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martedì 18 febbraio 2020

I ♥ Telefilm: The New Pope | BoJack Horseman S06

Morto un papa se ne fa un altro? E se finisce in coma, invece? All’indomani dell’infarto del più bello dei pontefici, i fedeli sono riuniti in preghiera. Risorgerà, si domandano, mentre il fanatismo raggiunge picchi pericolosi e gli altoparlanti trasmettono i respiri del dormiente? Le novizie, tutt’intorno, improvvisano danze ammiccanti nella sigla già cult. Tocca correre ai ripari, e nel giro di poco si succedono due sostituti: il primo, troppo ribelle, ha vita breve; l’atro, abbastanza fragile da risultare manipolabile, sembra essere perfetto. Il nuovo pontefice, affascinante e glorioso come John Malkovich, ha un passato da punk, gli occhi bistrati di mascara e contatti telefonici d’eccezione: Meghan gli chiede consigli di moda alla cornetta; Manson e la Stone, in cameo esilaranti, sono protagonisti di udienze con tutti i sacri crismi. Nonostante intrighi e pericoli sparsi – lo sciopero delle suore, lo scandalo pedofilia, i matrimoni omosessuali, il terrorismo e l’immigrazione –, le attese erano per il ritorno di Lennie. Ci vorrà più del previsto, però, per vederlo avanzare dalle acque con un Speedo bianco a metà tra un modello d’intimo e una divinità marina. Non aspettatevi una lotta all’ultimo sangue. Non aspettatevi un Law protagonista: fino al sesto episodio giace in un letto immacolato, nella venerazione delle masse, e per via del carisma del collega non se ne sente nemmeno grande mancanza. Sempre d’altissimo livello, ma più pasticciata del previsto, la serie di Sorrentino ha questa volta intenti meno a fuoco. E affastella sottotrame, argomenti, scene madri – spiegatemi il senso, per favore, del personaggio della Sagnier – per poi tirare rapidamente le fila nei titoli di coda del nono episodio. The New Pope si prende i suoi tempi, si concede sequenze folli e ritmi lenti, ma gli episodi – il primo e il settimo sono i migliori –, con il senno di poi, sembrano soltanto un lungo preambolo per un epilogo piuttosto insoddisfacente. Con il rischio che il papa del titolo, purtroppo, appaia un semplice tappabuchi. A spadroneggiare, allora, è l’irresistibile Silvio Orlando: burattinaio scaltro e manipolatore, che a sorpresa commuove in uno struggente elogio funebre. Che fumata bianca sia, grazie allo splendore della fotografia di Bigazzi; grazie a una regia al solito funambolica. Ma, nel paragone, gli si preferisce l’alchimia dei Due papi di Netflix – a colloquio, in lotta, in equilibrio. (7)

La depressione è una malattia. Quando si guarisce, quanto dura? Se lo domanda BoJack, ex attore di successo, da sei anni a questa parte. Cavallo con fattezze da uomo, in un mondo dello spettacolo popolato da animali antropomorfi, il protagonista non vede la proverbiale luce in fondo al tunnel. E noi insieme a lui, nella bellissima e dolente serie animata che ha sdoganato nel tempo una tematica tabù. Tra alti e bassi, svolte e ricadute, l’incorreggibile BoJack ci prova e poi ci ricasca. Anche a costo di venire un po’ a noia, nel tempo, con il suo piangersi addosso; con il suo rifugiarsi presso gli alcolisti anonimi, nell’alcol, in un passato idealizzato. Insegnante di recitazione all’università, adesso, ha l’ennesimo ostacolo tra sé e la stabilità: una coppia di reporter sulle tracce dei suoi scandali, in particolare sugli scomodi retroscena dell’ultima notte della sfortunata Sarah Lynn. Come accaduto a Bill Cosby dopo lo scandalo, il protagonista perde perfino i diritti sullo show che l’ha lanciato: vogliono tagliarlo fuori, vogliono cancellarlo. Altrove, lontani ma vicini, Diane ingrassa, si trasferisce e realizza che non serve essere tristi per vendere copie; Peanutbutter, sfortunato in amore, inaugura un ristorante chiacchierato; Todd si riavvicina ai genitori, galeotta Margo Martindale; Princess Carolyn, addolcita dalla maternità, si gode finalmente la compagnia di un uomo fedele. Il lieto fine sembra essere possibile per tutti tranne per BoJack. Che ha paura di scomparire per sempre oltre una porta buia. Che, nella vita vera, farebbe la fine sciagurata di quegli artisti morti in una pozza di rimpianti. Gli sceneggiatori gli regaleranno un briciolo di speranza dopo l’ennesima sbandata? Ottima ma a corto di genialità, la sesta stagione trova smalto negli ultimi due episodi e in una decisione coraggiosa: chiuderla qui, prima di annoiare, dal momento che erano stati esauriti gli argomenti. Giusto così, inutile trascinarsi ulteriormente, anche se comunque dispiace di vero cuore. La stagione si conclude nel migliore dei modi, in cima al tetto sul quale tutto ha avuto inizio, con un dialogo intimo e perfetto che emozionerà i fan di lunga data. Sulle influenze, positive e negative, che ci rendono quello che siamo. Sul fatto che nessuno si salvi da solo e la felicità, a volte, spaventi. Sulla necessità di abituarsi pian piano a una nuova normalità. In un mondo senza BoJack Horseman, ma con tutto – quasi – al proprio posto: compresa l’ultima lettera della parola “Holliwoo”. (7,5)

venerdì 14 luglio 2017

I ♥ Telefilm: BoJack Horseman | Gypsy | Glow

L'idea di BoJack Horseman non mi ha mai tentato. L'animazione non fa più breccia da un po' e ho sempre considerato I Simpson, I Griffin e Futurama una compagnia come un'altra quando mangio da solo. Di sedermi in poltrona e seguirli per bene, insomma, non ci pensavo. Se fosse stata trasmessa in chiaro, la creazione di Raphael Bob-Waksberg avrebbe subito un trattamento simile. Invece è solo su Netflix (e dura ormai da tre stagioni) e, a fare da ago della bilancia, il consiglio dell'amico giusto al momento giusto (sì, ciao a te). Era amarissimo, mi assicurava, e a vederlo in certi giorni ci si sentiva meno soli. In quelli che al momento sono trentasei episodi, assistiamo alla disfatta di una star degli anni '90. Celebre per una sitcom generazionale, il protagonista è rimasto intrappolato in un passato che gli permette di vivere di rendita. A vent'anni dal successo, cinquantenne, è un parvenu nella sua villetta con piscina – va a letto con chi capita, beve fino al vomito, rosola a fuoco lento nei sensi di colpa e a centro pista. Ospita sul divano un giovane senza arte né parte e, nella prima stagione, viene braccato da una biografa che vuole scavare nella sua vita. Pensa di amarla, ma lei gli preferisce la fedeltà del suo storico rivale. Pensa di essere amato dalla sua agente, ma lei preferisce ignorare l'orologio biologico e trovargli il miglior copione su piazza. L'attore fallito è in cerca di se stesso, ma nel mentre trova una parte che gli srotola il Red Carpet: le luci dei riflettori, il ritorno in carreggiata e megari l'Oscar, aiutano a star meglio? BoJack Horseman, come il recente Feud, è una riflessione su uno star system che non perdona – porte chiuse per attori di mezza età, l'oblio per lo sceneggiatore gay di un programma per famiglie, autodistruzione ed esibizionismo per le Hannah Montana cresciute e, neanche a farlo apposta, un presagio di quel La La Land premiato per errore. Soprattutto, è l'esame di coscienza di una persona in crisi di identità che si sente male da sola e peggio in compagnia. Identica a me, a tratti, nel percepirsi un collezionista di sbagli; mai abbastanza. Ah, sì. Per tutto il tempo ho parlato di un cavallo un po' patetico, che indossa Converse rosse e un pigiama con le mele. Sorprende ritrovarsi nelle massime filosofiche di un quadrupede parlante, infatti. Sorprende scoprire che si ride tanto (i cameo di attori noti, le canzoncine assillanti e gli oggetti d'arredo hanno del geniale), ma che si ride di lui, non con lui. Chi dice che BoJack Horseman è divertente, in fondo, non ha capito niente. Chi dice che la vita è un appuntamento con gli applausi preregistrati di Horsin' Around dovrebbe sapere che somigliamo più a questo disastro qui. Con la stonatura dei colori pastello. Con i cavalli tragicomici che come te e me, in fondo, sempre niente c'hanno capito. (8)

Jean, psicoterapeuta newyorkese, si divide tra casa e lavoro. Ha un marito avvocato, che flirta con la giovane segretaria, e una figlia ribelle. Il suo matrimonio non è così solido, la sua casa scricchiola. E lei, lucida e saggia, in realtà nasconde sotto gli abiti eleganti un animo gitano. Gypsy, anticipato da una serie di foto promozionali che ammiccavano ai baci saffici di Mullholland Drive, parla di una coppia in crisi che la gelosia potrebbe o separare o rinsaldare. Protagonista sensuale ma misurata, una Naomi Watts in ruolo coraggioso per un'attrice matura – al contrario dell'amica Nicole Kidman, colei che a malincuore è l'unico pregio dell'ultima serie Netflix (bene anche Crudup, un altro a cui invecchiare porta bene) non ha ceduto alle tentazioni della chirurgia plastica. Il suo personaggio, mosso da un segreto desiderio di onnipotenza, si intromette nella vita dei pazienti: una giovane tossicodipendente, una mamma messa da parte, un uomo tormentato da una vecchia relazione (come in Love, anche qui Karl Glusman è innamorato pazzo). Le prime due pazienti portano Jean a riallacciare i rapporti con la figura materna; l'ex ragazza dell'ultimo, invece, diventa la sua ossessione amorosa. La situazione le sfuggirà di mano. Psicothriller al femminile, di Gypsy sfuggono il senso e gli alibi. Cos'è: un Closer dalla scrittura non all'altezza? Un In Treatment che viola il codice deontologico? Blando, sbrodolato, senza appeal, appare intimidito dal sesso – tocca aspettare otto episodi per un bacio appassionato, e il resto sono amplessi brutti e interrotti da tagli da boia: il pilot diretto da Sam Taylor-Johnson prometteva l'erotismo, eppure, per quanto patinato – e irrisolto. Finisce in sospeso, con un passato confusionario e un futuro in forse. La presenza della Watts costa, di potenziale inespresso non se ne vede. Lo scorso anno, lo stesso avvenne con The Path: grandi nomi, un'idea interessante su carta, e poi? Gypsy è un viaggio ai confini della sessualità e dei suoi misteri. Se non sei Ozon, rischi di smarrirti. (5)

Il wrestling è sempre stato un momento di coesione tra fratelli. Don't try this at home, dicevano, ma nessuno badava alle avvertenze. I videogiochi a tema, i giocattoli con tanto di ring e la raccolta di figurine, i Funko Pop dei lottatori. Sui canali italiani lo si incrocia meno, ma mio fratello fa le ore piccole seguendo Royal Rumble e compagnia bella, così come io seguo, a febbraio, la notte degli Oscar. L'ennesima produzione Netflix, Glow, è la storia vera di una manciata di donne alle corde. Siamo negli anni Ottanta di Red Oaks, fluorescenti e inflazionati fino alla noia. La protagonista, una bravissima Alison Brie, è un'attrice che non riesce a sfondare: tutt'altro che amabile, è pronta a tradire e tradirsi. Perde la sua migliore amica, dopo essere finita (due volte) a letto col marito, ma trova un ruolo che non aspettava: apprendista lottatrice in uno show di wrestling al femminile. Glow si vede in pochissimo, e nel mentre si ride di gusto. Non ha grandi pro né grandi contro. Netflix si è data alle cancellazioni bastarde e, onestamente, ho cercado di seguirla senza affezionarmici troppo. La serie delle produttrici di Orange is the new black mostra l'allenamento semiserio, la graduale formazione di una squadra affiatata, la ricerca dei costumi sfavillanti e dei personaggi vincenti. Il pubblico deve schierarsi. Il pubblico deve lottare con loro, pur sapendo che ci si picchia, ma per finta – le lottatrici raccontano coi loro corpi le tensioni della guerra fredda, l'amor di patria, la lotta al terrorismo. Non lo sai che è tutto finto? Non lo sai che in camerino hanno una sceneggiatura da sfogliare? Saperlo, da bambino, è stato come scoprire che Babbo Natale non esisteva. Ho iniziato a farci caso un giorno: ai pugni che non centravano il bersaglio, ai rumori dei cazzotti simulati battendo forte i piedi, ai ruoli scritti troppo e male. Con Glow, che eppure svela trucchi e retroscena, qui e lì ho ricreduto a Babbo Natale. (6,5)

mercoledì 3 ottobre 2018

I ♥ Telefilm: Maniac | BoJack Horseman s05

Lei, ribelle ma vulnerabile, cerca di superare la morte della sorella. Lui, schizofrenico, è chiamato a testimoniare il falso in tribunale per salvaguardare la reputazione della stessa famiglia che lo ha ripudiato, mentre tutt'intorno crede di scorgere i segni di un complotto da sventare. Come i protagonisti strampalati di un boy meets girl del Sundance, si scopriranno complici in un contesto dei più particolari: la sperimentazione di un nuovo farmaco per elaborare e combattere, fase dopo fase, il malessere che li accomuna. Siamo in un futuro minimalista alla Spike Jonze, con gli uffici arredati come in quegli anni Ottanta tornati noiosamente in voga e un'intelligenza artificiale dai desideri di donna che, ammalatasi un giorno di malinconia, s'impunta per sabotare i piani di Justin Theroux, scienziato sopra le righe con questioni irrisolte con mamma Sally Field – adorabile al solito, è sempre lei a prestare la voce a un processore che fa i conti con i lati oscuri del lutto. Ma se i farmaci sperimentali prevedono la somministrazione delle pillole di Matrix, per le cavie si spalancano scenari inimmaginabili soltanto in teoria – vedasi i sogni a occhi aperti di Gondry e Nolan, o perfino i viaggi tra generi cinematografici di un Capatonda in cerca d'autore. I protagonisti a volte sono due coniugi che salvano un roditore dall'essere ridotto in pelliccia, e a volte ladri imbucati a una seduta spiritica dei ruggenti anni Venti; alcune elfi mitici verso un lago miracoloso, altre membri di clan mafiosi in cui il sangue è legge; infine, agenti segreti allo scoppio di un'invasione aliena. Nei loro sogni fanno coppia, anche se non dovrebbero; salvano l'universo, salvando frattanto loro stessi. Un'affinità dettata dal fato o dai piani alternativi di un processore irascibile? Qual è la costante, caos a parte, delle danze da un'esistenza all'altra? A spiegarcelo è Maniac, la serie più attesa dell'anno accanto al già deludente Sharp Objects: commedia terapeutica che di folle, di nuovo, in realtà ha solo qualche nome vincente nel cast. A ben vedere, tolta la confusione degli episodi introduttivi, l'originalità manca. Manca la sostanza, da me preferita alla forma. Manca il cuore, a cui in fase di sceneggiatura si è preferito il cervello. Tanto rumore per nulla? Se non per nulla, comunque per poco. E quel poco lo si deve ai toni da commedia indie, alle citazioni mai rinfrescate a dovere, ai piani sequenza di Cary Fukunaga pasticciati stavolta con lo splatter e la computer grafica. Alle smorfie di Emma Stone, a tratti bella e a tratti bruttissima, a tratti troppa; alla bravura di quello sottovalutato del duo, Jonah Hill, che sembra tristissimo anche quando su di giri. Sarà per questo che si storce il naso, in una chiusa che altrimenti avrei adorato: davanti alla banalità di una risposta – indovinate, coraggio, meglio l'illusione o la vita reale? – che cozza contro la fittizia autorialità del progetto. I motivi che mi hanno reso la visione insospettabilmente leggera e godibile, insomma, sono gli stessi che non hanno elevato la serie in mezzo a un garbuglio di storie già lette, di esperienze già fatte, di film già amati. Maniac non è all'altezza di voci di corridoio che ce lo raccontavano geniale. Piace, a modo suo, ma non da impazzire. (6,5)

Ho calcato per la prima volta i red carpet di Holliwoo lo scorso anno, con un ritardo affatto elegante che mi aveva regalato però la gioia di quattro stagioni consecutive. Questa volta senza corsia preferenziale, mi è toccato aspettare i comodi di Netflix, dei rehab e delle star che amano tardare: mettermi in fila. Ne è valsa la pena, anche se eccezionalmente qualche difetto l'ho scorto. Provato dalle aspettative troppo alte io, oppure nel torto loro, con una Hollyhock assente ingiustificata, un Todd dalle parentesi comiche quanto mai stonate, un ennesimo dramma – quello della dipendenza da farmaci – non percepito come tale prima del nono episodio, in cui tutto si fa serio all'improvviso? Fatto sta che un anno è passato, e che BoJack Horseman resta lo specchio perfetto della nostra epoca; il riflesso di idiosincrasie e nevrosi tutte contemporanee, che spesso sfociano nella patologia. Guardane una stagione, infatti, e grazie a sceneggiatori sempre sul pezzo ricorderai cos'è successo intanto intorno a noi, quel che abbiamo letto o visto, di cosa ci siamo rimproverati con acredine guardandoci allo specchio nei giorni no. Ecco gli scandali sessuali, un femminismo da salotto televisivo, tentati abbordaggi che nell'era del metoo non passano inosservati, dipendenze che chiedono un tornaconto personale a suon di vomito a fiotti o scatti di ira. Diane – e questa è la sua stagione, inutile cercare altri vincitori morali – torna pensierosa e divorziata da un viaggio in Vietnam; Princess Carolyn, qui sottotono, vuole adottare un bambino e vivere da single; Mr. Peanutbutter perfeziona invano le pose da duro e fa un bilancio agrodolce dei propri fallimenti sentimentali. Dopo il mancato Oscar e la mancata paternità, ad aspettare BoJack ci sono invece un giallo a puntate e una sentita lezione di autocritica: non basta rimuginare notte e giorno, scavarsi dentro, per mettersi in salvo dalla depressione. I protagonisti sono dunque chi ancora in cerca, chi in pace. Hanno abbandonato il bivio a cui erano fermi da quattro stagioni a questa parte. Ma non per questo sono più realizzati, più coraggiosi, migliori. Raramente insieme, hanno trame appena accennate e, immersi quanto mai in una forte dimensione metatelevisiva, rischiano di far scomparire il loro privato, e perfino la realtà stessa – ma cos'è poi, se non l'ennesima finzione cinematografica? Questa volta si preferisce procedere per salti temporali, rivangare il passato, mostrare i primi incontri-scontri e le origini della loro tristezza. Sempre un gioiello di scrittura, impegnatissima ma un po' incostante nella pianificazione, l'inossidabile serie animata si cimenta con altri impeccabili esercizi di stile, spesso al limite dello sperimentale, che trovano facilmente terreno fertile da queste parti – viva i soliloqui teatrali, viva gli incastri audaci –, ma a questo giro non strappano il cuore. Accendete: c'è l'esistenza in onda. La pubblicità dice di chiedere aiuto a terzi, in caso di bisogno, e i fantasmi sussurrano dalle tombe che il segreto per vivere felici è essere visti. Magari in bingewatching? (7,5)

lunedì 11 novembre 2019

I ♥ Telefilm: BoJack Horseman S06 | The Kominsky Method S02 | Shameless S09 | Extravergine

Scoperta appena qualche anno fa, si è imposta subito come una delle serie del cuore. BoJack Horseman, infatti, non è soltanto l’ennesimo esempio di un’animazione per adulti che parla alla maniera dei grandi autori. È uno stato d’animo. È uno stile di vita. Tutto finisce, e a volte è sacrosanto così: la parentesi della  serie Netflix, destinata a concludersi in un secondo arco di episodi previsto per gennaio, sta per chiudersi. Degnamente? Difficile dirlo, dal poco che si è visto; bello sperarlo. La visione di questi otto episodi non è stata particolarmente consolante, anzi, costituiscono l’intermezzo più trascurabile di un colpo di fulmine lungo sei stagioni. Cos’è successo? Purtroppo niente di che. Il nostro anti-eroe sta cercando di fare ammenda: ormai in riabilitazione, rivanga gli sbagli passati e soprattutto il giallo della scomparsa di Sarah Lynne. Ma il suo piangersi addosso, questa volta, irrita e annoia. Le cose vanno meglio per Princess Carolyne e Todd, che insieme si prendono cura di un’adorabile cucciolo di porcospino: tenerezza a parte, però, le svolte narrative latitano. Allora ci si consola con Diane e Mr. Peanutbutter: benché non più in coppia, i due rubano la scena con i momenti più appassionanti – lei a Chicago con un nuovo compagno. lui in attesa di convolare a nozze. Il resto? Scenette giustapposte in cui la scrittura si rivela a digiuno di guizzi, con personaggi fuori forma e un’emozione che – fatta eccezione per il settimo episodio, per me il degno finale di questa midseason  – ci si nega. Non dispero. In quel di Holliwoo siamo abituati agli scoop, ai colpi di scena, ai rovesci di fortuna. Ma l’amarezza di questa piccola delusione basta a farmi dire: inutile compiangerlo, BoJack forse ha davvero esaurito gli spunti.

Relegata in quattro e quattr’otto a comedy da seguire durante i pasti, The Kominsky Method di lì a poco si sarebbe divertita a prendermi in contropiede. La solita serie su un paio di adorabili brontoloni alle prese con gli acciacchi della terza età, infatti, avrebbe conquistato i Golden Globe tra sorpresa e scetticismo. Possibile che l’avessi presa sotto gamba? Non lo saprò mai, immagino, ma ho fatto pace con Sandy e Norman grazie a una seconda stagione finalmente all’altezza. Un ritorno di fiamma che somiglia proprio al mancato colpo di fulmine dello scorso anno. La formula, eppure, resta invariata. Ma succede che l’insegnante di recitazione Michael Douglas, sempre affascinantissimo ma allarmato qui da nuove problematiche di salute, riveli un’umanità dolente che non ti saresti aspettato: più bendisposto verso il prossimo, dice sì all’amicizia con una donna e al fidanzato sessantenne della figlia Mandy, interpretato da un irresistibile Paul Reiser. Succede, ancora, che il sarcastico e rancoroso Alan Arkin faccia pace con la figlia alcolista – è uscita definitivamente dal tunnel? – e con lo spettro della moglie Eileen, destinata a far posto a una splendida fidanzata di gioventù. La scrittura di Lorre è più profonda e divertente che mai, e si fa dell’invidiabile autoironia sul mestiere dell’attore – tanto spazio agli allievi di Sandy, con monologhi tratti dalle migliori pièce e un’apparizione del premio Oscar Allison Janney – e perfino sulla comicità tipica delle sitcom – a scuola di recitazione non si portano soltanto pezzi tratti da Il dubbio o Apocalypse Now, infatti, ma anche gli sketch di Due uomini e mezzo. Finalmente a fuoco, brillante come non avevo creduto in passato, The Kominsky Method ha un cast che cresce e una scrittura di qualità. No, non è la classica storia sugli anziani brontoloni. Da ora posso garantirlo anch’io. Per ravvedersi non serve aspettare la saggezza della senilità. (7,5)

Da un decennio ho una costante. Vive nello squallore della periferia di Chicago, risponde al nome di casa Gallagher. Ma ogni relazione conosce momenti di riflessioni, crisi, attimi che attentano al desiderio. Tra me e Shameless è successo con la nona stagione. Ho iniziato a vederla seguendo la programmazione americana e l’ho abbandonata presto, cosa mai accaduta. Colpa di attori importanti che abbandonavano il cast. Colpa, soprattutto, dell’impressione che non avessero tutti i torti: questa banda di matti, ormai, si trascina. Ma con un anno di ritardo sono tornato alla loro porta. Da dirmi avevano poco ugualmente, già, ma la verità è che mi mancavano da morire. Ian, il primo del cast a tagliare la corda, esce presto di scena e indossa la divisa da carcerato; Lip cerca l’equilibrio interiore e le solite ragazze già impegnate; Frank esagera al solito con trovate strampalate e raggiri – questa volta ha una terapeuta bipolare da ingravidare –, e assieme a lui fanno altrettanto Veronica e Kevin. Vere mattatrici della scena sono allora Debbie e Fiona. Se la prima, matura  e volitiva, si assume le responsabilità che spetterebbero al capofamiglia, l’altra ci ricasca: uomini bastardi, piani fallimentari, alcol e droghe. Degna erede di suo padre, si copre di ferite e ridicolo; diventa insopportabile. Ma permette a Emmy Rossum, altra colonna della serie che ci dice addio, di congedarsi con una performance ingiustamente passata in sordina. La decima stagiona va in onda in questi giorni in patria, con una nuova sigla e qualche posto in meno a tavola. Pace è stata fatta, forse, ma non ho fretta. Che la fine sia vicina o meno – sarebbe auspicabile salutare i Gallagher al decimo anniversario –, tornerò in periferia non per curiosità ma per nostalgia. (7)

Si chiama Dafne Amoroso, ha trent’anni e lavora in una redazione alla moda. Vorrebbe scrivere di libri, ma pare che in una Milano tinta di rosa nessuno legga più. Il sesso, al contrario, incuriosisce e solletica. Galeotto un equivoco a tinte bollenti, la protagonista cambia disciplina: dalle novità in libreria ai segreti della camera da letto, senza prima passare dal via. Dafne ha un segreto di cui si vergogna un po’. È ancora vergine. La conoscenza di un bel fotografo potrebbe rendere semplice colmare l’imbarazzante lacuna, ma una ragazza romantica e di sani principi può forse dare cuore e corpo al primo arrivato? Un appuntamento ogni settimana, venti minuti a episodio, volti freschi e la regia di una professionista scoperta con il visionario Riccardo va all’inferno. Capitanato dall’adorabile Lodovica Comello e diretto da Roberta Torre, appassionata di simmetrie ipnotiche e tinte lisergiche, Extravergine avrebbe potuto essere la commedia d’autore che mancava all’Italia. Annunciata come un incrocio tra Bridget Jones e Sex and The City, non ha né l’ironia della single londinese né la sfacciataggine delle amiche di New York. Si lascia seguire, soprattutto per le trovate visive della Torre e le smorfie della bella conduttrice TV – il rischio che stufino entrambe, però, spesso c’è –, ma in dieci episodi leggerissimi troviamo un’idea piacevole e nessuna identità precisa. Il genere chick-lit infatti neanche a puntate, nemmeno in Italia, può permettersi tutto questo candore o una scrittura dai ritmi svogliati. Riuscirà Dafne a perde la verginità, magari incontrando anche il principe azzurro? Dopo aver trovato risposta alla domanda – comunque non abbastanza solida per costituire le fondamenta di una serie TV –, niente ci impedirà di cambiare canale. (5,5)

mercoledì 27 settembre 2017

I ♥ Telefilm: BoJack Horseman IV | The Sinner

Fuggiva via dalle costrizioni e dagli impegni, nel finale della scorsa stagione: al galoppo. Metteva la macchina in folle e, da lontano, ammirava le corse degli altri cavalli nel deserto. In quel sogno di libertà impossibile, in quella finestra sospesa, BoJack – star degli anni Novanta condannata all'oblio – ha vissuto per un anno. Ha ignorato i messaggi in segreteria. Ha lasciato che i pettegoli sparlassero. Al suo rientro, all'alba di un nuovo ciclo di episodi, trova la casa a soqquadro, un'adolescente ribelle che cerca suo padre e una città in sollucchero per l'elezione del prossimo governatore (è testa a testa tra Mr. Peanutbutter e un'esilarante Jessica Biel). Restano l'accuratezza dei colori pastello, le gioie di un nonsense affidato a un Todd dichiaratamente asessuale, quel realismo che lascia ancora attoniti e commossi. A Holliwoo ci sono insegne monumentali a cui manca la consonante finale; personaggi dello show business con nient'altro che una notorietà insoddisfacente. Cosa conta, se un ruolo da Oscar non aiuta a dormire meglio? Di cosa mettersi in cerca, quando i copioni prendono polvere in un angolo della nostra villetta con piscina? In una stagione intergenerazionale meno cinica e più femminile, insospettabilmente delicata, gli autori esplorano l'arte del racconto e del farsi da parte. Messe un po' ai margini, perciò, quelle spalle comiche di cui non sentiamo troppo nostalgia. Forse meno vanesio, meno egocentrico, perfino un attore in lotta con le sue radici familiari, per una volta, e non con il ruolo della rivalsa. Si riparte, così, dal bilancio di un viaggio in solitaria che non ha portato la pace sperata. E si decide che è tempo di comportarsi da adulti, anche se belli che cresciuti. Per venire a patti, come Diane e Peanutbutter, con i pregi e i difetti della vita in due. Per appendere un fiocco azzurro o rosa alla porta, ed è il caso di una Princess Carolyn in attesa di una cucciolata. Per riscoprirsi figli (da lacrime il penultimo episodio: struggente retrospettiva sulla vita di mamma Horseman, affetta da demenza senile) e improvvisarsi genitori, in attesa dei risultati del test dei DNA e delle fitte dei colpi di scena. (8)

Il sole brilla. Splendida giornata per darsi a una gita al lago. Due innamorati si mettono le mani dappertutto e ascoltano ad alto volume una canzone. Perché, tutta intenta a sbucciare una pera, una tranquilla casalinga si avventa contro il lui della coppia e lo pugnala sette volte? Cora, una sottovalutata Jessica Biel tornata all'intensità dei Bambini di Cold Rock, giura di non saperlo. C'è la scena del crimine. Ci sono i testimoni. C'è la colpevole, che in tribunale non grida invano la propria innocenza. Indaga un ritrovato Bill Pullman, detective in crisi matrimoniale dalle segrete tendenze sadomasochistiche. L'assassina è già in manette, nel thriller antologico ispirato al romanzo di Petra Hammesfahr. Sulle braccia ha i buchi dei tossicodipendenti, ma non saprebbe cosa farsene, dell'eroina. Negli attimi in cui il suo lato bestiale ha la meglio, complice un innocuo brano da falò, commette gesti inconsulti. Si viaggia nei ricordi rimossi di lei – primogenita in un'angosciante famiglia cattolica, con una sorellina confinata a letto a cui spiegare l'amore e il mondo in differita – e lungo i sentieri battuti ora dal marito Cristopher Abbott, ora dallo stesso Pullman, che non si accontentano dell'apparenza delle cose. Inquietanti uomini mascherati, un cadavere scarnificato, i ghirigori di una carta da parati, sesso, un blackout della memoria lungo due mesi. Storia torbida e sanguinosa, mai eccessiva ma affatto edulcorata, The Sinner ha un mistero e una morbosa forma di curiosità (per le perversioni dell'agente di turno e le prime esperienze di una giovane Biel fuori dal nido) da appagare. I contro: scarsa visibilità, in un'estate che ha portato a una disattenzione generale; il fumo negli occhi di una scrittura che rivela trucchi e limiti a un passo da una conclusione in cui, in ballo, c'è poco meno di quanto ci si saremmo aspettati. I pro: le ottime prove dei protagonisti, un sottovalutato caratterista e un'ex icona adolescenziale non più al “settimo cielo”; otto episodi che sanno come non disperdere la suspance e quando fermarsi; il giusto equilibrio tra giallo e viaggio della psiche, tra eleganza e abiezione. (7)

lunedì 23 novembre 2020

Il cinema al tempo del Covid-19: La vita davanti a sé, Rebecca, Le Streghe, On the Rocks, Palm Springs, His House

Può un classico della narrativa francese essere riadattato oggi, in chiave italiana? In trasferta da Parigi a Bari, La vita davanti a sé cambia sfondo. Ambientato al tempo dell'immigrazione, in una città accogliente e multietnica, sposta il focus dalle avventure di Momò per concentrarsi sull'amicizia con Madame Rosà. I riflettori sono puntati su di lei, ex prostituta sopravvissuta ad Auschwitz, che regala un grande ritorno a Sophia Loren: leggendaria, l'attrice ottantaseienne si fa dirigere dal figlio Edoardo Ponti e punta agli Oscar. Il film, mediocre, è indegno di lei. Vittima di una scrittura ingenua e semplicistica, si accontenta di riassumere superficialmente la trama, garantendo rare scene toccanti. Datatissimo, nonostante la sceneggiatura rimodernata, lo si immaginava melenso e strappalacrime: purtroppo resta tutto abbozzato, commozione compresa. Attorniata da musulmani, ebrei e mamme transessuali, la Loren incarna un personaggio che condensa i suoi ruoli migliori. Sanguigna ma accogliente, severa ma tenera, ha braccia conserte che talora sono capaci anche di accoglienza. Simbolo di un'italianità a tutto tondo, attira gli sguardi e distrae dal resto. Emozionata ed emozionante, suggestiona con la sua sola presenza. Unica punta di diamante, da un lato nobilita l'esistenza artistica del figlio mestierante e dall'altro finisce per oscurarla del tutto. Nota a margine: sospetto e temo che Laura Pausini guadagnerà una nomination per il brano Io sì. (5)

Fiaba nera su una novella Jane Eyre, raggiunse il successo con il classico di Hitchcock. Considerata intoccabile, la Du Maurier è stata in realtà al centro di innumerevoli adattamenti: ricordo quello del 2008, con una superba Melato. Quest'anno, guardato con sospetto, ne è arrivato anche un altro. Serviva? Se considerato un remake, Rebecca non può rivaleggiare con l'originale. All'occhio del lettore, però, apparirà una trasposizione decorosissima con gli stessi pregi e difetti di un gotico che invecchia con classe. Come accade nel romanzo, a una buona prima parte ne segue un'altra assai meno intrigante, fino a un epilogo privo della giusta dose di ambiguità. Filologicamente attento, il film segue alla lettera una vicenda senza più segreti e, per timore reverenziale, non tenta di rimodernarla: aggiunge lievi sfumature horror – vedasi gli episodi onirici o la sequenza del ballo in maschera –, ma si concentra meno sulle ossessioni della protagonista. Se il casting di Hammer, bellissimo nei suoi completi eleganti, appare una scelta sbagliata, è testa a testa tra le ottime primedonne: sfumate negli stati d'animo e aderenti ai personaggi, James e Scott-Thomas sono perfette nel ruolo dell'ingenua sposina e della sulfurea governante. Piuttosto ben diretto e recitato, Rebecca scorre piacevolmente ma non ha niente di nuovo da suggerire. Come la protagonista, cade vittima dei paragoni con un primo film – e una prima moglie – ineguagliabile. (6,5)

Il classico dell'infanzia scritto da Roald Dahl viene riproposto nella versione di Zemeckis a trent'anni di distanza dal film di Roeg. Essendo una storia grottesca, nerissima e con tanto di finale aperto, si temeva una riscrittura all'insegna del politicamente corretto. Per fortuna sono stato smentito. Trasformato in topo, il protagonista cerca il supporto della sempre dolcissima Octavia Spencer per sconfiggere Anne Hathaway: sopra le righe, con un pesante accento straniero e un sorriso tutto zanne, la premio Oscar si diverte e ci diverte, ma è lontana dall'iconicità della Houston. Poco disneyano, Le Streghe si sposta nell'Alabama degli anni Sessanta ed è attentissimo al contesto storico-sociale. Nonostante la scelta di un protagonista afroamericano, negli Stati Uniti avranno storto il naso: l'albergo in cui il film è ambientato, infatti, pullula di camerieri e facchini di colore, com'era norma in quegli anni d'intolleranza. Altro motivo di controversie? La mostruosa trasformazione delle antagoniste, con artigli per mani, sarebbe offensiva per i disabili. Quanto inutile rumore per un film, in realtà, sorprendentemente affine allo spirito dissacrante del romanzo. Benché appaia luccicante e costoso, più attraente per grandi e piccini, il film conserva un cuore giocoso, oscuro e repellente. E ha l'audacia nel seguire battuta per battuta un romanzo figlio del suo tempo, in cui i bambini puzzavano di cacca di cane e, talora, potevano fare una fine bruttissima. (7)

Coprodotto da A24 e Apple, destinato soltanto allo streaming in un'annata malaugurata, l'ultimo film di Sofia Coppola – regista mai particolarmente apprezzata – sorprende pur nella sua assenza di sorprese. Ambientato in una New York tipicamente alleniana, racconta la vicenda di una scrittrice in crisi che per indagare sull'operato del marito chiede consiglio al peggiore degli infedeli: suo padre. Un playboy attempato e un po' misogino, che conosce a menadito i segreti delle relazioni extraconiugali. Tra inseguimenti, viaggi in Messico, vernissage e confronti generazionali, On the rocks è una deliziosa commedia indipendente confezionata come se fosse un bijou. A far faville con una sceneggiatura altrimenti senza infamia e senza lode sono loro, i protagonisti: una splendida Rashida Jones e l'attore feticcio Bill Murray, esemplare nel tratteggiare un bambinone popolarissimo ma fondamentalmente solo. Bravi e affiatati, giocano alle spie e vengono a patti con le loro questioni irrisolte in un faccia a faccia per nulla pretenzioso, che emoziona con ingredienti essenziali. La regista, all'apparenza alle prese con un film minore, è nello sguardo malinconico, nella sensibilità, nei dettagli. Fa la differenza – una differenza sostanziale, eppure impercettibile –, come una lacrima sfuggita a tradimento per ricadere in un bicchiere di Martini. Sul fondo zuccherino, così, lascia l'impressione di un'irresistibile amarezza. (7)

Invitati supponenti, pessima musica, vestiti pacchiani, famiglie perbeniste: cosa c'è di peggio di un matrimonio sullo sfondo delle Montagne rocciose? Riviverlo in loop. Intrappolato nel meccanismo reso celebre da una commedia degli anni Ottanta, Andy Samberg è costretto a rivivere da un un numero imprecisato di giorni lo stesso evento. Il suo frustrante e misterioso limbo – vivificato da sesso occasionale con i presenti, bagordi, scontri e suicidi strampalati – può diventare una specie di paradiso, però, accanto alla persona giusta. Vittima della stessa sorta è l'adorabile Cristin Milioti: una Bojack al femminile, che a sorpresa è la degna controparte del protagonista. Sexy in maniera non convenzionale, impertinenti e allergici alle relazioni solide, i due nascondono segreti, mancanze e fragilità dietro una patina superficiale. Chi erano prima di finire lì? Qual è il rimedio alla solitudine, in un microcosmo cristallizzato? Uno spunto narrativo da poco riproposto in Auguri per la tua morte riesce comunque a stupire grazie a ritmi super, trovate esilaranti e impensati sprazzi fantascientifici. Perseguitati da un J.K. Simmons armato fino ai denti, Andy e Cristin si sarebbero forse innamorati senza avere a disposizione tutto il tempo del mondo? Rinfrescante e romantico, Palm Springs non è il solito film sui multiversi. Il Sundance, dove è stato applaudito in anteprima, aveva ragione. Ho visto per credere. (7+)

Considerato un genere di serie B, l'horror racconta l'attualità attraverso filtri e metafore cariche di impegno. È il caso di His House, apparso su Netflix sotto Halloween, che oltre a qualche sobbalzo in poltrona regala altro, di più: una riflessione sull'immigrazione, che in una chiusa ad alto tasso emotivo mi ha ridotto in lacrime. Quanto sono pesanti i bagagli di un rifugiato? Scampati a una violenta guerra tra tribù, i protagonisti sudanesi hanno raggiunto l'Inghilterra in uno di quei disperati viaggi per mare che affollano i notiziari. Chiamati ad amalgamarsi al resto della comunità, a comportarsi amichevolmente imparando la lingua inglese, si trovano a vivere in una casa troppo grande per due. Ogni dettaglio rinfaccia loro il destino della figlioletta, morta tra le onde. E in quelle stanze squallide e vuote, piano piano, prendono piede i fantasmi. Sbucano dai buchi nei muri, si nascondono oltre la carta da parati sbrindellata e conducono i protagonisti in incubi a occhi aperti dove i defunti si sollevano dal mare come un'orda di zombie. Mentre il marito tenta di abituarsi allo stile di vita occidentale, la moglie oppone resistenza. E parla di stregonerie africane e rituali, di un possibile rimpatrio. Siamo brave persone, ripetono spesso. Questa è casa nostra. Ma chi hanno lasciato indietro? Chi hanno usurpato? I sensi di colpa dei sopravvissuti infestano lo straordinario esordio di Remi Weeks: un mix di cronaca nera e mitologie lontane, con le regole spietate di Parasite, i labirinti claustrofobici di Vivarium e la commozione assicurata di The Haunting of Bly Manor. Teso e intenso, dolorosissimo nel colpo di scena finale, sembra una ghost story scritta da Ken Loach. Dove si conclude il viaggio della speranza? Dopo tutto l'orrore che hanno visto, gli immigrati possono forse temere i demoni? (8)

mercoledì 19 settembre 2018

I ♥ Telefilm: Disincanto | Rick e Morty | Final Space

C'era una volta una principessa ribelle che, come le colleghe femministe Elsa e Merida, rifiuta velo nuziale e corona. Solitaria e coraggiosa, con una mamma morta misteriosamente e un papà presto convolato a nozze con un rettile di matrigna (letteralmente!), si sottrae al destino prestabilito di moglie e sovrana, si impunta, ma non sa quali alternative la aspettino. Giusto un po' più brilla, ma non per questo più audace delle recenti colleghe Disney, cerca sé stessa e un posto nel mondo con i classici viaggi non lontani dalle classiche metafore esistenziali. Non si imbatte né in un lieto fine né nella morale dell'ultimo rigo, ma in due strani aiutanti – un buffo elfo alle prese per la prima volta con la vita vera e un demone custode, che qualche volta la induce in tentazione – che le fanno da spalla comica nell'ultima creazione dell'autore cult dei Simpson e Futurama. Nonostante le aspettative inizialmente alle stelle, le novità scarseggiano. Meglio i rutti rumorosi dell'orco Shrek, meglio le principesse a New York di Come d'incanto, meglio le gustosissime variazioni sul tema dello sfortunato Galavant. Disincanto, infatti, lo si segue ma non brilla di luce propria. Avrebbe potuto prendere e modificare canzoni e motivetti, per farsi beffe della stucchevolezza delle favole per l'infanzia. Avrebbe potuto in alternativa calcare la mano con gli intrecci, il sangue e il sesso, se Il trono di spade è diventato il fantasy per antonomasia. Purtroppo non giovano la durata ingiustificata degli episodi, i ritmi dilatati; situazioni e personaggi abbozzati, in vista di una compattenza narrativa riscontrabile appena dall'ottavo episodio in avanti. No, non ci si lascia incantare a colpo d'occhio. Questo Disincanto poco omaggia, non parodia affatto e, almeno per ora, diverte l'indispensabile. (6)

Prendete un nonno inventore che ritorna all'ovile; una figlia adorante e un genero scettico, noioso, che della famiglia risulta il più sacrificabile; due nipoti più curiosi che intimiditi, in particolare, da traviare nell'arco di tre folli stagioni. Si parla di animazione e fantascienza, due delle cose che meno mi piacciono, ma senza grandi sorprese l'abbinamento non è di quelli letali. Si parla, in ritardissimo, di Rick e Morty: il disimpegno e la leggerezza di una sit-com, sangue e parolacce a fiumi, un amore infinito per il nonsense che si nutre di scenari fantastici, missioni impossibili, paradossi logici e citazioni alte. La serie che, appunto, piace anche a chi su carta il genere non lo digerisce. La serie che vince agli Emmy, per esempio, grazie all'episodio in cui l'irresponsabile Rick si trasforma in un cetriolo pur di non affrontare una riunione familiare che si preannuncia sgradevole. C'è del genio, non lo si può negare mica, in questo Ritorno al futuro col bollino rosso: ma è sufficiente? Troppo sopra le righe ed eccessivo affinché la riuscita sia perfetta o equilibrata, è la dimensione umana, quella interpersonale, che gli manca: soprattutto allontanandosi dalla prima stagione, girata più in piccolo e per questo migliore delle successive, si sente la mancanza degli improperi, in seguito camuffati da un bip strategico; degli interni domestici, delle dinamiche intergenerazionali, a cui si preferiscono i cannibali di Mad Max, mondi alternativi retti dal femminismo imperanti, cloni e deflagrazioni in grande stile. I difetti, forse, stanno in un budget che cresce esponenzialmente; in una serie rinnovata per stagioni e stagioni sulla fiducia, che fa di tutto per stupirci e non ripetersi. Spessissimo ci riesce. Altrettanto spesso, però, rischia di rendere i personaggi semplici macchiette – fa eccezione un Rick che, dopo aver messo in pericolo il nipote e la nostra realtà, di tanto in tanto si ravvede a suon di esami di coscienza –, con copioni di freddure e cattiverie che avvincono e divertono, ma ti impediscono di affezionarti a loro nonostante una compagnia lunga trenta episodi. Non è Bojack Horseman, nichilista e dissacrante. Non è Big Mouth, colorito e sincero. Piuttosto, è un'altra faccia dell'intrattenimento per adulti: a tratti la più fine a sé stessa, ma anche la più audace, la più scatenata. Su questo e altri pianeti. (7)

Siamo sempre nello spazio, sempre in uno sci-fi, sempre a cartoni. Questa volta, però, in una serie animata Netflix di cui poco ho letto in giro, vista su consiglio prima di mio fratello Diego, poi di un coinquilino che ha preferito rivederla con me anziché aspettarmi. La storia è quella di Gary, delinquente da poco ed eroe per caso, condannato a scontare cinque anni di detenzione in solitaria in una prigione galattica su misura in cui patisce la mancanza di altri esseri umani – ad animare le sue giornate, soltanto l'irritante robot Kevin e un'intelligenza artificiale che lo guida e lo consiglia con benevolenza – nonché la crudele penuria di biscotti al cioccolato. La sorte e la sceneggiatura lo chiameranno ad affiancare una bella Guardia dell'Infinito di cui è innamorato perso e a sabotare i pianti del temibile ma cagionevole Lord Comandante – in lingua originale, doppiato da un eccezionale David Tennat –, che vorrebbe aprire un varco per liberare i leggendari Titani, diventando così uno di loro. La chiave sembra essere l'insospettabile e dolcissimo Mooncake: pallina tutta sorrisi, verde e fluttuante, con una fama improbabile di distruttore di pianeti. Finale Space ha musiche indovinate, disegni pieni di colori che accolgono volentieri più di qualche guizzo artistico di CGI e un equipaggio francamente adorabile che intrattiene per dieci episodi, strappa sorrisi e perfino lacrime. Con i suoi sacrifici d'obbligo. Con le canzoni che sottolineano gli stati d'animo loro e nostri. Con un'irresistibile mascotte da proteggere, una coraggiosa ribelle da far sospirare, qualcuno di importante da vendicare sporcandosi le mani di sangue e qualcosa di buono, di vero, da imparare di puntata in puntata. Ci sono ingenuità grandi e piccole; troppi abbracci e troppi discorsi di incoraggiamento; una struttura, a lungo andare, ripetitiva. Ma uno spunto abusato, mai come in questo caso, si rivela vincente con poco senza scontentare né gli appassionati – riconosceranno all'interno l'ironia e la bontà dei Guardiani della galassia – né gli aspiranti nerd dell'ultima ora. Gli si vuol bene all'istante, e Gary e gli altri li si riconosce amici a un primo sguardo, come succedeva a ricreazione, a scuola: benché teneri e sfortunati, i protagonisti provano a fare la differenza – a salvare l'universo –, o almeno ci provano. Dalla nostra, li ringraziamo per il tentativo. (6,5)

martedì 28 dicembre 2021

[2021] Top 10: Le mie letture

10. La figlia oscura: In attesa dell'omonimo film di Maggie Gyllenhaal, una Ferrante in pillole amarissime. Misteriosa, erotica e perturbante come non mai, l'autrice della leggendaria tetralogia scandaglia il cuore femminile con la coerenza spietata di chi ha stretto amicizia coi propri demoni. Ci si può realizzare come esseri umani ed essere, al contempo, madri esemplari?

9. Latte arcobaleno: Energico, vitale e leggerissimo, il debutto di Mendez rischia di venire appesantito dalle pagine finali. Ma nemmeno allora, per fortuna, tradisce l'amore per i colori saturi, le citazioni pop, i corpi ansanti. Basso e magrolino, il protagonista avrebbe bisogno di una terapeuta o di un abbraccio. Nel frattempo canta in playback le hit del momento, lasciandosi alle spalle le tracce dell'avvenuta muta: pelle di serpente, pelle nera.

8. Le stanze buie: Ho voluto fortemente visitarle dal nuovo, queste famigerate stanze – apparse otto anni fa con Mursia Editore –, e le ho scoperte riarredate. Nonostante il mobilio mutato, ho constatato di sentirmi benaccetto come durante il primo soggiorno. La mia memoria olfattiva ricordava l'odore di cera calda e il profumo di Lucilla Flores; quella del cuore, invece, tutto il resto. 

7. La casa vicino alle nuvole: Sporco eccezionalmente di sangue, l'ultimo Nickolas Butler – immancabile nelle mie classifiche di fine anno – racconta di un'amicizia che minaccia di erodersi. Come si erodono gli animi, se mangiati dalla cupidigia; come si erodono le montagne. È una lotta contro il tempo, contro la morte, contro la Natura stessa, per erigere un sogno su misura. O forse un incubo?

6. La nostra furiosa amicizia: Formazione inquieta e pericolosissima, questo young adult a tinte crime sorprende sin dalla prima pagina: in esergo, infatti, leggiamo citazioni tratte da Hannah Arendt e RuPaul. Come si possono conciliare una filosofa tedesca e un'icona della TV americana, celebre per la sua sfida tra drag queen? Scopritelo attraverso lo stile folle e immaginifico di Rufi Thorpe. 


5. Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata: Esordio narrativo dello sceneggiatore di BoJack Horseman, mi ha fatto ridere, piangere e spinto a sottolineare le cose più urgenti. Giunto all'ultima pagina, ho avuto la sensazione di aver esagerato con i biscotti assortiti – ogni racconto è un dolcetto pescato da una scatola di latta – o di essermi preso una sbronza triste. Mi giravano forte lo stomaco e la testa; mi girava il cuore.

4. Il valore affettivo: Nicoletta Verna obbliga a uno stato di tensione imperituro. Il suo è un esordio di vertiginosa bellezza da leggere come fosse un noir. Disturbato e disturbante, richiama per eleganza il cinema di Haneke e si pianta in testa attraverso la voce di Bianca: un personaggio unico nel suo genere, che non sfigurerebbe nella galleria di quelli interpretati da Isabelle Huppert.

3. La promessa: Fresco vincitore del Booker Prize, il romanzo sui membri della sfortunata famiglia Swart (raccontati attraverso quattro funerali in quattro decenni) ha la fluidità e l'estro di quei film girati interamente in piano sequenza. Nonostante le 300 pagine scarse, la lettura risulta densissima: un caos tragicomico con un irresistibile cast sudafricano.

2. Un giorno questo dolore ti sarà utile: Non è mai troppo tardi per rivivere i propri tormenti adolescenziali, né per auscultarsi e scoprirsi degli adorabili disagiati. A diciotto anni lo avrei considerato uno dei miei romanzi preferiti. A ventisette anni, invece, vado dicendo di essermi imbattuto a scoppio ritardato in una di quelle storie-specchio che riflettono tutte le mie contraddizioni.

1. Una vita come tante: Quando ho iniziato questa bellissima impresa lunga oltre mille pagine, avevo bisogno di un brano triste che facesse pendant con il mio stato d'animo. Cercavo la catarsi. E l'ho trovata, sì, insieme all'armonia segreta che smussa perfino gli spigoli dei pentagrammi più tristi. Hey Jude: ti devo piangere, ti devo abbracciare, ti devo elaborare. Ti devo perdonare.

venerdì 29 dicembre 2017

[2017] Top 10: Le serie TV


10. Fargo  Stagione I
La scoperta tardiva di un cult che si fa a puntate. Tracce permanenti di grandi interpretazioni, black humour e sangue arterioso. Nel bianco della neve. Nella memoria.

9. Big Mouth
Il risveglio degli ormoni e l'esplorazione del corpo proprio e altrui, del porno, delle insidie delle scuole medie. Il sesso, in un cartone animato con la bocca larga e la lingua biforcuta, scandalizza e diverte. Il nonsense e l'intelligenza della scrittura, su Netflix, volano altissimi. Da lassù, probabilmente ti stranno mostrando il dito medio.

8. The Marvelous Mrs. Maisel
Colori pastello, dialoghi irresistibili e una progonista meravigliosa proprio come da titolo. Scoprire se stessi, e un'inspettata vena comica, dopo un cuore spezzato. Scoprire, se in cerca di un gioiello dell'ultimo minuto, che i coniugi Palladino non sono soltato vecchie repliche su Italia Uno, Rory e Lorelai.

7. Sense8 |  Stagione II
Un girotondo a prova di misantropo. E, finché ti trasmetterà questa armonia, ti sentirai in pace con un mondo più bello, più vario, più possibile.

6. This is us
A cavallo tra una prima stagione meravigliosa e una seconda che ingrana a fatica, riconciliarmi – grazie alla famiglia Pearson – con le emozioni, e le lacrime, che non sentivo più sulla faccia.

5. Feud – Bette and Joan
La storia dei dissapori tra la Crawford e la Davis affascina e devasta. Un po' doverosa celebrazione, un po' seduta spiritica mascherata a festa.

4. Master of None |  I-II
Uno di quei film indipendenti che tanto adoro, ma a puntate. Per questo più godibile, per questo più bello ancora.

3. Big Little Lies
Non è un giallo, ma c'è un cadavere in cui si inciampa. Parla di violenza domestica, bullismo e crimini di sangue, eppure sa risultare esilarante. La commedia nera con le amiche da chick lit si affaccia sul lato oscuro della mezza età e della vita di provincia.

2. BoJack Horseman | I-IV
L'esame di coscienza di una persona in crisi di identità che si sente male da sola e peggio in compagnia. Identica a me, nel percepirsi un collezionista di sbagli: mai abbastanza. Ah, sì. Si parla in realtà di un cavallo un po' patetico, un attore decaduto, che indossa Converse rosse e un pigiama con le mele.

1. The Handmaid's Tale
L'allarme femminicidio, Donald Trump, il fondamentalismo religioso, gli omossessuali seviziati in Cecenia. La fantascienza che non sembra invenzione. Trionfano la nausea, la riflessione, l'urgenza, Elisabeth Moss. Perdono i bastardi. 

mercoledì 18 ottobre 2017

Mr. Ciak: Ammore e Malavita, A Ghost Story, La signora dello zoo di Varsavia, This Beautiful Fantastic, The Hero

Al ramo paterno devo l'amore per il musical e la familiarità con l'accento campano. Si canta e si balla in molti dei film che rivedo più volentieri. Si parlava della Napoli sismica, invece, nella mia tesi di laurea. Al quadro generale, aggiungete che i Manetti Bros e il loro Coliandro sono i soli che mi spingono a sintonizzarmi sulla Rai in un giorno infrasettimanale. Sommate i tre fattori, aggiungeteci gli applausi a Venezia, e otterrete l'improbabile ma dirompente Ammore e Malavita. Un Gomorra rivisto e corretto, in cerca della nota giusta e di un briciolo di speranza. Nel musicarello napoletano di colpi di fulmine e pallottole volanti, ci sono: un piccolo boss che, come in 007, inscena la propria morte (lui è il solito Buccirosso, mentre la sua Lady Macbeth è una strepitosa Gerini, con un personaggio iconico come lo fu la Jessica di Viaggi di nozze); un'infermiera che sa più di quanto vorrebbe (Serena Rossi, troppo bella per essere soltanto la voce di Frozen); un sicario incaricato di metterla a tacere (Morelli, ormai attore feticcio, con poche parole, tanti proiettili e troppa matita sugli occhi), che nei ricci scuri di lei riconosce il primo amore. Ci si sfrega le mani. Si affilano i coltelli. Ci si scalda le ugole, ora con effetti esilaranti (Scampia Disco Dance, il rifacimento nostrano di What a Feeling) e ora con brividi a fior di pelle (l'emozionante Bang Bang). Restano il crimine, baci appassionati e rime baciate, risate che contagiano tutta la sala; una fiera aria da film di serie B (la regia è povera, scarna, e si poggia sulla praticità dei droni e la frenesia della telecamera a mano) a cui aggiungere idee bizzarre e perfetti equilibri biologici. Esperimento azzardato ma che centra il bersaglio, Ammore e Malavita è una sceneggiata kitsch, di buon cuore e belle speranze, dove l'amore è 'o vero l'unica redenzione (impossibile non sorridere leggendo i titoli di coda: durante le riprese, scopriamo, sono stati concepiti ben quattro bambini), ma non il solo di cui cantare. Tanto, a Napoli resta sempre il sole. (7)

Lui e lei si amano in questa casa che di notte scricchiola tutta, dal tetto alle fondamenta. Si sussurrano promesse a letto, accarezzandosi, e qualche volte li strappa dalle lenzuola il suono del pianoforte scordato. L'uomo muore. Prima di conoscere i loro nomi, prima di sapere quanto e da quanto si amassero. La donna riconosce il suo cadavere all'obitorio, lo seppellisce, poi va a casa e si ingozza con una torta lunga un piano sequenza. Vomita. Non sa che lui è lì, ma non può tenerle i capelli. Non sa che lui è lì, che la sfiora, eppure non ha dita. Casey Affleck si è alzato dal tavolo autoptico e ora si trascina impotente, con un lenzuolo bianco con due buchi per occhi, nei luoghi in cui ha trascorso la vita con Rooney Mara. Osserva, vaga, aspetta. Forse la luce in fondo al tunnel da seguire, oppure Dio. Forse il momento in cui lei andrà via senza di lui. Chi ci sarà allora da attendere? A Ghost Story, scritto e diretto da un David Lowery tornato alle proprie origini indie dopo la remunerativa parentesi Disney, è un limbo lento e concentrico sul non-senso della vita. Passato, presente e futuro sfociano l'uno nell'altro. La nostalgia infesta le stanze e le epoche, dà eterno tormento e turba il riposo. Melodramma beckettiano dalle suggestioni orrorifiche, a tratti potrebbe apparire troppo provocatorio per essere vero: un attore fresco di premio Oscar che recita con il volto coperto, dialoghi muti e il contrappunto da una colonna sonora da lacrime, sequenze interminabili in cui succede tutto ma non succede niente, uno strano 4:3 dai bordi smussati per formato. Nessuno può sapere che sotto un lenzuolo che evoca spauracchi e risate, attutita ma potente, c'è una tristezza che giorni dopo sto ancora metabolizzando. Il fantasma con la sindrome di abbandono, che non dà peso al tempo o al presentimento che l'amore sia l'ennesimo ectoplasma impalpabile, mi ha affranto e angosciato. Sotto il lenzuolo nessuno può vedere Affleck piangere. Domandare al vuoto cosmico che senso abbia questo suo esistere, e questo nostro resistere. Lui e lei devono amarsi ancora, oltre il qui e oltre l'ora. L'uomo è morto. La donna pure: dentro. Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi. (7,5)

Gli irreprensibili coniugi Zabinski sono i custodi dello zoo di Varsavia. Scoppia la Seconda guerra mondiale. Di giorno si fingono collaborazionisti. Di notte, al suono del pianoforte, si trasformano in reazionari. I custodi di elefanti e leoni diventano custodi di uomini. Nascondono gli ebrei nel seminterrato, sottraendoli al ghetto. The Zookeper's Wife (nei nostri cinema a novembre) inquadra la tragedia dell'olocausto da un punto di vista inedito. Si è sensibili alla durezza del tema, alle immagini degli animali sofferenti, allo splendore di Jessica Chastain – qui, con la grazia di una diva di altre epoche, è affiancata dall'attore rivelazione del belga Alabama Monroe e dal sempre convincente Bruhl, tedesco ferito nell'orgoglio. Ci sono una sottotrama spionistica, un ritratto di signora, la shoah vissuta in differita nella Polonia assediata. Chi troppo vuole nulla stringe? Il troppo stroppia? The Zookeper's Wife, elegante ma tutt'altro che memorabile, ne esce comunque discretamente. Sulla scia di Storia di una ladra di libri, è una bellissima vicenda ma un adattamento, a malincuore, più giusto che bello. Colpa di un montaggio indegno di una grande produzione, soprattutto in una parte conclusiva con l'acqua alla gola; di una scrittura attenta ai fatti – cinque anni condensati in due ore, con tutti i tagli del caso – e meno ai copioni delle sue punte di diamante. Chiamate poco, però, una vicenda che come il recente Lion emoziona a scatola chiusa. Chiamate poco la forza di una coppia che non scoppia, la purezza degli animali e la cattiveria degli uomini, la persistenza di una natura che resisterà a ogni scempio. (6,5)

Jessica Brown Findlay, orfana inglese che si arrangia come bibliotecaria in attesa di scrivere un romanzo tutto suo, è una ragazza strana e incantevole. Ha innumerevoli disturbi ossessivi compulsivi, e di nero ha i capi nel guardaroba e il pollice. Nemica giurata della natura, ha lasciato che sul retro di casa sua crescesse una piccola giungla. In This Beautiful Fantastic, commedia pastello a metà tra Il favoloso mondo di Amelie e Matilda, ha quattro settimane per trasformare quell'intrigo disordinato in un giardino. Il timore: essere sfrattata. A darle una mano e l'ispirazione necessaria, una ricca galleria di personaggi maschili: lo scorbutico vicino Wilkinson, il romantico inventore Irvine, il contesissimo factotum Andrew Scott. Sognante, dolcissimo e pieno di ingenuità (talora, spiace dirlo, imperdonabili), il film di Simon Aboud ha le pile di libri in salotto, i prodigi della natura e le regole di buon vicinato. La sua fiaba shaby chic a lieto fine, però, non è all'altezza di un titolo che parla di esagerata bellezza. Derivativa, curata, ma fredda e perfettina come solo un certo cinema inglese sa. Semina, sì, ma poco raccoglie. (5,5)

Una voce cavernosa. Baffoni grigi che sfidano la forza di gravità. Pubblicità ridicole, un tiro di erba buona e qualche riconoscimento di poco conto – commemorazioni, quasi, come se fosse già morto. Lee, vecchia gloria del cinema western, sta più di la che di qua: ha una fama in caduta libera, un cancro al pancreas e, in tanti anni di carriera, ha collezionato più errori che successi. Riuscirà a farne una giusta, nel poco tempo che resta? Qualcuno si prenderà a cuore la sua triste sorte? Un regista giovanissimo, che eppure intuisce e sa, cuce un dramma agrodolce su un anziano non così sprovveduto, non così docile, che si adatta alle forme spigolose di uno dei pochi superstiti di un mondo in estinzione – quello degli sceriffi e degli indiani, dei miti generazionali. Il settantatreenne Sam Elliott, una prescenza scenica straordinaria e un fascino che fa sincera invidia, ricerca allora il perdono della rancorosa figlia Krysten Ritter e, involontariamente, trova la tenerezza della bellissima Laura Prepon. E una ragione per risalire la cresta dell'onda? E il coraggio, da vero eroe qual è stato, di vincere la paura dell'ospedale e dell'abbandono? Il suo post scriptum da indirizzare all'attenzione del notaio suona ironico, parzialmente autobiografico, un po' commovente. Come tipico di quei vecchini burberi che si fanno volere bene proprio per il loro opporre strenua resistenza. Come succede quando una sgarbata Hollywood fa in fretta piazza pulita: vedasi il reinventarsi secondo Bojack Horseman. Come piace accada nel bel mezzo di quegli amori alternativi, asessuati, parlatissimi, che prevedono passeggiate sul bagnasciuga e le confidenze più intime. (6,5)

lunedì 23 settembre 2019

I ♥ Telefilm: Undone | Marianne | Élite S02

Nel primo autunno a corto di BoJack Horseman – a quando, Netflix, la sesta stagione? –, gli sceneggiatori Kate Purdy e Raphael Bob-Waksberg hanno unito le forze per una nuova serie animata. Lontani dai retroscena di Holliwoo, con Amazon a produrre, passano al tema fin troppo abusato dei viaggi nel tempo; dall’animazione tradizionale alla tecnica del rotoscope, già sdoganata da Richard Linklater. Inutile dire, non ci si aspettava semplicemente un bell’esordio: carico di aspettative, alla luce dell’entusiasmo letto in rete, confidavo in una delle serie dell’anno. Così non è stato, senza grandi rimpianti, e spiego subito il perché. Undone racconta del tracollo psicologico di Alma all’indomani di un incidente stradale: risvegliatasi dal coma, la maestra d’asilo scopre di poter parlare con il padre – scienziato morto in circostanze misteriose – e di essere in grado di cambiare il corso degli eventi. Ma la protagonista, interpretata dall’ottima Rosa Salazar, ha una nonna schizofrenica, cicatrici sui polsi, medicinali che a un certo punto sceglie di non prendere. La sua è una missione degna di un supereroe, o un’avvisaglia della malattia mentale? Nel frattempo la sorella sta per convolare a nozze, la mamma iperprotettiva per scoperchiare un vaso di Pandora colmo di rancore verso il compagno defunto – un insopportabile Bob Odenkirk – e il dolcissimo fidanzato Sam, come lei reduce da un’infanzia difficile, tenta di assecondarla nonostante il dubbio che stia delirando.  Vicina all’estetica della coppia Kaufman-Gondry, ma anche al romanticismo del nostro Valerio Mieli, la prima stagione di Undone è tanto brillante dal punto di vista umano quanto derivativa sotto l’aspetto fantascientifico. Le si riconoscono un’animazione all’avanguardia, la solita grande scrittura – qui non lineare –, quei personaggi adorabili e dolenti che funzionano soprattutto nelle situazioni di tutti i giorni, lontani dallo sperimentalismo della trama. Paradossalmente, è proprio la componente sci-fi – per quanto vicina al cinema che piace a me, quello minimalista del Sundance – a non far gridare al miracolo davanti a questa ricerca proustiana a metà fra l’irrestistibile Fleabag e il dimenticato Maniac. Per alcuni imperdibile, dal poco che si è visto appare sicuramente una visione stimolante. Ma, per il momento, con lo stesso senso d’irrisolto del titolo. (7)

Benvenuti a Elden, sinistra ma bellissima città portuale sulle coste francesi. L’unica attrazione turistica, all’inizio, era il vecchio faro. Ma dopo la fama raggiunta da una delle sue abitanti, l’attenzione si è spostata al mondo dei libri: quegli scenari sono stati d’ispirazione alle creazioni dell’amata-odiata Emma, scrittrice horror di fama mondiale di ritorno all’ovile in seguito a un evento preoccupante: l’antagonista della sua storia, una strega in cerca di vendetta, sembra essere sbucata fuori dalle pagine per ricattarla tirando in ballo la famiglia, gli ex compagni di scuola, un lutto passato. La colpa di Emma: aver messo un punto fermo alla saga di Lizzie Lark, quando il mostro – Marianne, sposa di Satana condannata ai tempi dell’Inquisizione – non voleva ancora essere dimenticata. In un villaggio in cui male e mare fanno rima, quattro amici d’infanzia si danno appuntamento per riabbracciare la ragazza e aiutarla. Ma lei, tipino sarcastico e scontroso dotata della bellezza rockettara di Victoire DuBois, è un buco nero che porta con sé sfortune e tragedie. Fra vecchi amori e nuovi incubi, la serie d’oltralpe non si lascia sfuggire elementi di sicuro raccapriccio: voci mostruose o cantilenanti, figure nell’ombra, risate di bambini spettrali, cani rabbiosi e denti strappati, anche se a ispirare l’inquietudine maggiore è la performance di una strepitosa Mireille Herbstmeyer. Non mancano gli inserti ironici, garantiti da un detective un po’ sopra le righe, né l’effetto nostalgia quando si entra in territori kinghiani: lo spunto è quello di un Misery in chiave soprannaturale, infatti, ma la rimpatriata ricorda proprio quella dei Perdenti di It. Tanto l’ultimo film di Muschietti è fallimentare nella componente orrorifica, però, quanto questo Marianne è riuscito. La serie, cosa rara, fa genuinamente paura. Una paura generata dagli innumerevoli jumpscare alla James Wan, ma anche dal fascino macabro delle tematiche e delle ambientazioni. Di grande atmosfera, piena di citazioni letterarie e sobbalzi, è consigliata a chi come me ha apprezzato l’ultimo Laugier. Un carrozzone del terrore sì ammiccante e già visto, ma comunque invidiabile per cura e gestione della suspance: perfetto per entrare nel mood di Halloween. (7+)

Erano giovani, carini e bugiardi. Erano, a mani basse, il guilty pleasure dello scorso anno. Sfacciatamente trash, un po’ Gossip Girl e un po’ Le regole del delitto perfetto, Elite mi aveva divertito da morire con il suo vortice di intrighi adolescenziali, sangue e sesso spinto. Chi aveva ucciso Marina? Era il grande dubbio della prima stagione. Quest’anno l’interrogativo cambia: cos’è successo al povero Samuel, l’outsider sulla bocca di tutti per via della sua borsa di studio e della parentela con l’accusato? Le variazioni sul tema sono minime: i nuovi ingressi sono un’arrampicatrice sociale, con una mamma pagata per fare le pulizie fra i corridoi della scuola privata; una presunta vincitrice della lotteria, in realtà coinvolta in un traffico di stupefacenti; il fratellastro della subdola Lola, ovviamente legato a lei da un’attrazione incestuosa alla Cruel Intentions. Scompaiono i volti più noti – Jaime Lorente e Miguel Herràn, forse impegnati sul set della Casa di carta – e la sorpresa è tutta per l’evoluzione del personaggio di Guzmàn, il fratello della ragazza assassinata, al centro di un cammino di vendetta e redenzione. Per fortuna sempre incensurati e recidivi, i giovani spagnoli sono meno divertenti e coinvolgenti che in passato, ma più maturi. La seconda stagione ha un andamento maggiormente lineare e conserva, per far presa garantita sui buoni amanti del trash, la sua natura di mancata soap opera. Innumerevoli le relazioni proibite, le coppie che ora scoppiano o si consolidano, le amicizie storiche messe in pericolo dal sospetto. Le tinte torbide, eppure, in teoria sono quelle di una moderna tragedia shakespeariana. Si parla nemmeno troppo fra le righe di quanto logorino la corruzione, il senso di colpa, il potere. Ma ci si distrae, se in un prodotto leggerissimo, alla maniera dei ricchi: fste grandi e rumorose, alcol a fiumi, cocaina sniffata nei bagni di lusso. Il non detto li rende tutti spensierati, ma anche complici e assassini. Il non detto ci renderà tutti curiosi, davanti all'idea di un rinnovo già annunciato. (6,5)