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venerdì 6 settembre 2024

Recensione: E i figli dopo di loro, di Nicolas Mathieu

| E i figli dopo di loro, di Nicolas Mathieu. € 12, pp. 480 |

Abitano in una valle in cui non succede mai nulla. Pur di sfidare l'immobilismo, vivono le loro vite a velocità folle. Con le marmitte truccate e senza casco; il vento a spettinare loro i capelli. Li vediamo radunati sulle sponde di un lago in cui, ogni tanto, si registra un annegamento. In coda alle giostre del luna park, con le tasche dei jeans ingrossate dai gettoni degli autoscontro. Sulle piste di skateboard e nei pub col parquet appiccicoso di birra. Tutto è un gioco: perfino spaccarsi la testa. Siamo a Heillange, una cittadina di frontiera all'ombra degli altiforni. Le fabbriche, ormai chiuse da un pezzo, incombono sugli abitanti come carcasse in putrefazione. È lì, negli anni dei Nirvava e delle vaccinazioni antitubercolari, che si muovono tre protagonisti con nulla in comune se non il fatto di essere giovani da morire.

All'orizzonte il cielo aveva preso colori esagerati. Inebriato, mollò il manubrio e spalancò le braccia. La velocità faceva sbattere i lembi della canottiera. Chiuse gli occhi per un istante, con il vento che gli fischiava nelle orecchie. In quella città mezza morta, Anthony filava a tutta birra, pieno di brividi, giovane da morire.

Anthony, robusto e con un occhio pigro, si mette spesso nei guai pur di forzare il destino: sempre in cerca della ragazza più bella, della festa piu divertente, incappa nelle spire della piccola criminalità. Hacine, immigrato marocchino, spera di diventare qualcuno attraverso lo spaccio: ruberà la motocicletta sbagliata al ragazzo sbagliato, portando in famiglia venti di tragedia. E poi c'è Steph, figlia di un aspirante assessore, indifferente alle attenzioni di Anthony: innamorata del classico bad boy, è il sogno erotico di grandi e piccoli e, segretamente, fantastica di trasferirsi nella capitale. Parigi appare lontanissima: esiste soltanto nei film in bianco e nero. Com'è possibile affrancarsi dalla vita mediocre degli adulti, fatta di lavoretti in nero e sussidi statali? C'è futuro per gli adolescenti, che escono tutte le sere senza mai sapere bene dove andare? Assetati di un altrove che si trova chissà dove, i protagonisti bruciano gli anni migliori nella noia esistenziale. Hanno madri single e padri gravemente depressi, un'idea sorpassata della mascolinità e, in cuffia, una playlist con le hit più indimenticabili degli anni Novanta.

Da mesi prometteva a suo padre di andarlo a trovare. Ma aveva paura di vedersi di ronte un fantasma. Coralie lo aiutava anche in questo. Il retaggio impossibile e la morte che incombe. Lo prendeva per mano, gli diceva: “Scopami forte, tesoro mio”, cose semplici che aprono crepe nella solitudine.

Il bravissimo Nicolas Mathieu, nell'arco di otto anni, ci racconta quattro estati di un gruppo di diseredati teneri e smaniosi. Lunghissimo, ma all'apparenza povero di eventi, il suo esordio vive d'atmosfere palpabili. Come nel migliore cinema francese, è quasi possibile percepire l'odore zuccherino del sudore adolescenziale; gli umori viscosi del sesso, consumato goffamente in macchina o nelle tende da campeggio; l'oscillazione ipnotica delle code di cavallo e l'elettricità di quei temporali estivi prima preannunciati, infine abortiti. In un epilogo da incorniciare, splendido e simmetrico, la rabbia si depositerà come polvere. Ci sono i mondiali, si brinda e ci si abbraccia disinteressati ai trascorsi personali, si acquistano TV fuori budget: improvvisamente è un bel momento per essere giovani e francesi, per bearsi della “terribile dolcezza dell'appartenenza”. E i figli dopo di loro è il romanzo da leggere su un treno per il nord, quando al termine delle ferie ci si lascia alle spalle con un po' di commozione la provincia amata-odiata che ci ha visti crescere. Per dire addio all'estate, finita troppo in fretta. E, se come me si ha già trent'anni, anche alla giovinezza che fu.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are

mercoledì 27 ottobre 2021

Recensione: La casa vicino alle nuvole, di Nickolas Butler

| La casa sulle nuvole, di Nickolas Butler. Marsilio, € 18, pp. 380 |

È al termine di una strada sterrata che sembra portare alla fine del mondo. La incorniciano il gorgogliare del fiume vicino, i vapori di una sorgente termale, le rocce aguzze delle montagne. Abbracciata dalla vallata e protetta da un silenzio impenetrabile, La casa vicino alle nuvole è un regno privato. Siamo in un Wyoming senza più cowboy né rancheri, preso d'assalto da capricciosi turisti in abiti griffati: viverci è diventato un lusso. Cole, Bart e Teddy lo abitano come operai, non come degni cittadini. Quando avranno abbastanza stabilità economica per mettere radici? Manovali di umili origini e dai caratteri agli antipodi, hanno fondato una società di costruzioni che fatica a ingranare. Finché l'algida Gretchen, donna d'affari sola al mondo e dai piani misteriosi, non li tenta con un progetto impossibile: costruire una casa in appena quattro mesi e consegnarle le chiavi entro Natale. In cambio riceverebbero assegni stellari. Cosa rappresenta per lei quel progetto? Per quale motivo altri costruttori si sono già tirati indietro? Nonostante la vista paradisiaca, il cantiere ispira una brutta sensazione: mette la pelle d'oca, come la casa infestata di un film dell'orrore.

Com'era possibile, si chiese, non possedere una casa, non avere risparmi, nessuna istruzione universitaria, nessun talento artistico, niente di niente – non una sola attestazione dei suoi quasi quarant'anni su questo pianeta –, eppure trovarsi laggiù, a costruire quel santuario sulle montagne? Quel divario a volte lo lasciava sbalordito e l'unico conforto che provava era che quella casa, in qualche modo, era anche la sua traccia, la sua eredità, benché il suo nome non fosse inciso su nessuna superficie, su nessuna pietra.

Cole, leader ambiziosissimo, non teme la sfida; Bart, una mina vagante dipendente da metanfetamine, si rifugia nelle droghe pur di incrementare le prestazioni lavorative; Cole, mormone e padre di quattro figli, è una voce della coscienza che nulla può contro la tracotanza. Perché sacrificare tutto – famiglia, salute, moralità – per un patto scellerato? Nella storia della True Triangle Construction i giorni prenderanno a confondersi in un'unica matassa indistinguibile. I ritmi diventeranno massacranti, le scadenze rigidissime: il romanzo è un conto alla rovescia, il tempo un tiranno e gli strumenti per raggiungere l'obiettivo, talora, sono illeciti. Come fronteggiare inoltre le giornate che si accorciano, i climi a picco, gli agenti atmosferici? Tratto da una vicenda realmente accaduta che ha dell'incredibile – ricorda un po' quella di L'incredibile storia dell'Isola delle Rose –, il romanzo è la cronaca di un'impresa d'altri tempi in cui il titanismo dei protagonisti sfocia in risvolti scioccanti: la neve è destinata a tingersi di rosso.

L'America è il più grande paese del mondo, a patto di non restare senza soldi.

Non fatevi ingannare dall'apparente gravità del tutto: La casa vicino alle nuvole è sì un'angosciosa parabola di rivalsa sociale, ma è soprattutto il quinto romanzo di Nickolas Butler. Entrato di diritto tra i miei autori del cuore, lo scrittore americano non delude le attese neanche questa volta: per me la sua voce continua a essere una coperta calda e morbida. Amici, soci in affari e infine complici, i tre protagonisti mettono le loro solitudini al servizio dell'avventura. Benché antieroici, conquistano grazie alla consueta umanità con cui vengono dipinti. È impossibile non tifare per loro, non coprire i loro orribili misfatti, non desiderare di proteggerli dal mondo circostante e soprattutto da loro stessi. Sboccati e chiassosi, ma dal cuore tenerissimo, contemplano il cielo stellato – in mutande, con una birra in una mano e una canna nell'altra – e si confessano sogni di gloria e fantasticherie di ricchezza. Uno di loro, ad esempio, vuole trasferirsi a Panama semplicemente perché il nome del paese ha un bel suono. Ciò che resta delle loro fatiche sono i ricordi, e lo scintillio commovente di una tomba lontana. Sporco eccezionalmente di sangue, l'ultimo Butler racconta di un'amicizia che minaccia di erodersi. Come si erodono gli animi, se mangiati dalla cupidigia; come si erodono le montagne. È una lotta contro il tempo, contro la morte, contro la Natura stessa, per erigere un sogno su misura. O forse un incubo?

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Led Zeppelin  - Stairway to Heaven 

giovedì 14 gennaio 2021

Recensione in anteprima: La pazienza del diavolo, di Roberto Cimpanelli


La pazienza del diavolo, di Roberto Cimpanelli. Marsilio, € 18, pp. 448 |

Arriva oggi in libreria, ma ho avuto il piacere di leggerlo in anteprima. È un signor thriller, ma ho preferito non alimentare ulteriori misteri: quanto mi sia piaciuto – con il suo carico di efferatezze, l'umorismo nero e i personaggi memorabili – l'ho svelato man mano su Instagram, durante i miei aggiornamenti di lettura. L'esordio di Roberto Cimpanelli, produttore e regista cinematografico, è la nuova dipendenza in cui gli amanti del genere non sapevano di incappare. Rocambolesco, oscuro e marcio fino al midollo, è un bagno di sangue degno del miglior Dario Argento che a sorpresa custodisce anche un cuore letterario. In una Roma bella, caotica e truffaldina, popolata di camioncini profumati di porchetta e cinema all'aperto, un serial killer armato di rampino semina morti ammazzati sul lungotevere: le vittime, col cranio trapassato e i bulbi oculari penzoloni, appartengono alla feccia peggiore. Tutte schedate per reati sessuali, dalla pedofilia alla violenza domestica, vengono giustiziate da un vendicatore fedele alla legge del taglione. Ad apparire fuori posto, tuttavia, è l'omicidio di una perpetua nella parrocchia che fu teatro di una strage degli innocenti: chi voleva colpire realmente l'assassino; quei delitti erano forse stati attribuiti alla persona sbagliata, un maestro di musica poi morto suicida? Tre personaggi diversi come il giorno e la notte, vecchi amici separati da un antico senso di colpa, sono chiamati a indagare: l'indagine sarà di quelle poco ortodosse.

Stanotte noi facciamo un giuramento: questo Male che non finisce mai, che non ha pietà di nessuno e che rinnega Dio, rispetta e teme solo chi ha il coraggio di sfarlo con le sue stesse armi. Noi saremo peggiori di lui, danneremo le nostre anime e lo distruggeremo, qualunque cosa sia.

Tormentato da incubi, Herman ha abbandonato il suo ruolo in polizia per dedicarsi a una piccola libreria. Di madre americana e padre italiano, cresciuto nella Nantucket di Melville, si è rifugiato in una quieta routine e nel letto di innumerevoli amanti per sfuggire all'inquietudine. Abituato ormai a barcamenarsi tra la clientela e i pochi dipendenti – l'adorabile Francesca, studentessa universitaria, e sua zia Giulia, ex professoressa dalla bellezza sfiorita –, il protagonista non avrebbe mai immaginato di ricevere a domicilio degli inquietanti DVD: inquadrature in soggettiva, con l'ausilio di una GoPro, dove le mani guantate dell'assassino commettono gli atti più esecrabili. Coinvolto suo malgrado in un nuovo turbine di violenza, Herman si unisce alla vecchia task force: riallaccia i rapporti con l'affezionato Walter, ispettore pronto a volare a Cuba per drammatici problemi di salute, e rivaluta la fedeltà di Gaetano, commissario in età da pensione rimasto da poco vedovo. Roberto Cimpanelli scava nel loro passato, nella loro psiche, nei loro demoni. Con generosità, impreziosisce il suo esordio con tre personaggi che fanno la differenza. Al centro di un'indagine privata, macchiano le loro fedine penali pur di far trionfare la verità. Fragilissimi, si sono rivolti ora alla fede, ora alla psicoterapia per venire a patti con le proprie coscienze. Ma la ricerca del serial killer diventa per loro un'ossessione viscerale, motivante, che rinsalda amicizie tramontate nonché un disperato attaccamento alla vita. Impari a chiamarli per nome, vuoi loro bene, e poco importa la conta delle loro colpe grandi e piccole.

Moby Dick è un falso obiettivo per cacciatori dilettanti: noi siamo un abisso senza fine, noi vaghiamo nelle tenebre.

Anche a costo di diventare un po' prolisso, La pazienza del diavolo si prende tutto il tempo necessario per approfondirli Compressi come pentole a pressione, per fortuna hanno diritto ad allegri momenti di distensione: il segreto di questo romanzo, per me, è un clima cameratesco, virile, godereccio, che aiuterà anche a metabolizzare gli aspetti più indigeribili – e perché no, meno riusciti – dell'epilogo. Partito come un rigoroso giallo all'italiana, il romanzo si apre nel prosieguo a gustosi sprazzi horror – la cognata di Walter, Estrella, ha infatti legami con la Santeria – per poi sfociare brevemente nella spy-story, con la comparsa di un'eminenza grigia con un ruolo clou nel nostro Paese di mezze verità. In quest'esordio, denso ma imperfetto, si ha l'impressione che qualcosa succeda troppo sbrigativamente e che qualche colpo di scena intuibile, al contrario, venga trascinato troppo per le lunghe. In ogni caso, poco importa: animato di desideri perversi e ferocia, La pazienza del diavolo si divora con impazienza grazie allo stile scorrevole di un autore che conosce alla perfezione i meccanismi dell'intrattenimento. Nero come la pece, è sì un luogo orribile, ma è rischiarato dalla giovialità di tre brutti ceffi che non vedo l'ora di incontrare in un secondo capitolo. Il libraio Herman D'Amore, che ha i dilemmi etici di Moby Dick scritti nel destino, conosce come le proprie tasche la lotta tra Achab e la balena; l'ha somatizzata. Chi bracca chi? Chi è il bene, chi il male? Pur sapendo che nell'abisso c'è posto per entrambi, la caccia resta aperta.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Radiohead – I Promise

mercoledì 5 febbraio 2020

Recensione: Uomini di poca fede, di Nickolas Butler

Uomini di poca fede, di Nickolas Butler. Marsilio, € 17, pp. 271 |

Ho scoperto che leggerlo è uno dei piaceri della vita. Quando termino una sua storia, ho sempre il desiderio di chiacchierarne con lui davanti a una birra. Di romanzo in romanzo, infatti, è difficile non affezionarsi al suo tono di voce e alla sua compagnia. Ci sono quegli autori a cui, se si potesse, ruberesti a man bassa il segreto dell’ispirazione perpetua. E ci sono altri come Nickolas Butler, più rari ma non per questo meno preziosi, che vorresti avere la fortuna di considerare amici. In un mondo perfetto, saremmo abbastanza in confidenza da scambiarci le esistenze durante le vacanze: lui in Italia, io negli Stati Uniti, per realizzare così il pensiero che ogni volta mi attanaglia a fine lettura. Posso trasferirmi in Wisconsin?
Per favore, faccio sul serio: metto poche cose in valigia, prendo e parto. All’arrivo, in fondo, troverei tutto quello di cui ho bisogno. Ecco le villette degli anni Cinquanta, ecco il profumo di hamburger e crostate fragranti, ecco i cieli immensi. Sui rami ci sono fili di lucine natalizie, anche a festività finite, e nelle grigliate si brinda con una lattina ghiacciata stretta nel pugno. Ma badate bene, non è tutto oro quel che luccica, non siamo in un episodio della Casa nella prateria: si inizia a fumare prestissimo, all’età di nove anni; la noia esistenziale spinge tra le braccia del vizio o in poltrona, a sorbirsi svogliatamente soap opera su soap opera; i giovani tagliano la corta quanto prima, e lo testimoniano le strade spopolate, i negozi sfitti, i banchi vuoti. Il passaggio dei treni, metronomi per eccellenza della vita notturna, inoltre fa vibrare un po’ i letti e le chincaglierie nelle cristalliere. Seppure tra alti e bassi, i personaggi di Butler non saprebbero mai rinunciare al fascino di queste atmosfere malinconiche. E io con loro.

Sempre più spesso, Lyle scopriva di trovarsi a proprio agio nel silenzio, accanto ai suoi cari, senza cercare di risolvere problemi o rispondere a domande, limitandosi piuttosto a imparare a vivere in maniera più leggera, ad amare più intensamente, a mangiare meglio e, di sera, prima di andare a dormire, a leggere gli scaffali e scaffali di libri che, gli era tristemente chiaro, non sarebbe mai vissuto a lungo da aprire, quegli uccelli dalle ali bianche appollaiati sul suo petto alla pallida luce dell’abat-jour, in attesa che un polpastrello inumidito ne scorresse con delicatezza le pagine sottili, le voltasse liberando storie e poesie e miti in esse contenute.
Si parte in medias res, con una scena da film: Lyle – sessantacinque anni, quaranta dei quali passati accanto alla moglie Peg – gioca a nascondino in un cimitero. Conta sulla tomba del primo figlio, morto a nove mesi, mentre il piccolo Isaac corre a nascondersi. L’anziano segue il nipotino fra le lapidi di concittadini un tempo conosciuti e stimati, e inevitabilmente pensa alla vita, alla morte e al mistero che c’è nel mezzo. 
Il protagonista sembra l’eroe della porta accanto di un film di Clint Eastwood. Temprato dal lavoro fisico, è un tuttofare in pensione che non rinuncia comunque a rendersi utile: è un padre e un nonno amorevole – il legame con la figlia Shiloh, adottata in tenera età, non ha nulla da invidiare ai rapporti di sangue –, un amico presente – da quando a Hoot è stato diagnosticato un cancro, le visite di cortesia sono diventate innumerevoli –, un lavoratore instancabile – raccoglie in nero mele in un frutteto, soprattutto per il piacere di mangiare i frutti direttamente dall’albero. Benché alla religione organizzata preferisca i rapporti di buon vicinato, non rinuncia comunque alla routine della messa domenicale: ama il canto corale, la volta dipinta sotto cui ha conosciuto Peg, i sermoni di un prete che prima della conversione era un pescatore in Alaska. Ma l’incostante, detestabile Shiloh, a un certo punto, decide che il credo del padre non è abbastanza: membro di una chiesa aconfessionale e legata a Steven, leader con smanie da rockstar, la ragazza trascinerà i parenti nell’incubo del fanatismo religioso. Il cagionevole Isaac, portato in giro come un fenomeno da baraccone, è davvero un guaritore? La preghiera cura più della medicina? Si può amare una persona pur disapprovandone le scelte? Ha inizio un braccio di ferro straziante, dove credenze diverse diventano motivo di dissidio.

«Mi pare di non riuscire a tenermi strette le cose. Mi pare di non riuscire a farle andare più piano». 
«Ti terrò stretto io» affermò Peg. 
Continuarono a dondolare nella notte estiva, con il cemento sotto i piedi caldi e umidi […] Lyle voleva dire: Sentirò la sua mancanza, ma temeva che se avesse pronunciato quelle parole ad alta voce si sarebbe messo a piangere. Così le trattenne fra le labbra, dove si gonfiarono e si espansero; gli parve di avere il cranio appesantito e il cuore fragile, allora chiuse gli occhi e avvertì le braccia della moglie che lo avvolgevano nella maniera in cui un bambino potrebbe abbracciare un albero, e la strinse ancora di più a sé.
Già paragonato spesso al compianto Kent Haruf, Butler trova casualmente lo stesso traduttore dell’amato scrittore del Colorado – Fabio Cremonesi, calzantissimo – e la tematica spirituale già presente in Benedizione. Dopo Shotgun Lovesongs e Il cuore degli uomini, conferma qui il suo dono più grande: l’emozione. Dalla resa vivida dei paesaggi campestri alla quotidianità dei protagonisti, dal filosofeggiare sulle gioie del sonnellino alle riflessione sul divenire della natura, ogni dettaglio vibra di sentimento. E spinge di conseguenza le schiene a vibrare, a palpitare, sotto le scosse di sospiri profondi che nell’epilogo diventano pianti. Questa volta a fare da cassa di risonanza c’è l’aggiunta di un protagonista speciale – uno di quegli anziani da adorare, dolci ma agguerriti –, che alla bellezza dell’elemento rurale affianca un altro tema che su di me ha presa facile:  la senilità. Lyle non si arrende all’inazione della vecchiaia. Il suo cuore non vuole saperne di smettersi di angustiarsi o battere. Lasciarsi andare alla preghiera significa forse tradire il suo senso pratico? Appassiona, allora, il suo tentativo di salvare un bambino dall’ignoranza dei tutori. E commuove oltre il dicibile il tentativo di salvare il meleto dal gelo, alimentando improbabili falò. Nel Wisconsin, all’improvviso, le temperature primaverili possono cedere il passo a una violenta tormenta. Come prodigarsi per salvare il salvabile?
Qualunque sia il vostro rapporto con la chiesa – il mio è pressoché nullo –, non lasciatevi scoraggiare dall’argomento. Uomini di poca fede incoraggia a credere nel prossimo, non nel divino, e ad arrendersi al fatto che – non importa se lo si chiami karma o speranza – il bene che facciamo, alla fine, ci ripagherà con la stessa moneta. Sul solito sfondo irrinunciabile, pur ispirandosi a una brutta vicenda realmente accaduta, Butler sa confezionare il solito romanzo bellissimo. Sulle diverse accezioni della parola gregge. Sui pacifici ma struggenti gesti di opposizione della gente qualunque. Su momenti semplici e perfetti, in cui sarebbe splendido stabilirsi vita natural durante. Aspetterò il suo ritorno in libreria come si aspettano i miracoli.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Johnny Cash – You Are My Sunshine

sabato 11 maggio 2019

Recensione [Strega 2019]: L'età straniera, di Marina Mander

L'età straniera, di Marina Mander. Marsilio, € 16, pp. 206 |

Milano città. L'insopportabile pigrizia delle vacanze estive. Il desiderio di fare una scappata sulla costa ligure per il piacere del mare nella bella stagione. In una famiglia disfunzionale ma di larghe vedute – di quelle con i preservativi in un cestino all'ingresso –, lo scostante Leonardo prova gusta nel dare sui nervi a una mamma troppo speranzosa e al suo compagno, un anonimo tassista amante dei passi a due. D'altronde, comprendiamolo: ha diciassette anni e ogni diritto di avere il mondo contro. Figlio degli anni Novanta e della democrazia progressista, patisce l'ingombro della verginità e la frustrazione per i sogni di gloria mancati: si sognerebbe l'epigono ribelle di Kurt Cobain, a cui somiglia perfino un po' per via della zazzera bionda, ma a rubargli il nirvana sono i drammi quotidiani. Prima il suicidio del padre, eterno Peter Pan scomparso in mare con addosso il suo pigiama migliore; poi la convivenza forzata con Florin, ragazzo dell'Est accolto in casa per l'inguaribile spirito da crocerossina della capofamiglia. Se Leo non è abbastanza adulto, Florin non è abbastanza bambino. Il nuovo compagno di stanza si prostituiva: ha piedini di fata, mani lunghe per soddisfare i piaceri altrui, frequenta cinema a luci rosse e quartieri sconosciuti. Accondiscendente fino al fastidio, si nutre di dolciumi preconfezionati e attira occhiate ora indifferenti, ora indignate. Il gatto di casa, un randagio, lo riconosce come padrone. La sofferenza degli altri, però, ci rende persone migliori?

Noi siamo una famiglia di larghe vedute e questo è un fatto importante perché, a forza di guardare più in là, è diventato sempre più difficile guardarsi negli occhi.

Se lo domanda a lungo il protagonista, che dovrebbe usare la compagnia di Florin – brutto e sfigato, citandolo – a proprio vantaggio. Con queste premesse potrà forse nascere un'amicizia sincera? Leo ci prova. E prova anche con l'analisi, con la marijuana a scopo terapeutico, ma la rabbia di vivere lo segue perfino in incubi dov'è messo sotto processo. Lui il giudice, lui l'accusato, lui l'accusatore. 
L'età straniera, finalista al Premio Strega, è l'apprendistato di un adolescente che deve capire come gira il mondo. Il narratore non crede nei mezzi termini, nelle sfumature di grigio, ma nella giustizia sì. Suona disilluso e antipatico, un nichilista provetto, ma fra sé e sé nutre speranze esagerate verso il futuro. Al contrario degli adulti, che gli insegnano il bene ma soprattutto l'utile. Al contrario del coinquilino extracomunitario, che parla poco perché in Italia purtroppo non ha voce. La scrittura verbosa e cervellotica di Marina Mander ci porta nel clou dell'irrequietezza. In un'età che sputa fuori parole ciniche e parole d'amore, riflessioni amareggiate e finali preferibilmente dolci.

E tu, Iwazaru, riesci a capire quanto mimetizzarsi sia vantaggioso? Bastano cento parole di vocabolario, dieci capi di vestiario, due o tre accessori non troppo cafoni, sono sicuro che mamma saprà indicarti quali, e tutti vedranno in te una personcina affidabile; confezionati bene anche se hai l'inferno dentro, impara un altro modo di spaccarti in due, ma senza mai darlo troppo a vedere, mi raccomando, è questo l'essenziale. E se dentro di te ci fosse davvero il nulla, rivestilo di diamanti.

La sua lingua, ben affilata contro il perbenismo e il politicamente corretto, spesso suona artificiosa. Mi ha ricordato quella di una Mazzantini più lieve ma a tratti irritante, fatta di allitterazioni e giochi, di stridori e parolacce. È la scrittura, in effetti, a dare il vero guizzo – una parvenza fortemente autoriale – a una commedia edificante a proposito di crescita e integrazione che al cinema vedrei bene sotto la direzione del bravo Francesco Bruni. Ma è proprio la scrittura, originale perché ardita, a non avermi conquistato. 
Benché l'autrice parli a nome di un diciassettenne senza falsi moralismi né censure, regalandoci nell'ultima parte la struggente lettera che Leo indirizza a sé stesso per il futuro, il suo romanzo di formazione resta un paradosso. Incentrato sul dialogo fra culture, di dialoghi ne ha stranamente pochissimi. Il protagonista e Florin non si parlano neanche a gesti. Il narratore, straripante e megalomane, ma almeno onesto, parla per tutti e due. I voli pindarici e gli sproloqui: quelli del Giovane Holden. Come già successo con il classico di Salinger, ne ho apprezzato la compagnia a piccole dosi, più in teoria che in pratica, trovandolo non sempre godibile eppure toccante nel suo imperscrutabile diritto all'egoismo. Perché Leo storpia il nome di Florin in Iwazaru, lo chiama scimmia per disprezzo, ma intanto si commuove davanti ai primati in gabbia allo zoo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Jovanotti – Mi fido di te

lunedì 25 marzo 2019

Recensione: Non sono stato io, di Daniele Derossi

| Non sono stato io, di Daniele Derossi. Marsilio, € 16, pp. 231 |

Ottocento abitanti, un orizzonte suggestivo di montagne e vallate, la notte che cala prestissimo e ti invoglia a rifugiarti nella sicurezza di casa tua durante il rigore dell'inverno. Il soggiorno a Serana, villaggio immaginario dell'Alta Val di Susa, si prospetta un paradiso o forse un inferno? Se da un lato affascinano gli sfondi innevati e la promessa di tranquillità, soprattutto se in fuga da un terribile dramma familiare, dall'altro insospettiscono i bisbigli diffusi e le credenze popolari: anni e anni di Twin Peaks o Silent Hill, gialli d'atmosfera in stile La ragazza della nebbia, ci hanno infatti invogliato a diffidare dalle false regole di buon vicinato e dalle insidie meteorologiche delle città dell'estremo nord. Prevedibilmente, la protagonista Ada non troverà pace accanto al figlio Giacomo. Sono tornati da Londra con la coda fra le gambe. Un trasferimento che è un'autentica retrocessione, pur di fuggire a malori che tutti reputano ormai psicosomatici. Bella e snob, giudicata non a torto un pericolo per le donne sposate, Ada all'inizio appare libera come il vento: le pillole sotto prescrizione del terapeuta al mattino, una telefonata alla mamma se c'è bisogno di andare a prendere il bambino a scuola dalle suore, ed eccola che può finalmente staccare la spina. Riprendere i contatti con i vecchi amici e gli ex fidanzati coi quali ha sperimentato il brivido proibito delle prime volte, seguire le lezioni di ceramica a dispetto delle mani un po' tremanti, considerare il sesso riparatore il miglior oppiaceo. In ordine sparso si intrometteranno: le irruzioni di un animale notturno, forse una volpe, responsabile del giardino a soqquadro; la sparizione a Halloween della piccola Jennifer, uno scricciolo vestito da Sposa cadavere che riapre ferite mai del tutto rimarginate; le crescenti stranezze di Giacomo.

Quando eri piccola tuo padre si divertiva a cambiare ogni volta qualche particolare alle storie che leggeva. Cappuccetto rosso baciava il lupo che si trasformava nel principe azzurro, la carrozza non trasportava Cenerentola al castello ma in un reame incantato, dove diventava la regina delle fate. Non sapevi mai che cosa sarebbe successo e a ogni passaggio inatteso ti brillavano gli occhi per l'eccitazione. Adesso, invece, ti piacciono solo i film che hai già visto, o le storie che conosci a memoria. Ora sai che le sorprese sono quasi sempre cattive.

Come spiegarsi gli occhi rossi e i vaneggiamenti del figlio? Il primo pensiero va all'abuso di televisione e PlayStation, ma è dettato dal pressappochismo di genitori che al giorno d'oggi vedono soltanto quello che vogliono vedere. I luoghi comuni sull'infanzia, e non quelli oscuri. Il bambino ha una vita segreta che neanche immagina: fa scherzi alle amiche antipatiche, distrugge trenini e Barbie, simula tempeste di sabbia inalando cannella in polvere e funerali attraverso la sepoltura di bestiole mutilate. Si spinge, soprattutto, in cima a quel castello inaccessibile: nel Cinquecento, la prigione di un negromante che scherzava con le rune e il fuoco. A guidare quel bambino introverso, bilingue, dall'incarnato più scuro degli altri – il padre, Bashir, è un chirurgo pakistano –, è un Lucignolo che sfida l'altezza delle grondaie e apostrofa Giacomo con nomignoli femminili quando si tira indietro. Ha i capelli rossi, si chiama Robi: peccato che a scuola dicano di non conoscerlo. Sulla splendida copertina citano Durrenmatt e Ammaniti, paragoni certamente calzanti, ma Non sono sono stato io mi ha ricordato più The Babadook e Goodnight Mommy: horror su genitrici imperfette e bambini incorreggibili, dove ogni cosa è intuibile, molto è lasciato alla libera interpretazione del fruitore e, finale frettoloso a parte, le singole sequenze si fanno divorare in una spirale crescente d'angoscia.

I bambini non sanno di essere crudeli.

Erano anni che non mi capitava di leggere un romanzo tutto d'un fiato. Il merito spetta alla bravura di Daniele Derossi – l'omonimia con il calciatore è puramente casuale –, che riesce a incastonare una storia di per sé poco originale su pagine, su fondali, che fanno la netta differenza. Non s'inventa niente dal niente, Non sono stato io. Importano più il come del perché. I colpi di scena a volte tali non sono: lettori e personaggi, a lungo, hanno quasi un diverso grado di conoscenza sui fatti, e le svolte shock scuotono più loro che noi all'alba di nuove consapevolezze. Nella scrittura di Derossi, guizzante come la coda della sanguinaria gatta Messalina, si alternano capitoli in seconda persona, botta e risposta degni di una sceneggiatura cinematografica, sbobinature di interviste giornalistiche.
Nella sua Serana fondamentalmente intollerante nei confronti dello straniero le paure ancestrali oscillano dai lupi alle streghe arse vive ai tempi dell'Inquisizione, fino alle carovane di zingari e giostrai: perfino il macellaio, nel retrobottega, farnetica di alchimisti, ufo e altre leggende urbane. L'autore, senz'altro accattivante, ha l'arma a doppio taglio della brevità e scarsa fantasia con i nomi di battesimo – in duecento pagine, ho notato sorridendo sotto i baffi, incrociamo ben due Davide e gli interessi amorosi di Ada si chiamano Sergio e Giorgio a rischio di creare una certa confusione. La sua indagine poliziesca, sociologica, antropologica tiene mirabilmente in considerazione, tuttavia, gli stati d'animo, le coloriture dialettali, la percezione del diverso presso regioni in maggioranza leghiste, e il prodotto finale è una di quelle fiabe gotiche che tengono per sé il discrimine fra disturbi mentali e fenomeni paranormali, thriller psicologico e horror puro. Una lettura di confine, a confine: fra generi d'intrattenimento e, nel congedo, fra disperazione profonda e speranza.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Lucio Dalla - Attenti al lupo

lunedì 23 luglio 2018

Recensione: Sotto il falò, di Nickolas Butler

| Sotto il falò, di Nickolas Butler. Marsilio, € 17,50, pp. 236 |

Ero qui e lo aspettavo, come aspetto l'inverno quando fuori è troppo caldo. Peccato, un po', che lo scrittore proveniente dal Wisconsin con amore abbia deciso di tornare a farmi visita in piena estate. Gli si addicevano di più i giochi di luce del caminetto, le camice di flanella a quadri, la barba incolta sulle guance e l'indie folk in cuffia. Ma quando un ospite d'eccezione come Nickolas Butler ti si presenta alla porta, sebbene fuori stagione, con quale coraggio non gli dici prego, entra pure, il mio divano è il tuo divano? In te, l'eccitazione mista a curiosità di chi non lo leggeva da un anno e mezzo: prima ancora ce n'erano voluti a loro volta due, di anni, affinché Il cuore degli uomini raggiungesse Shotgun Lovesongs sul mio scaffale – accanto, come fossero vecchi amici al bar, gli si stringono Kent Haruf, Tom Drury, i nostri Cognetti e Camurri, e quel Raymond Carver a cui una specie di timore reverenziale mi impedisce ancora di approcciarmi. Sono tutti parte, alla lontana, della stessa scuola: uno stile frugale, minimalista, ridotto all'osso e al cuore dell'emozione; la condivisione con i lettori di aneddoti, suggestioni sparse e tranche de vie dal retrogusto dolce-amaro. Scrivono romanzi in serie e autobiografie mancate, in molti casi, ma appartengono per indole alla dimensione della short story: dove l'essenzialità è la risposta. Non sorprende, perciò, che il ritorno di questo cowboy romantico avvenga proprio all'insegna del racconto – forma narrativa mai particolarmente apprezzata con cui tuttavia, prestando fede ai buoni propositi per l'anno nuovo, sto prendendo pian piano confidenza.

«Nonno, che sapore ha la pioggia?» domandò il ragazzino.
«Di nuvole, immagino. La pioggia sa di nuvole.»

In un bosco in prossimità di una chiesa sconsacrata, la notte più lunga viene illuminata con le cataste di legname della "festa della motosega": fra violinisti e tossici, si consumano tradimenti e porzioni di maiale arrosto. E nel mezzo di una natura rischiarata, violata, ci sono due hippy che si sono scelti a vicenda un nome nuovo, ma non il destino spaventoso di genitori. Mamme e padri: si nasce o si diventa? E nonni affettuosi, se una figlia inaffidabile ci lascia in custodia un nipote semisconosciuto e un pomeriggio di pioggia da bere, di venerdì, dimenticandosi poi di passare a riprendere il bambino? Sven e Lily si fanno compagnia e si traviano a vicenda, invece, secondo i dettami di un codice tutto al maschile; altri tre amici per la pelle – due coltivatori in via di estinzione e uno yuppie che torna a trovarli solo nei fine settimana – sognano funghi, sorgenti artesiane di birra e, nella follia di una notte alcolica dalle conseguenze tragiche, si scoprono intimiditi dalla doppia natura e dalle smanie borghesi di un topo di città nella sua ora d'aria; una coppia ai ferri corti, il rito del frigo da svuotare all'indomani della scomparsa della madre di lui: davanti ai Tupperware, agli avanzi e ai ricordi a sprazzi, si celebra allora anche il funerale della loro relazione. Cosa ne è il primo gennaio degli alberi di Natale da buttare? Una pira da accendere sulla superficie ghiacciata dei laghi, mentre due giovani amanti alle prese con le prime idiosincrasie si danno a un'immersione nel buio fisica e metaforica. Un anziano ecoterrorista allo stadio terminale tiene in ostaggio uno spietato imprenditore: l'inquinamento sta divorando le acque, la colpa è sua, e la espierà sorbendosi bicchieri di petrolio e vecchie poesie; la commessa di un negozio di animali vittima di violenza domestica e un'agente malata di Alzheimer fanno squadra contro lo strapotere dell'universo maschile; un uomo, per amore di una donna in fuga perfino da sé stessa, si prende cura delle figlie di lei e di un gatto randagio, nonostante la legge e l'allergia dicano il contrario; un diabetico in pensione, per sfuggire alla noia della terza età, cerca un senso alle proprie giornate in un frutteto: una mela al giorno toglie il medico di torno, e a sorpresa aggiunge dolcezza al matrimonio.

Quelle notti, quando le dicevo che l'amavo, pronunciando parole che facevano quasi male per quanto erano vere e grandi, credevo in loro quanto credevo nel fiume. Ma non credevo in Sunny. Non credevo, per esempio, che mi sentisse davvero, quindi la maggior parte delle volte in cui le dicevo che l'amavo era come parlare a qualcuno che è già morto e ti manca da impazzire, qualcuno con cui vuoi ancora confidarti ma ha lasciato il mondo, tranne che nel ricordo o nell'idea che ne hai tu, e ti assale come un fantasma.

Si passano la staffetta uomini d'altri tempi e donne che o s'impuntano caparbiamente, o tagliano la corda. Dal finestrino dei pick-up in corsa sfilano i silos, i campi coltivati, le rapide del Mississipi, gli Amish in calesse, i reduci delle guerre di ieri e di oggi, i cieli pieni di nuvole e di lucciole. Le volute dense di quel fuoco che scalda, libera, distrugge. 
Le fiamme guizzanti disegnano, così, storie che a volte piacciono da impazzire (Petrolio dolce, Nelle contee occidentali e Acqua piovana), altre meno (Sven e Lily, La gente dei treni va piano). Ma Butler, in pillole, sa preservare per fortuna lo stesso calore, lo stesso colore. Ti emoziona sempre, a modo suo. Anche se narrazioni ad ampio respiro, guai a dirmi che non ho provato a ricredermi, fanno comunque più fumo, e più luce. 
È il mese di luglio. Negli stabilimenti balneari, volendo, sopravvive qualche sparuto jukebox. Sotto il falò è recuperare monetine di rame dal fondo della tasca dei jeans e concedersi così la quiete di dieci canzoni, di dieci storie. Cantano di paternità, amicizia, memoria, coppie in crisi e vendette trasversali. Suonano all'orecchio ora malinconiche, ora feroci. Da centellinare con parsimonia nell'arco dell'intera giornata. Da regalare a sé stessi quando ci si vuol concedere qualcosa per volersi bene – anzi, volersi meglio –, con i turisti che sciamano via in massa, allarmati da lampi in vista che a te ispirano invece buonumore.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Passenger – Heart's on Fire

lunedì 25 settembre 2017

Recensione: Gli anni del nostro incanto, di Giuseppe Lupo

| Gli anni del nostro incanto, di Giuseppe Lupo. Marsilio, € 16, pp. 156 |

Una metropoli che cresce. L'indiscreta poesia del bianco e nero.
Su una Vespa, quando ancora non c'erano i caschi obbligatori o la paura di cadere, scorazzano stretti stretti i membri di una famiglia italiana. Immortalati in una foto d'epoca, bellissima perché inaspettata. Lì, al crocevia della vita. L'affermato Giuseppe Lupo, che ho il piacere di leggere qui per la prima volta, è da questa foto che ha immaginato una breve saga familiare tra passato e presente. Chi sono i soggetti? A descriverceli, negli anni del boom economico, la piccola di casa, Vittoria: quella che, nel traffico, è un fagotto di neppure dodici mesi sulle gambe di mamma. Quella mamma che, vittima di un misterioso terremoto emotivo, ora giace in un letto d'ospedale e non ricorda niente: nemmeno loro. La stessa che, mentre infermieri e medici parlano di come si piazzerà l'Italia ai Mondiali, reagisce solo davanti a un rettangolo di carta sbiadito.

«Piano piano la spazziamo via questa montagna che ti pesa.»

Appena ventunenne, nata dalla gioia di far pace dopo musi lunghi giorni e giorni (tutta colpa di un misterioso sbaffo di rossetto sulla camicia del capofamiglia), Vittoria è la sorella minore di Bartolomeo, detto Indiano, che ha gli occhi tristi e una spiritualità vacillante. Come sono usciti due figli simili, cupi e insicuri, da una coppia di innamorati che ai tempi d'oro sognava di sfidare il mondo a passo di danza? Gli anni del nostro incanto sono quelli della Cinquecento per far visita ai nonni, più a sud; del luccichio irresistibile della Rinascente e dei primi pensieri per i danni dello smog; dell'uomo a passeggio sulla luna in uno tutone immacolato. Quando Milano era una promessa rosea, senza manifestazioni giovanili e senza terrorismo, con i capelli ben fissati dalla brillantina e genitori che continuavano ad amarsi di un amore che, nei figli, suscitava insieme invidia e imbarazzo. Come se non ci fossero mai state le liti per un agosto altrove o la cucina da comprare dal nuovo, le mezze parole che lasciano intatta la minestrina a cena, i dolori che ti pietrificano di punto in bianco davanti alla tivù. Mamma, soprannominata Regina, fa la parrucchiera: è una veneta testarda, signorile, un po' distaccata. Papà Louis, "terrone" giunto in Lombardia per la leva militare, fa l'operaio: lo sguardo sollevato verso un cielo atomico, le braccia da boxeur dilettante, il pallone di domenica pomeriggio.

«Siamo venuti a Milano per essere all'altezza di questi anni. Tu capisci? All'altezza di questi anni.»

Lupo, con una sensibilità sorprendentemente femminile, firma 150 pagine – poche, uno direbbe – in cui eppure stanno a pennello il generale e il particolare, la cronaca e Sanremo, i drammi di Vittoria e i nostri. Emozionante, intimo, con la prodigiosa memoria degli elefanti. La migliore forma del raccontare, infatti, è il ricordo. Non c'è una parola superflua, così. Non c'è un'esistenza – si retrocede nelle generazioni, perfino – lasciata indietro. E non c'è vigile urbano a fischiarli, in quella domenica mattina in cui si festeggia la sbarluscenza della Madonnina. Alla ricerca della via Gluck. Di Dio, vivo o morto che sia. Delle scie sovietiche nel blu dipinto di blu. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – Città Vuota

venerdì 28 aprile 2017

Recensione: Le cose che abbiamo perso nel fuoco, di Mariana Enriquez

Sono gli uomini a fare i roghi, piccola. Ci hanno sempre bruciato. Ora ci bruciamo da sole. Non per morire, ma per mostrare le nostre cicatrici.

Titolo: Le cose che abbiamo perso nel fuoco
Autrice: Mariana Enriquez
Editore: Marsilio – Farfalle
Numero di pagine: 208
Prezzo: 16, 50
Sinossi: Piccoli capolavori di realismo macabro che mescolano amore e sofferenza, superstizione e apatia, compassione e rimpianto, le storie di Mariana Enriquez prendono forma in una Buenos Aires nerissima e crudele, vengono direttamente dalle cronache dei suoi ghetti e dei quartieri equivoci. Sono storie che emozionano e feriscono, conducendo il lettore in uno scenario all’apparenza familiare che si rivela popolato da creature inquietanti. Vicini che osservano a distanza, gente che sparisce, bambini assassini, donne che s’immolano per protesta. Quello di Mariana Enriquez è un mondo dove la realtà accoglie le componenti più bizzarre e indecifrabili della natura umana, e dove il mistero e la violenza convivono con la poesia. Sullo sfondo di un’Argentina oscura e infestata dai fantasmi, con la sua brillante mescolanza di horror, suspense e ironia, Le cose che abbiamo perso nel fuoco ha fatto di Mariana Enriquez la risposta contemporanea a Edgar Allan Poe e Julio Cortázar, la voce più interessante della nuova letteratura sudamericana. Una voce intensa e diretta, che racconta di personaggi brutali e talvolta buffi trascinando il lettore in una spirale fascinosa e disturbante, cui è difficile resistere.
                                                  La recensione
Mi vengono in mentre The Babadook, A Girl Walks Home Alone at Night, Under the Shadow. Tre film del circuito indipendente, di donne o sulle donne, a riprova di come l'horror contemporaneo abbia smesso di essere un genere declinato soltanto al maschile. Si affermano registe e scrittrici di talento. Prendono piede storie dallo sguardo profondo, femminile, che portano l'orrore a un livello diverso. Fatta eccezione per la bellissima opera prima di Jennifer Kent, australiana che scandagliava i demoni della perdita, non ho trovato le parole per parlarvi delle vampire in bianco e nero venute dall'Iran o dei soffitti sbrindellati a Teheran. Mi sono piaciuti, ma qualcosa sfuggiva. Una simbologia sconosciuta, un contesto lontano, la politica tra le righe.
Spostandoci dal Medio Oriente a Buenos Aires, potrei dire lo stesso della raccolta di Mariana Enriquez. Le cose che abbiamo perso nel fuoco prende il titolo dall'ultimo di dodici racconti brevi e brevissimi – a mio dire, il migliore. Troviamo, in ordine sparso, mendicanti ridotti a carne da macello; case abbandonate; le spaventose allucinazioni indotte dalle droghe, dalla stanchezza di un neonato che non smette di frignare, da un licenziamento che ci ha lasciato gli psicofarmaci al posto della buona uscita; gli amici che si barricano in casa e dicono addio al mondo, le amiche che si perdono e le conoscenze superficiali che ci traviano; i segreti dell'acqua stagnante e di fiamme che divampano da sé, per opporsi a alla caccia alle streghe. Con parole di fuoco la Enriquez descrive gli altarini ai bordi delle strade, le chiese profanate, gli orfani cresciuti nella deformità. 
C'è un sole rosso in cielo. Nella raccolta, ville decadenti e mercati coperti, fantasmi vendicativi e divinità pagane. Le cose che abbiamo perso nel fuoco è crudele, altero, nero. Fastidiosissimo, con immagini scabrose e dettagliate, ma mai insostenibile. Sarà che ha una prosa che affascina intimamente. E i mostri marini di Lovecraft, e i bambini curiosi del primo King, e la psicologia di Allan Poe. Si beve tutto d'un fiato, con il rischio che possa strozzarti – spaccato autentico di un Paese amorale, che ha vissuto più dittature che giorni di pace. Restano i teschi ornati di lucine, le donne sfregiate con l'acido, militari dal pugno di ferro che molestano le cameriere nell'indifferenza generale. Alcuni episodi sono miratissimi, di altri ho fatto fatica a capire il messaggio. Ho sussultato e mi sono detto sì, e allora? Qual è il prosieguo? Qual era il punto, ché forse mi sono distratto un attimo? A volte, come nei film citati, manca la chiave di lettura; altre, invece, la si intuisce a colpo d'occhio. La curiosità non viene appagata in quei racconti che finiscono coi punti di sospensione e una pagina bianca. Allora non restano che la suggestione e l'inquietudine della sirena Enriquez – una che denuncia, divide, terrorizza. E, del fuoco delle pire della sua Argentina, la bellezza sinistra delle cicatrici.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Johnny Cash – Ring of Fire 


martedì 28 febbraio 2017

Recensione: Il cuore degli uomini, di Nickolas Butler

Il mondo è pieno di uomini cattivi, ma se sei pronta, e se sei forte, allora non possono coglierti alla sprovvista, e tu non avrai paura. E quando verranno a bussare alla tua porta nel cuore della notte e tu sarai lì per accoglierli con tutta la luce che hai dentro, tutta la forza di cui disponi, saranno loro a ritirarsi nelle ombre. L'ho visto succedere. Devi trasformare la tua luce in un fuoco.

Titolo: Il cuore degli uomini
Autore: Nickolas Butler
Editore: Marsilio
Prezzo: € 19,00
Numero di pagine: 409
Sinossi: Nelson dorme da solo, nella tenda che lo ospita per la quinta estate consecutiva al campo Chippewa. Le sue medaglie da giovane scout, la bravura nell'accendere il fuoco, la straordinaria abilità con cui all'alba suona la sveglia con la tromba non sono il massimo per farsi degli amici, a tredici anni. Solo Jonathan, il ragazzo più popolare della scuola, sembra concedergli stima e attenzione; è l'unico a ricordarsi del suo compleanno, l'unico ad aiutarlo quando i bulli del campo vorrebbero vederlo annegare nella latrina. Nelson e Jonathan non possono ancora saperlo, sul finire di quell'estate del 1962, ma la loro amicizia sopravvivrà al tempo. Ai problemi in famiglia, alla durezza dell'Accademia militare, agli orrori del Vietnam. E più di trent'anni dopo, i due ragazzini del Wisconsin diventati ormai adulti si ritroveranno a discutere di lealtà e ipocrisia, di generosità ed egoismo, delle crepe del matrimonio e dell'abisso della guerra, davanti al figlio di Jonathan, Trevor, e a un numero di bicchieri di whisky di cui non è facile tenere il conto. Di padre in figlio, tre generazioni di uomini dovranno confrontarsi con gli equivoci del proprio coraggio e della propria vigliaccheria. E dinanzi alle sfide della vita, con le sue ambigue domande sul bene e sul male e i suoi falsi eroismi, nell'abbraccio di una natura primitiva e magnifica, sarà una lezione d'amore a illuminare il cammino, come quella lanterna che era l'ultima a spegnersi nella notte del campo Chippewa.
                                                 La recensione 
Siamo stati tutti ragazzini, all'inizio. 
Prima che il mio portatile decidesse di spegnersi senza un perché, appuntavo metodicamente su un foglio Word le immagini e le riflessioni che il romanzo in lettura mi ispirava. Falò e zanzare, striptease e foglie rare usate come segnalibro. Faccio così quando tengo tantissimo a un titolo e ho paura che le cose essenziali e quelle superflue, parimenti indispensabili per chi può dirsi già fan, mi sfuggano di mente. Vorrei mettere insieme e alla rinfusa tutti i tasselli. Preferirei che le istantanee di un'estate lunga cinquant'anni non ingiallissero, seguendo l'ordine naturale delle cose e delle mie letture, nella soffitta della memoria. Ho sezionato Il cuore degli uomini. Ne ho schematizzato i segnali vitali, la mappatura delle vene, ma di quella disordinata cartella clinica che sembrava un disegno astratto ha fatto purtroppo carta straccia l'aggiornamento automatico. Non avevo salvato. Mi trovo punto e a capo. A far mente locale, tirando gelosamente a me i cocci. A dire che forse gli ho preferito Shotgun Lovesongs ballata struggente di musicisti e sceriffi, che Dio solo sa quanto amai –, ma che di Nickolas Butler adoro la voce e le contraddizioni. Probabilmente, nel documento perduto avevo ribadito la mia indole da pantofolaio e la vaga avversione per la vita nel verde espressa in merito al bel Le otto montagne: altra storia di amicizie maschili (ho fatto il Classico, le ragazze battevano i ragazzi sedici a quattro), radici (figlio di un militare, non ne ho mai messe di mie e ne sento la mancanza raramente, ad esempio in casi come questo) e crescita (per quello, mi illudo, ho ancora tempo). Se l'esordio di Butler aveva un sapore quasi cinematografico, Il cuore degli uomini è un lungo coming of age nel solco del sogno americano. Ci sono i pregiudizi inossidabili e le sconfinate praterie del sud, le vaghe sonorità indie-folk, le fiaschette di contrabbando. All'ombra della bandiera a stelle e strisce che oscilla assecondando il moto del vento, giusto al centro di un campo scout dai giorni contati, vediamo tre generazioni darsi il cambio e sconfiggere i fantasmi di altrettante guerre. Gli anni Sessanta, i Novanta e, infine, il 2019 che verrà. Come sopravvive la Riserva Whiteside alla malagrazia del ventunesimo secolo? Butler, cowboy dalla barba rossiccia e dall'immancabile camicia a scacchi, racconta un mondo in via di estinzione. All'inizio, sotto quella banderuola ci suona la tromba il timido Nelson. I prepotenti gli spaccano gli occhiali da vista, gli mettono sottosopra la tenda, svuotano la vescica nella sua tromba. Lo costringono a recuperare un nichelino guadando una latrina. Nel giorno dei suoi tredici anni, a casa sua non si presenta che Jonathan: un popolare quindicenne che lo prende sotto la propria ala, spronandolo a diventare il capo gruppo che è nato per essere. Si arruolerà volontario per il Vietnam, per dimostrare ai bulli che avevano torto marcio. 
Nella seconda parte, cinquantenni, i due amici si incontreranno in un ristorante e proseguiranno la serata ammirando le ballerine di un club per soli adulti: con loro, il figlio sedicenne di Jonathan. Un adolescente sentimentale e di sani principi, più vicino al pluridecorato Nelson che a un padre sciupafemmine: si chiama Trevor, e giura solennemente che amerà per sempre la fidanzatina del liceo e che non si vergognerà mai dei pantaloncini cachi della sua divisa. Infine, in una realtà che continua a opporra un'anacronistica resistenza all'ingresso delle donne, una mamma single e un ragazzetto recalcitrante percorrono sentieri familiari sotto lo sguardo benevolo di un Nelson vecchissimo. A Eau Claire si impara l'arte – del sogno, della bontà – per metterla da parte. L'essere boy scout passa, come l'acne o la cotta per la reginetta portata al ballo d'inverno. Nel folto del bosco fanno breccia l'alcol, il fumo e la pornografia. A occuparsi della nostra educazione amorosa, una malinconica spogliarellista con le tette siliconate e la cicatrice del cesareo. Serpeggiano i commenti discriminatori: la colpa di un piccolo mondo antico che finisce, infatti, sarebbe dell'avvento delle donne, dei gay e dei musulmani, o così si mormora attorno alla brace. 
L'emozionantissimo Nickolas Butler parla con amarezza e un filo di commozione di una America affascinante ma gretta, guerrafondaia, che non è più un Paese per vecchi, eroi o boy scout. La corruzione parte da dentro. Si propaga, e fa seccare i campi, rovinare le armonie dei ritornelli, stingere la flanella. Il sogno americano lo si infanga seduti all'indiana, in cerchio. Ci si gioca al tiro al bersaglio nei parcheggi incustoditi. Gli scout hanno veicolato, soprattutto nel dopoguerra, il culto dell'onore e del rispetto. Il braccio sollevato, il pollice e il mignolo che si toccano, tre dita tese: parola di lupetto. Prometto che farò del mio meglio. E se il nostro meglio non fosse abbastanza, e vite gloriose conducessero a dipartite senza lode? Se nel fitto degli alberi, in branco, compromettessimo tutto? Se diventando adulti chiudessimo nell'armadio i pantaloni corti e il coraggio? Le luci delle città lontane e quelle degli iPad fanno concorrenza alle stelle: ormai si vedono solo se ci badi. Nei falò si gettano pugni di sale, e lo scoppiettio imita l'eco inquietante di un bombardamento. E' il suono che fa il Wisconsin che non c'è più. Le risate dei vari Peter Pan: i pochi uomini buoni rimasti fedeli a loro stessi. Lo sguardo altrove di donne che giganteggiano, nonostante tutto. Intimamente combattuto tra orgoglio e risentimento, Nickolas Butler fa nodi da marinaio – a lungo, mi legherà con quelli ai suoi meravigliosi personaggi - e improvvisate voce e chitarra. Conosce i segreti per leggere le stelle superstiti, e se ne fa custode. Spazza la cenere. Fino all'alba, ancora, giura che terrà acceso il fuoco.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Mumford & Sons - Little Lion Man


lunedì 5 ottobre 2015

Recensione: Quello che non uccide - Millennium IV, di David Legercrantz

Lisbeth non dimenticava torti e soprusi. 
Lisbeth ristabiliva gli equilibri.

Titolo: Quello che non uccide – Millennium IV
Autore: David Legercrantz
Editore: Marsilio
Numero di pagine: 503
Prezzo: € 22,00
Sinossi: Da qualche tempo "Millennium" non naviga in buone acque e Mikael Blomkvist, il giornalista duro e puro a capo della celebre rivista d'inchiesta, non sembra più godere della popolarità di una volta. Sono in molti a spingere per un cambio di gestione e lo stesso Mikael comincia a chiedersi se la sua visione del giornalismo, per quanto bella e giusta, possa ancora funzionare. Mai come ora, avrebbe bisogno di uno scoop capace di risollevare le sorti del giornale insieme all'immagine - e al morale - del suo direttore responsabile. In una notte di bufera autunnale, una telefonata inattesa sembra finalmente promettere qualche rivelazione succosa. Frans Balder, un'autorità mondiale nel campo dell'intelligenza artificiale, genio dell'informatica capace di far somigliare i computer a degli esseri umani, chiede di vederlo subito. Un invito che Mikael Blomkvist non può ignorare, tanto più che Balder è in contatto con una super hacker che gli sta molto a cuore. Lisbeth Salander, la ragazza col tatuaggio della quale da troppo tempo non ha più notizie, torna così a incrociare la sua strada, guidandolo in una nuova caccia ai cattivi che punta al cuore stesso dell'Nsa, il servizio segreto americano che si occupa della sicurezza nazionale. Ma è un bambino incapace di parlare eppure incredibilmente dotato per i numeri e il disegno a custodire dentro di sé l'elemento decisivo per mettere insieme tutti i pezzi di quella storia esplosiva che Millennium sta aspettando.
                                                  La recensione
A Natale di quest'anno, saranno dieci anni precisi che, in una cartella del computer, tengo aggiornato un documento Word con le mie letture: cosa ho letto e quando l'ho letto, a partire dal dicembre del duemilacinque. Più di qualche anno prima della nascita del blog, dunque, e qualche anno dopo dalla scoperta di una passione che non avrei abbandonato più. Ogni tanto ci penso. Ai romanzi che ho letto e dimenticato, a quelli che ho adorato senza dirlo a nessuno in particolare. Aiutato dalla funzione “cerca”, il foglio di Word mi porta così al duemilanove, sono passati ormai sei anni, e mi dice che il romanzo più bello di quell'annata era stato Uomini che odiano le donne. Di lì a qualche mese, avrei recuperato in fretta e furia i volumi rimanenti di una trilogia a cui, attualmente, sono ancora molto legato: lo sapevate? Non c'è stata l'occasione di rivelarvi, prima d'oggi, alcune delle mie personali convinzioni: non mi piacciono autori nordici all'infuori di Stieg Larsson; nonostante la classica magnificenza della sua regia, era stato bello ma superfluo il remake di Fincher di una trasposizione originale già calzante di suo; Lisbeth Salander – la hacker dal cuore d'oro – è uno dei personaggi femminili più grandi della letteratura degli ultimi tempi. Adesso è tornata, e non potevo che dirmi elettrizzato davanti a una sua chiamata improvvisa. Scettico sì, ma questa è un'altra storia. Quello che non uccide, infatti, pubblicato in contemporanea mondiale e arrivato in libreria, con il suo prezzo prevedibilmente esorbitante, tra paragoni e sospetti diffusi, è il quarto capitolo di quella che era nata come saga e morta, per la sfortunata scomparsa del suo creatore, come trilogia. Succede, a qualche anno dalla tragedia, che lo svedese David Legercrantz, noto perlopiù come autore di biografie, si accaparri i diritti della serie e reperisca appunti sparsi con le ultime idee di Stieg. Il resto si sa. Il conto alla rovescia, scarsi dettagli su una trama supersegreta, un titolo che immediatamente schizza ai vertici delle classifiche internazionali. Subito mio – volume imprescindibile per un fan affezionato – Quello che non uccide ha aspettato la fine degli esami per farsi leggere e apprezzare al meglio. Il primo, poliziesco bellissimo, si divorava; il secondo, più un capitolo monografico su una protagonista indimenticabile che un giallo, era bello perché c'era Lisbeth; del terzo, invece, ricordo una lettura frammentaria e svogliata: prolisso e lento, così tanto che, tra tribunali e spie russe, lo avevo letto intervallandolo con altro. E' necessario abbandonare le lenti rosa: quelle con cui tutto ciò che è passato ci appare magicamente più bello, ma immancabili quando si parla di un autore che se ne è andato e di un franchising entrato, e non senza meriti, nella storia dell'editoria. Il quarto capitolo di Millennium è un diesel. Parte piano e rumorosamente. Si fa un po' di fatica a metterlo in moto.
C'è ritrosia, ma si sapeva, e i personaggi – numerosissimi - sono loro ma non sono loro. A quasi un decennio dagli avvenimenti di La regina dei castelli di carta, la redazione di Millennium è alla deriva: è arrivata la crisi economica, gli scoop mancano. Il nostro Mikael Blomkvist è invecchiato e non sta al passo con il rinnovo generazionale, mentre il ricordo della gloria passata sbiadisce e – con la rivista in mano a una società giovane e mainstream – per lui si parla di un esilio all'estero. Una svolta si ha quando Frans Balder, scienziato alle prese con ulteriori perfezionamenti in materia di intelligenza artificiale, chiede di lui in una notte sanguinosa e fatale, rivelando collegamenti sospetti tra l'Nsa e un'ampia associazione criminale con a capo il losco Thanatos. Più legata al passato di Lisbeth di quanto ci si aspetterebbe, l'indagine – osservata a distanza dalla ragazza con il tatuaggio di drago – ci farà conoscere l'inquieta e affascinante nemesi della protagonista e un'inedita storia familiare. Quello che non uccide, in definitiva più leggero dei romanzi precedenti, nonostante la lentezza dell'inizio e informazioni che lì per lì ti sommergono, è un romanzo con un'impronta diversa. Non tanto per lo stile o per un caso meno avvincente che nel primo romanzo ma più interessante che nell'ultimo, ma per i personaggi; per Lisbeth. Tra come ne parlava Stieg e come, invece, ne parla David c'è una differenza che si percepisce: ovvio, nessuno potrà volere bene alla propria figlia minore quanto l'uomo che l'ha messa al mondo. Uno zio come Lagercrantz, sensibile ma inesperto, potrà provarci perciò a modo suo. Lui che scrive come gli autori svedesi scrivono: in maniera meticolosa e fredda, con un filo di ironia e dettagli su dettagli. Una prosa giornalistica, quasi, immediata e senza guizzi retorici. Ha il dono della sintesi, nonostante le cinquecento pagine, e della chiarezza, nonostante i segreti di un mondo che non ci appartiene ci diano spesso filo da torcere. 
Il risultato è un thriller informatico e non di denuncia, in cui l'autore aiuta a collocare figure e situazioni nello spazio: nel cuore del capitolo, nella casella giusta. I personaggi sono tanti: nomi, identità, pedine tra cui non si fa miracolosamente confusione. Nonostante la folla, nonostante gli aspri nomi stranieri siano difficili da memorizzare. Però li vedi scritti e li riconosci; ha senso? In un aggettivo scelto con cura che, immediatamente, chiarisce posizioni e ruoli; in uno stile dal sapore cinematografico. Se i nuovi personaggi funzionano – da August, bambino autistico e geniale, a un padre impegnato che finalmente vuole prendersi cura di lui, non dimenticando il romantico assistente Andrei e il nerboruto addetto alla sicurezza delll'Nsa –, i vecchi si riconoscono presto e dopo poca fatica. Lisbeth, ancora più che nei capitoli dedicati alla sua ricerca parallela, è Lisbeth quando gli altri parlano di lei, e la descrivono come la bambina dall'infanzia violenta e solitaria – una Matilda Wormwood nerd che, prima dei computer, studiava i fumetti Marvel – che tutti noi conosciamo; questa volta, con qualche sorriso in più e un bambino speciale da proteggere, è luminosa come una mamma. Fa piacere ritrovare lei e Mikael, inoltre: non-coppia bellissima, sospesa tra amore e amicizia. Sempre che si possa amarla, una come Lisbeth Salander. Sempre che possa permettersi amici veri. Qui parlano a distanza: su cellulari usa e getta; attraverso email criptate. Se si incontreranno prima dei titoli di coda - per un lettore che spera che la donna che odia gli uomini che odiano le donne possa trovare spazio nella sua vita per una mosca bianca, per un uomo buona e onosto - è una domanda che preme quasi quanto la risoluzione del mistero stesso. Quello che non uccide ha più di qualche pecca – un inizio così così; un'indagine lineare; un linguaggio che, volendo essere esplicativo, a volte risulta cosa da Enciclopedia – e un finale conclusivo, anche se si aspetta volentieri un altro volume ancora con lo scontro tra la Salander e il suo micidiale alter ego. Non all'altezza del primo Larsson, non il thriller dell'anno, ma – in definitiva – una bella prova; soddisfacente. Soprattutto, grazie ai personaggi presi in prestito che, dopo attimi di titubanza, si riconoscono come amici di vecchia adata. Su tutti quella Lisbeth, uguale e diversa, che resta un fuoco artificiale di mezze parole, eclatanti vendette, risorse impensate. Forte, orgogliosa, esempio. Del non porgere l'altra guancia, ma di picchiare, e brutalmente, quando il più forte ti schiaccia; di andare a letto con chi ti attrae, senza etichette, e di non prestare ascolto a chi immagina già come sarai, a una certà età, con un fisico mingherlino deturpato dall'inchiostro; del fatto che ballare da soli è possibile e bellissimo, giacché il resto dell'umanità è un bello schifo, ma che in un giro di pista, brevemente, si può incontrare la persona giusta con cui fare il casquet. O il colpo di stato.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Led Zeppelin - Immigrant Song