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giovedì 4 giugno 2026

Recensione: La cronologia dell'acqua, di Lidia Yuknavitch

 | La cronologia dell'acqua, di Lidia Yuknavitch. Nottetempo, € 17, pp. 334 |

Con quanta grazia è possibile nuotare nell'abisso? In acqua, Lidia Yuknavitch si muove come un pesce. Ha le spalle larghe, i capelli odorosi di cloro, gli occhi blu piscina. Ma mentre macina gare su gare, intanto, annega in sé stessa: tre matrimoni, due arresti per guida in stato d'ebbrezza, un'infanzia spesa accanto a un padre orco e a una madre troppo assuefatta agli abusi per reagire. Senza il kajal sugli occhi e gli anfibi ai piedi, si dedica allo sport quattro ore al giorno tutti i giorni. E, nei ritagli, legge Mary Shelley al posto della Bibbia. E folleggia. Sempre in hangover, sprezzante e arrabbiata, colleziona compulsivamente sogni di fuga, ciocche di capelli, aborti, uomini e donne. La storia della sua vita ha ispirato anche l'esordio alla regia di Kristen Stewart che, dopo la première a Cannes, arriverà in Italia il prossimo 11 giugno con Wanted Cinema.

Nell'acqua, come nei libri – puoi abbandonare la tua vita.

In questo memoir controcorrente, capace della turpitudine e del lirismo più devastanti, i ricordi emergono in ordine sparso. L'autrice getta il sasso, e le immagini affiorano come onde sul pelo dell'acqua: ecco le mani oscene di suo padre sulle sue, le ceneri sparse nell'oceano in un cappotto rosso, la rottura dell'imene in bicicletta, il brivido del sadomasochismo. Ma anche le lezioni di scrittura creativa con l'autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, l'ascesa nel mondo accademico dopo le sperimentazioni della controcultura, le gioia della maternità, la resurrezione attraverso il perdono. Niente podi né inni nazionali, ma soltanto una piscina anonima in un piccolo resort, accanto a un figlio che ha ancora paura di immergersi.

L'immagine di Giovanna d'Arco sul rogo bruciò dentro di me come una nuova religione. Il viso rivolto al cielo. La fede irrobustita come una guerra santa. E sempre la voce di un padre nella testa. Come me. Gesù. Che cos'è un uomo smagrito appeso a un pezzo di legno accanto all'immagine di una donna guerriera tra le fiamme?

Raramente, o forse mai, ho letto di così tanta carne; di così tanta pelle - pelle abrasa, lacera, spasimata. Yuknavitch è in fiamme. Come una Giovanna D'Arco queer, trasforma il fuoco che si porta dentro in un canto tribale: genera energia geotermica. Yuknavitch nuota. Verso un obiettivo, o lontano da qualcosa? Immancabile per chi ha divorato Neige Sinno, Tiffany McDaniel, Goliarda Sapienza – e si è lasciato da loro divorare –, La cronologia dell'acqua è una lettura talmente immersiva da farci scordare la terraferma. Yuknavitch è maestra dell'apnea. Con il tempo, ha domato la frenesia per mezzo della disciplina: le mani scattanti sia tra le corsie che sulla tastiera del PC. Si immerge, e porta tutto in superficie. Finalmente a galla. Senza peso.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Dido – White Flag

sabato 10 aprile 2021

Sulla bocca di tutti: WandaVision | It's a Sin | Speravo de morì prima

Lei, sorridente e con una messa in piega inappuntabile, è la classica mogliettina pronta ad accogliere gli ospiti alla porta. Lui, impiegato sottopagato, si dedica a testa bassa al lavoro d'ufficio ma nasconde un'identità segreta. Lei strega potentissima, lui robot dal cuore d'oro, sono moglie e marito su uno sfondo saltato fuori dagli anni Cinquanta. Cosa hanno da spartire Wanda e Visione – due degli eroi più amati della squadra degli Avangers – con quelle sitcom senza tempo in stile Vita da strega? Cosa ho da spartire io, ancora, nemico giurato delle produzioni Marvel, con la serie più attesa e chiacchierata dei fumetti? Bene a conoscenza degli eventi del MCU grazie agli spoiler frequentissimi di amici e parenti, ho approcciato la serie in nove episodi senza confusione. Perché questo sacrificio? Gli stessi amici e parenti mi dicevano di vincere il pregiudizio e di gettarmi a capofitto in questo esperimento metatelevisivo senza precedenti. Man mano che la famiglia dei protagonisti si amplia – nascono due gemelli; la vicina di casa, Agnes, diventa una presenza fissa –, la serie cambia aspetto. Si avanza dagli anni Cinquanta ai Duemila, passando da Genitori in blue jeans a Malcolm in the Middle. Quale stregoneria è mai questa? Cosa succede nella cittadina di Eastview, protetta da una barriera impenetrabile e da leggi tutte sue? Inutile spendere parole di troppo, gli spoiler sarebbero dietro l'angolo. Tra omaggio luccicante e immancabile thriller a tinte action, WandaVision non è forse il capolavoro di cui si è letto qui e lì – sono troppi i buchi di sceneggiatura e l'epilogo, chiassoso, non mi è all'altezza della raffinatezza del resto –, ma resta in ogni caso una serie deliziosa. È l'anello di congiunzione tra il cinecomic e il film d'autore. È il ritratto sovrumano del più umano dei drammi, ossia l'elaborazione del lutto. È la consacrazione di Elizabeth Olsen, interprete splendida e versatile, accompagnata dal più dimenticabile Paul Bettany. È, sopratutto, uno spassionato atto d'amore verso l'amore e le serie TV: che, ora come non mai, ci salvano dai conflitti, dall'isolamento e, qualche volta, perfino dai noi stessi. (7,5)

Già profetico lo scorso anno, con il distopico Years and Years, Russell T. Davies si conferma la penna più adatta per catturare il meglio e il peggio dei nostri anni matti. Questa volta fa un passo indietro e si guarda alle spalle. Verso un passato che brucia ancora. Dichiaratamente omosessuale, Davies doveva avere la stessa età dei suoi protagonisti quando la paura ha cominciato a monopolizzare le conversazioni di un'intera generazione. Inizialmente sembrava una cosa destinata a sconvolgere soltanto i lontani Stati Uniti. In Inghilterra giovani, sfrenati, continuavano a darsi alla pazza gioia. Succede a Ritchie, aspirante attore che colleziona rapporti a rischio; a Roscoe, in fuga dalle restrizioni della famiglia; a Colin, discreto ma non per questo al sicuro. Unica donna della compagnia, la solerte Jill: un personaggio di una bontà mai vista, devota tanto ai propri coinquilini quanto alla causa gay. Inquadrati nella Londra dei primi anni Ottanta, i protagonisti sono un gruppo di ventenni che fronteggiano l'avvento spaventoso dell'Aids. L'ansia, le bugie, il negazionismo, gli ospedali affollati, i funerali in solitaria, la pulizia ossessiva e maniacale, il terrore viscerale del contatto fisico. Se tutto appare attualmente come non mai, in tempi di emergenza sanitaria, a risollevare gli animi ci pensa una dimensione corale degna di una sitcom bellissima. Qualche storia è a lieto fine, qualcun'altra purtroppo no. Scopriremo di famiglie accoglienti e di altre tenute all'oscuro. Vedremo le conseguenze della malattia – sarcomi, linfomi, perfino demenza – e i mezzi più ignoranti per scongiurarla – bere la propria urina, ingerire il liquido delle batterie. Quanta umanità e quanta follia nei protagonisti. Quanto bene gli ho voluto, nonostante avessero in molti casi il destino segnato. Che fosse una miniserie ironica, ben recitata e scritta benissimo, avrei potuto urlarlo al mondo anche soltanto dopo una manciata di episodi. Ma reduce dal quinto e ultimo, butto via i kleenex stropicciati e vi dico che la miniserie sulla morte ai tempi dell'amore resterà tra le più indimenticabili dell'anno corrente. (8,5)

Il lungo addio di Francesco Totti: l'ottavo re di Roma. Sei episodi dai toni indovinati, a metà strada tra la verve grottesca di Boris e il piglio esistenzialista di Paolo Sorrentino, per il biopic calcistico che non sapevi di stare aspettando. Lontano dal diventare un'agiografia stucchevole di matrice Rai, la serie diretta da Luca Ribuoli si conferma una fiera commedia nazional popolare: leggerissima, ma dotata altresì di una malinconia contagiosa, racconta cosa succede quando le luci dei riflettori stanno per spegnersi e cita con gusto Rocky, L'attimo fuggente e il cinema western di Sergio Leone. Nel mezzo del cammin della sua vita, dopo venticinque anni di onorato servizio, un “Pupone” sulla soglia dei quaranta si prepara a malincuore a riporre gli scarpini al chiodo. E a diventare finalmente uomo. Ma come non assecondare d'altra parte la tentazione tutta umana di inseguire un ultimo derby; un secondo tempo della giovinezza? Al congedo solenne partecipano figuranti d'eccezione – Del Piero, Pirlo, Calabresi, Memphis, Guzzanti –, quei genitori onnipresenti, dolcissimi e un po' cafoni – Guerritore e Colangeli –, i compagni di squadra – l'esilarante Antonio Cassano su tutti, dipinto come una sorta di delirante Lucignolo –, il nemico giurato Spalletti, la Blasi di una preziosissima Greta Scarano. Ma se la serie andata in onda su Sky si rivela essere la sorpresa televisiva di questo 2021 è soprattutto grazie al figlio d'arte Pietro Castellitto: una scommessa vinta. Che ci importa che sia più giovane e meno prestante del Francesco in carne e ossa, se becca a colpo sicuro la parlata strascicata, le smorfie e la capacità di far battute restando serio come Buster Keaton? Re e prigioniero all'interno di una Roma piena di contraddizioni, il capitano giallorosso si lascia raccontare tra pubblico e privato. E in una narrazione fluida, dove i ricordi d'infanzia si mescolano ad autentiche visioni a occhi aperti, segna il goal decisivo conquistando anche l'ammirazione di un profano mai stato all'Olimpico. (7,5)

mercoledì 7 febbraio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: I, Tonya | Wonder

Sfrecciava leggiadra sulle lame dei pattini, portandosi dietro scie di sangue. Si gettava con così tanto impeto nell'impresa impossibile di un triplo axel da apparire, complice la velocità, una figura indistinta al centro della pista. Giravano lei, il mondo, e quella figura sfocata appariva ora un'icona di stile, ora un mostro: una creatura bicefala. Tonya Harding, la pattinatrice. La mandante, o così si raccontò negli anni Novanta, del pestaggio di una collega rivale. Sulla sua vita, sulla sua verità, hanno ricamato a piacimento i media. I, Tonya racconta come fosse una lunga e incensurata intervista, un documentario bizzarro, l'ascesa e la caduta – soprattutto, i chiacchierati misfatti – di un nemico pubblico col vestito glitterato e il fiocco fra i capelli. Il risultato è la biografia politicamente scorretta che non ti aspetti. L'altro lato della medaglia. Bambina prodigio, spremuta come un limone sin dalla tenera età, la protagonista cresce nella violenza fisica e psicologica. Si affida ciecamente all'esempio della volgare mamma manager (un'irresistibile Janney in odore di vittoria, già genitrice degenere nella sit-com Mom), a un compagno manesco (il baffuto Sebastian Stan), all'imprevedibile volubilità del pubblico (che ora la acclama, ora la chiama campagnola); infine, ai servigi di un manipolo di sicari stupidissimi da cui non potevano dipendere né vite né reputazioni, no. La Harding si esibiva su note assordanti, portava lo smalto colorato in barba alle regole, indossava vestitini succinti cuciti personalmente a macchina la notte prima. Tecnicamente insuperabile, non piaceva ai giudici: in cerca di campionesse di pattinaggio, e di moralità. Su Netflix, lo esemplificavano già gli incontri a tavolino di Glow: una nazione di patrioti bellicosi, di benpensanti, ha bisogno di personaggi rivali nello sport; della battaglia fra bene e male. Tonya, suo malgrado, al contrario della dolce Nancy, era il male incarnato. Perché, cosa inammissibile, aveva una personalità. Amareggiata, sempre fuori posto, indesiderata, cerca allora la gloria che le spetta – e che in fondo merita – con le cattive. Il montaggio e la colonna sonora, pazzesca, sono martellanti. Craig Gillespie, alla regia, si muove come un David O. Russel rock n' roll. Una quasi irriconoscibile Margot Robbie, pronta a tutto per scollarsi di dosso l'etichetta di pupa bella e innocua, sorprende per una maturazione avvenuta dalla notte al giorno – al di là di un allenamento fisico che deve averla molto provata, di sedute estenuanti di trucco e parrucco che nemmeno riescono a imbruttirla troppo, ammiratene l'intensità dei pianti e dei sorrisi forzati allo specchio del camerino, a pochi minuti dal verdetto finale. La campionessa sovversiva ha un'interprete alla sua altezza, un film che la rispecchia. Fatto di sudore copioso, sangue pazzo e glitter ovunque. Di grazia su ghiaccio e ingiustificata barbarie. Per la tendenza tutta americana a non vedere sfumature, a non ammettere gradi di colpevolezza, c'è gente da amare e gente da odiare: punto e basta. Tu, Tonya, qui puoi finalmente essere amata. (7,5)

Sulla scia dell'entusiasmo generale, ai tempi, ho provato e riprovato a leggere quel romanzo con la copertina pastello che parlava di diversità e altruismo. Apprezzo sinceramente le storie che sanno rivolgersi a grandi e piccini, ma bastavano poche pagine appena per trovare insopportabile l'eppure apprezzatissimo Wonder. Questione di stile, forse. Questione di romanzi a tesi, a tavolino, che sanno di lacrime facili e furberia. L'ho aspettato al cinema senza aspettarlo mai per davvero. Un po' di curiosità per Chbosky, autore e regista di cui avevo perso notizie dopo il successo di un cult intitolato Noi siamo infinito; un po' di curiosità per il ritorno di Jacob Tremblay, il bambino prodigio in Room, in un adattamento che lo vuole ancora alle prese con la scoperta del mondo esterno e ancora coprotagonista, sebbene molto più in sordina, della stagione dei premi – il film, accanto alla nomination all'Oscar per il miglior trucco, ha ricevuto più di qualche menzione agli scorsi Critics Choice Award. Arrivato in sala sotto festività che dovrebbero addolcire di per sé, Wonder è il primo giorno di Auggie alle scuole medie. Un bambino che ama Star Wars e lo spazio profondo, parla di Halloween come della sua festa preferita e, a soli dieci anni, fa i conti con una malformazione al viso che l'ha reso oggetto di derisione. Si nasconde dietro un casco da astronauta, sotto il cappuccio della felpa, ma mamma Roberts e papà Wilson lo spingono delicatamente a uscire dal guscio; a crescere. Fra sfottò, pranzi in solitaria, amici che tali non sono, le ore di lezione – e di questo film – vanno come previsto. Qualcuno si ravvede in vista di un epilogo troppo buonista e qualcun altro impara la semplicità del perdono, la famosa bellezza interiore e la necessità, a volte, di un pugno sul naso ben assestato per zittire le risate di scherno. Dalle parti di Diario di una schiappa e Dietro la maschera, il piccolo Elephant Man del sempre dolce Tremblay è un prodotto in stile Giffoni, un inno alla gentilezza che a volte si perde nella stucchevolezza di una famiglia perfetta e nelle evitabili lungaggini del finale. I cosiddetti ragazzi normali sono forse risparmiati dall'agonia del crescere, del rapportarsi? Pur lontanissimo dalla meraviglia del titolo, Wonder piace allora. Quando, a punti di vista alterni, si apre ai comprimari – una sorella maggiore alla scoperta dell'amore e del teatro, un amico che ha tanto da farsi perdonare, un'adolescente meno superficiale di quanto non dicano le sue ciocche rosa – e alla segretezza delle loro battaglie. Scritte, ma non sulla faccia. (6)

lunedì 6 novembre 2017

Recensione: La corsa di Billy, di Patricia Nell Warren

| La corsa di Billy, di Patricia Nell Warren. Fazi, € 18,50, pp. 332 |

Una vita sacrificata per contrastare la propria natura e frenare voci di corridoio che già una volta hanno distrutto una famiglia infelice, una sudata carriera accademica. Harlan, allenatore sportivo sulla soglia dei quaranta, alla Prescott ha finalmente trovato se stesso e quella che somiglia alla normalità. L'università di provincia, baluardo di lungimiranza e impegno sociale negli spietati anni Settanta, accoglie di buon grado quelli come lui: lebbrosi, diseredati, pariah. Omosessuali contro le leggi e Madre Natura. Siamo nell'epoca dello Stonewall, di Harvey Milk, delle marce e della rivoluzione sessuale. L'arrivo di tre nuovi studenti – capaci atleti messi alla porta per presunti comportamenti immorali – infrange corazze ed equilibri di fortuna. Il represso Harlan – con una ex moglie, due figli, bruschi modi da marine e sperimentazioni sessuali clandestine – è chiamato a esporsi, a mettersi in gioco. In ballo: il futuro di quelle giovani promesse che puntano all'oro olimpico e che, tra jeans a zampa d'elefante, tatuaggi e squallidi sfottò, fanno parlare e sparlare. Il pericolo: rischiare che l'attrazione fisica verso il promettente Billy, cresciuto sano e rispettoso da un avvocato liberale e da una mamma drag queen, si trasformi in qualcosa di molto più profondo. Mettere in gioco, così, anche il cuore? Non tutto il mondo è la Prescott, nel romanzo cult di Patricia Nell Warren. Pubblicato in segreto ormai quarant'anni fa, risulta ancora urgente e attualissimo – a questo, leggevo in rete, sono seguiti due capitoli di minor risonanza. Ci sono le domande inopportune della stampa. I pianti e le recriminatorie di partner deluse e madri redivive. L'intollerenza, mascherata oggi da comoda indifferenza, delle istituzioni sportive. Il pensiero delle unioni civili e di lasciare un'eredità, un segno nel mondo, generando un bambino del miracolo. Il timore degli attentati terroristici, i controlli a tappeto negli stadi, dopo il loro Martin Luther King e il nostro allarmismo dilagante.

Per il momento, corro e ti amo, e questo è tutto quello che voglio fare.

La corsa di Billy è una storia sotto il segno dell'Acquario, dell'amore e dell'oro olimpico, dove si disputa la corsa della vita – e dell'amore. Corre veloce, ma la violenza di più. Gli Stati Uniti cercano qualcuno che porti alta la loro bandiera a Montreal. La sessualità di Billy, due occhi intelligenti dietro gli occhiali a fondo di bottiglia e piedi come il fulmine, è un disonore per un Paese bellicoso e conservatore. Il corridore diventa suo malgrado una sfida vivente. Un simbolo inequivocabile, e non quello che l'America sperava. L'autrice, che ha ispirato generazioni di lettori e lettrici, descrive la famelica New York gay di quegli anni, le lotte in tribunale e una struggente storia tra due che si scelgono, nonostante gli sberleffi di un mondo ben lontano dall'accoglierli. La narrazione, scorrevole e mai compassata o pudibonda, conosce paradossalmente più di qualche rallentamento quando lo sparo al cielo annuncia l'inizio delle gare. Il sudore gocciola in rivoli sulle facce, le scarpette scattano furiosamente, i cronometri vengono azionati in perfetta sincronia, ma lo sport raccontato dalla Warren – penso invece al bellissimo Open, letto appena qualche mese fa – e la troppa politica tra le righe coinvolgono meno della relazione tra Harlan (all'inizio il classico americano medio) e Billy (al contrario, in pace con se stesso e seguace convinto della nonviolenza). Con buona pace della critica, però, ricorderò i due con meno intensità degli iconici cowboy di Annie Proulx o dei poetici villeggianti di André Aciman. I protagonisti cedono ai loro bisogni con istinto animale, all'aperto:  quasi a farsi beffe dell'ipocrisia altrui, del terrorismo psicologico che vorebbe renderli sconosciuti. Mettono il piede in fallo e cadono nella voragine dell'amore – in inglese, luogo non meno concreto e sfiancante di una pista agonistica. Vivono, poi, tutti i passaggi cruciali di una candida routine trascorsa insieme: una relazione da legittimare con un semplice e da cui far nascere, magari, il sogno impossibile di altro amore ancora.

Se lui ricorreva allo yoga per prepararsi mentalmente alla gara, io ricorro a lui. Billy corre dentro di me.

Dietro la copertina di una ristampa rosa shocking, resta così una vicenda impastata di rabbia e lacrime, con il passo abbastanza lungo – e i pensieri ancora di più – per bruciare il traguardo nello sprint finale. Su chi cade, tampona sputi e stanchezza con la manica della giacca, e si rialza barcollando un po'. Su chi si vuole bene e lo ostenta, perché incontrarsi e volersi è un'altra vittoria da celebrare sul podio. Sullo spettacolo delle rivincite, e di qualche uomo che si ama.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Hozier – Take Me To Church

sabato 15 aprile 2017

Recensione: Open. La mia storia, di Andre Agassi

L'odio mi mette in ginocchio, l'amore mi fa alzare in piedi.

Titolo: Open – La mia storia
Autore: Andre Agassi
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 502
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Costretto ad allenarsi sin da quando aveva quattro anni da un padre dispotico ma determinato a farne un campione a qualunque costo, Andre Agassi cresce con un sentimento fortissimo: l'odio smisurato per il tennis. Contemporaneamente però prende piede in lui anche la consapevolezza di possedere un talento eccezionale. Ed è proprio in bilico tra una pulsione verso l'autodistruzione e la ricerca della perfezione che si svolgerà la sua incredibile carriera sportiva. Con i capelli ossigenati, l'orecchino e una tenuta più da musicista punk che da tennista, Agassi ha sconvolto l'austero mondo del tennis, raggiungendo una serie di successi mai vista prima.

                    La recensione
Lo sport non m'interessa. Mi tengo in forma con il mio passo veloce, limitando gli spostamenti in auto e affrontando la routine sempre di fretta. Sono pigro e poco portato. Trovo sempre di meglio da fare: leggere, ad esempio. E in televisione, tranne in periodo di Mondiali, sempre di meglio da guardare: anche quelli, però, li seguo più per dovere che per patriottismo. Sono un orecchiante del calcio, lo sport nazionale, quindi immaginate quanto poco ne sappia di tennis: le regole base, la rivalità tra Federer e Nadal, i gemiti equivoci delle Williams quando sono in un'altra stanza e ridendo mi domando cosa stia andando in onda, nel frattempo, su Studio Sport. Andre Agassi è un nome sentito non ricordo dove in tempi recenti. All'epoca di questa autobiografia apprezzatissima, non soltanto dai sostenitori del campione, con l'inequivocabile impronta di un autore premio Pulitzer – il tennista si confessa senza filtri, ma a prenderne nota è lo straordinario J.R. Moehringer, debitamente ringraziato in chiusura. Mi dicevano tante cose, ma ci è voluto l'incentivo del solito Libraccio. Il momento migliore per vincere la mia ritrosia. Open come il quarto torneo del Grande Slam. Open come cuore aperto, messo su una bilancia: succeda quel che succeda. Si parte dall'ultima sfida prima dell'abbandono, nell'estate del 2006. Se il tennis è la vita, infatti, il ritiro a cosa somiglia? L'incipit gioca sporco. Il campione ci confessa fuori dai denti che il tennis l'ha odiato con tutte le sue forze sin dall'infanzia. A trentasei anni, a un passo dal pensionamento, si accorge però di non poterne fare a meno. Senza sarebbe perso. Questo Agassi si muove come un vecchio: è un relitto umano, è tutto un dolore. Di notte scivola sul pavimento per raddrizzare le vertebre, e lì trova pace. Lo tengono insieme la famiglia, l'adrenalina, il cortisone in circolo. 
Il tennis è guerra di logoramento, uno sport solitario. Dagli spogliatoi agli spalti, passando per un sottopasso che nei giorni peggiori sembra interminabile, il narratore vede scorrere davanti a sé tutti i momenti – e tutte le preziose comparse – della sua vita al massimo. Un'infanza di sacrifici e privazioni a Las Vegas, condivisa con un padre iraniano a cui deve il successo e i complessi di inferiorità. Un imprinting obbligatorio, forzato, che l'ha presto messo faccia a faccia con il “drago” – un marchingegno sputapalle, assemblato nel cortile dietro casa – e con l'impossibilità di scegliere strade alternative all'oro. Il trasferimento presso una rigorosa accademia in Florida e, da lì, i primi trionfi in giovane età. Agassi cresce sul campo. Combattutto tra flirt dati in pasto ai rotocalchi e grandi amori – il galante corteggiamento via fax alla Shields e le scenate di gelosia sul set di Friends, il ben più fortunato matrimonio con la collega Steffi Graf –, essere e apparire. L'enfant terrible dal look punk è un Sansone irrequieto, in crisi di identità. Gioca in jeans e, cosa assurda, senza mutande. Mangia e beve troppo, e la metanfetamina lo tenta per qualche tempo. Si tinge i capelli, li taglia alla mohicana e, prima di gettare maschere e parrucche, nasconde la stempiatura con un toupè che gli dà da penare. 
In Open, abbandonato il machismo che ci si aspetterebbe, appare come un atleta che ha più da perdere che da guadagnare. Lo si capisce da quel primo piano che non lascia scampo. Le rughe, il pizzetto ingrigito, la calvizie tanto vituperata. Gli occhi umidi, soprattutto, di un uomo dolce, vulnerabile e profondamente buono. Il solitario che degli altri aveva un bisogno matto e disperato. Il ribelle filantropo, diplomatosi per grazia di Dio, che sceglie di investire nell'istruzione. Il campione che il tennis, le medaglie, le detestava. Leggere di lui è stato come viaggiare accanto a una persona che non vedrai mai più in vita tua. Il fatto di essere sconosciuti favorisce l'onestà. Andre Agassi era per me una faccia nota a malapena, con un borsone di palestra sulle ginocchia e una storia lunga vent'anni da snocciolare. Attacca bottone, un po' per noia e un po' per necessità, e tu non sei propriamente l'interlocutore ideale. Ti danno fastidio gli estranei amichevoli sui mezzi pubblici. Se tutti ti credono a torto un grande ascoltatore, in realtà, è perché parli poco di tuo. Figuriamoci se ti si siede accanto uno che del contatto fisico, del dialogo, ha sempre avuto un bisogno viscerale. Figuriamoci se è uno sportivo di cui non hai quasi sentito parlare e, per presunzione, ritieni ignorante e strapagata l'intera categoria. All'inizio ti domandi: ma quando si arriva, ma quando scendo da qui sopra. Non presti ascolto, ma poi ti ci appassioni. Ogni tanto ti perdi - nelle meticolose dinamiche di match che capisci nelle linee generali, nella conta delle sconfitte colossali e delle rimonte clamorose -, ma ti ritrovi commosso dagli squarci di vita vissuta che ti lascia cogliere. Tu non sei tipo da tennis. Da abbracci, probabilmente, meno ancora. Ma prima di scendere ricambi la stretta di Andre, ci metti tutto il calore e la forza che possiedi. Ringrazi per l'onestà spassionata, non dovuta. 
E dici tra te e te: che storia, che partita, che vita. 
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Imagine Dragons – Believer

giovedì 22 settembre 2016

I ♥ Telefilm: Scandal V, Barracuda, American Gothic

Quattro stagioni fatte fuori in un'estate. E io, che eppure non amo né le maratone ser(i)ali né i recuperi in grande, con Scandal mi ero fissato. Con i gladiatori in doppiopetto della bellissima e spietata Olivia Pope, dopo aver fatto l'errore di ignorarli per anni e anni, avevo fatto pace, infatti, consacrandogli i mesi fatidici in cui il sole batte, la televisione è spenta, i cinema chiudono. Nonostante il gran parlarne, nonostante i “guardalo, guardalo”, che sorpresa: me lo aspettavo più serio o forse l'esatto opposto, trash e senza redenzione. Invece, tra comprimari iconici, dialoghi brillanti e loschi intrighi alla Casa Bianca, ero rimasto conquistato dalla Rhimes amata dai più. Una furiosa carrellata, giusto in tempo per la quinta stagione. Sono in pari: guardo un episodio, un altro... arrivo al decimo. E poi? C'è che, poi, di Scandal ho fatto indigestione. Gli ho detto arrivederci durante la pausa invernale e solo mesi dopo, a stagione conclusa e già doppiata, ho prosegito. Ma sempre perché la concorrenza scarseggiava, in sala così come sui palinsesti, e nelle sere a casa non sapevo come impiegare il tempo. Indigestione, a ripensarci, o delusione? La quinta, probabilmente, è la stagione meno riuscita. E gli episodi introduttivi, lenti, disinformativi e patinati come una puntata speciale di Verissimo, erano l'equivalente dei rotocalchi che leggi – e scordi – nelle sale d'attesa. Dopo lunghi tira e molla e infinite chiamate notturne, il Presidente e il suo braccio destro, quella Olivia suscettibile e sentimentale che non mi è mai stata troppo simpatica, hanno l'occasione di essere felici. Ma le cene di gala, le mani sventolate e i compiti di una first lady non si addicono alla Pope, che trascura il suo team e, momentaneamente, la sua anima battagliera. La squadra, così, rischia il disfacimento: manca il collante, che indossa abiti color avorio e procura succulenti ingaggi. Scandal si perde fino a metà. Poi, è tempo di presidenziali: il mandato di Fitz sta scadendo, lui e lei si accorgono che si amavano di più se lontani e ostacolati, il magnifico Commando muove le fila – e, a sorpresa, trova una moglie per Jake, l'altro lato del triangolo. Ritorna Mellie, in gran spolvero, reduce dalla tragica morte del figlio e dal chiacchierato divorzio: sa cosa vuole, e vuole essere la prima donna al potere. Olivia, da sua nemica giurata, sposerà la sua causa. Mi è mancato Cyrus (protagonista di una grottesca relazione con la sua guardia del corpo, mentre il marito, affascinante gigolò affrancato, rode per la gelosia) e qualche episodio in surplus – dieci, diciamolo pure – mi hanno traviato, in accordo con la mia incostanza. Però Scandal rimonta in sella, si rialza senza graffi sanguinanti, e torna lo stesso di sempre o quasi. A ricordarti che nel profondo del suo essere è una soap opera, sì, ma che un cast straordinario – guidato dall'affidabilissima Kerry Washington – e una scrittura che si va man mano rinvigorendo e raffinando fanno miracoli contro la catastrofe delle prime impressioni. (7)

Danny Kelly, diciassette anni, viene ammesso in una prestigiosa scuola privata in cui appare subito fuori posto. Ha una famiglia d'immigrati, che gli dà tanto supporto e anche un po' di vergogna, e un solo talento. Il nuoto è e sarà il suo lasciapassare. "Pariah" tra i coetanei, in piscina si muove come un delfino. Anzi, come un pesce cane. Le bracciate precise, il corpo perfetto e i tempi folgoranti lo porteranno a essere ben visto nella squadra, a guadagnarsi un soprannome su misura. Forse, alle Olimpiadi. Tratto da un romanzo dell'autore di Lo schiaffo e liberamente ispirato alle imprese in vasca di Ian Thorpe, Barracuda è una miniserie che ho visto per caso. Ed è così che spuntano le belle sorprese. Partita come un teen drama, canonica ma coinvolgente già a prima vista, la serie australiana sul liceale con la stoffa del campione si evolve in fretta: la popolarità, infatti, fa sì che il timido Danny venga ammesso nei salotti, e nella casa delle vacanze, di una famiglia in vista. Corteggiato dalla primogenita, in segreto pensa però al fratello di lei, Martin: nuotatore che il protagonista ha scalzato, e che a volte sembra assecondare il suo sentimento, altre respingerlo. Barracuda, tra le righe, parla del tabù dell'omosessualità nel mondo dello sport, ma con assoluta discrezione. Parla di quei giovani dati per sconfitti che invece ce la fanno. Ancora, di quant'è difficile rialzarsi dopo una caduta: se si atterra in acqua, c'è il serio rischio di morirne. Nella seconda parte, emozioni intense e notevoli picchi di struggimento. La serie punta sul viso pulito dell'esordiente Elias Anton, fisicamente e emotivamente provato; sugli sguardi con Ben Kindon, viziato e impenetrabile; su una calorosissima dimensione familiare e sulla sinergia con l'ottimo Matt Nable, allenatore saggio e fragile quanto Stallone nell'ultimo CreedBarracuda punta al cuore. Un cuore grande e sciupato – per l'oro olimpico, per l'amore -, che ricorda un Veloce come il vento. Come lì, coinvolgimento assicurato anche per i non appassionati; solo, più amarezza. Il greco Christos Tsiolkas cura la biografia immaginaria di una meteora degli anni Novanta: un atleta che un giorno emerge, l'altro sprofonda nell'oblio. La notorietà, in un mondo di competizione e sacrificio, dura un niente: quattro episodi appena. E se si annega e poi si torna a respirare, come in quelle storie di rivincita che mi emozionano sempre, qui ci si concentra più sullo scivolone, sulla caduta, sul piede messo in fallo. Quanto è umiliante deludere le attese? Quanto fa male reinventarsi, anche se a soli vent'anni? (7,5)

La famiglia Hawthorne è sinonimo di denaro e potere. Costruttori da generazioni, lavano i panni sporchi lontani da occhi indiscreti e custodiscono gelosamente i loro misteri. In seguito a un crollo, viene trovata la prova schiacciante che il Killer delle Campanelle, assassino che strangolava le proprie vittime con una cintura di pelle e lasciava una campanella d'argento sulla scena del crimine, ha mietuto un'altra preda prima di scomparire nel nulla. Forse, è uno di loro: al di sopra di ogni sospetto, con tutto da perdere. Quel patriarca, magari, che è morto portandosi nella tomba il suo ultimo segreto? American Gothic, libero rifacimento di una serie degli anni Novanta a me sconosciuta, ha un titolo che rimanda al dipinto a olio di Grant Wood e a un celebre romanzo del Robert Bloch di Psycho. Giallo in tredici episodi, patinatissimo ma dal decoroso taglio stilistico, è in realtà una soap – da quel che leggevo, già in onda su Rai Due – ambientata tra passato e presente, dei cui misteri si viene a capo solo alla fine. Semiserio intrattenimento estivo, trash ma non così tanto, è una partita a Cluedo giocata dai membri della famiglia protagonista: chi perde muore. Eredità e delitti svelati portano gli Hawthorne a riunirsi, sotto i flash e le domande dei giornalisti d'assalto. Una buona Virginia Madsen, mamma chioccia senza scrupoli, accoglie in salotto la figlia maggiore, che si è data alla politica; la piccola di casa, che ha poco intuito e un marito poliziotto; il tenebroso Antony Starr di Banshee – incrocio tra Fassbender e Ian Somerhalder –, che torna suo malgrado all'ovile, dopo una gioventù ribelle; da Shameless, un Justin Chatwin fumettista e tossicodipendente, padre di un bambino inquietantissimo e compagno di un'artista che salta da una clinica all'altra. Cinque pedine, ognuna con le proprie sottotrame da portare avanti, la giusta quantità di curiosità e qualcosa che non torna, anche se sei stato un fedelissimo perfino delle discutibili vendette di Revenge. Lo seguivo a tempo perso, ma American Gothic mi piaceva oppure no? Un epilogo non all'altezza – il season finale è forse la parte peggiore -, infine, mi ha suggerito di no. Quello, non del tutto scontato, ma raffazzonato e strascinato, ha fatto più danni di un cast che recitava senza crederci davvero e di un intrattenimento discreto, tutto sommato, nonostante i buchi narrativi e le leggere noie in mezzo. La metà esatta degli episodi avrebbe fatto a metà del patimento. Richiesta esagerata, se parliamo a tu per tu con un irredento guilty pleasure? (5,5)

mercoledì 1 giugno 2016

Mr. Ciak: A Bigger Splash, Eddie The Eagle, Colonia, 10 Cloverfield Lane, The Driftless Area

Una rocker con il look di Bowie e un'operazione alle corde vocali che la rende afona. Un compagno più giovane, regista di documentari, che l'ha salvata dagli eccessi. Pantelleria, isola paradisiaca, che li vuole nudi, focosi e rilassati durante il loro periodo di villeggiatura. Se non arrecano disturbo i barconi clandestini, a largo, lo stesso non può dirsi di ospiti verso cui fare buon viso a cattivo gioco: un produttore sui generis – nonché vecchia fiamma – e la sua giovane figlia che, da bordo piscina, legge e ammicca. Cosa succede in un pollaio così, se si scontrano due galli? Quali pulsioni scattano in un quartetto aperto ai poligoni amorosi e alla gelosia? Quanta acqua schizza – e quanto fumo negli occhi soffia – l'ultimo film del buon Luca Guadagnino? Allo scorso festival di Venezia, ricorrenza in pompa magna di griffe e noie, il remake di un lungometraggio con Alain Delon aveva lasciato fredda e scettica la platea. Sarà che la bella stagione è a un passo, sarà che di Guadagnino amo i virtuosismi e l'edonismo, ma – come si suol dire – tra gli specchi d'acqua salmastra e le piscine private di A Bigger Splash ci ho letteralmente sguazzato. Partito come una versione meglio scritta del francese Un momento di follia e destinato, nell'ultima mezz'ora, a arenarsi in un guazzabuglio di toni ora gialli e ora grotteschi, l'ultimo Guadagnino non resta sempre in equilibrio, vero: ma, quando scivola, cade a picco nel blu. Nuoterà, oppure no? C'è chi si concentra sui difetti dell'epilogo – e sono numerosi, tra il cameo di un Guzzanti ispettore, coppie di carabinieri da barzelletta, xenofobia – ma, personalmente, sono vittima dell'ascendente che Guadagnino esercita su di me. Perché ama le belle cose, le forme e i colori, e io non resisto. Se il precedente Io sono l'amore era un gelido, sopraffino melò, A Bigger Splash è il suo alter-ego, più fresco, solare e capriccioso. Ritroviamo il binomio amore-morte e, con grande piacere, una Tilda Swinton oggetto di venerazione: cinquantacinque anni, di un bello senza sesso, un fisico spigoloso. Però, qui, quanto è affascinante, con la schiena nuda, gli abiti anni Cinquanta e un paese che ucciderebbe, per un suo cenno? Quant'è istrione l'innamorato respinto di Fiennes e quanto sono irresistibili Shoenaerts e la Johnson, mirati e rimirati, spogliati da capo a piedi? Troppo, tutto. Quindi, abbagliato, mi sono goduto le follie di un cast di ninfette e abbronzatissimi marcantonii, che chiacchierano, seducono e ammazzano il tempo (e non solo quello). Guadagnino fa loro da balia, riesce a metterli sorprendentemente in riga, ma una sceneggiatura gocciolante, purtroppo, non aiuta. Sensista e ironico, dal cipiglio europeo, A Bigger Splash è un'altra faccia di un cinema italiano al passo. Cocktail impreciso e strabordante, spensierato, che dà alla testa. (7)

Nell'Inghilterra degli anni Ottanta, Eddie è un ragazzo mingherlino, cagionevole e non particolarmente brillante: le ginocchia ballerine, gli occhiali a fondo di bottiglia, una fisicità che stimola la crudele fantasia dei prepotenti. Il suo destino: imbianchino, come il papà. Il suo sogno: le Olimpiadi. Perciò lui, che per lo sport non è mica molto portato ma che non ha paura di cadere e rialzarsi, prova discipline e divise varie e, rotolando nella sabbia, ricerca la sua vocazione. E se fossero gli sci? E se fosse il salto in alto, che nel Regno Unito non ha campioni? Investire su se stessi, rubare il furgoncino della ditta di famiglia e andare in Germania, lassù tra i monti e i fuori classe. Puntare al Canada, però. E, nel mentre, trovare un coach – atleta in decadenza che ha preferito l'alcol alle medaglie – e il calore dei giornalisti. Perché questo Eddie è più un pollo che è una aquila, però vola. E, a mezz'aria, sorprende. Eddie The Eagle, ispirato a una di quelle vicende che piacciono a me, è una commedia di quelle che piacciono a me. Ma tanto. Tenere ed edificanti, infatti, ti toccano il cuore. Belle o brutte, che importa: l'importante è che, come nel caso del recente One Chance – L'opera della mia vita, siano un sollievo dalle fatiche visibili e non e, soprattutto, appaiano inguaribilmente british. Ci si stenta a credere, ma Eddie ha impensati assi nella manica e, goffo e acerbo, la voglia di partecipare del proverbio; possibilmente, lasciando un segno sulla neve. Le mille risorse di lui, però, non trovano un corrispettivo nel film che racconta la sua vita a mo' di fiaba: la commedia sportiva di Dexter Fletcher, altrove assai bene accolta, è piacevole, trasognata, ma meno riuscita di altre simili. Gli ho preferito, appunto, il biop – da noi, purtroppo, destinato solo al noleggio – su Paul Potts, vincitore di Britain's Got Talent a cui il nostro Pavarotti aveva tarpato le ali. I difetti, questa volta, non nel lieto fine annunciato: è quello il bello, nella classica rivincita degli underdog. Piuttosto, nella scarsità dei comprimari: figuranti passeggeri; Cristopher Walker e Jim Broadbent cronisti; un Hugh Jackman pigmalione, riciclato da Real Steal senza troppe cerimonie. Tutti i pregi, invece, si chiamano Taron Egerton – e la spia in erba di Kingsman, qui in borghese, è irriconoscibile, naturale e adorabile – e suonano un po' come quella You make my dreams come true o, ancora, Jump che esaltano, nell'era in cui i jukebox si sono sfortunatamente estinti, ma si balla lo stesso sui divani. (6,5)

Lena s'innamora di Daniel, nel mezzo del colpo di stato di Pinochet. Lui, che vuole documentare la violenza del dittatore, è accusato di insurrezione e torturato: creduto ormai innocuo, a causa della gravità delle sevizie, viene chiuso in un campo di lavoro che è il tentacolo più pericoloso della dittatura. Lei, che non si rassegna, entra a Colonia Dignitad di propria scelta: vuole ritrovare Daniel. Ma, dal campo, è vietato uscire: soggiogati da uno spregevole santone, i prigionieri – e i fedeli – sono separati, percossi, sfruttati. Campi da dissodare, preghiera e, se sei una donna ribelle, pestaggi che ti uccidono. Isolati dal mondo, in un Cile omertoso e ignoto, riusciranno i protagonisti a rincontrarsi? Soprattutto, riusciranno a scappare e a portare fuori un po' degli orrori della longa manus di Pinochet? Tratto da una storia vera che ha dell'incredibile, Colonia denuncia crimini recenti e taciuti e lo fa, furbamente ma bene, con il linguaggio e il ritmo del survival; l'intreccio di un romanzo d'inchiesta. Pieno di concessioni e rielaborato: quelli, forse, i suoi evidenti errori. Thriller politico tesissimo e melò appassionante, però, Colonia mi ha preso in contropiede e mi ha stupito: immaginavo, infatti, una pellicola storica pesantissima, buoni sentimenti in quantità, un'altra esecrabile prova dell'ex maghetta "Hermione". E invece. Angosciante, cupo, inquietante, Colonia ha nervi a fiori di pelle e ansia a mille – impossibile il contrario, se si parla di femminicidio, pedofilia, fughe disperate – e, sebbene indebitato con il cinema d'azione americano, eccezion fatta per un finale troppo rocambolesco, ha scelte di pancia e un ottimo cast. Su tutti, gli spregevoli Michael Nyqvist e Richenda Carey, e il sempre capace Daniel Bruhl. Emma Watson, meno perfettina del solito, quindi più intensa, è tanto convincente da lasciarci dimenticare la pessima prova nell'horror Regression – anche lì sette e omicidi, ma qui aumentano l'impegno e il brivdio. Gallanberg fa meglio del conterraneo Von Donnersmarck, e Colonia – anche se poco europeo – non è il terribile The Tourist: altro punto da dimenticare, allora, se l'avventura di un altro tedesco nel cinema internazionale lascia soddisfatti e alquanto turbati. A farsi ricordare, invece, la vicenda di Colonia Dignitad e dei suoi prigionieri: infelice parentesi storica che il cinema, pur con tutti i sotterfugi e la spettacolarità di cui è capace, salva dall'oblio. (7-)

Qualche anno fa, Cloverfield aveva stupito i più. Dai più, nonostante l'indiscreta impronta del furbissimo J.J Abrahms, tocca sottrarre il sottoscritto: lo sci-fi alternativo non mi aveva impressionato. Non atteso, dal nulla e con scarso preavviso, è saltato fuori un sequel quasi dieci anni dopo. Nonostante il ritardo e il cambio di regista (e registro), 10 Cloverfield Lane è stato accolto altrettanto bene in sala. Ma, rispetto al primo, era un'altra storia? Qual è la trama, all'inizio top secret? Questa ideale prosecuzione firmata da Dan Trachtenberg si apre con Michelle, una giovane donna che dopo una lite telefonica con il fidanzato – in un cameo vocale, c'è lui, Bradley Cooper – incappa in un incidente stradale. E, pare, nell'armageddon. Si risveglia in un bunker, messa in salvo da due uomini: Emmett, un semplice bracciante, e Howard, leader attempato con la sindrome del tiranno. Il secondo, in particolare, ha toni bruschi e metodi violenti; segreti: tratta Michelle come fosse una bambina e le spiega che, fuori, in superficie, è guerra aperta. Sarà vero, se a dirlo è un uomo paranoico e possessivo, con la coscienza e le mani già sporche? Lei è una prigioniera o una superstite? Il mix è insolito, ma il risultato sorprende ben poco. Forse, ne hanno parlato con toni troppo stupefatti: troppo bene. 10 Cloverfield Lane è il perfetto non-seguito, paradossalmente, per chi Cloverfield non l'ha mai sentito nominare. Per gli altri, invece, viene meno il dubbio: fuori, quest'apocalisse, c'è oppure no? A questi ultimi, che rimarranno a bocca asciuta se in cerca di nuove prospettive, consiglio l'inedito Hidden. Ci sono mostri e mostri, e 10 Cloverfield Lane descrive quelli della nostra specie, con lo stile di un dramma psicologico teso e coinvolgente. Sembrerebbe il solito thriller, ma ha una misteriosa cornice fantascientifica; sembrerebbe il solito prodotto fantascientifico, ma ha le dinamiche – appunto – del thriller. Sfumature complementari, volti speculari: basta l'originalità della cornice? C'è quella, e una protagonista dalle mille risorse, e l'antagonista di un ottimo John Goodman; un trio credibile e l'ansia. Accontentiamoci. (6)

Pierre, stralunato barista di provincia, cade in un pozzo, mentre va a passeggio. Il mattino successivo, un viso – un viso bellissimo – fa capolino dall'alto. Una ragazza passata lì al momento opportuno gli tende una mano. Si chiama Stella, è morta nell'incendio doloso della casa a cui badava, cerca un ragazzo buono che la vendichi e la liberi. Pierre, non conoscendo la sua natura, s'innamora di lei. Contemporaneamente, un boss da poco – colui che di quel rogo è la causa principale – insegue una borsa piena di soldi che gli è stata rubata. E tutte le strade porteranno nella cittadina di Pierre. E a una specie di vendetta. The Driftless Area – da noi, Niente cambia, tutto cambia – ha il potenziale di una trama che, all'apparenza, sembra un buffo e romantico miscuglio di generi e, soprattutto, due protagonisti che ai patiti del cinema indie staranno senz'altro tanto a cuore. Anton Yelchin, che lo scorso anno ci ha regalato quei gioiellini di 5 to 7 e Rudderless, ha addirittura una partner più splendida del solito. La lei del suo Pierre, e c'è da dire che lui è perfetto, è Zooey Deschanel: presenza misteriosa, spettrale, impalpabile. E se, nonostante un sodalizio felicissimo, il loro film si rivelasse, invece, un mezzo pasticcio? The Driftless Area è un luogo scomodo, strano, in cui incontrarsi: onestamente, non l'ho capito. Pieno di simboli e figure allegoriche, lento, crea un senso d'attesa: la meta si capirà nel finale? Qual è il punto? Invece, le domande si accumulano, i due sono carinissimi ma confusi, il dubbio persiste. Un po' canonico boy meets girl, un po' crime, un po' ghost story, The Driftless Area si ricorderà, appunto, un po'. Quella, la parolina chiave, per un prodotto indipendente che ho faticato a interpretare e, invano, a farmelo stare a cuore. Anton e Zooey, cari miei, meritavate un giardino più fertile: lontano da gole rocciose e fiamme, salvo dal guazzabuglio inaspettato. (5,5)

sabato 16 gennaio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Revenant, Creed, Dio esiste e vive a Bruxelles

Oscar 2016
12 candidature 
Il Nuovo Mondo è una terra per combattenti, un'arena ghiacciata e impervia per soli uomini. Vi si muove in sincronia, passando attraverso boschi intricati, fiumi gelidi e lande deserte, un gruppo di esploratori britannici. A ogni passo, c'è la paura di un agguato: i nativi, che reclamano il loro territorio messo a ferro e fuoco dai colonizzatori; i rivali francesi, sempre in competizione; i compagni d'avventura, perfino, se sei stato ferito nel corpo e nell'anima e abbandonato lì fuori, tra infinite insidie, perché i furbi scappano a gambe levate e gli onesti, che annaspano nel loro stesso sangue, restano fermi. Questo il destino di Hugh Glass, che ha fatto bene a fidarsi degli indigeni – da una di loro ha avuto un figlio, Hawk – e male, invece, a fare affidamento sull'avaro Fitzgerald: straziato da un orso bruno, viene lasciato all'addiaccio, solo, sebbene abbia ancora un po' di fiato in corpo. Non abbastanza, comunque, per denunciare un delitto che lo tocca da vicino e gridare giustizia. Revenant, lunga epopea americana, è una storia di morte e rinascite, contro le bestie selvagge, la pochezza dei nostri simili e un inverno rigido, che non perdona. E non perdona il protagonista, che arranca e si arrangia, lotta e cerca casa, mosso da istinti basici e necessari: vita e vendetta. L'ultima fatica di Alejandro Gonzàlez Inàrritu, reduce dai fasti – da me non condivisi – di Birdman, è una novella Odissea. Un estenuante viaggio omerico, che va ad inserirsi in quel filone cinematografico che ha i suoi esempi celebri in Balla coi lupi e L'ultimo dei Mohicani. La violenza che macchia il candore di un rosso arterioso – e non c'è confine a separare l'amico dal nemico, il buono dal cattivo – e tutte le sfide atroci dei survival di ogni dove. L'uomo in guerra contro i quattro elementi e che, creatura a sangue freddo, si adatta: nella scena più forte, ad esempio, DiCaprio smembra un cavallo e usa il corpo dell'animale a mo' di coperta termica. Ma per tutto il tempo, nel film che tutti acclamavano ancora prima di assistere alle proiezioni ufficiali, c'è un fastidioso senso di già visto – anche se nessuno, finora, aveva fatto bene come il messicano che ogni cinefilo doc porta sul palmo della mano. Revenant ha una regia straordinaria e un lato tecnico che sconvolge per la potenza e la solerzia. La fotografia, per descrivere la quale ci vuole proprio quel “mozzafiato” che la mia prof delle superiori consigliava di evitare, mostra una pellicola dalla realizzazione travagliata – leggevo che Inàrritu e il suo cast hanno lavorato in situazioni impossibili, solo con l'ausilio della luce naturale – e di indicibile cura. DiCaprio, ormai osannato a priori per consolarlo dai dispetti dell'Academy, regala una sentita prova fisica: bravo come lo è stato anche in lavori passati, dunque poco sorprendente. Questa volta, trionferà il suo lavoro di introspezione – ha poche battute e il ruolo dell'eroe tutto d'un pezzo –, anziché il mimetismo altrui? Con lui, messi a dura prova dai climi pungenti ma agevolati dalle indicazioni dell'onnipresente Alejandro, il giovane Will Poulter, con i lineamenti così comici e un'intensità finora sconosciuta; Domhnall Gleeson, che ho bollato come promettende da un po'; uno spregevole Tom Hardy che, fuoriclasse che non è altro, ruba la scena al protagonista moribondo. Però le due ore e trenta di visione, tante sì, ma non pesano particolarmente, sono state in poltrona tutte un continuo: questo mi ricorda Il gladiatore – i flashback ovattati in cui Glass ripensa alla moglie -, quello Robinson Crusoe – non manca, infatti, il provvidenziale savage savant. Questo Cold Mountain – il ritorno e i presagi di sciagura -, quello Gangs of New York – il sanguinoso conflitto conclusivo. E se ricorda un po' questo e un po' quello, vorrà dire che Revenant, impeccabile nella resa, fin troppo antiquato e freddo nell'ideazione, si scorderà in fretta? O, banalmente, farà lo scalpo ai rivali? Come lo scorso film premio Oscar di Steve McQueen, che dava tante di quelle scudisciate eppure non lasciava il segno, lì per lì mi ha soddisfatto, ma sospetto che non stenterò, tra dodici mesi, a trovargli un più valido rimpiazzo. Un'americanata con tutte le concessioni del caso - quante sofferenze per il povero Leo, e altrettante inspiegabili, colossali botte di fortuna - con una direzione artistica che fa la differenza. (7+)

Oscar 2016
migliore attore non protagonista
Gli Stati Uniti sfidavano la Russia, in Rocky IV. Questione politica, poi sportiva. I russi erano alti, biondi, spietati. Gli americani, invece, benché ci fossero sembrati guerrieri nei film precedenti, erano in schiacciante svantaggio. Nel round conclusivo, Rocky non si era fatto però buttare al tappeto; vani i “ti spiezzo in due” dell'avversario. Ma quello precedente, di round, aveva riservato ai protagonisti di una saga che unisce generazioni lontane una sconfitta e un lutto. Apollo Creed, con i suoi famosi pantaloncini a stelle e strisce, era morto sotto i pugni del nemico straniero. Zio Sam era stato messo KO. C'era stata, puntuale, la rivalsa. Perché quello, essenzialmente, predicava Rocky: cadere e rialzarsi, sfidare tutti i pronostici. E li ha sfidati Silvester Stallone, settant'anni a luglio, agli scorsi Golden Globes: il meritato premio al miglior attore protagonista, mentre gli snob non se ne capacitavano e la concorrenza si sfregava le mani, per la partecipazione a Creed. Storia di un figlio nato fuori dal matrimonio, con il pugilato nel sangue, che segue le orme di quel padre che non ha mai conosciuto. Un'operazione commerciale come tante, immaginavo, prima di trovare il buon Silvester anche in lizza per i prossimi Oscar. Ci avevano già provato dieci anni fa, con un sequel tanto nostalgico quanto spento, con un protagonista vedovo e amareggiato, un ristorante da mandare avanti, un'ultima sfida in cui sotto sotto non credeva lui per primo. Non aveva più l'età. Stallone, così, cede sceneggiatura e macchina da presa a Ryan Coogler, acclamato per Fruitvale Station, e abbandona gli scontri corpo a corpo per spiegare i trucchi del mestiere, ormai saggio e stanco, a uno di famiglia. “Zio”, lo definisce Adonis Creed, incurante che la loro pelle non sia dello stesso colore e che sia prematuro raccogliere la sua eredità. L'eppure convincente Michael B. Jordan, infatti, ha un personaggio acerbo, a cui manca tutto quello che Rocky, ancora prima di diventare ufficialmente mentore, aveva insegnato ai suoi spettatori. Gli abbiamo voluto bene perché era umano, improbabile e un po' tonto, forse per tutte quelle botte in testa o forse no. E io ci sono legato, pur non amando il genere, perché incarna il senso delle seconde opportunità in cui credo fermamente. Adonis, figlio d'arte, ha il gioco facile: un fisico statuario, un cognome che gli apre tante porte e, tra il pubblico, una fidanzata musicista e un coach leggendario. Non è un ragazzo di strada, nonostante un'infanzia in riformatorio. E non si sviluppa una reale empatia nei suoi confronti, con una presunta vittoria che nessuno mette in dubbio e una situazione sentimentale – la vicina di casa di cui s'innamora è destinata a perdere l'udito – che non sfiora. Gli si preferisce senz'altro il granitico Jake Gyllenhaal, pugile mancino in Southpaw, che mi aveva commosso con il vuoto lasciato dalla sua personale Adriana, una bambina di cui riconquistare la fiducia, le magie delle fenici che rinascono. Così dicendo, non negherò però che Creed emoziona e coinvolge, tra strizzate d'occhio, citazioni e immancabili tappe nei luoghi simbolo della serie originale. Se convince, è solo per la partecipazione straordinaria di questo inimitabile italoamericano che qui intristisce e sorprende, perché anziano, infermo, abbandonato a se stesso. Le visite alla tomba di Adriana, le immagini di repertorio, il lasciapassare per gli omaggi più sentiti – ed ecco Jordan in tuta grigia che cattura galline per allenare i riflessi o che, nella corsa per la vittoria, coinvolge un corteo di motociclisti e sostenitori. I gradini scalati in passato, ancora, che sembrano impraticabili; una scalata. Ma, per tutto il tempo, chi aiuta chi? La classica umanità di Stallone, al giro di boa con il suo personaggio cult, amico immaginario suo e nostro, vince a mani basse contro i muscoli del nuovo protagonista e l'idea di un fatale lascito. Stallone è spalla, su carta, ma in realtà è linfa vitale dell'intero progetto. Che funziona alla perfezione come capitolo complementare, meno come reboot. Provano a limitarlo, a fargli fare la parte del grillo parlante, ma Rocky – nella fragilità, nelle ossa che cigolano, nella ricerca di futuri eredi al titolo – non si lascia mettere in un angolo. L'allievo, al contrario, non ha gli occhi della tigre. (6,5)

Golden Globes 2016
miglior film straniero 
Nell'attico di un grigio condominio, in un grigio Belgio, vivono una madre remissiva, un padre padrone e un'adolescente ribelle. Del figlio maggiore, un hippy, è vietato chiedere. La testarda Ea non potrebbe sbirciare nell'ufficio disordinato del normativo genitore, mettere il naso fuori. La segreta via di fuga in un tunnel al di là della lavatrice, elettrodomestico profondo tanto quanto la tana del Bianconiglio, e un atto di estrema disubbidienza – rivelare agli uomini la loro data di morte – la porteranno nel mondo e a intavolare una discussione a muso duro con papà, l'Onnipotente. Noi crediamo in Lui – o, almeno, c'è chi ci crede –, ma lui crede in noi? La nuova commedia del regista dello splendido Mr. Nobody siede alla destra del Padre e nella prestigiosa cinquina dei migliori film stranieri ai Golden Globes e, dopo il capolavoro Alabama Monroe, mostra un Belgio diverso senz'altro, leggero, ma a suo modo in ghingheri. E Bruxelles, base prescelta dal divino Benoit Poelvoorde, io la immaginavo – insieme alla fuggitiva Ea - meno cupa, più soleggiata; sarà davvero il posto giusto per cercare l'ispirazione per un nuovo Nuovo Testamento e completare la squadra degli apostoli? All'appello, ne mancano sei, e sono tipi infelici, fuori posto, vinti. Scrive le loro storie un profeta clochard e a leggercele, all'alba della fine del mondo, è la gemella di Amèlie Poulain, bambina dalla voce schietta e dirompente. Una “piccola principessa” che, mentre i più imparano a morire, imparerà a vivere, pianificando amori e realizzando sogni nel cassetto. Dio esiste e vive a Bruxelles è un apologo blasfemo, dissacrante, da lacrime agli occhi, che fa riflettere e indispettire. Poi stare bene. Ritocchi a fantasia al dipinto dell'Ultima Cena, qui affollatissima, che non farebbero storcere il naso né al ricordo di Leonardo, né al credente più osservante: la scrittura è brillante, l'immagine è surreale e c'è innegabile poesia nel provocare. Perché in ogni persona risuona una melodia segreta e la protagonista procede con gli abbinamenti, con le "corrispondenze di amorosi sensi", e alla regia l'irresistibile canaglia Van Dormel fa altrettanto. Dio è morto, cantava qualcuno. O, come dico spesso, dorme e si è voltato dall'altra parte. Il regista belga aggiunge, di suo, che le troppe birre, le giornate inoperose e lo sport, in tivù, conciliano la sacra pennichella post Creazione. E che, soprattutto, il Grande Capo avrebbe bisogno di un vice; magari di un centrino ricamato qui e lì, di un tocco femminile. Ogni tanto le stuatue piangono; sui Cristi in croce appaiono espressioni di sofferenza. Qual è il prodigio? Il miracolo che manca, come diceva Troisi, sarebbe piuttosto questo, vedere una Madonna che ride. (7)

lunedì 7 settembre 2015

Mr. Ciak: Southpaw, Città di carta, Cop Car, Love is in the air, Final Girl

Dove finiva Cinderella Man inizia questo Southpaw. Dopo la sfida per la vittoria, una casa in città per una famiglia felice, il riscatto sociale, un inizio difficile e finalmente una specie di pace garantita da una specie di guerra. Billy Hope, il mancino cresciuto tra case famiglia e riformatori, di mestiere fa il pugile. Il suo lieto fine ha un occhio nero e la faccia pesta. Ma la violenza chiama violenza, e quell'apparente epilogo felice si rivela un inizio in bilico. Quando Billy accarezzava l'idea del ritiro, ecco che perde ogni cosa: una faida con un futuro avversario, e tra le braccia gli muore la donna della sua vita. Perde il denaro, la figlia, la fama; Billy Hope perde amore e speranza, ma dovrà ritrovarsi. Se la vita picchia e tu non puoi ricambiare, tocca almeno imparare a schivare i colpi più duri. Southpaw parla di cosa succede quando la grande donna che è dietro un grande uomo va via. Di un campione dei pesi massimi restano allora i cocci e nessun montante farà mai tanto male quanto scoprirsi abbandonato. Il dramma sportivo di Fuqua è la classica americanata sin dalle premesse; è come lo immagini. I valori sani del sogno americano – la famiglia, la ricerca della felicità, la rivalsa – e una trama elementare che, con tanta carne al fuoco, pecca sì di retorica. Ma io che non amo questo cinema, che non sono uno sportivo e lo sport neanche lo seguo, che critico spesso chi ti dice quello che vuoi sentirti dire, al tribolato Southpaw – stroncato dalla critica ufficiale, pieno di guai – male non ho mai voluto. Ho pensato a un The Judge, per la fragilità dei legami di sangue; a un Warrior in cerca d'autore, per legami simili e le tante botte. Questo film però è sceneggiato più alla buona, senza quei dialoghi intensi e i grandi exploit, e non ha colpi proibiti dalla sua. Non aggiunge niente a un genere capace di emozioni e lividi, ma non commette imperdonabili passi falsi. Trama già collaudata, regia consueta, protagonisti ottimi. Un piccolo ruolo per una Rachel McAdams che lascia grandi vuoti; un Forest Whitaker che è una solida spalla; un Jake Gyllenhaal, carico di muscoli e tragedie, in forma smagliante. Un uomo di pietra, dopo che la prova maiuscola in Lo sciacallo lo aveva voluto macilento e bruttissimo, appeso alla volontà delle sue piccole donne. Si è con lui in un angolo del ring mentre insegue il suo sogno, può essercene concesso un altro?, e commuove profondamente con l'immagine di un Rocky tenero e provato che, invano, cerca la sua Adriana nel pubblico in fervore. Quando non la troverà, tu acclamalo più forte. Perché incarna il miracolo delle seconde opportunità, e in persone come lui – che cadono e poi si rialzano - hai sempre confidato. (7)

Tutti i diciottenni hanno avuto la loro Margo. Il sogno erotico, il pensiero fisso. Quella di Quentin ha gli occhi grandi, i capelli lisci, l'aria triste. La fortuna vuole che abiti nella casa di fronte. Dopo un'infanzia insieme ci si è persi di vista però, e adesso non si può fare altro che ammirarla da lontano. Una notte picchia alla tua finestra, ha bisogno di un vecchio complice: ti permette per un attimo di vedere quel che c'è oltre la maschera per poi sparire. Con un invito a osare e una richiesta d'aiuto che suona tanto come vienimi a cercare. Il successo di Colpa delle stelle era stato la fortuna di John Green: l'autore di young adult che all'inizio conoscevo grossomodo solo io, ma che poi era su tutte le bocche e su ogni scaffale. Così era tornato in commercio Città di carta, all'inizio irreperibile, e di lì a un anno sarebbe arrivato il film. Il romanzo, aiuto prezioso nella prima Sessione Estiva della mia vita, mi aveva assicurato ore serene, grandi risate e un senso di benessere duraturo. Con personaggi adorabili, qualche mistero, quella scrittura che dà voce a dialoghi piacevolissimi e a perle di saggezza. Ho seguito i casting, ho dato un'occhiata al trailer, l'ho aspettato ma non troppo. Così era stato con Colpa delle stelle – romanzo che eppure non mi era mai arrivato al cuore - e vedi il film che coccolone, e che amore, era stato. Al cinema, il romanzo per ragazzi che, di questi tempi, mi sollevava dall'ansia e mi portava alla mente gli anni del liceo, risulta carino, scorrevole e senza pretese. Senza drammi e senza grandi amori struggenti. Manca qualche ombra, manca un po' di profondità – tra una pagina e l'altra, i lettori affezionati ricorderanno chicche da tenersi strette – ma si sorride e, tra fughe rocambolesche e una colonna sonora indie rock al bacio, si spiega ai più che Green non è solo lacrime. Anche se, a fine visione, le lacrime strappate a tradimento non si scordano e queste quattro risate in buona compagnia sì. Più difficile risultare incisivi con ironia che commoventi, soprattutto se sei un regista all'esordio ufficiale. Nat Wolff – accompagnato dagli amici esilaranti che ricordavo: uno Stifler in piccolo e il più grande collezionista di Babbi Natale di colore – convince a colpo sicuro. L'esordiente Cara Delevingne – dal fascino speciale, modella nota – è una Margo diversa, meno prosperosa e fatale, ma con il giusto cipiglio. Una ragazza di carta, inarrivabile perché messa su un piedistallo, stanca già di essere mito. (6)

Quando hai dieci anni, l'amicizia è una sfida continua. Chi dice più parolacce, chi si spinge più in là, chi tocca quella macchina ferma al bordo della strada. Ma non ci si limita a toccarla, questa volta: la portiera è aperta, le chiavi sono inserite nell'accensione. Cosa non insegnano ai bambini i videogiochi? Travis, sfacciato, e Harrison, schivo, scorazzano perciò come matti per le vie deserte del Texas, giocando con la radio e curiosando in giro: sul sedile posteriore, fucili e pistole; nel bagagliaio, qualcosa che si muove e chiede aiuto. Hanno rubato, in un pomeriggio di noia, l'auto del poliziotto sbagliato: appartiene allo sceriffo Kretzer – sbirro assassino e senza scrupoli – e farà tutto il possibile per riaverla indietro. Proprio mentre avveniva il furto, infatti, lui si stava sbarazzando dell'ennesimo cadavere nel cuore del bosco. Cop Car ispirava, con una trama alla The Hitcher e la regia del Jon Watts del recente Clown, qui nel fiore delle sue potenzialità. Sin dall'inizio però, con protagonisti più piccoli del previsto e scorci di una polverosa America rurale, si rivela un thriller diverso da qualsiasi mia previsione e un film migliore. Equivalente cinematografico di un romanzo di formazione noir, con le avventure di Mug e figure che sarebbero care ai fratelli Coen, l'ultimo film del promettente Watts – retto da due attori piccoli ma grandi e da un Kevin Bacon dai baffi di rame, in forma dopo la recente cancellazione di The Following – è poco più di un racconto, per dimensioni e semplicità, che intriga con le atmosfere sonnacchiose d'altri tempi, una regia sapiente, l'abilità di mostrare – a volte con la ferocia che già conosciamo, soprattutto in vista di un finale necessario e sanguinoso – l'infanzia come un periodo cruciale e crudele. I bambini sperimentano il brivido della velocità e della paura e si rendono, così, figure di una agrodolce storia alla Ammaniti, a costo di smarrire per sempre retta via, vita e innocenza. A sirene spiegate contro la tragedia, l'acceleratore schiacciato a tavoletta, in una interessantissima produzione che presso un pubblico di nicchia potrebbe diventare, un giorno, un mezzo cult. (7)

Volare da New York a Parigi. Un viaggio lungo, lunghissimo. E se come compagno di posto ti capitasse l'antipatia in persona? Peggio: se accanto a te sedesse l'ex che ti ha spezzato il cuore e che, dopo tre anni, non riesci a dimenticare? Due vecchi amanti, rancorosi e ai ferri corti, si incontrano su un volo internazionale. Lei è in procinto di sposarsi, e forse in dolce attesa; lui è il Casanova di sempre. I vuoti d'aria colmeranno i vuoti di memoria, le turbolenze li renderanno vicinissimi. In volo e in flashback, mentre gli altri passeggeri fanno da ascoltatori e amici e familiari da comparsa, ricorderanno quel che li avvicinò e quel che li allontanò. Il classico espediente del melò fa da input a questo Love is in the air: commedia sentimentale alla maniera dei francesi, arrivata con due anni di ritardo. Meno sofisticata del solito, ma divertente e scorrevole, questa nuova, vecchia romcom ha la freschezza e il fascino dei suoi protagonisti – la bellissima Ludivine Sagnier e quel Nicolas Bedos visto qui e lì. Ora appassionati, ora amareggiati, uniti da un buon montaggio che mescola carte e sentimenti con naturale leggerezza. Tutto ciò mentre gli europei che tanto mi piacciono si stanno americanizzando e, a sorpresa, gli americani spiazzano sempre più con toni agrodolci e finali in bilico. Nonostante l'altitudine, in Love is in the air – sì, come la canzone – c'è poco di sospeso e un finale telefonato; ma che volete farci? I prevedibili amori al di là delle alpi – o comunque pensati lì, ma in transito nel cielo blu - mi fanno prevedibilmente tutto un altro effetto. (6,5)

Un gruppo di spietati figli di papà caccia bionde nei boschi. Venti vittime da quando hanno imparato a coltivare l'hobby dell'omicidio, ma adesso hanno adescato la ragazza sbagliata. Un'orfana cresciuta da un assassino professionista metterà finalmente in pratica quello che le hanno insegnato. Final Girl prende il nome da una figura fissa nel cinema dell'orrore: la ragazza indifesa che, scampata a mille sevizie, si rivolta contro il suo stesso carnefice. La ragazza con l'accetta in pugno, nell'esordio alla regia del buon Tyler Shields, è anche uno dei serial killer della trama. Come una Dexter in abito rosso, insegue i suoi cacciatori, corre, picchia forte. Ha un legame curioso con il suo genitore putativo e frequenta caffetterie vintage, dove le ragazze indossano l'abito da ballo e i ragazzi il papillon. La banda alle sua calcagna, invece, è composta da quattro dandy: fischiettano, giocano e nella surreale scena della loro preparazione all'ultima notte di violenza – tra cene con mamme incestuose, danze con l'ascia, incontri d'amore – ricordano alla lontanissima Arancia Meccanica, con la stessa aria sorniona e una inquietante cura per le simmetrie. Final Girl è il film che ti aspetti con il finale che ti aspetti – purtroppo senza sangue, e sbrigativo nell'ultima parte – ma il regista, fotografo di alta moda, crea un'impeccabile confezione retrò e con rimandi alti e espedienti intriganti – il bosco illuminato a giorno, droghe per condurre gli antagonisti in un trip – inserisce una scontata storia di vendetta in una cornice accattivante. Aria vintage, toni favolistici, spazi ristretti, una protagonista che a volte sembra una maliziosa pin up. Nel cast, Wes Bentley – che dopo il boom con American Beauty si è perso - e una Abigail Breslin diversa dal solito. Il capello biondo, qualche chilo in più che la rende sorprendentemente seducente, due occhi di ghiaccio – e non li avevo mai notati – belli da morire. (6)