
Bisbetico come i suoi protagonisti,
si è divertito a lasciarsi odiare. Ma dopo un inizio maleducatissimo,
con una vistosa erezione nei pantaloni di un condannato, Cime
tempestose si rivela un melodramma più classico del previsto. E
l'ennesima conferma, tra opulenza e fetish, del cinema di Emerald
Fennell. Laureata in Letteratura, la regista è devota a Brontë, ma
soprattutto ai sogni sognati da adolescente. Una volta
pubblicato, un romanzo appartiene più a chi lo legge che a chi l'ha
scritto. La relazione con Isabella, allora, assume sfumature BDSM; i
muri ricordano la carne viva; l'albume d'uovo gocciola come liquido
pre-eiaculatorio. Inquieto, sensuale, giocoso, potrebbe non piacere
per la patina estetizzante e per quei protagonisti troppo belli per
essere veri – qualche dubbio permane per Robbie, ma Elordi divora la scena con un magnetismo
da vecchia Hollywood. È il cuore del romanzo a restare immutato.
Nero, cattivissimo, intossicante: tanto da farci sperare e arrabbiare
dopo duecento anni. Io credo in Fennell. E in questo cinema fatto di
gemiti soffocati, carni tremule e umori viscosi, in cui i classici
ottocenteschi tremano – magari poco prima di tornare tra noi, come
la Creatura di Frankenstein dopo la scintilla. (7,5)

Il
matrimonio è la tomba dell'amore? Kristoffer Borgli – norvegese
come Joaquim Trier, e come Joaquim Trier debitore ai drammi da camera di Bergman –
ci pone la stessa domanda della serie TV Something Very Bad is
Going to Happen. Questa volta, però, siamo nei sentieri già battuti
dai nostri Confidenza e Perfetti sconosciuti. E a convolare a nozze
sono due stelle di Hollywood, Robert Pattinson e Zendaya, che
brillano come sempre per bellezza e spontaneità anche lontani dai
rotocalchi. Lei ha un segreto risalente all'adolescenza, annidato tra
le paure più recondite degli americani; lui, inglese di buona famiglia, all'improvviso tituba. Si ride a denti
stretti. Si ammira il talento del duo. Si applaude la brillantezza
della sceneggiatura – di quelle originali e ben scritte, da
candidare agli Oscar. Ma questa commedia un po' rosa e un po' nera,
scandita dai ritmi ossessivi dei thriller psicologici, rischia di
afflosciarsi come un soufflé in una seconda parte più convenzionale. Tra cuori infranti e nasi tumefatti, resta un po' di
amaro in bocca: nonostante un epilogo più dolce del previsto. (7)

E
se il migliore film di Bradley Cooper fosse il suo flop più grande?
Con A Star is Born e Maestro, l'attore e regista americano ci ha abituati a un
cinema classico, solido, strappa-Oscar. Questa volta cambia genere,
ritmo e respiro, preferendo ritagliarsi un ruolo marginale e sposare i tipici toni del Sundance: così facendo, purtroppo, è passato in sordina tanto in patria quanto in Italia.
Storia di una crisi coniugale tra cinquantenni, È l'ultima
battuta? racconta la nuova routine degli strepiti Laura Dern e
Will Arnett: lei, ex pallavolista, si rilancia nel mondo dello sport
agonistico e sperimenta le app d'incontri; lui, già voce del
malinconico Bojack Horseman, esorcizza la depressione imperante con la stand-up
comedy. Il risultato è una commedia amara e adulta nello stile di
Noah Baumbach, ma anche sorprendentemente sentimentale come quelle a
cui ci ha abituati Cameron Crowe, dove le verità della terapia di coppia
riecheggiano tra le risate di un pub affollato. Tutti vogliono essere
felici. Ma gli ultimi romantici osano essere infelici insieme.
(8)

Quanto
appeal può avere il biopic su una coppia di sconosciuti che canta cover
di Neil Diamond? Nessuno, pensavo. A sorpresa, invece, nella stessa settimana di Sanremo, mi sono scoperto in una valle di lacrime. Profondamente radicato nella
provincia americana, il film musicale di Craig Brewer racconta di un
duo affiatatissimo nell'arte e nella vita: lui veterano di guerra,
lei parrucchiera, lasciano che il canto metta armonia in vite
altrimenti fragili, caotiche, sciagurate. Al centro di gioiose
performance live, Hugh Jackman e la candidata all'Oscar Kate Hudson – qui belli e struggenti
come non mai – mostrano quello che succede quando le luci dei riflettori si
spengono e i lustrini, infine, sono da riporre. Il dramma irrompe, imprevisto. E spezza la voce. Cosa resta di un duo quando un
componente viene meno? In questa vicenda ordinaria ma bellissima, di
epifanie tardive e sogni da rispolverare, nemmeno il peggio ucciderà
la voglia di cantare. Lo spettacolo, come d'altronde la vita, deve continuare. (7,5)
Dopo le enormi delusioni dietro la macchina da presa, l'ultimo film di Bradley Cooper l'ho evitato consapevolmente ma quasi quasi gli darò una chance.
RispondiEliminaGli altri tre mi sono piaciuti tutti, soprattutto The Drama, ma anche Song Sung Blue è stato una sorpresa inaspettata, commovente e tenero. E da quando l'ho visto, non smette di risuonarmi in testa Sweet Caroline!