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venerdì 22 ottobre 2021

Recensione: Due donne - Passing, di Nella Larsen

| Due Donne. Passing, di Nella Larsen. Frassinelli, pp. 166, € 16,50 |

Girato in un abbagliante bianco e nero e diretto dall’attrice inglese Rebecca Hall, Passing è arrivato qualche giorno fa alla Festa del Cinema di Roma. A novembre, poi, sarà la volta di Netflix. E chissà che non si farà strada fino agli Oscar, con la sua storia, attuale più che mai, d’identità razziale e linee invisibili. Quanto è seducente, quanto pericoloso, spacciarsi per ciò che non si è? Pubblicato negli anni Trenta da un’autrice di madre danese e padre caraibico, il romanzo vive una seconda vita grazie alla recente rivalutazione della recente critica femminista e all’attenzione impensata del cinema. Bistrattato, dimenticato, frainteso, riesce tutt’oggi a sorprendere grazie al suo piglio intrigante e inquieto: un incrocio tra Alfred Hitchock e Woody Allen.

Incomincio a credere che nessuno sia mai del tutto felice, o libero, o al sicuro.

L’incontro tra Irene e Clare, amiche d’infanzia, va letto come l'episodio di un noir: cambierà tutto irrimediabilmente. La prima, moglie di un medico afroamericano, è una donna di colore nella Harlem benestante del dopoguerra: in casa si parla poco o niente dei linciaggi pubblici, ma in compenso si organizzano balli o tè sbucati dalle pagine più lussuose di Fitzgerald. L’altra, Clare, è una disertrice: graziata da una pelle dorata e dai tratti gentili del viso, infatti, si finge bianca secondo una pratica assai diffusa negli anni ruggenti. È passata dall’altra parte della cosiddetta «color line», sposando un uomo razzista e inconsapevole delle origini della moglie. Nonostante quella scelta, esecrabile per Irene, la fascinazione verso Clare è istantanea: maliziosa e felina, divorata dalla smania di possesso, la seconda donna è una femme fatale che s’intrufola nella vita dell’altra e mette tutto a soqquadro.

A che cosa servono gli amici, se non a sopportare i nostri peccati?

Irene è davvero appagata, o nel suo matrimonio ci sono ombre degne di sospetto? Che le liti frequenti per l’educazione dei figli siano un’avvisaglia dell’insoddisfazione latente del marito? Sarebbe stato meglio imitare Clare e vivere nella bugia, sotto una maschera d’avorio? Libera, ma non per questo al sicuro, Clare ha bisogno di una tramite per tornare a frequentare la sua gente. Ma una volta «passati» è forse possibile tornare indietro? All’apparenza distante dai drammi strazianti della discriminazione, immerso com’è nella bolla ovattata dell’alta-borghesia, Passing alimenta una rete di sospetti, pensieri scomodi, ambiguità etiche. Talora compassato nello stile, ha una struttura teatrale e lunghi dialoghi. Mai didascalica, Nella Larsen semina dilemmi su dilemmi e ci lascia con un epilogo frettoloso, tanto sfuggente quanto affascinante, da lasciar decantare giorni e giorni per metabolizzarlo meglio. Singolare storia di bianchi e neri, di bianchi e di neri, sceglie punti di vista inediti e si muove infine in una palette di grigi sfumati. Se costretti a scegliere, meglio salvare sé stessi o la razza?

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Aretha Franklin - (You Make Me Feel Like A) Natural Woman 

mercoledì 11 aprile 2018

Recensione per le rime: Attìa e la guerra dei Gobbi, di Isidoro Meli

Attìa e la guerra dei Gobbi, di Isidoro Meli. Frassinelli, € 17,50, pp. 300 |

Parlando a vossignoria con onestade, debbo dire che per raccontar di questa intreccio non serviron le minacce di cento spade. Le parole di gaudio di Cinzia, la più fidata addetta stampa, poteron su di me – a onor del vero, del romanzo storico nemico vero – il miracolo di una seconda vampa.
Tanta ammirazione accesero in me le peregrinazioni per mari e per monti di Attìa e Panc, gli avventurieri tonti, da spingermi a usare la rima baciata per recensire a tono codesta ballata.
Non avevan troppa fretta di partire, eppure, quei ladruncoli che un infausto giorno saccheggiarono il casotto di chi della campagna siciliana era il signorotto. La loro punizione, non la galera ma la barca, se nel marzo del 1860 c'è Giuseppe Garibaldi che attacca.
Il Sud, per opporsi al Risorgimento, pianifica in silenzio un rapimento. In quel di Caprera deve essere sottratta Anita, che del barbaro condottiero è l'amore di tutta una vita. Un cuore spezzato può forse fermare i Savoia, detti Gobbi, che lo strapotere dei Borbone voglion colpire diritto nei lombi?
L'impresa disperata porta quattro disgraziati sulla stessa strada.
Attia, marocchino come Ulisse scaltro, che perdendo la memoria ha guadagnato qualcos'altro: la pelle viola, color melanzana, per il malocchio di una fattucchiera (perdonate la volgarità) un po' bottana.
Panc, grande e grosso, che le bestemmie trasformano nell'Incredibile Hulk: rabboniscilo pure con una manciata di pistacchi di Bronte, se non vuoi che a suon di pugni ti spacchi la fronte.
Lo sciupafemmine in arme Salvatore Paradiso, fra il dovere e il piacere eternamente diviso.
L'attempato sicario Andrea u' Muzziaturi, la cui compagnia non ci ha mai reso sicuri.
Vedendoli salpare tanto inadeguati, il fantasma di un menestrello stabilisce che debbono essere cantati. Lo chiamavano Nello, e il futuro intero intonava in un ritornello.
Pizzica le corde, e così ne intona le rotte. I briganti e le pulzelle, in una terra di quelle belle.
Il vino e il maialetto, contrattempo perfetto. In Sardegna a sorpresa si gozzovoglia, tralasciando di quella missione la meraviglia. Ma al destino non si sfugge giammai e per i nostri protagonisti son in serbo nuovi guai!

Vedere il futuro è una cosa che fotte la vita.

Alchimisti e accabadore, di Michela Murgia il fior fiore, assieme a una laida strega con cui fare all'amore. Un falso Che Guevara con un fucile per gamba, gente che viene e che va in un Orlando Furioso a metà. L'esercito nemico, intanto, avanza.
Duecentocinquanta Gobbi una bazzeccola non sono, e la violenza ci giungerà all'orecchio alle velocità del suono. Sangue e squartamenti renderanno i lettori d'improvviso sgomenti, ma questa tragicommedia splatter e nazional popolare non ci toglierà affatto la smania di cantare. Guizzi poetici, profetici, quando la fantasia trotta e del mio iniziale pregiudizio nessuno se n'importa. Cavarsela è un'arte per pochi, perdenti dal fascino indiscreto, e sulla terra ferma potreste non volere mai più tornar indietro. Oltre le risate, oltre il mare, ci salvano i delfini dal pescecane e un pennuto esotico dalla pena capitale.
Un'adorabile scrittura, che di mischiare siculo, sabaudo e sardo si prende gran premura, è il tocco in più che fa somigliare il cantautore Meli a chi vuoi tu. Di Asterix e Obelìx le caricature, ma del cinema di Virzì Paolo le picaresche avventure; del Gazzè a Sanremo i leggendari amori da romanza, e tocca a Don Quisciotte e Sancho Panza combattere mulini a passo di danza.

«A me l'antico non dispiace. E nemmeno le promesse.»
«E immagino nemmeno le leggende, compagno di ventura.»

La storia d'Italia? Per non appannare i banchi a suon di sbadigli, gli scolari dovrebbero conoscere di questo sfacciato narrator gli artifizi. Quale pesantezza, quale noia: il fantastico e la cronaca insieme, sapessi che gioia! Osteggiare l'unità: vero paradosso, con gli inseparabili Attìa e Panc che per amicizia si stan sempre addosso. Un legame fra senza patria e senza dio, non fra senza cuore, che commuove e diverte in queste pagine in cui ora si vive e ora si muove.
Le sarde, gli scagnozzi, i cactus, gli amori, le scortesie, le audaci imprese Isidoro Meli canta.
Pur di condividerne aneddoti e sorrisi, so già che a lettori e ad amici farò una testa tanta.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Elio e le Storie Tese – La terra dei cachi

venerdì 29 settembre 2017

Recensione: Le venti giornate di Torino, di Giorgio De Maria

| Le venti giornate di Torino, di Giorgio De Maria. Frassinelli, € 17,50, pp. 150 |

Torino. Più di ottocentomila anime e un passato denso di storia.
A dominarne le mappe, una perfezione che ha dell'inquietante. Vedendola dall'alto, pare, potresti tracciare le geometrie di un pentacolo a rovescio. Dario Argento ci ha girato non a caso molti dei suoi film migliori, nell'epoca d'oro che fu. Tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, gli abitanti – educati e discreti, notoriamente ritrosi – hanno tremato, e non per le minacce del terrorismo d'estrema sinistra. Un lungo brivido di paura li ha scossi per venti notti. L'insonnia collettiva, grida di guerra da un capo all'altro della città, statue che facevano a cambio di piedistallo, un insopportabile sentore acetoso nell'aria. Infine, gli omicidi: uomini battuti come clave contro gli alberi, i monumenti, altri uomini. Un decennio dopo, l'Italia ha fatto del suo meglio per dimenticare. Mancavano i mezzi e il coraggio per sondare l'insondabile. Sono sopraggiunti gli anni di piombo e una crisi economica vaga, che ricorda tanto la nostra.

«Lei sa cosa segue di solito nello storie dopo che uno dice: quando all'improvviso...»
«Succede qualcosa di sorprendente, altrimenti che storie sarebbero, mi dica lei?»
«Non sarebbero delle storie.»

Un aspirante giornalista fa domande; indaga a costo della vita. Di lui non sappiamo niente, neanche il nome. Suona il flauto dolce, sbarca il lunario con un lavoro d'ufficio sottopagato e, a tempo perso, cerca piste e indizi. Su un male senza perché, senza inizio e senza fine, che sa insediarsi abilmente nei vuoti – quelli del potere di un Paese allo sbando, quelli della solitudine del cuore umano. Elegante e sospeso, Le venti giornate di Torino è un horror d'annata – un mockumentary, diremmo, se fosse cinema – che è impossibile giudicare con il senno di poi. Pubblicato la prima volta quarant'anni fa e presto destinato all'oblio, è stato rispolverato prima dalla curiosità di un editore statunitense, poi dalla nostra Frassinelli. Cos'è accaduto in quella Torino decadente, quasi post-apocalittica, in cui intervengono prodigiosi giochi premonitori e forze oscure che sarebbe meglio non scomodare? Cos'è stato di Giorgio De Maria, scrittore e musicista piuttosto prolifico, che tuttavia non toccò più penna dopo questa strana inchiesta a metà tra esoterismo e riflessione antropologica?

«Diceva che entro di lui lo spazio era sparito, non ne aveva più per muoversi, per girarsi; disse anche questa frase terribile: se anche volessi uccidermi non troverei lo spazio per morire.»

Ci vogliono un centinaio di pagine per scartabellare tutte le testimonianze e, a una a una, spuntare le domande. In mezzo a malinconici nottambuli che infestano le strade, in cerca della pace del sonno o di un pezzo mancante, e alle sinistre litanie dei Millenaristi. Il tutto, all'ombra dei segreti della Biblioteca: un edificio blindatissimo che custodisce confessioni, segreti, pensieri; intuizione straordinaria che, a modo suo, anticipa quella voglia di lavare i panni sporchi in pubblico, di attirare l'attenzione di tutti e di nessuno, tipica degli odierni social network. Cosa lascia nell'anima un soggiorno scomodo sotto forma di lettura? Un po' di stordimento per il troppo senso di irrisolto. La suggestione sperimentata finora solo con il found footage. L'impressione che, con simbologie e metafore da sciogliere, la lettura della postfazione a cura di Giovanni Arduino, il Félicien Rops in copertina da interpretare, la ricerca sia appena cominciata. 

giovedì 12 gennaio 2017

Recensione: Il Nido, di Cynthia D'Aprix Sweeney

Non è compito tuo essere lo specchio di qualcun altro.

Titolo: Il Nido
Autrice: Cynthia D'Aprix Sweeney
Editore: Frassinelli
Numero di pagina: 372
Prezzo: € 19,00
Sinossi: Aveva deciso di creare un fondo per i suoi figli. «Niente di importante», aveva più volte ripetuto, «un piccolo nido, un investimento prudente, di cui potrete godere col tempo, senza sfruttarlo.» Ex genio messo in ginocchio dalla crisi del 2008, Leo è il maggiore dei quattro fratelli Plumb, babyboomers abbondantemente adulti secondo l'anagrafe e altrettanto sprovveduti nella realtà di ogni giorno, con le loro vite irrisolte e sempre in attesa del «Nido», l'eredità che il padre ha accantonato per loro, e che i fratelli hanno in buona parte già dilapidato prima di entrarne in possesso. Ed è proprio quando i soldi sembrano finalmente a portata di mano che tutto precipita: al matrimonio del cugino, nel tentativo di sedurre una cameriera diciannovenne, Leo carica la ragazza in macchina e finisce per provocare un disastroso incidente. Qualche tempo dopo, in uno di quei mesi di ottobre che a New York sembrano già inverno, Melody, Beatrice e Jack sono pronti ad accogliere il fratello appena uscito dal centro di riabilitazione. Ma è lui che preferirebbe evitare di vederli. Perché dovrebbe spiegare come – per riparare i danni dell'incidente – si è giocato anche la loro parte di eredità. E così intorno al «Nido», e a causa sua, i fratelli Plumb intesseranno una ragnatela di equivoci e inganni, segreti e bugie e tradimenti, nella quale loro stessi finiranno intrappolati. Trascinante, commovente, divertente e dissacrante, Il Nidoè un concentrato di personaggi unici, un brillante riassunto delle ultime puntate della nostra Storia, un ironico bilancio generazionale e, in conclusione, una nuova dimostrazione della massima di Tolstoj: «tutte le famiglie felici si assomigliano. Ma ogni famiglia infelice, è infelice a modo suo».
                                            La recensione
Quando la più giovane di loro spegnerà la quarantesima candelina, i fratelli Plumb, figli di un previdente self made man e di una mamma svampita e disinteressata, erediteranno un'autentica fortuna. Il “nido” è un fondo fiduciario che ha resistitito agli sbalzi d'umore di Wall Street e alle grane della recessione. Cresciuto nel tempo, sembra abbastanza accogliente, su carta, per contenerere l'ego dei quattro e assicurare loro una solida tranquillità economica. Nessuno può metterci mano prima del giorno pattuito, ma una clausola contempla gli imprevisti. In caso di emergenze, per questioni di vita o di morte, la cifra può essere intaccata. Cosa c'è di peggio, in fondo, dell'incidente di Leo Plumb? Il maggiore del quartetto, alla guida sotto stupefacenti e con le braghe calate, è stato coinvolto in un drammatico testacoda insieme all'amante di turno dopo avere abbandonato in tutta fretta un banchetto di nozze. Impossibile salvare il suo matrimonio, ma qualcosa si può fare per mettere a tacere i pettegolezzi: una bustarella qui, una lì, e le modalità dell'incidente non trapelano sui giornali. Il fondo fiduciario gli ha salvato la reputazione come un deus ex machina. Cosa sarà, adesso, dei progetti a lungo termine dei fratelli restanti, che dovranno spartirsi in parti uguali il poco che resta? 
New York è costosissima, come costosissimi sono gli investimenti in cui qualcuno di loro si è imbarcato, pensando di scartare presto il regalo di papà. C'è chi ha ipotecato la casa al mare, chi ha legato la prestigiosa educazione delle figlie alla propria porzione di eredità, chi si è indebitato fino al collo. Scomparsa la rete di sicurezza e con il conto in rosso, toccherà reinventarsi in meno di quattrocento pagine. Il nido, best-seller in patria, è una commedia sofisticata sull'arte di arrangiarsi e i piani B. Sapeste quanto era bello, mesi fa, quando me ne è arrivata in anteprima una bozza. Il romanzo, leggermente diverso da quello che troverete in libreria, era chiuso in una scatola turchese, con in calce il celebre incipit di Tolstoj. Sembrava un pacco regalo e, dietro, c'erano le attenzioni di chi l'ha preso a cuore e ne ha curato nel dettaglio la pubblicazione. So che l'équipe Frassinelli ha amato molto l'esordio di Cynthia D'Aprix Sweeney e, purtroppo, vorrei potere dire altrettanto. La lettura del Nido, invece, non mi ha entusiasmato. I lunghi periodi della D'Aprix Sweeney e la descrizione di quei quartieri elitari, consacrati al prestigio e al cinismo, mi hanno lasciato indifferente. 
Romanzo corale diviso in tre parti – di cui l'ultima è stata quella che ho preferito -, racconta le gioie e i dolori dei Plumb: facoltosi, ma solo di facciata. Jack, antiquario omosessuale, si è sposato in segretezza con il compagno, un avvocato retto e corretto che durante l'avvento dell'Aids l'ha tratto in salvo da una vita promiscua; Bea, frustrata autrice di racconti, non riesce a scrivere il romanzo che tutti aspettano e che lei, senza ispirazione, non ha mai ultimato; Melody, la più giovane, è mamma a tempo pieno di due gemelle adolescenti e prima la scelta del college, poi l'outing di una delle figlie, le regaleranno nuovi grattacapi; e poi c'è il fuggitivo e affascinante Leo, motore della trama e bugiardo patologico, che spezza cuori e semina i suoi fiori della discordia a destra e a manca. Un quartetto di personaggi oziosi e alto-borghesi a cui mi sono affezionato tardi. L'antipatia, tra investimenti azzardati e disastrosi bilanci, all'inizio ha avuto la meglio. Lontanissimi da me, mi hanno reso difficile identificarmi e far mie le loro vicende. Funzionano nelle rare scene d'insieme, riuniti alla stessa tavola: quando il “nido”, da nome in codice di un ambito fondo d'emergenza, diventa sinonimo d'affetto. E, meglio di loro, funzionano i personaggi estranei al loro antico albero genealogico: Stephanie, editor che ha offerto all'inaffidabile Leo il divano e l'amore; Matilda, esotica cameriera con il sogno della musica, che si risveglia dall'incidente in apertura con un moncherino al posto del piede; Tommy, vedovo ed ex pompiere, che ha recuperato sotto le macerie delle Torri Gemelle una scultura di Rodin di inestimabile valore. Perdere un cospicuo patrimonio per una letterale sbandata? Anche i ricchi piangono, dice il proverbio. Ma delle ordinarie disgrazie dei danarosi e sarcastici Plumb, qui colti nell'atto di rimboccarsi le maniche, volendo si può sorridere spesso e di cuore. Il nido, tra le righe, resta un cadeau alle famiglie felici, a quelle infelici, alle nostre. Ma Anna Karenina e i suoi ridenti centoquarant'anni hanno ragione: quanto è vero che ogni famiglia infelice è infelice modo suo. 
I Plumb, a modo loro, lo sono forse fin troppo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sam Smith – Money On My Mind 

lunedì 19 settembre 2016

Recensione: I custodi di Slade House, di David Mitchell

Il tempo è. Il tempo era. Il tempo non è.

Titolo: I custodi di Slade House
Autore: David Mitchell
Editore: Frassinelli
Numero di pagine: 233
Prezzo: € 19,00
Sinossi: Voltato l’angolo di una via di Londra, proprio dove occhieggiano le vetrine di un popolare pub inglese, lungo il muro di mattoni che costeggia un vicolo strettissimo, se tutto gira per il verso giusto, troverete l’ingresso di Slade House. Un perfetto sconosciuto vi accoglierà chiamandovi per nome e vi inviterà a entrare. La vostra prima reazione sarà la fuga. Ma presto vi accorgerete che allontanarsi è impossibile. Ogni nove anni, l’ultimo sabato di ottobre, gli abitanti della casa - una sinistra coppia di gemelli – estendono il loro particolare invito a una persona speciale, sola o semplicemente diversa: un adolescente precoce, un poliziotto fresco di divorzio, un timido studente universitario. Ma che cosa succede, veramente, dentro I custodi di Slade House? Per chi lo scopre, è già troppo tardi…

                                                La recensione
Londra, enigmatica e piovosa, in alcune zone che sfuggono all'occhio del turista, si tiene cari i suoi vicoli stretti, i suoi frabbricati di mattoni rossi, i comignoli a vista e le insegne delle birrerie. Pennacchi di fumo scuro, il vociare degli avventori di un pub con vetrina che affaccia sull'acciottolato e, in un corridoio angusto di case e condomini decadenti, con il cielo che ti si riversa puntualmente addosso, ritrovarsi davanti a un cancelletto nero che, giureresti, il giorno prima non c'era. Non è l'Inghilterra vittoriana che sempre mi incanta, coi suoi ricami e i suoi misteri, ma un angolo di metropoli che non è mai sceso a patti con la modernità: fiera e tenace, l'impraticabile Westwood Road scoraggia i passanti e protegge a caro prezzo i suoi segreti. Svoltando in Slade Alley, c'è un passaggio che porta a Slade House: una casa signorile, distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, che si rivela a certi sguardi, a certi tocchi, solo l'ultimo sabato di ottobre. Ogni nove anni. Tu, lettore, ti ci trovi per caso e in anticipo, un pomeriggio di metà settembre. Fuori pioviggina, il freddo va e il freddo viene, e le giornate si sono accorciate a vista d'occhio. I padroni di casa, ingannati, avranno pensato di avere perso il conto: è già arrivato Halloween? Ma, se hai l'eternità davanti, capita. Ti lasciano entrare. E, dall'altra parte del muro, c'è un giardino terrazzato, con un altro bollettino meteo, di un'altra latitudine, in un'altra realtà. Una casa imponente, dalle architetture gotiche, i cui padroni – gemelli inseparabili – irretiscono sfordunati e speciali viandanti. I custodi di Slade House è la cronaca del loro passato e quella delle esistenze troncate delle vittime prescelte. Partito come un esperimento tra lui e i suoi lettori più affezionati su Twitter, l'ultimo romanzo di David Mitchell è un esemplare unico nella prolifica produzione dell'autore britannico. Se come me lo si conosce soltato di fama, stupirà trovarsi tra le mani un volume sottilissimo, cupo, in cui non c'è traccia apparente delle sue epopee tra scienza e fede, dei protagonisti legati da un filo di pensieri, di pagine che, poiché numerose, tendono a scoraggiare. Pur avendo trovato emozionante e illuminata la visione dell'intricato Cloud Atlas, David Mitchell l'ho condannato a un eterno viavai nei miei carrelli online, fino a quando non si è dato ai racconti dell'orrore e, infine, ha fatto breccia. Suonerà superfluo per gli appassionati, perciò, descrivervi quanto talentuoso, accattivante e persuasivo sia, ma diciamolo, sì. Dell'autore prolisso e fantasioso che, sotto sotto, ho sempre temuto, nessuna traccia: il curiosissimo formato di I custodi di Slade House dà un taglio alle parole, ma non alla sua immaginazione frenetica. In duecento pagine appena, Mitchell sa essere – tenete il conto degli aggettivi – inquietante, tradizionale, divertente, crudele e innovativo. 
Cinque aggettivi, per un romanzo che si articola in cinque parti: la prima ambientata negli anni Settanta, l'ultima appena trecentosessantacinque giorni fa. Un racconto per ogni ospite che, in una data precisa, di solito con la pioggia, bussa alla porta dei gemelli Grayer. Cambiano le generazioni, i toni della narrazione e perfino i generi, le voci. I custodi di Slade House ha cinque punti di vista domati senza paura e un comune divisore. A cosa porteranno le visite, se gli ospiti sono destinati a non avere scampo? Cosa ci rivelerà Norah Grayer, sanguisuga e cacciatrice di anime, in un capitolo conclusivo che è la sua estrema confessione?
In apertura, conosciamo Nathan, tredicenne inquieto con mamma ambiziosa e padre in viaggio, che viene strattonato per mano dalla genitrice a una boriosa soirée: per fortuna, ha un coetaneo con cui fare amicizia – si chiama Jonah, ed è il secondo dei Grayer – e una scorta segreta di Valium. Sarà impossibile separare gli effetti del farmaco dall'incubo.
La seconda, invece, è la storia dell'ispettore Edmonds, uno con l'autostima a pezzi per colpa di un divorzio e il pallino dei noir francesi. Conosce la seducente e bisognosa Chloe, che lo prende per il cuore e per la gola: non saprà riconoscere una femme fatale, trovandosela nel letto. Gli anni Novanta sono quelli delle droghe, della musica a palla, delle feste scatenata: Sally, studentessa timida e grassottella, per amore del bel Todd – che non sembra considerarla, se non come amica – entra in un gruppo universitario che crede nel paranormale e nelle inspiegabili sparizioni di Slade House; gli acchiappafantasmi per hobby, a sorpresa, si imbatteranno in un party in maschera che sembra uscito da Rocky Horror Picture Show.
Nove anni dopo, l'affezionata Freya, con l'inventiva dei reporter d'assalto e tutto l'amore delle sorelle maggiori, intervisterà un Lazzaro imbianchino e i vampiri, come nei capolavori di Anne Rice. Quando sei dentro, Slade House ricorda Giro di vite, Dracula, le fiabe splatter dei fratelli Grimm, il recente La casa per bambini speciali di Miss Peregrine. Parafrasando liberamente uno dei personaggi, ha il parquet, la carta da parati, i battenti delle porte – la struttura nuda e cruda – scelti da uno Stephen King in preda alle febbri alte. Sali le scale, poi, e scricchioleranno e si tradiranno, come in un'intramontabile ghost story con le notti cupe e tempestose al di là delle inferriate alla finestre. Da un lato e dall'altro, i ritratti di tenutari che hanno imbrogliato la morte al suo stesso gioco e quelli degli antichi visitatori, immortalati così com'erano al tempo del loro decesso: i farfallini eleganti, le vestaglie da camera, le maschere beffarde, a forma di maiale. Gli occhi grattati via. i desideri – un'infanzia normale, una passione proibita, le attenzioni di un ragazzo impossibile – che li hanno esposti al male. Più in cima, una soffitta e una candela tremolante. Prima che si spenga, che il tuo passaggio lì lasci un'altra foto ricordo al muro e due padroni di casa con le pance piene, lascia pure la tua firma sul registro degli ospiti; di' quanto c'è di bello, spaventoso e stimolante, in un Triangolo delle Bermude con l'edera rossa sulla facciata, le infinite citazioni che ne fanno un gioiello per gli intrepidi e il ritorno, in definitiva, assai incerto.
La casa ha fame. Lascia detto dove vai, cosa leggi, o ti ci perdi. 
A Londra, enigmatica e piovosa, semina in giro briciole di pane. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Animals – The House of the Rising Sun

lunedì 25 luglio 2016

Recensione: La confessione di Roman Markin, di Anthony Marra

La storia è l’errore che non smettiamo mai di correggere.

Titolo: La confessione di Roman Markin
Autore: Anthony Marra
Editore: Frassinelli
Numero di pagine: 312
Prezzo: € 19,50
Sinossi: Roman Markin amava l’arte, l’aveva studiata, sognava di diventare un pittore. Ma nella Russia staliniana, più che artisti, servivano «censori di immagini», deputati a modificare dipinti e fotografie per cancellare personaggi caduti in disgrazia e considerati traditori dal regime. Ma Roman non resiste alla tentazione di salvare o di aggiungere volti e particolari perché restino tracce, anche se quasi invisibili, di chi ha amato, di chi è stato, e di quello che è stato. Così, da un lato rifiuta − anche se nemmeno lui sa bene perché, forse solo per amore della bellezza − di cancellare del tutto la figura aggraziata di una ballerina invisa al regime, dall’altro inserisce il volto del perduto fratello Vas’ka ovunque, nelle fotografie ufficiali, nei quadri del realismo socialista, persino su un paesaggio bucolico ceceno dipinto nel XIX secolo dal pittore Zacharov. Ed è seguendo negli anni il destino di quel quadro, e del paesaggio che rappresenta, che si snoda questa storia fatta di tante storie e di tanti destini, intrecciati tra loro, al di là del tempo e dello spazio. Dal quadro spariranno delle figure, e altre ne appariranno, come se il dipinto volesse in qualche modo seguire le vicende tragiche del luogo che rappresenta. Il risultato è un libro per certi aspetti indescrivibile, tecnicamente perfetto ma nello stesso tempo arioso e struggente, profondo e luminoso, pieno di umanità e di vita.

                                                     La recensione
L'ultimo pensiero umano sarà il tuo, sussurravo.
Quel pensiero sarai tu, diceva lui.
L'ultima parola sarà la tua.
L'ultima parola sarà il tuo nome.
La famosa lista battuta su Word, da undici anni a questa parte fedele custode delle mie letture e, vagamente, diario segreto, la scorsa settimana è stata protagonista di un evento quantomai singolare. Un errore nella conta dei romanzi letti da gennaio a luglio. Uno sbaglio, o così potrebbe sembrare. Un salto più lungo della gamba, e da cinquantadue mi ritrovo ad averne letti sessantuno, di libri. Uno, due, tre... nove in più. Il mistero, in un pugno di giorni trascorsi al mare. Cos'è accaduto? Quanto avrò letto mai, io che eppure ho i miei sacrosanti tempi e che, notoriamente, non mi dedico a una nuova lettura senza prima avere parlato della passata? Mi è successo un romanzo splendido – uno e basta: contato -, che si chiama La confessione di Roman Markin. Bene. Hai spuntato già una voce dalla lista delle cose da fare, uno dice; ma adesso come parlarne, e dopo a cosa dedicarsi? Da dove prenderlo per commentarlo assieme, quel volume azzurro, neanche troppo spesso, che mentre lo sfogliavo mi faceva domandare a tutti e a nessuno in particolare: da dove avrà iniziato a pensarlo, un intrigo di tal portata, uno scrittore di trent'anni appena? Chi lo sa. La mia, perciò, più che una recensione, sarà un puro atto d'egoismo: scomporre il carillon di Anthony Marra, pur senza svelarvi troppo, per ricordarne nel dettaglio un po' dei meccanismi impercettibili, degli incastri perfetti, delle consonanze barocche e postmoderne insieme. Lo scompongono, ne ripeto i contenuti a menadito. Li tiro a me, infine, come fanno le brave madri coi cocci di vetro di una tazza che si è infranta; come fanno i naviganti con le vele. Perché certi romanzi, si sa, sono esigenze impellenti. Partiamo dalla definizione: impropriamente dirò “romanzo” per tutto il tempo – correggetemi, tra voi e voi -, ma l'editore scrive “storie” sul bianco del tutù. La confessione di Roman Markin, con le sue sole trecento pagine, di quelle storie autosufficienti ma legate, è il labirinto e la fortezza. Il baluardo. Un libro che si giudica dalla copertina: il resto, poi, viene magicamente da sé. Non ho la cultura del racconto, purtroppo – forma narrativa che mi è sempre parsa una scappatoia da impegni maggiori -, figuratevi, perciò, quanto poco ne sappia di conflitti e rovesciamenti di fortuna nell'ex Unione Sovietica. Mi hanno trattenuto a lungo i dubbi, poi mi sono affidato a Marra, fiducioso: cercavo il potenziale romanzo dell'anno, e chi l'ha letto prima di me sembrava darmi conferme e aspettative esorbitanti. Leggevo, intanto, non sapendo bene cosa aspettarmi da otto, nove racconti che, in coro, ti compongono la sinfonia più irripetibile. Detto ciò, di che parlano? La storia d'apertura, ambientata nella Leningrado comunista, racconta di Roman, artista e censore, che cancella le identità dei traditori da foto e ritratti, sostituendole con quelle dei fedelissimi al regime e, di nascosto, del fratello che ha tradito. 
Vuole preservarne il ricordo. Subirà una fine ingloriosa e, in codice Morse, consolerà un compagno di carcere che, erroneamente, l'ha scambiato per Dio: colpa di una denuncia anonima, galeotta la fotografia di una étoile sovversiva che, non si sa perché, ha risparmiato dall'oblio. La storia che segue, raccontata in un'intrigante e maliziosa prima persona plurale, rievoca la prigionia della suddetta balleria e l'ascesa (dunque, la conseguente caduta) della nipote di lei, nominata Miss Siberia e, da lì, attrice hollywoodiana e moglie trofeo. La terza è a proposito del generoso vicedirettore di un museo che, in una città distrutta, redarguisce turisti europei. La quarta parla di due soldati in un pozzo, prigionieri sugli altopiani ceceni, che seminano aneto tra le mine, scambiandosi altruisticamente storie di donne – non sono esenti le mamme, in succinti bikini leopardati sulle sponde di laghi radioattivi – e ricordi preziosi. La quinta riguarda il fratello minore di uno dei due prigionieri – a sua volta, vecchia fiamma della nota Miss Siberia -, che abbozza aforismi sparsi e contempla le ceneri dei propri cari stipate nei barattoli per sottaceti. Riuscirà mai a spargerle nel Mar Nero? 
La sesta è sui narcotrafficanti e le donne sprovvedute che popolano l'irreale Foresta Bianca – intrigo artificiale in cui tutto è illusione: gli alberi d'acciaio, le foglie di carta stagnola – e la settima, collaborazione tra un teppista vergine e un reduce di guerra, ci rivela trucchi e stratagemmi su come far soldi nella lussuosa metropolitana della Capitale russa. L'ottava, giunta prima di un sogno nello spazio, che in realtà è un viaggio dell'anima e della memoria, è la mostra temporanea in cui si incrociano passato e presente; il senso di colpa per la confessione strappata all'innocente censore e i colori nuovi di una giovane gallerista che, finalmente, torna a vedere. Avete presente quella sensazione di imbrogliare il tempo al suo stesso gioco, allungare le giornate a dismisura e, nei pochi grammi di un romanzo (ditemi, quanto peserà?), rintracciare i ventuno dell'anima umana e i quintali di sessant'anni di vita vissuta? Il gioiello di Marra - scritto meravigliosamente, ora doloroso e ora buffo: fruibile sempre – è la tana del Bianconiglio, la borsa di Mary Poppins, un mare senza fondo. Una folla a bordo di una Cinquecento piccina piccina, come quella della pubblicità. Ancora, la matriosca di un finissimo artigiano, in cui ogni bambola – ogni storia – è figlia legittima dell'altra, e le tramanda caramente cimeli, peccati capitali, impensate eredità. Si incrociano, così, sempre le stesse facce, sempre gli stessi nomi; e da angolazioni varissime, da punti di vista speculari, si reinterpretano sotto un'altra luce citazioni lì per lì trascurabili o semplici figuranti, volteggiando dalle trincee allo spazio profondissimo, dall'oggi al ieri, dal romanticismo fumoso al noir intossicato.
Quant'è piccolo il mondo: sta in un quadro.
E tu, sta' pur certo che ci sei: in quale angolo sei stato ritratto?
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: M83 – Outro 

mercoledì 13 luglio 2016

Recensione: La figlia sbagliata, di Raffaella Romagnolo

L'amore vero è questa cosa qui, Pietro: abituarsi. Che fastidio ti dà uno che parla un po' troppo forte al telefono? L'amore vero, che dura tutta una vita, deve essere ragionevole.

Titolo: La figlia sbagliata
Autrice: Raffaella Romagnolo
Editore: Frassinelli
Numero di pagine: 170
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Un sabato sera come tanti in una cittadina della provincia italiana. La tv sintonizzata su uno show televisivo, nel lavandino i piatti da lavare. Un infarto fulminante uccide il settantenne Pietro Polizzi, ma Ines Banchero, sua moglie da oltre quarant’anni, non fa ciò che ci si aspetta da lei: non chiede aiuto, non avverte amici e famigliari, non si preoccupa di seppellire l’uomo con cui ha condiviso l’esistenza. Comincia così un viaggio dentro la vita di una coppia normale: un figlio maschio, una figlia femmina, un appartamento decoroso, le vacanze al mare, la televisione e la Settimana Enigmistica. Ma è una normalità imposta e bugiarda, che per quarantacinque anni, per una vita, ha nascosto e silenziato rancori, rimpianti, rimorsi e traumi. E mentre giorno dopo giorno la morte si impadronisce della scena, il confine fra normalità e follia si fa labile.
                                          La recensione
Sabato sera, interni borghesi. Primo piano su una donna di spalle, curva e appesantita, che si affaccenda all'acquaio della cucina. Insapona i piatti, Ines, e li sciacqua con cura: sgrassa, sfrega e strofina, li passa sotto il getto d'acqua senza sollevare zampilli. Presumibilmente, della lavastoviglie non si fida, come tutte le signore che hanno superato i sessanta e, tradizionaliste, preparano i tortellini a mano, fanno orecchie da mercante davanti alle proposte dei centralinisti stranieri che suggeriscono l'internet veloce e, con l'acqua saponata fin sopra i gomiti, pescano posate e bicchieri dalla schiuma che, nel frattempo, cresce nel lavello. Con la coda dell'occhio, segue un po' i volteggi degli ammiccanti ballerini di Ballando con le stelle e un po' gli spasmi del compagno di lunga data, Pietro, stroncato da un infarto fatale durante il dopo cena. Continua a rassettare, accoglie con un moto di approvazione il vincitore che, quella sera, ha decretato la presentatrice Rai e, spenta la luce, va a letto: al buio, il cadavere del marito. Il volto pallido di Pietro, la smorfia della bocca e la posizione leggermente scomposta, non le suscitano né commozione né allarmismo. Qual è stata mai, in vita, la colpa dell'anziano capo famiglia per giustificare l'indifferenza di una consorte che imbocca la porta della stanza da letto senza neanche pensarci su? Cosa ha trasformato una moglie e una mamma perfetta, con il tempo, in una macchina dai sentimenti difettosi, che mangia e coltiva i suoi hobby alla presenza di un cadavere in lenta decomposizione, senza colpo ferire? La figlia sbagliata è la storia di una donna sola che ragiona di malintesi, segreti e legami di sangue con il marito morto. Zoom spietato sugli acciacchi, le rughe profonde, i parenti che non passano a salutare e un campo lungo abbastanza, poi, da includere le vite separate di chi forse rinverrà il cadavere, forse aiuterà il genitore superstite con le spese da sostenere e l'immondizia da buttare. 
Ci si stringe tutti e quattro, perciò, per l'occasione. Sullo stesso sofà, come nelle cartoline di Natale, e nelle stesse duecento pagine scarse. Scatta (e scrive) la  Romagnolo, da me già molto apprezzata con l'inconsueto young adult Tutta questa vita. Raffaella è veloce, ed è tutto un attimo: i Polizzi si sciolgono presto da quelle pose plastiche, forzate, e ringraziano per un ritratto di famiglia rapido e indolore. Sono usciti bene, sì? La figlia sbagliata continua a riflettori spenti, però: distolti gli obiettivi. C'è una regista (e un'autrice) che ti mette a tuo agio, ti fa assumere la posizione consona – braccio sulle spalle di papà, la mano tra le mani di mamma – e continua a raccontarti anche quando il momento clou, il quarto d'ora delle famiglie felici, sembra svanito. Il suo ultimo romanzo, che mi sono reso conto di aver inspiegabilmente trascurato solo all'indomani della candidatura allo Strega, ha un incipit shock e un prosieguo che procede sul medesimo andante: essenziale, caustico, drammatico. Giallo psicologico con parole pesate – ma pronunciate a sproposito, a volte, se si è in preda al malumore – e un quartetto di personaggi indagati fin negli spigoli più dolorosi, ha la mano ferma e le ginocchia ballerine, un rigoroso impianto teatrale e gli ansimi di una tragedia contemporanea. 
L'autrice fuga in fretta i dubbi: Pietro, sposato quarant'anni prima a mo' di chiodo schiaccia chiodo, non era un irreprensibile aguzzino, un temibile padre padrone. Perché la repressa Ines, allora, reagisce imbellettandosi, cucinando pasti generosi e rispolverando l'antica passione per il disegno a mano libera? Perché quello del figlio Vittorio, vecchia gloria del nuoto e ingegnere di successo, è considerato talento con la lettera maiuscola, mentre i provini e i ruoli da comparsa della sorella minore, Riccarda, sono un capriccio da scacciare con un gesto vago della mano? Ines, tipica mamma chioccia, accudisce un primogenito che è il suo capolavoro – solo una volta le ha disubbidito,  il giovane Vittorio, saltando dallo scoglio più alto in vacanza – e combatte guerre perse con una figlia scorbutica, ribelle, allevata all’ombra di un piccolo uomo, ma con pesi immani sulle ampie spalle da nuotatore. E’ una cattiva massaia chi distingue, nella sua prole, figli e figliastri? E’ un marito codardo il camionista che tra sé e la propria casa mette chilometri e chilometri? Meglio le mancate telefonate dell’indesiderata Riccarda o la stanchezza di Vittorio, soffocato nel nido? Quattro personaggi fragili e sgradevoli, a tratti, che non trovano il coraggio o la redenzione, ma che, come ospiti spettrali, infestano un salotto inquietante – disseminato com’è di carta straccia, ricordi spolverati di fresco, morte – e i capitoli di un romanzo bellissimo, che si legge la sera, con il fresco, in cambio di un letto scomodo e una notte piena di pensieri. E, al mattino, si è tutti un dolore a colazione. Se sei parte di una casa in cui tutto e tutti sono al posto giusto, se sei fortunato, si uniranno a te, per il rito del caffè, i tuoi familiari. Eccoli lì: una mamma apprensiva, un padre che fa straordinari non necessari, fratelli spinti a competere. Ti guardi attorno e li guardi, turbato.
Se sei fortunato?
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Damien Rice – It Takes a Lot to Know a Man

lunedì 25 aprile 2016

Recensione: Storia di un postino solitario, di Denis Thériault

Ma soprattutto c'erano lettere d'amore. L'amore restava il più comune dei denominatori, il tema che conciliava quasi ogni penna. L'amore declinato in tutti i tempi e in tutti i modi...

Titolo: Storia di un postino solitario
Autore: Denis Thériault
Editore: Frassinelli
Prezzo: € 16,90
Numero di pagine: 170
Sinossi: Chi non ha mai sognato, almeno una volta, di vivere la vita di qualcun altro? Lirico e avvincente, emozionante e delicato, Storia di un postino solitario è davvero un piccolo gioiello, e un non più piccolo caso editoriale, dal momento che – pubblicato per la prima volta in Canada nel 2004 – il romanzo ha conquistato, un lettore alla volta, un sogno alla volta, il palcoscenico dell'editoria mondiale. Il « postino solitario » è Bilodo, 27 anni, un ragazzo schivo, con pochi amici, appassionato e dedito al suo lavoro, lavoro che gli permette di trovare nelle vite degli altri quello che manca nella sua. Bilodo infatti è un postino indiscreto, per quanto assolutamente innocuo: apre, di notte, le lettere che dovrà distribuire il mattino successivo, e si immedesima nelle esistenze dei corrispondenti. Immagina, fantastica, sogna; si appassiona, si commuove, si arrabbia. Tra tutte, le lettere che più è ansioso di «ricevere», sono quelle di Ségolène, una donna misteriosa che vive in Guadalupa, e che manda degli «haiku» – i caratteristici componimenti poetici giapponesi – a Gaston Grandpré, una delle persone servite da Bilodo, che di Ségolène, in qualche modo, si è innamorato. Quando, a causa di un incidente, Gaston morirà, proprio sotto gli occhi di Bilodo, il giovane postino non riuscirà a rassegnarsi alla perdita di quei componimenti che ormai sente in qualche modo come «suoi», e si sostituirà a Grandpré nella corrispondenza con Ségolène . E non soltanto in quella.

                                                  La recensione
Bilodo, ventisette anni, ha uno strano nome e, se possibile, un hobby ancora più strano. Malinconico cronico, apparentemente asessuato, con la testa fissa lassù tra le nuvole, è un postino a tempo pieno e nel suo monolocale smista la posta, in previsione del mattino successivo. Qui, con l'aiuto del vapore, apre le lettere, le legge, poi le richiude come se nulla fosse. Si diverte, si arrabbia e si commuove, intrufolandosi nelle vite degli altri. Entra ed esce, discreto. Ma se di una vita, di una coppia, non riuscisse più ad abbandonare la metaforica soglia? 
Bilodo s'innamora perdutamente della penna gentile di Sègolene, bella isolana: ecco un suo primo piano, in una foto rubata, ed ecco che così non smette di pensare notte e giorno a lei... Il suo rivale in amore, scapigliato e misterioso, viene investito davanti allo stesso Bilodo, affastellandosi in strada per imbucare una lettera decisiva. Muore sul colpo, sotto la pioggia. Il protagonista, un po' tenero e un po' sinistro voyeur, dal defunto eredita le briglie della corrispondenza e un appartamento ammobiliato in stile orientale in Rue des Hetres. Passeggia tra i beni che nessun parente ha reclamato per sé e, esperto di grafie, tenta di ingannare la sua lei come può, ma c'è un ma grosso quanto una casa. Bilodo sarà sì l'ultimo dei romantici, ma non ha l'indole del poeta. Per fortuna, c'è un kimono appeso a una gruccia che può far faville. E la curiosità, imperitura, lo spingerà a documentarsi, a leggere, a ricercare. Si possono imparare i segreti della scrittura, nel nome dell'amore? Può a una passione aggiungersene all'improvviso un'altra? Storia di un postino solitario, ultima uscita di un editore che raramente fa passi falsi, presenta due aspetti che in teoria amo, ma che in pratica non mi arrivano: la connaturata delicatezza della lingua francese, l'affascinante spiritualità della poesia nipponica: troppo trasognati i francesi, troppo algidi gli autori con gli occhi a mandorla. A questo, però, aggiungete la cornice dei rossi autunni canadesi, un eroe indiscreto ma a fin di bene, una musa celebrata come nello Stil novo, due comprimari simpaticissimi – l'amico Robert, la cameriera a cui il postino ha infranto il cuore – e, tra un haiku e l'altro, gradualmente, un sentimento che da spirituale si fa carnale. 
Da platonico, può l'amore diventare vero? Può un appuntamento tra un impostore e una donna ignara dello scambio di identità perpetrato avere il lieto fine? Uscito dodici anni fa in patria e straordinario successo del passaparola, il romanzo di Denis Thériault è una sofisticata sorpresa franco-canadese che, dalla sua, ha un'idea curiosa per un curioso protagonista e uno stile leggerissimo. Fiabesco, quasi, con poche pagine, rari dialoghi e aggettivi à gogo che non lo appesantiscono neanche per un attimo, anzi. Uno spunto d'altri tempi e, in mezzo ai brevi componimenti poetici già apprezzati durante la lettura di Il canto delle parole perdute, il disegno di un anello che somiglia al serpente che si morde la coda di Nietzsche. Simbolo d'eterno ritorno per il filosofo tedesco e "enso" per il buddhismo zen, è infatti l'ultimo segreto di un racconto a spirale carinissimo, molto francese, a cui con la scusa degli haiku, con il pretesto della suggestione, si aggiunge una chiusa shock. 
Un colpo di scena repentino, dopo languidi colpi di cuore. 
Come a dire che c'è una magia sottile nell'amore incorporeo tra Bilodo e Sègolene, e che la magia chiama magia. E se la lingua più delicata incontra i culti più suggestivi, se i protagonisti dicono di sì a un appuntamento faccia a faccia, non c'è freno al sogno.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Please, Mister Postman

martedì 1 marzo 2016

Pillole di recensioni: Adieu mon coeur | Non respirare

Titolo: Adieu mon coeur
Autore: Angelo Calvisi
Editore: CasaSirio
Numero di pagine:
Prezzo: € 13,00
Il mio voto: ★★★
La recensione: Ha un titolo francese, un autore italiano, un protagonista cittadino del mondo. A farcelo conoscere, una casa editrice piccina ma in crescita che, con i suoi scrittori di qualità, le edizioni curate e quel formato tascabile che è un piacere, la scorsa estate, si era imposta come un'autentica rivelazione. Qualche mese dopo, rieccola ospite sul blog: pubblicano il romanzo di Angelo Calvisi, pensano a me per avere un parere e, questa volta, fanno più colpo loro – pop e pieni di carattere – che un libro breve e particolare, di cui poco mi viene da dirvi. La storia a frammenti di Paolo, e son frammenti sparsi, lo mostra bambino, adolescente ed adulto, nell'arco di trent'anni vissuti in giro e a pieno. Cresciuto nella provincia genovese, passa l'infanzia in oratorio, tra le partite a calcio balilla, gli amici i cui nomignoli sono tutto un programma, le prime cotte e i primi dolori: i genitori litigano spesso, le altre bambine non se lo filano, un avvenimento luttuoso è dietro l'angolo. Quattro parti, quattro decenni e, nel finale, un salto indietro. Un'adolescenza in comunità, la scoperta della musica, una moglie e un paio di figli in Francia. Ma com'è che si dice? Mogli e buoi dei paesi tuoi e, sempre parlando per proverbi della nonna, il primo amore non si scorda mai. Ecco che ritorna la spasimata Michela, che proprio non può desiderare. Ecco che la bottiglia, la chitarra e rimpianti ci fanno prima perdere e poi ritrovare. Il cuore resta – checché ne dica il titolo – e ci sono una bella struttura ad incastro, verità e nostalgia a palate, qualcosa del Nick Hornby di Alta fedeltà, del Nicholls di Un giorno, del Biglia bugiardo e avventuroso di Ti prendo e ti porto via. Le gioie del vinile e le donne, gli incontri una volta ogni morte di Papa e la non trascurabile incapacità nel combinarne una giusta. Che c'è, allora, che non va? Oggettivamente, niente: Adieu mon coeur è un amarcord tra passato e presente, con tocchi di grottesco, un colonna sonora perfetta, l'umorismo vincente, l'occhio lucido. Ma trent'anni li avrei letti ancora più volentieri in più pagine e il me a cui tanto a genio il racconto, alla fine, non sta, ha patito un po' i salti e la divisione in capitoli a sé stanti. Gradirò sempre i tipi di CasaSirio, perciò, ma mi farò un'idea pià precisa di chi sia Angelo Calvisi – professionista poliedrico e dalla biografia stermianta, da quel che leggo – con a dispostizione, si spera, un'altra storia e, soprattutto, altre pagine.

Titolo: Non respirare
Autrice: Elisabetta Pastore
Editore: Frassinelli
Prezzo: € 18,00
Numero di pagine: 244
Il mio voto: ★★½
La recensione: Spesso, ci sono libri – belli, brutti, boh – a cui non ti avvicineresti mai, se non fosse che, a promuoverli, c'è tutto un ambaradan e la firma di un editore di cui ti fidi alla cieca. La Frassinelli piace perché raramente cavalca l'onda, la Frassinelli non pubblica comuni erotici. Allora cos'era il romanzo della Pastore, sulla doppia vita di una ragazza meridionale che impara a diffidare dagli uomini, a preferire la campagna alla metropoli, a esplorare la propria sessualità? L'etichetta di romanzo erotico, in realtà, più che stretta gli sta larga, lì dove si immaginerebbero comunemente parole languide, un fare ammicante, protagonisti avvenenti. Non respirare ha invece una protagonista smilza, poco procace, e uno stile asciutto e spigoloso. Veronica, di giorno avvocato sottopagato e di notte voce a un telefono a pagamento, fa sesso alla cornetta perché a Roma non si può campare e perché il suo ragazzo è un tossico che le mette a soqquadro la borsetta. I suoi interlocutori cercano il massimo del piacere e le confessano l'inquietudine più segreta. Vive lunghe giornate e lunghissime notti. Vive due vite. Eppure resta una protagonista a metà: senza carattere. Ma ha le sue peculiarità, i suoi tratti distintivi. Disegna, ad esempio, spinta da voci che, a matita, si fanno volti. E son volti che, a volte, incrocia dove meno si aspetterebbe. La matita sul foglio è istinto basico; il sesso non è fatto ma descritto, parlato. In Non respirare, la parola assume fondamentale centralità, infatti, e i toni, carezzevoli e sboccati, non cadono nell'eccesso. La storia, sventato il pregiudizio iniziale, c'è, così come lo stile. Un eros a voce; un'esordiente promettente. Non respirare, tuttavia, convince poco. La Pastore, seppure spicchi, con un non so che del Lucarelli di Almost Blue, segue quella che chiamo la poetica dello spezzettamento: frasi e paragrafi telegrafici, nessun capitolo, un racconto racchiuso tra un punto fermo e l'altro. E, per i miei gusti, sono troppi i punti e troppo poco quello che c'è in mezzo. I sussurri di Veronica – la stessa che fa boccheggiare, venire, piangere i suoi lontani e solitari clienti – qui arriva come smorzata. La linea sta per cadere. Chi c'era davvero dall'altra parte? Tuuuu tuu...

lunedì 25 gennaio 2016

Recensione: Wolf, di Lavie Tidhar

Ci sono tanti tipi di verità, quasi tutti scomodi.

Titolo: Wolf
Autore: Lavie Tidhar
Editore: Frassinelli
Numero di pagine: 300
Prezzo: € 20,00
Sinossi: Herr Wolf è un investigatore privato, tedesco. Viene assoldato per ritrovare una ragazza scomparsa. La ragazza è ebrea. Wolf accetta il caso perché ha un disperato bisogno di soldi, ma Wolf odia gli ebrei. È colpa degli ebrei, infatti, se nel 1933 ha dovuto lasciare la Germania; è colpa degli ebrei se i comunisti hanno preso il potere a Berlino e da qui in quasi tutta l’Europa; è colpa degli ebrei se il partito nazista, che avrebbe portato ordine e disciplina, è stato sconfitto e distrutto; è colpa degli ebrei se Wolf e molti dei suoi vecchi camerati sono finiti così, dispersi e braccati. L’indagine porterà Wolf a ripercorrere il suo passato e precipitare nelle sue nevrosi, e condurrà invece il lettore in un gioco di continui spiazzamenti. Niente è come sembra, in questo romanzo, che è a un tempo una grande prova di narrativa ucronica, un noir, un libro perversamente erotico, e un avvincente spaccato della psicologia «nera» e malata del Novecento.
                                              La recensione
Da qualche parte in lontananza una radio suonava Over The Rainbow. Wolf aveva visto il film. Ma se fosse stato lui a essere trasportato nella magica terra di Oz, avrebbe riunito un esercito di scimmie volanti, rinchiuso le streghe in un campo di concentramento, raso al suo la città di smeraldo e giustiziato il mago, con l'accusa di essere un simpatizzante comunista, un ebreo, un omosessuale, un ritardato mentale o tutte queste cose insieme. Tuttavia la canzone gli piaceva.
In una Londra labirinto e in anni che hanno appena smesso di ruggire, tanto grande era la stanchezza, un omino anonimo, infagottato in un trench in stile Sherlock Holmes, si specchia nelle vetrine delle librerie prima di imboccare la porta del suo ufficio. Un quartiere in periferia, landa sudicia di malaffare e trasgressione, per un reietto come lui: ospite in terra straniera. Ama la lettura – si perde nei romanzi, nei volti dei suoi clienti in cerca di giustizia – e la compagnia dei cani. E, con tutto il suo essere, odia gli ebrei. La vetrina ci restituisce quindi il riflesso di un uomo di mezza età, austriaco, con i capelli scuri, gli occhi glaciali e il viso rasato di fresco. A lungo, ha portato i baffi. Dopo la Caduta, invece, non li sopporta più: la peluria leggera sul labbro ha fatto la stessa fine delle svastiche, dell'idea di un nuovo memoir, di un progetto futuro di gloria e caos. Auf Wiedersehen. Adesso, l'asilo politico in Inghilterra – è scappato, infatti, dalle catene di un campo di lavoro – e l'eco di un verso struggente, pieno di malinconia. L'ululato di un lupo in trappola, nascosto in un una città di pecore. Herr Wolf fa un cenno alle prostitute assiepate in un vicolo, sue vicine di casa, e si mette all'opera. Lavora in proprio, come detective privato. Nelle confessioni al suo caro diario leggiamo così delle difficoltà di un secondo libro che non riesce a terminare – senza tenere conto, poi, degli editori britannici che rifiutano ostinatamente il seguito del Mein Kampf – e di un caso che gli dà filo da torcere. Il pensiero della figlia scomparsa di un facoltoso banchiere ebreo gli toglie il sonno e le belle gambe di Isabella Rubinstein, sorella della vittima, lo tengono desto ed eccitato. Ha voglia un po' dell'amore incondizionato della fedele Eva Braun e un po' delle cinghiate di papà. Fuori, si incrociano ombre che vengono e ombre che vanno; ed è tutto un gioco di sguardi indagatori e piani enigmatici. Londra, nel novembre del 1939, è deformata e pericolosa. Il buio è affollato, pieno zeppo di occhi e sussurri: parlano, in coro, di un dittatore che non c'è mai stato. Ci sono gli uomini in doppiopetto dei servizi segreti americani e un assassino di donne che traccia sui cadaveri un simbolo il cui senso sfugge. Qual è il significato di una svastica per cicatrice? Cos'è stato dell'uomo che ammaliava i tedeschi, folle ma lucido a modo suo, che la fantasia indomita di Lavie Tidhar fa tramontare prima delle leggi razziali e del Patto d'Acciao? Wolf, sfrontato pamphlet e sopraffine noir, è un mirabolante esempio di narrativa ucronica, in cui un autore istraeliano che i grandi paragonano già a Dick e Vonnegut riscrive, con accuratezza, sangue freddo e un punta necessaria di pazzia, le pagine più cupe e tristi della storia del primo Novecento. Le librerie, in occasione della Giornata della Memoria, ci ricordano in questo periodo i bambini con i pigiama a righe, gli inganni delle docce, i comignoli che sputano ceneri umane. I toni a cui siamo abituati, di solito, sono dei più elegiaci e leziosi, e sapeste quanto mi danno fastidio i libri a tema, la speculazione senza sosta e senza cuore, i progetti costruiti a tavolino.
Quando ero più piccolo, ho letto Il diario di Anna Frank e Primo Levi, per una recita scolastica. Lo stesso Tidhar, in un'opera immaginifica ma piena di storie reali, mi ha suggerito tra le righe di rimediare La casa delle bambole: l'orrore privato di un harem di donne ebree, schiave sessuali delle SS. La shoah, quest'anno, ho voluto rievocarla con un giovane autore che ha qualcosa da dire, e sa alla perfezione quali parole sia meglio usare: come puoi non vedere, se è appena giunto il momento di ricordare, l'originalità e il coraggioso affronto di un esperimento come Wolf? Lavie Tidhar, i cui nonni furono vittime dei campi di concentramento e della caccia di una belva selvaggia, ci parla di un altro Fuhrer, in un'altra realtà. In un mondo parallelo, dove le cose sono andate diversamente, Adolf Hitler era un giovane di belle speranze e dal discreto talento artistico, con un astio naturale verso il diverso e l'idea abbozzata di una razza perfetta – e fin qui, purtroppo, tutto vero. Ma nella storia secondo Tidhar, dopo una cecità passeggera e un impressionante ascesa politica, il suo astro si sarebbe eclissato in fretta: non gli resta che impacchettare le sue cose – il mito della stirpe ariana, la pulizia etnica, gusti sessuali morbosi – e trasferirsi lontano, in Inghilterra. L'uomo più spregevole che abbia calpestato questa Terra ha fallito. Sulla Germania brilla una stella rossa, il Comunismo; al 10 di Downing Street ci sono le camicie nere. 
Dietro l'angolo, comunque una guerra mondiale. La seconda, sebbene sia diversissima da quella che conosciamo. Ironia del caso: proprio il doppelganger del famigerato Hitler potrebbe evitare che il conflitto scoppi e faccia innumerevoli danni. Contemporaneamente, “in un altro tempo e luogo”, il prigioniero Shomer sanguina e scrive ad Auschwitz; scava tombe, costruisce maniglie, sogna la Palestina. Sperimenta, tema fondamentale in Wolf, l'infinito viaggiare e i monti impossibili della scrittura. Difficile parlarne con vaghezza. Da una parte, è un noir di rara raffinatezza: le vendette che van servite fredde, le ombre lunghe, i detective che non resistono alle belle donne, il fumo di mille sigarette. Dall'altra, è un fumettone profondamente pulp: rocambolesco, barbaro, futurista. Vietato ai minori. Per lettori con il pallino del politicamente scorretto e con il pelo sullo stomaco. In treno non ho trattenuto i sorrisi – amo l'umorismo, quando è sconveniente – e, qui e lì, le smorfie di puro dolore. E' delirante ma mirato, violento ma poetico. Cita Fritz Lang, il suo Metropolis, e il Tarantino retrò sulle tracce dei nazisti. Un romanzo di fluidi corporei, questo, e sangue copioso, e pulsioni basse, e metaletteratura. Il doppio di Hitler, segugio mondano e popolare, brinda alla salute – e alle disgrazie – dei suoi avversari politici in salotti signorili, in cui si possono incrociare Tolkien, Fleming, estimatori di Fitzgerald e vecchie glorie del muto. Tutt'intorno, sfilano le donne della sua vita e, negli spazi bianchi di un romanzo di spionaggio sui generis, scene di una vita sessuale su cui tanto e spesso si è detto: gatti a nove code, la pratica estrema del pissing, il dolore che porta all'orgasmo. E lui si sbraccia e ringhia, protagonista teatrale, isterico e solidissimo, come nella sequenza clou di La caduta – video che impazza su Facebook, nelle versioni più disparate, e che la Frassinelli ha usato a mo' di innovativo booktrailer. L'iracondo Herr Wolf alza la voce, spruzza fiotti di saliva e fa piazza pulita delle carte che ha sulla scrivania: la sua malvagità è inespressa, solo teorica, e la frustrazione gli gonfia le vene del collo. Nella sua lingua aspra e colorita ti ordina di leggere il primo romanzo pulp sugli orrori dell'Olocausto. Ti riporta le chiacchiere – la madre del Fuhrer avrebbe accarezzato l'idea dell'aborto e, ancora, un passante avrebbe casualmente salvato il piccolo Adolf dall'annegamento – e ti suggerisce di mettere da parte gli “e se?”. In Wolf, tra fatalismo ed eterni ritorni nietzschiani, meditiamo, e realizziamo che la politica si scrive con sangue e inchiostro e che, anche se per vie diverse, quello che deve succedere alla fine succede. Serve l'input, un politicante qualsiasi. Cambiando un singolo tassello, riscriveresti forse da zero la cronaca di un secolo breve?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Falco – Der Kommissar