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lunedì 11 novembre 2019

I ♥ Telefilm: BoJack Horseman S06 | The Kominsky Method S02 | Shameless S09 | Extravergine

Scoperta appena qualche anno fa, si è imposta subito come una delle serie del cuore. BoJack Horseman, infatti, non è soltanto l’ennesimo esempio di un’animazione per adulti che parla alla maniera dei grandi autori. È uno stato d’animo. È uno stile di vita. Tutto finisce, e a volte è sacrosanto così: la parentesi della  serie Netflix, destinata a concludersi in un secondo arco di episodi previsto per gennaio, sta per chiudersi. Degnamente? Difficile dirlo, dal poco che si è visto; bello sperarlo. La visione di questi otto episodi non è stata particolarmente consolante, anzi, costituiscono l’intermezzo più trascurabile di un colpo di fulmine lungo sei stagioni. Cos’è successo? Purtroppo niente di che. Il nostro anti-eroe sta cercando di fare ammenda: ormai in riabilitazione, rivanga gli sbagli passati e soprattutto il giallo della scomparsa di Sarah Lynne. Ma il suo piangersi addosso, questa volta, irrita e annoia. Le cose vanno meglio per Princess Carolyne e Todd, che insieme si prendono cura di un’adorabile cucciolo di porcospino: tenerezza a parte, però, le svolte narrative latitano. Allora ci si consola con Diane e Mr. Peanutbutter: benché non più in coppia, i due rubano la scena con i momenti più appassionanti – lei a Chicago con un nuovo compagno. lui in attesa di convolare a nozze. Il resto? Scenette giustapposte in cui la scrittura si rivela a digiuno di guizzi, con personaggi fuori forma e un’emozione che – fatta eccezione per il settimo episodio, per me il degno finale di questa midseason  – ci si nega. Non dispero. In quel di Holliwoo siamo abituati agli scoop, ai colpi di scena, ai rovesci di fortuna. Ma l’amarezza di questa piccola delusione basta a farmi dire: inutile compiangerlo, BoJack forse ha davvero esaurito gli spunti.

Relegata in quattro e quattr’otto a comedy da seguire durante i pasti, The Kominsky Method di lì a poco si sarebbe divertita a prendermi in contropiede. La solita serie su un paio di adorabili brontoloni alle prese con gli acciacchi della terza età, infatti, avrebbe conquistato i Golden Globe tra sorpresa e scetticismo. Possibile che l’avessi presa sotto gamba? Non lo saprò mai, immagino, ma ho fatto pace con Sandy e Norman grazie a una seconda stagione finalmente all’altezza. Un ritorno di fiamma che somiglia proprio al mancato colpo di fulmine dello scorso anno. La formula, eppure, resta invariata. Ma succede che l’insegnante di recitazione Michael Douglas, sempre affascinantissimo ma allarmato qui da nuove problematiche di salute, riveli un’umanità dolente che non ti saresti aspettato: più bendisposto verso il prossimo, dice sì all’amicizia con una donna e al fidanzato sessantenne della figlia Mandy, interpretato da un irresistibile Paul Reiser. Succede, ancora, che il sarcastico e rancoroso Alan Arkin faccia pace con la figlia alcolista – è uscita definitivamente dal tunnel? – e con lo spettro della moglie Eileen, destinata a far posto a una splendida fidanzata di gioventù. La scrittura di Lorre è più profonda e divertente che mai, e si fa dell’invidiabile autoironia sul mestiere dell’attore – tanto spazio agli allievi di Sandy, con monologhi tratti dalle migliori pièce e un’apparizione del premio Oscar Allison Janney – e perfino sulla comicità tipica delle sitcom – a scuola di recitazione non si portano soltanto pezzi tratti da Il dubbio o Apocalypse Now, infatti, ma anche gli sketch di Due uomini e mezzo. Finalmente a fuoco, brillante come non avevo creduto in passato, The Kominsky Method ha un cast che cresce e una scrittura di qualità. No, non è la classica storia sugli anziani brontoloni. Da ora posso garantirlo anch’io. Per ravvedersi non serve aspettare la saggezza della senilità. (7,5)

Da un decennio ho una costante. Vive nello squallore della periferia di Chicago, risponde al nome di casa Gallagher. Ma ogni relazione conosce momenti di riflessioni, crisi, attimi che attentano al desiderio. Tra me e Shameless è successo con la nona stagione. Ho iniziato a vederla seguendo la programmazione americana e l’ho abbandonata presto, cosa mai accaduta. Colpa di attori importanti che abbandonavano il cast. Colpa, soprattutto, dell’impressione che non avessero tutti i torti: questa banda di matti, ormai, si trascina. Ma con un anno di ritardo sono tornato alla loro porta. Da dirmi avevano poco ugualmente, già, ma la verità è che mi mancavano da morire. Ian, il primo del cast a tagliare la corda, esce presto di scena e indossa la divisa da carcerato; Lip cerca l’equilibrio interiore e le solite ragazze già impegnate; Frank esagera al solito con trovate strampalate e raggiri – questa volta ha una terapeuta bipolare da ingravidare –, e assieme a lui fanno altrettanto Veronica e Kevin. Vere mattatrici della scena sono allora Debbie e Fiona. Se la prima, matura  e volitiva, si assume le responsabilità che spetterebbero al capofamiglia, l’altra ci ricasca: uomini bastardi, piani fallimentari, alcol e droghe. Degna erede di suo padre, si copre di ferite e ridicolo; diventa insopportabile. Ma permette a Emmy Rossum, altra colonna della serie che ci dice addio, di congedarsi con una performance ingiustamente passata in sordina. La decima stagiona va in onda in questi giorni in patria, con una nuova sigla e qualche posto in meno a tavola. Pace è stata fatta, forse, ma non ho fretta. Che la fine sia vicina o meno – sarebbe auspicabile salutare i Gallagher al decimo anniversario –, tornerò in periferia non per curiosità ma per nostalgia. (7)

Si chiama Dafne Amoroso, ha trent’anni e lavora in una redazione alla moda. Vorrebbe scrivere di libri, ma pare che in una Milano tinta di rosa nessuno legga più. Il sesso, al contrario, incuriosisce e solletica. Galeotto un equivoco a tinte bollenti, la protagonista cambia disciplina: dalle novità in libreria ai segreti della camera da letto, senza prima passare dal via. Dafne ha un segreto di cui si vergogna un po’. È ancora vergine. La conoscenza di un bel fotografo potrebbe rendere semplice colmare l’imbarazzante lacuna, ma una ragazza romantica e di sani principi può forse dare cuore e corpo al primo arrivato? Un appuntamento ogni settimana, venti minuti a episodio, volti freschi e la regia di una professionista scoperta con il visionario Riccardo va all’inferno. Capitanato dall’adorabile Lodovica Comello e diretto da Roberta Torre, appassionata di simmetrie ipnotiche e tinte lisergiche, Extravergine avrebbe potuto essere la commedia d’autore che mancava all’Italia. Annunciata come un incrocio tra Bridget Jones e Sex and The City, non ha né l’ironia della single londinese né la sfacciataggine delle amiche di New York. Si lascia seguire, soprattutto per le trovate visive della Torre e le smorfie della bella conduttrice TV – il rischio che stufino entrambe, però, spesso c’è –, ma in dieci episodi leggerissimi troviamo un’idea piacevole e nessuna identità precisa. Il genere chick-lit infatti neanche a puntate, nemmeno in Italia, può permettersi tutto questo candore o una scrittura dai ritmi svogliati. Riuscirà Dafne a perde la verginità, magari incontrando anche il principe azzurro? Dopo aver trovato risposta alla domanda – comunque non abbastanza solida per costituire le fondamenta di una serie TV –, niente ci impedirà di cambiare canale. (5,5)

lunedì 12 febbraio 2018

I ♥ Telefilm: Shameless VIII | Lovesick III

Lo scorso inverno avevamo lasciato i Gallagher in forma smagliante, nonostante piangessero (ma non troppo) la morte di un loro familiare. Una pecorella smarrita tornata all'ovile giusto il tempo di esalare l'ultimo respiro e, con la sua eredità, metterli per l'ennesima volta nei pasticci. Fedelissimi perché senza alcuna possibilità di fuga, rieccoli. Con situazioni sentimentali ora in pausa, ora archiviate, e il pensiero fisso di diventare indipendenti svoltando. In quell'angolo di Chicago, però, il terreno resta infertile; gli impulsi sbagliati. Se ne vanno così in cerca di soluzioni alternative, con le buone o con le cattive. Di altri polli da spennare. La famiglia Gallagher perde il pelo, ma non il vizio. Non perde lo smalto, no, ma qualcosa comunque non funziona con la solita scorrevolezza. Frank, ripulito e nato a nuova vita, scopre che la legalità e il posto fisso hanno le ore contate; Fiona, imprenditrice improvvisata, riscuote affitti, combatte contro truffe furbissime e inquilini maleducati; Ian, ufficialmente single, diventa accanito attivista della comunità gay per riconquistare un ragazzo impossibile; Lip, meccanico, fa da sportello d'ascolto agli alcolisti anonimi, a volte con successo e altre meno; Carl, invaghito, potrebbe precludere il suo futuro alla scuola militare; l'antipatica Debbie, a onor del vero non più così antipatica, impara a prendersi le sue responsabilità di ragazza madre e perfino Liam, il piccolo di casa, comincia ad avere diritto a una storyline tutta sua. Fuori, all'Alibi, Kevin e Ronnie continuano intanto il triangolo di sesso e sopraffazione con la mitica Svetlana, pronta sfortunatamente a dare forfait, pare, nella stagione che verrà. Scritto bene, interpretato da attori ormai inscindibili dai loro svergognati personaggi, Shameless resta godibilissimo. Ma, questa volta, ho lasciato che i dodici episodi si accumulassero un po' svogliatamente. Ma, questa volta, la serie che non ha vergogna rischiava di non avere davvero grosse novità. La formula resta la solita, e probabilmente al solito mi piacerebbe, ma dopo otto anni insieme inizia a farsi sentire una certa ripetitività; una certa stanchezza. Shameless mi farà sempre ridere da matti. A modo suo, ne uscirà sempre bene: canaglia che cade, ma in piedi. “Sempre”, però, è un tempo troppo lungo per uno spettatore incostante come me. Anche se si parla di qualcuno come i Gallagher, sospetto. (7)

Erano stati necessari due anni, un cambio radicale di titolo ed emittente, affinché le ex ragazze di Lovesick – precedentemente noto come Scrotal Recall – tornassero ad ascoltare le confessioni di Dylan. Un romantico inglesino dalla chioma bionda e il cuore d'oro che le aveva amate tutte, a modo suo, nonostante il sospetto di aver trasmesso una malattia venerea a più di qualcuna di loro nel mentre. Della prima stagione, originalissima, avevo sentito subito la mancanza. La seconda, eppure così attesa, mi era parsa ripetitiva, strascicata: una delusione bruciante. La terza non la aspettavo, almeno non tanto presto. Su Netflix, ritroviamo i soliti volti noti. Il simpatico ma patetico Angus, che si innamora facilmente e facilmente viene abbandonato a sé stesso. Luke, il dongiovanni bisognoso che, per forza di cose, si scopre cotto di quell'amica di letto che non vuole legami. Dylan ed Evie, finalmente insieme dopo sette anni di amicizia e tre stagioni fatte di lunghi tira e molla, di tempismo sbagliato. Ci si ritrova insieme nella stessa casa. Con coppie che scoppiano, segreti di famiglia, ricordi a cadenza casuale. Delicato ma stanco, purtroppo quasi noioso, l'ormai anonimo Lovesick è divententato definitivamente accompagnamento di sotttofondo. Non fa ridere, non fa piangere, ma conserva la vaga simpatia che ispirano certe compagnie quando sono ben assortite. Il protagonista, in cerca della cura, del perdono, dell'anima gemella, non ha più la clamidia. Non ha più i fantasmi delle donne del Natale passato. Non ha più, su lungo tratto, quell'umorismo british che ai tempi mi era parso irresistibile; bassi pruriti, o ulteriori dettagli da aggiungere. Guarito dalla sua infenzione, dal suo mal d'amore, è congedato qui senza una visita di controllo. Senza, con tutta la simpatia di questo mondo, ulteriori chance. Scomparsi i sintomi, scomparsa l'originalità. (5,5)

venerdì 6 gennaio 2017

I ♥ Telefilm: Shameless VII, Westworld, Scream Queens II

Anno bisesto, anno funesto. Nonostante il male, però, il 2016 appena passato ci ha regalato ben due stagioni in compagnia degli adorati Gallagher: una in inverno, una in autunno. Per trascorrere così i mesi più inclementi, quelli più freddi, con quella che resta la mia serie preferita. Shameless, nonostante l'innegabile sensazione di brodo allungato qui e lì, infatti non stanca mai. Lontane dai fasti della quarta – con una Emmy Rossum al massimo e il magone perpetuo -, quinta e sesta ci avevano mostrato una famiglia troppo in pace per essere scombinata come piace a noi. A tratti, pur nel suo ordinario dolore, se la passava peggio la mia. La settima, andata in onda da ottobre a dicembre, sconvolge le carte in tavola e ritorna ai binari sgangherati degli inizi. Neanche agli sceneggiatori dovevano piacere questi Gallagher appagati, calmi, normali. Se segretamente assuefatti, perché non sconvolgere loro l'esistenza? Le storyline, ferme a un bivio, vanno avanti: cambiamenti in corso. Fiona, cinica capofamiglia cresciuta in fretta, fa suo il sogno americano: direttrice di una tavola calda, investe in una lavanderia prima e in un piccolo condominio dopo; abbandonata all'altare dall'ennesimo traditore, rinuncia agli uomini. Frank è Frank. Lip, genio incompreso, si disintossica e ci ricasca; Ian, lasciato a sorpresa per una donna, trova l'amicizia di un bel ragazzo transessuale; Carl, circonciso per amore, passa dal malaffare all'accademia militare; la neo-mamma Debbie, di solito antipaticissima, si fa grande accanto a un ingenuo disabile che ha cura di lei; Kevin e Veronica mettono in pericolo l'Alibi e la loro sconveniente relazione a tre con l'ingegnosa Svetlana. Da un passato non troppo remoto, poi, ecco che tornano il galeotto Mickey e l'incostante Monica: il primo per gioia dei “Gallavich” convinti come il sottoscritto; l'altra per mostrare un Frank dolcissimo, a pezzi, e innamorato pazzo. Tra i nuovi ingressi, da segnalare la splendida June Squibb: bisbetica e gattara in pensione già in Nebraska. Non mancano le grasse risate, con i tabù sfatati in camera da letto e i sogni di gloria secondo loro. Non mancano le lacrime amare, assenti da un po', in un finale di stagione che spezza il cuore: tragicomico e chiuso, sembra quasi un addio. Vuoi viavai che non lasciano indifferenti e dolorose dipartite. Complici loro, alle cui grane corrispondono per dispetto le nostre gioie. (8)

Il selvaggio west: spunto perfetto, tra bulli e pupe, per un parco giochi per acquirenti sanguinari e licenziosi. Gli abitatori di quella realtà su misura, curata nei dettagli e straordinariamente verisimile, sono automi perfetti: così tanto da sviluppare pian piano l'equivalente dell'anima e da sottrarsi alle loro storyline, scritte in laboratorio da un incensurato inventore. Westworld parte benissimo. Come nella migliore tradizione HBO, non mancano la violenza, la nudità e i grandi nomi presi in prestito dal cinema. C'è una dama imbellettata – quella destinata a essere salvata dal principe azzurro di turno – che impara a sparare e custodisce gli sprazzi di vite e ruoli precedenti; una prostituta di mezza età, che fa dell'arte del flirtare un'arma sorprendente; due avventori – un vizioso belloccio e la sua introversa spalla – in cerca di brividi facili; un facoltoso investitore di nero vestito, che ha fatto del raggiungimento di un enigmatico labirinto la sua missione. Sullo sfondo, le note di un magnico pianoforte che suona brani contemporanei – dai The Animals alla Winehouse – e le preoccupazioni di chi quelle trame le ha pensate, ma adesso rischiano di sfuggirgli di mano. Nel mentre, la rivoluzione ha inizio: a capeggiarla, un insospettabile eminenza grigia. Evan Rachel Wood e Thandie Newton sono straordinarie – la seconda in particolare -. Tra Harris e Hopkins è lotta tra titani della vecchia scuola. Piccoli ma grandi accorgimenti aiutano a combattere il senso di dèjà vu. Il parco dove tutto è concesso tiene per sé i suoi colpi di scena – alcuni intuibili, altri no – e li snocciola in un finale, a parere mio, perfetto così. Tanta carne al fuoco, troppa. Tanti volti, tanti nomi, in una dimensione corale che funziona meno del previsto: qualche sottotrama fa sbadigliare – le infinite esistenze di James Marsden, i cliché del genere western indagati da Ben Barnes e Jimmi Simpson, i piani di un Jeffrey Wright meno accattivante dei suoi robot – e, qui e lì, la creazione del fratello minore di Cristopher Nolan presenta oggettivi cali di ritmo. Non aiutano episodi lunghi, che vogliono essere seguiti con la giusta attenzione. Westworld non è troppo scorrevole e risulta una visione forse sopravvalutata. Mi vengono in mente più i difetti che i pregi, scrivendone. Ma è così ambiziosa e intricata, credetemi, da meritarsi l'applauso. (7,5)

L'idea che Scream Queens potesse non avere una seconda stagione mi dava il tormento. Ho perorato la sua causa. L'ho consigliato e, all'occorrenza, difeso a spada tratta. Il Mean Girls con il bollino rosso, omaggio alla commedia adolescenziale e allo splatter anni '90, aveva spiccata intelligenza nel suo assoluto nonsense. Nella storia di una confraternita minacciata da una squadra di serial killer mascherati, qualche gustosa scena cult – la ridicola dipartita di Ariana Grande, la spedizione punitiva a metà fra Arancia Meccanica e un videoclip dei Backstreet Boys – e un effetto sorpresa che perdurava. Poi, imprevisto, il rinnovo. Tre appuntamenti con Ryan Murphy in un anno solo – oltre a questa serie, anche il novello American Crime e l'altalenante American Horror Story – e più Chanel per tutti. Stesso cast, stessi toni, ma un'ambientazione diversa: dimesse dal reparto psichiatrico, le redente Chanel fanno da tirocinanti presso l'ospedale fondato dal decano Munch. Al Cure si curano, appunto, le malattie incurabili. Ma l'edificio affaccia su una viscida palute in cui si scaricano scorie e cadaveri, il personale è poco qualificato, il male scova nuovamente queste antipatiche protagoniste di rosa vestite. Il cattivo, ribattezzato “Green Meanie”, cerca vendetta di ritorno dall'oltretomba. Qualcosa, sin dall'inizio, non funziona. Scream Queens, piatto e sottotono, non decolla. Sarà l'ambiente ospedaliero, sprovvisto del fascino kitsch e festoso dei campus universitari; sarà che convincono poco le new entry – il piacione John Stamos, una pessima Kirstie Alley, un autoironico Taylor Lautner; sarà che solo la deliziosa Emma Roberts e l'iconica Jamie Lee Curtis meriterebbe di sopravvivere a una cricca irritante. Il vanesio Chad Radwell e l'esilarante agente Denise, prestata a Quantico, fanno giusto una capatina; la psicotica Lea Michele, sorprendente nelle puntate passate, è una Hannibal in gonnella poco funzionale alla trama; al giallo, che vira spesso al profondo rosso per il sangue in quantità, manca il guizzo. Scream Queens non vuole farci ridere, non vuole convincere i pochi scettici rimasti in ascolto, non vuole ripetersi. Semplicemente, non ha voglia. Che, presagendo la cancellazione imminente, abbia voluto farci passare oltre senza rimpianti, in un gesto di insolita premura? In nome del bene che in fondo gli ho voluto, fingiamo di sì. (5,5)

mercoledì 13 aprile 2016

I ♥ Telefilm: 11.22.63 | Shameless VI

22.11.63 è stato il romanzo che, dopo anni di silenzio, mi ha fatto riavvicinare a Stephen King. Con le sue storie ci sono cresciuto ma, nella prima adolescenza, ho preso strade che, alla fine dei conti, non ci hanno allontanati troppo. Quando avevo diciassette anni, e da allora non è passata poi tanta acqua sotto i ponti, la pausa di riflessione tra di noi è finita grazie a quest'ucronia ambiziosa, mastodontica, indimenticabile in cui un uomo qualsiasi accettava di prendere sulle proprie spalle un fardello staordinario. Da quel romanzo, tra i miei preferiti e tra i maggiori capolavori del mio prolifico zio del Maine, il la per questo blog e per una miniserie evento, andata in onda da febbraio ad aprile. Otto episodi per ottocento pagine. Dandoci alle proporzioni, un'ora ogni cento pagine e la vicina possibilità che, per una sacrosanta volta, un'opera del Re subisse un trattamento d'eccezione. Tanto belli i suoi romanzi, tanto brutte le trasposizioni. La trama vede al centro un mite professore di Letteratura che, dal suo ristoratore di fiducia, riceve un'impensata eredità. Una porta della solita tavola calda altro non è che un varco spazio-temporale. Ora sei nel 2016, e l'attimo dopo eccoti a spasso nel 1960. Dove i colori sfavillano, le ragazze a bordopista desiderano un ragazzo che le inviti a ballare e gli uomini, sbarbati e profumati, portano i completi eleganti. Jake si scopre felice in un'epoca in cui lui non è ancora nato. Ha, però, un compito da portare a termine e forze che gli mettono i bastoni tra le ruote. Il tracollo è avvenuto dopo l'assassinio di Kennedy: da lì i russi, il Vietnam, perfino l'attentato alle Torri Gemelle. Deve stabilirsi per tre anni a Dallas, perciò, e sventare il piano del sicario. Nessun uomo è un'isola, e Jake coinvolge nell'impresa l'adolescente Bill e la bella Sadie, bibliotecaria minacciata da un marito psicotico. Se il battito d'ali di una farfalla genera un terremoto dall'altra parte del mondo, cosa possono un'amicizia e un amore che nascono da un paradosso? Con il beneplacito dell'autore in persona e J.J Abrams a produrre, la serie Hulu è attenta, curata, ben realizzata. Rispettosa e con volti chiesti in prestito al cinema. Sarah Gadon, deliziosa, nasce qualche film fa come nuova musa di Cronenberg e ricorda, qui, le bionde degli storici noir. George MacKay, squattrinato aiutante, e Daniel Webber, un Oswald umano e corruttibile, sono due volti freschi su cui puntare. Accanto al caratterista Chris Cooper, un James Franco che si impegna, ma che risulta un Jake tutt'altro che perfetto. La sua faccia da suola, però, tutto può. O è proprio quella faccia da suola, l'espressione sorniona che di solito trovo simpaticissima, a limitarlo? 22.11.63 è una rilettura pertinente e completa dell'opera. La trasposizione che un King assai sfortunato in TV, vedi il pessimo Under The Dome, meritava. Però, nonostante il lavoro di costumisti e scenografi, l'impiego di un cast discreto e nessuna pagina maltrattata, da un gran romanzo non viene fuori una grande produzione. Mancano i riferimenti alla bibliografia del Re e, soprattutto, quel sentimento impossibile che rende "le cicatrici di vaiolo graziose come fossette". Mancano la consapevolezza e una personalità stilistica forte. Non il gusto, né le lacrime ballerine in un finale agrodolce. Leggendo, io, lo immaginavo come Intrigo Internazionale. Lo avrei voluto diretto e musicato da un maestro del brivido ancora più grande. Jake, in un altro impossibile viaggio all'indietro dei tuoi, fa' tappa nel regno di Hollywood: ci prometti che racconti le prodezze dell'intreccio di King al signor Alfred Hitchock? (7)

Momento attesissimo è il ritorno dei Gallagher in città. Miei adorati. Quelli che, se non ricordi quel che è successo nelle puntate precedenti, ti mostrano il dito medio e che da sei anni ti consolano a modo loro. Tu che ti lamenti della tua famiglia, dimmi, l'hai mai vista la loro? A gennaio, con tutti i motivi del mondo per dirne di cotte e di crude su quel che resta della mia, li ho trovati dove li avevo lasciati. Numerosi e splendidi, accalcati sul portico. Questo, all'indomani di una stagione che si era fatta perdonare le svolte più dolorose e una Fiona  preoccupantemente simile a Frank, il suo papà alcolista e delinquente. Ci sarà mai una stagione intensa come la quarta, che mi aveva spezzato il cuore, logorato il fegato e portato a baciare i piedi ai creatori? Chi può dirlo – la settima è stata già confermata -, ma quella andata in onda quest'anno su Showtime ha gli stessi pregi e gli stessi difetti di quella che l'ha preceduta 365 giorni fa. Nel pilot lascia amareggiati l'arrivederci di Mickey, il bullo omosessuale che, a sorpresa, aveva amato l'instabile Ian di un amore fedelissimo. E' dietro le sbarre, si fa uno sgrammaticato tatuaggio sul petto perché anche lui porta i Gallagher nel cuore, chiede al fidanzato di aspettarlo. Ci si riprende in fretta dalla sua rinuncia al ruolo di regular, però, e si segue indulgenti Ian che gli volta le spalle per qualcun altro. Il rosso bipolare scopre la vocazione per il prossimo – vuole diventare paramedico – e frequenta un pompiere che lo rende migliore. Parlando di sentimenti, allora, sono fortissimi quelli tra Fiona e Sean. Ma il suo capo, che giura di avere messo la testa a posto, appare troppo perfetto per essere vero. Kevin e Veronica, genitori, rischiano invece che la loro attività tracolli e dicono in coro di sì a un esilarante ménage a trois: Svetlana, tu dove dormi? Il brillante Lip è colui che questa volta, invece, subisce le conseguenze dell'essere un Gallagher nel Dna. Il sangue, d'altronde, non mente. La sua relazione con una sexy docente universitaria è a rischio, il suo mentore chiede tanto e ci si accorge che lui, festaiolo e promiscuo, beve un filino troppo. Gli exploit, invece, toccano ai piccoli di casa, Debbie e Carl: ormai adolescenti, possono avere diritto a una storyline tutta loro. La prima, irritante ma vera, accoglie la cicogna e la venuta di responsabilità di notevole portata. L'altro, carcerato per fare contento papà, torna in libertà con le treccine afro, una bella coetanea da conquistare e il desiderio di una conversione che ha del paradossale. Frank, be', resta Frank. Manca a tratti il mordente e, più spensierati del solito, i Gallagher si godono una tregua con la vita, che risulta bella finché dura. Il season finale darà loro, inutile dirlo, le inevitabili batoste. A stringerli insieme, la paura di perdere una casa sommersa dagli avvisi di sfratto – cosa sarebbero senza un tetto? - e due possibili fiocchi rosa alla porta. Si calca poco la mano su alcune svolte, forse, ma il bello è lo spazio concesso ai personaggi secondari – ogni anno, da tradizione, si fa a turno per le luci della ribalta – e il fatto che nemmeno loro, estremi e selvaggi, possano vivere ogni giorno al limite. Così si comportano da famiglia. Così, per un po', vivono vite normali osando, immaginandosi al riparo dal temporale che bagna Chicago. I Gallagher, ho pensato, sono diventati meno problematici di me. E, da amico di lunga data, per nulla invidioso, sapeste quanto sono stato contento per loro. (7,5)

mercoledì 8 aprile 2015

I ♥ Telefilm: Olive Kitteridge, Shameless US

Olive Kitteridge
miniserie tv
Avrei avuto bisogno che qualcuno mi rassicurasse. Che mi dicesse ma no, Michè, guardalo Olive Kitteridge perché non ti annoi. Quattro ore complessive che sembran tante, la vita comunissima di una donna americana di cui sinceramente chi se ne frega, a produrre quella HBO che non sbaglia mai ma ha i suoi ritmi non da tutti. Anche True Detective, bellissimo, avevo dovuto lasciarlo e prenderlo, perché andava piano. Ma chi va piano va sano e va lontano. Io pure ho i miei tempi: ho fatto passare cinque mesi prima di vedere questa miniserie, con la scusa di volere recuperare l'omonimo romanzato di Elizabeth Strout, quando l'intenzione c'era ma mica tanto. Stava bene in wishlist, ma chissà sul mio comodino... Certi romanzi non li leggo per paura che non mi piacciano, che non ci stia troppo appresso, e che abbia di conseguenza vergogna ad ammetterlo pubblicamente. Come ci si comporta con le autrici premio Pulitzer? Arrivo sempre un po' in ritardo, perciò, ma arrivo. La regola del perfetto scribacchino impone la creazione di un protagonista che sia quasi sempre affabile e accondiscendente: un personaggio facile da condurre nelle danze. Altrimenti né scrittore né lettore sanno gestirlo. Olive è l'eccezione. La maestra di matematica che ti terrorizzava alle elementari, la vecchia bisbetica che ti scaccia dal suo giardino, la genitrice normativa e fredda. Come capita parlando dei miei nonni, di quanto siano diventati irascibili con l'età, uno butta la scusa sugli acciacchi della vecchiaia, pesi sull'anima. Invece lei, eroina eponima, era sgradevole anche da giovane, con un grande amore represso, un figlio mediocre, un marito bonario che avrebbe meritato una donna migliore. Richard Jenkins, marito esemplare e uomo dolcissimo, ha la triste sorte della gente troppo buona e il personaggio più adorabile in circolazione, che si sposa benissimo con il suo sorriso rassicurante: come non volergli bene? La sua poco dolce metà – accanto alla svampita Zoe Kazan, a Rosemarie DeWitt, a un Bill Murray a sorpresa – è la meravigliosa Frances McDormand, alle prese con il ruolo di una carriera. Lei so chi è, so che è bravissima, ma non saprei dirvi così, su due piedi, che film abbia fatto: eterna comprimaria, finalmente resta impressa con un ruolo interessantissimo e arduo, all'interno di produzione magistrale che ruota intorno a lei. Parte dalla fine, con un bosco in autunno, un picnic solitario e un colpo in canna. Come Colin Firth in A Single Man, sola, ma con meno desiderio di farsi bella e più voglia di ridere (dei guai altrui). Olive ti scaccia e pensa a morire in santa pace, cerca il tuo odio, ma è per questo che la adori e continui a cercare la sua compagnia quando i quattro episodi finiscono. E' come quello Stoner che voglio leggere e quell'Academy Street che sarà la mia prossima lettura. La storia di una vita ordinaria. Gli episodi mostrano come una convinta misantropa possa essere importante, suo malgrado, per l'altro: in alcuni è un comprimario; in altri una semplice comparsa; e solo alla fine diventa protagonista assoluta, nel ritratto di una solitudine crudele che strazia. Quarant'anni che fluiscono mentre i volti invecchiano gradualmente, le calze contenitive comprimono le vene varicose, i figli si sposano e divorziano, la pianista del bar va a suonare negli ospizi, appeso al chiodo un sogno. Mi sembra pleonastico parlare del resto, ma proviamoci: la qualità dell'intera resa che tocca livelli straordinari, il certosino lavoro dei truccatori, l'ingiustizia che ai Golden Globe non abbia vinto niente quando meritava tutto, la complessità di uno script che non deprime né annoia, strappandoti un mondo di risate e anche qualche gemito. Non la classica storia nelle mie corde di una Scrooge donna che impara ad amare. Alcuni uomini nascono con cuori da casalinghe, alcune donne con attributi da generali nazisti, e Olive Kitteridge celebra gli scherzi della vita, gli incastri perfetti e la coincidentia oppositorum. Basta avere un Henry accanto, un bassotto disobbediente, stringere i denti. E non lo faccio, non mi piace procedere al contrario, ma questa volta sì. Un'eccezione per una protagonista eccezione. Vedere la trasposizione televisiva – e l'aggettivo “televisivo” è da virgolettare, perché Olive Kitteridge è meglio di tanto cinema: sicuramente meglio di tutto il cinema visto nei primi mesi dell'anno nuovo – e avere voglia di recuperare il romanzo. Per saperne di più e per avere Olive accanto, nonostante le sue occhiate torve a dire che farebbe a meno di me: un lettore di meno, un guardone di meno. Uno di meno a giudicarla una cattiva madre, una moglie senza amore, una vicina sgarbata: una bastarda, e per sua stessa natura, senza desiderio di espiazione. (8,5)

Shameless
V Stagione
Il primo mese dell'anno e il ritorno delle serie che amo. Gennaio e Shameless ormai da cinque inverni. Noi, inseparabili. Lo consiglio, lo spammo, lo impongo come una dittatura forzata: tutti i miei amici lo seguono ormai, perciò seguitelo. E' una delle poche cose che accomuna me e mio fratello, che abbiamo gusti inconciliabili: una volta a settimana, quando non sono a casa, ci sentiamo e facciamo un recap appassionato. Hai visto cos'è successo a Fiona? Hai visto che è ritornato Jimmy? Hai visto cos'altro ha combinato Frank? Così, come fossero amici in comune. Roba di famiglia. Quest'anno Shameless ci ha messi d'accordo a colpi di comicità, vandalismo e parolacce, scoprendosi – al solito – ben pensato e a tratti tenero in modo assurdo. Sarà che gli atti di dolcezza dei bulli sono i più rari e i più sinceri. E che quella Chicago malfamata e criminale ha un senso della famiglia che suscita invidia; nido d'affetti tra spacciatori, prostitute russe, pazze a piede libero, aspiranti senzatetto come i loro papà. Ma qualcosa sta cambiando, sulla scia della chiusa di una quarta serie, ingiustamente ignorata nella stagione dei premi, che ci aveva regalato il meglio. Arrivano gli agenti immobiliari nel quartiere, Fiona ha trovato il posto fisso, Carl fa progressi con la carriera di pusher, Debbie si sogna già mamma e Ian si sogna sano, Lip ha grandi potenzialità e finanze ristrette, Frank – rinato a nuova vita – è la solita vecchia spugna. Emmy Rossum, mostruosa nella scorsa stagione, qui si districa tra triangoli sentimentali e indecisioni. Seduce Dermot Mulroney, mette la testa a posto con il romantico bluesman Steve Kazee e ci ricasca con il fuggiasco Justin Chatwin, che torna in città per la "sua" ragazza e per reclamare un cameo, visto che il suo sedere ormai è parte della storica sigla. Niente di che neanche per Jeremy Allen White, che va a letto con la sexy prof Sasha Alexander e poco più. Gli affiatati Veronica e Kevin vanno in crisi con la nascita delle gemelle, anche se crisi ben più importante è quella tra Ian e Mickey: sono venuti allo scoperto, ma la follia scorre nel sangue dei Gallagher e il bipolarismo di Ian li mette in ginocchio. Sono giovanissimi – e per me la coppia più bella della tivù – e la sceneggiatura, a sorteggio, condanna loro alla tragedia, rendendo il primo instabile e il secondo inerme. Bravissimo è Noel Fisher, con uno dei comprimari più indimenticabili e i momenti intensissimi di una stagione altrimenti fin troppo tranquilla; al massimo Cameron Monaghan, con un ruolo difficile e la problematicità che, negli episodi scorsi, aveva caratterizzato la matura Fiona. A dare un'occhiata al lato selvaggio anche Bojana Novakovic nelle vesti di Bianca, giovane dottoressa in fin di vita che, rinunciando alle cure, fa roulette russe di prive volte accanto al mattatore William H. Macy – sessantacinque anni e non sentirli. Dei più significativi nemmeno l'episodio conclusivo, purtroppo, che manca dell'epicità che un vero finale di stagione meriterebbe: sembra una puntata qualsiasi. Dopo tragedie e sconvolgimenti, dure prove per personaggi e spettatori, Shameless si apre alla freschezza. Da loro l'estate sta finendo, le campanelle stranno per richiamare i ragazzini sui banchi, non è ancora tempo di fingersi politicamente corretti per il Natale. I primi episodi sono spassosi. Un respiro di sollievo, giacché le sorelle modello non vanno in prigione, i pochi innocenti non rischiano la morte, i drammi sono meno drammatici e anche meno accattivanti. I toni si elevano, calano il classico realismo e la cupezza, ma la pecca di questa quinta stagione è che resta troppo lieve, nonostante personaggi in evoluzione e nuovi ingressi. L'interesse non cala, l'intrattenimento è assicurato, ma si farà ricordare - in generale - di meno. Non diventa la solita comedy, quindi niente paura, però osa pochi exploit mentre le svolte si fanno grottesche e le sottotrame numerose; forse anche difficili da gestire in maniera credibile, in un vicino domani. Noi ci fidiamo. (7,5)

domenica 13 aprile 2014

I ♥ Telefilm: Shameless, Pretty Little Liars, Looking

Ciao a tutti! Rieccomi. La noia avanza e vi scrivo. Vi scrivo e voglio parlare con voi di alcuni telefilm - in realtà sono due, il terzo è recentissimo - che seguo da tempo e che, nelle scorse settimane, si sono conclusivi, dandomi – e dandoci – appuntamento al prossimo anno. L'imperdibile Shameless, che quest'anno ha raggiunto livelli altissimissimi; l'orribile e inutile Pretty Little Liars, che mi ostino a seguire armato di non so quale pazienza; il Looking che ha bisogno ancora di tempo per essere messo bene a fuoco. Parlo del primo e sparlo del secondo per tutto il tempo, principalmente. Oggi va così. E voi? Li conoscete, li seguite, li amate – Shameless DOVETE amarlo – o li odiate - PLL dovete odiarlo. Un bacione e buona domenica, M.

Shameless
IV Stagione
Io seguo un mare di serie tv. Tante. Troppe. Seguirle, a volte, può diventare anche un peso. La verità è una, ed è bruttissima: io mi annoio subito. Delle stesse storie, delle stesse cose, delle stesse facce. Eppure ci sono telefilm che seguo da tempo: per abitudine, per noia, per pura inerzia. Lascio accumulare gli episodi, per poi guardarli tutti insieme, come fanno gli studenti modello con i compiti in arretrato. Shameless devo guardarlo subito. Io non posso perdere tempo. Io non posso aspettare. Io lo adoro. Sempre, da sempre. Per me, è la serie tv. La mia preferita in assoluto. Mi sto accorgendo che, almeno in Italia, non siamo in molti a seguirla. Che vergogna, per il telefilm che non ha vergogna! Se non lo conoscete, conoscetelo. Punto. Avete quattro, meravigliose stagioni da recuperare. E non sapete quanto cavolo v'invidio. Per i profani, dico in due parole di che parla. Shameless è incentrato sull'unica cosa più difficile e sfuggente dell'amore: la famiglia. La famiglia Gallagher è l'America che non hai mai visto nei film hollywoodiani: sudicia, marcia, esclusa dalla cara riforma sanitaria e dalle grazie del caro Dio. Dimenticate le foto sorridenti accanto all'albero di Natale, i saggi e accorti capifamiglia, gli amori per sempre. Sono ormai quattro anni che il superbo John Wells che ha diretto il recente I segreti di Osage Country mette la firma a questo prodotto che, in silenzio, è venuto dall'Inghilterra uggiosa e sregolata di Skins e Misfits. Parliamo di un remake. Parliamo di una sorta di reboot vietato ai minori di Malcolm in The Middle; di Un settimo cielo per canaglie e peccatori. Il linguaggio fa male alle orecchie, ma il resto è splendore. Incontaminato, generoso, viscerale. Uno squallido splendore. Io voglio bene ai Gallagher, sul serio. Non chiedono aiuto, non cercano redenzione, ma ai miei problemi aggiungerei volentieri i loro. Ad occhi chiusi. Si fanno amare con una facilità incredibile, si amano con una facilità incredibile. Con un papà alcolizzato e con un piede nella fossa, un disastro di sorella maggiore, due fratellini in preda agli ormoni, un genio travestito da mela marcia. Li chiamo per nome, potrei parlare di loro fino allo sfinimento. Sto zitto, e mi limito all'essenziale. Shameless è un capolavoro del piccolo schermo e la quarta serie, forse, è una delle più belle di sempre. Sono belli Ian e Mickey – pieni di sangue e segreti – che si amano e fanno a botte. Personaggi secondari, bulli omosessuali, ragazzi felici in una Chicago di papponi scontrosi, locali notturni, escort russe. Il Mickey del bravissimo Noel Fisher è credibile, folle, di un'umanità senza pari. E poi, accanto al magistrale e fragile William H. Macy e a una spumeggiante Joan Cusack, la sola e unica Emmy Rossum. La ami e la odi. Non ha trucco, non ha un ruolo facile, ma ha un copione che strappa da lei il meglio: sofferenza, pianto, sangue. Fiona è cambiata e, da sorella maggiore, è diventata tutrice legale dei suoi fratelli. Le responsabilità la rendono diversa, la rendono sgradevole e in briciole. Potenzialmente, un'erede di Frank: tale padre, tale figlia... Un ruolo che si scopre crudele la rende, però, intensa come mai prima. Un Emmy ce l'ha nel nome: non candidarla, questa volta, sarebbe una blasfemia. Nel sesto episodio – Iron City – ti spezza, si spezza. Il finale di stagione parla di morti che camminano e di giovani che s'ammalano della depressione dei vecchi: poveri Lazzari di periferia. Shameless è il serial che non puoi perdere. (9/10)

Pretty Little Liars
IV Stagione
Le protagoniste di Pretty Little Liars non recitano, starnazzano. Sono galline professioniste. Vagano in boschi e cimiteri in abito da sposa. Vanno conciate ai funerali come diciassettenni a un festino di Capodanno. In questo serial capitano cose così. Anche l'occhio vuole la sua parte, non c'è dubbio. E, sulla ABC come in casa The CW, tutti sono super: super bellissimi, super popolari, superati. Ma è una serie ABC e sono anche tutti casti e ben vestiti. Niente scene osé: non ci sperate! Due le note positive che riesco a trovare. Spencer e Allison. Spencer: quella che si veste da vecchia, sì. Ah, ma forse vi confondete con Aria? No, lei è solo vintage: si veste come una zingara/cartomante/barbona per scelta di vita. Lei è vecchia dentro. Attiva come la Signora in giallo, lucida come Courtney Love, ma piuttosto brava. Le altre sono dei cani proprio. La peggiore, Ashley Benson, che pare tutti trovino la più bella. In compenso la bambolona bionda non mi convince nemmeno sotto quel punto di vista. Poi Allison: Allison è Allison. Non capisci un cavolo di lei, ma è ipnotica. Bellissima, carismatica, convincente. Com'è il finale di stagione? Inconcludente, come al solito. Prendi a vaglio tutti i tipi loschi. Stani tutti i sospettati. Ci sei. La verità, finalmente. E invece niente. Come quattro serie prima. E questa quarta stagione è la più inutile, insulsa e noiosa: il che è tutto dire, vabbè. Per correttezza, ammetto di essermi addormentato ad ogni puntata, o quasi, e ad ogni puntata, o quasi, di aver saltato interamente le parti di mezzo. Ma Pretty Little Liars è così ordinato, raffinato, organico che riesci a capire tutto lo stesso, anche in quei dieci minuti in cui ti svegli di botto sul divano? No. In realtà ti svegli e le vedi che blaterano, scappano, si lasciano sfuggire il colpevole, come una mosca in un pungo. Mi è piaciuto? Noooo. Guarderò la serie successiva? Sììì. Lo so che pensate: questo è idiota fino al midollo! Comprenderete solo dopo aver visto questo serial.Troppo trash per essere vero. Ognuno ha bisogno della sua dose settimanale di scemenze. I nostri palati chiedono di dissetarsi con il trash puro. E Pretty Little Liars è il Nestea, la Corona, la Coca Cola del trash. Dai creatori di The Walking Dead, Peppa Pig e i Barbapapà. Che collaborazione illustre! (3/10)

Looking
Stagione I
Looking è la versione maschile del celebrato Girls. Così l'hanno presentato, lo scorso gennaio. Spontaneo, vero, senza orpelli. Una serie TV con soli uomini e uomini soli. I personaggi, a volte, mi sono parsi veri chiché ambulanti. Ma a volte mi hanno stupito positivamente, perché anche con i baffoni alla Village People o il fare da primadonna, risultano autentici. Looking è targato HBO: dove non ci sono i belli senza arte né parte della The CW. La stessa HBO nota per i suoi telefilm da bollino rosso, ma che – in questo caso – sa essere diretta, incisiva, coerente ma senza eccessi. Bravissimo il Jonathan Groff della prima stagione di Glee, nei panni del quasi assoluto protagonista, e, tra i comprimari, resta impresso il simpatico Russel Tovey di Him and Her. Per le gigantesche orecchie a sventole, i videogame, l'accento british. Soprattutto per l'accento, forse. Questa serie non vuole essere educativa, non vuole essere importante, non vuole indurre alla tolleranza. Scarni gli scenari, misurata la recitazione, magnetica la fotografia. Pittoresca e malinconica questa San Francisco qui. Da intenditori – e io non lo sono, lo premetto – la variegata colonna sonora. Un gioiellino di regia e scrittura il quinto episodio: il più bello. Non è una serie adatta agli spettatori più omofobi del cosmo, Looking. Prosegue per la sua strada – chi c'è c'è, chi non c'è non c'è. Non si parla della confusione giovanile, dell'outing, dei dubbi, ma del dopo. Otto episodi adulti e di grande intimità. In cerca di un loro destino - come i tre protagonisti allo sbando -, ma interessantissimi. Da mettere ancora bene a fuoco. (7/10)

mercoledì 25 luglio 2012

I ♥ Telefilm: Shameless

Con lo scoppiare dell'estate, non c'è passatempo più felice di una bella lattina di tè in compagnia della nostra serie televisiva preferita. Ma, tra finali di stagione e novità che stentano a decollare a causa di pilot poco coinvolgenti, sarebbe utile consigliare ora come ora un telefilm frizzante e con diverse serie all'attivo a “portata di click”....ditemi la verità, sono l'unico a non accontentarsi di vedere un solo episodio a settimana? Non c'è periodo migliore di questi mesi di caldo e sole per passare intere serate, quando non abbiamo voglia di uscire o leggere (sì, mi capita: il mio sudore radioattivo potrebbe consumare le pagine dei miei amati libri :P ), intrappolati in quaranta - ma anche di più - minuti di relax, con canottiera, boxer e nulla a cui pensare.
Consigliandovi serie di culto come Dawson's Creek, Buffy e The OC potrei andare sul sicuro, ma oggi voglio parlarvi di una serie che ho scoperto proprio di recente e di cui ho visto in pochissimi giorni tutti i 12 episodi che compongono la prima stagione.
E' la versione Usa di una serie inglese, approdata su Mya quest'anno, di cui, il 20 Luglio, sono andati in onda, sempre sullo stesso canale Premium, i primi due episodi della seconda stagione. Probabilmente in pochi la conosceranno, quindi, al contrario di come procedo solitamente, riporterò anche qualche dettaglio per introdurvi brevemente la trama e i personaggi.
Si tratta di Shameless – letteralmente “senza vergogna”. 
Titolo che non poteva essere più azzeccato per descrivere la vitalità vera e spiazzante di una serie che se ne infischia di tabù e bollini verdi e - un po' sopra le righe, un po' eccessiva – riesce a strappare sorrisi e risate anche sullo sfondo di un quartiere in cui degrado e miseria si confondono con il grigio dell'asfalto e la decadenza di fatiscenti villette a schiera. Il classico quadretto di vita americana che pubblicità e film per la famiglia ci propongono (giardini curati, case tutte uguali e allineate in strade tranquille e pulite, rapporti tra “buoni vicini”...) viene stravolto, cedendo spazio a un realismo inedito, condito con cinismo, ironia e un romanticismo concreto e spietato. Al primo appuntamento? Altro che rose e inviti a cena. Per una ventenne che ha sulle spalle il peso di una famiglia rumorosa e ingombrante e che riesce a stento a sbarcare il lunario una funzionale lavatrice è un regalo molto più utile e gradito!
Fiona, la ragazza in questione, ha responsabilità molto più grandi di quelle di una sua comune coetanea e, a causa di un padre alcolizzato e di una madre che ha dato forfait dinanzi al primo problema, si trova a doversi districare tra lavori domestici, impieghi part-time e un esercito irrequieto di fratelli minori. Cinque pesti di età diverse che - tra capricci, sbalzi ormonali e furore giovanile – le danno non poco filo da torcere! I suoi tentativi di mantenere unita una famiglia che va a pezzi e la voglia di far fiorire una relazione duratura con il misterioso Steve fanno mescolare lacrime e risate e danno vita a tragicomiche avventure, vedendo le quali, per una volta nella vita, potremo ritenerci parte di una famiglia normale, nonostante le divergenze e le follie momentanee che, di tanto in tanto, fanno girare a mille le nostre scatole e saltare i nostri dirimpettai dalla poltrona.
I sei fratelli Gallagher hanno personalità forti e una vitalità spettacolare come un gioco pirotecnico e dannosa come una specie di bomba atomica. Accompagnati da un patriarca affetto da pigrizia acuta (il mitico William H. Macy), lontani dagli stereotipi e dalla zuccherosa visione del mondo che le grandi produzione americane ci propinano, nutrono gli uni verso gli altri un affetto viscerale e incondizionato – espresso più con parolacce e cazzotti in faccia, che con abbracci fraterni e complimenti! - e il loro essere uniti, nonostante lo humour che pervade il tutto, sa commuovermi spesso e mi ricorda un po' gli edulcorati legami dell'intramontabile Settimo cielo e i bonari deliri del dissacrante Malcom in the Middle.
Recitato magnificamente, unisce il talento consolidato di due star come William H. Macy (premio Oscar per Fargo) e Joan Cusack (candidata due volte agli Academy Awards come “miglior attrice non protagonista”) alla fresca bellezza di Emmy Rossum (Il fantasma dell'Opera e, prossimamente, nel film La Sedicesima Luna) e Justin Chatwin (Dragonball Evolution), protagonisti spesso di scene di sesso esplicite, ma mai volgari, che ricordano quelle della splendida coppia Hathaway – Gyllenhall nel romanticamente divertente “Amore e altri rimedi”.
Omosessualità, bullismo, grandi speranze, voglia di rivalsa e negazione ed amore verso una famiglia tanto imbarazzante si mescolano in una serie che, al pari di Skins, merita il titolo di cult istantaneo. Senza vergogna, mostra quello che gli altri telefilm non mostrano. Senza regole, fa ridere di quegli argomenti tabù che la censura mondiale reputa indecorosi e, inaspettatamente, fa nascere la voglia di sentirsi parte di un qualcosa di più grande proprio come avviene nel caso dei sei ragazzi Gallagher.
Prendete le cene imbarazzanti dei parenti, le notizie più bizzarre che i telegiornali annunciano, moltiplicateli all'infinito e otterrete un briciolo dell'adorabile ed esilarante vena di follia che percorre questa meritevole serie Tv. Credetemi sulla parola, non vi pentirete di seguirla! 

 

La sigla, anche presa da sola, è già tutta un programma! Veramente unica!
Una delle più originali e irriverenti di sempre :D