Girato
in un abbagliante bianco e nero e diretto dall’attrice inglese
Rebecca Hall, Passing
è arrivato qualche giorno fa alla Festa del Cinema di Roma. A
novembre, poi, sarà la volta di Netflix. E chissà che non si farà
strada fino agli Oscar, con la sua storia, attuale più che mai,
d’identità razziale e linee invisibili. Quanto è seducente,
quanto pericoloso, spacciarsi per ciò che non si è? Pubblicato
negli anni Trenta da un’autrice di madre danese e padre caraibico,
il romanzo vive una seconda vita grazie alla recente rivalutazione
della recente critica femminista e all’attenzione impensata del cinema.
Bistrattato, dimenticato, frainteso, riesce tutt’oggi a sorprendere
grazie al suo piglio intrigante e inquieto: un incrocio tra Alfred
Hitchock e Woody Allen.
Incomincio
a credere che nessuno sia mai del tutto felice, o libero, o al
sicuro.
L’incontro
tra Irene e Clare, amiche d’infanzia, va letto come l'episodio di un noir: cambierà tutto irrimediabilmente. La prima, moglie di un
medico afroamericano, è una donna di colore nella Harlem benestante
del dopoguerra: in casa si parla poco o niente dei linciaggi
pubblici, ma in compenso si organizzano balli o tè sbucati dalle
pagine più lussuose di Fitzgerald. L’altra, Clare, è una
disertrice: graziata da una pelle dorata e dai tratti gentili del
viso, infatti, si finge bianca secondo una pratica assai diffusa
negli anni ruggenti. È passata dall’altra parte della cosiddetta
«color line», sposando un uomo razzista e inconsapevole delle origini
della moglie. Nonostante quella scelta, esecrabile per Irene, la
fascinazione verso Clare è istantanea: maliziosa e felina, divorata
dalla smania di possesso, la seconda donna è una femme fatale che s’intrufola nella
vita dell’altra e mette tutto a soqquadro.
A
che cosa servono gli amici, se non a sopportare i nostri peccati?
Irene
è davvero appagata, o nel suo matrimonio ci sono ombre degne di
sospetto? Che le liti frequenti per l’educazione dei figli siano
un’avvisaglia dell’insoddisfazione latente del marito? Sarebbe
stato meglio imitare Clare e vivere nella bugia, sotto una maschera
d’avorio? Libera, ma non per questo al sicuro, Clare ha bisogno di
una tramite per tornare a frequentare la sua gente. Ma una volta «passati» è forse
possibile tornare indietro? All’apparenza distante dai drammi strazianti della
discriminazione, immerso com’è nella bolla ovattata
dell’alta-borghesia, Passing alimenta una rete di sospetti,
pensieri scomodi, ambiguità etiche. Talora compassato nello stile, ha una struttura teatrale e lunghi dialoghi.
Mai didascalica, Nella Larsen semina dilemmi su dilemmi e ci lascia con un
epilogo frettoloso, tanto sfuggente quanto affascinante, da lasciar
decantare giorni e giorni per metabolizzarlo meglio. Singolare storia
di bianchi e neri, di bianchi e di neri, sceglie punti di vista
inediti e si muove infine in una palette di grigi sfumati. Se
costretti a scegliere, meglio salvare sé stessi o la razza?
Il
mio voto: ★★★½ Il
mio consiglio musicale: Aretha Franklin - (You Make Me Feel Like A) Natural Woman
Parlando
a vossignoria con onestade, debbo dire che per raccontar di questa
intreccio non serviron le minacce di cento spade. Le parole di gaudio
di Cinzia, la più fidata addetta stampa, poteron su di me – a onor
del vero, del romanzo storico nemico vero – il miracolo di una
seconda vampa.
Tanta
ammirazione accesero in me le peregrinazioni per mari e per monti di
Attìa e Panc, gli avventurieri tonti, da spingermi a usare la rima
baciata per recensire a tono codesta ballata.
Non
avevan troppa fretta di partire, eppure, quei ladruncoli che un
infausto giorno saccheggiarono il casotto di chi della campagna
siciliana era il signorotto. La loro punizione, non la galera ma la
barca, se nel marzo del 1860 c'è Giuseppe Garibaldi che attacca.
Il
Sud, per opporsi al Risorgimento, pianifica in silenzio un rapimento.
In quel di Caprera deve essere sottratta Anita, che del barbaro
condottiero è l'amore di tutta una vita. Un cuore spezzato può
forse fermare i Savoia, detti Gobbi, che lo strapotere dei Borbone
voglion colpire diritto nei lombi?
L'impresa
disperata porta quattro disgraziati sulla stessa strada.
Attia,
marocchino come Ulisse scaltro, che perdendo la memoria ha guadagnato
qualcos'altro: la pelle viola, color melanzana, per il malocchio di
una fattucchiera (perdonate la volgarità) un po' bottana.
Panc,
grande e grosso, che le bestemmie trasformano nell'Incredibile Hulk:
rabboniscilo pure con una manciata di pistacchi di Bronte, se non
vuoi che a suon di pugni ti spacchi la fronte.
Lo
sciupafemmine in arme Salvatore Paradiso, fra il dovere e il piacere
eternamente diviso.
L'attempato
sicario Andrea u' Muzziaturi, la cui compagnia non ci ha mai reso
sicuri.
Vedendoli
salpare tanto inadeguati, il fantasma di un menestrello stabilisce
che debbono essere cantati. Lo chiamavano Nello, e il futuro intero
intonava in un ritornello.
Pizzica
le corde, e così ne intona le rotte. I briganti e le pulzelle, in
una terra di quelle belle.
Il
vino e il maialetto, contrattempo perfetto. In Sardegna a sorpresa si
gozzovoglia, tralasciando di quella missione la meraviglia. Ma al
destino non si sfugge giammai e per i nostri protagonisti son in
serbo nuovi guai!
Vedere
il futuro è una cosa che fotte la vita.
Alchimisti
e accabadore, di Michela Murgia il fior fiore, assieme a una laida strega con
cui fare all'amore. Un falso Che Guevara con un fucile per gamba,
gente che viene e che va in un Orlando Furioso a metà. L'esercito
nemico, intanto, avanza.
Duecentocinquanta Gobbi una bazzeccola non sono, e la violenza ci giungerà all'orecchio
alle velocità del suono. Sangue e squartamenti renderanno i lettori
d'improvviso sgomenti, ma questa tragicommedia splatter e nazional
popolare non ci toglierà affatto la smania di cantare. Guizzi
poetici, profetici, quando la fantasia trotta e del
mio iniziale pregiudizio nessuno se n'importa. Cavarsela è
un'arte per pochi, perdenti dal fascino indiscreto, e sulla terra
ferma potreste non volere mai più tornar indietro. Oltre le risate,
oltre il mare, ci salvano i delfini dal pescecane e un
pennuto esotico dalla pena capitale.
Un'adorabile
scrittura, che di mischiare siculo, sabaudo e sardo si prende gran
premura, è il tocco in più che fa somigliare il cantautore Meli a
chi vuoi tu. Di Asterix e Obelìx le caricature, ma del cinema di
Virzì Paolo le picaresche avventure; del Gazzè a Sanremo i
leggendari amori da romanza, e tocca a Don Quisciotte e Sancho Panza
combattere mulini a passo di danza.
«A
me l'antico non dispiace. E nemmeno le promesse.»
«E
immagino nemmeno le leggende, compagno di ventura.»
La
storia d'Italia? Per non appannare i banchi a suon di sbadigli, gli
scolari dovrebbero conoscere di questo sfacciato narrator gli
artifizi. Quale pesantezza, quale noia: il fantastico e la cronaca
insieme, sapessi che gioia! Osteggiare l'unità: vero paradosso, con
gli inseparabili Attìa e Panc che per amicizia si stan sempre
addosso. Un legame fra senza patria e senza dio, non fra senza cuore,
che commuove e diverte in queste pagine in cui ora si vive e ora si
muove.
Le
sarde, gli scagnozzi, i cactus, gli amori, le scortesie, le audaci
imprese Isidoro Meli canta.
Pur
di condividerne aneddoti e sorrisi, so già che a lettori e ad amici farò una testa tanta.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Elio e le Storie Tese – La terra dei cachi
Torino.
Più di ottocentomila anime e un passato denso di storia.
A
dominarne le mappe, una perfezione che ha dell'inquietante. Vedendola
dall'alto, pare, potresti tracciare le geometrie di un pentacolo a
rovescio. Dario Argento ci ha girato non a caso molti dei suoi film
migliori, nell'epoca d'oro che fu. Tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, gli abitanti – educati e discreti, notoriamente ritrosi –
hanno tremato, e non per le minacce del terrorismo d'estrema sinistra. Un lungo brivido di paura li ha scossi per venti notti.
L'insonnia collettiva, grida di guerra da un capo all'altro della
città, statue che facevano a cambio di piedistallo, un
insopportabile sentore acetoso nell'aria. Infine, gli omicidi: uomini
battuti come clave contro gli alberi, i monumenti, altri uomini. Un
decennio dopo, l'Italia ha fatto del suo meglio per dimenticare.
Mancavano i mezzi e il coraggio per sondare l'insondabile. Sono
sopraggiunti gli anni di piombo e una crisi economica vaga, che
ricorda tanto la nostra.
«Lei
sa cosa segue di solito nello storie dopo che uno dice: quando
all'improvviso...»
«Succede
qualcosa di sorprendente, altrimenti che storie sarebbero, mi dica
lei?»
«Non
sarebbero delle storie.»
Un
aspirante giornalista fa domande; indaga a costo della vita. Di lui non sappiamo niente,
neanche il nome. Suona il flauto dolce, sbarca il lunario con un
lavoro d'ufficio sottopagato e, a tempo perso, cerca piste e indizi.
Su un male senza perché, senza inizio e senza fine, che sa
insediarsi abilmente nei vuoti – quelli del potere di un Paese allo
sbando, quelli della solitudine del cuore umano. Elegante e sospeso,
Le venti giornate di Torino è
un horror d'annata – un mockumentary, diremmo, se fosse cinema –
che è impossibile giudicare con il senno di poi. Pubblicato la prima
volta quarant'anni fa e presto destinato all'oblio, è stato
rispolverato prima dalla curiosità di un editore statunitense, poi
dalla nostra Frassinelli. Cos'è accaduto in quella Torino decadente,
quasi post-apocalittica, in cui intervengono prodigiosi giochi
premonitori e forze oscure che sarebbe meglio non scomodare? Cos'è
stato di Giorgio De Maria, scrittore e musicista piuttosto prolifico,
che tuttavia non toccò più penna dopo questa strana inchiesta a
metà tra esoterismo e riflessione antropologica?
«Diceva
che entro di lui lo spazio era sparito, non ne aveva più per
muoversi, per girarsi; disse anche questa frase terribile: se anche
volessi uccidermi non troverei lo spazio per morire.»
Ci
vogliono un centinaio di pagine per scartabellare tutte le
testimonianze e, a una a una, spuntare le domande. In mezzo a
malinconici nottambuli che infestano le strade, in cerca della pace
del sonno o di un pezzo mancante, e alle sinistre litanie dei
Millenaristi. Il tutto, all'ombra dei segreti della Biblioteca: un
edificio blindatissimo che custodisce confessioni, segreti, pensieri;
intuizione straordinaria che, a modo suo, anticipa quella voglia di
lavare i panni sporchi in pubblico, di attirare l'attenzione di tutti
e di nessuno, tipica degli odierni social network. Cosa lascia nell'anima un
soggiorno scomodo sotto forma di lettura? Un po' di stordimento per
il troppo senso di irrisolto. La suggestione sperimentata finora solo
con il found footage. L'impressione che, con simbologie e metafore da
sciogliere, la lettura della postfazione a cura di Giovanni Arduino,
il Félicien Rops in copertina da interpretare, la ricerca sia appena cominciata.
Non
è compito tuo essere lo specchio di qualcun altro.
Titolo:
Il Nido
Autrice:
Cynthia D'Aprix Sweeney
Editore:
Frassinelli
Numero
di pagina: 372
Prezzo:
€ 19,00
Sinossi:
Aveva deciso di creare un fondo per
i suoi figli. «Niente di importante», aveva più volte ripetuto,
«un piccolo nido, un investimento prudente, di cui potrete godere
col tempo, senza sfruttarlo.» Ex genio messo in ginocchio dalla
crisi del 2008, Leo è il maggiore dei quattro fratelli Plumb,
babyboomers abbondantemente adulti secondo l'anagrafe e altrettanto
sprovveduti nella realtà di ogni giorno, con le loro vite irrisolte
e sempre in attesa del «Nido», l'eredità che il padre ha
accantonato per loro, e che i fratelli hanno in buona parte già
dilapidato prima di entrarne in possesso. Ed è proprio quando i
soldi sembrano finalmente a portata di mano che tutto precipita: al
matrimonio del cugino, nel tentativo di sedurre una cameriera
diciannovenne, Leo carica la ragazza in macchina e finisce per
provocare un disastroso incidente. Qualche tempo dopo, in uno di quei
mesi di ottobre che a New York sembrano già inverno, Melody,
Beatrice e Jack sono pronti ad accogliere il fratello appena uscito
dal centro di riabilitazione. Ma è lui che preferirebbe evitare di
vederli. Perché dovrebbe spiegare come – per riparare i danni
dell'incidente – si è giocato anche la loro parte di eredità. E
così intorno al «Nido», e a causa sua, i fratelli Plumb
intesseranno una ragnatela di equivoci e inganni, segreti e bugie e
tradimenti, nella quale loro stessi finiranno intrappolati.
Trascinante, commovente, divertente e dissacrante, Il Nidoè un
concentrato di personaggi unici, un brillante riassunto delle ultime
puntate della nostra Storia, un ironico bilancio generazionale e, in
conclusione, una nuova dimostrazione della massima di Tolstoj: «tutte
le famiglie felici si assomigliano. Ma ogni famiglia infelice, è
infelice a modo suo».
La recensione
Quando
la più giovane di loro spegnerà la quarantesima candelina, i
fratelli Plumb, figli di un previdente self made man e di una mamma
svampita e disinteressata, erediteranno un'autentica fortuna. Il
“nido” è un fondo fiduciario che ha resistitito agli sbalzi
d'umore di Wall Street e alle grane della recessione. Cresciuto nel
tempo, sembra abbastanza accogliente, su carta, per contenerere l'ego
dei quattro e assicurare loro una solida tranquillità economica.
Nessuno può metterci mano prima del giorno pattuito, ma una clausola
contempla gli imprevisti. In caso di emergenze, per questioni di vita
o di morte, la cifra può essere intaccata. Cosa c'è di peggio, in
fondo, dell'incidente di Leo Plumb? Il maggiore del quartetto, alla
guida sotto stupefacenti e con le braghe calate, è stato coinvolto
in un drammatico testacoda insieme all'amante di turno dopo avere
abbandonato in tutta fretta un banchetto di nozze. Impossibile
salvare il suo matrimonio, ma qualcosa si può fare per mettere a
tacere i pettegolezzi: una bustarella qui, una lì, e le modalità
dell'incidente non trapelano sui giornali. Il fondo fiduciario gli ha
salvato la reputazione come un deus ex machina. Cosa sarà, adesso,
dei progetti a lungo termine dei fratelli restanti, che dovranno
spartirsi in parti uguali il poco che resta?
New York è
costosissima, come costosissimi sono gli investimenti in cui qualcuno
di loro si è imbarcato, pensando di scartare presto il regalo di
papà. C'è chi ha ipotecato la casa al mare, chi ha legato la
prestigiosa educazione delle figlie alla propria porzione di eredità,
chi si è indebitato fino al collo. Scomparsa la rete di sicurezza e
con il conto in rosso, toccherà reinventarsi in meno di quattrocento
pagine. Il nido, best-seller
in patria, è una commedia sofisticata sull'arte di arrangiarsi e i
piani B. Sapeste quanto era bello, mesi fa, quando me ne è arrivata
in anteprima una bozza. Il romanzo,
leggermente diverso da quello che troverete in libreria, era chiuso
in una scatola turchese, con in calce il celebre incipit di Tolstoj.
Sembrava un pacco regalo e, dietro, c'erano le attenzioni di chi l'ha
preso a cuore e ne ha curato nel dettaglio la pubblicazione. So che
l'équipe Frassinelli ha amato molto l'esordio di Cynthia D'Aprix
Sweeney e, purtroppo, vorrei potere dire altrettanto. La lettura del
Nido, invece, non mi
ha entusiasmato. I lunghi periodi della D'Aprix
Sweeney e la descrizione di quei quartieri elitari, consacrati al
prestigio e al cinismo, mi hanno lasciato indifferente.
Romanzo
corale diviso in tre parti – di cui l'ultima è stata quella che ho
preferito -, racconta le gioie e i dolori dei Plumb: facoltosi, ma
solo di facciata. Jack, antiquario omosessuale, si è sposato in
segretezza con il compagno, un avvocato retto e corretto che durante
l'avvento dell'Aids l'ha tratto in salvo da una vita promiscua; Bea,
frustrata autrice di racconti, non riesce a scrivere il romanzo che
tutti aspettano e che lei, senza ispirazione, non ha mai ultimato;
Melody, la più giovane, è mamma a tempo pieno di due gemelle
adolescenti e prima la scelta del college, poi l'outing di una delle
figlie, le regaleranno nuovi grattacapi; e poi c'è il fuggitivo e
affascinante Leo, motore della trama e bugiardo patologico, che
spezza cuori e semina i suoi fiori della discordia a destra e a
manca. Un quartetto di personaggi oziosi e alto-borghesi a cui mi
sono affezionato tardi. L'antipatia, tra investimenti azzardati
e disastrosi bilanci, all'inizio ha avuto la meglio. Lontanissimi da
me, mi hanno reso difficile identificarmi e far mie le loro vicende.
Funzionano nelle rare scene d'insieme, riuniti alla stessa tavola:
quando il “nido”, da nome in codice di un ambito fondo
d'emergenza, diventa sinonimo d'affetto. E, meglio di loro,
funzionano i personaggi estranei al loro antico albero genealogico:
Stephanie, editor che ha offerto all'inaffidabile Leo il divano e
l'amore; Matilda, esotica cameriera con il sogno della musica, che si
risveglia dall'incidente in apertura con un moncherino al posto del
piede; Tommy, vedovo ed ex pompiere, che ha recuperato sotto le
macerie delle Torri Gemelle una scultura di Rodin di inestimabile
valore. Perdere un cospicuo patrimonio per una letterale sbandata?
Anche i ricchi piangono, dice il proverbio. Ma delle ordinarie
disgrazie dei danarosi e sarcastici Plumb, qui colti nell'atto di
rimboccarsi le maniche, volendo si può sorridere spesso e
di cuore. Il nido, tra
le righe, resta un cadeau alle famiglie felici, a quelle infelici, alle
nostre. Ma Anna Karenina e
i suoi ridenti centoquarant'anni hanno ragione: quanto è vero che ogni famiglia infelice è infelice modo suo. I Plumb, a modo loro, lo sono forse fin troppo.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Sam Smith – Money On My Mind
Sinossi:
Voltato
l’angolo di una via di Londra, proprio dove occhieggiano le vetrine
di un popolare pub inglese, lungo il muro di mattoni che costeggia un
vicolo strettissimo, se tutto gira per il verso giusto, troverete
l’ingresso di Slade House. Un perfetto sconosciuto vi accoglierà
chiamandovi per nome e vi inviterà a entrare. La vostra prima
reazione sarà la fuga. Ma presto vi accorgerete che allontanarsi è
impossibile. Ogni nove anni, l’ultimo sabato di ottobre, gli
abitanti della casa - una sinistra coppia di gemelli – estendono il
loro particolare invito a una persona speciale, sola o semplicemente
diversa: un adolescente precoce, un poliziotto fresco di divorzio, un
timido studente universitario. Ma che cosa succede, veramente, dentro
I custodi di Slade House? Per chi lo scopre, è già troppo tardi…
La recensione
Londra,
enigmatica e piovosa, in alcune zone che sfuggono all'occhio del
turista, si tiene cari i suoi vicoli stretti, i suoi frabbricati
di mattoni rossi, i comignoli a vista e le insegne delle birrerie.
Pennacchi di fumo scuro, il vociare degli avventori di un pub con
vetrina che affaccia sull'acciottolato e, in un corridoio angusto di
case e condomini decadenti, con il cielo che ti si riversa
puntualmente addosso, ritrovarsi davanti a un cancelletto nero che,
giureresti, il giorno prima non c'era. Non è l'Inghilterra
vittoriana che sempre mi incanta, coi suoi ricami e i suoi misteri,
ma un angolo di metropoli che non è mai sceso a patti con la
modernità: fiera e tenace, l'impraticabile Westwood Road scoraggia i
passanti e protegge a caro prezzo i suoi segreti. Svoltando in Slade
Alley, c'è un passaggio che porta a Slade House: una casa signorile,
distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, che si
rivela a certi sguardi, a certi tocchi, solo l'ultimo sabato di
ottobre. Ogni nove anni. Tu, lettore, ti ci trovi per caso e in
anticipo, un pomeriggio di metà settembre. Fuori pioviggina, il
freddo va e il freddo viene, e le giornate si sono accorciate a vista
d'occhio. I padroni di casa, ingannati, avranno pensato di avere
perso il conto: è già arrivato Halloween? Ma, se hai l'eternità
davanti, capita. Ti lasciano entrare. E, dall'altra parte del muro,
c'è un giardino terrazzato, con un altro bollettino meteo, di
un'altra latitudine, in un'altra realtà. Una casa imponente, dalle architetture gotiche, i cui padroni – gemelli inseparabili – irretiscono sfordunati e speciali
viandanti. I custodi di Slade House è
la cronaca del loro passato e quella delle esistenze troncate delle
vittime prescelte. Partito come un esperimento tra lui e i suoi
lettori più affezionati su Twitter, l'ultimo romanzo di David
Mitchell è un esemplare unico nella prolifica produzione dell'autore britannico. Se
come me lo si conosce soltato di fama, stupirà trovarsi tra le mani
un volume sottilissimo, cupo, in cui non c'è traccia apparente delle
sue epopee tra scienza e fede, dei protagonisti legati da un filo di pensieri, di pagine che, poiché
numerose, tendono a scoraggiare. Pur avendo trovato emozionante e
illuminata la visione dell'intricato Cloud Atlas,
David Mitchell l'ho condannato a un eterno viavai nei miei carrelli
online, fino a quando non si è dato ai racconti dell'orrore e,
infine, ha fatto breccia. Suonerà superfluo per gli appassionati, perciò, descrivervi quanto talentuoso, accattivante e persuasivo sia, ma
diciamolo, sì. Dell'autore prolisso e fantasioso che, sotto sotto,
ho sempre temuto, nessuna traccia: il curiosissimo formato di I
custodi di Slade House dà un
taglio alle parole, ma non alla sua immaginazione frenetica. In
duecento pagine appena, Mitchell sa essere – tenete il conto degli
aggettivi – inquietante, tradizionale, divertente, crudele e innovativo.
Cinque aggettivi, per un romanzo che si
articola in cinque parti: la prima ambientata negli anni Settanta,
l'ultima appena trecentosessantacinque giorni fa. Un racconto per
ogni ospite che, in una data precisa, di solito con la pioggia, bussa
alla porta dei gemelli Grayer. Cambiano le generazioni, i toni della
narrazione e perfino i generi, le voci. I custodi di Slade
House ha cinque punti di vista
domati senza paura e un comune divisore. A cosa porteranno le
visite, se gli ospiti sono destinati a non avere scampo? Cosa ci
rivelerà Norah Grayer, sanguisuga e cacciatrice di anime, in un capitolo conclusivo che è la sua estrema confessione?
In
apertura, conosciamo Nathan, tredicenne inquieto con mamma ambiziosa
e padre in viaggio, che viene strattonato per mano dalla
genitrice a una boriosa
soirée: per fortuna, ha un coetaneo con cui fare amicizia – si
chiama Jonah, ed è il secondo dei Grayer – e una scorta segreta di
Valium. Sarà impossibile separare gli effetti del
farmaco dall'incubo.
La
seconda, invece, è la storia dell'ispettore Edmonds, uno con l'autostima a
pezzi per colpa di un divorzio e il pallino dei noir francesi.
Conosce la seducente e bisognosa Chloe, che lo prende per il cuore e
per la gola: non saprà riconoscere una femme fatale, trovandosela
nel letto. Gli anni Novanta sono quelli delle droghe, della musica a
palla, delle feste scatenata: Sally, studentessa timida e
grassottella, per amore del bel Todd – che non sembra considerarla,
se non come amica – entra in un gruppo universitario che
crede nel paranormale e nelle inspiegabili sparizioni di Slade House;
gli acchiappafantasmi per hobby, a sorpresa, si imbatteranno in un
party in maschera che sembra uscito da Rocky Horror Picture
Show.
Nove
anni dopo, l'affezionata Freya, con l'inventiva dei reporter
d'assalto e tutto l'amore delle sorelle maggiori, intervisterà un Lazzaro imbianchino e i vampiri, come nei capolavori di Anne Rice. Quando sei
dentro, Slade House ricorda
Giro di vite, Dracula,
le fiabe splatter dei fratelli Grimm, il recente La casa
per bambini speciali di Miss Peregrine.
Parafrasando liberamente uno dei personaggi, ha il parquet, la carta
da parati, i battenti delle porte – la struttura nuda e cruda – scelti da
uno Stephen King in preda alle febbri alte. Sali le scale, poi, e
scricchioleranno e si tradiranno, come in un'intramontabile ghost
story con le notti cupe e tempestose al di là delle inferriate alla
finestre. Da un lato e dall'altro, i ritratti di tenutari che hanno
imbrogliato la morte al suo stesso gioco e quelli degli antichi
visitatori, immortalati così com'erano al tempo del loro decesso: i
farfallini eleganti, le vestaglie da camera, le maschere beffarde, a
forma di maiale. Gli occhi grattati via. i desideri – un'infanzia
normale, una passione proibita, le attenzioni di un ragazzo impossibile – che li hanno esposti al male. Più in cima, una
soffitta e una candela tremolante. Prima che si spenga, che il tuo
passaggio lì lasci un'altra foto ricordo al muro e due padroni di
casa con le pance piene, lascia pure la tua firma sul registro degli
ospiti; di' quanto c'è di bello, spaventoso e stimolante, in un
Triangolo delle Bermude con l'edera rossa sulla facciata, le infinite
citazioni che ne fanno un gioiello per gli intrepidi e il ritorno,
in definitiva, assai incerto.
La
casa ha fame. Lascia detto dove vai, cosa leggi, o ti ci perdi. A Londra, enigmatica e piovosa, semina in giro briciole di pane.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: The Animals – The House of the Rising Sun
La
storia è l’errore che non smettiamo mai di correggere.
Titolo:
La confessione di Roman Markin
Autore:
Anthony Marra
Editore:
Frassinelli
Numero
di pagine: 312
Prezzo:
€ 19,50
Sinossi:
Roman
Markin amava l’arte, l’aveva studiata, sognava di diventare un
pittore. Ma nella Russia staliniana, più che artisti, servivano
«censori di immagini», deputati a modificare dipinti e fotografie
per cancellare personaggi caduti in disgrazia e considerati traditori
dal regime. Ma Roman non resiste alla tentazione di salvare o di
aggiungere volti e particolari perché restino tracce, anche se quasi
invisibili, di chi ha amato, di chi è stato, e di quello che è
stato. Così, da un lato rifiuta − anche se nemmeno lui sa bene
perché, forse solo per amore della bellezza − di cancellare del
tutto la figura aggraziata di una ballerina invisa al regime,
dall’altro inserisce il volto del perduto fratello Vas’ka
ovunque, nelle fotografie ufficiali, nei quadri del realismo
socialista, persino su un paesaggio bucolico ceceno dipinto nel XIX
secolo dal pittore Zacharov. Ed è seguendo negli anni il destino di
quel quadro, e del paesaggio che rappresenta, che si snoda questa
storia fatta di tante storie e di tanti destini, intrecciati tra
loro, al di là del tempo e dello spazio. Dal quadro spariranno delle
figure, e altre ne appariranno, come se il dipinto volesse in qualche
modo seguire le vicende tragiche del luogo che rappresenta. Il
risultato è un libro per certi aspetti indescrivibile, tecnicamente
perfetto ma nello stesso tempo arioso e struggente, profondo e
luminoso, pieno di umanità e di vita.
La recensione
“L'ultimo
pensiero umano sarà il tuo”, sussurravo.
“Quel
pensiero sarai tu”, diceva lui.
“L'ultima
parola sarà la tua”.
“L'ultima
parola sarà il tuo nome”.
La
famosa lista battuta su Word, da undici anni a questa parte fedele
custode delle mie letture e, vagamente, diario segreto, la scorsa
settimana è stata protagonista di un evento quantomai singolare. Un
errore nella conta dei romanzi letti da gennaio a luglio. Uno
sbaglio, o così potrebbe sembrare. Un salto più lungo della gamba,
e da cinquantadue mi ritrovo ad averne letti sessantuno, di libri. Uno,
due, tre... nove in più. Il mistero, in un pugno di giorni trascorsi al mare.
Cos'è accaduto? Quanto avrò letto mai, io che eppure ho i miei
sacrosanti tempi e che, notoriamente, non mi dedico a una nuova
lettura senza prima avere parlato della passata? Mi è successo un
romanzo splendido – uno e basta: contato -, che si chiama La
confessione di Roman Markin. Bene. Hai spuntato già una voce
dalla lista delle cose da fare, uno dice; ma adesso come parlarne, e
dopo a cosa dedicarsi? Da dove prenderlo per commentarlo assieme,
quel volume azzurro, neanche troppo spesso, che mentre lo sfogliavo
mi faceva domandare a tutti e a nessuno in particolare: da dove avrà
iniziato a pensarlo, un intrigo di tal portata, uno scrittore di
trent'anni appena? Chi lo sa. La mia, perciò, più che una
recensione, sarà un puro atto d'egoismo: scomporre il carillon di
Anthony Marra, pur senza svelarvi troppo, per ricordarne nel
dettaglio un po' dei meccanismi impercettibili, degli incastri
perfetti, delle consonanze barocche e postmoderne insieme. Lo
scompongono, ne ripeto i contenuti a menadito. Li tiro a me, infine,
come fanno le brave madri coi cocci di vetro di una tazza che si è
infranta; come fanno i naviganti con le vele. Perché certi romanzi,
si sa, sono esigenze impellenti. Partiamo dalla definizione:
impropriamente dirò “romanzo” per tutto il tempo –
correggetemi, tra voi e voi -, ma l'editore scrive “storie” sul
bianco del tutù. La confessione di Roman Markin, con
le sue sole trecento pagine, di quelle storie autosufficienti ma
legate, è il labirinto e la fortezza. Il baluardo. Un libro che si
giudica dalla copertina: il resto, poi, viene magicamente da sé.
Non ho la cultura del racconto, purtroppo – forma narrativa che mi
è sempre parsa una scappatoia da impegni maggiori -, figuratevi,
perciò, quanto poco ne sappia di conflitti e rovesciamenti di
fortuna nell'ex Unione Sovietica. Mi hanno trattenuto a lungo i
dubbi, poi mi sono affidato a Marra, fiducioso: cercavo il potenziale
romanzo dell'anno, e chi l'ha letto prima di me sembrava darmi
conferme e aspettative esorbitanti. Leggevo, intanto, non
sapendo bene cosa aspettarmi da otto, nove racconti che, in coro, ti
compongono la sinfonia più irripetibile. Detto ciò, di che parlano?
La storia d'apertura, ambientata nella Leningrado comunista, racconta
di Roman, artista e censore, che cancella le identità dei traditori
da foto e ritratti, sostituendole con quelle dei fedelissimi al
regime e, di nascosto, del fratello che ha tradito.
Vuole preservarne
il ricordo. Subirà una fine ingloriosa e, in codice Morse, consolerà
un compagno di carcere che, erroneamente, l'ha scambiato per Dio:
colpa di una denuncia anonima, galeotta la fotografia di una étoile
sovversiva che, non si sa perché, ha risparmiato dall'oblio. La
storia che segue, raccontata in un'intrigante e maliziosa prima
persona plurale, rievoca la prigionia della suddetta balleria e
l'ascesa (dunque, la conseguente caduta) della nipote di lei,
nominata Miss Siberia e, da lì, attrice hollywoodiana e moglie
trofeo. La terza è a proposito del generoso vicedirettore di un
museo che, in una città distrutta, redarguisce turisti europei. La
quarta parla di due soldati in un pozzo, prigionieri sugli altopiani
ceceni, che seminano aneto tra le mine, scambiandosi altruisticamente
storie di donne – non sono esenti le mamme, in succinti bikini
leopardati sulle sponde di laghi radioattivi – e ricordi preziosi.
La quinta riguarda il fratello minore di uno dei due prigionieri – a sua volta,
vecchia fiamma della nota Miss Siberia -, che abbozza aforismi sparsi
e contempla le ceneri dei propri cari stipate nei barattoli per
sottaceti. Riuscirà mai a spargerle nel Mar Nero?
La sesta è
sui narcotrafficanti e le donne sprovvedute che popolano l'irreale
Foresta Bianca – intrigo artificiale in cui tutto è illusione: gli
alberi d'acciaio, le foglie di carta stagnola – e la settima,
collaborazione tra un teppista vergine e un reduce di guerra, ci
rivela trucchi e stratagemmi su come far soldi nella lussuosa
metropolitana della Capitale russa. L'ottava, giunta prima di un
sogno nello spazio, che in realtà è un viaggio dell'anima e della
memoria, è la mostra temporanea in cui si incrociano passato e
presente; il senso di colpa per la confessione strappata
all'innocente censore e i colori nuovi di una giovane gallerista che,
finalmente, torna a vedere. Avete presente quella sensazione di
imbrogliare il tempo al suo stesso gioco, allungare le giornate a
dismisura e, nei pochi grammi di un romanzo (ditemi, quanto peserà?),
rintracciare i ventuno dell'anima umana e i quintali di sessant'anni
di vita vissuta? Il gioiello di Marra - scritto meravigliosamente,
ora doloroso e ora buffo: fruibile sempre – è la tana del
Bianconiglio, la borsa di Mary Poppins, un mare senza fondo. Una
folla a bordo di una Cinquecento piccina piccina, come quella della
pubblicità. Ancora, la matriosca di un finissimo artigiano, in cui
ogni bambola – ogni storia – è figlia legittima dell'altra, e le
tramanda caramente cimeli, peccati capitali, impensate eredità. Si
incrociano, così, sempre le stesse facce, sempre gli stessi nomi; e
da angolazioni varissime, da punti di vista speculari, si
reinterpretano sotto un'altra luce citazioni lì per lì
trascurabili o semplici figuranti, volteggiando dalle trincee allo
spazio profondissimo, dall'oggi al ieri, dal romanticismo fumoso al
noir intossicato.
Quant'è
piccolo il mondo: sta in un quadro.
E
tu, sta' pur certo che ci sei: in quale angolo sei stato ritratto?
L'amore vero è questa
cosa qui, Pietro: abituarsi. Che fastidio ti dà uno che parla un po'
troppo forte al telefono? L'amore vero, che dura tutta una vita, deve
essere ragionevole.
Titolo:
La figlia sbagliata
Autrice:
Raffaella Romagnolo
Editore:
Frassinelli
Numero
di pagine: 170
Prezzo:
€ 15,00
Sinossi:
Un sabato sera come tanti in una
cittadina della provincia italiana. La tv sintonizzata su uno show
televisivo, nel lavandino i piatti da lavare. Un infarto fulminante
uccide il settantenne Pietro Polizzi, ma Ines Banchero, sua moglie da
oltre quarant’anni, non fa ciò che ci si aspetta da lei: non
chiede aiuto, non avverte amici e famigliari, non si preoccupa di
seppellire l’uomo con cui ha condiviso l’esistenza. Comincia così
un viaggio dentro la vita di una coppia normale: un figlio maschio,
una figlia femmina, un appartamento decoroso, le vacanze al mare, la
televisione e la Settimana Enigmistica. Ma è una normalità imposta
e bugiarda, che per quarantacinque anni, per una vita, ha nascosto e
silenziato rancori, rimpianti, rimorsi e traumi. E mentre giorno dopo
giorno la morte si impadronisce della scena, il confine fra normalità
e follia si fa labile.
La recensione
Sabato
sera, interni borghesi. Primo piano su una donna di spalle, curva e
appesantita, che si affaccenda all'acquaio della cucina. Insapona i
piatti, Ines, e li sciacqua con cura: sgrassa, sfrega e strofina, li
passa sotto il getto d'acqua senza sollevare zampilli.
Presumibilmente, della lavastoviglie non si fida, come tutte le
signore che hanno superato i sessanta e, tradizionaliste, preparano i
tortellini a mano, fanno orecchie da mercante davanti alle proposte
dei centralinisti stranieri che suggeriscono l'internet veloce e, con
l'acqua saponata fin sopra i gomiti, pescano posate e bicchieri dalla
schiuma che, nel frattempo, cresce nel lavello. Con la coda
dell'occhio, segue un po' i volteggi degli ammiccanti ballerini di
Ballando con le stelle e un po' gli spasmi del compagno di lunga data, Pietro,
stroncato da un infarto fatale durante il dopo cena. Continua a
rassettare, accoglie con un moto di approvazione il vincitore che,
quella sera, ha decretato la presentatrice Rai e, spenta la luce, va
a letto: al buio, il cadavere del marito. Il volto pallido di Pietro,
la smorfia della bocca e la posizione leggermente scomposta, non le
suscitano né commozione né allarmismo. Qual è stata mai, in vita,
la colpa dell'anziano capo famiglia per giustificare l'indifferenza
di una consorte che imbocca la porta della stanza da letto senza
neanche pensarci su? Cosa ha trasformato una moglie e una mamma
perfetta, con il tempo, in una macchina dai sentimenti difettosi, che
mangia e coltiva i suoi hobby alla presenza di un cadavere in lenta
decomposizione, senza colpo ferire? La figlia sbagliata è la
storia di una donna sola che ragiona di malintesi, segreti e legami
di sangue con il marito morto. Zoom spietato sugli acciacchi, le
rughe profonde, i parenti che non passano a salutare e un campo lungo
abbastanza, poi, da includere le vite separate di chi forse rinverrà
il cadavere, forse aiuterà il genitore superstite con le spese da
sostenere e l'immondizia da buttare.
Ci si stringe tutti e quattro,
perciò, per l'occasione. Sullo stesso sofà, come nelle cartoline di
Natale, e nelle stesse duecento pagine scarse. Scatta (e scrive) la
Romagnolo, da me già molto apprezzata con l'inconsueto young adult
Tutta questa vita. Raffaella è veloce, ed è tutto un attimo:
i Polizzi si sciolgono presto da quelle pose plastiche, forzate, e
ringraziano per un ritratto di famiglia rapido e indolore. Sono
usciti bene, sì? La figlia sbagliata continua a riflettori
spenti, però: distolti gli obiettivi. C'è una regista (e
un'autrice) che ti mette a tuo agio, ti fa assumere la posizione
consona – braccio sulle spalle di papà, la mano tra le mani di
mamma – e continua a raccontarti anche quando il momento clou, il
quarto d'ora delle famiglie felici, sembra svanito. Il suo ultimo
romanzo, che mi sono reso conto di aver inspiegabilmente trascurato
solo all'indomani della candidatura allo Strega, ha un incipit shock
e un prosieguo che procede sul medesimo andante: essenziale,
caustico, drammatico. Giallo psicologico con parole pesate – ma
pronunciate a sproposito, a volte, se si è in preda al malumore –
e un quartetto di personaggi indagati fin negli spigoli più
dolorosi, ha la mano ferma e le ginocchia ballerine, un rigoroso
impianto teatrale e gli ansimi di una tragedia contemporanea.
L'autrice fuga in fretta i dubbi: Pietro, sposato quarant'anni prima
a mo' di chiodo schiaccia chiodo, non era un irreprensibile aguzzino,
un temibile padre padrone. Perché la repressa Ines, allora, reagisce
imbellettandosi, cucinando pasti generosi e rispolverando l'antica
passione per il disegno a mano libera? Perché quello del figlio
Vittorio, vecchia gloria del nuoto e ingegnere di successo, è
considerato talento con la lettera maiuscola, mentre i provini e i
ruoli da comparsa della sorella minore, Riccarda, sono un capriccio
da scacciare con un gesto vago della mano? Ines, tipica mamma
chioccia, accudisce un primogenito che è il suo capolavoro – solo
una volta le ha disubbidito, il giovane Vittorio, saltando
dallo scoglio più alto in vacanza – e combatte guerre perse con
una figlia scorbutica, ribelle, allevata all’ombra di un piccolo
uomo, ma con pesi immani sulle ampie spalle da nuotatore. E’ una
cattiva massaia chi distingue, nella sua prole, figli e figliastri?
E’ un marito codardo il camionista che tra sé e la propria casa mette
chilometri e chilometri? Meglio le mancate telefonate
dell’indesiderata Riccarda o la stanchezza di Vittorio, soffocato
nel nido? Quattro personaggi fragili e sgradevoli, a tratti, che non
trovano il coraggio o la redenzione, ma che, come ospiti spettrali,
infestano un salotto inquietante – disseminato com’è di carta
straccia, ricordi spolverati di fresco, morte – e i capitoli di un
romanzo bellissimo, che si legge la sera, con il fresco, in cambio di
un letto scomodo e una notte piena di pensieri. E, al mattino, si è
tutti un dolore a colazione. Se sei parte di una casa in cui tutto e
tutti sono al posto giusto, se sei fortunato, si uniranno a
te, per il rito del caffè, i tuoi familiari. Eccoli lì: una mamma
apprensiva, un padre che fa straordinari non necessari, fratelli
spinti a competere. Ti guardi attorno e li guardi, turbato.
Se
sei fortunato?
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Damien Rice – It Takes a Lot to Know a Man
“Ma
soprattutto c'erano lettere d'amore. L'amore restava il più comune
dei denominatori, il tema che conciliava quasi ogni penna. L'amore
declinato in tutti i tempi e in tutti i modi...”
Titolo:
Storia di un postino solitario
Autore:
Denis Thériault
Editore:
Frassinelli
Prezzo: € 16,90
Numero
di pagine: 170
Sinossi:
Chi
non ha mai sognato, almeno una volta, di vivere la vita di qualcun
altro? Lirico e avvincente, emozionante e delicato, Storia di un
postino solitario è davvero un piccolo gioiello, e un non più
piccolo caso editoriale, dal momento che – pubblicato per la prima
volta in Canada nel 2004 – il romanzo ha conquistato, un lettore
alla volta, un sogno alla volta, il palcoscenico dell'editoria
mondiale. Il « postino solitario » è Bilodo, 27 anni, un ragazzo
schivo, con pochi amici, appassionato e dedito al suo lavoro, lavoro
che gli permette di trovare nelle vite degli altri quello che manca
nella sua. Bilodo infatti è un postino indiscreto, per quanto
assolutamente innocuo: apre, di notte, le lettere che dovrà
distribuire il mattino successivo, e si immedesima nelle esistenze
dei corrispondenti. Immagina, fantastica, sogna; si appassiona, si
commuove, si arrabbia. Tra tutte, le lettere che più è ansioso di
«ricevere», sono quelle di Ségolène, una donna misteriosa che
vive in Guadalupa, e che manda degli «haiku» – i caratteristici
componimenti poetici giapponesi – a Gaston Grandpré, una delle
persone servite da Bilodo, che di Ségolène, in qualche modo, si è
innamorato. Quando, a causa di un incidente, Gaston morirà, proprio
sotto gli occhi di Bilodo, il giovane postino non riuscirà a
rassegnarsi alla perdita di quei componimenti che ormai sente in
qualche modo come «suoi», e si sostituirà a Grandpré nella
corrispondenza con Ségolène . E non soltanto in quella.
La recensione
Bilodo,
ventisette anni, ha uno strano nome e, se possibile, un hobby ancora
più strano. Malinconico cronico, apparentemente asessuato, con la
testa fissa lassù tra le nuvole, è un postino a tempo pieno e nel suo monolocale smista la posta, in
previsione del mattino successivo. Qui, con l'aiuto del vapore, apre
le lettere, le legge, poi le richiude come se nulla fosse. Si
diverte, si arrabbia e si commuove, intrufolandosi nelle vite degli
altri. Entra ed esce, discreto. Ma se di una vita, di una coppia, non
riuscisse più ad abbandonare la metaforica soglia?
Bilodo s'innamora
perdutamente della penna gentile di Sègolene, bella isolana: ecco un
suo primo piano, in una foto rubata, ed ecco che così non smette di
pensare notte e giorno a lei... Il suo rivale in amore, scapigliato e
misterioso, viene investito davanti allo stesso Bilodo,
affastellandosi in strada per imbucare una lettera decisiva. Muore
sul colpo, sotto la pioggia. Il protagonista, un po' tenero e un po'
sinistro voyeur, dal defunto eredita le briglie della corrispondenza
e un appartamento ammobiliato in stile orientale in Rue des Hetres.
Passeggia tra i beni che nessun parente ha reclamato per sé e,
esperto di grafie, tenta di ingannare la sua lei come può, ma c'è
un ma grosso quanto una casa. Bilodo sarà sì l'ultimo dei
romantici, ma non ha l'indole del poeta. Per fortuna, c'è un kimono
appeso a una gruccia che può far faville. E la curiosità,
imperitura, lo spingerà a documentarsi, a leggere, a ricercare. Si
possono imparare i segreti della scrittura, nel nome dell'amore? Può
a una passione aggiungersene all'improvviso un'altra? Storia di un
postino solitario, ultima uscita di un editore che raramente fa
passi falsi, presenta due aspetti che in teoria amo, ma che in
pratica non mi arrivano: la connaturata delicatezza della lingua
francese, l'affascinante spiritualità della poesia nipponica: troppo
trasognati i francesi, troppo algidi gli autori con gli occhi a
mandorla. A questo, però, aggiungete la cornice dei rossi autunni
canadesi, un eroe indiscreto ma a fin di bene, una musa celebrata
come nello Stil novo, due comprimari simpaticissimi – l'amico
Robert, la cameriera a cui il postino ha infranto il cuore – e, tra un
haiku e l'altro, gradualmente, un sentimento che da spirituale si fa
carnale.
Da platonico, può l'amore diventare vero? Può un
appuntamento tra un impostore e una donna ignara dello scambio di
identità perpetrato avere il lieto fine? Uscito dodici
anni fa in patria e straordinario successo del passaparola, il
romanzo di Denis Thériault è una sofisticata sorpresa franco-canadese
che, dalla sua, ha un'idea curiosa per un curioso protagonista e uno
stile leggerissimo. Fiabesco, quasi, con poche pagine, rari dialoghi
e aggettivi à gogo che non lo appesantiscono neanche per un attimo,
anzi. Uno spunto d'altri tempi e, in mezzo ai brevi componimenti
poetici già apprezzati durante la lettura di Il canto delle parole perdute, il disegno di un anello che somiglia al serpente
che si morde la coda di Nietzsche. Simbolo d'eterno ritorno per il
filosofo tedesco e "enso" per il
buddhismo zen, è infatti l'ultimo segreto di un racconto a spirale carinissimo, molto francese, a cui con la scusa degli haiku, con il
pretesto della suggestione, si aggiunge una chiusa shock. Un colpo di
scena repentino, dopo languidi colpi di cuore. Come a dire che c'è
una magia sottile nell'amore incorporeo tra Bilodo e Sègolene, e che
la magia chiama magia. E se la lingua più delicata incontra i culti
più suggestivi, se i protagonisti dicono di sì a un appuntamento
faccia a faccia, non c'è freno al sogno.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: The Beatles – Please, Mister Postman
La
recensione: Ha un titolo francese, un autore italiano, un
protagonista cittadino del mondo. A farcelo conoscere, una casa
editrice piccina ma in crescita che, con i suoi scrittori di qualità,
le edizioni curate e quel formato tascabile che è un piacere, la scorsa estate, si era
imposta come un'autentica rivelazione. Qualche mese dopo, rieccola
ospite sul blog: pubblicano il romanzo di Angelo Calvisi,
pensano a me per avere un parere e, questa volta, fanno più colpo
loro – pop e pieni di carattere – che un libro
breve e particolare, di cui poco mi viene da dirvi. La storia a
frammenti di Paolo, e son frammenti sparsi, lo mostra
bambino, adolescente ed adulto, nell'arco di trent'anni vissuti in
giro e a pieno. Cresciuto nella provincia genovese, passa l'infanzia
in oratorio, tra le partite a calcio balilla, gli amici i cui
nomignoli sono tutto un programma, le prime cotte e i primi dolori: i genitori litigano spesso, le altre bambine
non se lo filano, un avvenimento luttuoso è dietro l'angolo. Quattro parti, quattro decenni e, nel finale, un salto indietro.
Un'adolescenza in comunità, la scoperta della musica, una moglie e un paio di figli in Francia. Ma com'è che si
dice? Mogli e buoi dei paesi tuoi e, sempre parlando per proverbi
della nonna, il primo amore non si scorda mai. Ecco che ritorna la spasimata Michela, che proprio non può
desiderare. Ecco che la bottiglia, la chitarra e rimpianti ci fanno
prima perdere e poi ritrovare. Il cuore resta – checché ne dica il
titolo – e ci sono
una bella struttura ad incastro, verità e nostalgia a palate, qualcosa del Nick Hornby di Alta fedeltà,
del Nicholls di Un giorno, del
Biglia bugiardo e avventuroso di Ti prendo e ti porto via.
Le gioie del vinile e le donne, gli incontri una volta ogni morte di
Papa e la non trascurabile
incapacità nel combinarne una giusta. Che c'è, allora, che non va?
Oggettivamente, niente: Adieu mon coeur è un amarcordtra
passato e presente, con tocchi di grottesco, un colonna sonora perfetta, l'umorismo vincente, l'occhio lucido. Ma trent'anni li avrei
letti ancora più volentieri in più pagine e il me a cui tanto a
genio il racconto, alla fine, non sta, ha patito un po' i salti e la
divisione in capitoli a sé stanti. Gradirò sempre i tipi di
CasaSirio, perciò, ma mi farò un'idea pià precisa di chi sia Angelo
Calvisi – professionista poliedrico e dalla biografia stermianta, da quel che leggo –
con a dispostizione, si spera, un'altra storia e, soprattutto, altre
pagine.
Titolo:
Non respirare
Autrice:
Elisabetta Pastore
Editore:
Frassinelli
Prezzo:
€ 18,00
Numero
di pagine: 244
Il
mio voto: ★★½
La
recensione: Spesso, ci sono libri – belli, brutti, boh – a cui
non ti avvicineresti mai, se non fosse che, a promuoverli, c'è
tutto un ambaradan e la firma di un editore di cui ti fidi alla cieca. La Frassinelli piace perché
raramente cavalca l'onda, la Frassinelli non pubblica comuni erotici.
Allora cos'era il romanzo della Pastore, sulla doppia vita di una
ragazza meridionale che impara a diffidare dagli uomini, a preferire
la campagna alla metropoli, a esplorare la propria sessualità?
L'etichetta di romanzo erotico, in realtà, più che stretta gli sta
larga, lì dove si immaginerebbero comunemente parole languide, un
fare ammicante, protagonisti avvenenti. Non
respirare ha invece una protagonista smilza, poco procace, e uno stile asciutto e spigoloso. Veronica, di giorno
avvocato sottopagato e di notte voce a un telefono a pagamento, fa
sesso alla cornetta perché a Roma non si può campare e perché il
suo ragazzo è un tossico che le mette a soqquadro la borsetta. I suoi interlocutori cercano il massimo del piacere e le confessano l'inquietudine più segreta. Vive lunghe giornate e
lunghissime notti. Vive due vite. Eppure resta una
protagonista a metà: senza carattere. Ma ha le sue peculiarità, i
suoi tratti distintivi. Disegna, ad esempio, spinta da voci che, a
matita, si fanno volti. E son volti che, a volte, incrocia dove meno
si aspetterebbe. La matita sul foglio è istinto basico; il sesso non
è fatto ma descritto, parlato. In Non respirare, la
parola assume fondamentale centralità, infatti, e i toni, carezzevoli e sboccati, non cadono nell'eccesso. La storia, sventato
il pregiudizio iniziale, c'è, così come lo stile. Un eros a voce; un'esordiente promettente. Non respirare, tuttavia,
convince poco. La Pastore, seppure spicchi, con un non so
che del Lucarelli di Almost Blue,
segue quella che chiamo la poetica dello spezzettamento: frasi e
paragrafi telegrafici, nessun capitolo, un racconto racchiuso tra un
punto fermo e l'altro. E, per i miei gusti, sono troppi i
punti e troppo poco quello che c'è in mezzo. I sussurri di Veronica
– la stessa che fa boccheggiare, venire, piangere i suoi lontani e
solitari clienti – qui arriva come smorzata. La linea sta per cadere. Chi c'era davvero dall'altra parte? Tuuuu tuu...
Ci
sono tanti tipi di verità, quasi tutti scomodi.
Titolo:
Wolf
Autore:
Lavie Tidhar
Editore:
Frassinelli
Numero
di pagine: 300
Prezzo:
€ 20,00
Sinossi: Herr Wolf è un investigatore privato, tedesco. Viene assoldato
per ritrovare una ragazza scomparsa. La ragazza è ebrea. Wolf
accetta il caso perché ha un disperato bisogno di soldi, ma Wolf
odia gli ebrei. È colpa degli ebrei, infatti, se nel 1933 ha dovuto
lasciare la Germania; è colpa degli ebrei se i comunisti hanno preso
il potere a Berlino e da qui in quasi tutta l’Europa; è colpa
degli ebrei se il partito nazista, che avrebbe portato ordine e
disciplina, è stato sconfitto e distrutto; è colpa degli ebrei se
Wolf e molti dei suoi vecchi camerati sono finiti così, dispersi e
braccati. L’indagine porterà Wolf a ripercorrere il suo passato e
precipitare nelle sue nevrosi, e condurrà invece il lettore in un
gioco di continui spiazzamenti. Niente è come sembra, in questo
romanzo, che è a un tempo una grande prova di narrativa ucronica, un
noir, un libro perversamente erotico, e un avvincente spaccato della
psicologia «nera» e malata del Novecento.
La recensione
“Da
qualche parte in lontananza una radio suonava Over The Rainbow. Wolf aveva visto il film. Ma se fosse stato
lui a essere trasportato nella magica terra di Oz, avrebbe riunito
un esercito di scimmie volanti, rinchiuso le streghe in un campo di
concentramento, raso al suo la città di smeraldo e giustiziato il
mago, con l'accusa di essere un simpatizzante comunista, un ebreo,
un omosessuale, un ritardato mentale o tutte queste cose insieme.
Tuttavia la canzone gli piaceva.”
In
una Londra labirinto e in anni che hanno appena smesso di ruggire,
tanto grande era la stanchezza, un omino anonimo, infagottato in un
trench in stile Sherlock Holmes, si specchia nelle vetrine delle
librerie prima di imboccare la porta del suo ufficio. Un quartiere in
periferia, landa sudicia di malaffare e trasgressione, per un reietto
come lui: ospite in terra straniera. Ama la lettura – si perde
nei romanzi, nei volti dei suoi clienti in cerca di giustizia – e
la compagnia dei cani. E, con tutto il suo essere, odia gli ebrei. La
vetrina ci restituisce quindi il riflesso di un uomo di mezza età,
austriaco, con i capelli scuri, gli occhi glaciali e il viso rasato
di fresco. A lungo, ha portato i baffi. Dopo la Caduta, invece, non
li sopporta più: la peluria leggera sul labbro ha fatto la stessa
fine delle svastiche, dell'idea di un nuovo memoir, di un progetto
futuro di gloria e caos. Auf Wiedersehen. Adesso, l'asilo
politico in Inghilterra – è scappato, infatti, dalle catene di un
campo di lavoro – e l'eco di un verso struggente, pieno di
malinconia. L'ululato di un lupo in trappola, nascosto in un una
città di pecore. Herr Wolf fa un cenno alle prostitute
assiepate in un vicolo, sue vicine di casa, e si mette all'opera. Lavora in proprio, come detective privato. Nelle confessioni
al suo caro diario leggiamo così delle difficoltà di un secondo libro
che non riesce a terminare – senza tenere conto, poi, degli editori
britannici che rifiutano ostinatamente il seguito del Mein Kampf
– e di un caso che gli dà filo da torcere. Il pensiero della
figlia scomparsa di un facoltoso banchiere ebreo gli toglie il sonno
e le belle gambe di Isabella Rubinstein, sorella della vittima, lo
tengono desto ed eccitato. Ha voglia un po' dell'amore
incondizionato della fedele Eva Braun e un po' delle cinghiate di
papà. Fuori, si incrociano ombre che vengono e ombre che vanno; ed è
tutto un gioco di sguardi indagatori e piani enigmatici. Londra, nel
novembre del 1939, è deformata e pericolosa. Il buio è affollato,
pieno zeppo di occhi e sussurri: parlano, in coro, di un
dittatore che non c'è mai stato. Ci sono gli uomini in doppiopetto
dei servizi segreti americani e un assassino di donne che traccia sui cadaveri un simbolo il cui senso sfugge. Qual è il
significato di una svastica per cicatrice? Cos'è stato dell'uomo che
ammaliava i tedeschi, folle ma lucido a modo suo, che la fantasia
indomita di Lavie Tidhar fa tramontare prima delle leggi razziali e
del Patto d'Acciao? Wolf,
sfrontato pamphlet e sopraffine noir, è un mirabolante esempio di
narrativa ucronica, in cui un autore istraeliano che i grandi
paragonano già a Dick e Vonnegut riscrive, con accuratezza, sangue
freddo e un punta necessaria di pazzia, le pagine più cupe e tristi
della storia del primo Novecento. Le librerie, in occasione della
Giornata della Memoria, ci ricordano in questo periodo i bambini con
i pigiama a righe, gli inganni delle docce, i comignoli che sputano
ceneri umane. I toni a cui siamo abituati, di solito, sono dei più
elegiaci e leziosi, e sapeste quanto mi danno fastidio i libri a
tema, la speculazione senza sosta e senza cuore, i progetti costruiti
a tavolino.
Quando ero più piccolo, ho letto Il diario di
Anna Frank e Primo Levi, per una
recita scolastica. Lo stesso Tidhar, in un'opera immaginifica ma
piena di storie reali, mi ha suggerito tra le righe di rimediare La
casa delle bambole: l'orrore privato di un harem di donne ebree, schiave sessuali delle SS. La shoah,
quest'anno, ho voluto rievocarla con un giovane autore che ha
qualcosa da dire, e sa alla perfezione quali parole sia meglio usare:
come puoi non vedere, se è appena giunto il momento di ricordare,
l'originalità e il coraggioso affronto di un esperimento come Wolf?
Lavie Tidhar, i cui nonni furono vittime dei campi di concentramento
e della caccia di una belva selvaggia, ci parla di un altro Fuhrer,
in un'altra realtà. In un mondo parallelo, dove le cose sono andate diversamente, Adolf Hitler era un giovane di belle speranze e
dal discreto talento artistico, con un astio naturale verso il
diverso e l'idea abbozzata di una razza perfetta – e fin qui,
purtroppo, tutto vero. Ma nella storia secondo Tidhar, dopo una
cecità passeggera e un impressionante ascesa politica, il suo astro
si sarebbe eclissato in fretta: non gli resta che impacchettare
le sue cose – il mito della stirpe ariana, la pulizia etnica, gusti
sessuali morbosi – e trasferirsi lontano, in Inghilterra. L'uomo più
spregevole che abbia calpestato questa Terra ha fallito. Sulla Germania brilla
una stella rossa, il Comunismo; al 10 di Downing Street ci sono le
camicie nere.
Dietro l'angolo, comunque una guerra mondiale. La
seconda, sebbene sia diversissima da quella che conosciamo. Ironia
del caso: proprio il doppelganger del famigerato Hitler potrebbe evitare che il conflitto scoppi e faccia innumerevoli danni.
Contemporaneamente, “in un altro tempo e luogo”, il prigioniero
Shomer sanguina e scrive ad Auschwitz; scava tombe, costruisce
maniglie, sogna la Palestina. Sperimenta, tema fondamentale in Wolf,
l'infinito viaggiare e i monti impossibili della scrittura. Difficile
parlarne con vaghezza. Da una parte, è un noir di
rara raffinatezza: le vendette che van servite fredde, le ombre
lunghe, i detective che non resistono alle belle donne, il fumo di
mille sigarette. Dall'altra, è un fumettone profondamente pulp:
rocambolesco, barbaro, futurista. Vietato ai minori. Per lettori con
il pallino del politicamente scorretto e con il pelo sullo stomaco.
In treno non ho trattenuto i sorrisi – amo l'umorismo, quando è
sconveniente – e, qui e lì, le smorfie di puro dolore. E'
delirante ma mirato, violento ma poetico. Cita Fritz Lang, il suo
Metropolis, e il
Tarantino retrò sulle tracce dei nazisti. Un romanzo di fluidi
corporei, questo, e sangue copioso, e pulsioni basse, e
metaletteratura. Il doppio di Hitler, segugio mondano e popolare,
brinda alla salute – e alle disgrazie – dei suoi avversari
politici in salotti signorili, in cui si possono incrociare Tolkien, Fleming,
estimatori di Fitzgerald e vecchie glorie del muto. Tutt'intorno, sfilano le donne della sua vita e, negli spazi bianchi di un
romanzo di spionaggio sui generis, scene di una vita sessuale su cui tanto e spesso si è detto: gatti a nove code, la pratica estrema del pissing, il dolore che
porta all'orgasmo. E lui si sbraccia e ringhia, protagonista
teatrale, isterico e solidissimo, come nella sequenza clou di La caduta – video
che impazza su Facebook, nelle versioni più disparate, e che la
Frassinelli ha usato a mo' di innovativo booktrailer. L'iracondo
Herr Wolf alza la
voce, spruzza fiotti di saliva e fa piazza pulita delle carte che ha sulla scrivania: la sua malvagità è inespressa, solo teorica, e la
frustrazione gli gonfia le vene del collo. Nella sua lingua aspra
e colorita ti ordina di leggere il primo romanzo pulp sugli orrori
dell'Olocausto. Ti riporta le chiacchiere – la madre del Fuhrer
avrebbe accarezzato l'idea dell'aborto e, ancora, un passante avrebbe
casualmente salvato il piccolo Adolf dall'annegamento – e ti
suggerisce di mettere da parte gli “e se?”. In Wolf,
tra fatalismo ed eterni ritorni nietzschiani, meditiamo, e
realizziamo che la politica si scrive con sangue e inchiostro e che,
anche se per vie diverse, quello che deve succedere alla fine succede. Serve
l'input, un politicante qualsiasi. Cambiando un singolo
tassello, riscriveresti forse da zero la cronaca di un secolo breve?