| Il giovane Holden, J.D.
Salinger. Einaudi, € 12, pp. 248 |
Parlare
di un classico della letteratura mette in crisi. Se piace, sembra
fatica persa cercare nuovi aggettivi. Se piace così
così, scriverne può aiutare a vederci chiaro. Se non piace, be',
dilemma: il commentatore anonimo che ti dice che non ci hai capito
niente è già lì che si sfrega le
mani. Il giovane Holden non mi è piaciuto, infatti, ma per
quanto lo si possa dire di un intoccabile must generazionale con un
protagonista, a tratti, esasperante e vicinissimo a me. Charlie, voce
narrante di Noi siamo infinito nonché
mio migliore amico immaginario, su Holden scriveva saggi su saggi –
più di qualche lettore, tra l'altro, mi diceva che i due si somigliano un
po'. Nella seconda stagione di BoJack
Horseman,
all'apice di un climax di genialità e insensatezza, J.D. Salinger
in persona – vivo e vegeto, e desideroso di scrollarsi da dosso
l'ombra del suo indimenticato eroe ribelle – si reinventava
sceneggiando quiz a premi. Il
giovane Holden lo
citano le scuole di scrittura e i titoli delle ultime novità in
libreria, lo prendono in giro e lo omaggiano in tivù: sembravano
parlarmene tutti, ininterrottamente. Ma di cosa parlava, poi? E da
cosa, dopo sessant'anni, ci si lasciava ispirare?
Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun
grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un
dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti
quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono
senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e
acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto
l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia,
ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare.
Il
protagonista eponimo è un liceale che a scuola non brilla. Sveglio, direbbe qualcuno, peccato non si applichi. Ha sedici
anni, una famiglia altolocata e l'ennesima porta sbattuta in faccia.
Espulso per la sua media disastrosa, ha fatto i bagagli e preso un
treno fino a New York. Da qualche parte nell'Upper East Side c'è
casa sua. Non vuole tornare. Fa il giro lungo, si attarda in strada.
Mancano pochi giorni a Natale, e i suoi genitori non sanno ancora
che, dopo le vacanze, non tornerà in collegio. Meglio rimandare a
domani la sconfitta di deluderli di nuovo. Meglio vagare senza meta,
alticcio, con un berretto rosso in testa. Vagamente, so cosa si
prova: c'è questa scena di me, che temporeggio sul pianerottolo
prima di inserire la chiave nella toppa. Lucidamente io l'ho capito
sì, questo stangone bugiardo, amareggiato e suscettibile, che
insieme cerca la solitudine più assoluta (la tentazione di fingersi
sordumuto per evitare chiacchiere vuote; una cascina sul cucuzzolo della montagna per il futuro) e la compagnia più rumorosa (squillo
e papponi, ragazze in pista da ballo, prof dalle mani lunghe, jazz
all night long). Di autentico, l'affetto per la sorella minore e per
un fratello morto di leucemia; l'attrazione per una coetanea che gli
preferisce il popolare compagno di stanza; il ricordo di un amico che
ha avuto il fegato di farla finita. C'è una regola che dice che ci
si debba per forza prendere a cuore il personaggio principale? Tutti
possono forse percepire tutti alla stessa maniera? Si è indecisi tra
volergli bene e prenderlo a botte, Holden. Leggendo facevo: ti
capisco, però parla meglio, conta fino a dieci e, soprattutto, sta' un po' zitto. Holden parla con
la bocca piena, mentre aspira il fumo delle sue sigarette; Holden
parla come un sedicenne incolto – ripetizioni, iperboli,
imprecazioni snervanti (fate una conta dei “vita schifa”, “andare
in sollucchero”, “ad ogni modo”, “vattelapesca”,
“compagnia bella”) – e odia i libri di testo, il cinema, i
buona fortuna,
tutto quanto. Mi ha innervosito spesso. Mi ha irritato quel fingere di voler prendere aria, per poi tornare sempre e comunque a ripiegarsi su se stesso.
Sento
un po' la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Non raccontate
mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di
tutti.
Però,
la sua, è
la storia di uno di quei ragazzi
contro
che mi sanno trovare solidale. Chi lo aiuta a cercare il suo posto nel mondo? Averlo incrociato lascia un bella
sensazione, con il senno di poi, ma il mal di testa durante.
Rattrista saperlo triste, e sapere che vorrebbe urlare di gioia, al
pensiero delle giostre coi cavalli o della meta segreta delle anatre
di Central Park, contagia con un mezzo sorriso.
Il Natale è vicino, e sempre indesiderato resta. I genitori, sempre, continuano a non sapere.
Il Natale è vicino, e sempre indesiderato resta. I genitori, sempre, continuano a non sapere.
Però
la tentazione di gridare, che significa liberarsi e chiedere aiuto insieme,
interrompe le noie del flusso di coscienza e rompe la lista di quelle
cose non per forza sempre uguali; non più.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: David Bowie - Space Oddity
