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mercoledì 14 febbraio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Lady Bird | The Greatest Showman

Christine, non particolarmente fortunata, non particolarmente brillante, non particolarmente graziosa, vive dalla parte sbagliata delle rotaie nella sonnacchiosa Sacramento dei primi anni Duemila. Ha diciassette anni, quasi diciotto, e tutto sembra essere possibile. La fine del liceo – un'intransigente scuola cattolica con divise inamidate, il crocifisso in aula e una rigida divisione fra maschi e femmine – significa allontanarsi da casa, scegliersi da sé il destino e l'università. Invia così domande disperate a college fuori mano e fuori dalle sue modeste possibilità. Si barcamena fra l'allestimento di un musical scolastico in cui no, non ha il ruolo principale, e la scelta del vestito per il ballo di primavera. Si divide fra l'amore per Lucas Hedges, represso rampollo di buona famiglia, e quello per il chitarrista Timothée Chalamet, le cui pose da ribelle romantico sono un'illusione. Aspetta la perdita della verginità, l'ultima campanella, le risposte a tutti i suoi perché. Da un lato: l'amara realtà dei fatti. Dall'altro: il desiderio di allontanarsi a ogni costo da una provincia che le sta stretta. Come fare, senza però avere un talento particolare o il viso giusto? Irritante, difficile da voler bene, Christine si sente dappertutto fuori posto: come me. Ha un rapporto conflittuale con l'apprensiva Laurie Metfcalf, madre a digiuno di scene madri: come me. Fa di tutto per piacere agli altri, perfino fingere, per poi tornare a scegliere la vecchia migliore amica e la fidata compagnia della solitudine: come me. La protagonista, che si firma “ragazza uccello” per quel suo naturale desiderio di spiccare il volo, sfortunatamente somiglia alla gemella che non ho soltanto su carta. Manca per tutto il tempo l'empatia e, ogni tanto, ho rischiato di trovare questa Saoirse Ronan col rimmel sbavato – più leggera di quanto siamo abituati a vederla, non necessaria più brava – antipatica e basta. Succede il tutto e il niente di un certo cinema indie e l'acclamato Lady Bird, spesso, sembra girare a vuoto. Abbozzando situazioni e personaggi per poi troncarli malamente nel finale. Dirige e scrive Greta Gerwig, qui al suo esordio dietro la macchina da presa, ma la musa dell'indigesto Noah Baumbach non cancella in novanta minuti le arie hipster che si porta dietro; gli strascichi del mio fondato pregiudizio. Una nomination per la miglior regia che sa tanto, troppo di politicamente corretto. Una miglior sceneggiatura originale che brillerà forse per onestà e freschezza, ma che originale proprio non sembra. Perché Lady Bird sì, mi domando infatti, e il sottovalutato The Edge of Seventeen, con una Steinfeld altrettanto intensa e scostante, no? Perché se lo avessi scoperto sottotitolato e misconosciuto su un sito streaming, senza grandi speranze, probabilmente lo avrei consigliato anch'io sottovoce? Commedia generazionale con una vetrina d'eccezione – quella del cinema d'autore – che non penso le spetti, la piccola Lady Bird vorrebbe puntare troppo in alto. Ho seguito il suo volo per un po', ma l'ho persa di vista. Mi sono perso io, forse. Non lasciando che, in cerca di un'altra casa, dell'ennesimo plauso scontato, facesse nido nel mio cuore scettico. (6)

Che belle, ho pensato con un briciolo d'invidia, quelle vite che sanno trasformarsi in musical. Quante possono? Quelle che devi inventare a tavolino, altrimenti sarebbero troppo simili alle nostre: senz'arte né senza colore. Quelle di chi visse un'avventura, una favola, che non poteva che diventare spettacolo spettacolare. P.T. Barnum, professione amabile canaglia, affabulava, ingannava e incantava. Imprenditore nella disincantata New York del tardo Ottocento, cacciatore instancabile di sogni nel cassetto, investì il denaro che neppure aveva prima in un museo delle cere, poi in un circo all'avanguardia, infine per salvaguardare il talento della cantante svedese Jenny Lind. Hugh Jackman – bello nella sua divisa da domatore, sorridente e nel suo – canta e balla sui tetti, e fra le lenzuola appese ad asciugare e le stelle vede un destino alternativo per due bambine che non dovrebbero crescere a digiuno di speranza; per una Michelle Williams non troppo convinta, non troppo convincente, strappata a una famiglia facoltosa e condannata a un'esistenza approssimativa in nome dell'amore. Sempre cantando, sempre ballando, si convince quel Zac Efron di cui, dopo High School Musical, è proprio un piacere risentire la voce a fare a metà. Si cerca fra i reietti, i diseredati, i diversi, e si dà loro la libertà di esprimersi. Di farsi deridere, ma da un pubblico pagante: mostri con un cuore e un talento tutto da svelare. Se romantici ma osteggiati, ed è il caso di un Efron vittima del fascino esotico di Zendaya, ci si innamora di una trapezista di colore anche a costo di riscrivere le stelle – il loro coreografico duetto a mezz'aria è forse il momento musicale più emozionante e riuscito assieme a This is me, commovente inno di una donna barbuta che diventa un po' anche il nostro. Se accecati dai riflettori, e invece è il caso di un Jackman non senza macchie, si pretende di più: perdendo di vista gli obiettivi iniziali e la magia che tutto muove. Vagamente disneyano, The Greatest Showman non convince proprio allora. Quando scopre una punta di disincanto, i matrimoni messi in crisi da una Ferguson capricciosa (e doppiata), la vita vera che a un musical conciliante proprio perché leggerissimo poco si addice. Fluido nei volteggi della macchina da presa e dei corpi, nel montaggio, orecchiabilissimo e sfarzoso ma tutt'altro che memorabile, il film dell'esordiente Gracey non è un ritorno al Moulin Rouge né sa bissare il miracolo del novello La La Land. Però poco importa: che scenografie, che luci, che facce, che voci. Quanta gentilezza, quanto incanto, in questo freak show. Posso farne parte anch'io?, domandi. Trovandolo grande comunque, anche se non all'altezza del superlativo del titolo: una bugia bianca, con stile, come quelle di mastro Barnum. (6,5)

mercoledì 22 marzo 2017

Mr. Ciak: La bella e la bestia, Logan, E' solo la fine del mondo, Rings

Con una videocasetta tutta consumata della Bella e la Bestia scoprii che per i film si poteva piangere. Il capolavoro Disney è tra quelli che ho visto e rivisto fino a distruggere il nastro. A ventidue anni, perciò, faccio parte di quei nostalgici che, sospirando, dicono: ai miei tempi le favole erano tutte un'altra cosa. Con la scusa pronta ho seguito quelle stesse storie farsi film. Nella moda del retelling ci ricasco volentieri. Ultima ma non ultima, è arrivata la trasposizione del mio cartone preferito. Restano le battute, perfino le canzoni, e il minutaggio sfiora le due ore con l'aggiunta di nuove sequenze – il passato dei protagonisti svelato in flashback, quel LeTont omosessuale che ha fatto scattare la censura in paesi da cancellare dalle carte geografiche. La Bella e la Bestia vorrebbe porsi sulla scia dell'incanto di ventisei anni fa. Gotico e opulento, è un conto alla rovescia che spiega il valore del tempo, l'importanza della bellezza interiore, il temperamento di un'eroina femminista venuta prima di qualsiasi Moana. Lo fa cantando e ballando, e con una morale nascosta prima dei titoli di coda. Purtroppo, però, il film di Condon ha difetti che lo rendono godibile il minimo. La pochezza interpretativa di Emma Watson: una Belle con un cachet stratosferico e la perenne espressione da prima della classe, in quel di Hogwarts. I consueti disastri che combina l'edizione italiana quando si parla di musical, tra una metrica sconosciuta e un doppiaggio che cancella le prove vocali degli interpreti (con immenso disappunto, della partecipazione della Thompson, McKellen e McGregor non resta quasi traccia). La sostanziale inutilità di copie carbone come questa. Nella prima parte lo si guarda con un occhio sì e un occhio no, disturbati dalle modifiche dei ritornelli più memorabili. Qualcosa, poi, cambia nella seconda, complice un ottimo Luke Evans e i passi dello storico valzer. Ma nel castello della Bestia ci si innamora in fretta e senza un vero perché. La rosa sfiorisce. Si bruciano le tappe - quel significativo sono amici e poi, uno dice un noi - e la poesia, il senso, si perdono in un compitino copiato al compagno di banco. Quanto impiego di mezzi e figuranti, quanta attesa mal riposta, per una costosissima recita scolastica e poco più. (5,5)

Puntualmente, quando la Marvel torna al cinema, ci pensa la critica a presentare il film di turno come fosse l'eccezione alla regola. Ed eccomi lì a parlarne sempre nei soliti termini, sempre con gli stessi pregiudizi. Applauditissimo in un clima festivaliero, Logan è l'ultimo capitolo della saga del mutante di Jackman. Ho accompagnato mio padre a vederlo più per scommessa che per voglia. Neanche troppo a sorpresa, sono uscito dalla sala toccato e convinto. I mutanti sono costretti a vivere come clandestini. Appartengono a una razza dai giorni contati, o così credono. La piccola Laura è una di loro. Tocca caricarla in macchina verso un Eden che non c'è. Dei supereroi che il mondo conosce non sono rimasti che gli albi. Wolverine pensa al suicidio e fa da badante a Xavier – un Patrick Stewart commovente –, che ha bisogno di aiuto per sedersi sulla tazza. Il suo cervello è un'arma di distruzione di massa, eppure ha i segni debilitanti dell'Alzheimer. Ne viene fuori un western on the road splatter e tenerissimo, che mescola polvere e malinconia. Un Léon che passa il testimone a una nuova generazione. In due ore, botte da orbi e l'introspezione che ti piace. Tempo necessario affinché i personaggi non si affrettino nel momento dei saluti. Mi ci sono affezionato nel mentre, io. Cose che suggeriva il titolo, perfino, con quel nome di battesimo che è sintomo di maggiore intimità. Jackman è granitico, ma mostra delle crepe. Si comporta da figlio e ricerca in sé l'istinto paterno. Vive e fa più in queste poche ore che in una vita eterna, testimone di un tempo qualitativo e non quantitativo. E quando il nostro insieme a lui finisce, calati i titoli di coda, si è incerti se abbandonare la sala o meno. Ci si assiepa alla porta, un piede dentro e uno fuori. E Logan è così che mi piacerà ricordarlo. Con un assurdo senso di attesa, Johnny Cash e l'usciere spuntato dal nulla. Un omino olivastro, straniero, che ci assicura: finisce qui, così. (7,5)

Per anni io e Xavier Dolan ci siamo studiati a distanza. Poi è successo Mommy. Una visione è bastata per trasformarlo in uno dei film del mio cuore. Come tornare al cinema dopo una epifania? Il sesto film del regista franco-canadese è ispirato alla pièce di Jean-Luc Lagarce. La mia tesi faceva tappa anche lì. Louis fa ritorno all'ovile in punta di piedi. Lo accolgono Léa Seydoux, sorella minore che pende dalle sue labbra; una remissiva e farfugliante Cotillard; Vincent Cassel, prepotente capobranco; infine, l'appariscente mamma chioccia di Nathalie Baye. E' Gaspar Ulliel, il viso spigoloso e la fronte imperlata di sudore, a guardarsi intorno spaesato e a cercare spesso l'orologio. C'è chi vuole fare colpo, chi mostra il lato peggiore. Nel bel mezzo di una guerra in corso, il protagonista deve dire loro che ha l'Aids. Meglio aspettare il dessert per stemperare l'amarezza? Un profumo, il vento, una canzone – l'improponibile Dragonstea Din Tei, che eppure il montaggio sa incasellare a regola d'arte – lo portano lontano stando fermo. Ulliel fa da testimone muto, da padre confessore, a questo cast di comprimari in stato di grazia. A tavola siede l'incomunicabilità, il non detto, e le parole sperperate, dette a sproposito, ti prendono a schiaffi in faccia. Fedele alla natura del testo, Dolan realizza un dramma che bello lo è, ma non nella tipica maniera clamorosa. L'impianto è collaudato e il regista, castigato, ci si muove piano. Il suo ego, tra quattro mura, non ci sta. E a volte, sotto la sua pressione, la casa esplode in parentesi suggestive in cui trovi il solito guizzo. Altre, invece, Xavier si stringe nelle spalle, addomestica la vanità, e cela al meglio il disagio di chi ama troppo qualcosa per stravolgerla, ma intanto scalpita nel vestito della domenica. Come a dire: vedete, sono un ragazzo educato se mi applico. Non datemi più del bambino prodigio. Però ora mi chiudo la porta alle spalle, c'è Moby in cuffia, e da domani vado a raccontare a modo mio le famiglie infelici a modo loro. (7)

Mai avuto paura delle apparizioni di Samara. La bambina con i capelli in faccia non esercitava timore su un ottenne dei primi anni Duemila. Ho visto il primo The Ring quando non avevo l'età. Lo ricordo con affetto, ma senza brividi. Il cerchio sembrava essersi chiuso con la riscossa di Naomi Watts. Si riapre, inatteso, più di qualche anno dopo. Nel mentre sono cresciuto, i videoregistatori si sono estinti e la mania del sequel a tutti i costi impazza. Ne è passata di acqua sotto i ponti e nei pozzi sperduti. Incurante, ci riprova Javier Gutiérrez. La storia di Rings vede la classica coppia di innamorati – la lei del duo è l'italiana Matilda Lutz, di cui abbiamo visto il potenziale e gli occhi da cerbiatta nell'ultimo Muccino – cercare un'altra via di fuga dalla maledizione. La tecnologia favorisce la scoperta di una traccia segreta: un video nel video. La protagonista, guidata dalle visioni, si lascia condurre dove tutto ha avuto inizio. Teen ma non troppo, Rings ha protagonisti più freschi e una struttura schematica che non si allontana dai sentieri passati. Le svolte non sono tra le più imprevedibili, ma la ricerca non annoia, il mistero irretisce e la regia curatissima offre pochi spauracchi, al solito, ma immagini interessanti: il prologo in volo, la pioggia che scorre al contrario, gli spezzoni mai visti del filmato originale. Rings, come da previsione, non è indispensabile, ma in un panorama di seguiti tanto brutti da non crederci – il pensiero va proprio a Blair Witch – la spunta facile. Diverte e intrattiene l'essenziale, soprattutto se l'effetto nostalgia e i primi piani della bella Matilda possono più dello sguardo che uccide dello spettro orientale. La morte correva sul filo del telefono. Colpiva in sette giorni. La sentenza, persasi nei bombardamenti dei call center e nella progressiva comparsa dei telefoni wireless, si fa perdonare con poco e niente il ritardo. E, a sorpresa, non suona come la morte dell'horror. (6+)