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lunedì 17 settembre 2018

I film che leggeremo [a puntate]

L'amica geniale
30 ottobre 2018
È l'autrice italiana più letta nel mondo. È già stata al cinema in passato, grazie a Martone e Faenza. La sua celebratissima serie di romanzi non poteva né doveva essere da meno, no; non poteva non farsi serie TV. A sobbarcarsi l'incarico, allora, c'è il buon Saverio Costanzo, con la nostra Rai e l'infallibile HBO a produrre otto puntate che andranno così a coprire il primo romanzo – quello a cui sono purtroppo fermo, al momento, in attesa dell'incentivo perfetto. I primi due episodi, presentati già in Laguna tra gli applausi degli addetti ai lavori, passeranno anche al cinema all'inizio di ottobre. Per gli altri, basterà rispolverare il telecomando e sintonizzarsi di lì a poco su Rai Uno.



The Truth About the Harry Quebert Affair
4 settembre 2018
La verità, a proposito della Verità sul caso Harry Quebert, è che il caso editoriale di Joel Dicker, da quel che leggo amato o odiato senza vie intermedie, non mi ha mai fatto suo. Sono passati gli anni, è venuta meno l'insistenza esagerata delle voci di corridoio, sono arrivate le edizioni economiche che fan sempre gola e, ultima ma non ultima, un'omonima miniserie di cui nessuno parla in giro. Nonostante lo zampino del regista Jean-Jacques Annaud, l'idolo delle mamme Patrick Dempsey e una fama, ormai, che lo precede ovunque vada. Con la scusa, con il pilot già sul mio hard disk, che sia l'occasione buona per farmene un'idea mia?



You – Tu
9 settembre 2018
Una ragazza entra nella libreria sbagliata, durante il giorno sbagliato, rivolgendosi al commesso sbagliato. Che le sorride gentile, le consiglia il miglior libro di Paula Fox, la segue sin sotto casa. Si parla di stalking e ossessioni amorose: temi quanto mai attuali, ma in un thriller Lifetime tutt'altro che insolito. Potrebbe non aiutare su carta neppure la presenza di Penn Badgley – l'indimenticato Ragazzo Solitario di Gossip Girl –, e invece You, ispirato all'omonimo romanzo di Caroline Kepnes, prende in contropiede e diverte da morire. Con le citazioni letterarie da appuntarsi seduta stante, i protagonisti belli e sinistri e, soprattutto, la voce narrante di uno psicopatico nella stagione degli amori che racconta piantonamenti e omicidi con il brio di una commedia romantica a tinte sexy.



Le terrificanti avventure di Sabrina
26 ottobre 2018
Per chi è stato bambino negli anni Novanta era semplicemente un must, e il sottoscritto non fa eccezione. Prima in carne e ossa in formato sit-com, poi a cartoni animati con un petulante gatto nero al seguito, l'amichevole Sabrina – streghetta in erba ispirata alle storie a fumetti di Archie Comics – ha accompagnato per tutta l'infanzia i miei pomeriggi, tra i compiti per casa e la merenda delle cinque. La moda del reboot, ovvio, non poteva fare a meno di corteggiarla. E così torna su Netflix, e c'è poco da storcere il naso, questa volta, sapendola eccezionalmente cupa e violenta. Magica è, cantava la sigla, la tua vita Sabrina. Da Halloween in poi, sarà anche spaventosa.



The Haunting of House Hill
12 ottobre 2018
L'autrice, Shirley Jackson, è stata la maestra spirituale di Stephen King. Il suo romanzo più famoso, L'incubo di House Hill, è stato al cinema prima con Gli invasati, poi con Haunting. A vent'anni dall'ultimo rifacimento, Mike Flanagan – reduce dal successo del Gioco di Gerald, con al seguito la fedelissima Carla Gugino – lo riadatta in dieci episodi, in chiave contemporanea. Squadra vincente non si cambia. E, con le premesse di partenza degnamente rispettate, con l'horror non sbaglia.



A Discovery of Witches
14 settembre 2018
Vampiri, streghe e company. Li credevamo tutti sorpassati, e di certo non ci mancavano. Quest'anno ci hanno riprovato prima al cinema con Dark Hall, poi su Netflix con il delicato The Innocents. Ultima ma non ultima, inattesa, ecco sbucare dai pittoreschi vicoli di Oxford una nuova storia di poteri paranormali e relazioni proibite, che a scatola chiusa farà senz'altro meglio dell'indesiderato reboot di Charmed. Vuoi i nomi di Teresa Palmer e Matthew Goode, lei strega e lui vampiro coltissimi, che in passato hanno scelto con intelligenza i progetti in cantiere. Vuoi l'aria british del tutto. Vuoi, ancora, la saga ben recensita di Deborah Harkness, eppure da me mai bramata in whishlist.



The Passage
Gennaio 2019
Lo leggevo per la prima volta, adorandolo, qualcosa come sette anni fa. Quando questo blog non era nei miei programmi, i mondi post-apocalittici non ci erano ancora venuti a noia e, sulle fascette promozionali, si parlava già di una trasposizione a opera di Ridley Scott. E poi, cos'è andato storto strada facendo? Cos'è successo a Justin Cronin, ai progetti di trarne un film, all'ultimo capitolo mai arrivato in Italia dell'ennesima trilogia interrotta – è forse un caso che io abbia preferito non leggere il secondo romanzo, eppure acquistato poco dopo l'uscita? Sparito dai miei radar, Il passaggio tornerà a far parlare di sé dal prossimo gennaio, si spera. Se sono scarsissime le aspettative riposte sulla serie Fox – colpa di un cast non proprio di primo taglio –, c'è speranza che l'arrivo sugli schermi smuova qualcosa in casa Mondadori. Leggeremo finalmente The City of Mirrors?



Quello che non uccide
31 ottobre 2018 (USA)
Non è un telefilm, l'ultimo della rassegna, vero, ma sempre in ambito di produzioni in serie rimaniamo. Qualsiasi presentazione sarebbe superflua. Millennium ritorna, dopo la trilogia svedese e l'esemplare rimaneggiamento di David Fincher, con un quarto capitolo. Purtroppo cambiano il cast, cambia il regista e, nonostante le ambientazioni, non ci si smuove dagli Stati Uniti. Ancora, si potrebbe lamentare più di qualche spettatore? La presenza di "Sua Altezza" Claire Foy, nel ruolo che fu già di Noomi Rapace e Roney Mara, il promettente Fede Alvarez dietro la macchina da presa e Steven Knight alla sceneggiatura, ricordano che c'è del buono; come del buono, d'altronde, c'era anche nel romanzo apocrifo di David Lagercrantz.


venerdì 27 luglio 2018

Mr. Ciak: Oltre la notte, Unsane, Amiche di sangue, Euphoria, Quello che non so di lei

Fanno tenerezza i ribelli che si accasano in nome della famiglia. Fanno tenerezza Katja e suo marito: lei tatuatatissima, sotto i vestiti di tutti i giorni; lui ex spacciatore turco, ex galeotto, che ha scelto infine il posto fisso e un figlio da crescere. Il loro sogno di normalità, purtroppo, è pronto a a scoppiare all'improvviso al tempo degli attentati dappertutto. Una bomba imbottita di chiodi ha ammazzato padre e figlio. Restano una mamma che piange, strepita e non sa andare avanti; un'elaborazione che passa dallo stordimento degli oppiacei alle lamette sui polsi. Oltre la notte, vincitore del Golden Globe per il Miglior Film Straniero e misteriosamente mai arrivato alla prestigiosa cinquina da Oscar, è una tragedia in tre atti: ci sono prima il lutto e le indagini, in una Amburgo piovosa e piena di pericoli (fondamentalisti, neonazisti, usurai, pusher); poi il processo contro la diabolica coppia omicida, che amaramente mette al vaglio il ricordo delle vittime innocenti e non i colpevoli; alla fine un viaggio in Grecia, al mare, in cerca di giustizia quando la giustizia fallisce. Ho pianto lacrime di rabbia insieme a un'incredibile Diane Kruger, confusa e pazza di dolore. E mi sono lasciato scuotere e spossare da un thriller devastante, che si muove fra le notizie allarmanti della cronaca nera e pensieri di vendetta, avendo dalla sua l'intelligenza e lo sguardo del cinema d'autore. La Kruger, così, non diventa mai un'eroina bad-ass in lotta contro il sistema corrotto. L'occhio per occhio, dente per dente resta uno sbocco da film hollywoodiano. Il revenge movie secondo Fatih Akin procede invece inesorabile. Oltre la notte non ci sono schiarite o assoluzioni, non c'è mai pace. Neanche quando il sole a picco del Mar Ionio sembra brillare perfino sulle nostre sciagure. (7,5)

Un film girato con l'iPhone. Dopo Sean Baker, chi era l'ondivago Steven Soderbergh (che senza un preciso disegno passa dagli spogliarellisti ai trafficanti, dai casinò all stars ai biopic di successo) per non provarci a sua volta? Per non mettersi in gioco, e per di più con la complessità del thriller? Nasce così Unsane. Una giovane donna perseguitata, sette giorni di ricovero forzato in un istituto psichiatrico, la scoperta che il suo infallibile stalker si sia infiltrato fra i membri del personale. La vittima e il carnefice si confonderanno nel finale, passando dalla parte del torto. Dalla parte del folle. Chi va con il pazzo, parafrasando il famoso proverbio, impazzisce? Stalking e malasanità: la carne al fuoco è in realtà così poca da non saziare. Ma Soderbergh è una volpe, e sa affascinare e distrarre con un incubo sotto psicofarmaci dai ritmi ossessivi. Bastano uno smartphone. Un'attrice sulla buona strada per diventare grandissima. Un'idea che avrebbe senz'altro avuto bisogno di maggiore appeal. Il mezzo, Claire Foy e la fama del regista, dunque, ora motivano, ora sovrastano un film altrimenti fragile, canonico e frammentario, che sorprende soltanto per l'eleganza e la fermezza della direzione. Unsane, alias lo spot per iPhone più lungo mai realizzato, angoscia e mantiene sempre il controllo, mentre la Foy al contrario sbarella da manuale. Peccato per la banalità della sceneggiatura: scritta con il T9, per amore di coerenza. (6)

Ha uno scioglilingua per titolo. La distribuzione italiana, per una volta non troppo a torto, ha ribattezzato così Thoroughbreds semplicemente Amiche di sangue. La trama, con quel titolo nostrano che no, non fa misteri di sorta, è presto detta: una casa da rivista, una vicinanza all'inizio poco gradita, un piano criminale un po' per vendetta e un po' per capriccio. Al centro di lunghi piani sequenza che ne accentuano bellezza e bravura, Anya Taylor-Joy e Olivia Cooke sono due diciassettenni al limite. Algide come le vergini del cinema di Sofia Coppola, irrequiete e imprevedibili quanto la strana coppia del recente The End of the Fucking World, scoprono un hobby comune: l'omicidio. Per fortuna, da che costrette a frequentarsi per qualche ripetizione pagata profumatamente, si ritrovano complici contro l'antipatia gratuita del padrigno della Taylor-Joy. Ne abusa, chiederete voi? In una commedia nera che fa il verso a Schegge di follia ma nel mentre sfoggia a sorpresa la raffinatezza di Stoner, gli alibi mancano e lo spunto di partenza è un pretesto come un altro per godersi dialoghi a sangue freddo, l'ultima interpretazione del sicario Anton Yelchin e la prima volta alla regia di Cory Finley, che sa fare la differenza a colpi di innata eleganza. Si desidera la morte di un parente acquisito perché fa un rumore infernale allenandosi in una stanza adibita a palestra. Si confida nella fermezza di una Cooke in cerca di un senso, di un'opera buona, a cui svelarsi a tratti nella verità del pianto o nel bisogno di una compagna sincera. Ma in un ibrido al vetriolo, curato nel dettaglio, le imperfezioni sono mal tollerate. E concedersi un'amicizia elettiva ti rende vulnerabile, ti rende debole: meglio invece restare pazzi, solitari, come dettano rigorosamente la moda e il black humor. (7)

Cosa hanno in comune Alicia Vikander ed Eva Green? Sono entrambe bellissime, bravissime e, europee, hanno conquistato Hollywood a colpi di interpretazioni – moglie da Oscar la prima, femme fatale dal fascino alieno l'altra. Riposto il glamour, sono sorelle ai ferri corti nel primo dramma internazionale di Lisa Langseth. La scusa per riunirsi: un viaggio dalla meta misteriosa. Hanno sei giorni appena per ritrovarsi, magari per ripensarci, in una clinica presso cui trovare ora l'ispirazione, ora la solitudine. Il degente Charles Dance e la direttrice Charlotte Rampling assistono insieme allo spettatore alle liti, alle confessioni, alla ricerca del tempo perso. Sui piatti della bilancia, le responsabilità dei primogeniti e l'egoismo dei figli minori; la verità su una mamma morta suicida. Al centro, e non è uno spoiler, il tema del suicidio assistito: perché in questa ricchezza illusoria, fra orchestre, feste e presunzioni di felicità, ogni giorno suona una campana e le persone sofferenti sono invitate a prendere un pezzo di dolce e un cocktail mortale. La Green, con i suoi famosi seni devastati dalla mastectomia, vuole dire basta e commuove con un intensità che forse soltanto Penny Dreadful aveva rivelato. La Vikander, che ancora una volta conferma la sua sensibilità artistica, pretende di avere voce in capitolo: non vuole abbandonarla, non di nuovo. Il soggiorno farà bene e male a entrambe queste amiche-nemiche, meno allo spettatore: il melodramma esistenzialista, calato nel verde e con un cast tutto al femminile, verrà infatti pure dalla Norvegia, ma ha il rigore della Gran Bretagna. Seduta terapeutica che non manca dunque di dolcezza, che non manca di pena, in cui l'euforia del titolo rima con eutonasia, e la grande discrezione del tutto impedisce che in un certo far cinema si intrufoli controversia alcuna. (6,5)

Lo hanno prima pubblicizzato con malizia a Cannes e poi gli hanno cambiato titolo, fancendo sì Da una storia vera diventasse inspiegabilmente Quello che non so di lei. Al centro, poi, sono arrivate le vecchie accuse per un Polanski forse recidivo, ma qui impegnato a riadattare senza convinzione il brillante thriller di Delphine De Vigan. Una lettura talmente particolare, avevo notato, da non sembrare adatta a farsi film. Posso dirlo? Come volevasi dimostrare. Trasposto, infatti, perde l'originalità, la bellezza conturbante degli incastri metaletterari, i cognomi autentici. Quel gusto perverso ma affascinante nel mescolare forme, registri, storie dentro storie. Resta l'impalcatura, di per sé banalissima. Una scrittrice di best-seller in crisi creativa, il rapporto insano con la sua fan numero uno, una convivenza forzata che vorrebbe ispirare la stesura di capolavori ma regala alla svogliata Seigner soltanto una nuova inquietudine: la musa spettrale di una Eva Green che merita sempre il prezzo del biglietto. Il risultato, a malincuore, è pari a un mystery di Rai Due. Né brutto né bello, compassato, con un regista assente e attrici che possono tanto, ma non i miracoli. Certo, non tutto è carta straccia, ma proprio non gli si perdona il già visto, se la De Vigan al contrario mi aveva fatto sperimentare il mai letto. La delusione è tripla: Polanski non decolla, l'efficacia dell'adattamento fallisce e la sceneggiatura di Assayas, regista di quel mezzo capolavoro che è stato Sils Maria, lascia la sua proverbiale ambiguità per l'immediatezza dei finali copia-incolla. Il collega Ozon, sia in Swimming Pool che in Nella casa, aveva comunque detto già tutto, e per di più molto meglio. Perché non voltare pagina? (5)