempre ai Bafta, sempre in quell'annata, era in lizza per il Miglior Attore Protagonista. Trasposizioni, i film per la tivù, di due romanzi; tragiche storie vere dal sapore amarissimo. La pellicola in questione, una coproduzione BBC e HBO, ha avuto un destino meno fortunato: in Italia non è mai giunta e, al contrario di quella folgorante parabola di seconde possibilità non ha mai vissuto un breve passaggio sul grande schermo. E che peccato. Se Stuart – A Life Backwards risente un po' nella resa di stilemi e montaggi televisivi, dal punto di vista delle interpretazioni sa offrire prove di una potenza clamorosa. Ispirato al romanzo di Alexander Masters, è un inconsueto biopic su un Signor Nessuno. Trentatrè anni, una vita sciagurata vissuta tra l'umidità dei sottopassaggi e le sbarre della galera, il profilo sbilenco di un barbone, la fedina penale di un tossico. Alexander, suo amico per caso, si domanda quand'è che è cominciata la sua infelicità. Quando quell'individuo dolente, buffo, a modo suo intelligentissimo è stato iniziato alla violenza? In un'ora e mezza, alla rinfusa, ci spieghiamo il perché delle sue cicatrici stermiante, del suo passo claudicante, dei suoi crimini scellerati. Quand'è che Stuart non ha avuto più scelta di essere una persona normale? Gli abusi e la prigione, il fallimento della convivenza e la scoperta della malattia rievocati in una conversazioni tra “quasi amici”: Alexander, ironico e perfettino, e Stuart, che prende tutto sul serio e non afferra i doppi sensi. Come nella migliore tradizione inglese, si ride e ci si emoziona senza furberie: tanto umorismo, tanto candore destinato a sporcarsi, tanta ingiustificata rabbia. E, rubato alla tradizione inglese, Benedict Cumberbatch, la dizione perfetta e i modi da lord, ma un non so che – vero che mi volete lo stesso bene? - continua a rendermelo anonimo. A strappare consensi e vene, piuttosto, un magnifico Tom Hardy. Questo omaccione pieno di tatuaggi che ogni volta mi stupisce, migliorandosi. Qui, usa la voce come puro strumento di commozione. Qui, ancora sconosciuto, prima che Warrior lo lanciasse e Locke lo consolidasse a talento indiscusso, è forse più bravo che mai. Una prova di maniacale mimetismo, con le grandi urla e i minuscoli atti di gentilezza: la lingua impastata dall'alcol, i lividi del corpo ben esposti, quei borbotii indistinti che non saprei da dove iniziare per descriverveli. E si piega come un giunco, Hardy, insieme a un personaggio piegato da un'indicibile tragedia, in una performance viscerale, fisica, cerebrale che mi ha ricordato l'ultima di un Heath Ledger che è ormai leggenda. Il finale, anche se già annunciato, non strazia purtroppo di meno. Come si recita, come ci si fa ricordare a lungo: comprenderlo attraverso film che in sala non arrivano. (7,5)

Se non fosse per il gran rumoreggiare per la mancata vittoria a Cannes, di Mia Madre – visto senza entusiasmi una sera – non vi avrei parlato. Non mi è piaciuto e non mi è dispiaciuto, nel suo essere convenzionale e noiosamente nella norma. Parlo, lo premetto, da non amante del cinema di Moretti: un autore che conosco volutamente poco e di cui ho visto l'essenziale. Magari mi avrebbe convinto così, con la storia semplice di una regista di mezza età alle prese con un film difficile da girare, un grande attore impossibile da gestire e, fuori dal set, una madre che non si alza più dal letto. C'è la Buy che invece interpreta il ruolo della Buy – convincente, perché nevrotica e urlante come da vent'anni a questa parte; e se c'è una cosa più irritante della Buy che urla, poi, la Buy che urla “Azione! Si gira!” – e un Turturro esilarante, nonostante la produzione ingessata. Il Moretti attore, inoltre, si ritaglia la parte, per fortuna minore, del fratello perfetto. Non c'è un'analisi dei rapporti familiari, lo strazio immane – quando in molti lo paragonavano al crudele e magnifico Amour -, né la banale ma necessaria trasformazione interiore della protagonista. Professionista anaffettiva che, sin dall'inizio, mi è parsa francamente sempre buona e che quindi non diventa più buona col tempo: parlo da (non) professionista anaffettivo? Non si sente il bene, il senso di famiglia, non si raccolgono le lacrime di una dedica che avrebbe potuto essere più immediata. Da figlio, non ho percepito la doverosa angoscia, io che da bambino – attratto e terrorizzato dalla morte – mi struggevo per quella lontanissima dei miei, che adesso non hanno neanche cinquant'anni. Da genitore, mio padre si è addormentato in poltrona. A emozionare non emoziona. A sorprendere non sorprende, con una regia standard, una scrittura modesta – interessante la descrizione della vita del regista, assai meno l'agiografia della santissima insegnante delle scuole pubbliche, di inspiegabile piaggeria - e un cast, tra comparse e comparselle, in cui non tutti sono all'altezza della situazione. Mia madre è il drammone esistenzialista con tutti gli elementi che chi odia a spada tratta il cinema italiano rimprovera, e a giusta ragione, al cinema italiano stesso: autoreferenziale, monocorde, barboso. Incapace di guardare oltre. A volte, nel pregiudizio altrui, c'è come un sesto senso. (5,5)

giovedì 4 giugno 2015

Mr. Ciak: Mad Max, Pitch Perfect 2, Lo straordinario viaggio di T.S Spivet, Project Almanac, Il nome del figlio

Ci sono film che vanno visti sul grande schermo. Quelli che sono tridimensionali, anche senza occhialini. Le magie di registi padroni del gioco e la settima arte che si fa pienamente spettacolo – senza trame, senza personaggi cesellati, senza la presunzione di cambiarti la testa. Al limite, quello che hai sulla testa: i capelli, elettrizzati. Quale titolo, quest'anno, esige una sala buia con te al centro - lo schermo che, per due ore, diventa il tuo orizzonte – se non l'ultimo Mad Max, giunto con un ritardo di trent'anni e un necessario rinnovo generazionale? Al timone, un pirata con la barba bianca: Frank Miller, uno scattante e irruento giovincello di settant'anni che, a dimostrare che i sogni di gloria non invecchiano, riprende la sua saga distopica – nata quando la distopia non era moda – e lo fa con la fantasia trascinante che ha preservato e gli effetti speciali all'avanguardia in cui, all'inizio dell'avventura, non aveva confidato. Nel 2015 i motori rombano più forte; i cieli infuocati hanno sterminate sfumature di rossi e arancioni; la notte, nel deserto, è in bianco e nero. I suoi piani originali non li ho conosciuti, ma il mondo di Mad Max – l'apocallisse di Ken Il Guerriero che si faceva realtà, con gli inseguimenti, i signori dell'universo, tutto quel sangue, tutta quella sabbia – mi è comunque stato familiare, da sempre. Vedevo cose come Doomsday e il paragone scattava. Ma, a fine visione, ho capito che gli altri titoli non sono che una copia a scopo illustrativo. Un'idea vaga di un mondo cinematografico che ha scarsa cura dell'interiorità dei suoi personaggi – bidimensionali, monolitici – ma un'esteriorità che corrompe gli scettici tanto che è prepotente. La nuova fatica del regista – ed è una fatica autentica, perché sei talmente così dentro al film da avere la fronte sudata, l'affanno – conquista pubblico e critica, e le recensioni entusiaste e il cast con grandi nomi hanno messo sull'attenti anche me. Tom Hardy avrà altri film per ricordarci quanto sia talentuoso e quante espressioni sappiano passare sul suo viso duro, qui perpetuamente corrucciato; Charlize Theron, i capelli rasati e il viso sporco, tornerà a essere icona di femminilità nel prossimo spot Dior. Ma lui pazzo e lei furiosa sono i protagonisti perfetti di un'orchestazione folle. Questa volta si corre, si picchia duro, perché se si sta fermi si muore, catapultati in un intreccio che un intreccio non è – casomai, un pretesto per dare il via a questo tripudio di spettacolarità – sulla scia di un harem in rivolta, di una amazzone rabdomante, di uno schiavo portato poco per le parole e tanto per l'azione. A bordo di un carro armato che solca le dune come fossero oceani di sabbia, emerge, per l'ipercaratterizzazione e il trucco, un irriconoscibile Nicholas Hoult: l'unico ad avere il diritto a un tentennamento kamikaze, a una svolta, in una squadra di eroi senza macchia che cercano il loro speranzoso valhalla. Mad Max non è il mio genere. Ma questa è la classica scusa che ci si dà davanti ai film difettosi. Invece pnotizza. Coi dialoghi limitati e limitati battiti di ciglia. E il cinema – qui a livelli vertiginosi – è anche questo. (8)

Mai rileggo, raramente riguardo. Il primo Pitch Perfect – arrivato in sordina, in Italia, con il titolo Voices – era tra le mie poche eccezioni. Visto un paio di volte nel giro di un anno. Capitava lo proponessi per le serate in cui avevo gente – e cibi spazzatura – in casa. Quando si voleva ridere, ma non con il solito film. Nessuno lo conosceva ancora, e io invitavo i miei amici a passarselo, a guardarlo, a caricarlo sugli iPod. Metteva di buon umore. Dava il via ai passaparola e ai tutorial, su YouTube, per imparare a suonare – armati di bicchieri di plastica – quella Cups Song subito tormentone. Mi ero lasciato trascinare da Pitch Perfect come gli spettatori americani, avendo in simpatia il musical e le classiche rivincite dei perdenti annunciati. Attendevo il sequel – presentato, questa volta, in pompa magna, con recensioni in anteprima, incontri sul Red Carpet, incassi raddoppiati e Mad Max vari scacciati dal primo posto – e purtroppo è stato delusione. Cosa che immaginavo, nonostante le medie audaci e tutta la notorietà guadagnata: destino dei sequel a cui Pitch Perfect 2, con trama evanescente e cast ampliato al seguito, non sa sottrarsi. Le Bellas, che alla fine del primo film avevamo lasciato alle prese con nuove sonorità e un successo agli albori, rinate dalle ceneri – e dal vomito – dopo fischi e fiaschi, sono ancora insieme, ma appaiono distanti. In cerca di loro stesse, si ritroveranno solo nell'ultima parte, nella prevedibile performance per la vittoria – anche se si punta, quest'anno, direttamente al mondo, essendo l'ambiente universitario un piccolo palcoscenico per le loro enormi ambizioni. Troviamo le protagoniste cresciute e abbellite – molte, come una Anna Kendrick qui stranamente scostante, hanno fatto nel frattempo il boom al cinema – e pronte alla laurea: qualcuna pensa al lavoro che verrà, qualcuna all'amore; ci sono nuovi ingressi – Hailee Steinfield, l'anonima Giulietta di Carlei che, per farmi un dispetto, è diventata bellissima d'un tratto – e i riusciti personaggi maschili vengono al contrario abbandonati. Ridotti a volti tra la folla. L'esordio della Banks alla regia non ha cura particolare, infatti, né dei vecchi né dei nuovi. I corpi non sono amalgamati, ed è come se ci si pestasse i piedi, nonostante il perfezionismo e numeri ben pensati. Manca la hit autentica, le scena clou– nel primo, invece, ricordate gli esilaranti provini, il Riff Off, l'omaggio a Breakfast Club? -, i mash up che spaccano. Si va avanti con il pilota automatico, senza il consueto brio, e si sceglie di fare affidamento più sui siparietti della comica australiana – un'irresistibile Barbie XXLche sul canto corale. Pezzi meno coinvolgenti e numeri non altrettanto trascinanti. Si ride e in pochi sembrano essersi accorti che manchi come il leitmotiv. In compenso, troppa Rebel Wilson e tanta comicità slapstick – del tipo che, di solito, è a pannaggio degli uomini, con peti fragorosi, smutandamenti plateali e proposte indecenti: immagino però sia un'altra faccia del cosiddetto girl power  - e, facendo le doverose proporzioni, a uscirne sconfitta è la musica stessa. (5,5)

Cosa ci fa un adorabile bambino di dieci anni, la valigia in una mano, tutto solo a zonzo tra gli Stati Uniti? Ha abbandonato il suo ranch, una casa in cui non si parla di ciò che si ha dentro e, lasciandosi dietro solo una lettera, sale sui treni come un clandestino, chiede passaggi – e caramelle – agli sconosciuti, mira a Washington D.C. Il motivo: ritirare un prestigioso premio, lui che non ha finito nemmeno le scuole medie, quindi figuriamoci se ha un dottorato. Ma è un piccolo genio – vive di dati, mappe, invenzioni strabilianti – e a quell'età è più facile creare una macchina miracolosa che tollerare il primo dolore. Il suo viaggio – che è un viaggio dentro e fuori di se, come nella tradizione dei migliori romanzi di formazione – sarà scandito da flash che lo riporteranno puntualmente a casa – tra gli insetti della madre entomologa, gli scleri della sorella aspirante attrice, i cavalli del padre agricoltore – e dalle comparse di un amico immaginario. Quel gemello che, per un gioco in nome della scienza, è morto e che, ora, è un ricordo che non va via. Lo straordinario viaggio di T.S Spivet – produzione franco-canadese arrivata da noi con due anni di ritardo – è un racconto per famiglie che ha, sotto sotto, qualcosa di speciale. Divertente, malinconico, toccante. Convenzionale, eppure fantasioso. Sarà che ha questo protagonista piccolissimo e un po' assurdo, un tenero Kyle Catlett che non permette che la mamma Helena Bonham Carter – unico nome noto del cast – gli rubi le meritate attenzioni, e che c'è un regista che trasporma tutto in oro ai passaggi di macchina da presa. Questo suo ultimo film non è straordinario, forse, come il titolo promette, ma è il compromesso adeguato dopo qualche anno di silenzio. E io, che altrimenti trovo i bambini che recitano tristissimi, come le tigri al circo, dopo pareri così così, ne sono rimasto piacevolmente stupito. Di Amèlie c'era il mondo favoloso e un personaggio particolarissimo; di Una lunga domenica di passioni quelle due o tre scene toccanti davanti alle quali mi sciolgo. Si parla di Jean-Pierre Jeunet, coi colori coloratissimi, le voci narranti d'altri tempi, la fotografia da cartoline inoltrate direttamente da Paradiso Città. Il raccontastorie girovago che piace soprattutto ai grandi. Questa volta, con gli stessi occhiali dalle lenti rosa, guarda l'America, e le praterie infinite, i grattacieli alti più dei papaveri e le stazioni deserte appaiono diverse dal solito – indeterminate, tanto che viene spesso da chiedersi ma siamo nel passato, nel presente o nel futuro? - perché filtrate dallo sguardo di uno che, anche se turista in terra straniera, non abbandona mai la sua poetica della meraviglia. (7)

Io ho questa strana cosa per i viaggi nel tempo e i paradossi scientifici. Nonostante di rado decida volontariamente di esplorare – al cinema – i territori del genere. Datemi grosse produzioni, effetti speciali e risponderò con il male di vivere. Mi incuriosiva però questo Project Almanac: creatura strana, con un tema che m'intriga in tutti i modi, il found footage del per me divertentissimo Chronicle, ma la firma di quel furbacchione di Michael Bay che, questa volta, produce soltanto. Sin dall'inizio, ed è una sorpresa per un film che sorprende altrimenti poco, il film di Israelite mi ha stampato un sorriso inebetito in faccia e, nonostante chi giochi col tempo rischi spesso di lasciarsi le penne, non è andato via, neanche alla fine. Quello forse il difetto. Mancanza di dramma, in una pellicola per giovanissimi che parte da uno spunto da fumetto – tre amici, il progetto di una macchina del tempo, la bella del liceo da conquistare – e indugia, ogni tanto, nei pressi di The Butterfly Effect. Se lo chiedevano anche in Questione di tempo, poi: se il battito d'ali di una farfalla causa uragani, cosa accadrà con una love story che gli annuari scolastici non prevedono? Si parla, per fortuna, di amori freschi e giovanili, e non c'è stucchevolezza alcuna. Project Almanac è un po' un Project X – ma meno maleducato – con il cuore dei film per famiglie delle estati di Italia Uno: alla Jumanji, alla Zathura. Qualche estate fa, probabilmente lo avrei adorato – per il tempo rubato per intrufolarsi a un concerto degli Imagine Dragons, per le vincite alla lotteria, per la leggerezza pazzesca di vivere i diciassette anni senza volere salvare l'universo per forza. Adesso l'ho trovato semplice, godibile, immaturo, ma cavolo se me lo sono goduto. Purtroppo sono cresciuto abbastanza per dire che c'è di meglio – e di peggio: di Bay, fortunatamente, giusto l'ombra vaga del primo Transformers, ai tempi del LeBoeuf sobrio – e per rinunciare all'idea pazza di costruirmi un affare simile in soffitta. E mannaggia. Tornare indietro no? (6)

Una manciata di vecchi amici, un'intrusa con un bambino in arrivo, le solite chiacchiere tra passato e futuro. Poi, la domanda: il nascituro com'è che si chiamerà? Da una semplice curiosità espressa così, per cortesia, una discussione tragicomica che dura un film intero e che, a colpi di rivelazioni e imprevisti, renderà quella compagnia scoppiata forse più unita ancora. L'importante: sopravvivere alla cena; possibilmente tutti interi. Della Archibugi ho visto poco e niente e l'arrivo della sua ultima commedia in sala mi aveva lasciato indifferente. Qui e lì, poi, su un blog e un altro, ho letto le nomination ai prossimi David di Donatello e il legame stretto con una commedia francese che mi era sfuggita – perché ogni tanto i film d'oltralpe, strano ma vero, li metto in lista e poi il bel proposito mi passa di mente. A sua volta, quel film – che recupererò, prima o poi – era tratto da una pièce contemporanea e Il nome del figlio dal teatro riprende gli ambienti limitati, i misurati exploit dei singoli attori, l'impianto. Giusto qualche flashback a spezzarne la continuità. Potrebbe sembrare piattissimo, ma in realtà l'ho trovato, a tratti, anche spassoso. Ben recitato e scritto anche meglio: solido, il che non è poco. Attori alle prese coi tipici ruoli che ormai anni di film hanno cucito loro addosso – il piacione Gassman, l'intellettuale Lo Cascio, la burina Ramazzotti, l'istrione Papaleo, la mite Golino – ma che, con sicurezza grande, si muovono amalgamati ad hoc in un'ora e mezza che ha occhi solo per loro. Non hanno paura di una macchina da presa che, a volte, li appiattisce seguendo stilelemi televisivi, né di copioni a volte impegnativi che tirano fuori il meglio – e il peggio: le ipocrisie, i difetti, le antipatie – di loro. (6,5)

sabato 12 luglio 2014

Mr Ciak #39: 12 film random² (Teatro da camera e teatro da macchina, erotomani e cowboy, less happy families and more happy days)


Buongiorno, amici! Altra carrellata di film con Mr Ciak. E no, non li ho visti tutti nello scorso weekend. Avevo un po' di mini-recensioni da smaltire, lo ammetto. Alcune vegetavano da tipo un anno sul mio pc in una cartella saggiamente intitolata “mini-recensioni da smaltire”. Chiaro. Questa volta, il guardatore-compulsivo-e-bionico che è in me mi ha detto di parlarvi, da bravo, anche di film già usciti, al cinema o in dvd. 1) I disponibili: la scoperta LockeLovelace, Two Mothers, Insidious 2, Noi 4, Disconnect, Un giorno speciale. 2) Gli inediti in ItaliaThanks for Sharing At Middleton, che potremmo anche vedere; Some Velvet Morning che non vedremo mai. 3) I Coming SoonUn milione di modi per morire nel west e Cattivi vicini – usciti negli USA un secolo fa, arriveranno furbamente da noi tra la fine dell'estate e l'autunno. Di brutti, questa volta, non ce ne sono. Di imperdibili, be', per me solo quello con Hardy. Un giorno speciale, recuperato ieri, si aggiunge al post così, su due piedi. Massacrato in rete, fischiato a Venezia, a me è piaciuto un casino. Mi ha lasciato una sensazione fortissima. Forse scompare, ma oggi la sento. Chissà. Tutti godibilissimi, in generale. Le sufficienze - piene o no - abbondano.

Locke: Periferia londinese. La sera, le luci dei lampioni, pioggerellina. Un uomo sale in macchina. Parla con un po' di gente a telefono e rassicura tutti. Il traffico è scorrevole. Giungerà a destinazione il tempo di perdere tutto e di guadagnare tutto. In un'ultima, significativa chiamata con il più importante degli interlocutori, scoprirà il mondo in un pianto. Locke c'è quasi. La destinazione è raggiunta: basta seguire quel grido. Domani è un altro giorno. E' una gran persona, Locke. Un omone con gli occhi buoni che lavora per gli altri. Ha un nome parlante. Lock(ed). Chiuso. Nel film, è prigioniero di una solitudine piena di gente, di una malinconia piena di amici, che si fa manifesta nelle chiacchierate immaginarie con un padre morto. Eroe di tutti i giorni, il protagonista è una persona onesta in un mondo di squali. Vuole rubare pezzetti di cielo, piegare la crosta terrestre sotto il peso di grattacieli ben costruiti. La sua hybris brilla di buone intenzioni, la sua impresa titanica è un folle volo. Ma abbandona tutto per non lasciare sola una persona più debole delle altre. Ha solo sé stesso e un volante al quale si aggrappa, come un Cristo alla sua croce industriale. Le immagini sono di un noir buio, ad alta velocità. Il regista gioca con lo sfarfallare delle luci, il rumore del sorpasso. Il ritmo è quello di un thriller. Locke, con il look da Collateral e l'idea di Buried, è un film bello, metaforico. La corta odissea di un uomo, il viaggio della vita. La tensione si accomula nei punti giusti, o in quelli sbagliati. Mi aspettavo esplodesse in un finale alla ricerca del sensazionalismo. Invece quell'ultima chiamata di un'altra donna è la pace. La discesa di una notte senza lupi che non deve per forza fare paura. Solo, un intenso e magistrale Tom Hardy regge il film. Ride, si arrabbia, si commuove senza mai togliere il piede dall'acceleratore. Il suo film non ha silenzi ed è fatto di un volto che vive di increspature, smorfie, espressività. Danno ritmo le voci sparse dall'altra parte del filo. Io ho avuto gli occhi lucidi. (8)

Un milione di modi per morire nel West: Simpatico, intelligente, riuscito. A metà tra la parodia e il remake in chiave comica, è un buon intrattenimento che promette e dà quello che il buon MacFarlane può. Risate, effetti visivi, un cast di serie A, geniali crossover – occhio agli intrusi Django e Ritorno al futuro: cult istantanei! Mollato dall'odiosa ragazza, un nerd del selvaggio west scopre il coraggio e l'amour accanto a una bella sceriffa criminale. MacFarlane scrive, recita e dirige e riesce in tutto. La Theron, spensierata, è più bella e disinvolta con gli anni. La Seyfried – nel ruolo di un'antipatica cronica – si prende in giro (e viene presa in giro) per i suoi occhi enormemente enormi. Neil Patrick Harris, istrionico e con la faccia da schiaffi, usa i cappelli altrui come water e si diletta in mitiche e ben coreografate scene da musical. Volgare, ma non troppo. Originale, ma non troppo. Consigliato a chi ama (o odia) gli spaghetti western alla Leone. (6,5)

Cattivi vicini: I tizi di quel film fuori di testa che è Facciamola finita tornano col solito Rogen. Pare di vederlo in un sequel non dichiarato di Molto incinta. Goffo e infantile, ha messo su casa, ha avuto una bambina. Penseranno i suoi vicini a rendergli la vita infernale e a ricordargli com'era: sballarsi, essere giovane, stare alzato fino a tardi. E lui, che sabota le loro feste, li fa riflettere sui rimpianti e le occasioni mancate. Amo quel tipo di comicità – volgare, sopra le righe – e il fatto che ci fosse una storiella carina a far da cornice è cosa buona. I personaggi si completano, il no-sense si spreca. Tra tutte le partner di Rogen, Rose Byrne è la migliore. Ormai esperta di film "home invasion", si diletta con una specie di Insidious comico, no? I due sono il cuore del film, ma il mondo universitario, con le luci e i rumori di Project X, fa un po' disgusto e parecchio invidia. Spicca Dave Franco, tra i giovani, e Efron è funzionale nelle scene con Rogen. Così diversi, muscoli contro trippa, sono forti. (6)

Noi 4: Ambientato in 24 ore, rapisce per la voglia che ha di raccontare un giorno come tanti nella vita di gente come tanta. Il regista del fresco Scialla è bravo nel dirigere un cast di persone che, si nota, si sono volute bene davvero nell'arco delle riprese. Attori perfetti, famiglia imperfetta, in una Roma di scavi e scuole pubbliche. Una commedia dai toni agrodolci su un tredicenne che deve sostenere l'esame di terza media con attorno una mamma che lavora troppo, un padre che lavora troppo poco, una sorella che sogna il teatro. Messo a punto con semplicità, ha un cast che ci crede. La Rapport – memorabile in La sconosciuta – ha un severo accento russo e nevrosi buffe, Gifuni è paterno, la giovane Guidone ha un controllo invidiabile, Francesco Bracci – con la voce profonda e il cipiglio già d'adulto – è un Germano imberbe. Familiare, surreale, tenero, nostro. (6)

Un giorno speciale: Hollywood avrebbe preso questo film con un titolo da temino e l'avrebbe reso una commedia romantica. Invece, diretto in maniera originale, con una Roma livida e lirica, diventa qualcosa di più e qualcosa di meno. Uno spaccato tutto frammenti di vita reale, con un intreccio lieve e un finale amaro. Piccolo dramma on the road per adolescenti che racconta cose note e vere. Un giovane autista che scarrozza una giovane starlette. Entrambi in prova. Entrambi raccomandati. Lei è stata conciata come una sposa bambina per incontrare un politico importante. Potrebbe uscire dallo studio con un posto in tv e senza dignità. Ha smesso di mangiare, ha seguito le dritte di mammà. Lui ha avuto un destino simile, ma non sogna: si accontenta. S'innamorano in quel pomeriggio trascorso insieme per Via del Corso. Quei due giovani Travolti dal destino si vedono per come sono per un istante, e il giorno dopo? Una macchina, due attori, le generazioni post-Moccia. Un messaggio arcigno e disincantato, in una pellicola che ha sorrisi da commedia e una chiusa spezzata. Schifosamente aperta, ma realistica. Perfetto il cast. Scicchitano, gentile, belloccio e sensibile, merita il successo. La Valentini, stupenda e in gamba, mica recita. Parla con la macchina da presa come fosse un'amica. Naturalissimo, tutto. (7)

Thanks for Sharing - Tentazioni Irresistibili racconta le storie di un gruppo di newyorkesi che hanno fatto del loro gruppo di sostegno una casa. Uomini e donne di tutte le età, in preda ad allettanti spettri: sex addicted. Calibrato mix di commedia e dramma, ha il sempre formidabile Mark Ruffalo, perfetto nei panni di un uomo fragilisso e stanco, che ha amato troppo e male. Adesso si è innamorato di una sexy Gwyneth Paltrow che non è ancora pronta ad affrontare gli scheletri di un passato così promiscuo. Il suo mentore,Tim Robbins, è un veterano del gruppo: dovrebbe aiutare gli altri, ma chi aiuta lui? Poi, il goffo Josh Gad, dalla vita che va a rotoli: licenziato, con un armadio pieno di film hard e una nuova amica “da salvare” col volto di una P!nk sorprendente. Una commedia che mostra un'umanità delirante che tocca e dà da pensare. Consigliato, per una serata piacevole e in compagnia di grandi attori. (6,5)

At Middleton: Sono un ignorantone: leggendo il titolo, ho pensato a una specie di documentario sulla famiglia di Kate. E sul lato B di Pippa. La Middleton di questo film è un'università. Questa è una comunissima storia di figli che vogliono fuggire via e di genitori che vogliono fuggire via da figli che, a loro volta, sono in fuga. Chiaro, no? Una storia di ragazzi che si sentono adulti e di adulti che vorrebbero sentirsi ragazzi, eternamente. La pellicola è una di quelle con tanti dialoghi e pochi attori. Brillante, divertente, colma di tanti tipi d'amore. Amori che restano, amori che vanno. Un Andy Garcia piuttosto ingrassato, ma poche volte così leggero. Una Vera Farmiga bella e naturale. E, se c'è una cosa più bella della Farmiga, è la Farmiga che ride. Qui ride tanto, insieme allo spettatore. Il fascino pazzesco di quelle storie d'amore che durano un giorno e basta. (6,5)

Insidious II - Oltre i confini del male: Ho adorato Insidous. Nel sequel, ho avvertito la presenza di Wan per tutto il film, come un inquietante personaggio che spia tutto. Infesta la sua intera cinematografia con la sua presenza, sinistra e riconoscibile. Oltre i confini del male è un buon film horror, piacevole e con piccoli colpi di scena aggiunti, ma è quello che meno appartiene al gusto di Wan. Il primo era un ritorno all'horror puro. Se i colori troppo netti e marcati di questo mi hanno lasciato interdetto, non l'ha fatto la sceneggiatura, che permette agli spettatori di chiarire dubbi e a Wan di togliersi sassolini dalla scarpa. Si viaggia e s'interagisce con il passato del protagonista e con i diretti avvenimenti del primo film. Inoltre, si rievoca il passato di una delle figure più macabre che popolava Insidious. Si strizza anche l'occhio all'ironia nera di Dylan Dog. Manca di carattere. (6)

Some Velvet Morning:  Fred si presenta alla porta di Velvet. Si sono amati. A pagamento, gratis. Il film, con le atmosfere del teatro da camera, è incentrato su di loro. Tra le e lui scorre una tensione che non ti spieghi. Potrebbe esplodere da un momento all'altro. In un bacio, in un amplesso violento, in un delitto perfetto. Film fatto di due attori come ghepardi e un appartamento. Introspettivo, teatrale, è una messa in scena sobria e dalle svolte impreviste, con dialoghi forti, un linguaggio crudo, attori calati nella parte. LaBute firma e dirige il lavoro dei bravi Stanley Tucci e Alice Eve. Lui, volgare, imborghesito, fastidioso. Lei, seducente, criptica. Un'autopsia sentimentale, soffocante e indigesta, in cui l'amore è farsa. Non ho capito se mi è piaciuto. Mi sono sentito preso in giro. Non mi capitava da una vita, quindi bho? (5)

Two Mothers è la storia dell'amicizia tra due donne, che vivono in un angolo di paradiso. S'innamorano l'una del figlio dell'altra. L'esplodere della passione non li allontana. Come in Laguna Blu, i protagonisti vivono sospesi: solo d'estate. Un film sensuale e sempre in bilico. Mai volgare o esplicito, diretto con delicatezza da una regista che danza con le immagini, immortalando paesaggi da cartolina e regalando l'interpretazione di due attrici ottime: la Watts e Robin Wright. Sbrigativa la seconda parte. Le due sono troppo giovani per un copione che, da mamme, le vorrebbe anche altro. Un film pretenzioso, di classe, con un cast di super-belli, ma che due raffinate interpreti e una regia ineccepibile salvano dalla parvenza di una soap chiamata La rivincita delle MILF. Patinato e spesso fine a sé stesso. (5,5)

Lovelace: Non bisogna essere dei frequentatori assidui di YouPorn per conoscere il suo nome. Erano i primi anni '70 e lei era l'icona di una rivoluzione. Tutti la conoscevano come Linda Lovelace, Gola Profonda. Il film è suddiviso in due parti. La prima è frivola, superficiale; la seconda è vista dagli occhi della protagonista stessa. Il candore della Linda venduta come carne da macello è reso grazie alla buona prova di Amanda Seyfried. Sensuale e innocente, toccante e disperata. Tra le scene più notevoli, la fuga di una Linda in abito bianco, con il marito alle calcagna, da una stanza piena di uomi che aveva occhi, mani, bocche solo per lei. Un Peter Sarsgaard luciferino, una Sharon Stone irriconoscibile, notevoli cameo sparsi. Poteva essere un gran bel film, ma osa poco, prendendo una strada troppo edulcorata, ma onesta. Questo è. Una profana agiografia non tutta da buttare. (5,5)

Disconnect: Internet non ci ha mai resi così vicini. Internet non ci ha mai resi così lontani. Connessi col mondo, disconnessi da noi stessi. Di questo parla Disconnect, del potere dei social, dei danni delle chatroom, dell'apatia dei 15 anni. Vite che si sfiorano e si scontrano, ora con furia inumana, ora al rallenty: quella di un diciottenne che vende sesso in webcam; quella di una coppia straziata dalla perdita; quella di un ragazzino spinto a commettere un gesto spaventoso. Mi ha colpito la fluidità con cui queste trame vengono fatte incontrare e collidere, la raffinatezza dei sintagmi incrociati, l'aria che vibra per i colpi della tragedia. Un film dall'impalcatura fragile, ma che sa reggersi bene per quasi due ore. Ammetto di averlo concluso sinceramente emozionato. Folgorato da cose belle e da cose brutte. Notevole la regia, che fa del film un misto tra Crash e Crossing Over. Ancora più notevole il cast. Disconnect fa fare pensieri importanti, e ci ricorda che pensare è importante. (7)