
Ha
ucciso i suoi genitori a colpi di ascia. E l'ha fatta franca. La
storia di Lizzie Borden – già raccontate in TV con Christina
Ricci e al cinema con Chloe Sevigny – torna sul piccolo schermo,
aggiungendosi all'antologia di Ryan Murphy. Non apprezzo il true
crime, le cronache dal piglio giornalistico, la verità a ogni costo.
Murphy romanza, ammicca, esagera, trasformando la sua protagonista –
l'incantevole Beatty – in una Cenerentola gotica, queer,
vendicativa. La sua amante – Krieps, eccezionale in un duplice
ruolo – la intrattiene con i bagni di sangue di “Lady Dracula”
prima di andare a dormire. E, anni dopo, Aileen Wuornos – una
Paulson che non fa rimpiangere il premio Oscar Theron – si lascerà
ispirare dai suoi delitti per vendicarsi del genere maschile.
Tutt'altro che fedele alla realtà, la quarta stagione di Monster
resta una fiaba nera deliziosamente truculenta, con una scrittura
teatrale, scenografie opulente e un cast femminile (cito anche
Ferguson: matrigna spregevole) da Emmy. Bellissima la colonna sonora.
Verrà la morte, avrà i tuoi occhi. E ballerà i Bronski Beat. (7,5)

Può
il romanzo più bello della sua annata ispirare la serie più brutta
dell'anno? Succede a The Shards, trasposizione dell'ultimo
Bret Easton Ellis, passata infelicemente dalle mani di Guadagnino a
quelle di Murphy: l'autore più prolifico e bulimico della serialità
americana. La sua ultima serie è un disastro, e non soltanto perché
prende la tangente e si allontana completamente dal contenuto del
romanzo: esangue, asessuata, patinatissima. La voce off, tanto
ingombrante da fare pensare a un audiolibro, ci guida tra i segreti
e i delitti del 1981: anno in cui molti serial killer colpivano tra
le colline di Los Angeles. Peccato, però, che Murphy sia più
interessato alle dinamiche adolescenziali: se mancano l'oscurità e
la perversione, se manca il pulp (insieme al personaggio di Robert
Mallory, qui interpretato dal terribile figlio di Gere), in compenso
troverete tutti i cliché di una versione d'autore di Pretty
Little Liars. Il finale, tutt'altro rispetto all'ambiguità
originale, apre le porte a una seconda stagione. Se non Ellis, almeno
dio, ce ne scampi. (4)

I politici ai vertici vorrebbero
farne la nuova Martha's Vineyard: una chicca per turisti
alto-borghesi. Ma chi è nato sull'isola non può lasciarla: non da
vivo. A metà tra Castle Rock e Twin Peaks, Widow's Bay è un
microcosmo inquietante e grottesco, dove ci sono clown assassini,
tempeste elettromagnetiche, serial killer immortali e riti macabri.
Raccolta di storie dentro storie perfetta per i fan di Stephen King, la serie Apple – già da record
le sue vittorie agli scorsi Emmy – è una ventata d'aria fresca che non si
prende mai troppo sul serio e che, grazie agli ottimi protagonisti,
si rivela molto più che un comune omaggio. Il merito spetta agli
equilibri brillanti di scrittura e regia – nel settimo episodio,
dirige Ti West –, e a un'irresistibile squadra di antieroi dove
l'irresistibile segretaria Kate O'Flynn ruba la scena ai dilemmi
morali del sindaco Matthew Rhys. Per un Halloween da brividi, fate
tappa qui. (8,5)

Il
matrimonio è la tomba dell'amore? È il dubbio che, come una
maledizione, serpeggia nell'ultima serie prodotta dai
Duffer Brothers: l'ennesimo esempio – dopo Obsession e
Finché morte non ci separi 2 – di come l'horror possa farsi
metafora di angosce generazionali. La splendida Camila
Morrone si sposa. Ma, mentre la tensione nella strana casa degli
strani suoceri, immaginiamo già che succederà qualcosa – ma cosa?
Tutto quello che potrebbe andare storto andrà storto, in un incubo
alla King che mette in discussione il concetto di amore romantico e,
nel frattempo, costruisce perfino una solida mitologia. Something
Very Bad is Going to Happen parte come The Hitcher, con
una coppia in macchina e una stazione di servizio ai confini della
realtà. Poi diventa un gotico in found footage, dove sposare la
persona sbagliata equivale alla morte. Infine, con tanto di tappa
presso la fiaba nera, sfocia in una commedia splatter con la shaky
cam di Evil Dead. Squilibrata, caustica, folle, la
serie è scritta da qualcuno che stravede per il genere – e pensata
da chi stravede per il genere. Il divertimento è servito. A patto,
certo, che non siate Sal Da Vinci. (8)

Nonostante
sia arrivata in Italia con anni di ritardo, è stata tra le serie più
sorprendenti della scorsa annata: peccato che se ne siano accorti in
pochissimi. Alla terza stagione, Intervista col vampiro –
adattamento per il piccolo schermo della longeva saga di Anne Rice –
sposa il punto di vista del fatale Lestat. Ormai una rockstar, si
racconta in canzoni che mescolano passato e presente, traumi e
spettri, in un musical a tinte splatter dove l'istrionico Sam Reid –
ottimo anche al microfono – giganteggia. Troppo psichedelica,
quest'anno mi è parsa meno coinvolgente, anche se originalissima.
Schiacciata dall'ego del suo protagonista, funziona soprattutto
quando il poligono sentimentale torna in vita (c'è anche una
cameriera identica alla defunta Claudia) e si anticipa l'inferno
della ventura La regina dei dannati. Un mezzo passo falso? Sì. Ma
Lestat ha l'eternità – e tanti romanzi ancora – per rimediare.
(6,5)