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venerdì 3 luglio 2015

Mr. Ciak: Suite Francese, Poltergeist, Una nuova amica, Les Combattans, La risposta è nelle stelle, Affare fatto

Un capolavoro rimasto in una valigia. Una figlia che lo riscopre per caso e Suite Francese improvvisamente sulla bocca di tutti. Come uno schiaffo al nazismo. Mi ci sono avvicinato quando al cinema arrivava il film: lieve, di un bello che non fa rumore. Mentre il romanzo si articola per racconti, la pellicola si concentra su uno dei pochi momenti in cui puoi vedere i protagonisti quasi felici: la campagna francese, l'illusoria quiete, tempo d'amore. Ma questo Suite Francese è l'ultimo dei tre tempi che il lettore ha già sperimentato, eppure non è solo quello. In un'ora e mezza sanno trovare spazio trame amorose, sottotrame spionistiche e alcune delle figure marginali che erano contemplate nei capitoli che precedevano quello monografico sulla dimezzata famiglia Angellier. Ovunque, l'eleganza, la pudicizia, la discrezione. Lo sguardo benevolo sulla guerra che, sono certo, non avrebbe reso fastidiosa all'autrice la licenza poetica dello sceneggiatore: la suite incompiuta di lei, ebrea, paragonata alla suite incompiuta di Bruno, nazista. Saul Dibb, dopo The Duchess, torna alla regia – e al dramma storico – e questa volta è più abile nel dare voce ai personaggi e ai loro silenzi, anziché al gusto di una Knightley che, in quell'occasione, i cultori della moda avevano amato e gli spettatori insensibili a nastri e cappellini assai meno. Suite Francese, delicato e laconico come i suoi appasionati personaggi, non è il polpettone che chi cerca singhiozzi si aspetta. Controllato, alla maniera dei britannici, ha questi Michelle Williams e Matthias Shoenaerst, splendidi, che si corteggiano come col linguaggio dei segni. Puntuale e oroglioso, pensa più alla coerenza dell'operazione che ai nostri dotti lacrimali e, anche se non un'autentica trasposizione, con tutte le sue variazioni sul tema, si rivela un sentito omaggio, una vendetta. Una specie di tardiva vittoria. (7)

Poltergeist non è un titolo familiare a chi è della mia generazione. Se l'ho visto – e non so dirvelo con certezza, perché ho in testa una compilation di scene famose che forse avevo occhieggiato nel reale lungometraggio, forse in Scary Movie 2 – non l'ho venerato. Questo remake di dubbia utlità non sarà il peggiore horror che in estati in cerca di vani brividi passeranno dalle nostre sale. Scorre e ripropone con autoironia le sequenze cult, viaggiando maggiormente dalle parti del cinema fantastico che di quello che dovrebbe farci strizza. La storie come tante dei Bowen è al centro di un horror da bollino verde, dunque, che non dispiacerà alle famiglie. Si scontra con quello che pare una specie di capolavoro, ma con così tanto candore – e leggerezza – che con questo horror buono dentro, alla fine, non puoi essere cattivo. Si accontenta dell'essenziale e, poco dark e con effetti speciali rigorosamente al computer, con il suo cast non di primissima scelta, è una visione carina e senza pretese, con presenze poco demoniache e, al contrario, angioletti di pargoli, tra cui spicca il bravo Kyle Catlett – che quale anno fa o solo il mese scorso? - è stato T.S Pivet per Jeunet. Si prende come modello più la storia firmata trent'anni fa da Spielberg che la cupezza del prodotto di Hooper: i bambini sono in pericolo ma si sa che non succederà loro niente di grave; il lieto fine arriverà; la casa è infestata, ma con il mercato che langue, tanto, sai quante ne trovi all'ombra dei tralicci dell'alta tensione. (5,5)

Qualcuno dice che è il primo amore che non si scorda, ma Claire ha sempre avuto in testa Laura, sua migliore amica dai tempi dell'asilo. E' per questo che quando muore, si prende una pausa dal lavoro e si chiude in casa, preda di un dolore incomprensibile ai cuori altrui. Quando Claire, ospite non invitata, becca l'inconsolabile vedovo a indossare i vestiti della moglie defunta reagisce prima con la ragionevole confusione, poi con la curiosità che solo le donne hanno. Perché David sente il bisogno di vestirsi come la Laura che hanno entrambi amato? Omossesualità taciuta o un modo per superare il lutto? Una nuova amica potrebbe sembrare l'Hitchcock più celebre o un Almodòvar in crisi di identità; un noir sui disturbi della personalità oppure un'esuberante racconto sopra le righe. Non è né l'una né l'altra cosa, o forse entrambe. Come lo sconsolato David che, una parrucca bionda e i tacchi, diventa la querula Virginia; sostituto perfetto della migliore amica e dell'anima gemella. Una fuga dalla realtà, un compromesso, quando per dire addio c'è tempo e l'atto di guardarsi dentro – adesso che si è accasati – crea tragicommedie. Una nuova amica ha i meccanismi del thriller psicologico, la brillantezza della migliore commedia sofisticata e l'indefinito erotismo di una drammatica indagine sulle cose che più sfuggono e affascinano: la sessualità, il desiderio. Ma altro non è che opera del bravissimo Ozon. Dunque l'eleganza – e l'ambiguità, e una regia impeccabile, e personaggi cesellati con la cura che avrebbe un analista  - è compresa nel pacchetto. Non ci sono dissonanze, solo una credibilità forte, e non ha sbavature il trucco di questo Romain Duris che recita en travesti, mentre la seducente Anais Demoustier gioca a fingersi sua amica, amante e perfino rivale, nella sequenza immaginata in cui Duris, sotto la doccia, tocca il marito di lei. Con il cervello e l'anima che litigano, le membra che cercano un inammissibile tipo di abbraccio e i guardaroba, invece, che preferirebbero l'altra parte – quella sbagliata – del negozio di abbigliamento all'angolo. (7,5)

Lui, muratore, conosce lei, annoiata figlia unica di una coppia borghese. Partono col piede sbagliato: può da una lotta corpo a corpo nascere la scintilla? Lui, che è segretamente romantico, segue perciò lei, che è un pezzo di ghiaccio, a un campo di addestramento: le ragazze di oggi sognano di entrare nell'esercito. Così, tra una corsa a ostacoli e la levataccia al mattino, vivere tutt'uno con l'ambiente e scoprirsi più alti di una spanna. Questa, in parole semplici, la trama del semplice Les Combattans, che da noi si becca un titolo anglofono e il sottotitolo Addestramento di vita. Opera prima rinfrescante e dotata di spunti mai sfiorati prima dalla romcom tradizionale, forse non meritava tutti i premi che ha vinto qui e lì – per nulla impegnata, non abbastanza chic da essere sopravvalutata -, ma ha dialoghi aciduli, due protagonisti abbastanza bislacchi da risultare memorabili e un'aria tutt'altro che perfettina. Eccolo, il suo segreto, insieme a un romanticismo che meno romantico non si può e alla giunonica Adèle Haenel, divertentissima e adorabile nella sua impassibilità di soldato fatto e finito (e poi, diciamolo, con “quella sua maglietta fina” tutta bagnata sta benissimo). Battute mirate, colonna sonora che gasa e un epilogo ahimè un po' così - tu chiamalo sospeso, io inconcludente – anticipato da una ansiogena scena da survival horror. Sono abituato alla commedia francese che sa di roselline di campo, Chanel n°5 e altri luoghi comuni, ma anche questa – che odora di napalm al mattino – non è mica male. (7)

Una studentessa incontra un cowboy: è colpo di fulmine. Un novantenne, nel frattempo, prende in pieno un guardrail: il suo, invece, è colpo di sonno. Una storia che nasce e una che finisce si incrociano nell'ennesima trasposizione di Nicholas Sparks. La risposta è nelle stelle però non funziona, e lo dico da spettatore saltuariamente tollerante al suo saccarosio che, senza pregiudizio, si è sorbito queste due ore – tante – in compagnia di una vicenda doppio strato – da un lato la gioventù oggi, dall'altro il matrimonio ieri, sull'abusato sfondo della guerra. Young adult più melò: un polpettone alla Rai Uno sconsigliato agli insofferenti cronici che tra scontatezze, morti tragiche che latitano – Sparks, qui non uccidi nessuno? - e dialoghi tremendi sembra la casa terremotata delle fiabe coi mattoncini del meglio di The Notebook e del peggio di The Last Song. E' che più di uno Sparks all'anno non si tollera e che quest'anno ho già visto l'accettabile The Best of me, o che questo film è prolisso e dolciastro da non credere? Ma occhio a Britt Roberts – io l'ho già adocchiata e sono un suo stalker convinto – e a Scott Eastwood, che dalla sua ha un padre leggendario e una faccia straordinaria. Mistero le recensioni, a sorpresa, positive. Mistero ancora più misterioso il titolo italiano: penserei a una strizzata d'occhio a Colpa delle stelle, se non fosse che il romanzo – con il titolo uguale – ha ormai qualche anno. Al massimo, tra buoi, cavalli e vaccate varie, alcune perdonabili e altre no, in The Longest Ride la risposta agognata sarà nelle stalle? (5-)

Dopo il buon Starbuck – paradossale storia di un donatore di sperma che si scopre padre di un migliaio di figli sparsi per il mondo – e il remake americano che avevo evitato, immaginandolo uguale all'originale, il canadese Ken Scott torna alla commedia a stelle e strisce: rumorosa, volgarotta, canonica, simpatica. Piacevole abbastanza. Si ridacchia, infatti, nel seguire tre perdenti – un padre assente, un venticinquenne con la testa tra le nuvole, un anziano che vorrebbe divorziare – e il tentativo rocambolesco di siglare un vantagioso accordo, anche se la spietata Sienna Miller trama loro conto. Si vola a Berlino nella stagione clou e si pensa alla famiglia lontana, alla prima volta, alla giovinezza persa. L'avventura europea di tre che hanno probabilmente visto troppe volte Jerry Maguire –American Pie – nel suo piccolo sembra funzionare, soprattutto grazie a un cast calibratissimo, con un comprimario come Nick Frost, grasso campione della risata grassa. Vince Vaughn e i suoi soliti ruoli; il due volte candidato all'Oscar Tom Wilkinson, che ha la leggerezza dei giovani; Dave Franco, fratello minore di James, che ci meraviglia con tempi comici notevoli, la timidezza dei nerd e la sbadataggine che lui, belloccio, di certo non conosce in prima persona. Affidati a lui, tra visite ai glory hole e posizioni del kamasutra non meglio idenficate, i momenti in cui si ride, non si pensa a niente e svanisce così, magicamente, l'ansia da Estiva. (6)

venerdì 13 marzo 2015

Mr. Ciak: Nessuno si salva da solo, The Voices, Two Night Stand, Honeymoon, The Best of me, La Piramide

Avevo lasciato Delia e Gaetano a un tavolo, mentre la pioggia faceva venire giù il mio cielo. I vetri appannati: appannato pure io. Non sapevo se Nessuno si salva da solo m'era piaciuto oppure no. Mi aspettavo una trasposizione indigesta, per rendere giustizia a quel libro brevissimo, ma un po' mattone: cena di qualche ora consumata all'impiedi, con le scarpe che stringevano. Invece Nessuno si salva da solo si è rivelato una parziale epifania, come era già capitato con Non ti muovere. La storia si è ripetuta; l'ultimo progetto della storica coppia si tiene a galla a furia di spinte convulse e, nonostante qualche scenetta sopra le righe che avrei troncato, la voglia di sopravvivere è più forte di uno scivolone. L'attenzione filologica per il romanzo manca e si riscrivono dialoghi e situazioni. Lo zampino della Mazzantini si nota e, a parte la discutibile abitudine di lasciare a comprimari abbozzati il compito di fare spaccati della nostra società, la riuscita generale convince. Meno crudo e più passionale, istintivo, il film incastra nel mezzo dell'ultima cena le immagini liete dei tempi che furono. Foto ricordo di due cambiati poco nell'aspetto, ma stravolti nel sentimento. Lei che gli tiene il muso, lui che le risponde col sorriso fiducioso di tutti gli uomini – perché noi siamo fessi e ci dispiaciamo per tutto. Ai due estremi del ring, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca: bravissimi, soprattutto lei, alle prese con dialoghi lunghi, che strizzano l'occhio al teatro. Si spremono. Per cacciare le lacrime, per sputare fuori le parole più aspre. Le masticano e le digeriscono, le sputano, anche se - tratte da un romanzo pesante e lirico - a volte sono pesanti e liriche anch'esse, ma grazie a protagonisti validi, tu ne senti il peso smorzato. Scamarcio, grandi passi in avanti dai tempi di Tre metri sopra il cielo, ma si sa; la Trinca, bellissima e furiosa, sempre vista da me qui e lì in ruoli piccoli, è una rivelazione: la sua Delia è un personaggio sgradevolissimo, ma lei ha un'intensità forte e sa renderla tollerabile. Il loro dramma è a voce alta. Schiamazza e urla e le loro nevrosi di giovani genitori e di amanti finiti toccano, perché, da figlio di genitor spigolosi, certi litigi li hai origliati. Altre volte, invece, il loro rapporto è violento, ma tenero, e le scene di sesso mostrano due attori uniti da una grande alchimia – anche fisica. E loro sono ottimi soprattutto allora, in armonia col mondo e con loro stessi. I baci in bocca, la saliva, il dare morsi allo stesso cornetto. Perché fingersi tristi non è impossibile, ma fingersi felici sì che è difficile. La pellicola è girata d'un fiato. Si intravedono la Galiena e Angela Molina; alla fine esce Roberto Vecchioni – cantastorie, cantamore – a ricordarci di brindare alla vita. In un melò classico e solido, agrodolce, portatore di tanti difetti del nostro cinema, eppure diretto da un Castellitto abile nel maneggiare i punti di vista e le sue punte di diamante, si giunge a quel finale che, nel romanzo, mi aveva lasciato di sasso. Benché lontano dall'idillio, qui, c'è un ospite a sorpresa: la speranza. Allora, ho detto che questi Delia e Gae, egoisti ma capaci di un concederci un sorriso, mi sono piaciuti di più. A metà tra i finali sospesi prediletti da lei e la consolazione cercata da lui, nelle sceneggiature grossolane con la sua firma. Un punto e si va a capo, nel momento delle mance ai camerieri e dei dessert - e degli amori - buttati in faccia. Quando ritorna la fame. (7)

Potrei essere pazzo, e tutto può essere. Ma non vedevo un film così convincente da un po'. Non mi sono sbilanciato nemmeno per gli Oscar, pensate, sarà che i film che sono piaciuti a tutti io li ho trovati compiaciuti e antipatici. Fatto sta che questo The Voices, notato su un sito di cinema e beccato poi in rete, mi è piaciuto troppo. Inaspettato ma vero, è uno dei prodotti più fighi visti di recente. Una sorpresona di quelle spietate, divertenti, originali: rare. Nei titoli di coda leggo un nome straniero, alla regia, e indago. Ma sapete che Marjane Satrapi, qui per la prima volta lontana dall'Europa, è l'ideatrice di quel Persepolis che io non ho visto, ma che tutti hanno apprezzato? Be', io non lo sapevo. La mia ignoranza ha fatto il suo, come quando mi sono drogato di How to get away with murder senza sapere chi fosse la Rhimes. Lecito, per gli estimatori veri, dunque, aspettarsi una commedia nera sveglia e fuori. Per me, che la Satrapi la scopro qui e che volevo solo guardare una sottospecie di horror, The Voices è stato un colpo di genio. La storia di un efferato serial killer mostrata come fosse una commedia romantica, coi toni pastello, le farfalle che svolazzano, le fabbriche antracite che – nella mente di un sognatore o di un pazzo – diventano ospitali come se le gestisse Willy Wonka. Il mondo di Jerry, imprevedibile sociopatico, è una fiaba. Per essere un individuo che colleziona teste umane, reduce da un' infanzia tribolata, è uno a posto. Stravede per i suoi cuccioli: un cagnone bavoso che è il suo angelo custode e un gatto dal pelo rosso fuoco che, diavolo tentatore, lo squadra da capo a piedi con cattiveria e lo spinge ad uccidere. La confezione, particolarissima, è a metà tra gli splatter movie anni '80 e le velenose commedie musicali di John Waters – non perdetevi l'assurda scenetta da musical, prima dei titoli di coda, in cui gli attori fanno sfoggio di bacini snodati e doti vocali. Si alternano interiora e zucchero filato rosa, perché la Satrapi segue il suo protagonista dentro e fuori dalla sua psiche contorta, e se l'appartamento di lui, nella realtà, è una macelleria di sangue secco e cadaveri, nell'immaginazione di Jerry è lindo e pinto e la testa di Gemma Arteron, che nel frattempo marcisce nel frigo, non va a male. L'amore con Anna Kendrick è possibile e le donne non devono per forza fare la triste fine della sua cara mamma... Con un cast credibilissimo e una resa, ora cupa e ora tutta cuori, che metterà d'accordo chi ama generi cinematografici agli antipodi, è un film assurdo nelle premesse, ma che in realtà ho preso sul serissimo. Ne avrei voluto di più, come se Jerry – come il collega omicida Dexter – potesse avere una serie tutta sua. Impiegatuccio stressato e quieto che ha la faccia di un Ryan Reynolds mai così versatile e convincente. E' sempre il solito lui ma c'è qualcosa – lo sguardo timido, le camicie floreali, il fatto che presti la voce a gatto e cane – che lo rende il più looser dei sex symbol. Tant'è vero che mio fratello, nel mezzo del film, mi ha chiesto se fosse lo stesso tipo piacione di Lanterna Verde & Co. Un tenero Norman Bates, nel suo fiabesco non-mondo di gatti luciferini, teste chiacchierone e Gesù pop star. (7+)

Dopo un amore tramontato, ci vuole un rimpiazzo. Una cosa da poco. Questione di una notte e via. Ed è così che si incontrano Megan e Alec, finiti a letto grazie a un sito d'incontri. Ma svegliandosi... sorpresa! Sono bloccati a casa di lui, per via di una di quelle tormente di neve che ogni tanto paralizzanno la City, e scoprono – abbandonate le lenzuola, recuperati i vestiti – di trovarsi irritanti. Pensavano di concordare su cosa fare a letto, ma lei fingeva l'orgasmo e lui trovava poco sexy il suo modo di liberarsi di jeans e maglietta e cose simili. Calzini sì o calzini no? Luce accesa o spenta? Bacio o non bacio? Alzarsi di soppiatto o addormentarsi abbracciati? Two Night Stand è una commedia semplice, pulita, retta da due giovani attori in gambissima che duettano con leggerezza e malizia: si stuzzicano e parlano per tutto il tempo dei segreti del piacere, senza mai risultare volgari. L'impredibilità delle previsioni meteo e quelle del corazòn li porteranno a una seconda notte insieme, ma in nome della scienza, puramente per la felicità degli amanti che verranno. Come finirà lo sapete già, ma il film è così sorridente e spensierato che è di un già visto che... riguardi. Miles Teller, la rivelazione di Whiplash, e l'adorabile Analeigh Tipton, stella tra le altre cose dello sfortunato Manhattal Love Story, sono belli in una maniera non convenzionale e convincono, perché meno prestanti e molto meno nudi della Kunis e di Timberlake si guardano in quel modo . Quello che gli amanti non si dicono. Quello che lo spettatore sa, ma che comunque si diverte a vedere succedere. Tra The First Time e What If – ugualmente inediti in Italia. Tra Venere e Cupido. (6+)

Honeymoon per molti è uno dei film di genere più interessanti dello scorso anno. Un ritorno alla fantascienza vecchio stile, in cui tutto si intuisce già, ma in cui nulla viene mostrato prima del tempo pattuito. In realtà, non mi ha impressionato come mi avevano assicurato – la storia è risaputa, le svolte sono prevedibili e non è paragonabile a perle inedite come The Babadook – ma è una visione che funziona, soprattutto lì dove l'horror comune toppa: nella parte iniziale. Honeymoon – luna di miele nel profondo del bosco, con donne mantidi e laghi mortali – colpisce per l'aspetto di dramma indie. I dialoghi sinceri, la fotografia mossa, attori affiatati. I canonici venti minuti iniziali degli horror annoiano e, spesso, hanno svolte ridicole: questi, romantici e profondi, invece funzionano a tal punto da risultare quasi meglio del resto. Prendi a cuore quei due giovani e assisti angosciato alla degenerazione del loro sentimento, che è soprannaturale anche se ricorda da vicino il comune tramonto delle storie d'amore. Merito di una scrittura notevole, di una regia che gioca coi rimandi e di due protagonisti che reggono da soli il tutto – giacché i mostri non si vedono; giacché loro, preoccupati e atterriti come fossero in un Paranormal Activity d'autore, convincono pienamente. Da Games of thrones, Rose Leslie – qui molto inquietante. Conosciuto per Penny Dreadful, Harry Treadaway: un giovane talento con la faccia giusta e tutte le carte in regola. Honeymoon è un po' un Amityville Horror al femminile, che cita Antichrist, Funny Games e lo sci-fi d'epoca: una riscrittura detta e non, inserita nella parentesi graffa di un matrimonio che va allo sfascio. Uomini e donne si sa che vengono da pianeti diversi. (6,5)

Capita con le cose che ti porti appresso dall'infanzia. Di guardarle, anche adesso che sei grande, con occhi buoni. Le boy band, i cartoni animati che non danno più in tivù, gli autori che piacevano a tua mamma e che, quando in casa non c'era nient'altro, leggevi anche tu per noia. Sparks è da inserire lì. Una volta all'anno, mi ci riavvicino e, nella noia di una sera infrasettimanale, se sono a casa e non all'università, me lo recupero: mia mamma sul divano, ma tanto si addormenta. The Best of me è una storia delle sue. Questa volta, talmente sfigata che Paul Walker era in lizza per il ruolo del protagonista e, be', sapete che fine ha fatto. L'ha sostituito James Marsden, bello accanto alla sua bella Michelle Monaghan, e i due interpretano una coppia di innamorati che, a vent'anni di distanza, si rincontrano. Sapete come vanno le cose: gente che si bacia sotto gli acquazzoni senza prendersi un coccolone, lunghe lettere, famiglie che si mettono in mezzo perché lei è ricca e lui è povero, amori doppi che esistono solo nei libri, una New Orleans senza uragani ma piena di sole. E non scordiamoci i flashback. Partono, e la Monaghan diventa Liana Liberato, dolce e somigliante, mentre Marsden tale Luke Bracey – un tipo più giovane no, eh? La solita formula. Però, più di tanto, non saprei che dirgli di male. Scrive sempre la stessa storia – cambiano i punti, le virgole, i nomi – ma, purché venga a trovarti ogni tanto, riconosci che nella sua retorica c'è educazione e una certa magia. L'importante è sapersi accontentare di una vicenda che fa un po' estati di Canale Cinque. Perché nessuno ti amerà mai come se vivessi in un suo libro, eppure consolati: non sei in un suo libro, ergo la persona che ti è accanto e non ti ama così forte, probabilmente, non è condannata a lacrimose morti. (5,5)

Ci sono i classici archelogici che vanno a visitare il classico luogo misterioso e inaccessibile, nel classico horror tremolante e buio, uscito addirittura nelle nostre sale. La Piramide oggettivamente non è niente di nuovo. Certo, non è inguardabile, non è la più brutta delle visioni augurabili al nostro nemico, ma è inutile e trascurabile, soprattutto considando il fatto che venga proposto sulla scia del più recente e interessante Necropolis. Stile simile, trama in rima, ma idee giocate meglio, lì, e con più genuinità. Quello, nel profondo delle catacombe parigine, con la Divina Commedia che scendeva a patti con le avventure di Dan Brown, si era guadagnato una sufficienza. Questo, scimmiottando il predecessore – troppo recente e troppo poco importante per essere imitato – e alla lontana il cult Quella casa nel bosco, ci parla di leggende e dinvinità incazzose, ma oltre al sano brivido manca anche il mistero. Il found footage non stanca, vero, ma gli effetti visivi non sono, a tratti, all'altezza della situazione. Descritto così penserete che è uno schifo, ma invece no. Si segue, nonostante il tipico inizio pallosissimo, e l'improbabile svolta finale – costellata di buchi narrativi, ma fantasiosa il giusto – diverte. La mitologia egizia, accanto ai gatti carnivori e alle figure leggendarie dei libri di storia, avrebbe potuto offrire dritte più suggestive. Invece, l'autore del meritevolissimo Alta tensione – splatterone francese con una De France bestiale; l'avete visto? – non fa il massimo con una sceneggiatura esile scritta dagli americani, né con un cast modestissimo, in cui spicca giusto Denis O'Hare. Ma, ottimo in American Horror Story, con le sue mille facce da caratterista, qui non salva una barca che ha accolto acqua nera a bordo e, se non fosse per i canonici novanta minuti, andrebbe miseramente a fondo. (4,5)

martedì 20 agosto 2013

Recensione: La risposta è nelle stelle, di Nicholas Sparks

 Se non ci fossimo mai conosciuti, credo mi sarei reso conto che la mia vita non era completa. E avrei vagato per il mondo in cerca di te, senza sapere che cosa stessi cercando.

Titolo: La risposta è nelle stelle
Autore: Nicholas Sparks
Editore: Frassinelli
Numero di pagine: 425
Prezzo: € 19,90
Sinossi: Una strada coperta di neve, un'auto che perde il controllo e va a sbattere. Alla guida il vecchio Ira, che ora è incastrato, ferito, intirizzito dal gelo, e così solo. Il dolore lo immobilizza e rimanere cosciente è uno sforzo indicibile, almeno fino a quando davanti ai suoi occhi prende forma una figura, prima indistinta, poi dolcemente nitida: è l'immagine dell'amatissima moglie Ruth. Che lo incalza, gli impone di resistere, lo tiene vivo raccontandogli le storie che li hanno uniti per più di cinquant'anni: i momenti belli e quelli tristi, le passioni e i rimpianti, e sempre l'amore infinito. Lui sa che Ruth non può essere lì, ma si aggrappa ai ricordi, alle emozioni, alle parole di loro due insieme. Poco distante da quella strada, la vita di Sophia sta per cambiare per sempre. L'università, l'ex fidanzato traditore e violento, le feste e le amiche scompaiono nella notte di stelle in cui incontra Luke. Innamorarsi di lui è inevitabile, immaginare un futuro diverso diventa un sogno possibile. Un sogno che solo Luke può rendere reale. Purché il segreto che nasconde non lo distrugga. Ira e Ruth. Sophia e Luke. Due coppie che apparentemente non hanno nulla in comune, divise dagli anni e dalle esperienze, ma che il destino farà incontrare, nel più inaspettato ed emozionante dei modi. Ricordandoci che anche le decisioni più difficili possono essere l'inizio di un viaggio straordinario, perché i sentimenti e i segreti degli uomini percorrono strade impossibili.
                                                    La recensione
Una macchina vola giù da un burrone. Il rumore è attutito dal tappeto di neve bianca che copre tutto, ma non il dolore dell'anziano intrappolato nella vettura. Ha novant'anni, è un uomo d'altri tempi e sa che, probabilmente, morirà lì, da solo. Il suo nome è Ira e, con la cocciutaggine di tutti i vecchi come lui, si è messo alla guida anche in una serata da lupi. Non ha una casa a cui tornare, qualcuno con cui parlare, una persona che si stia domando dove si sia cacciato. Ha una casa piena di opere d'arte moderna, ma non ha né figli, né nipotini urlanti. E Ruth – la sua compagna, la sua migliore amica, sua moglie – è morta nove anni prima, fulminata da un infarto mentre lui stava sonnecchiando in poltrona davanti alla Tv. E' morta, lo sa. E' stato lui a cullare il suo cadavere fino all'arrivo dell'ambulanza, a combattere il silenzio e la voglia matta di raggiungerla lasciandosi a sua volta morire, a custodire le sue lettere e i suoi sogni segreti, eppure lei – in quegli ultimi attimi – è lì, accanto a lui. Quella deve essere la fine, perché, come dicono sempre nei film, nell'istante in cui muori tutta la vita sembra scorrerti davanti, riflessa sulla falce di un angelo nero. 
Con lo spettro di Ruth accanto – un riflesso di una notte d'inverno – Ira rivive in prima persona tutti i momenti della loro lunga storia d'amore. Un amore ordinario e straordinario, sopravvissuto alla Grande Guerra, ai drammi, alle tenerezze mancate di un bambino mai arrivato. Lei gli stringe la mano e, con i suoi baci, gli asciuga le lacrime; lui continua a raccontarle di loro; la neve – fuori – continua a cadere. Non lontano dai guai del poetico e malinconico Ira, due giovani si stanno innamorando, come seguendo le stesse tappe di quel vecchio amore che, parallelamente, la voce ruvida dell'anziano sta rievocando. Luke e Sophia s'incontrano a una festa in campagna: lui che festeggia la sua ultima vittoria, lei che si nasconde da un ex violento e possessivo. Quel cavaliere con il cappello di paglia e gli stivali da cowboy, sotto un cielo opaco solcato da stelle abbaglianti, salva quella dama del New Jersey dai libri sempre sottobraccio e dagli occhi incantevoli. Capisce che sarà la donna della sua vita al primo ciao. Anche se vengono da mondi diversi, anche se il futuro è un'incognita e lui, forse, potrebbe non averne nemmeno uno. Quando si parla di sentimenti, sono pochi gli scrittori a cui i lettori di ognidove affidano le chiavi che aprono le fragili serrature dei loro fragili cuori. Nicholas Sparks, che lo si ami oppure no, è innegabilmente uno di quelli. In tanti anni di carriera, ha conquistato la fiducia di un vasto pubblico che, a poco a poco, ha imparato a conoscerlo. Piace ad adulti e ragazzi, nonni e mamme, uomini e donne: i primi hanno scoperto quando sia bello leggere le parole di un uomo che parla di sentimenti universali e relazioni umane; i membri del gentil sesso, invece, inizialmente piene di ritrosia, si sono affidate a parole e frasi che scorrono dolci come carezze maschili: se spesso, tra fidanzati idioti e amici indelicati, hanno nutrito ragionevolemnte qualche dubbio, Sparks è la prova diretta che gli uomini, da qualche parte, lungo le strane linee del cromosoma Y, nascondano buonsenso, sensibilità, cuore. Leggendo i ringraziamenti di uno qualsiasi dei suoi ormai numerosissimi titoli, lo vediamo stillare una lista incredibilmente lunga di colleghi, amici, parenti e non ci soprenderemo nemmeno poi tanto nel trovare, un giorno o l'altro,  il nostro nome tra quei tanti, sinceri grazie. La verità è che lui sembra stranamente conoscere ognuno di noi: prende il meglio delle nostre vite e, con i miei e i tuoi ricordi, con i miei e i tuoi rimpianti, struttura piccole e grandi storie di cui noi tutti sembriamo i mattoncini, il collante, i singoli paragrafi. Io ho visto molti dei film che ha ispirato – alcuni riusciti, altri inevitabilmente meno – ma avrò letto giusto una manciata dei suoi romanzi. 
Non lo conosco bene e riconosco che, a lungo andare, le sue storie potrebbe risultare un po' tutte uguali, ma, nonostante tutto, una volta ogni tanto, devo ritornare da lui, a farmi aggiustare le giunture cigolanti del cuore o a farmele mettere a soqquadro come lui e pochi altri sanno fare. Mi fa un'immensa simpatia e ho... fede in lui: è una persona bella e semplice e scrive storie belle e semplici. 
In La risposta è nelle stelle dà conferma della sua sensibilità e della sua bravura, di essere umano e scrittore. Oggettivamente, non è il migliore dei suoi romanzi, ma la storia – così ampia e semplice – scritta da lui, regala autentici picchi di emozione. Riesce a districarsi perfettamente tra voci e generazioni tanto diverse, tra presente e passato, gioventù e vecchiaia, ma, come sempre accade quanto i punti di vista sono diversi, il lettore finisce per preferirne più uno rispetto ad un altro. E, aspettare che il nuovo capitolo segni l'ingresso, in un coro caleidoscopico di prospettive, della voce che noi abbiamo immediatamente riconosciuto come nostra, potrebbe diventare stressante, logorante, noioso. La voce che aspettavo continuamente di risentire era quella dell'anziano e debole Ira: un uomo che per tutta la vita ha amato la stessa donna. Lui ha saputo emozionarmi e cogliermi impreparato, incantarmi con le lunghe e romantiche lettere scritte alla sua Ruth e distruggermi con il racconto di quando, nove anni prima, la morte gliel'ha strappata dalle braccia, ma non dalla mente.  
Lui è il vero amore. Quello che, in una lettera di San Paolo, ripresa in I passi dell'amore, era descritto come sempre paziente e gentile, mai presuntuoso o pieno di sé, mai scortese o egoista. Mi ha ricordato quello dei mie nonni, che, dopo mezzo secolo, litigano come bambini capricciosi e si scambiano continuamente battute sardoniche, ma che – noi nipoti lo sappiamo bene - non riuscirebbero a sopravvivere se uno dei due venisse a mancare prima dell'altro. Ira e Ruth sono dei titani, dei combattenti nati: ebrei in terra straniera, sono sopravvissuti allo sterminio dei loro parenti sotto il regime nazista; genitori nell'anima, ma sfortunatamente sterili, fanno della loro grande casa un ritrovo di artisti sconosciuti e di bambini tristi a cui Ruth fece un po' da maestra, un po' da mamma, un po' da musa. Titani e combattenti come lo sono i giovani Luke e Sophia, che, nonostante l'ampio spazio a loro dedicato, non catturano cuori e attenzione come lo fa Ira – quasi un aedo d'altri tempi. Sono carinissimi e affiatati alle prese con il loro amore lampo, ma la storia parallela alla loro è un mondo a parte: sofferta, vera, antica. Sparks è sempre stato capace di fare fuochi d'artificio con la più banale delle storie sentimentali, ma quella di Luke e Sophia, anche se piacevole, è poco spettacolare, ecco. 
Non ci sono quei momenti da puro, stupidissimo batticuore che lui è tanto generoso a regalare: il passionale abbraccio sotto la pioggia di Le pagine della nostra vita, il ritrovamento del messaggio in bottiglia di Le parole che non ti ho detto o della foto di una donna sconosciuta in Ho cercato il tuo nome, le passeggiate in bici sul mare di Vicino a te non ho paura, le veglie notturne intorno a piccole uova di tartaruga di L'ultima canzone. E' la più normale delle storie, nel senso negativo e positivo del termine. Una storia vagamente new adult – ma senza sesso e le consuete volgarità aggiuntive - che non mi ha entusiasmato – sarà per lo sfondo di corse a cavallo, fattorie da riscattare, confraternite e rodei – ma che raccontata da lui ha il suo discreto motivo d'essere. Una scintilla (se cogliete il gioco di parole, vi adorerò!) vitale. Bello e positivo il finale, carico di ottimismo, fiducia e speranza. Fatto strano, penseranno in molti. Io per primo, quando mi trovo a guardare un film tratto dai romanzi questo autore, mi sento tanto uno spettatore degli Hunger Games, con le mie scommesse scherzose su chi morirà, su chi verrà lasciato e così via. Nonostante il velo di tragedia calato su quasi tutte le sue storie, però, trovo che il messaggio finale sia sempre positivo. E questo di La risposta è nelle stelle – tra l'altro, trovo il titolo abbastanza inadatto – lo è, eccome. Prova che alle belle persone, a volte, possano capitare, per una volta, belle cose. Due generazioni e due amori sotto la lente d'ingrandimento. Giovani irruenti e avventati; anziani – come Ira, Ruth e la simpatica e burbera mamma di Luke – con senno e anima. Un romanzo piacevole, anche se non bello come avrei invece voluto, che fa sì che due storie intense come quella di The Notebook e The Last Song si incrocino delicatamente, ma senza una violenta e commovente collisione. Ma emoziona, questo sì. Sparks è Sparks. Sempre.
Il mio voto: ★★★★ -
Il mio consiglio musicale: Ellie Goulding – I need your love (Acoustic Version)

domenica 16 giugno 2013

Mr Ciak #12: Stoker, Safe Haven, Tutti pazzi per Rose

Buona domenica a tutti, amici. Come state? Qui, si continua a studiare: la prova d'italiano è imminente! Oggi, per non lasciare che il blog cada nell'oblio più totale, vi propongo un nuovo appuntamento con la rubrica Mr Ciak, in cui vi parlerò di tre film adatti a tutti e molto validi. Il primo, Stoker, uscirà nei cinema italiani a giorni, il 20 Giugno e, con un cast straordinario e una trama da brividi, sono sicuro potrebbe sorprendervi non poco. Safe Haven, stranamente ancora inedito da noi, è tratto da uno dei tanti bestseller di Nicholas Sparks: Vicino a te non ho paura. L'ultimo, invece, è al cinema dallo scorso 30 Maggio ed è una commedia francese divertente, romantica, godibilissima, perfetto: Tutti pazzi per Rose. Fatemi sapere, come sempre, se li conoscete o cosa ne pensate. Mi ritiro nelle mie stanze e tra mari di appunti da ripetere. Un abbraccio e buona giornata, M.

Una fotografia ipnotica e nitidissima. Straordinari passaggi da una scena all'altra, talmente belli da sembrare pennellate in un'opera d'arte. Giochi di luce e buio, zoom e fermi immagine sulla natura in fiore e su spruzzi di sangue che sporcano i volti e il verde dell'erba. Angoscia e meraviglia che crescono insieme, in un film non bello, ma atipico, ansiogeno, sublime: che non dà pace. Vado raramente d'accordo con i critici cinematografici e, senza vergogna, ammetto di non essere mai stato attirato dai film di Chan – wook Park, di cui si ricordano con elogi continui soprattutto Thirst, Oldboy, Lady Vendetta. Non sono abbastanza maturo per apprezzare quel tipo di cinema e non ho la pazienza per assorbirlo e comprenderlo fino in fondo. Stoker, tuttavia, prima esperienza americana del regista, è un film estremamente affascinante e intrigante, di grande atmosfera e raffinatezza. Riesce semplicemente a stregare, a renderti parte dell'ossessione e di una lucida e ripugnante follia. E' oscuro, elegante, ansiogeno, grottesco, sottilmente malato: tragicamente bello. Tutto merito di un talento registico palese, sorprendente, pauroso e di una colonna sonora che – insieme alle immagini che scorrono – si libra in picchi di struggente drammaticità, e di un cast che lascia senza parole e incantati perfino davanti al panico dilagante. La storia ruota intorno a un triangolo familiare, a un lutto che ha lasciato una famiglia apparentemente perfetta in balia di segreti inconfessabili. Parla di un'innocenza che muore. Dopo l'improvvisa morte del padre, la diciottenne India si trova a vivere insieme a una madre algida ed incostante e ad uno zio sbucato dal nulla, ma che dietro di sé porta una scia di sparizioni e misteri irrisolti. Interpretato dal bravissimo Matthew Goode, lo zio è bello e crudele come Lucifero, l'angelo ribelle: una figura sorniona e carica di ombre che porta in casa la seduzione, la passione, le cicatrici di un passato mai condiviso con gli altri. Per Goode, che ho sempre allegramente sottovalutato, è una delle migliori prove di sempre.
La madre di India, invece, è Nicole Kidman: bellissima, bravissima e gelida come solo lei sa esserlo. A volte, sembra non essere di questo mondo. Altera, sensuale, perfetta, una donna alienata e distante: una cattiva mamma per un'attrice sempre e comunque fantastica. La chirurgia plastica alla quale anche lei ha ceduto – ma perché?! - non ha intaccato la sua espressività e il monologo finale che pronuncia è straziante, sentito, viscerale. La vera anima del film, però, è la giovane India, interpretata da una Mia Wasikowska in stato di grazia. Una prova da premiare: psicologicamente ed emotivamente carica, complessa, tormentata, che lei personalizza con le sua fattezze da eterna bambina e con uno strano, malizioso candore. I suoi occhi enormi ti spogliano, semplicemente. Un film tesissimo, scandito da omicidi e dal suono sincopato del pianoforte, da fantasie e da eredità tramandate nel sangue. Una pellicola dalla bellezza acerba e assassina. 
 
All'inizio di ogni anno, c'è sempre un autore che, dalle librerie, viene a farci compagnia al cinema: Nicholas Sparks. Dopo aver prestato molteplici volte le sue storie d'amore al grande schermo, a un anno esatto dall'uscita di Ho cercato il tuo nome, l'ho ritrovato per caso con questo Safe Haven, trasposizione del romanzo edito in Italia col titolo Vicino a te non ho paura. I produttori italiani, di solito, non ci mettono mai troppo tempo a riproporre le pellicole “con il macchio Sparks” qui da noi, ma su questo suo ultimo film, uscito negli USA a gennaio con un discreto successo, finora tutto tace. Strano, perché alla regia ritroviamo il buon Lasse Hallmstrom – già regista di Dear John e di altri successi come Chocolat e Hachiko – e perché la trama sintetizza tutti gli elementi proposti nei precedenti film e nei precedenti romanzi dell'autore. Katie è una donna in fuga e in cerca di un nuovo inizio. Un poliziotto la bracca con la stessa determinazione di un segugio e, con un nuovo taglio di capelli e un nuovo nome, la protagonista è in cerca del suo porto sicuro. Il pullman che doveva portarla ad Atalanta, fa sosta in un piccolo ed affascinante villaggio di pescatori e consolidate tradizioni, dove tutti si conoscono, ma dove un viandante stanco è sempre bene accetto, proprio come la calorosa ospitalità del Sud prevede. Katie trova lavoro come cameriera, un piccolo cottage nel bosco, e l'amore di Alex – un giovane vedovo, con due bambini a carico, che gestisce un negozietto d'alimentari affacciato sul mare. Entrambi meritano di amare ancora, entrambi meritano di tornare a vivere. Ma il passato, scopriranno, è una bestia dal quale non si può sfuggire. Solo stando insieme possono sconfiggerlo... Verissimo, lo so. La trama è già sentita, e Sparks non sembra aver rinunciato a quel solito velo di tristezza che è sempre stato proprio delle sue storie. Tra i protagonisti aleggia l'ombra della solita malattia e tra loro e la felicità sono stagliati i soliti ostacoli. Abbiamo la solita cornice suggestiva, accentuata anche da una bella fotografia, i soliti personaggi: più o meno giovani, dal passato complicato, con un nucleo familiare da ricostruire da capo... innamoratissimi. E, sinceramente, questa volta sono perfino troppo belli per essere veri! Tutta questa premessa per dire che, nonostante il solito tutto, come al solito, Nicholas Sparks sa far vibrare le corde giuste. Averci a che fare spesso potrebbe anche venire a noia, ma ritrovarlo ogni tanto fa effettivamente bene. I maestri del thriller hanno le loro regole, lui ha le sue. Sono già consolidate, eppure funzionano: sentimenti grandi fatti di gesti semplici, semplici; niente dichiarazioni eclatanti, niente forzatura da cinema. Parlerei quasi di realismo, se solo la realtà fosse così. Sicurissimo di sé dopo tantissime esperienze con i segreti del cuore e del dramma, Hallmstrom ci mostra paesaggi splendidi, momenti troppo perfetti per essere veri e un intreccio che mescola Via dall'incubo con Ricominciare a vivere. Affiatati, belli e convincenti, nonostante la lieve differenza d'età, Josh Duhamel (Tre all'improvviso) e Julianne Hough (Footloose, Rock of Ages) sono i protagonisti di questa storia. Lui, tra bionde e romanticismo, è sempre a suo agio. Lei, per la prima volta lontana dal musical, mostra che, nonostante la sua avvenenza, sta bene anche in altri contesti, e non solo nelle parate di Barbie in cui, fino a questo momento, l'avevo immaginata. Safe Haven non è nulla di nuovo, ma se avete cali di dolcezza e d'affetto, soprattutto per mezzo di un magico colpo di scena finale, potrebbe fare al caso vostro. Ogni tanto, dobbiamo a noi stessi la visione di questi film. Il nostro cervello, sotto sotto, ci perdonerà: se lo stacchiamo per un'oretta e mezza, anche lui starà meglio. Come noi dopo la visione di Safe Haven

Se vivi negli anni '50 e sei una giovane donna, puoi avere solo un sogno: fare la segretaria. Un lavoro moderno, di grande responsabilità, con l'accesso facile ai pettegolezzi e ai segretucci di tutti, che porta la bionda ed imbranata Rose nello studio dell'autoritario Louis, un capo esigente e normativo, ma che, tuttavia, crede ciecamente in lei. Una convivenza forzata li porterà a vivere sotto lo stesso tempo, la preparazione per un campionato mondiale di dattilografia li renderà sempre più vicini. Professionalmente e sentimentalmente. Le commedie romantiche: come le fanno i francesi, nessuno mai! Tutti pazzi per Rose è un esempio perfetto di garbo, grazia, eleganza, brio. Una fiaba moderna (o quasi) dai color confetto, dal lieto fine assicurato e di una leggerezza che fa star bene al primo sguardo. E' apparentemente semplicissimo, ma non lo è poi tanto. Dietro ogni scena c'è una citazione, dietro ogni vestito o scenario un rimando alto e nostalgico: la bellezza semplice e intramontabile di una Audrey Hepburn, un dosaggio di colori intensi e contrasanti che ricorda Hitchcock, un amore che strizza l'occhio al bellissimo My fair Lady.
Un film d'altri tempi, dunque, scandito dal ticchettio dei tasti di una macchina da scrivere – io le trovo splendide! Devo riesumare quella dei miei della soffitta... -, da risate e sorrisi dolci e dalle prove attoriali di Roman Duris e Déborah François. Il primo – una mascella pronunciata e un sorriso asimmetrico – dopo averci fatto divertire con Il truffacuori e tornare indietro nel tempo con Arsenio Lupin, si conferma uno degli attori d'oltralpe più bravi e versatili. La sua partner, invece, che non avevo mai visto prima sullo schermo, unisce perfettamente un fascino ingenuo e un'imbarazzante sbadataggine in una sceneggiatura che la vuole “principessa” e “sognatrice” della storia. Sarò di parte, ma lo consiglio. Adorabile.