Sfrecciava
leggiadra sulle lame dei pattini, portandosi dietro scie di
sangue. Si gettava con così tanto impeto nell'impresa impossibile di
un triplo axel da apparire, complice la velocità, una figura
indistinta al centro della pista. Giravano lei, il mondo, e quella
figura sfocata appariva ora un'icona di stile, ora
un mostro: una creatura bicefala. Tonya Harding, la pattinatrice. La
mandante, o così si raccontò negli anni Novanta, del pestaggio di
una collega rivale. Sulla sua vita, sulla sua verità, hanno ricamato a
piacimento i media. I, Tonya racconta
come fosse una lunga e incensurata intervista, un documentario
bizzarro, l'ascesa e la caduta – soprattutto, i chiacchierati
misfatti – di un nemico pubblico col vestito glitterato e il fiocco
fra i capelli. Il risultato è la biografia politicamente scorretta
che non ti aspetti. L'altro lato della medaglia. Bambina prodigio,
spremuta come un limone sin dalla tenera età, la protagonista cresce
nella violenza fisica e psicologica. Si
affida ciecamente all'esempio della volgare mamma manager
(un'irresistibile Janney in odore di vittoria, già genitrice degenere nella sit-com Mom),
a un compagno manesco (il baffuto Sebastian Stan), all'imprevedibile
volubilità del pubblico (che ora la acclama, ora la chiama
campagnola); infine, ai servigi di un manipolo di sicari stupidissimi
da cui non potevano dipendere né vite né reputazioni, no. La
Harding si esibiva su note assordanti, portava lo smalto colorato in
barba alle regole, indossava vestitini succinti cuciti personalmente
a macchina la notte prima. Tecnicamente insuperabile, non piaceva ai
giudici: in cerca di campionesse di pattinaggio, e di moralità. Su
Netflix, lo esemplificavano già gli incontri a tavolino di Glow:
una nazione di patrioti bellicosi, di benpensanti, ha bisogno di
personaggi rivali nello sport; della battaglia fra bene e male.
Tonya, suo malgrado, al contrario della dolce Nancy, era il male
incarnato. Perché, cosa inammissibile, aveva una personalità.
Amareggiata, sempre fuori posto, indesiderata, cerca allora la gloria
che le spetta – e che in fondo merita – con le cattive. Il
montaggio e la colonna sonora, pazzesca, sono martellanti. Craig
Gillespie, alla regia, si muove come un David O. Russel rock n' roll.
Una quasi irriconoscibile Margot Robbie, pronta a tutto per scollarsi
di dosso l'etichetta di pupa bella e innocua, sorprende per una
maturazione avvenuta dalla notte al giorno – al di là di un
allenamento fisico che deve averla molto provata, di sedute
estenuanti di trucco e parrucco che nemmeno riescono a imbruttirla
troppo, ammiratene l'intensità dei pianti e dei sorrisi forzati allo
specchio del camerino, a pochi minuti dal verdetto finale. La
campionessa sovversiva ha un'interprete alla sua altezza, un film che
la rispecchia. Fatto di sudore copioso, sangue pazzo e glitter
ovunque. Di grazia su ghiaccio e ingiustificata barbarie. Per la
tendenza tutta americana a non vedere sfumature, a non ammettere
gradi di colpevolezza, c'è gente da amare e gente da odiare: punto e
basta. Tu, Tonya, qui puoi finalmente essere amata. (7,5)
Sulla
scia dell'entusiasmo generale, ai tempi, ho provato e riprovato a
leggere quel romanzo con la copertina pastello che parlava di
diversità e altruismo. Apprezzo sinceramente le storie che sanno
rivolgersi a grandi e piccini, ma bastavano poche pagine appena per
trovare insopportabile l'eppure apprezzatissimo Wonder.
Questione di stile, forse. Questione di romanzi a tesi, a tavolino,
che sanno di lacrime facili e furberia. L'ho aspettato al cinema
senza aspettarlo mai per davvero. Un po' di curiosità per Chbosky,
autore e regista di cui avevo perso notizie dopo il successo di un
cult intitolato Noi siamo infinito;
un po' di curiosità per il ritorno di Jacob Tremblay, il bambino
prodigio in Room, in
un adattamento che lo vuole ancora alle prese con la scoperta del
mondo esterno e ancora coprotagonista, sebbene molto più in sordina,
della stagione dei premi – il film, accanto alla nomination all'Oscar per il
miglior trucco, ha ricevuto più di qualche menzione agli scorsi
Critics Choice Award. Arrivato in sala sotto festività che
dovrebbero addolcire di per sé, Wonder è
il primo giorno di Auggie alle scuole medie. Un bambino che ama Star
Wars e lo spazio profondo, parla
di Halloween come della sua festa preferita e, a soli dieci anni, fa
i conti con una malformazione al viso che l'ha reso oggetto di
derisione. Si nasconde dietro un casco da astronauta, sotto il
cappuccio della felpa, ma mamma Roberts e papà Wilson lo spingono
delicatamente a uscire dal guscio; a crescere. Fra sfottò, pranzi in
solitaria, amici che tali non sono, le ore di lezione – e di questo
film – vanno come previsto. Qualcuno si ravvede in vista di un
epilogo troppo buonista e qualcun altro impara la semplicità del
perdono, la famosa bellezza interiore e la necessità, a volte, di un
pugno sul naso ben assestato per zittire le risate di scherno. Dalle
parti di Diario di una schiappa
e Dietro la maschera,
il piccolo Elephant Man
del sempre dolce Tremblay è un prodotto in stile Giffoni, un inno
alla gentilezza che a volte si perde nella stucchevolezza di una
famiglia perfetta e nelle evitabili lungaggini del finale. I
cosiddetti ragazzi normali sono forse risparmiati dall'agonia del
crescere, del rapportarsi? Pur lontanissimo dalla meraviglia del
titolo, Wonder piace
allora. Quando, a punti di vista alterni, si apre ai comprimari –
una sorella maggiore alla scoperta dell'amore e del teatro, un amico
che ha tanto da farsi perdonare, un'adolescente meno superficiale di
quanto non dicano le sue ciocche rosa – e alla segretezza delle
loro battaglie. Scritte, ma non sulla faccia. (6)
Parlare
di un classico della letteratura mette in crisi. Se piace, sembra
fatica persa cercare nuovi aggettivi. Se piace così
così, scriverne può aiutare a vederci chiaro. Se non piace, be',
dilemma: il commentatore anonimo che ti dice che non ci hai capito
niente è già lì che si sfrega le
mani. Il giovane Holden non mi è piaciuto, infatti, ma per
quanto lo si possa dire di un intoccabile must generazionale con un
protagonista, a tratti, esasperante e vicinissimo a me. Charlie, voce
narrante di Noi siamo infinito nonché
mio migliore amico immaginario, su Holden scriveva saggi su saggi –
più di qualche lettore, tra l'altro, mi diceva che i due si somigliano un
po'. Nella seconda stagione di BoJack
Horseman,
all'apice di un climax di genialità e insensatezza, J.D. Salinger
in persona – vivo e vegeto, e desideroso di scrollarsi da dosso
l'ombra del suo indimenticato eroe ribelle – si reinventava
sceneggiando quiz a premi. Il
giovane Holden lo
citano le scuole di scrittura e i titoli delle ultime novità in
libreria, lo prendono in giro e lo omaggiano in tivù: sembravano
parlarmene tutti, ininterrottamente. Ma di cosa parlava, poi? E da
cosa, dopo sessant'anni, ci si lasciava ispirare?
Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun
grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un
dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti
quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono
senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e
acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto
l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia,
ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare.
Il
protagonista eponimo è un liceale che a scuola non brilla. Sveglio, direbbe qualcuno, peccato non si applichi. Ha sedici
anni, una famiglia altolocata e l'ennesima porta sbattuta in faccia.
Espulso per la sua media disastrosa, ha fatto i bagagli e preso un
treno fino a New York. Da qualche parte nell'Upper East Side c'è
casa sua. Non vuole tornare. Fa il giro lungo, si attarda in strada.
Mancano pochi giorni a Natale, e i suoi genitori non sanno ancora
che, dopo le vacanze, non tornerà in collegio. Meglio rimandare a
domani la sconfitta di deluderli di nuovo. Meglio vagare senza meta,
alticcio, con un berretto rosso in testa. Vagamente, so cosa si
prova: c'è questa scena di me, che temporeggio sul pianerottolo
prima di inserire la chiave nella toppa. Lucidamente io l'ho capito
sì, questo stangone bugiardo, amareggiato e suscettibile, che
insieme cerca la solitudine più assoluta (la tentazione di fingersi
sordumuto per evitare chiacchiere vuote; una cascina sul cucuzzolo della montagna per il futuro) e la compagnia più rumorosa (squillo
e papponi, ragazze in pista da ballo, prof dalle mani lunghe, jazz
all night long). Di autentico, l'affetto per la sorella minore e per
un fratello morto di leucemia; l'attrazione per una coetanea che gli
preferisce il popolare compagno di stanza; il ricordo di un amico che
ha avuto il fegato di farla finita. C'è una regola che dice che ci
si debba per forza prendere a cuore il personaggio principale? Tutti
possono forse percepire tutti alla stessa maniera? Si è indecisi tra
volergli bene e prenderlo a botte, Holden. Leggendo facevo: ti
capisco, però parla meglio, conta fino a dieci e, soprattutto, sta' un po' zitto. Holden parla con
la bocca piena, mentre aspira il fumo delle sue sigarette; Holden
parla come un sedicenne incolto – ripetizioni, iperboli,
imprecazioni snervanti (fate una conta dei “vita schifa”, “andare
in sollucchero”, “ad ogni modo”, “vattelapesca”,
“compagnia bella”) – e odia i libri di testo, il cinema, i
buona fortuna,
tutto quanto. Mi ha innervosito spesso. Mi ha irritato quel fingere di voler prendere aria, per poi tornare sempre e comunque a ripiegarsi su se stesso.
Sento
un po' la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Non raccontate
mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di
tutti.
Però,
la sua,è
la storia di uno di quei ragazzi
contro
che mi sanno trovare solidale. Chi lo aiuta a cercare il suo posto nel mondo? Averlo incrociato lascia un bella
sensazione, con il senno di poi, ma il mal di testa durante.
Rattrista saperlo triste, e sapere che vorrebbe urlare di gioia, al
pensiero delle giostre coi cavalli o della meta segreta delle anatre
di Central Park, contagia con un mezzo sorriso. Il Natale è vicino, e
sempre indesiderato resta. I genitori, sempre, continuano a non
sapere.
Però
la tentazione di gridare, che significa liberarsi e chiedere aiuto insieme,
interrompe le noie del flusso di coscienza e rompe la lista di quelle
cose non per forza sempre uguali; non più.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: David Bowie - Space Oddity
Ciao
a tutti, amici, e buona domenica! Altro post improvvisato. Questa strana recensione non era pensata per oggi, ma –
questo pomeriggio – ho passato così le mie due ore di pausa dallo
studio. Ho finito il romanzo d'esordio della Dellaira e l'ho
consigliato, per lettera, ad un amico. Non ho resistito. Si parla di lettere e Charlie
(qui il mio pensiero su Noi siamo infinito) le apprezza sempre. Lo so.
Spero vi piaccia. Un abbraccio.
La verità è bella, non importa quale sia. Anche se fa paura, o se è brutta. E' bella semplicemente perché è vera. E la verità è luce. Ti rende più te. Io voglio essere me.
Titolo:
Noi siamo grandi come la vita
Autrice:
Ava Dellaira
Numero
di pagine: 313
Prezzo:
€ 16,90
Sinossi:
Tutto
inizia con un compito assegnato nei primi giorni di scuola: "Scrivi
una lettera a una persona che non c'è più". E così Laurel
scrive a Kurt Cobain, che May, la sua sorella maggiore, amava
tantissimo. E che se n'è andato troppo presto, proprio come May. Per
Laurel, la sorella era un mito: bella, perfetta, inarrivabile. Era il
sole intorno a cui ruotava tutto, specie da quando i genitori si
erano separati. Perderla è stato indescrivibile, qualcosa di cui
Laurel non vuole parlare. Sulla carta, invece, Laurel si lascia
finalmente andare. E dopo quella prima lettera, che non consegnerà
all'insegnante, continua a scriverne altre, indirizzandole a Amy
Winehouse, Heath Ledger, Janis Joplin e altri idoli della sorella
scomparsa. Soltanto a loro riesce a confidare cosa vuol dire avere
quindici anni e sentire di avere perso una parte di sé, senza
nemmeno potersi aggrappare alla famiglia perché è andata in mille
pezzi. Soltanto a loro può confessare la paura e la voglia di
avventurarsi in quel mondo nuovo che è la scuola, la magia di
incontrare amiche che ti fanno sentire normale e speciale al tempo
stesso. Finché, come un viaggio dentro di sé, quelle lettere
porteranno Laurel al cuore di una verità che non ha mai avuto il
coraggio di affrontare. Qualcosa che riguarda lei e May. Qualcosa che
va detto a voce alta: solo così Laurel potrà superare quello che è
stato, imparare ad amarsi e trovare il coraggio di andare avanti. Una recensione, una lettera
Caro
Charlie, la mia prima lettera l'ho scritta a te, sicuro che fosse
anche l'ultima. Apri la buca della posta, invece, e mi ritrovi lì.
Un francobollo che viene dall'Italia, una busta color crema, la vita
scritta sul foglio di un quadernone a righe. La verità è che
pensavo non ci fosse più posto. Per una lettera, un'altra. Per
persone diverse da te, Sam e Patrick, nella mia piccola infinità.
Sono passati sei mesi: la metà esatta di un anno come un altro. Ti
dissi che avrei ballato, ricordi? L'esistenza una balera affollata,
un Capodanno da affrontare con Converse verdi che aspiravano a essere
scarpe da tip tap, nell'ultima notte del mondo. Eroe per un giorno e
basta. Mi conosci e sai che ti ho mentito. Te l'ho detto perché
suonava bene. La promessa di ballare era la chiusura perfetta del mio
messaggio. Una bugia per una lettera piena di verità: perché si sa
che l'onesta mi fa paura, quand'è troppa. Mettiamole pure un limite.
Quello, il motivo principale, e la mia naturale tendenza a
dimenticare le cose. Come quando incontro una conoscente di mamma al
supermercato, le dico che le darò i suoi saluti, ma mica lo faccio
davvero. E chi ci pensa. Ho trovato un'amica e vorrei presentartela.
Ti piacerebbe. Tu piaceresti a lei. Io poi sono la famosa prova del
nove. Voi mi piacete entrambi, a me piace pochissima gente, dunque
dovete piacervi tra voi. Per forza. Senza condizionale. Dovete. So
che lo farerete. Si chiama Laurel. Laurel, questo è Charlie. Fate
ciao con la mano, guardatevi. Se vi somigliate, non l'ho notato.
Siete fratelli che non lo sanno. Siete parenti che non si somigliano.
Nati in città diverse, in epoche diverse. Da semi diversi, ma da
impronte uguali. Dio poi ha buttato lo stampino. I malinconici si
riconoscono. Hanno una nuvola nera disegnata sulla testa. Voi siete
un po' così. Mi siete piaciuti subito, perché anch'io sono un po'
così. Sai, comunque, che anche Laurel scrive lettere? Le sue sono
lettere d'amore perduto a buchi neri, a soli tramontati, a stelle
collassate. Personaggi famosi che non hanno retto, talenti sprecati.
La mia amica Laurel indaga sulla loro infanzia, le loro vittorie.
Studia cosa avevano in comune loro, e i loro rispettivi addii
all'esistenza. Scrive a Kurt Cobain, a Janis Joplin, a Amy
Winehouse, a Judy Garland. Però per tutto il tempo pensa a May, sua
sorella. Un'adolescente con una camera piena dei loro poster. Ci
dormiva insieme. L'inclinazione alla tristezza nel sangue. Il destino
dell'autodistruzione incorniciato al muro, accanto a poster dei
Nirvana da fare in mille, minuscoli pezzi, ora che lei non c'è più.
Laurel non si capisce.
E' una astrologa di vite eclissate, una
metereologa di acquazzoni di pianto e tempeste sentimentali.
Fruitrice di musica, creatrice di musica. Lettrice di poesie, autrice
di poesie. L'unica cura di sé stessa. Filosofeggia guardando Il
cavaliere oscuro e Stand By Me, mentre
tu - tra il terrorizzato e il divertito - guardavi Rocky Horror
Picture Show, e pensa a come il
mondo si sia rovesciato. A Batman che ha perso la sua amata e che è
accusato di essere un criminale, al Joker di Heath Ledger che ha
un'umanità e un ghigno che turbano, a River Phoenix che sarà sempre
il bambino bello e ribelle della trasposizione cinematografica del
miglior Stephen King. Così, "forever young". Invitala a pranzo,
portala fuori. Niente di imbarazzante: lei porta i suoi amici, tu
porta i tuoi. Che tipi che sono! D'altri tempi. Figli dei fiori
mancati per un soffio. La coppia: Kristen e Tristan. Uguali e disugali. Lei
studiosa, lui saggio e con l'ispirazione dentro, ma senza il coraggio
reale di provare a scrivere qualcosa di suo. Hannah e Natalie
potrebbero essere un'altra coppia, invece, solo che si amano e non lo
ammettono davanti agli altri. Fumano, bevono; le scintille delle canne e le teste
lucenti dei mozziconi di sigaretta come lucciole nel Vicolo. Il loro
Quartier Generale: un Pensatorio frequentato da hippy degli anni
duemila. Nei tuoi quindici anni succedeva qualcosa di simile. Te ne
stavi sul divano rosso dello scantinato di Sam e Patrick, con le
sigarette che fumavi, anche se non ti piaceva il loro sapore, e il
silenzio dei tuoi diecimila pensieri. Da ragazzo da parete a ragazzo da parete,
ti capivo.
Laurel all'inizio non la mettevo bene a fuoco. Forse non
l'ho messa a fuoco nemmeno adesso, ma ho imparato a farmela piacere
ugualmente. Con i suoi misteri da giovane donna, con quelle lettere che
non mi fa leggere. In foto non viene bene, non esce. Vive per conto
suo, quasi dietro un vetro appannato: quando è inverno, piove e
fuori fa freddo. La stanza è umida, le finestre rigate d'acqua
piangono inconsolabili. Ti viene da disegnarci una cosa con il
polpastrello, con l'indice: una faccia che sorride, un cuore
sbilenco. Hai voglia di intaccare il gelo con la punta morbida di un dito. Apri
un passaggio, un pertugio, sul vetro bagnato. Un buco nel mondo di
Laurel. Piove e le luci dei lampioni sfarfallano: sono bellissime. E'
Natale. Le luci si raddoppiano e si raddoppia quella bellezza opaca –
da lampadina che muore, da candela che si spegne, da battito che
s'addormenta nei macchinari dell'ospedale. Un battito sordo, lento.
Laurel è tutta un tum... tum... tum... Un ritmo pacato, pacifico, che
ha tanto sonno arretrato. Non riesce a dormire: la sua stanza
è a metà. Manca un pezzo del suo vecchio letto a castello; sua
sorella non è da nessuna parte. May era una fata e tra le altre
creature alate del suo bosco nero doveva esserci anche la Alaska di
John Green. Sono della stessa specie. Di notte, May abbandonava
Laurel per spiccare il volo. Quando nessuno la vedeva, si illumava e
le sue ali di luce la portavano fuori dalla finestra, nel vento. In
mezzo a feste e cuori, sbronze e amori. La mia amica ha guardato e le
ali della sua sorella maggiore si sono spezzate. Adesso ha preso a
non guardare e a non pensarci. Magari poi lei torna. Dalla finestra
semiaperta, dalla morte, ai suoi rossetti carichi e ai jeans
buoni strappati sulle ginocchia. Magari poi non gioca più a fingersi
morta. Tu hai presente il mare? Porta a riva dei legnetti che non si sa
da dove arrivano. Secondo Laurel fanno a gara, come le tartarughine
che – rotte le uova – si sfidano a chi arriva per prima
all'acqua. May sarà nella prima onda che si infrange a riva, secondo noi. Caro
Charlie, ti consiglio questa loro storia. Quando leggo qualcosa che mi
colpisce penso sempre ad altri lettori con gusti simili e, in questo
giorno di giugno caldo e nuvoloso, mi sei venuto in mente proprio tu.
Noi siamo infinito
apprezzerebbe Noi siamo grandi come la vita.
Per la scrittura tanto semplice, i passaggi delicati, i fiori
nell'asfalto e la colonna sonora pazzesca, i personaggi sfocati in
cerca di un loro infinito in un'età che infinita non è. I giovani e
la morte. Un mistero guardato in faccia da occhi timidi. Laurel ti accarezza e scopri di star male, anche se prima non lo
sapevi. La carezza è il memento, la carezza è la cura.
Buona
sera, amici miei, e – soprattutto – tantissimi, tantissimi auguri
di buon anno! Tra immancabili buoni propositi (Imparare a suonare
la chitarra, farsi venire l'accento british dei Bastille, scrivere un
romanzo, prendere tutti 30 agli esami, diventare bello, muscoloso e
popolare...) e pranzi disastrosi coi parenti, riesco a collegarmi
un secondo per accogliere calorosamente i nuovi arrivati, abbracciare
virtualmente le vecchie conoscenze di questa nostra grande famiglia e
per lasciarvi, per iniziare come si deve l'anno, il meglio e il
peggio del “lontano” 2013. Tanti titoli da consigliare, qualcuno
che sarebbe stato meglio evitare, un mare di autori da scoprire. Ci
sentiamo prestissimo. Alla prossima e buon inizio, M.
E
i libri che hai letto sono già stati letti da altre persone. E tutte
le canzoni che hai amato sono state ascoltate da altre persone. E la
ragazza che tu trovi carina è carina per altre persone. E ti rendi
conto che, se considerassi queste cose quando sei felice, ti
sentiresti alla grande, perché quella che stai descrivendo è
"l'armonia".
Titolo:
Noi siamo infinito – Ragazzo da parete
Autore:
Stephen Chbosky
Editore:
Sperling & Kupfer
Numero
di pagine: 272
Prezzo:
€ 16,90
Sinossi:
Fra un tema su Kerouac e uno sul
"Giovane Holden", tra una citazione da "L'attimo
fuggente" e una canzone degli Smiths, scorrono i giorni di un
adolescente per niente ordinario. L'ingresso nelle scuole superiori
lo lancia in un vortice di prime volte: la prima festa, la prima
rissa, il primo amore - per la bellissima ragazza con gli occhi verdi
che quando lo guarda fa tremare il mondo. Il primo bacio, e lei gli
dice: per te sono troppo grande, però possiamo essere amici. Per
compensare, Charlie trova una che non gli piace e parla troppo: a
sedici anni fa il primo sesso, e non sa neanche perché. Allora lui,
più portato alla riflessione che all'azione, affida emozioni,
trasgressioni e turbamenti a una lunga serie di lettere indirizzate a
un amico, al quale racconta ciò che vive, che sente, che ha intorno.
Dotato di un'innata gentilezza d'animo e di un dono speciale per la
poesia, il ragazzo è il confidente perfetto di tutti, quello che non
dimentica mai un compleanno, quello che non tradisce mai e poi mai un
segreto. Peccato che quello più grande, fosco e lontano, sia
nascosto proprio dentro di lui.
Il
mio voto: ★★★★★
Il
mio consiglio musicale: Heroes – David Bowie; Asleep - The Smiths
Caro
Charlie,
ti
scrivo. Non so ancora cosa, ma ti scrivo: tu stanne certo. Mi viene
in mente, in questo momento, una vecchia e malinconica canzone di
Lucio Dalla e, se non sapessi con certezza quasi matematica che tu
non l'hai mai ascoltata, be', allora te ne scriverei qualche rigo
qui. Per ricordati, magari, una bella canzone e un momento bello; una
canzone datata e un momento datato. Per tentare, ed inutilmente, di
creare la stessa complicità che c'era – tra te, Patrick e Sam –
quando, accucciati sui sedili posteriori della vostra macchina o
stravaccati su una poltrona mangiata dalle tarme e da cicche di
sigarette mai spente, parlavate degli Smiths e della vita, dei
Nirvana e dell'amore, dei Beatles e del futuro. Soprattutto, te la
scriverei per combattere il troppo bianco e riempire il troppo spazio
vuoto. Essenzialmente, per rompere il ghiaccio. Fior di metafora,
chiaro: è il venticinque Dicembre, ma il mio è stato un Natale
senza neve e senza sprechi, senza regali costosi e senza botti. Fa
caldo per essere pieno inverno e, seduto da solo al tavolo del
salotto, a sei minuti dalla mezzanotte, sto benissimo, anche se ho la
maglia del pigiama a rombi ficcata nei pantaloni, i calzettoni
sfilacciati tirati fin sopra ai polpacci e percezioni sballate di cui
faresti meglio, immagino, a non fidarti. Ci sono le pastorelle del
mio presepe, però, a testimoniare che si sta caldi. Sono andate a
ballare, pensa un po'.
Al muro non c'è una palla da discoteca tutta
luccicante, ma un poster dozzinale, e con le cicatrici incancellabili
del nastro adesivo, che dovrebbe rappresentare una piccola e innevata
Betlemme: uno sfondo di carta blu sotto cui, io e mio fratello, con
la solerzia che non avevamo da bambini e con la mancata immaginazione
che abbiamo perso da adolescenti, abbiamo sistemato foreste di
muschio più alte delle statuine stesse, capanna, mangiatoia e
immancabile Sacra Famiglia, completa di affettuosi animali domestici
al seguito – bue e asinello.
E le famose pastorelle, ovvio, che, prima che
i Re Magi arrivino a guastare i loro piani di giovani ribelli, con i
loro panieri di plastica, le loro pecorelle imbalsamate appresso e i
vestiti a fiori dipinti a mano, si scatenano. Le loro ombre si
spostano a scatti, sembrano ballare. Il telecomandino per regolare le
illuminazioni è sparito chissà dove, sotto la tovaglia lunga fino
al pavimento, e le lucine dorate arrampicate sul tetto della capanna
imbiancata da una neve che è di borotalco (è di borotalco
davvero, avevamo finito quella finta!) fanno il comodo loro. E'
l'anarchia. Si sono stabilizzate, adesso, su un motivo molto sobrio
che – facendole accendersi e spegnersi, facendelo fare tuz, tuz,
tuz... - ricorda una discoteca invasa da flash stroboscopici,
che, a loro volta, mi ricordano perché – perché, perché e
perché! - io detesti profondamente e sinceramente le discoteche.
Le pastorelle sono state al veglione di Natale, e io sono stato in
compagnia tua. Che mi hai parlato attraverso un libro. Qualcuno
direbbe che delle statuine inanimate hanno avuto una serata più
eccitante della mia, ma quel qualcuno è, tra tante cose brutte
brutte che non voglio dire con il bambino Gesù da poco in casa, un
vero bugiardo. Io non lo sono ed è per questo che ti rivelo due
cose: perché non sono un bugiardo e perché tu, Charlie, sei mio
amico. Numero uno: è stata Wikipedia a dirmi che Gesù è nato a
Betlemme e non a Nazaret; ma la colpa è tutta di Zeffirelli e di
quel suo film da titolo tremendamente ingannevole. Numero due: sempre
Wikipedia mi ha detto che Caro amico ti scrivo la
cantava Lucio Dalla e non Antonello Venditti, e capirai che per me è
stata una rivelazione. Ha riscritto la storia di questa lettera. Se
il pezzo che avevo in mente fosse stato di quell'incubo ambulante dai
vibrati caprini che ha segnato le notti in bianco di generazioni di
maturandi, non l'avrei nominato nemmeno di striscio e, di
conseguenza, non avrei avuto il mio inizio. Non fa una piega, no? E
poi tu sai che gli inizi sono la cosa più importante. Gli inizi e
gli arrivi. Ma io mi sono perso, in mezzo a queste ghirlande
sintetiche di pensieri ingarbugliati, e ho il presentimento che
potrei non arrivare mai. Ti ho conosciuto un anno fa: l'ultima notte
del mondo. I Maya lo avevano predetto, Giacobbo lo aveva scritto,
Mistero ne aveva
parlato e io, fino al giorno prima, c'avevo beatamente riso sopra.
Poi le luci avevano cominciato a tremolare, le porte a sbattere e il
cielo, fuori, a scatenarsi, con tuoni fragorosi e una conciliante
pioggia da Antico Testamento. Nell'ipotesi lontanissima che tutto si
fosse rivelato vero, avrei sprecato l'ultima sera vestito del mio
vecchio pigiama e delle mie nuove paranoie. Stupido.
Deprimente. La mia scelta,
allora, ricadde su un film in lingua originale, praticamente
sconosciuto, la cui uscita, in Italia, era prevista per l'anno
successivo. Avrei potuto vedere, almeno, uno spicchio di futuro. Si
chiamava The Perks of Being a Wallflower,
quel film, e parlava proprio di te. Ti piacciono i bei film e le
belle canzoni e qualcosa mi dice che anche il tuo film ti andrebbe a
genio. Ora respira. Niente panico. Cal-ma.
Sì, hanno violato un tantino la tua privacy, e sì, le tue lettere
non sono arrivate, alla fine, alla destinazione desiderata, ma io
voglio essere egoista e voglio urlarti, a squarciagola, che non
importa. Lunga vita ai postini inseguiti dai cani e alle buche delle
lettere invertite per errore, lunga vita ai disastri poco splendidi e
ai ritardi poco eleganti delle poste di tutto il pianeta Terra, lunga
vita a Stephen Chbosky, al suo cognome orribile e alle sue mani che
sanno fare miracoli. Lunga vita a te, amico mio. In tuo onore,
religiosamente, alzo la mia tazza di ceramica, manco fosse il Sacro
Graal, e mi schizzo tutto di camomilla. Bleah,
sembra pure pipì! Noi siamo infinito è
stata la mia storia da fine del mondo; sin dal primo istante, sin
dall'anno scorso. Quella che mi ha fatto compagnia, curando la
malattia più grave di cui il cuore di quel ragazzo sveglio nel mezzo
della notte potesse soffrire: la solitudine. Leggerti ha significato
scoprire una perla di inestimabile valore nascosta nella cassetta
delle lettere, tra le cartoline natalizie, i volantini dei discount a
buon mercato e gli immancabili opuscoli dei testimoni di Geova. Fare
un regalo a sé stessi, alla vita. E io mi ti sono regalato. Quando
ero arrabbiato con tutti, e non volevo incontrare nessuno di mia
conoscenza con cui scambiare chiacchiere piene di auguri e
d'ipocrisia, e avevo venti euro – nel portafoglio – e poco altro.
Quando ho capito che era arrivato il momento di venire a bussare alla
tua porta e di vederti lì, sull'uscio, calmo, sereno, con gli occhi
pieni di pace - perché ho sentito che sei uno che ascolta
e che capisce e perché, alle feste, non cerchi di portarti a letto
le persone, anche se potresti.
Chissà
che faccia avresti, chissà che faccia avrei, chissà che faccia
avremmo. Io sento che ti riconoscerei, anche se tu avessi un viso
diverso da quello del bravo Logan Lerman e la Sam accanto a te non
fosse quell'incanto di Emma Watson. E tu... tu mi riconosceresti? Io
ho un'idea assurda, un'idea fissa: lettera dopo lettera, ricordo dopo
ricordo, tu ti stavi rivolgendo a me. E per tutto il tempo. Io lo so.
Io ci spero. Perché tu scrivevi a me, giusto? Ho bisogno che tu mi
menta. Ho bisogno che tu mi dica di sì.
Perciò, anche se l'ultima
volta che ho scritto una lettera è stato per un tema di quinta
elementare, consegnato a un maestro di scuola decisamente meno
ispirato del tuo signor Anderson, io voglio inviarti una risposta. E
la cosa è stranissima, perché il Charlie di cui ho letto aveva
sedici anni e, all'inizio degli anni '90, cominciava il primo anno di
liceo. Ma il me stesso di adesso, che di anni ne ha quasi venti e il
liceo l'ha già finito a luglio, in quegli anni viveva giusto nella
mente dei suoi genitori e in “banchi” di disgustosi spermatozoi
tra cui, nella corsa più importante, alla fine, sono arrivato primo.
Sono più grande e più piccolo di te. Dunque, tu potresti
perfettamente essere il mio fratellino minore e, allo stesso tempo...
che ne so... mio padre, se, nei tuoi primi goffi e precoci approcci
sessuali sul divano rosso di Mary Elizabeth, non avessi usato le
giuste precauzioni. Ti saresti potuto ritrovare con la gonorrea, o
con un figlio della mia età a carico: addirittura con entrambe le
cose. Tuo nonno ti avrebbe insultato, i tuoi ti avrebbero messo in
punizione, tua sorella – in lacrime – avrebbe ricordato il
piccolo segreto tra voi e quella volta in cui dormì sotto un plaid,
sul sedile posteriore della tua macchina, Patrick avrebbe riso. Oh,
sì, Patrick avrebbe riso senza più smettere. Sam, invece, ti
avrebbe sorriso, confidando nelle tue doti di giovane padre e nel tuo
grande cuore di essere umano, immaginando, in silenzio, l'amore che
quel bambino avrebbe ricevuto e gli occhi che avrebbe avuto se quel
neonato fosse stato, in fondo, il vostro. Io ti avrei voluto come
compagno di banco, non come genitore: ci saremmo conosciuti in un
laboratorio di cuori solitari e ulcerati, anime affrante e orologi di
legno e, in una mensa piena di estranei, ci saremmo seduti nel tavolo
più isolato di tutti, io con i miei pensieri e tu con i tuoi. Senza
disturbarci, ma facendoci compagnia. Per il bisogno di sentirsi
vicini e di fare da tappezzeria, insieme. Entrambi con l'abitudine di
scrivere tanto e di parlare poco, di sedersi a ginocchia strette e
con le mani sempre in tasca, di non intervenire a lezione per paura
di attirare qualche attenzione di troppo, di cantare in playback con
le cuffiette premute nelle orecchie, di voler essere scrittori anche
senza una storia da scrivere, di trovare un'occasione buona per
vestirsi tutti eleganti, di andare a feste in cui fare da
reggimoccolo alle
coppiette innamorate di turno e stare seduti su un divano pieno di
gente che pomicia è il massimo dell'aspirazione. Seriamente. Tu sei
stato nella mia testa e io sono stato nella tua.
Hai rubato i miei
pensieri tristi e le mie ansie, i miei complessi di inferiorità e i
miei timori e, qualche volta, quelle tue parole messe così, nero su
bianco, facevano un rumore familiare, che ricordava quello dei miei
pensieri inespressi e delle mie emozioni difettose. Come se milioni
di telecamere a circuito chiuso, puntate nella mia piccola stanza e
sul mio piccolo mondo, avessero carpito le ingenuità, l'intensità e
la fragilità del mio sentirmi adolescente. Come se tu fossi me
stesso. Ci siamo voluti bene, Charlie. E tu mi hai insegnato a
volermi ancora bene, e meglio di prima. Nelle tue lettere c'ero io, insieme agli amici
folli ed altruisti che desidero da sempre, e all'amore che penserei,
un giorno, di meritare. C'erano sofferenze che ispiravano trionfi,
valori e sentimenti, musica, immagini, poesia vera. Grandi persone,
con dolori annessi, e grandi emozioni, con lacrime amare e sorrisi
aspri racchiusi nella stessa pagina. Io odio i punti esclamativi, ma
questa lettera dovrebbe esserne piena, per ricordarmi di tutte le
volte in cui mi hai fatto ridere di cuore, imbarazzare, alterare; per
ricordarmi quanto, quanto e
quanto ti abbia invidiato i baci
della delicata Sam, gli abbracci improvvisi del simpaticissimo
Patrick, la voce ruvida di David Bowie, percepita per la prima volta
nelle casse dell'autoradio, e quella sensazione di essere
eroi, anche se per un giorno soltanto. Con
il mondo ai tuoi piedi, le tue persone preferite accanto e l'infinito
ad un passo, alla fine del tunnel. Io odio anche i puntini di
sospensione, ma questa lettera dovrebbe essere piena zeppa anche di
quelli lì, per le mille volte in cui mi hai lasciato affranto e svuotato.
Tra l'altro, io odio ancora di più le pubbliche manifestazioni
d'affetto, ma credimi quando dico che ho voluto più bene a te, per
un giorno, che ai miei parenti, per tutta la vita. E adesso non
vorrei lasciarti andare più via. Insieme alla tua storia, il mio
libraio mi ha dato un taccuino verde pieno di adesivi, con frasi che
non avresti mai immaginato, da giovane, potessero rappresentare tanti
ragazzi da parete come
noi. Ho provato a scrivere questa stramba lettera sul taccuino, ma con una di
quelle penne cancellabili delle elementari, che pensavo francamente
non avrei usato più in questa vita. L'ho usata eccome, invece. Ho
cancellato tutto quello che avevo buttato giù. Da ordinata e
tondeggiante, la mia grafia sarebbe diventata obesa, insolente,
indisciplinata. Voleva evitare di raccontare la cronaca del nostro
inevitabile addio;
diventare qualcosa che è simile all'infinito verso cui, ti prometto,
mirerò. Ma, come diresti tu, suppongo sia OK. Suppongo sia tutto.
Smetto di scriverti che è ormai un nuovo giorno. La camomilla è
fredda; il mio stomaco brontola; i miei occhi si chiudono,
stanchissimi. Stacco le luci psichedeliche del mio presepe e l'ombra
danzerina delle pastorelle muore, nel buio. Alla prossima festa,
ballerò io. Lo giuro.