sabato 4 agosto 2018

I film che leggeremo #1: Young Adult

Tutte le volte che ho scritto ti amo
17 agosto 2018
Un'adolescente coreana per metà, cinque lettere d'addio mai inviate a cinque ragazzi che le hanno spezzato in modi diversi il cuore, l'imprevisto dietro l'angolo. Cosa succederebbe se i tuoi pensieri segreti fossero mandati per errore ai loro reciproci destinatari? Ne avresti abbastanza per farne una popolarissima trilogia Young Adult – avevo recensito il primo capito qui – e, se tutto va per il meglio, un film disponibile ad agosto in streaming su Netflix. Dirige la regista della commedie indie Carrie Pilby, scrive una delle sceneggiatrici della geniale sit-com Man Seeking Woman e, nei panni della protagonista, la bellezza vietnamita Landa Condor – vent'anni e buone chance, dopo la rivelazione Joey King, di farmi rivivere una tardiva cotta adolescenziale.


Dark Hall
1° agosto 2018
Menzionano i produttori di Twilight, riesumano le atmosfere dark degli Urban Fantasy in voga un paio di anni fa e subito, a farti tremare più delle presunte tinte orrorifiche, è la sensazione di già visto; il presagio che questo Dark Hall sarà un fiasco o che, peggio, passerà in sordina al pari degli sfortunati Fallen o La sedicesima luna. Eppure, eppure... Perché scomodare il nome di Rodrigo Cortés, regista dell'ottimo Buried? Perché chiamare all'appello le giovani star AnnaSophia Robb e Isabelle Furhman, con la sempre verde Uma Thurman come direttrice dal polso di ferro? L'autrice del romanzo che prossimamente sarà recensito su questi schermi è niente meno che Lois Duncan: sua la firma dietro il cult anni Novanta So cosa hai fatto. Vent'anni dopo, si replicherà?


Darkest Minds
14 agosto 2018
Provaci ancora 20th Century Fox. Con le saghe Sperling Kupfer da adattare. Con un genere, il distopico, che finora non ha mai saputo bissare il successo di Hunger Games. Con una storia all'apparenza non troppo innovativa, in stile Giffoni, che attira in minima parte con lo zampino dei produttori di Stranger Things Arrival e, nel cast, l'ormai immancabile Amandla Stenberg (un caso, poi, che l'attrice afroamericana fosse la piccola Prim nel film di Gary Ross?). Per fan di superpoteri, amicizie e tentate rivolte. Questa volta, per chi ha ancora l'età.


Crazy & Rich
16 agosto 2018
Negli anni Novanta erano Giovani, carini e disoccupati in una commedia di Ben Stiller. Adesso prima le librerie, poi il cinema, li desiderano Pazzi, ricchi e asiatici nello spirito glamour dell'estate. Tratto dal romanzo di Kevin Kwan, edito in Italia da Mondadori, Crazy & Rich perde l'aggettivo di provenienza, per volontà imperscrutabile dei titolisti italiani, e questo mese trova spazio in sala. Un'altra ragazza dagli occhi a mandorla, dunque, ma questa volta nessun grattacapo romantico: la protagonista, cresciuta negli Stati Uniti, si sposa con uno scapolo d'oro e vola a Est per conoscere la famiglia di lui. Non sapendo si tratti di uno dei maggiori costruttori di una Singapore da favola, né di essere troppo occidentale per una suocera alla Jane Fonda che no, non transige. 



Sei ancora qui – I Still See You
27 settembre 2018
A proposito di nuovi tentativi, a riprovarci è anche l'accoppiata del già mediocre Midnight Sun: il regista Scott Speer e Bella Thorne, teen idol che a onor del vero di tanto in tanto, di ruolo in ruolo, ha il coraggio di reinventarsi un po'. Faranno meglio con Sei ancora qui, intrigante thriller a tinte paranormali in libreria a settembre grazie ai tipi Sperling Kupfer? Una giovane donna perseguitata dagli spettri di un vecchio amore: fin qui, direste, niente di nuovo sotto il sole. E se la Thorne, irriconoscibile con il look dark, si allontanasse da un mondo di languidi sospiri? E se fossimo all'indomani di un misterioso evento catastrofico, in un'apocalittica ucronia che di sci-fi ha in realtà molto poco? Anche se di poco fuori stagione – il genere, infatti, si presterebbe meglio alla leggerezza estiva – si vedrà (e leggerà, e scriverà).


The Hate U Give
19 ottobre 2018 (USA)
Le differenze razziali, il braccio violento della legge, i lati oscuri – ma non troppo lontani dalla speranza del lieto fine – di una America contraddittoria, che non vive solo di sogni e frasi fatte. Il romanzo, edito da Giunti, ha vinto il vincibile: un best-seller, tuttavia, mai diventato mia priorità in whishlist. Ho fatto male, dite? Il produttore esecutivo di quel Mudbound a un passo dagli Oscar e la presenza della prezzemolina Amandla Stenberg lasciano respirare aria di impegno, e di sicuro successo.



The Miseducation of Cameron Post
3 agosto 2018 (USA)
Una Chloe Grace Moretz in stato di grazia viene spedita dalla zia in una clinica di recupero. La sua dipendenza, il suo crimine più inammissibile: ragazze di cui è contro natura innamorarsi. Il tema è lo stesso di Boy Erased, futuro asso pigliatutto ai prossimi Oscar con Nicole Kidman, Russel Crowe e un Lucas Hedges da convertire a forza nel cast. The Miseducation of Cameron Post, tratto da un romanzo semiautobiografico di Emily M. Danforth di cui attendo con ansia l'eventuale edizione italiana, è forse da meno? Le giuste carte in regola, i toni indie e la vittoria a sorpresa allo scorso Sundance – festival venerato da queste parti, inutile ribadirlo – suggeriscono il contrario, e ci regalano a mani basse la trasposizione più interessante di questa rassegna.

mercoledì 1 agosto 2018

Mr. Ciak: Hereditary | Obbligo o verità

A volte ci sono cose peggiori delle magioni infestate, dei paesaggi post-apocalittici, delle infezioni purulete che ti trasformano in bestia. Forme di dannazione istituzionalizzate che richiedono il sacrificio dei pranzi a Natale, rinunce grandi e piccole, libbre di carne viva: le famiglie. Tutte uguali, quelle felici. Maledette a modo loro, invece, le rimanenti. Perché la famiglia è un microcosmo cannibale che, pur di sopravvivere, spesso divora sé stessa: come un Ugolino che non in una torre, bensì su una casa in cima all'albero, incorona e mangia conti e contessine, affinché la follia abbia lunga vita. All'apparenza non sembrerebbero più strani di altri i Graham: una mamma sull'orlo perenne di una crisi di nervi, un papà moderatore per natura, due figli inconciliabili. A unirli e dividerli, facendoli riflettere sul peso di lasciti che appaiono sin da subito improrogabili, è la scomparsa dell'anziana matriarca: donna perseguitata dalla sfortuna con strani amicizie, strani riti, strani geni. A lezione si parla di come il fato abbia sempre la meglio sugli eroi del mito, e dettagli dissonanti – i cenni alla decapitazione e il disgustoso brulicare delle formiche dappertutto, l'esistenza di nipoti prediletti e l'onnipresenza di un simbolo a mo' di stemma araldico – suggeriscono allo spettatore attento il peggio in agguato. E semplici pedine in balia di una sorte cieca, così, ci appaiono i protagonisti. Piccoli, smarriti, al pari delle miniature dipinte tanto da Annie quanto dall'esordiente Ari Aster: regista, autore e cesellatore di una vicenda semi-autobiografica che trasfigura le tare genetiche in presenze infernali. Ecco allora spiegati i campi lunghi e lo spirito tragico che lo accomuna con l'ultimo Lanthimos in sala. Ecco allora la solidità inattaccabile della prima parte – un logorante dramma domestico con gli straordinari Toni Collette e Alex Wolff impegnati a restituirci a suon di urla tutta l'irrazionalità e la scompostezza del cordoglio – scendere a malincuore a patti con le canoniche evocazioni spiritiche della seconda. L'eredità del titolo è triplice: alla matriarca si devono infatti il talento artistico, gli episodi di sonnambulismo che sfociano di frequente nella schizofrenia, e qualcos'altro. Una predestinazione all'orrore che spoglia Hereditary delle sottili metafore iniziali, dell'umano all'insegna del fantastico, rendendo calzanti ma infruttuosi i paragoni con i vicini ficcanaso del miglior Polanski o i posseduti secondo Friedkin. Mentirei, eppure, se dicessi che le immagini della delirante e grossolana deriva finale non agghiaccino il sangue, provocando un disturbo difficile da scacciare. Se dicessi che quando Euripide diventa la versione autoriale di The Visit per discutibili logiche di mercato non faccia paura comunque. Lì i difetti che dividono pubblico e film in due. Da lì il desiderio di non sentire oltre il suono assillante della lingua di Milly Shapiro schioccata contro il palato. O di scorgere nuovi virgulti, nuove radici, in un albero genealogico dove non fioriscono che i fiori del nostro male. Ad atterrire è l'orrore di una madre che ammette fuori dai denti che il suo primogenito non è che un rimpianto, un errore di percorso. Atti notarili a cui è impossibile sottrarsi. La tentazione di scappare lontano per poi ritornare dove si annidano parenti e altri demoni, sempre punto e a capo: a casa. (7,5)

Quando l'horror arriva assieme all'estate, se ne subodora già la pochezza: è nell'aria. In cerca di brividi facili, di un pubblico giovanissimo da richiamare all'attenzione con la scusa dell'attore o dell'attrice del cuore, i distributori finiranno per ignorare automaticamente i prodotti da intenditori – vedasi Revenge, rimandato a settembre – in nome dei pop-corn, delle arie televisive, della perdonabile banalità in casa Blumhouse. Come resistere, però, se alla leggerezza del genere è difficile rinunciare? Non si può, e senza aspettativa alcuna ci si concede Obbligo o verità: come volevasi dimostrare, trascurabile ma non così pessimo. Il regista del secondo capitolo di Kick-Ass accompagna i suoi sfaccendati personaggi in Messico. Se lo spring break aveva portato Ashley Benson fra le braccia di Harmony Korine, all'amica Lucy Hale – compagna sul set di Pretty Little Liars – toccano le chiese vandalizzate e morire al tempo di snapchat. Ai protagonisti, fra i quali il Tyler Posey di Teen Wolf, è chiesto infatti di rispettare alla lettera le regole del gioco. Impossibile tirarsi indietro, impossibile eludere le richieste più folli: chi ci prova non arriva al turno successivo. Come in The Ring, per salvarsi è necessario scaricare la maledizione – non una videocassetta, ma una sfida letale – su un altro gruppo. Come in un Perfetti sconosciuti adolescenziale possono sfuggire le situazioni di mano, e di bocca i segreti scomodi, i tradimenti annunciati, quei dissapori che portano alla tomba senza neppure l'intervento del soprannaturale. Gli standard televisivi si avvertono, forse non soltanto per la suggestione data dal curriculum dei due protagonisti; sulla faccia degli sfidanti e delle vittime future spicca un ghigno stupido, che presubilmente vorrebbe essere inquietante; il finale, oltre che scontato, è pure parecchio brutto. Non abbastanza da minacciare, a sorpresa, i piccoli pro del resto: la scrittura convincente dei drammi interpersonali, degli intrighi e delle ipocrisie, ad esempio, nei passaggi in cui il paranormale appare una buona scusa per riflettere fra le righe sui meccanismi di causa-effetto che regolano le relazioni interpersonali. L'obbligo: rimanere sul divano di sabato sera, con la sveglia puntata presto per l'indomani e poca voglia di impegnarsi. La verità: che il sacrificio sull'altare della mainstream mordi e fuggi, questa volta, non spiace troppo. (6)

lunedì 30 luglio 2018

Recensione: Montpelier Parade, di Karl Geary

| Montpelier Parade, di Karl Geary. Playground, € 17, pp. 234 |

Essere adolescenti nella Dublino del cinema di John Carney e Jim Sheridan. Gli anni Ottanta che si fanno fatica a riconoscere, all'apparenza sbucati dalla miseria del dopoguerra, e le case come nidiate stipate di uccelli emaciati. Sonny, sedici anni, ha la sfortuna di essere il più piccolo della sua famiglia: figlio di due genitori ormai anziani, anestetizzati sempre dagli stessi litigi e dalle false lusinghe della TV; ultimo di una lunga e anonima sequela di fratelli maggiori. Difficile concedersi il lusso della solitudine in una casa affollata quanto la sua. Difficile mettere da parte qualche spicciolo per una fuga verso l'indipendenza. Attraverso il bellissimo impiego di un narratore di seconda persona, leggiamo così degli anfratti segreti in cui il protagonista nasconde risparmi dalla vita assai malsicura; di un personaggio a metà fra il Marcus di Indignazione e Il giovane Holden, che si trascina inquieto in una Irlanda apatica e modesta, con le sigarette e il coltellino a serramanico in tasca, le mani ciondoloni sempre sporche di rosso – inchiostro, sangue, vino, polvere di mattoni. Ruba pezzi di biciclette per assemblarne un giorno una tutta sua, come il risparmio e la piccola delinquenza esigono. S'imbuca in sale in cui proiettano film pornografici, con dell'alcol di contrabbando imboscato sotto il giaccone. Ribolle, sentendosi perennemente fuori posto, e poi in silenzio minaccia lacrime. La faccia serafica che si ritrova non gli calza a pennello, non pare appartenergli. Gli permette però di evitare risse e discussioni all'occorrenza, di fingersi laconico o prestare inosservato ascolto alle parole sconce di adulti che desidererebbero scandalizzarlo parlando di sesso. È una storia di perdita dell'innocenza, la sua: di iniziazione all'amore. Un doppio apprendistato che passa prima dalla macelleria in cui lavora come garzone dopo la scuola, poi da un quartiere residenziale diventato status symbol.

Porti con te il pezzo di carta nel retrobottega, e prima di ripiegarlo con cura e infilartelo in tasca, leggi il suo nome, ma non ad alta voce, perché è qualcosa che desideri tenere per te. Vera.

Ricostruire un muretto in una villa di ricchi lo mette sulla strada di Vera: padrona di casa raffinata e distante, adulta e malinconica come le Malena e Carol degli omonimi film, che brilla di luce propria come una diva hollywoodiana; fuma per il gusto sadomasochistico di autoannientarsi; fa sesso come se non ci fosse un domani, e come se non ci fosse un domani è attratta inesorabilmente dai flaconi di antidepressivi nascosti dappertutto. Innamorarsi di lei, e per di più corrisposto, è un vortice che ora sembra una gita interminabile – i viaggi in macchina, le passeggiate per musei e le letture a voce alta di T.S. Elliot, l'attrazione mista a repulsione per una coetanea così simile alla parte peggiore di Sonny e così diversa dall'ereditiera abbandonata –, ora l'abisso. Quella che sembrava una scorciatoia fortuita è invece l'inizio di una personale via crucis. Quel quartiere, quella casa, no, non fanno la felicità.

«La prima volta che mi sono sposata ero molto giovane, poco più grande di te. All'inizio è stato bellissimo, poi triste. Ma è successo tutto molto in fretta. Anche la seconda volta è stato bellissimo, e poi triste, ma ci è voluto un mucchio di tempo per superarlo.»
«Non sarà mai bellissimo senza essere triste?»

Tutt'attorno, matrimoni precoci perché riparatori; matrimoni finiti, e per ben due volte; matrimoni che si tengono in piedi a stento, con una madre che lava piatti tutto il giorno e un padre incantato dalle malie del tubo catodico. L'amore non esiste, o comunque ci si crede soltanto fino ai sedici anni. Ma non si crede, al contrario, all'istruzione, alla cultura: il protagonista taglia carne e lucida banconi, in fondo, no? Fa carta straccia della sua borsa di studio, della sua seconda opportunità. Andare fuori, lontano: ma dove? Sonny è davvero migliore di tutti loro? E Vera: lei è forse l'eccezione alla regola?

Il tempo guarisce ogni ferita, lo dicono tutti.

Prezioso e struggente, l'esordio di Karl Geary – attore, regista, sceneggiatore – è lo splendido ritratto di un'età in bilico. Di un paese sul precipizio, dove i treni sfrecciano ma non fanno mai tappa. Che ne sanno i piedi, però? Che ancora scalciano per portarti a galla. Che ancora, nonostante tutto, corrono verso il miraggio sbiadito di lei. Non c'è via d'uscita da questa Dublino. Non una che passi, almeno, dal viale dei sogni infranti di Montpelier Parade.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Cat Stevens – The First Cut is the Deepest

venerdì 27 luglio 2018

Mr. Ciak: Oltre la notte, Unsane, Amiche di sangue, Euphoria, Quello che non so di lei

Fanno tenerezza i ribelli che si accasano in nome della famiglia. Fanno tenerezza Katja e suo marito: lei tatuatatissima, sotto i vestiti di tutti i giorni; lui ex spacciatore turco, ex galeotto, che ha scelto infine il posto fisso e un figlio da crescere. Il loro sogno di normalità, purtroppo, è pronto a a scoppiare all'improvviso al tempo degli attentati dappertutto. Una bomba imbottita di chiodi ha ammazzato padre e figlio. Restano una mamma che piange, strepita e non sa andare avanti; un'elaborazione che passa dallo stordimento degli oppiacei alle lamette sui polsi. Oltre la notte, vincitore del Golden Globe per il Miglior Film Straniero e misteriosamente mai arrivato alla prestigiosa cinquina da Oscar, è una tragedia in tre atti: ci sono prima il lutto e le indagini, in una Amburgo piovosa e piena di pericoli (fondamentalisti, neonazisti, usurai, pusher); poi il processo contro la diabolica coppia omicida, che amaramente mette al vaglio il ricordo delle vittime innocenti e non i colpevoli; alla fine un viaggio in Grecia, al mare, in cerca di giustizia quando la giustizia fallisce. Ho pianto lacrime di rabbia insieme a un'incredibile Diane Kruger, confusa e pazza di dolore. E mi sono lasciato scuotere e spossare da un thriller devastante, che si muove fra le notizie allarmanti della cronaca nera e pensieri di vendetta, avendo dalla sua l'intelligenza e lo sguardo del cinema d'autore. La Kruger, così, non diventa mai un'eroina bad-ass in lotta contro il sistema corrotto. L'occhio per occhio, dente per dente resta uno sbocco da film hollywoodiano. Il revenge movie secondo Fatih Akin procede invece inesorabile. Oltre la notte non ci sono schiarite o assoluzioni, non c'è mai pace. Neanche quando il sole a picco del Mar Ionio sembra brillare perfino sulle nostre sciagure. (7,5)

Un film girato con l'iPhone. Dopo Sean Baker, chi era l'ondivago Steven Soderbergh (che senza un preciso disegno passa dagli spogliarellisti ai trafficanti, dai casinò all stars ai biopic di successo) per non provarci a sua volta? Per non mettersi in gioco, e per di più con la complessità del thriller? Nasce così Unsane. Una giovane donna perseguitata, sette giorni di ricovero forzato in un istituto psichiatrico, la scoperta che il suo infallibile stalker si sia infiltrato fra i membri del personale. La vittima e il carnefice si confonderanno nel finale, passando dalla parte del torto. Dalla parte del folle. Chi va con il pazzo, parafrasando il famoso proverbio, impazzisce? Stalking e malasanità: la carne al fuoco è in realtà così poca da non saziare. Ma Soderbergh è una volpe, e sa affascinare e distrarre con un incubo sotto psicofarmaci dai ritmi ossessivi. Bastano uno smartphone. Un'attrice sulla buona strada per diventare grandissima. Un'idea che avrebbe senz'altro avuto bisogno di maggiore appeal. Il mezzo, Claire Foy e la fama del regista, dunque, ora motivano, ora sovrastano un film altrimenti fragile, canonico e frammentario, che sorprende soltanto per l'eleganza e la fermezza della direzione. Unsane, alias lo spot per iPhone più lungo mai realizzato, angoscia e mantiene sempre il controllo, mentre la Foy al contrario sbarella da manuale. Peccato per la banalità della sceneggiatura: scritta con il T9, per amore di coerenza. (6)

Ha uno scioglilingua per titolo. La distribuzione italiana, per una volta non troppo a torto, ha ribattezzato così Thoroughbreds semplicemente Amiche di sangue. La trama, con quel titolo nostrano che no, non fa misteri di sorta, è presto detta: una casa da rivista, una vicinanza all'inizio poco gradita, un piano criminale un po' per vendetta e un po' per capriccio. Al centro di lunghi piani sequenza che ne accentuano bellezza e bravura, Anya Taylor-Joy e Olivia Cooke sono due diciassettenni al limite. Algide come le vergini del cinema di Sofia Coppola, irrequiete e imprevedibili quanto la strana coppia del recente The End of the Fucking World, scoprono un hobby comune: l'omicidio. Per fortuna, da che costrette a frequentarsi per qualche ripetizione pagata profumatamente, si ritrovano complici contro l'antipatia gratuita del padrigno della Taylor-Joy. Ne abusa, chiederete voi? In una commedia nera che fa il verso a Schegge di follia ma nel mentre sfoggia a sorpresa la raffinatezza di Stoner, gli alibi mancano e lo spunto di partenza è un pretesto come un altro per godersi dialoghi a sangue freddo, l'ultima interpretazione del sicario Anton Yelchin e la prima volta alla regia di Cory Finley, che sa fare la differenza a colpi di innata eleganza. Si desidera la morte di un parente acquisito perché fa un rumore infernale allenandosi in una stanza adibita a palestra. Si confida nella fermezza di una Cooke in cerca di un senso, di un'opera buona, a cui svelarsi a tratti nella verità del pianto o nel bisogno di una compagna sincera. Ma in un ibrido al vetriolo, curato nel dettaglio, le imperfezioni sono mal tollerate. E concedersi un'amicizia elettiva ti rende vulnerabile, ti rende debole: meglio invece restare pazzi, solitari, come dettano rigorosamente la moda e il black humor. (7)

Cosa hanno in comune Alicia Vikander ed Eva Green? Sono entrambe bellissime, bravissime e, europee, hanno conquistato Hollywood a colpi di interpretazioni – moglie da Oscar la prima, femme fatale dal fascino alieno l'altra. Riposto il glamour, sono sorelle ai ferri corti nel primo dramma internazionale di Lisa Langseth. La scusa per riunirsi: un viaggio dalla meta misteriosa. Hanno sei giorni appena per ritrovarsi, magari per ripensarci, in una clinica presso cui trovare ora l'ispirazione, ora la solitudine. Il degente Charles Dance e la direttrice Charlotte Rampling assistono insieme allo spettatore alle liti, alle confessioni, alla ricerca del tempo perso. Sui piatti della bilancia, le responsabilità dei primogeniti e l'egoismo dei figli minori; la verità su una mamma morta suicida. Al centro, e non è uno spoiler, il tema del suicidio assistito: perché in questa ricchezza illusoria, fra orchestre, feste e presunzioni di felicità, ogni giorno suona una campana e le persone sofferenti sono invitate a prendere un pezzo di dolce e un cocktail mortale. La Green, con i suoi famosi seni devastati dalla mastectomia, vuole dire basta e commuove con un intensità che forse soltanto Penny Dreadful aveva rivelato. La Vikander, che ancora una volta conferma la sua sensibilità artistica, pretende di avere voce in capitolo: non vuole abbandonarla, non di nuovo. Il soggiorno farà bene e male a entrambe queste amiche-nemiche, meno allo spettatore: il melodramma esistenzialista, calato nel verde e con un cast tutto al femminile, verrà infatti pure dalla Norvegia, ma ha il rigore della Gran Bretagna. Seduta terapeutica che non manca dunque di dolcezza, che non manca di pena, in cui l'euforia del titolo rima con eutonasia, e la grande discrezione del tutto impedisce che in un certo far cinema si intrufoli controversia alcuna. (6,5)

Lo hanno prima pubblicizzato con malizia a Cannes e poi gli hanno cambiato titolo, fancendo sì Da una storia vera diventasse inspiegabilmente Quello che non so di lei. Al centro, poi, sono arrivate le vecchie accuse per un Polanski forse recidivo, ma qui impegnato a riadattare senza convinzione il brillante thriller di Delphine De Vigan. Una lettura talmente particolare, avevo notato, da non sembrare adatta a farsi film. Posso dirlo? Come volevasi dimostrare. Trasposto, infatti, perde l'originalità, la bellezza conturbante degli incastri metaletterari, i cognomi autentici. Quel gusto perverso ma affascinante nel mescolare forme, registri, storie dentro storie. Resta l'impalcatura, di per sé banalissima. Una scrittrice di best-seller in crisi creativa, il rapporto insano con la sua fan numero uno, una convivenza forzata che vorrebbe ispirare la stesura di capolavori ma regala alla svogliata Seigner soltanto una nuova inquietudine: la musa spettrale di una Eva Green che merita sempre il prezzo del biglietto. Il risultato, a malincuore, è pari a un mystery di Rai Due. Né brutto né bello, compassato, con un regista assente e attrici che possono tanto, ma non i miracoli. Certo, non tutto è carta straccia, ma proprio non gli si perdona il già visto, se la De Vigan al contrario mi aveva fatto sperimentare il mai letto. La delusione è tripla: Polanski non decolla, l'efficacia dell'adattamento fallisce e la sceneggiatura di Assayas, regista di quel mezzo capolavoro che è stato Sils Maria, lascia la sua proverbiale ambiguità per l'immediatezza dei finali copia-incolla. Il collega Ozon, sia in Swimming Pool che in Nella casa, aveva comunque detto già tutto, e per di più molto meglio. Perché non voltare pagina? (5)

mercoledì 25 luglio 2018

Recensione: Orrore, di Pietro Grossi

| Orrore, di Pietro Grossi. Feltrinelli, € 14, pp. 140 |

Gli scrittori e il mistero (del processo creativo, della magione infestata che è la mente umana): cronaca di una lunga e tormentata storia d'amore. Sono autori di best-seller i protagonisti dei kinghiani Misery, La finestra segreta, La metà oscura; altra addetta ai lavori anche Delphine De Vigan, che in Da una storia vera si raccontava in un mystery a tinte saffiche fra autobiografia e finzione. Ultimo nome all'appello, a proposito di variazioni sul tema, è quello del nostro Pietro Grossi: in passato edito dalla selettiva Sellerio, premiatissimo, qui alla sua ottava fatica. È la prima volta con un genere a cui il titolo allude chiaramente: l'horror. È la prima volta che lo leggo, io che a pane e horror sono invece cresciuto. Cosa c'è dietro quella copertina dall'aria spaventosa? Cosa si nasconde oltre l'uscio di una casa nel bosco da esplorare da cima a fondo, mossi dalla stessa curiosità che nei proverbi delle nonne uccide il gatto? Orrore, più vicino all'estensione del racconto lungo che del romanzo, è un'altra storia che parla di ispirazione mancata e scrittura, in cui autore e narratore sin dall'inizio si confondono per precisa volontà. A raccontarsi è un anonimo padre di famiglia felicemente stabilitosi negli Stati Uniti – lo stesso Pietro, vorrebbe dirci la suggestione – che all'indomani della nascita dell'adorato primogenito, di ritorno in Italia per le vacanze di Natale, si mette in cerca di un posto nel mondo, di un obiettivo a lungo termine, dell'idea per un nuovo romanzo. È l'ispirazione stessa, a sorpresa, a raggiungerlo. Galeotta una sera a cena con Diego e Lidia, una storica coppia di amici che fra una chiacchiera e l'altra condivide con il protagonista un'inquietante scoperta: accanto alla loro villetta in alta montagna, un autentico paradiso per villeggianti, c'è una casetta a tratti abbandonata, a tratti in perfetto stato d'uso.

Se solo. Di tutti i momenti per cui da anni mi maledico, questo è l'unico indipendente da me e da qualunque mia volontà. Dunque, il più immacolato. […] Se solo. Tre semplici, striscianti sillabe, capaci di sgretolare esistenze come termiti in una trave di legno.

Fare irruzione è un gioco da ragazzi – anche se sono lontani, ormai, i tempi dei giornaletti per adulti rubati in edicola e poi letti di soppiatto sull'argine del fiume. Il vecchio mulino è una costruzione in pietra, con all'interno un tavolino da caffè tirato a lucido, nonostante l'usura generale, e un giornale di dieci anni prima; un disegno infantile sul frigorifero lasciato acceso e una serie di maschere di cartapesta, a tema satanico, in esposizione; un bagno pieno di materiale ospedaliero, come il laboratorio di un moderno Dottor Frankenstein. Il narratore si improvvisa investigatore privato. Chi sono i proprietari di quel casolare che confina con un fiume, e con l'incubo? Dopo l'effrazione ha allora inizio la parte difficile: osservare, aspettare. In nome dell'ossessione. In nome delle ombre che l'uomo si porta dentro, e che all'improvviso lo rendono tutt'uno con la natura del bosco: la pazienza del predatore, lo sguardo attento del detective, risvegliano presto un morboso istinto animale. Metafora, forse, della fatica dello scrivere – un abisso in cui guardi, per dirlo alla Nietzsche, a costo che l'abisso guardi poi a sua volta dentro di te?

Sei soltanto curioso, ecco cosa sei. E lo sei sempre stato, questo te lo concedo. Hai sempre voluto guardare cosa c'è un po' più in là. E qual era il più naturale luogo in cui guardare oltre la luce che circondava la tua casa e la tua famiglia? Il buio. Vedevi luce e felicità ovunque e ti sei fatto incuriosire dalle ombre.

La missione notturna dell'alter-ego di Grossi corrompe i sogni e i ricordi, rovina le feste a una famiglia altrimenti realizzata; prevede nomi rigorosamente puntati, per proteggere la privacy di figuranti che si confondono fra veri e fittizi, e il rivolgersi a un tu (il figlio del protagonista) nella tipica prassi delle lettere aperte. Spettava a un autore affermato, a un editore importante, liberare l'horror dalla presunta serie B? Orrore è in realtà una lettura da ombrellone rapida e piuttosto accattivante, che lascia misteri irrisolti e qualche sincero dubbio sulla propria efficacia. Scritto sì bene, ha un paio di ottime intuizioni, ma risulta senza infamia né lode. I personaggi ci restano pressoché sconosciuti; le pagine, già poche di per sé, si concedono un paio di attimi di lentezza di troppo. Lecito aspettarsi di più. Da quella Feltrinelli che non tratta narrativa di genere, di solito, e che a scatola chiusa faceva confidare in una giustificata eccezione alla regola. Da uno scrittore, benché da me scoperto soltanto ora, che sulla fiducia ho immaginato qui non al suo meglio. La nebulosità e la confusione, infatti, sono quelle degli incubi di cui al risveglio facciamo fatica a ricordare il finale; quelle di esperimenti, di piccoli brividi, dal successo frammentario.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Negramaro - Sing-hiozzo

lunedì 23 luglio 2018

Recensione: Sotto il falò, di Nickolas Butler

| Sotto il falò, di Nickolas Butler. Marsilio, € 17,50, pp. 236 |

Ero qui e lo aspettavo, come aspetto l'inverno quando fuori è troppo caldo. Peccato, un po', che lo scrittore proveniente dal Wisconsin con amore abbia deciso di tornare a farmi visita in piena estate. Gli si addicevano di più i giochi di luce del caminetto, le camice di flanella a quadri, la barba incolta sulle guance e l'indie folk in cuffia. Ma quando un ospite d'eccezione come Nickolas Butler ti si presenta alla porta, sebbene fuori stagione, con quale coraggio non gli dici prego, entra pure, il mio divano è il tuo divano? In te, l'eccitazione mista a curiosità di chi non lo leggeva da un anno e mezzo: prima ancora ce n'erano voluti a loro volta due, di anni, affinché Il cuore degli uomini raggiungesse Shotgun Lovesongs sul mio scaffale – accanto, come fossero vecchi amici al bar, gli si stringono Kent Haruf, Tom Drury, i nostri Cognetti e Camurri, e quel Raymond Carver a cui una specie di timore reverenziale mi impedisce ancora di approcciarmi. Sono tutti parte, alla lontana, della stessa scuola: uno stile frugale, minimalista, ridotto all'osso e al cuore dell'emozione; la condivisione con i lettori di aneddoti, suggestioni sparse e tranche de vie dal retrogusto dolce-amaro. Scrivono romanzi in serie e autobiografie mancate, in molti casi, ma appartengono per indole alla dimensione della short story: dove l'essenzialità è la risposta. Non sorprende, perciò, che il ritorno di questo cowboy romantico avvenga proprio all'insegna del racconto – forma narrativa mai particolarmente apprezzata con cui tuttavia, prestando fede ai buoni propositi per l'anno nuovo, sto prendendo pian piano confidenza.

«Nonno, che sapore ha la pioggia?» domandò il ragazzino.
«Di nuvole, immagino. La pioggia sa di nuvole.»

In un bosco in prossimità di una chiesa sconsacrata, la notte più lunga viene illuminata con le cataste di legname della "festa della motosega": fra violinisti e tossici, si consumano tradimenti e porzioni di maiale arrosto. E nel mezzo di una natura rischiarata, violata, ci sono due hippy che si sono scelti a vicenda un nome nuovo, ma non il destino spaventoso di genitori. Mamme e padri: si nasce o si diventa? E nonni affettuosi, se una figlia inaffidabile ci lascia in custodia un nipote semisconosciuto e un pomeriggio di pioggia da bere, di venerdì, dimenticandosi poi di passare a riprendere il bambino? Sven e Lily si fanno compagnia e si traviano a vicenda, invece, secondo i dettami di un codice tutto al maschile; altri tre amici per la pelle – due coltivatori in via di estinzione e uno yuppie che torna a trovarli solo nei fine settimana – sognano funghi, sorgenti artesiane di birra e, nella follia di una notte alcolica dalle conseguenze tragiche, si scoprono intimiditi dalla doppia natura e dalle smanie borghesi di un topo di città nella sua ora d'aria; una coppia ai ferri corti, il rito del frigo da svuotare all'indomani della scomparsa della madre di lui: davanti ai Tupperware, agli avanzi e ai ricordi a sprazzi, si celebra allora anche il funerale della loro relazione. Cosa ne è il primo gennaio degli alberi di Natale da buttare? Una pira da accendere sulla superficie ghiacciata dei laghi, mentre due giovani amanti alle prese con le prime idiosincrasie si danno a un'immersione nel buio fisica e metaforica. Un anziano ecoterrorista allo stadio terminale tiene in ostaggio uno spietato imprenditore: l'inquinamento sta divorando le acque, la colpa è sua, e la espierà sorbendosi bicchieri di petrolio e vecchie poesie; la commessa di un negozio di animali vittima di violenza domestica e un'agente malata di Alzheimer fanno squadra contro lo strapotere dell'universo maschile; un uomo, per amore di una donna in fuga perfino da sé stessa, si prende cura delle figlie di lei e di un gatto randagio, nonostante la legge e l'allergia dicano il contrario; un diabetico in pensione, per sfuggire alla noia della terza età, cerca un senso alle proprie giornate in un frutteto: una mela al giorno toglie il medico di torno, e a sorpresa aggiunge dolcezza al matrimonio.

Quelle notti, quando le dicevo che l'amavo, pronunciando parole che facevano quasi male per quanto erano vere e grandi, credevo in loro quanto credevo nel fiume. Ma non credevo in Sunny. Non credevo, per esempio, che mi sentisse davvero, quindi la maggior parte delle volte in cui le dicevo che l'amavo era come parlare a qualcuno che è già morto e ti manca da impazzire, qualcuno con cui vuoi ancora confidarti ma ha lasciato il mondo, tranne che nel ricordo o nell'idea che ne hai tu, e ti assale come un fantasma.

Si passano la staffetta uomini d'altri tempi e donne che o s'impuntano caparbiamente, o tagliano la corda. Dal finestrino dei pick-up in corsa sfilano i silos, i campi coltivati, le rapide del Mississipi, gli Amish in calesse, i reduci delle guerre di ieri e di oggi, i cieli pieni di nuvole e di lucciole. Le volute dense di quel fuoco che scalda, libera, distrugge. 
Le fiamme guizzanti disegnano, così, storie che a volte piacciono da impazzire (Petrolio dolce, Nelle contee occidentali e Acqua piovana), altre meno (Sven e Lily, La gente dei treni va piano). Ma Butler, in pillole, sa preservare per fortuna lo stesso calore, lo stesso colore. Ti emoziona sempre, a modo suo. Anche se narrazioni ad ampio respiro, guai a dirmi che non ho provato a ricredermi, fanno comunque più fumo, e più luce. 
È il mese di luglio. Negli stabilimenti balneari, volendo, sopravvive qualche sparuto jukebox. Sotto il falò è recuperare monetine di rame dal fondo della tasca dei jeans e concedersi così la quiete di dieci canzoni, di dieci storie. Cantano di paternità, amicizia, memoria, coppie in crisi e vendette trasversali. Suonano all'orecchio ora malinconiche, ora feroci. Da centellinare con parsimonia nell'arco dell'intera giornata. Da regalare a sé stessi quando ci si vuol concedere qualcosa per volersi bene – anzi, volersi meglio –, con i turisti che sciamano via in massa, allarmati da lampi in vista che a te ispirano invece buonumore.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Passenger – Heart's on Fire

venerdì 20 luglio 2018

I ♥ Telefilm: Glow S02 | The Generi

Si ritorna sul ring. Si ritorna a parlare di Glow: la comedy che a sorpresa, lo scorso anno, aveva spinto alle corde gli spettatori e gli Emmy. Di nuovo gli anni Ottanta, così abusati da essermi venuti a noia. Di nuovo una serie di donne, sulle donne, con le femministe di ogni dove sul piede di guerra all'indomani dello scandalo Weinstein. Trash per finta, tutto costumi sgambatissimi e brillantini, lo show sul mondo del wrestling femminile riempiva letteralmente gli spalti – vuoi per Alison Brie, amica detestabile ma ottima padrona di casa, o per una carrellata di comprimari sopra le righe a cui ci si affezionava presto. O meglio: questo è capitato ai più, nel mentre, ma non a me. Glow, carino e tutto, senz'altro ben fatto, proprio non mi aveva conquistato. La parte di me che seguiva gli incontri commentati da Luca Franchini e Michele Posa da bambino, con The Rock, Bautista e John Cena ancora lontani dal grande schermo, voleva dargli una seconda opportunità in nome di una specie di nostalgia: era la scusa buona, almeno, per commentarlo con un fratello minore altrove, indipendente, che poco sente il bisogno di farsi vivo al telefono. Il discorso non cambia: purtroppo, nel mio caso; per fortuna, invece, per chi Glow l'aveva apprezzato a colpo sicuro. Le lottatrici hanno conquistato il loro spazio sulle televisioni locali, ma la strada per la vittoria è piena di accidenti: da sceneggiatura, sono sempre a rischio sabotaggio, sempre a rischio cancellazione. Da una parte scontentano le casalinghe americane, che le ritengono diseducative e discinte. Dall'altra, danno grattacapi ai responsabili dei palinsesti: meritano la seconda serata, l'oblio, soprattutto se Ruth – anima del gruppo condannata a essere sempre fraintesa per un'immutabile antipatia di fondo – non cede alle avance di uno dei piani alti? Come contrattaccare? Si mettono meglio a punto sigle d'apertura, maschere, drammi, mosse. Ci si picchia con maggiore convinzione, a costo di una gamba rotta. Si mettono in mostra più carne, più glitter. Qualcuna di loro si sposa in diretta, qualcuna sbarella pubblicamente, qualcuna si scopre mamma, figlia, fidanzata. I picchi di inaudita genialità: tutti stipati nell'ottavo episodio. Ma, a proposito del resto, mi sono trovato mio malgrado a fare lo stesso gioco degli spettatori della finzione. Che fraintendono lo show. Che non lo trovano affatto indispensabile. Che, se non cambiano canale, non è per le vicende personali delle ragazze – di cui, onestamente, continua a importarmi poco e niente – ma per un peccato veniale che mi porta ogni volta a promuovere l'accuratezza della messa in camera; l'acume di qualche trovata metatelevisiva; la grande bravura di belle che ballano, e qui picchiano. (6+)

Maccio Capatonda: non lo conoscevo, se non di nome. Qualche sketch comico ai tempi di Mai dire e un fratello minore che, da adolescente, ripeteva per casa i suoi più famosi tormentoni a mo' di mantra. Pur avendo sempre un occhio di riguardo per il cinema italiano, commedie comprese – mai recensite ma mai disdegnate, per dire, quelle di un Checco Zalone – non ho visto nessuno dei suoi due film. Galeotta è stata un'intervista radiofonica condotta da Alessandro Cattelan, in cui il comico abruzzese aveva parlato di questo progetto strano e ambiziosissimo che, non senza un iniziale scetticismo, aveva trovato infine il lasciapassare di Sky. È scattato da sé, all'istante, il recupero di The Generi. Il protagonista è Gianfelice Spagnagatti: uno come me, come te. Blogger sottopagato che fa il suo mestiere semplicemente per passione, troppo impegnato tutto il giorno sul divano per pensare all'amore della vicina di casa. È per sfuggire alla dichiarazione di lei, al suo abbandono, che da bravo fannullone imbocca la porta del bagno. Non sapendo che quello, per un moderno inetto che deve ancora scoprire sé stesso e prendere coscienza delle proprie zone d'ombra, è in realtà il portale per un universo metacinematografico da esplorare. Finisce ora nello scontro fra sceriffi e indiani di un western d'essai; ora in un esilarante slasher anni Ottanta, con il meglio e il peggio dei cliché della cultura americana; a volte in un fantasy alla Garrone, con una principessa che non ride mai e un giullare pettoruto che deve imparare a farlo, e altre in una commedia sexy con Alvaro Vitali, in cui tette, culi, reggicalze e verginità da barattare sono il vademecum. Senza dimenticare, poi, gli eroi ipodotati di un cinecomic tutto da ridere; un quiz con la conduzione di Nino Frassica, che fa il verso a The Millionaire; un noir fumoso, in bianco e nero, con i bulli, le pupe e i colpi di scena. La fotografia si adegua ai temi, ai toni, al registro. Cambiano l'aspect ratio e la cura insospettabile che c'è dietro. Non si disdegnano il sangue, le panoramiche a volo d'aquila, la computer grafica. La scrittura si scopre così piena di rimandi interni, dotata di una coerenza da rivelare soltanto nel finale. C'è un po' di genio nel nonsense di Maccio Capatonda, sì. Nella sua recitazione amatoriale, svogliata, eppure naturalissima, da uomo medio alle prese con una situazione paradossale. Nelle freddure gratuite, che fanno ridere per quanto volutamente infelici, e nelle trovate a cui ho pensato e ripensato, trovandomi sempre a sogghignare. The Generi è nuovi tormentoni per i fratelli minori e nuovi personaggi vincenti: per me, una nuova scoperta. (7)