Abitano
in una valle in cui non succede mai nulla. Pur di sfidare
l'immobilismo, vivono le loro vite a velocità folle. Con le marmitte
truccate e senza casco; il vento a spettinare loro i capelli. Li vediamo
radunati sulle sponde di un lago in cui, ogni tanto, si registra un
annegamento. In coda alle giostre del luna park, con le tasche dei
jeans ingrossate dai gettoni degli autoscontro. Sulle piste di
skateboard e nei pub col parquet appiccicoso di birra. Tutto è un
gioco: perfino spaccarsi la testa. Siamo a Heillange, una cittadina
di frontiera all'ombra degli altiforni. Le fabbriche, ormai chiuse da
un pezzo, incombono sugli abitanti come carcasse in putrefazione. È
lì, negli anni dei Nirvava e delle vaccinazioni antitubercolari, che
si muovono tre protagonisti con nulla in comune se non il fatto di
essere giovani da morire.
All'orizzonte
il cielo aveva preso colori esagerati. Inebriato, mollò il manubrio
e spalancò le braccia. La velocità faceva sbattere i lembi della
canottiera. Chiuse gli occhi per un istante, con il vento che gli
fischiava nelle orecchie. In quella città mezza morta, Anthony
filava a tutta birra, pieno di brividi, giovane da morire.
Anthony,
robusto e con un occhio pigro, si mette spesso nei guai pur di
forzare il destino: sempre in cerca della ragazza più bella, della
festa piu divertente, incappa nelle spire della piccola criminalità.
Hacine, immigrato marocchino, spera di diventare qualcuno attraverso
lo spaccio: ruberà la motocicletta sbagliata al ragazzo sbagliato,
portando in famiglia venti di tragedia. E poi c'è Steph, figlia di
un aspirante assessore, indifferente alle attenzioni di Anthony:
innamorata del classico bad boy, è il sogno erotico di grandi e
piccoli e, segretamente, fantastica di trasferirsi nella capitale.
Parigi appare lontanissima: esiste soltanto nei film in bianco e
nero. Com'è possibile affrancarsi dalla vita mediocre degli adulti,
fatta di lavoretti in nero e sussidi statali? C'è futuro per gli
adolescenti, che escono tutte le sere senza mai sapere bene dove
andare? Assetati di un altrove che si trova chissà dove, i
protagonisti bruciano gli anni migliori nella noia esistenziale.
Hanno madri single e padri gravemente depressi, un'idea sorpassata
della mascolinità e, in cuffia, una playlist con le hit più
indimenticabili degli anni Novanta.
Da
mesi prometteva a suo padre di andarlo a trovare. Ma aveva paura di
vedersi di ronte un fantasma. Coralie lo aiutava anche in questo. Il
retaggio impossibile e la morte che incombe. Lo prendeva per mano,
gli diceva: “Scopami forte, tesoro mio”, cose semplici che aprono
crepe nella solitudine.
Il
bravissimo Nicolas Mathieu, nell'arco di otto anni, ci racconta
quattro estati di un gruppo di diseredati teneri e smaniosi.
Lunghissimo, ma all'apparenza povero di eventi, il suo esordio vive
d'atmosfere palpabili. Come nel migliore cinema francese, è quasi
possibile percepire l'odore zuccherino del sudore adolescenziale; gli
umori viscosi del sesso, consumato goffamente in macchina o nelle
tende da campeggio; l'oscillazione ipnotica delle code di cavallo e
l'elettricità di quei temporali estivi prima preannunciati, infine
abortiti. In un epilogo da incorniciare, splendido e simmetrico, la
rabbia si depositerà come polvere. Ci sono i mondiali, si brinda e
ci si abbraccia disinteressati ai trascorsi personali, si acquistano
TV fuori budget: improvvisamente è un bel momento per essere giovani
e francesi, per bearsi della “terribile dolcezza
dell'appartenenza”. E i figli dopo di loro è il romanzo da leggere
su un treno per il nord, quando al termine delle ferie ci si lascia
alle spalle con un po' di commozione la provincia amata-odiata che ci
ha visti crescere. Per dire addio all'estate, finita troppo in
fretta. E, se come me si ha già trent'anni, anche alla giovinezza che fu.
Il mio voto:
★★★★ Il mio
consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are
È
al termine di una strada sterrata che sembra portare alla fine del
mondo. La incorniciano il gorgogliare del fiume vicino, i vapori di
una sorgente termale, le rocce aguzze delle montagne. Abbracciata
dalla vallata e protetta da un silenzio impenetrabile, La casa
vicino alle nuvole è un regno privato. Siamo in un Wyoming senza
più cowboy né rancheri, preso d'assalto da capricciosi turisti in
abiti griffati: viverci è diventato un lusso. Cole, Bart e Teddy lo
abitano come operai, non come degni cittadini. Quando avranno
abbastanza stabilità economica per mettere radici? Manovali di umili
origini e dai caratteri agli antipodi, hanno fondato una società di
costruzioni che fatica a ingranare. Finché l'algida Gretchen, donna
d'affari sola al mondo e dai piani misteriosi, non li tenta con un
progetto impossibile: costruire una casa in appena quattro mesi e
consegnarle le chiavi entro Natale. In cambio riceverebbero assegni
stellari. Cosa rappresenta per lei quel progetto? Per quale motivo
altri costruttori si sono già tirati indietro? Nonostante la vista
paradisiaca, il cantiere ispira una brutta sensazione: mette la pelle
d'oca, come la casa infestata di un film dell'orrore.
Com'era possibile, si chiese, non
possedere una casa, non avere risparmi, nessuna istruzione
universitaria, nessun talento artistico, niente di niente – non una
sola attestazione dei suoi quasi quarant'anni su questo pianeta –,
eppure trovarsi laggiù, a costruire quel santuario sulle montagne?
Quel divario a volte lo lasciava sbalordito e l'unico conforto che
provava era che quella casa, in qualche modo, era anche la sua
traccia, la sua eredità, benché il suo nome non fosse inciso su
nessuna superficie, su nessuna pietra.
Cole,
leader ambiziosissimo, non teme la sfida; Bart, una mina vagante
dipendente da metanfetamine, si rifugia nelle droghe pur di
incrementare le prestazioni lavorative; Cole, mormone e padre di
quattro figli, è una voce della coscienza che nulla può contro la
tracotanza. Perché sacrificare tutto – famiglia, salute, moralità
– per un patto scellerato? Nella storia della True Triangle
Construction i giorni prenderanno a confondersi in un'unica matassa
indistinguibile. I ritmi diventeranno massacranti, le scadenze
rigidissime: il romanzo è un conto alla rovescia, il tempo un
tiranno e gli strumenti per raggiungere l'obiettivo, talora, sono
illeciti. Come fronteggiare inoltre le giornate che si accorciano, i
climi a picco, gli agenti atmosferici? Tratto da una vicenda
realmente accaduta che ha dell'incredibile – ricorda un po' quella
di L'incredibile storia dell'Isola delle Rose –, il romanzo
è la cronaca di un'impresa d'altri tempi in cui il titanismo dei
protagonisti sfocia in risvolti scioccanti: la neve è destinata a
tingersi di rosso.
L'America
è il più grande paese del mondo, a patto di non restare senza
soldi.
Non
fatevi ingannare dall'apparente gravità del tutto: La casa vicino
alle nuvole è sì un'angosciosa parabola di rivalsa sociale, ma
è soprattutto il quinto romanzo di Nickolas Butler. Entrato di
diritto tra i miei autori del cuore, lo scrittore americano non
delude le attese neanche questa volta: per me la sua voce continua a
essere una coperta calda e morbida. Amici, soci in affari e infine
complici, i tre protagonisti mettono le loro solitudini al servizio
dell'avventura. Benché antieroici, conquistano grazie alla consueta
umanità con cui vengono dipinti. È impossibile non tifare per loro,
non coprire i loro orribili misfatti, non desiderare di proteggerli
dal mondo circostante e soprattutto da loro stessi. Sboccati e
chiassosi, ma dal cuore tenerissimo, contemplano il cielo stellato –
in mutande, con una birra in una mano e una canna nell'altra – e si
confessano sogni di gloria e fantasticherie di ricchezza. Uno di
loro, ad esempio, vuole trasferirsi a Panama semplicemente perché il
nome del paese ha un bel suono. Ciò che resta delle loro fatiche
sono i ricordi, e lo scintillio commovente di una tomba lontana.
Sporco eccezionalmente di sangue, l'ultimo Butler racconta di
un'amicizia che minaccia di erodersi. Come si erodono gli animi, se
mangiati dalla cupidigia; come si erodono le montagne. È una lotta
contro il tempo, contro la morte, contro la Natura stessa, per
erigere un sogno su misura. O forse un incubo?
Il
mio voto: ★★★★½ Il
mio consiglio musicale: Led Zeppelin - Stairway to Heaven
Arriva
oggi in libreria, ma ho avuto il piacere di leggerlo in anteprima. È
un signor thriller, ma ho preferito non alimentare ulteriori misteri:
quanto mi sia piaciuto – con il suo carico di efferatezze,
l'umorismo nero e i personaggi memorabili – l'ho svelato man mano
su Instagram, durante i miei aggiornamenti di lettura. L'esordio di
Roberto Cimpanelli, produttore e regista cinematografico, è la nuova
dipendenza in cui gli amanti del genere non sapevano di incappare.
Rocambolesco, oscuro e marcio fino al midollo, è un bagno di sangue
degno del miglior Dario Argento che a sorpresa custodisce anche un
cuore letterario. In una Roma bella, caotica e truffaldina, popolata
di camioncini profumati di porchetta e cinema all'aperto, un serial
killer armato di rampino semina morti ammazzati sul lungotevere: le
vittime, col cranio trapassato e i bulbi oculari penzoloni,
appartengono alla feccia peggiore. Tutte schedate per reati sessuali,
dalla pedofilia alla violenza domestica, vengono giustiziate da un
vendicatore fedele alla legge del taglione. Ad apparire fuori posto,
tuttavia, è l'omicidio di una perpetua nella parrocchia che fu
teatro di una strage degli innocenti: chi voleva colpire realmente
l'assassino; quei delitti erano forse stati attribuiti alla persona
sbagliata, un maestro di musica poi morto suicida? Tre personaggi
diversi come il giorno e la notte, vecchi amici separati da un antico
senso di colpa, sono chiamati a indagare: l'indagine sarà di quelle
poco ortodosse.
Stanotte
noi facciamo un giuramento: questo Male che non finisce mai, che non
ha pietà di nessuno e che rinnega Dio, rispetta e teme solo chi ha
il coraggio di sfarlo con le sue stesse armi. Noi saremo peggiori di
lui, danneremo le nostre anime e lo distruggeremo, qualunque cosa
sia.
Tormentato
da incubi, Herman ha abbandonato il suo ruolo in polizia per
dedicarsi a una piccola libreria. Di madre americana e padre
italiano, cresciuto nella Nantucket di Melville, si è rifugiato in
una quieta routine e nel letto di innumerevoli amanti per sfuggire
all'inquietudine. Abituato ormai a barcamenarsi tra la clientela e i
pochi dipendenti – l'adorabile Francesca, studentessa
universitaria, e sua zia Giulia, ex professoressa dalla bellezza
sfiorita –, il protagonista non avrebbe mai immaginato di ricevere
a domicilio degli inquietanti DVD: inquadrature in soggettiva, con
l'ausilio di una GoPro, dove le mani guantate dell'assassino
commettono gli atti più esecrabili. Coinvolto suo malgrado in un
nuovo turbine di violenza, Herman si unisce alla vecchia task force:
riallaccia i rapporti con l'affezionato Walter, ispettore pronto a
volare a Cuba per drammatici problemi di salute, e rivaluta la
fedeltà di Gaetano, commissario in età da pensione rimasto da poco
vedovo. Roberto Cimpanelli scava nel loro passato, nella loro psiche,
nei loro demoni. Con generosità, impreziosisce il suo esordio con
tre personaggi che fanno la differenza. Al centro di un'indagine
privata, macchiano le loro fedine penali pur di far trionfare la
verità. Fragilissimi, si sono rivolti ora alla fede, ora alla
psicoterapia per venire a patti con le proprie coscienze. Ma la
ricerca del serial killer diventa per loro un'ossessione viscerale,
motivante, che rinsalda amicizie tramontate nonché un disperato
attaccamento alla vita. Impari a chiamarli per nome, vuoi loro bene,
e poco importa la conta delle loro colpe grandi e piccole.
Moby
Dick è un falso obiettivo per cacciatori dilettanti: noi siamo un
abisso senza fine, noi vaghiamo nelle tenebre.
Anche
a costo di diventare un po' prolisso, La pazienza del diavolo si
prende tutto il tempo necessario per approfondirli Compressi come
pentole a pressione, per fortuna hanno diritto ad allegri momenti di
distensione: il segreto di questo romanzo, per me, è un clima
cameratesco, virile, godereccio, che aiuterà anche a metabolizzare
gli aspetti più indigeribili – e perché no, meno riusciti –
dell'epilogo. Partito come un rigoroso giallo all'italiana, il
romanzo si apre nel prosieguo a gustosi sprazzi horror – la cognata
di Walter, Estrella, ha infatti legami con la Santeria – per poi
sfociare brevemente nella spy-story, con la comparsa di un'eminenza
grigia con un ruolo clou nel nostro Paese di mezze verità. In
quest'esordio, denso ma imperfetto, si ha l'impressione che qualcosa
succeda troppo sbrigativamente e che qualche colpo di scena
intuibile, al contrario, venga trascinato troppo per le lunghe. In
ogni caso, poco importa: animato di desideri perversi e ferocia, La
pazienza del diavolo si divora
con impazienza grazie allo stile scorrevole di un autore che conosce
alla perfezione i meccanismi dell'intrattenimento. Nero come la pece,
è sì un luogo orribile, ma è rischiarato dalla giovialità di tre
brutti ceffi che non vedo l'ora di incontrare in un secondo capitolo.
Il libraio Herman D'Amore, che ha i dilemmi etici di Moby
Dick scritti nel destino,
conosce come le proprie tasche la lotta tra Achab e la balena; l'ha
somatizzata. Chi bracca chi? Chi è il bene, chi il male? Pur sapendo
che nell'abisso c'è posto per entrambi, la caccia resta aperta.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Radiohead – I Promise
Ho
scoperto che leggerlo è uno dei piaceri della vita. Quando termino
una sua storia, ho sempre il desiderio di chiacchierarne con lui
davanti a una birra. Di romanzo in romanzo, infatti, è difficile non
affezionarsi al suo tono di voce e alla sua compagnia. Ci sono quegli
autori a cui, se si potesse, ruberesti a man bassa il segreto
dell’ispirazione perpetua. E ci sono altri come Nickolas Butler,
più rari ma non per questo meno preziosi, che vorresti avere la
fortuna di considerare amici. In un mondo perfetto, saremmo
abbastanza in confidenza da scambiarci le esistenze durante le
vacanze: lui in Italia, io negli Stati Uniti, per realizzare così il
pensiero che ogni volta mi attanaglia a fine lettura. Posso
trasferirmi in Wisconsin?
Per
favore, faccio sul serio: metto poche cose in valigia, prendo e
parto. All’arrivo, in fondo, troverei tutto quello di cui ho
bisogno. Ecco le villette degli anni Cinquanta, ecco il profumo di
hamburger e crostate fragranti, ecco i cieli immensi. Sui rami ci sono fili di lucine natalizie, anche a festività finite, e nelle
grigliate si brinda con una lattina ghiacciata stretta nel
pugno. Ma badate bene, non è tutto oro quel che luccica, non siamo
in un episodio della Casa nella prateria: si inizia a fumare
prestissimo, all’età di nove anni; la noia esistenziale spinge tra
le braccia del vizio o in poltrona, a sorbirsi svogliatamente soap
opera su soap opera; i giovani tagliano la corta quanto prima, e lo
testimoniano le strade spopolate, i negozi sfitti, i banchi vuoti. Il
passaggio dei treni, metronomi per eccellenza della vita
notturna, inoltre fa vibrare un po’ i letti e le chincaglierie
nelle cristalliere. Seppure tra alti e bassi, i personaggi di Butler
non saprebbero mai rinunciare al fascino di queste atmosfere
malinconiche. E io con loro.
Sempre
più spesso, Lyle scopriva di trovarsi a proprio agio nel silenzio,
accanto ai suoi cari, senza cercare di risolvere problemi o
rispondere a domande, limitandosi piuttosto a imparare a vivere in
maniera più leggera, ad amare più intensamente, a mangiare meglio
e, di sera, prima di andare a dormire, a leggere gli scaffali e
scaffali di libri che, gli era tristemente chiaro, non sarebbe mai
vissuto a lungo da aprire, quegli uccelli dalle ali bianche
appollaiati sul suo petto alla pallida luce dell’abat-jour, in
attesa che un polpastrello inumidito ne scorresse con delicatezza le
pagine sottili, le voltasse liberando storie e poesie e miti in esse
contenute.
Si
parte in medias res, con una scena da film: Lyle – sessantacinque
anni, quaranta dei quali passati accanto alla moglie Peg – gioca a
nascondino in un cimitero. Conta sulla tomba del primo figlio, morto
a nove mesi, mentre il piccolo Isaac corre a nascondersi. L’anziano
segue il nipotino fra le lapidi di concittadini un tempo conosciuti e
stimati, e inevitabilmente pensa alla vita, alla morte e al mistero
che c’è nel mezzo. Il protagonista sembra l’eroe della porta
accanto di un film di Clint Eastwood. Temprato dal lavoro fisico, è un tuttofare in pensione che non
rinuncia comunque a rendersi utile: è un padre e un nonno amorevole
– il legame con la figlia Shiloh, adottata in tenera età, non ha
nulla da invidiare ai rapporti di sangue –, un amico
presente – da quando a Hoot è stato diagnosticato un
cancro, le visite di cortesia sono diventate innumerevoli –, un
lavoratore instancabile – raccoglie in nero mele in un frutteto,
soprattutto per il piacere di mangiare i frutti direttamente
dall’albero. Benché alla religione organizzata preferisca i
rapporti di buon vicinato, non rinuncia comunque alla routine della
messa domenicale: ama il canto corale, la volta dipinta sotto cui ha
conosciuto Peg, i sermoni di un prete che prima della conversione era
un pescatore in Alaska. Ma l’incostante, detestabile
Shiloh, a un certo punto, decide che il credo del padre non è
abbastanza: membro di una chiesa aconfessionale e legata a Steven,
leader con smanie da rockstar, la ragazza trascinerà i parenti
nell’incubo del fanatismo religioso. Il cagionevole Isaac, portato
in giro come un fenomeno da baraccone, è davvero un guaritore? La
preghiera cura più della medicina? Si può amare una
persona pur disapprovandone le scelte? Ha inizio un braccio di ferro
straziante, dove credenze diverse diventano motivo di dissidio.
«Mi
pare di non riuscire a tenermi strette le cose. Mi pare di non
riuscire a farle andare più piano».
«Ti terrò
stretto io» affermò Peg.
Continuarono a dondolare nella notte
estiva, con il cemento sotto i piedi caldi e umidi […] Lyle voleva
dire: Sentirò la sua mancanza, ma temeva che se avesse pronunciato
quelle parole ad alta voce si sarebbe messo a piangere. Così le
trattenne fra le labbra, dove si gonfiarono e si espansero; gli parve
di avere il cranio appesantito e il cuore fragile, allora chiuse gli
occhi e avvertì le braccia della moglie che lo avvolgevano nella
maniera in cui un bambino potrebbe abbracciare un albero, e la
strinse ancora di più a sé.
Già
paragonato spesso al compianto Kent Haruf, Butler trova casualmente
lo stesso traduttore dell’amato scrittore del Colorado – Fabio
Cremonesi, calzantissimo – e la tematica spirituale già presente
in Benedizione. Dopo Shotgun Lovesongs e Il cuore degli uomini, conferma qui il suo dono più grande: l’emozione.
Dalla resa vivida dei paesaggi campestri alla quotidianità dei
protagonisti, dal filosofeggiare sulle gioie del sonnellino alle
riflessione sul divenire della natura, ogni dettaglio vibra di
sentimento. E spinge di conseguenza le schiene a vibrare, a
palpitare, sotto le scosse di sospiri profondi che nell’epilogo
diventano pianti. Questa volta a fare da cassa di risonanza c’è
l’aggiunta di un protagonista speciale – uno di quegli anziani da
adorare, dolci ma agguerriti –, che alla bellezza
dell’elemento rurale affianca un altro tema che su di me ha presa
facile: la senilità. Lyle non si arrende all’inazione della
vecchiaia. Il suo cuore non vuole saperne di smettersi di angustiarsi
o battere. Lasciarsi andare alla preghiera significa forse tradire
il suo senso pratico? Appassiona, allora, il suo tentativo di salvare
un bambino dall’ignoranza dei tutori. E commuove oltre il dicibile
il tentativo di salvare il meleto dal gelo, alimentando improbabili
falò. Nel Wisconsin, all’improvviso, le temperature primaverili
possono cedere il passo a una violenta tormenta. Come prodigarsi per
salvare il salvabile?
Qualunque
sia il vostro rapporto con la chiesa – il mio è pressoché nullo
–, non lasciatevi scoraggiare dall’argomento. Uomini di poca
fede incoraggia a credere nel prossimo, non nel divino, e ad
arrendersi al fatto che – non importa se lo si chiami karma o
speranza – il bene che facciamo, alla fine, ci ripagherà con la
stessa moneta. Sul solito sfondo irrinunciabile, pur ispirandosi a
una brutta vicenda realmente accaduta, Butler sa confezionare il
solito romanzo bellissimo. Sulle diverse accezioni della parola
gregge. Sui pacifici ma struggenti gesti di opposizione della
gente qualunque. Su momenti semplici e perfetti, in cui sarebbe
splendido stabilirsi vita natural durante. Aspetterò il suo ritorno in
libreria come si aspettano i miracoli.
Il
mio voto: ★★★★½
Il
mio consiglio musicale: Johnny Cash – You Are My Sunshine
| L'età straniera,
di Marina Mander. Marsilio, € 16, pp. 206 |
Milano città. L'insopportabile pigrizia delle vacanze estive. Il
desiderio di fare una scappata sulla costa ligure per il piacere del
mare nella bella stagione. In una famiglia disfunzionale
ma di larghe vedute – di quelle con i preservativi in un cestino
all'ingresso –, lo
scostante Leonardo prova gusta nel dare sui nervi a una mamma troppo
speranzosa e al suo compagno, un anonimo tassista amante dei passi a
due. D'altronde, comprendiamolo: ha diciassette anni e ogni diritto di
avere il mondo contro. Figlio degli anni Novanta e della democrazia
progressista, patisce l'ingombro della verginità e la frustrazione
per i sogni di gloria mancati: si sognerebbe l'epigono ribelle di
Kurt Cobain, a cui somiglia perfino un po' per via della zazzera
bionda, ma a rubargli il nirvana sono i drammi
quotidiani. Prima il suicidio del padre, eterno Peter Pan scomparso
in mare con addosso il suo pigiama migliore; poi la convivenza
forzata con Florin, ragazzo dell'Est accolto in casa per
l'inguaribile spirito da crocerossina della capofamiglia. Se Leo non è abbastanza adulto, Florin non è abbastanza bambino. Il nuovo compagno di stanza si prostituiva: ha piedini di fata, mani
lunghe per soddisfare i piaceri altrui, frequenta cinema a luci rosse e quartieri sconosciuti.
Accondiscendente fino al fastidio, si nutre di dolciumi
preconfezionati e attira occhiate ora indifferenti, ora indignate. Il
gatto di casa, un randagio, lo riconosce come padrone. La sofferenza degli altri, però, ci rende persone migliori?
Noi
siamo una famiglia di larghe vedute e questo è un fatto importante
perché, a forza di guardare più in là, è diventato sempre più
difficile guardarsi negli occhi.
Se
lo domanda a lungo il protagonista, che dovrebbe usare la compagnia
di Florin – brutto e sfigato, citandolo – a proprio vantaggio.
Con queste premesse potrà forse nascere un'amicizia sincera? Leo ci
prova. E prova anche con l'analisi, con la marijuana a scopo
terapeutico, ma la rabbia di vivere lo segue perfino in incubi dov'è messo sotto processo. Lui il giudice, lui l'accusato,
lui l'accusatore.
L'età straniera, finalista al Premio
Strega, è l'apprendistato di un adolescente che deve capire come
gira il mondo. Il narratore non crede nei mezzi termini, nelle
sfumature di grigio, ma nella giustizia sì. Suona disilluso e
antipatico, un nichilista provetto, ma fra sé e sé nutre speranze
esagerate verso il futuro. Al contrario degli adulti, che gli
insegnano il bene ma soprattutto l'utile. Al contrario del
coinquilino extracomunitario, che parla poco perché in Italia purtroppo non ha
voce. La scrittura verbosa e cervellotica di Marina Mander ci porta
nel clou dell'irrequietezza. In un'età che sputa fuori parole ciniche e parole d'amore, riflessioni amareggiate e finali
preferibilmente dolci.
E
tu, Iwazaru, riesci a capire quanto mimetizzarsi sia vantaggioso?
Bastano cento parole di vocabolario, dieci capi di vestiario, due o
tre accessori non troppo cafoni, sono sicuro che mamma saprà
indicarti quali, e tutti vedranno in te una personcina affidabile;
confezionati bene anche se hai l'inferno dentro, impara un altro modo
di spaccarti in due, ma senza mai darlo troppo a vedere, mi
raccomando, è questo l'essenziale. E se dentro di te ci fosse
davvero il nulla, rivestilo di diamanti.
La
sua lingua, ben affilata contro il perbenismo e il politicamente
corretto, spesso suona artificiosa. Mi ha ricordato quella
di una Mazzantini più lieve ma a tratti irritante, fatta di
allitterazioni e giochi, di stridori e parolacce. È la scrittura, in
effetti, a dare il vero guizzo – una parvenza fortemente autoriale
– a una commedia edificante a proposito di crescita e integrazione che al
cinema vedrei bene sotto la direzione del bravo Francesco Bruni. Ma è proprio la
scrittura, originale perché ardita, a non avermi conquistato.
Benché
l'autrice parli a nome di un diciassettenne senza falsi moralismi né
censure, regalandoci nell'ultima parte la struggente lettera che Leo
indirizza a sé stesso per il futuro, il suo romanzo di formazione resta un paradosso. Incentrato sul dialogo fra culture, di
dialoghi ne ha stranamente pochissimi. Il protagonista e Florin non si parlano
neanche a gesti. Il narratore, straripante e megalomane, ma almeno onesto, parla per tutti e due. I voli pindarici e gli
sproloqui: quelli del Giovane Holden. Come già
successo con il classico di Salinger, ne ho apprezzato la compagnia a
piccole dosi, più in teoria che in pratica, trovandolo non sempre
godibile eppure toccante nel suo imperscrutabile diritto all'egoismo.
Perché Leo storpia il nome di Florin in Iwazaru, lo chiama scimmia
per disprezzo, ma intanto si commuove davanti ai primati in gabbia allo zoo.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Jovanotti – Mi fido di te
Ottocento
abitanti, un orizzonte suggestivo di montagne e vallate, la notte che
cala prestissimo e ti invoglia a rifugiarti nella sicurezza di casa
tua durante il rigore dell'inverno. Il soggiorno a Serana, villaggio
immaginario dell'Alta Val di Susa, si prospetta un paradiso o forse
un inferno? Se da un lato affascinano gli sfondi innevati e la
promessa di tranquillità, soprattutto se in fuga da un terribile
dramma familiare, dall'altro insospettiscono i bisbigli diffusi e le
credenze popolari: anni e anni di Twin Peaks o Silent Hill,
gialli d'atmosfera in stile La ragazza della nebbia, ci hanno
infatti invogliato a diffidare dalle false regole di buon vicinato e
dalle insidie meteorologiche delle città dell'estremo nord.
Prevedibilmente, la protagonista Ada non troverà pace accanto al
figlio Giacomo. Sono tornati da Londra con la coda fra le gambe. Un
trasferimento che è un'autentica retrocessione, pur di fuggire a
malori che tutti reputano ormai psicosomatici. Bella e snob,
giudicata non a torto un pericolo per le donne sposate, Ada
all'inizio appare libera come il vento: le pillole sotto prescrizione
del terapeuta al mattino, una telefonata alla mamma se c'è bisogno
di andare a prendere il bambino a scuola dalle suore, ed eccola che
può finalmente staccare la spina. Riprendere i contatti con i vecchi
amici e gli ex fidanzati coi quali ha sperimentato il brivido
proibito delle prime volte, seguire le lezioni di ceramica a dispetto
delle mani un po' tremanti, considerare il sesso riparatore il
miglior oppiaceo. In ordine sparso si intrometteranno: le irruzioni
di un animale notturno, forse una volpe, responsabile del giardino a
soqquadro; la sparizione a Halloween della piccola Jennifer, uno
scricciolo vestito da Sposa cadavere che riapre ferite mai del tutto rimarginate; le crescenti stranezze
di Giacomo.
Quando
eri piccola tuo padre si divertiva a cambiare ogni volta qualche
particolare alle storie che leggeva. Cappuccetto rosso baciava il
lupo che si trasformava nel principe azzurro, la carrozza non
trasportava Cenerentola al castello ma in un reame incantato, dove
diventava la regina delle fate. Non sapevi mai che cosa sarebbe
successo e a ogni passaggio inatteso ti brillavano gli occhi per
l'eccitazione. Adesso, invece, ti piacciono solo i film che hai già
visto, o le storie che conosci a memoria. Ora sai che le sorprese
sono quasi sempre cattive.
Come
spiegarsi gli occhi rossi e i vaneggiamenti del figlio? Il primo
pensiero va all'abuso di televisione e PlayStation, ma è dettato dal
pressappochismo di genitori che al giorno d'oggi vedono soltanto
quello che vogliono vedere. I luoghi comuni sull'infanzia, e non
quelli oscuri. Il bambino ha una vita segreta che neanche immagina:
fa scherzi alle amiche antipatiche, distrugge trenini e Barbie,
simula tempeste di sabbia inalando cannella in polvere e funerali
attraverso la sepoltura di bestiole mutilate. Si spinge, soprattutto,
in cima a quel castello inaccessibile: nel Cinquecento, la prigione
di un negromante che scherzava con le rune e il fuoco. A guidare quel
bambino introverso, bilingue, dall'incarnato più scuro degli altri –
il padre, Bashir, è un chirurgo pakistano –, è un Lucignolo che
sfida l'altezza delle grondaie e apostrofa Giacomo con nomignoli
femminili quando si tira indietro. Ha i capelli rossi, si chiama
Robi: peccato che a scuola dicano di non conoscerlo. Sulla splendida
copertina citano Durrenmatt e Ammaniti, paragoni certamente calzanti,
ma Non sono sono stato io
mi ha ricordato più The Babadook
e Goodnight Mommy:
horror su genitrici imperfette e bambini incorreggibili, dove ogni
cosa è intuibile, molto è lasciato alla libera interpretazione del
fruitore e, finale frettoloso a parte, le singole sequenze si fanno
divorare in una spirale crescente d'angoscia.
I
bambini non sanno di essere crudeli.
Erano
anni che non mi capitava di leggere un romanzo tutto d'un fiato. Il
merito spetta alla bravura di Daniele Derossi – l'omonimia con il
calciatore è puramente casuale –, che riesce a incastonare una
storia di per sé poco originale su pagine, su fondali, che fanno la
netta differenza. Non s'inventa niente dal niente, Non sono
stato io. Importano più il come del perché. I colpi di scena a
volte tali non sono: lettori e personaggi, a lungo, hanno quasi un
diverso grado di conoscenza sui fatti, e le svolte shock scuotono più
loro che noi all'alba di nuove consapevolezze. Nella scrittura di
Derossi, guizzante come la coda della sanguinaria gatta Messalina, si
alternano capitoli in seconda persona, botta e risposta degni di una
sceneggiatura cinematografica, sbobinature di interviste
giornalistiche.
Nella
sua Serana fondamentalmente intollerante nei confronti dello
straniero le paure ancestrali oscillano dai lupi alle streghe arse
vive ai tempi dell'Inquisizione, fino alle carovane di zingari e
giostrai: perfino il macellaio, nel retrobottega, farnetica di
alchimisti, ufo e altre leggende urbane. L'autore, senz'altro
accattivante, ha l'arma a doppio taglio della brevità e scarsa
fantasia con i nomi di battesimo – in duecento pagine, ho notato
sorridendo sotto i baffi, incrociamo ben due Davide e gli interessi
amorosi di Ada si chiamano Sergio e Giorgio a rischio di creare una
certa confusione. La sua indagine poliziesca, sociologica,
antropologica tiene mirabilmente in considerazione, tuttavia, gli
stati d'animo, le coloriture dialettali, la percezione del diverso
presso regioni in maggioranza leghiste, e il prodotto finale è una
di quelle fiabe gotiche che tengono per sé il discrimine fra
disturbi mentali e fenomeni paranormali, thriller psicologico e
horror puro. Una lettura di confine, a confine: fra generi
d'intrattenimento e, nel congedo, fra disperazione profonda e
speranza.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Lucio Dalla - Attenti al lupo
|Sotto il falò, di Nickolas Butler. Marsilio, € 17,50, pp. 236
|
Ero
qui e lo aspettavo, come aspetto l'inverno quando fuori è troppo
caldo. Peccato, un po', che lo scrittore proveniente dal Wisconsin
con amore abbia deciso di tornare a farmi visita in piena estate. Gli
si addicevano di più i giochi di luce del caminetto, le camice di
flanella a quadri, la barba incolta sulle guance e l'indie folk in
cuffia. Ma quando un ospite d'eccezione come Nickolas Butler ti si
presenta alla porta, sebbene fuori stagione, con quale coraggio non
gli dici prego, entra pure, il mio divano è il tuo divano? In te,
l'eccitazione mista a curiosità di chi non lo leggeva da un anno e
mezzo: prima ancora ce n'erano voluti a loro volta due, di anni,
affinché Il cuore degli uomini raggiungesse
Shotgun Lovesongssul mio scaffale – accanto, come fossero vecchi amici al bar, gli si
stringono Kent Haruf, Tom Drury, i nostri Cognetti e Camurri, e quel
Raymond Carver a cui una specie di timore reverenziale mi impedisce
ancora di approcciarmi. Sono tutti parte, alla lontana, della stessa
scuola: uno stile frugale, minimalista, ridotto all'osso e al cuore
dell'emozione; la condivisione con i lettori di aneddoti, suggestioni
sparse e tranche de vie
dal retrogusto dolce-amaro. Scrivono romanzi in serie e autobiografie
mancate, in molti casi, ma appartengono per indole alla dimensione
della short story: dove l'essenzialità è la risposta. Non
sorprende, perciò, che il ritorno di questo cowboy romantico avvenga
proprio all'insegna del racconto – forma narrativa mai
particolarmente apprezzata con cui tuttavia, prestando fede ai buoni
propositi per l'anno nuovo, sto prendendo pian piano confidenza.
«Nonno,
che sapore ha la pioggia?» domandò il ragazzino.
«Di
nuvole, immagino. La pioggia sa di nuvole.»
In
un bosco in prossimità di una chiesa sconsacrata, la notte più
lunga viene illuminata con le cataste di legname della "festa della
motosega": fra violinisti e tossici, si consumano tradimenti e porzioni di maiale arrosto. E nel mezzo di una natura
rischiarata, violata, ci sono due hippy che si sono scelti a vicenda
un nome nuovo, ma non il destino spaventoso di genitori. Mamme e
padri: si nasce o si diventa? E nonni affettuosi, se una figlia
inaffidabile ci lascia in custodia un nipote semisconosciuto e un
pomeriggio di pioggia da bere, di venerdì, dimenticandosi poi di passare
a riprendere il bambino? Sven e Lily si fanno compagnia e si traviano
a vicenda, invece, secondo i dettami di un codice tutto al maschile; altri tre amici per la
pelle – due coltivatori in via di estinzione e uno yuppie che torna
a trovarli solo nei fine settimana – sognano funghi, sorgenti
artesiane di birra e, nella follia di una notte alcolica dalle
conseguenze tragiche, si scoprono intimiditi dalla doppia natura e
dalle smanie borghesi di un topo di città nella sua ora d'aria;
una coppia ai ferri corti, il rito del frigo da svuotare all'indomani
della scomparsa della madre di lui: davanti ai Tupperware, agli
avanzi e ai ricordi a sprazzi, si celebra allora anche il
funerale della loro relazione. Cosa ne è il primo gennaio degli
alberi di Natale da buttare? Una pira da accendere sulla superficie
ghiacciata dei laghi, mentre due giovani amanti alle prese con le
prime idiosincrasie si danno a un'immersione nel buio fisica e
metaforica. Un anziano ecoterrorista allo stadio terminale tiene in
ostaggio uno spietato imprenditore: l'inquinamento sta divorando le
acque, la colpa è sua, e la espierà sorbendosi bicchieri di petrolio e vecchie
poesie; la commessa di un negozio di animali vittima di violenza
domestica e un'agente malata di Alzheimer fanno squadra contro lo
strapotere dell'universo maschile; un uomo, per amore di una donna in
fuga perfino da sé stessa, si prende cura delle figlie di lei e di
un gatto randagio, nonostante la legge e l'allergia dicano il
contrario; un diabetico in pensione, per sfuggire alla noia della
terza età, cerca un senso alle proprie giornate in un frutteto: una
mela al giorno toglie il medico di torno, e a sorpresa aggiunge dolcezza al matrimonio.
Quelle
notti, quando le dicevo che l'amavo, pronunciando parole che facevano
quasi male per quanto erano vere e grandi, credevo in loro quanto
credevo nel fiume. Ma non credevo in Sunny. Non credevo, per esempio,
che mi sentisse davvero, quindi la maggior parte delle volte in cui
le dicevo che l'amavo era come parlare a qualcuno che è già morto e
ti manca da impazzire, qualcuno con cui vuoi ancora confidarti ma ha
lasciato il mondo, tranne che nel ricordo o nell'idea che ne hai tu,
e ti assale come un fantasma.
Si
passano la staffetta uomini d'altri tempi e donne che o s'impuntano caparbiamente, o tagliano la corda. Dal finestrino
dei pick-up in corsa sfilano i silos, i campi coltivati, le rapide
del Mississipi, gli Amish in calesse, i reduci delle guerre di ieri e
di oggi, i cieli pieni di nuvole e di lucciole. Le volute dense di
quel fuoco che scalda, libera, distrugge. Le fiamme guizzanti
disegnano, così, storie che a volte piacciono da impazzire (Petrolio
dolce,Nelle contee
occidentali e Acqua
piovana), altre meno (Sven
e Lily, La gente dei
treni va piano). Ma Butler, in pillole, sa preservare per fortuna lo stesso calore, lo
stesso colore. Ti emoziona sempre, a modo suo. Anche se narrazioni ad
ampio respiro, guai a dirmi che non ho provato a ricredermi, fanno
comunque più fumo, e più luce. È il mese di luglio. Negli stabilimenti balneari, volendo, sopravvive qualche sparuto jukebox.
Sotto il falò è
recuperare monetine di rame dal fondo della tasca dei jeans e
concedersi così la quiete di dieci canzoni, di dieci storie. Cantano
di paternità, amicizia, memoria, coppie in crisi e vendette
trasversali. Suonano all'orecchio ora malinconiche, ora feroci. Da
centellinare con parsimonia nell'arco dell'intera giornata. Da
regalare a sé stessi quando ci si vuol concedere qualcosa per volersi bene – anzi, volersi meglio –, con i turisti che sciamano
via in massa, allarmati da lampi in vista che a te ispirano invece buonumore.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Passenger – Heart's on Fire
Una
metropoli che cresce. L'indiscreta poesia del bianco e nero.
Su
una Vespa, quando ancora non c'erano i caschi obbligatori o la paura
di cadere, scorazzano stretti stretti i
membri di una famiglia italiana. Immortalati in una foto d'epoca,
bellissima perché inaspettata. Lì, al crocevia della vita. L'affermato Giuseppe Lupo, che ho il piacere di leggere qui per la
prima volta, è da questa foto che ha immaginato una breve
saga familiare tra passato e presente. Chi sono i soggetti? A
descriverceli, negli anni del boom economico, la piccola di casa,
Vittoria: quella che, nel traffico, è un fagotto di neppure dodici
mesi sulle gambe di mamma. Quella mamma che, vittima di un misterioso
terremoto emotivo, ora giace in un letto d'ospedale e non ricorda
niente: nemmeno loro. La stessa che, mentre infermieri e medici
parlano di come si piazzerà l'Italia ai Mondiali, reagisce solo
davanti a un rettangolo di carta sbiadito.
«Piano
piano la spazziamo via questa montagna che ti pesa.»
Appena ventunenne,
nata dalla gioia di far pace dopo musi lunghi giorni e giorni (tutta
colpa di un misterioso sbaffo di rossetto sulla camicia del capofamiglia), Vittoria è la sorella minore di Bartolomeo, detto
Indiano, che ha gli occhi tristi e una spiritualità vacillante. Come sono usciti due figli simili, cupi e
insicuri, da una coppia di innamorati che ai tempi d'oro sognava di
sfidare il mondo a passo di danza? Gli anni del nostro incanto
sono quelli della Cinquecento per far visita ai nonni, più a sud; del luccichio irresistibile della Rinascente e dei primi
pensieri per i danni dello smog; dell'uomo a passeggio
sulla luna in uno tutone immacolato. Quando Milano era una promessa rosea, senza manifestazioni giovanili e senza
terrorismo, con i capelli ben fissati dalla
brillantina e genitori che continuavano ad amarsi di un amore che,
nei figli, suscitava insieme invidia e imbarazzo. Come se non ci
fossero mai state le liti per un agosto altrove o la cucina da
comprare dal nuovo, le mezze parole che lasciano intatta la
minestrina a cena, i dolori che ti pietrificano di punto in bianco davanti alla tivù. Mamma, soprannominata Regina, fa la parrucchiera: è una
veneta testarda, signorile, un po' distaccata. Papà Louis, "terrone" giunto in Lombardia per la leva militare, fa l'operaio: lo
sguardo sollevato verso un cielo atomico, le braccia da boxeur
dilettante, il pallone di domenica pomeriggio.
«Siamo
venuti a Milano per essere all'altezza di questi anni. Tu capisci?
All'altezza di questi anni.»
Lupo,
con una sensibilità sorprendentemente femminile, firma
150 pagine – poche, uno direbbe – in cui eppure stanno a
pennello il generale e il particolare, la cronaca e Sanremo, i drammi di Vittoria e i nostri.
Emozionante, intimo, con la prodigiosa memoria degli elefanti. La migliore forma del raccontare, infatti, è il ricordo. Non c'è una
parola superflua, così. Non c'è un'esistenza – si retrocede nelle
generazioni, perfino – lasciata indietro. E non c'è vigile urbano a
fischiarli, in quella domenica mattina in cui si festeggia la
sbarluscenza della Madonnina.
Alla ricerca della via Gluck. Di Dio, vivo o morto che sia. Delle
scie sovietiche nel blu dipinto di blu.
Sono
gli uomini a fare i roghi, piccola. Ci hanno sempre bruciato. Ora ci
bruciamo da sole. Non per morire, ma per mostrare le nostre
cicatrici.
Titolo:
Le cose che abbiamo perso nel fuoco
Autrice:
Mariana Enriquez
Editore:
Marsilio – Farfalle
Numero
di pagine: 208
Prezzo:
16, 50
Sinossi:
Piccoli
capolavori di realismo macabro che mescolano amore e sofferenza,
superstizione e apatia, compassione e rimpianto, le storie di Mariana
Enriquez prendono forma in una Buenos Aires nerissima e crudele,
vengono direttamente dalle cronache dei suoi ghetti e dei quartieri
equivoci. Sono storie che emozionano e feriscono, conducendo il
lettore in uno scenario all’apparenza familiare che si rivela
popolato da creature inquietanti. Vicini che osservano a distanza,
gente che sparisce, bambini assassini, donne che s’immolano per
protesta. Quello di Mariana Enriquez è un mondo dove la realtà
accoglie le componenti più bizzarre e indecifrabili della natura
umana, e dove il mistero e la violenza convivono con la poesia. Sullo
sfondo di un’Argentina oscura e infestata dai fantasmi, con la sua
brillante mescolanza di horror, suspense e ironia, Le cose che
abbiamo perso nel fuoco ha fatto di Mariana Enriquez la risposta
contemporanea a Edgar Allan Poe e Julio Cortázar, la voce più
interessante della nuova letteratura sudamericana. Una voce intensa e
diretta, che racconta di personaggi brutali e talvolta buffi
trascinando il lettore in una spirale fascinosa e disturbante, cui è
difficile resistere.
La recensione
Mi
vengono in mentre The Babadook, A Girl Walks Home Alone at
Night, Under the Shadow. Tre film del circuito
indipendente, di donne o sulle donne, a riprova di come l'horror
contemporaneo abbia smesso di essere un genere declinato soltanto al
maschile. Si affermano registe e scrittrici di talento. Prendono
piede storie dallo sguardo profondo, femminile, che portano
l'orrore a un livello diverso. Fatta eccezione per la bellissima
opera prima di Jennifer Kent, australiana che scandagliava i demoni
della perdita, non ho trovato le parole per parlarvi delle vampire in bianco e nero venute
dall'Iran o dei soffitti sbrindellati a Teheran. Mi
sono piaciuti, ma qualcosa sfuggiva. Una simbologia sconosciuta,
un contesto lontano, la politica tra le righe.
Spostandoci dal Medio
Oriente a Buenos Aires, potrei dire lo stesso della raccolta di Mariana Enriquez. Le cose
che abbiamo perso nel fuoco prende
il titolo dall'ultimo di dodici racconti brevi e brevissimi – a mio
dire, il migliore. Troviamo, in ordine sparso, mendicanti
ridotti a carne da macello; case abbandonate; le spaventose allucinazioni indotte dalle droghe, dalla stanchezza di un neonato che non smette di
frignare, da un licenziamento che ci ha lasciato gli psicofarmaci al
posto della buona uscita; gli amici che si barricano in casa e dicono
addio al mondo, le amiche che si perdono e le conoscenze superficiali
che ci traviano; i segreti dell'acqua stagnante e di fiamme che
divampano da sé, per opporsi a alla caccia alle streghe.
Con parole di fuoco la Enriquez descrive gli
altarini ai bordi delle strade, le chiese profanate, gli orfani
cresciuti nella deformità.
C'è un sole rosso in
cielo. Nella raccolta, ville decadenti e mercati coperti, fantasmi
vendicativi e divinità pagane. Le cose che abbiamo perso
nel fuoco è crudele, altero,
nero. Fastidiosissimo, con immagini scabrose e dettagliate, ma mai
insostenibile. Sarà che ha una prosa che
affascina intimamente. E i mostri marini di Lovecraft, e i bambini
curiosi del primo King, e la psicologia di Allan Poe. Si beve tutto d'un
fiato, con il rischio che possa strozzarti – spaccato autentico di
un Paese amorale, che ha vissuto più dittature che giorni di pace.
Restano i teschi ornati di lucine, le donne sfregiate con l'acido,
militari dal pugno di ferro che molestano le cameriere nell'indifferenza generale. Alcuni episodi sono miratissimi, di altri ho fatto fatica a capire il messaggio. Ho
sussultato e mi sono detto sì, e allora? Qual è il prosieguo? Qual
era il punto, ché forse mi sono distratto un attimo? A volte, come
nei film citati, manca la chiave di lettura; altre, invece, la si
intuisce a colpo d'occhio. La curiosità non viene appagata in
quei racconti che finiscono coi punti di sospensione e una pagina
bianca. Allora non restano che la suggestione e l'inquietudine della
sirena Enriquez – una che denuncia, divide, terrorizza. E, del
fuoco delle pire della sua Argentina, la bellezza sinistra delle cicatrici.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Johnny Cash – Ring of Fire
Il
mondo è pieno di uomini cattivi, ma se sei pronta, e se sei forte,
allora non possono coglierti alla sprovvista, e tu non avrai paura. E
quando verranno a bussare alla tua porta nel cuore della notte e tu
sarai lì per accoglierli con tutta la luce che hai dentro, tutta la
forza di cui disponi, saranno loro a ritirarsi nelle ombre. L'ho
visto succedere. Devi trasformare la tua luce in un fuoco.
Titolo:
Il cuore degli uomini
Autore:
Nickolas Butler
Editore:
Marsilio
Prezzo:
€ 19,00
Numero
di pagine: 409
Sinossi:
Nelson
dorme da solo, nella tenda che lo ospita per la quinta estate
consecutiva al campo Chippewa. Le sue medaglie da giovane scout, la
bravura nell'accendere il fuoco, la straordinaria abilità con cui
all'alba suona la sveglia con la tromba non sono il massimo per farsi
degli amici, a tredici anni. Solo Jonathan, il ragazzo più popolare
della scuola, sembra concedergli stima e attenzione; è l'unico a
ricordarsi del suo compleanno, l'unico ad aiutarlo quando i bulli del
campo vorrebbero vederlo annegare nella latrina. Nelson e Jonathan
non possono ancora saperlo, sul finire di quell'estate del 1962, ma
la loro amicizia sopravvivrà al tempo. Ai problemi in famiglia, alla
durezza dell'Accademia militare, agli orrori del Vietnam. E più di
trent'anni dopo, i due ragazzini del Wisconsin diventati ormai adulti
si ritroveranno a discutere di lealtà e ipocrisia, di generosità ed
egoismo, delle crepe del matrimonio e dell'abisso della guerra,
davanti al figlio di Jonathan, Trevor, e a un numero di bicchieri di
whisky di cui non è facile tenere il conto. Di padre in figlio, tre
generazioni di uomini dovranno confrontarsi con gli equivoci del
proprio coraggio e della propria vigliaccheria. E dinanzi alle sfide
della vita, con le sue ambigue domande sul bene e sul male e i suoi
falsi eroismi, nell'abbraccio di una natura primitiva e magnifica,
sarà una lezione d'amore a illuminare il cammino, come quella
lanterna che era l'ultima a spegnersi nella notte del campo Chippewa.
La recensione
“Siamo stati tutti ragazzini, all'inizio.” Prima che il mio portatile decidesse di spegnersi senza un
perché, appuntavo metodicamente su un foglio Word le immagini e le
riflessioni che il romanzo in lettura mi ispirava. Falò e zanzare,
striptease e foglie rare usate come segnalibro. Faccio così quando
tengo tantissimo a un titolo e ho paura che le cose essenziali e
quelle superflue, parimenti indispensabili per chi può dirsi già
fan, mi sfuggano di mente. Vorrei mettere insieme e alla rinfusa
tutti i tasselli. Preferirei che le istantanee di un'estate lunga
cinquant'anni non ingiallissero, seguendo l'ordine naturale delle
cose e delle mie letture, nella soffitta della memoria. Ho sezionato
Il cuore degli uomini. Ne ho
schematizzato i segnali vitali, la mappatura delle vene, ma di quella
disordinata cartella clinica che sembrava un disegno astratto ha
fatto purtroppo carta straccia l'aggiornamento automatico. Non avevo
salvato. Mi trovo punto e a capo. A far mente locale, tirando
gelosamente a me i cocci. A dire che forse gli ho preferito Shotgun Lovesongs – ballata struggente
di musicisti e sceriffi, che Dio solo sa quanto amai –, ma che di
Nickolas Butler adoro la voce e le contraddizioni. Probabilmente, nel
documento perduto avevo ribadito la mia indole da pantofolaio e la
vaga avversione per la vita nel verde espressa in merito al bel Le otto montagne: altra storia di
amicizie maschili (ho fatto il Classico, le ragazze battevano i ragazzi sedici a quattro), radici (figlio di un militare, non ne ho mai messe di mie e
ne sento la mancanza raramente, ad esempio in casi come questo) e
crescita (per quello, mi illudo, ho ancora tempo). Se l'esordio di
Butler aveva un sapore quasi cinematografico, Il cuore
degli uomini è un lungo coming
of age nel solco del sogno americano. Ci sono i pregiudizi
inossidabili e le sconfinate praterie del sud, le vaghe sonorità
indie-folk, le fiaschette di contrabbando. All'ombra della bandiera a
stelle e strisce che oscilla assecondando il moto del vento, giusto al centro
di un campo scout dai giorni contati, vediamo tre generazioni darsi
il cambio e sconfiggere i fantasmi di altrettante guerre. Gli anni
Sessanta, i Novanta e, infine, il 2019 che verrà. Come sopravvive la
Riserva Whiteside alla malagrazia del ventunesimo secolo? Butler,
cowboy dalla barba rossiccia e dall'immancabile camicia a scacchi,
racconta un mondo in via di estinzione. All'inizio, sotto quella
banderuola ci suona la tromba il timido Nelson. I prepotenti gli spaccano gli occhiali da vista,
gli mettono sottosopra la tenda, svuotano la vescica nella sua
tromba. Lo costringono a recuperare un nichelino guadando una
latrina. Nel giorno dei suoi tredici anni, a casa sua non si presenta
che Jonathan: un popolare quindicenne che lo prende sotto la propria ala,
spronandolo a diventare il capo gruppo che è nato per
essere. Si arruolerà volontario per il Vietnam, per dimostrare ai
bulli che avevano torto marcio.
Nella seconda parte, cinquantenni, i
due amici si incontreranno in un ristorante e proseguiranno la serata
ammirando le ballerine di un club per soli adulti: con loro, il
figlio sedicenne di Jonathan. Un adolescente sentimentale e di sani
principi, più vicino al pluridecorato Nelson che a un padre
sciupafemmine: si chiama Trevor, e giura solennemente che amerà per
sempre la fidanzatina del liceo e che non si vergognerà mai dei
pantaloncini cachi della sua divisa. Infine, in una realtà che
continua a opporra un'anacronistica resistenza all'ingresso delle
donne, una mamma single e un ragazzetto recalcitrante percorrono
sentieri familiari sotto lo sguardo benevolo di un Nelson vecchissimo. A Eau Claire si
impara l'arte – del sogno, della bontà – per metterla da parte.
L'essere boy scout passa, come l'acne o la cotta per la reginetta portata al ballo d'inverno. Nel folto del bosco fanno breccia l'alcol,
il fumo e la pornografia. A occuparsi della nostra educazione
amorosa, una malinconica spogliarellista con le tette siliconate e la
cicatrice del cesareo. Serpeggiano i commenti discriminatori: la colpa di un piccolo mondo antico che finisce, infatti, sarebbe
dell'avvento delle donne, dei gay e dei musulmani, o così si mormora attorno alla
brace.
L'emozionantissimo Nickolas Butler parla con amarezza e un
filo di commozione di una America affascinante ma gretta, guerrafondaia, che non è più un Paese per vecchi, eroi o boy scout. La corruzione parte da dentro.
Si propaga, e fa seccare i campi, rovinare le armonie dei ritornelli, stingere la
flanella. Il sogno americano lo si infanga seduti all'indiana, in
cerchio. Ci si gioca al tiro al bersaglio nei parcheggi incustoditi.Gli scout hanno veicolato,
soprattutto nel dopoguerra, il culto dell'onore e del rispetto. Il
braccio sollevato, il pollice e il mignolo che si toccano, tre dita
tese: parola di lupetto. Prometto che farò del mio meglio.
E se il nostro meglio non fosse
abbastanza, e vite gloriose conducessero a dipartite senza lode? Se
nel fitto degli alberi, in branco, compromettessimo tutto? Se diventando adulti chiudessimo nell'armadio i pantaloni corti e il coraggio? Le
luci delle città lontane e quelle degli iPad fanno concorrenza alle stelle: ormai si vedono solo se ci badi. Nei
falò si gettano pugni di sale, e lo scoppiettio imita l'eco
inquietante di un bombardamento. E' il suono che fa il Wisconsin che
non c'è più. Le risate dei vari Peter Pan: i pochi uomini buoni
rimasti fedeli a loro stessi. Lo sguardo altrove di donne che giganteggiano,
nonostante tutto. Intimamente combattuto tra orgoglio e risentimento,
Nickolas Butler fa nodi da marinaio – a lungo, mi legherà con quelli ai suoi meravigliosi personaggi - e improvvisate voce e chitarra. Conosce i
segreti per leggere le stelle superstiti, e se ne fa custode. Spazza
la cenere. Fino all'alba, ancora, giura che terrà acceso il fuoco.
Il
mio voto: ★★★★½
Il
mio consiglio musicale: Mumford & Sons - Little Lion Man
Sinossi:
Da
qualche tempo "Millennium" non naviga in buone acque e
Mikael Blomkvist, il giornalista duro e puro a capo della celebre
rivista d'inchiesta, non sembra più godere della popolarità di una
volta. Sono in molti a spingere per un cambio di gestione e lo stesso
Mikael comincia a chiedersi se la sua visione del giornalismo, per
quanto bella e giusta, possa ancora funzionare. Mai come ora, avrebbe
bisogno di uno scoop capace di risollevare le sorti del giornale
insieme all'immagine - e al morale - del suo direttore responsabile.
In una notte di bufera autunnale, una telefonata inattesa sembra
finalmente promettere qualche rivelazione succosa. Frans Balder,
un'autorità mondiale nel campo dell'intelligenza artificiale, genio
dell'informatica capace di far somigliare i computer a degli esseri
umani, chiede di vederlo subito. Un invito che Mikael Blomkvist non
può ignorare, tanto più che Balder è in contatto con una super
hacker che gli sta molto a cuore. Lisbeth Salander, la ragazza col
tatuaggio della quale da troppo tempo non ha più notizie, torna così
a incrociare la sua strada, guidandolo in una nuova caccia ai cattivi
che punta al cuore stesso dell'Nsa, il servizio segreto americano che
si occupa della sicurezza nazionale. Ma è un bambino incapace di
parlare eppure incredibilmente dotato per i numeri e il disegno a
custodire dentro di sé l'elemento decisivo per mettere insieme tutti
i pezzi di quella storia esplosiva che Millennium sta aspettando.
La recensione
A
Natale di quest'anno, saranno dieci anni precisi che, in una cartella
del computer, tengo aggiornato un documento Word con le mie letture:
cosa ho letto e quando l'ho letto, a partire dal dicembre del
duemilacinque. Più di qualche anno prima della nascita del blog,
dunque, e qualche anno dopo dalla scoperta di una passione che non avrei abbandonato più. Ogni tanto ci penso. Ai romanzi che ho letto e dimenticato, a
quelli che ho adorato senza dirlo a nessuno in particolare. Aiutato
dalla funzione “cerca”, il foglio di Word mi porta così al
duemilanove, sono passati ormai sei anni, e mi dice che il romanzo
più bello di quell'annata era stato Uomini che odiano le
donne. Di lì a qualche mese, avrei recuperato in fretta e furia
i volumi rimanenti di una trilogia a cui, attualmente, sono ancora
molto legato: lo sapevate? Non c'è stata l'occasione di rivelarvi,
prima d'oggi, alcune delle mie personali convinzioni: non mi
piacciono autori nordici all'infuori di Stieg Larsson; nonostante la
classica magnificenza della sua regia, era stato bello ma superfluo
il remake di Fincher di una trasposizione
originale già calzante di suo; Lisbeth Salander – la
hacker dal cuore d'oro – è uno dei personaggi femminili più
grandi della letteratura degli ultimi tempi. Adesso è tornata, e non
potevo che dirmi elettrizzato davanti a una sua chiamata improvvisa.
Scettico sì, ma questa è un'altra storia. Quello che non
uccide, infatti, pubblicato in contemporanea mondiale e arrivato
in libreria, con il suo prezzo prevedibilmente esorbitante, tra paragoni e sospetti diffusi, è il quarto capitolo di quella
che era nata come saga e morta, per la sfortunata scomparsa del suo
creatore, come trilogia. Succede, a qualche anno dalla tragedia, che
lo svedese David Legercrantz, noto perlopiù come autore di
biografie, si accaparri i diritti della serie e reperisca appunti
sparsi con le ultime idee di Stieg. Il resto si sa. Il conto alla rovescia, scarsi dettagli su una
trama supersegreta, un titolo che immediatamente schizza ai vertici delle
classifiche internazionali. Subito mio – volume imprescindibile per
un fan affezionato – Quello che non uccide ha
aspettato la fine degli esami per farsi leggere e apprezzare al
meglio. Il primo, poliziesco bellissimo, si divorava; il secondo, più
un capitolo monografico su una protagonista indimenticabile che un
giallo, era bello perché c'era Lisbeth; del terzo, invece, ricordo
una lettura frammentaria e svogliata: prolisso e lento, così tanto
che, tra tribunali e spie russe, lo avevo letto intervallandolo con altro. E' necessario abbandonare le lenti rosa: quelle con cui tutto ciò che è passato ci appare magicamente più
bello, ma immancabili quando si parla di un autore che se ne è
andato e di un franchising entrato, e non senza meriti, nella storia
dell'editoria. Il quarto capitolo di Millennium è
un diesel. Parte piano e rumorosamente. Si fa un po' di fatica a
metterlo in moto.
C'è ritrosia, ma si sapeva, e i personaggi –
numerosissimi - sono loro ma non sono loro. A quasi
un decennio dagli avvenimenti di La regina dei castelli di
carta, la redazione di Millennium è alla deriva: è arrivata la
crisi economica, gli scoop mancano. Il nostro Mikael Blomkvist è
invecchiato e non sta al passo con il rinnovo generazionale, mentre
il ricordo della gloria passata sbiadisce e – con la rivista in
mano a una società giovane e mainstream – per lui si parla di un
esilio all'estero. Una svolta si ha
quando Frans Balder, scienziato alle prese con ulteriori
perfezionamenti in materia di intelligenza artificiale, chiede di lui
in una notte sanguinosa e fatale, rivelando collegamenti sospetti tra
l'Nsa e un'ampia associazione criminale con a capo il losco Thanatos.
Più legata al passato di Lisbeth di quanto ci si aspetterebbe,
l'indagine – osservata a distanza dalla ragazza con il
tatuaggio di drago – ci farà conoscere l'inquieta e affascinante
nemesi della protagonista e un'inedita storia familiare. Quello
che non uccide, in definitiva più leggero dei romanzi
precedenti, nonostante la lentezza dell'inizio e informazioni che lì
per lì ti sommergono, è un romanzo con un'impronta diversa. Non
tanto per lo stile o per un caso meno avvincente che nel primo
romanzo ma più interessante che nell'ultimo, ma per i
personaggi; per Lisbeth. Tra come ne parlava Stieg e come, invece, ne
parla David c'è una differenza che si percepisce: ovvio, nessuno
potrà volere bene alla propria figlia minore quanto l'uomo che l'ha
messa al mondo. Uno zio come Lagercrantz, sensibile ma inesperto,
potrà provarci perciò a modo suo. Lui che scrive come gli autori svedesi
scrivono: in maniera meticolosa e fredda, con un filo di ironia e
dettagli su dettagli. Una prosa giornalistica, quasi, immediata e
senza guizzi retorici. Ha il dono della sintesi, nonostante le
cinquecento pagine, e della chiarezza, nonostante i segreti di un
mondo che non ci appartiene ci diano spesso filo da torcere.
Il risultato è un thriller
informatico e non di denuncia, in cui l'autore aiuta a collocare
figure e situazioni nello spazio: nel cuore del capitolo, nella
casella giusta. I personaggi sono tanti: nomi, identità, pedine tra
cui non si fa miracolosamente confusione. Nonostante la folla,
nonostante gli aspri nomi stranieri siano difficili da memorizzare.
Però li vedi scritti e li riconosci; ha senso? In un aggettivo
scelto con cura che, immediatamente, chiarisce posizioni e ruoli; in
uno stile dal sapore cinematografico. Se i nuovi personaggi
funzionano – da August, bambino autistico e geniale, a un padre
impegnato che finalmente vuole prendersi cura di lui, non dimenticando il romantico assistente Andrei e il nerboruto addetto
alla sicurezza delll'Nsa –, i vecchi si riconoscono
presto e dopo poca fatica. Lisbeth, ancora più che nei capitoli
dedicati alla sua ricerca parallela, è Lisbeth quando gli altri parlano
di lei, e la descrivono come la bambina dall'infanzia violenta e
solitaria – una Matilda Wormwood nerd che, prima dei computer,
studiava i fumetti Marvel – che tutti noi conosciamo; questa volta,
con qualche sorriso in più e un bambino speciale da proteggere, è
luminosa come una mamma. Fa piacere ritrovare lei e Mikael, inoltre: non-coppia bellissima, sospesa tra amore e amicizia. Sempre che si
possa amarla, una come Lisbeth Salander. Sempre che possa permettersi amici
veri. Qui parlano a distanza: su cellulari usa e getta; attraverso email criptate. Se si
incontreranno prima dei titoli di coda - per un lettore che spera che la donna che odia gli uomini che odiano le donne possa
trovare spazio nella sua vita per una mosca bianca, per un uomo buona
e onosto - è una domanda che preme quasi quanto la risoluzione del mistero stesso. Quello che non uccide ha più di qualche
pecca – un inizio così così; un'indagine lineare; un linguaggio che, volendo essere esplicativo, a
volte risulta cosa da Enciclopedia – e un finale conclusivo, anche
se si aspetta volentieri un altro volume ancora con lo scontro tra la Salander e
il suo micidiale alter ego. Non all'altezza del primo Larsson, non il thriller
dell'anno, ma – in definitiva – una bella prova; soddisfacente.
Soprattutto, grazie ai personaggi presi in prestito che, dopo attimi di titubanza, si riconoscono come amici di vecchia adata. Su tutti quella Lisbeth, uguale e diversa, che resta un
fuoco artificiale di mezze parole, eclatanti vendette, risorse impensate. Forte,
orgogliosa, esempio. Del non porgere l'altra guancia, ma di
picchiare, e brutalmente, quando il più forte ti schiaccia; di andare a
letto con chi ti attrae, senza etichette, e di non prestare ascolto a chi
immagina già come sarai, a una certà età, con un fisico
mingherlino deturpato dall'inchiostro; del fatto che
ballare da soli è possibile e bellissimo, giacché il resto
dell'umanità è un bello schifo, ma che in un giro di pista,
brevemente, si può incontrare la persona giusta con cui fare il casquet. O
il colpo di stato.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Led Zeppelin - Immigrant Song