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mercoledì 7 febbraio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: I, Tonya | Wonder

Sfrecciava leggiadra sulle lame dei pattini, portandosi dietro scie di sangue. Si gettava con così tanto impeto nell'impresa impossibile di un triplo axel da apparire, complice la velocità, una figura indistinta al centro della pista. Giravano lei, il mondo, e quella figura sfocata appariva ora un'icona di stile, ora un mostro: una creatura bicefala. Tonya Harding, la pattinatrice. La mandante, o così si raccontò negli anni Novanta, del pestaggio di una collega rivale. Sulla sua vita, sulla sua verità, hanno ricamato a piacimento i media. I, Tonya racconta come fosse una lunga e incensurata intervista, un documentario bizzarro, l'ascesa e la caduta – soprattutto, i chiacchierati misfatti – di un nemico pubblico col vestito glitterato e il fiocco fra i capelli. Il risultato è la biografia politicamente scorretta che non ti aspetti. L'altro lato della medaglia. Bambina prodigio, spremuta come un limone sin dalla tenera età, la protagonista cresce nella violenza fisica e psicologica. Si affida ciecamente all'esempio della volgare mamma manager (un'irresistibile Janney in odore di vittoria, già genitrice degenere nella sit-com Mom), a un compagno manesco (il baffuto Sebastian Stan), all'imprevedibile volubilità del pubblico (che ora la acclama, ora la chiama campagnola); infine, ai servigi di un manipolo di sicari stupidissimi da cui non potevano dipendere né vite né reputazioni, no. La Harding si esibiva su note assordanti, portava lo smalto colorato in barba alle regole, indossava vestitini succinti cuciti personalmente a macchina la notte prima. Tecnicamente insuperabile, non piaceva ai giudici: in cerca di campionesse di pattinaggio, e di moralità. Su Netflix, lo esemplificavano già gli incontri a tavolino di Glow: una nazione di patrioti bellicosi, di benpensanti, ha bisogno di personaggi rivali nello sport; della battaglia fra bene e male. Tonya, suo malgrado, al contrario della dolce Nancy, era il male incarnato. Perché, cosa inammissibile, aveva una personalità. Amareggiata, sempre fuori posto, indesiderata, cerca allora la gloria che le spetta – e che in fondo merita – con le cattive. Il montaggio e la colonna sonora, pazzesca, sono martellanti. Craig Gillespie, alla regia, si muove come un David O. Russel rock n' roll. Una quasi irriconoscibile Margot Robbie, pronta a tutto per scollarsi di dosso l'etichetta di pupa bella e innocua, sorprende per una maturazione avvenuta dalla notte al giorno – al di là di un allenamento fisico che deve averla molto provata, di sedute estenuanti di trucco e parrucco che nemmeno riescono a imbruttirla troppo, ammiratene l'intensità dei pianti e dei sorrisi forzati allo specchio del camerino, a pochi minuti dal verdetto finale. La campionessa sovversiva ha un'interprete alla sua altezza, un film che la rispecchia. Fatto di sudore copioso, sangue pazzo e glitter ovunque. Di grazia su ghiaccio e ingiustificata barbarie. Per la tendenza tutta americana a non vedere sfumature, a non ammettere gradi di colpevolezza, c'è gente da amare e gente da odiare: punto e basta. Tu, Tonya, qui puoi finalmente essere amata. (7,5)

Sulla scia dell'entusiasmo generale, ai tempi, ho provato e riprovato a leggere quel romanzo con la copertina pastello che parlava di diversità e altruismo. Apprezzo sinceramente le storie che sanno rivolgersi a grandi e piccini, ma bastavano poche pagine appena per trovare insopportabile l'eppure apprezzatissimo Wonder. Questione di stile, forse. Questione di romanzi a tesi, a tavolino, che sanno di lacrime facili e furberia. L'ho aspettato al cinema senza aspettarlo mai per davvero. Un po' di curiosità per Chbosky, autore e regista di cui avevo perso notizie dopo il successo di un cult intitolato Noi siamo infinito; un po' di curiosità per il ritorno di Jacob Tremblay, il bambino prodigio in Room, in un adattamento che lo vuole ancora alle prese con la scoperta del mondo esterno e ancora coprotagonista, sebbene molto più in sordina, della stagione dei premi – il film, accanto alla nomination all'Oscar per il miglior trucco, ha ricevuto più di qualche menzione agli scorsi Critics Choice Award. Arrivato in sala sotto festività che dovrebbero addolcire di per sé, Wonder è il primo giorno di Auggie alle scuole medie. Un bambino che ama Star Wars e lo spazio profondo, parla di Halloween come della sua festa preferita e, a soli dieci anni, fa i conti con una malformazione al viso che l'ha reso oggetto di derisione. Si nasconde dietro un casco da astronauta, sotto il cappuccio della felpa, ma mamma Roberts e papà Wilson lo spingono delicatamente a uscire dal guscio; a crescere. Fra sfottò, pranzi in solitaria, amici che tali non sono, le ore di lezione – e di questo film – vanno come previsto. Qualcuno si ravvede in vista di un epilogo troppo buonista e qualcun altro impara la semplicità del perdono, la famosa bellezza interiore e la necessità, a volte, di un pugno sul naso ben assestato per zittire le risate di scherno. Dalle parti di Diario di una schiappa e Dietro la maschera, il piccolo Elephant Man del sempre dolce Tremblay è un prodotto in stile Giffoni, un inno alla gentilezza che a volte si perde nella stucchevolezza di una famiglia perfetta e nelle evitabili lungaggini del finale. I cosiddetti ragazzi normali sono forse risparmiati dall'agonia del crescere, del rapportarsi? Pur lontanissimo dalla meraviglia del titolo, Wonder piace allora. Quando, a punti di vista alterni, si apre ai comprimari – una sorella maggiore alla scoperta dell'amore e del teatro, un amico che ha tanto da farsi perdonare, un'adolescente meno superficiale di quanto non dicano le sue ciocche rosa – e alla segretezza delle loro battaglie. Scritte, ma non sulla faccia. (6)

lunedì 24 luglio 2017

Recensione: Il giovane Holden, di J.D. Salinger


Il giovane Holden, J.D. Salinger. Einaudi, € 12, pp. 248 |

Parlare di un classico della letteratura mette in crisi. Se piace, sembra fatica persa cercare nuovi aggettivi. Se piace così così, scriverne può aiutare a vederci chiaro. Se non piace, be', dilemma: il commentatore anonimo che ti dice che non ci hai capito niente è già lì che si sfrega le mani. Il giovane Holden non mi è piaciuto, infatti, ma per quanto lo si possa dire di un intoccabile must generazionale con un protagonista, a tratti, esasperante e vicinissimo a me. Charlie, voce narrante di Noi siamo infinito nonché mio migliore amico immaginario, su Holden scriveva saggi su saggi – più di qualche lettore, tra l'altro, mi diceva che i due si somigliano un po'. Nella seconda stagione di BoJack Horseman, all'apice di un climax di genialità e insensatezza, J.D. Salinger in persona – vivo e vegeto, e desideroso di scrollarsi da dosso l'ombra del suo indimenticato eroe ribelle – si reinventava sceneggiando quiz a premi. Il giovane Holden lo citano le scuole di scrittura e i titoli delle ultime novità in libreria, lo prendono in giro e lo omaggiano in tivù: sembravano parlarmene tutti, ininterrottamente. Ma di cosa parlava, poi? E da cosa, dopo sessant'anni, ci si lasciava ispirare?

Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare.

Il protagonista eponimo è un liceale che a scuola non brilla. Sveglio, direbbe qualcuno, peccato non si applichi. Ha sedici anni, una famiglia altolocata e l'ennesima porta sbattuta in faccia. Espulso per la sua media disastrosa, ha fatto i bagagli e preso un treno fino a New York. Da qualche parte nell'Upper East Side c'è casa sua. Non vuole tornare. Fa il giro lungo, si attarda in strada. Mancano pochi giorni a Natale, e i suoi genitori non sanno ancora che, dopo le vacanze, non tornerà in collegio. Meglio rimandare a domani la sconfitta di deluderli di nuovo. Meglio vagare senza meta, alticcio, con un berretto rosso in testa. Vagamente, so cosa si prova: c'è questa scena di me, che temporeggio sul pianerottolo prima di inserire la chiave nella toppa. Lucidamente io l'ho capito sì, questo stangone bugiardo, amareggiato e suscettibile, che insieme cerca la solitudine più assoluta (la tentazione di fingersi sordumuto per evitare chiacchiere vuote; una cascina sul cucuzzolo della montagna per il futuro) e la compagnia più rumorosa (squillo e papponi, ragazze in pista da ballo, prof dalle mani lunghe, jazz all night long). Di autentico, l'affetto per la sorella minore e per un fratello morto di leucemia; l'attrazione per una coetanea che gli preferisce il popolare compagno di stanza; il ricordo di un amico che ha avuto il fegato di farla finita. C'è una regola che dice che ci si debba per forza prendere a cuore il personaggio principale? Tutti possono forse percepire tutti alla stessa maniera? Si è indecisi tra volergli bene e prenderlo a botte, Holden. Leggendo facevo: ti capisco, però parla meglio, conta fino a dieci e, soprattutto, sta' un po' zitto. Holden parla con la bocca piena, mentre aspira il fumo delle sue sigarette; Holden parla come un sedicenne incolto – ripetizioni, iperboli, imprecazioni snervanti (fate una conta dei “vita schifa”, “andare in sollucchero”, “ad ogni modo”, “vattelapesca”, “compagnia bella”) – e odia i libri di testo, il cinema, i buona fortuna, tutto quanto. Mi ha innervosito spesso. Mi ha irritato quel fingere di voler prendere aria, per poi tornare sempre e comunque a ripiegarsi su se stesso. 

Sento un po' la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.

Però, la sua, è la storia di uno di quei ragazzi contro che mi sanno trovare solidale. Chi lo aiuta a cercare il suo posto nel mondo? Averlo incrociato lascia un bella sensazione, con il senno di poi, ma il mal di testa durante. Rattrista saperlo triste, e sapere che vorrebbe urlare di gioia, al pensiero delle giostre coi cavalli o della meta segreta delle anatre di Central Park, contagia con un mezzo sorriso. 
Il Natale è vicino, e sempre indesiderato resta. I genitori, sempre, continuano a non sapere.
Però la tentazione di gridare, che significa liberarsi e chiedere aiuto insieme, interrompe le noie del flusso di coscienza e rompe la lista di quelle cose non per forza sempre uguali; non più.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: David Bowie - Space Oddity 


domenica 15 giugno 2014

Una recensione e/è una lettera: Noi siamo grandi come la vita, di Ava Dellaira

Ciao a tutti, amici, e buona domenica! Altro post improvvisato. Questa strana recensione non era pensata per oggi, ma – questo pomeriggio – ho passato così le mie due ore di pausa dallo studio. Ho finito il romanzo d'esordio della Dellaira e l'ho consigliato, per lettera, ad un amico. Non ho resistito. Si parla di lettere e Charlie (qui il mio pensiero su Noi siamo infinito) le apprezza sempre. Lo so. Spero vi piaccia. Un abbraccio.
La verità è bella, non importa quale sia. Anche se fa paura, o se è brutta. E' bella semplicemente perché è vera. E la verità è luce. Ti rende più te. Io voglio essere me

Titolo: Noi siamo grandi come la vita
Autrice: Ava Dellaira
Numero di pagine: 313
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Tutto inizia con un compito assegnato nei primi giorni di scuola: "Scrivi una lettera a una persona che non c'è più". E così Laurel scrive a Kurt Cobain, che May, la sua sorella maggiore, amava tantissimo. E che se n'è andato troppo presto, proprio come May. Per Laurel, la sorella era un mito: bella, perfetta, inarrivabile. Era il sole intorno a cui ruotava tutto, specie da quando i genitori si erano separati. Perderla è stato indescrivibile, qualcosa di cui Laurel non vuole parlare. Sulla carta, invece, Laurel si lascia finalmente andare. E dopo quella prima lettera, che non consegnerà all'insegnante, continua a scriverne altre, indirizzandole a Amy Winehouse, Heath Ledger, Janis Joplin e altri idoli della sorella scomparsa. Soltanto a loro riesce a confidare cosa vuol dire avere quindici anni e sentire di avere perso una parte di sé, senza nemmeno potersi aggrappare alla famiglia perché è andata in mille pezzi. Soltanto a loro può confessare la paura e la voglia di avventurarsi in quel mondo nuovo che è la scuola, la magia di incontrare amiche che ti fanno sentire normale e speciale al tempo stesso. Finché, come un viaggio dentro di sé, quelle lettere porteranno Laurel al cuore di una verità che non ha mai avuto il coraggio di affrontare. Qualcosa che riguarda lei e May. Qualcosa che va detto a voce alta: solo così Laurel potrà superare quello che è stato, imparare ad amarsi e trovare il coraggio di andare avanti.
                        Una recensione, una lettera
Caro Charlie, 
la mia prima lettera l'ho scritta a te, sicuro che fosse anche l'ultima. Apri la buca della posta, invece, e mi ritrovi lì. Un francobollo che viene dall'Italia, una busta color crema, la vita scritta sul foglio di un quadernone a righe. La verità è che pensavo non ci fosse più posto. Per una lettera, un'altra. Per persone diverse da te, Sam e Patrick, nella mia piccola infinità. Sono passati sei mesi: la metà esatta di un anno come un altro. Ti dissi che avrei ballato, ricordi? L'esistenza una balera affollata, un Capodanno da affrontare con Converse verdi che aspiravano a essere scarpe da tip tap, nell'ultima notte del mondo. Eroe per un giorno e basta. Mi conosci e sai che ti ho mentito. Te l'ho detto perché suonava bene. La promessa di ballare era la chiusura perfetta del mio messaggio. Una bugia per una lettera piena di verità: perché si sa che l'onesta mi fa paura, quand'è troppa. Mettiamole pure un limite. Quello, il motivo principale, e la mia naturale tendenza a dimenticare le cose. Come quando incontro una conoscente di mamma al supermercato, le dico che le darò i suoi saluti, ma mica lo faccio davvero. E chi ci pensa. Ho trovato un'amica e vorrei presentartela. Ti piacerebbe. Tu piaceresti a lei. Io poi sono la famosa prova del nove. Voi mi piacete entrambi, a me piace pochissima gente, dunque dovete piacervi tra voi. Per forza. Senza condizionale. Dovete. So che lo farerete. Si chiama Laurel. Laurel, questo è Charlie. Fate ciao con la mano, guardatevi. Se vi somigliate, non l'ho notato. Siete fratelli che non lo sanno. Siete parenti che non si somigliano. Nati in città diverse, in epoche diverse. Da semi diversi, ma da impronte uguali. Dio poi ha buttato lo stampino. I malinconici si riconoscono. Hanno una nuvola nera disegnata sulla testa. Voi siete un po' così. Mi siete piaciuti subito, perché anch'io sono un po' così. Sai, comunque, che anche Laurel scrive lettere? Le sue sono lettere d'amore perduto a buchi neri, a soli tramontati, a stelle collassate. Personaggi famosi che non hanno retto, talenti sprecati. La mia amica Laurel indaga sulla loro infanzia, le loro vittorie. Studia cosa avevano in comune loro, e i loro rispettivi addii all'esistenza. Scrive a Kurt Cobain, a Janis Joplin, a Amy Winehouse, a Judy Garland. Però per tutto il tempo pensa a May, sua sorella. Un'adolescente con una camera piena dei loro poster. Ci dormiva insieme. L'inclinazione alla tristezza nel sangue. Il destino dell'autodistruzione incorniciato al muro, accanto a poster dei Nirvana da fare in mille, minuscoli pezzi, ora che lei non c'è più. Laurel non si capisce. 
E' una astrologa di vite eclissate, una metereologa di acquazzoni di pianto e tempeste sentimentali. Fruitrice di musica, creatrice di musica. Lettrice di poesie, autrice di poesie. L'unica cura di sé stessa. Filosofeggia guardando Il cavaliere oscuro e Stand By Me, mentre tu - tra il terrorizzato e il divertito - guardavi Rocky Horror Picture Show, e pensa a come il mondo si sia rovesciato. A Batman che ha perso la sua amata e che è accusato di essere un criminale, al Joker di Heath Ledger che ha un'umanità e un ghigno che turbano, a River Phoenix che sarà sempre il bambino bello e ribelle della trasposizione cinematografica del miglior Stephen King. Così, "forever young". Invitala a pranzo, portala fuori. Niente di imbarazzante: lei porta i suoi amici, tu porta i tuoi. Che tipi che sono! D'altri tempi. Figli dei fiori mancati per un soffio. La coppia: Kristen e Tristan. Uguali e disugali. Lei studiosa, lui saggio e con l'ispirazione dentro, ma senza il coraggio reale di provare a scrivere qualcosa di suo. Hannah e Natalie potrebbero essere un'altra coppia, invece, solo che si amano e non lo ammettono davanti agli altri. Fumano, bevono; le scintille delle canne e le teste lucenti dei mozziconi di sigaretta come lucciole nel Vicolo. Il loro Quartier Generale: un Pensatorio frequentato da hippy degli anni duemila. Nei tuoi quindici anni succedeva qualcosa di simile. Te ne stavi sul divano rosso dello scantinato di Sam e Patrick, con le sigarette che fumavi, anche se non ti piaceva il loro sapore, e il silenzio dei tuoi diecimila pensieri. Da ragazzo da parete a ragazzo da parete, ti capivo. 
Laurel all'inizio non la mettevo bene a fuoco. Forse non l'ho messa a fuoco nemmeno adesso, ma ho imparato a farmela piacere ugualmente. Con i suoi misteri da giovane donna, con quelle lettere che non mi fa leggere. In foto non viene bene, non esce. Vive per conto suo, quasi dietro un vetro appannato: quando è inverno, piove e fuori fa freddo. La stanza è umida, le finestre rigate d'acqua piangono inconsolabili. Ti viene da disegnarci una cosa con il polpastrello, con l'indice: una faccia che sorride, un cuore sbilenco. Hai voglia di intaccare il gelo con la punta morbida di un dito. Apri un passaggio, un pertugio, sul vetro bagnato. Un buco nel mondo di Laurel. Piove e le luci dei lampioni sfarfallano: sono bellissime. E' Natale. Le luci si raddoppiano e si raddoppia quella bellezza opaca – da lampadina che muore, da candela che si spegne, da battito che s'addormenta nei macchinari dell'ospedale. Un battito sordo, lento. Laurel è tutta un tum... tum... tum... Un ritmo pacato, pacifico, che ha tanto sonno arretrato. Non riesce a dormire: la sua stanza è a metà. Manca un pezzo del suo vecchio letto a castello; sua sorella non è da nessuna parte. May era una fata e tra le altre creature alate del suo bosco nero doveva esserci anche la Alaska di John Green. Sono della stessa specie. Di notte, May abbandonava Laurel per spiccare il volo. Quando nessuno la vedeva, si illumava e le sue ali di luce la portavano fuori dalla finestra, nel vento. In mezzo a feste e cuori, sbronze e amori. La mia amica ha guardato e le ali della sua sorella maggiore si sono spezzate. Adesso ha preso a non guardare e a non pensarci. Magari poi lei torna. Dalla finestra semiaperta, dalla morte, ai suoi rossetti carichi e ai jeans buoni strappati sulle ginocchia. Magari poi non gioca più a fingersi morta. Tu hai presente il mare? Porta a riva dei legnetti che non si sa da dove arrivano. Secondo Laurel fanno a gara, come le tartarughine che – rotte le uova – si sfidano a chi arriva per prima all'acqua. May sarà nella prima onda che si infrange a riva, secondo noi. Caro Charlie, ti consiglio questa loro storia. Quando leggo qualcosa che mi colpisce penso sempre ad altri lettori con gusti simili e, in questo giorno di giugno caldo e nuvoloso, mi sei venuto in mente proprio tu. Noi siamo infinito apprezzerebbe Noi siamo grandi come la vita. Per la scrittura tanto semplice, i passaggi delicati, i fiori nell'asfalto e la colonna sonora pazzesca, i personaggi sfocati in cerca di un loro infinito in un'età che infinita non è. I giovani e la morte. Un mistero guardato in faccia da occhi timidi. Laurel ti accarezza e scopri di star male, anche se prima non lo sapevi. La carezza è il memento, la carezza è la cura. 
Con immenso affetto, sempre. M.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ed Sheeran – A Team 

mercoledì 1 gennaio 2014

2013 Book Awards - Parte III: Il meglio e il peggio

Buona sera, amici miei, e – soprattutto – tantissimi, tantissimi auguri di buon anno! Tra immancabili buoni propositi (Imparare a suonare la chitarra, farsi venire l'accento british dei Bastille, scrivere un romanzo, prendere tutti 30 agli esami, diventare bello, muscoloso e popolare...) e pranzi disastrosi coi parenti, riesco a collegarmi un secondo per accogliere calorosamente i nuovi arrivati, abbracciare virtualmente le vecchie conoscenze di questa nostra grande famiglia e per lasciarvi, per iniziare come si deve l'anno, il meglio e il peggio del “lontano” 2013. Tanti titoli da consigliare, qualcuno che sarebbe stato meglio evitare, un mare di autori da scoprire. Ci sentiamo prestissimo. Alla prossima e buon inizio, M.
   Il meglio: GRANDI RITORNI
                                     YOUNG ADULT 
                                             THRILLER
            URBAN FANTASY & DISTOPICO
                            I MIGLIORI ESORDI

...e un po' del peggio!
Ma... ma... le cover fanno pendant?!

giovedì 26 dicembre 2013

La mia lettera a Charlie: recensendo Noi siamo infinito, di Stephen Chbosky

E i libri che hai letto sono già stati letti da altre persone. E tutte le canzoni che hai amato sono state ascoltate da altre persone. E la ragazza che tu trovi carina è carina per altre persone. E ti rendi conto che, se considerassi queste cose quando sei felice, ti sentiresti alla grande, perché quella che stai descrivendo è "l'armonia".

Titolo: Noi siamo infinito – Ragazzo da parete
Autore: Stephen Chbosky
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 272
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Fra un tema su Kerouac e uno sul "Giovane Holden", tra una citazione da "L'attimo fuggente" e una canzone degli Smiths, scorrono i giorni di un adolescente per niente ordinario. L'ingresso nelle scuole superiori lo lancia in un vortice di prime volte: la prima festa, la prima rissa, il primo amore - per la bellissima ragazza con gli occhi verdi che quando lo guarda fa tremare il mondo. Il primo bacio, e lei gli dice: per te sono troppo grande, però possiamo essere amici. Per compensare, Charlie trova una che non gli piace e parla troppo: a sedici anni fa il primo sesso, e non sa neanche perché. Allora lui, più portato alla riflessione che all'azione, affida emozioni, trasgressioni e turbamenti a una lunga serie di lettere indirizzate a un amico, al quale racconta ciò che vive, che sente, che ha intorno. Dotato di un'innata gentilezza d'animo e di un dono speciale per la poesia, il ragazzo è il confidente perfetto di tutti, quello che non dimentica mai un compleanno, quello che non tradisce mai e poi mai un segreto. Peccato che quello più grande, fosco e lontano, sia nascosto proprio dentro di lui.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Heroes – David Bowie; Asleep - The Smiths

Caro Charlie,
ti scrivo. Non so ancora cosa, ma ti scrivo: tu stanne certo. Mi viene in mente, in questo momento, una vecchia e malinconica canzone di Lucio Dalla e, se non sapessi con certezza quasi matematica che tu non l'hai mai ascoltata, be', allora te ne scriverei qualche rigo qui. Per ricordati, magari, una bella canzone e un momento bello; una canzone datata e un momento datato. Per tentare, ed inutilmente, di creare la stessa complicità che c'era – tra te, Patrick e Sam – quando, accucciati sui sedili posteriori della vostra macchina o stravaccati su una poltrona mangiata dalle tarme e da cicche di sigarette mai spente, parlavate degli Smiths e della vita, dei Nirvana e dell'amore, dei Beatles e del futuro. Soprattutto, te la scriverei per combattere il troppo bianco e riempire il troppo spazio vuoto. Essenzialmente, per rompere il ghiaccio. Fior di metafora, chiaro: è il venticinque Dicembre, ma il mio è stato un Natale senza neve e senza sprechi, senza regali costosi e senza botti. Fa caldo per essere pieno inverno e, seduto da solo al tavolo del salotto, a sei minuti dalla mezzanotte, sto benissimo, anche se ho la maglia del pigiama a rombi ficcata nei pantaloni, i calzettoni sfilacciati tirati fin sopra ai polpacci e percezioni sballate di cui faresti meglio, immagino, a non fidarti. Ci sono le pastorelle del mio presepe, però, a testimoniare che si sta caldi. Sono andate a ballare, pensa un po'. 
Al muro non c'è una palla da discoteca tutta luccicante, ma un poster dozzinale, e con le cicatrici incancellabili del nastro adesivo, che dovrebbe rappresentare una piccola e innevata Betlemme: uno sfondo di carta blu sotto cui, io e mio fratello, con la solerzia che non avevamo da bambini e con la mancata immaginazione che abbiamo perso da adolescenti, abbiamo sistemato foreste di muschio più alte delle statuine stesse, capanna, mangiatoia e immancabile Sacra Famiglia, completa di affettuosi animali domestici al seguito – bue e asinello. 
E le famose pastorelle, ovvio, che, prima che i Re Magi arrivino a guastare i loro piani di giovani ribelli, con i loro panieri di plastica, le loro pecorelle imbalsamate appresso e i vestiti a fiori dipinti a mano, si scatenano. Le loro ombre si spostano a scatti, sembrano ballare. Il telecomandino per regolare le illuminazioni è sparito chissà dove, sotto la tovaglia lunga fino al pavimento, e le lucine dorate arrampicate sul tetto della capanna imbiancata da una neve che è di borotalco (è di borotalco davvero, avevamo finito quella finta!) fanno il comodo loro. E' l'anarchia. Si sono stabilizzate, adesso, su un motivo molto sobrio che – facendole accendersi e spegnersi, facendelo fare tuz, tuz, tuz... - ricorda una discoteca invasa da flash stroboscopici, che, a loro volta, mi ricordano perché – perché, perché e perché! - io detesti profondamente e sinceramente le discoteche. Le pastorelle sono state al veglione di Natale, e io sono stato in compagnia tua. Che mi hai parlato attraverso un libro. Qualcuno direbbe che delle statuine inanimate hanno avuto una serata più eccitante della mia, ma quel qualcuno è, tra tante cose brutte brutte che non voglio dire con il bambino Gesù da poco in casa, un vero bugiardo. Io non lo sono ed è per questo che ti rivelo due cose: perché non sono un bugiardo e perché tu, Charlie, sei mio amico. Numero uno: è stata Wikipedia a dirmi che Gesù è nato a Betlemme e non a Nazaret; ma la colpa è tutta di Zeffirelli e di quel suo film da titolo tremendamente ingannevole. Numero due: sempre Wikipedia mi ha detto che Caro amico ti scrivo la cantava Lucio Dalla e non Antonello Venditti, e capirai che per me è stata una rivelazione. Ha riscritto la storia di questa lettera. Se il pezzo che avevo in mente fosse stato di quell'incubo ambulante dai vibrati caprini che ha segnato le notti in bianco di generazioni di maturandi, non l'avrei nominato nemmeno di striscio e, di conseguenza, non avrei avuto il mio inizio. Non fa una piega, no? E poi tu sai che gli inizi sono la cosa più importante. Gli inizi e gli arrivi. Ma io mi sono perso, in mezzo a queste ghirlande sintetiche di pensieri ingarbugliati, e ho il presentimento che potrei non arrivare mai. Ti ho conosciuto un anno fa: l'ultima notte del mondo. I Maya lo avevano predetto, Giacobbo lo aveva scritto, Mistero ne aveva parlato e io, fino al giorno prima, c'avevo beatamente riso sopra. Poi le luci avevano cominciato a tremolare, le porte a sbattere e il cielo, fuori, a scatenarsi, con tuoni fragorosi e una conciliante pioggia da Antico Testamento. Nell'ipotesi lontanissima che tutto si fosse rivelato vero, avrei sprecato l'ultima sera vestito del mio vecchio pigiama e delle mie nuove paranoie. Stupido. Deprimente. La mia scelta, allora, ricadde su un film in lingua originale, praticamente sconosciuto, la cui uscita, in Italia, era prevista per l'anno successivo. Avrei potuto vedere, almeno, uno spicchio di futuro. Si chiamava The Perks of Being a Wallflower, quel film, e parlava proprio di te. Ti piacciono i bei film e le belle canzoni e qualcosa mi dice che anche il tuo film ti andrebbe a genio. Ora respira. Niente panico. Cal-ma. Sì, hanno violato un tantino la tua privacy, e sì, le tue lettere non sono arrivate, alla fine, alla destinazione desiderata, ma io voglio essere egoista e voglio urlarti, a squarciagola, che non importa. Lunga vita ai postini inseguiti dai cani e alle buche delle lettere invertite per errore, lunga vita ai disastri poco splendidi e ai ritardi poco eleganti delle poste di tutto il pianeta Terra, lunga vita a Stephen Chbosky, al suo cognome orribile e alle sue mani che sanno fare miracoli. Lunga vita a te, amico mio. In tuo onore, religiosamente, alzo la mia tazza di ceramica, manco fosse il Sacro Graal, e mi schizzo tutto di camomilla. Bleah, sembra pure pipì! Noi siamo infinito è stata la mia storia da fine del mondo; sin dal primo istante, sin dall'anno scorso. Quella che mi ha fatto compagnia, curando la malattia più grave di cui il cuore di quel ragazzo sveglio nel mezzo della notte potesse soffrire: la solitudine. Leggerti ha significato scoprire una perla di inestimabile valore nascosta nella cassetta delle lettere, tra le cartoline natalizie, i volantini dei discount a buon mercato e gli immancabili opuscoli dei testimoni di Geova. Fare un regalo a sé stessi, alla vita. E io mi ti sono regalato. Quando ero arrabbiato con tutti, e non volevo incontrare nessuno di mia conoscenza con cui scambiare chiacchiere piene di auguri e d'ipocrisia, e avevo venti euro – nel portafoglio – e poco altro. Quando ho capito che era arrivato il momento di venire a bussare alla tua porta e di vederti lì, sull'uscio, calmo, sereno, con gli occhi pieni di pace - perché ho sentito che sei uno che ascolta e che capisce e perché, alle feste, non cerchi di portarti a letto le persone, anche se potresti.
Chissà che faccia avresti, chissà che faccia avrei, chissà che faccia avremmo. Io sento che ti riconoscerei, anche se tu avessi un viso diverso da quello del bravo Logan Lerman e la Sam accanto a te non fosse quell'incanto di Emma Watson. E tu... tu mi riconosceresti? Io ho un'idea assurda, un'idea fissa: lettera dopo lettera, ricordo dopo ricordo, tu ti stavi rivolgendo a me. E per tutto il tempo. Io lo so. Io ci spero. Perché tu scrivevi a me, giusto? Ho bisogno che tu mi menta. Ho bisogno che tu mi dica di sì.
Perciò, anche se l'ultima volta che ho scritto una lettera è stato per un tema di quinta elementare, consegnato a un maestro di scuola decisamente meno ispirato del tuo signor Anderson, io voglio inviarti una risposta. E la cosa è stranissima, perché il Charlie di cui ho letto aveva sedici anni e, all'inizio degli anni '90, cominciava il primo anno di liceo. Ma il me stesso di adesso, che di anni ne ha quasi venti e il liceo l'ha già finito a luglio, in quegli anni viveva giusto nella mente dei suoi genitori e in “banchi” di disgustosi spermatozoi tra cui, nella corsa più importante, alla fine, sono arrivato primo. Sono più grande e più piccolo di te. Dunque, tu potresti perfettamente essere il mio fratellino minore e, allo stesso tempo... che ne so... mio padre, se, nei tuoi primi goffi e precoci approcci sessuali sul divano rosso di Mary Elizabeth, non avessi usato le giuste precauzioni. Ti saresti potuto ritrovare con la gonorrea, o con un figlio della mia età a carico: addirittura con entrambe le cose. Tuo nonno ti avrebbe insultato, i tuoi ti avrebbero messo in punizione, tua sorella – in lacrime – avrebbe ricordato il piccolo segreto tra voi e quella volta in cui dormì sotto un plaid, sul sedile posteriore della tua macchina, Patrick avrebbe riso. Oh, sì, Patrick avrebbe riso senza più smettere. Sam, invece, ti avrebbe sorriso, confidando nelle tue doti di giovane padre e nel tuo grande cuore di essere umano, immaginando, in silenzio, l'amore che quel bambino avrebbe ricevuto e gli occhi che avrebbe avuto se quel neonato fosse stato, in fondo, il vostro. Io ti avrei voluto come compagno di banco, non come genitore: ci saremmo conosciuti in un laboratorio di cuori solitari e ulcerati, anime affrante e orologi di legno e, in una mensa piena di estranei, ci saremmo seduti nel tavolo più isolato di tutti, io con i miei pensieri e tu con i tuoi. Senza disturbarci, ma facendoci compagnia. Per il bisogno di sentirsi vicini e di fare da tappezzeria, insieme. Entrambi con l'abitudine di scrivere tanto e di parlare poco, di sedersi a ginocchia strette e con le mani sempre in tasca, di non intervenire a lezione per paura di attirare qualche attenzione di troppo, di cantare in playback con le cuffiette premute nelle orecchie, di voler essere scrittori anche senza una storia da scrivere, di trovare un'occasione buona per vestirsi tutti eleganti, di andare a feste in cui fare da reggimoccolo alle coppiette innamorate di turno e stare seduti su un divano pieno di gente che pomicia è il massimo dell'aspirazione. Seriamente. Tu sei stato nella mia testa e io sono stato nella tua. 

Hai rubato i miei pensieri tristi e le mie ansie, i miei complessi di inferiorità e i miei timori e, qualche volta, quelle tue parole messe così, nero su bianco, facevano un rumore familiare, che ricordava quello dei miei pensieri inespressi e delle mie emozioni difettose. Come se milioni di telecamere a circuito chiuso, puntate nella mia piccola stanza e sul mio piccolo mondo, avessero carpito le ingenuità, l'intensità e la fragilità del mio sentirmi adolescente. Come se tu fossi me stesso. Ci siamo voluti bene, Charlie. E tu mi hai insegnato a volermi ancora bene, e meglio di prima. Nelle tue lettere c'ero io, insieme agli amici folli ed altruisti che desidero da sempre, e all'amore che penserei, un giorno, di meritare. C'erano sofferenze che ispiravano trionfi, valori e sentimenti, musica, immagini, poesia vera. Grandi persone, con dolori annessi, e grandi emozioni, con lacrime amare e sorrisi aspri racchiusi nella stessa pagina. Io odio i punti esclamativi, ma questa lettera dovrebbe esserne piena, per ricordarmi di tutte le volte in cui mi hai fatto ridere di cuore, imbarazzare, alterare; per ricordarmi quanto, quanto e quanto ti abbia invidiato i baci della delicata Sam, gli abbracci improvvisi del simpaticissimo Patrick, la voce ruvida di David Bowie, percepita per la prima volta nelle casse dell'autoradio, e quella sensazione di essere eroi, anche se per un giorno soltanto. Con il mondo ai tuoi piedi, le tue persone preferite accanto e l'infinito ad un passo, alla fine del tunnel. Io odio anche i puntini di sospensione, ma questa lettera dovrebbe essere piena zeppa anche di quelli lì, per le mille volte in cui mi hai lasciato affranto e svuotato. Tra l'altro, io odio ancora di più le pubbliche manifestazioni d'affetto, ma credimi quando dico che ho voluto più bene a te, per un giorno, che ai miei parenti, per tutta la vita. E adesso non vorrei lasciarti andare più via. Insieme alla tua storia, il mio libraio mi ha dato un taccuino verde pieno di adesivi, con frasi che non avresti mai immaginato, da giovane, potessero rappresentare tanti ragazzi da parete come noi. Ho provato a scrivere questa stramba lettera sul taccuino, ma con una di quelle penne cancellabili delle elementari, che pensavo francamente non avrei usato più in questa vita. L'ho usata eccome, invece. Ho cancellato tutto quello che avevo buttato giù. Da ordinata e tondeggiante, la mia grafia sarebbe diventata obesa, insolente, indisciplinata. Voleva evitare di raccontare la cronaca del nostro inevitabile addio; diventare qualcosa che è simile all'infinito verso cui, ti prometto, mirerò. Ma, come diresti tu, suppongo sia OK. Suppongo sia tutto. Smetto di scriverti che è ormai un nuovo giorno. La camomilla è fredda; il mio stomaco brontola; i miei occhi si chiudono, stanchissimi. Stacco le luci psichedeliche del mio presepe e l'ombra danzerina delle pastorelle muore, nel buio. Alla prossima festa, ballerò io. Lo giuro.
Sempre con affetto,
M.
25/12/2013