Fanno tenerezza i ribelli che si accasano in nome della famiglia.
Fanno tenerezza Katja e suo marito: lei tatuatatissima, sotto i
vestiti di tutti i giorni; lui ex spacciatore turco, ex galeotto, che
ha scelto infine il posto fisso e un figlio da crescere. Il loro sogno di
normalità, purtroppo, è pronto a a scoppiare all'improvviso al tempo degli
attentati dappertutto. Una bomba imbottita di chiodi ha ammazzato
padre e figlio. Restano una mamma che piange, strepita e non sa andare
avanti; un'elaborazione che passa dallo stordimento degli
oppiacei alle lamette sui polsi. Oltre la notte,
vincitore del Golden Globe per il Miglior Film Straniero e misteriosamente mai arrivato alla prestigiosa cinquina da Oscar, è una tragedia
in tre atti: ci sono prima il lutto e le indagini, in una Amburgo
piovosa e piena di pericoli (fondamentalisti, neonazisti, usurai,
pusher); poi il processo contro la diabolica coppia omicida, che
amaramente mette al vaglio il ricordo delle vittime innocenti e non i
colpevoli; alla
fine un viaggio in Grecia, al mare, in cerca di giustizia quando la
giustizia fallisce. Ho pianto lacrime di rabbia insieme a
un'incredibile Diane Kruger, confusa e pazza di dolore. E mi sono
lasciato scuotere e spossare da un thriller devastante, che si muove
fra le notizie allarmanti della cronaca nera e pensieri di vendetta,
avendo dalla sua l'intelligenza e lo sguardo del cinema d'autore. La
Kruger, così, non diventa mai un'eroina bad-ass in lotta contro il
sistema corrotto. L'occhio per occhio, dente per dente resta uno
sbocco da film hollywoodiano. Il revenge movie secondo Fatih Akin procede invece inesorabile. Oltre la notte non
ci sono schiarite o assoluzioni, non c'è mai pace. Neanche quando il
sole a picco del Mar Ionio sembra brillare perfino sulle nostre sciagure. (7,5)
Un
film girato con l'iPhone. Dopo Sean Baker, chi era l'ondivago Steven Soderbergh (che
senza un preciso disegno passa dagli spogliarellisti ai trafficanti,
dai casinò all stars ai
biopic di successo) per non provarci a sua volta? Per non mettersi in
gioco, e per di più con la complessità del thriller? Nasce così
Unsane. Una giovane donna perseguitata, sette giorni di ricovero
forzato in un istituto psichiatrico, la scoperta che il suo
infallibile stalker si sia infiltrato fra i membri del personale. La vittima e il carnefice si confonderanno nel finale,
passando dalla parte del torto. Dalla parte del folle. Chi va con il pazzo, parafrasando il famoso proverbio, impazzisce? Stalking e malasanità: la carne al fuoco è in realtà così poca da non saziare. Ma Soderbergh è una volpe, e sa
affascinare e distrarre con un incubo sotto psicofarmaci dai ritmi
ossessivi. Bastano uno smartphone. Un'attrice sulla buona strada per
diventare grandissima. Un'idea che avrebbe senz'altro avuto bisogno
di maggiore appeal. Il mezzo, Claire Foy e la fama del regista,
dunque, ora motivano, ora sovrastano un film altrimenti fragile,
canonico e frammentario, che sorprende soltanto per l'eleganza e la
fermezza della direzione. Unsane,
alias lo spot per iPhone più lungo mai realizzato, angoscia e
mantiene sempre il controllo, mentre la Foy al contrario sbarella da
manuale. Peccato per la banalità della sceneggiatura: scritta con il
T9, per amore di coerenza. (6)
Ha
uno scioglilingua per titolo. La distribuzione italiana, per una
volta non troppo a torto, ha ribattezzato così Thoroughbreds
semplicemente Amiche
di sangue. La trama, con quel
titolo nostrano che no, non fa misteri di sorta, è presto detta: una
casa da rivista, una vicinanza all'inizio poco gradita, un piano criminale un
po' per vendetta e un po' per capriccio. Al centro di lunghi piani
sequenza che ne accentuano bellezza e bravura, Anya Taylor-Joy e
Olivia Cooke sono due diciassettenni al limite. Algide
come le vergini del cinema di Sofia Coppola, irrequiete e
imprevedibili quanto la strana coppia del recente The End of the Fucking World, scoprono
un hobby comune: l'omicidio. Per fortuna, da che costrette a frequentarsi per qualche
ripetizione pagata profumatamente, si ritrovano complici contro
l'antipatia gratuita del padrigno della Taylor-Joy. Ne abusa, chiederete voi? In una commedia nera che fa il
verso a Schegge di follia ma
nel mentre sfoggia a sorpresa la raffinatezza di
Stoner, gli alibi mancano e lo
spunto di partenza è un pretesto come un altro per godersi dialoghi
a sangue freddo, l'ultima interpretazione del sicario Anton Yelchin e la prima volta alla regia di Cory Finley, che sa
fare la differenza a colpi di innata eleganza.
Si desidera la morte di un parente acquisito perché fa un rumore
infernale allenandosi in una stanza adibita a palestra. Si confida
nella fermezza di una Cooke in cerca di un senso, di un'opera buona,
a cui svelarsi a tratti nella verità del pianto o nel bisogno di una
compagna sincera. Ma in un ibrido al vetriolo, curato nel dettaglio,
le imperfezioni sono mal tollerate. E concedersi un'amicizia elettiva
ti rende vulnerabile, ti rende debole: meglio invece restare pazzi,
solitari, come dettano rigorosamente la moda e il black humor. (7)
Cosa hanno in comune Alicia Vikander ed Eva Green? Sono entrambe bellissime, bravissime e, europee, hanno conquistato Hollywood a colpi di interpretazioni – moglie da Oscar la prima, femme fatale dal fascino alieno l'altra. Riposto il glamour, sono sorelle ai ferri corti nel primo dramma internazionale di Lisa Langseth. La scusa per riunirsi: un viaggio dalla meta misteriosa. Hanno sei giorni appena per ritrovarsi, magari per ripensarci, in una clinicapresso cui trovare ora l'ispirazione, ora la solitudine. Il degente Charles Dance e la direttrice Charlotte Rampling assistono insieme allo spettatore alle liti, alle confessioni, alla ricerca del tempo perso. Sui piatti della bilancia, le responsabilità dei primogeniti e l'egoismo dei figli minori; la verità su una mamma morta suicida. Al centro, e non è uno spoiler, il tema del suicidio assistito: perché in questa ricchezza illusoria, fra orchestre, feste e presunzioni di felicità, ogni giorno suona una campana e le persone sofferenti sono invitate a prendere un pezzo di dolce e un cocktail mortale. La Green, con i suoi famosi seni devastati dalla mastectomia, vuole dire basta e commuove con un intensità che forse soltanto Penny Dreadful aveva rivelato. La Vikander, che ancora una volta conferma la sua sensibilità artistica, pretende di avere voce in capitolo: non vuole abbandonarla, non di nuovo. Il soggiorno farà bene e male a entrambe queste amiche-nemiche, meno allo spettatore: il melodramma esistenzialista, calato nel verde e con un cast tutto al femminile, verrà infatti pure dalla Norvegia, ma ha il rigore della Gran Bretagna. Seduta terapeutica che non manca dunque di dolcezza, che non manca di pena, in cui l'euforia del titolo rima con eutonasia, e la grande discrezione del tutto impedisce che in un certo far cinema si intrufoli controversia alcuna. (6,5)
Lo
hanno prima pubblicizzato con malizia a Cannes e poi gli hanno
cambiato titolo, fancendo sì Da una storia vera
diventasse inspiegabilmente Quello che non so di lei.
Al centro, poi, sono arrivate le vecchie accuse per un Polanski forse
recidivo, ma qui impegnato a riadattare senza convinzione il
brillante thriller di Delphine De Vigan. Una lettura talmente
particolare, avevo notato, da non sembrare adatta a farsi film. Posso
dirlo? Come volevasi dimostrare. Trasposto, infatti, perde
l'originalità, la bellezza conturbante degli incastri metaletterari,
i cognomi autentici. Quel gusto perverso ma affascinante nel
mescolare forme, registri, storie dentro storie. Resta l'impalcatura,
di per sé banalissima. Una scrittrice di best-seller in crisi
creativa, il rapporto insano con la sua fan numero uno, una
convivenza forzata che vorrebbe ispirare la stesura di capolavori ma
regala alla svogliata Seigner soltanto una nuova inquietudine: la
musa spettrale di una Eva Green che merita sempre il prezzo del
biglietto.
Il risultato, a malincuore, è pari a un mystery di Rai Due. Né
brutto né bello, compassato, con un regista assente e attrici che
possono tanto, ma non i miracoli. Certo, non tutto è carta straccia,
ma proprio non gli si perdona il già visto, se la De Vigan al
contrario mi aveva fatto sperimentare il mai letto. La delusione è
tripla: Polanski non decolla, l'efficacia dell'adattamento fallisce e
la sceneggiatura di Assayas, regista di quel mezzo capolavoro che è
stato Sils Maria,
lascia la sua proverbiale ambiguità per l'immediatezza dei finali
copia-incolla. Il collega Ozon, sia in Swimming Pool che
in Nella casa, aveva
comunque detto già tutto, e per di più molto meglio. Perché non voltare
pagina? (5)
|Orrore, di Pietro Grossi. Feltrinelli, € 14, pp. 140 |
Gli
scrittori e il mistero (del processo creativo, della magione
infestata che è la mente umana): cronaca di una lunga e tormentata
storia d'amore. Sono autori di best-seller i protagonisti dei
kinghiani Misery, La finestra segreta, La metà
oscura; altra addetta ai lavori
anche Delphine De Vigan, che in Da una storia vera si
raccontava in un mystery a tinte saffiche fra autobiografia e
finzione. Ultimo nome all'appello, a proposito di variazioni sul
tema, è quello del nostro Pietro Grossi: in passato edito dalla
selettiva Sellerio, premiatissimo, qui alla sua ottava fatica. È la
prima volta con un genere a cui il titolo allude chiaramente:
l'horror. È la prima volta che lo leggo, io che a pane e horror sono
invece cresciuto. Cosa c'è dietro quella copertina dall'aria
spaventosa? Cosa si nasconde oltre l'uscio di una casa nel bosco da
esplorare da cima a fondo, mossi dalla stessa curiosità che nei
proverbi delle nonne uccide il gatto? Orrore,
più vicino all'estensione del racconto lungo che del romanzo, è
un'altra storia che parla di ispirazione mancata e scrittura, in cui
autore e narratore sin dall'inizio si confondono per precisa volontà.
A raccontarsi è un anonimo padre di famiglia felicemente stabilitosi
negli Stati Uniti – lo stesso Pietro, vorrebbe dirci la suggestione
– che all'indomani della nascita dell'adorato primogenito, di
ritorno in Italia per le vacanze di Natale, si mette in cerca di un
posto nel mondo, di un obiettivo a lungo termine, dell'idea per un
nuovo romanzo. È l'ispirazione stessa, a sorpresa, a raggiungerlo.
Galeotta una sera a cena con Diego e Lidia, una storica coppia di
amici che fra una chiacchiera e l'altra condivide con il protagonista
un'inquietante scoperta: accanto alla loro villetta in alta montagna,
un autentico paradiso per villeggianti, c'è una casetta a tratti
abbandonata, a tratti in perfetto stato d'uso.
Se
solo. Di tutti i momenti per cui da anni mi maledico, questo è
l'unico indipendente da me e da qualunque mia volontà. Dunque, il
più immacolato. […] Se solo. Tre semplici, striscianti sillabe,
capaci di sgretolare esistenze come termiti in una trave di legno.
Fare
irruzione è un gioco da ragazzi – anche se sono lontani, ormai, i
tempi dei giornaletti per adulti rubati in edicola e poi letti di
soppiatto sull'argine del fiume. Il vecchio mulino è una costruzione
in pietra, con all'interno un tavolino da caffè tirato a lucido,
nonostante l'usura generale, e un giornale di dieci anni prima; un
disegno infantile sul frigorifero lasciato acceso e una serie di
maschere di cartapesta, a tema satanico, in esposizione; un bagno
pieno di materiale ospedaliero, come il laboratorio di un moderno
Dottor Frankenstein. Il narratore si improvvisa investigatore
privato. Chi sono i proprietari di quel casolare che confina con un
fiume, e con l'incubo? Dopo l'effrazione ha allora inizio la parte
difficile: osservare, aspettare. In nome dell'ossessione. In nome
delle ombre che l'uomo si porta dentro, e che all'improvviso lo
rendono tutt'uno con la natura del bosco: la pazienza del predatore,
lo sguardo attento del detective, risvegliano presto un morboso
istinto animale. Metafora, forse, della fatica dello scrivere – un
abisso in cui guardi, per dirlo alla Nietzsche, a costo che l'abisso
guardi poi a sua volta dentro di te?
Sei
soltanto curioso, ecco cosa sei. E lo sei sempre stato, questo te lo
concedo. Hai sempre voluto guardare cosa c'è un po' più in là. E
qual era il più naturale luogo in cui guardare oltre la luce che
circondava la tua casa e la tua famiglia? Il buio. Vedevi luce e
felicità ovunque e ti sei fatto incuriosire dalle ombre.
La
missione notturna dell'alter-ego di Grossi corrompe i sogni e i
ricordi, rovina le feste a una famiglia altrimenti realizzata;
prevede nomi rigorosamente puntati, per proteggere la privacy di
figuranti che si confondono fra veri e fittizi, e il rivolgersi a un
tu (il figlio del protagonista) nella tipica prassi delle lettere
aperte. Spettava a un autore affermato, a un editore importante,
liberare l'horror dalla presunta serie B? Orrore è
in realtà una lettura da ombrellone rapida e piuttosto accattivante,
che lascia misteri irrisolti e qualche sincero dubbio sulla propria
efficacia. Scritto sì bene, ha un paio di ottime intuizioni, ma
risulta senza infamia né lode. I personaggi ci restano pressoché
sconosciuti; le pagine, già poche di per sé, si concedono un paio
di attimi di lentezza di troppo. Lecito aspettarsi di più. Da quella
Feltrinelli che non tratta narrativa di genere, di solito, e che a
scatola chiusa faceva confidare in una giustificata eccezione alla
regola. Da uno scrittore, benché da me scoperto soltanto ora, che
sulla fiducia ho immaginato qui non al suo meglio. La nebulosità e la
confusione, infatti, sono quelle degli incubi di cui al risveglio
facciamo fatica a ricordare il finale; quelle di esperimenti, di
piccoli brividi, dal successo frammentario.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Negramaro - Sing-hiozzo
Lei
incontra lei. La prima: madre di due figli grandi, goffa, in crisi. L'altra, agli antipodi: ghostwriter bella e fatale come Eva
Green. La loro misteriosa affinità elettiva – all'inizio soltanto
un'amicizia inattesa, poi qualcos'altro, qualcosa di più – sfocia
in un mare di sopraffazione e violenza. Fin qui, presto detto. Un
thriller anni Novanta, alla Inserzione pericolosa, in cui
l'ossesione per l'amante spinge a saccheggiarne i modi, i vestiti e,
infine, a violarne l'identità. Magari all'omicidio, sventato da
copione un attimo prima dei titoli di coda. Invece, magistrale e
ipnotico com'è, francese fino alle ossa, il primo romanzo che leggo
della bravissima Delphine De Vigan è più dalle parti di Persona
e ai bordi delle piscine
del cinema di Ozon, sebbene citi Stephen Kinge
I soliti sospetti. Ne ha tratto un film di prossima uscita Roman Polanski. Il presto detto, la prevedibilità, le mettono allora
a tacere un garbuglio metaletterario che vive di citazioni, lusinghe
e fumo.
Perché
lei – quella che scrive e che si racconta, l'autrice, ma anche il
personaggio principale – è la De Vigan in persona. Divorziata,
compagna di un documentarista spesso all'esterno, ora acclamata e ora
minacciata dopo un romanzo in cui ha lavato i panni sporchi (i
disturbi alimentari in gioventù, il suicidio della madre) al di
fuori della ristretta cerchia familiare. Affetta dal famigerato
blocco creativo, in bilico tra il successo precedente e il terrore di fallire,
non toccherà penna per tre anni.
E perché
l'altra, protetta dall'anonimato di un'abbreviazione, è la sua dolce
e crudele metà: forse un alter ego fittizio, forse di vera carne, in
pagine incalzanti in cui autobiografia ed enigma si alleano a tavolino.
La
scrittura è un'arma, Delphine, una dannata arma di distruzione di
massa. La scrittura è molto più potente di quanto tu possa
immaginare. La scrittura è un'arma di difesa, da tiro, una
scacciacani, la scrittura è una granata, un missile, un
lanciafiamme, un'arma da guerra. Può devastare tutto ma può anche
ricostruire tutto.
L'instabile
e vulnerabile Delphine cerca il conforto della narrativa dopo
un'opera che l'ha messa a nudo, in pericolo. L., vendicatrice dei
torti e inquietante demiurgo, la induce a riflettere sulle
leggi imperscrutabili dell'ispirazione e del desiderio carnale; accende le
lampadine della creatività e folgora ogni rivale. Chi manipola chi?
Quali sono i confini di un thriller psicologico ai limiti della
fiction? Quanto c'è di vero nella bugia lunga un libro della De
Vigan? Da una
storia vera si oppone a una
narrazione lineare e coerente. Fa carta straccia del sacro patto fra
chi scrive e chi legge. Romanzo allo specchio ingannevole e
traditore, la cui penna si scarica un po' a metà per poi ritrovare linfa e inchiostro nell'irresistibile vezzo del finale, mi ha divertito da morire laddove potrebbe frustrare
altri. In un rapporto ambiguo e simmetrico, che pretende in
cambio di qualche confidenza troppo intima una libbra di cuore e la
stesura di un secondo memoir capolavoro, emergono infatti in
filigrana i temi realmente predonimanti. L'intreccio non è che una pura cornice ornamentale, perciò, per parlare dell'arte maieutica del processo
creativo e del nostro essere voyeur. Attratti
dalla cronaca nera, dalle promesse di verità. Desiderosi di
sbirciare nei cassetti e nelle menti altrui.
La
verità è l'unica cosa che conta.
L'autrice
– quella che non sa più scrivere, quella fragilissima, quella che
si vede piccola brutta e inadeguata – ci dice che le chiavi di
scorta sono al solito posto, sotto lo zerbino. Prego, servitevi
pure. Mi racconto, m'invento. E così lo facciamo.
Origliamo. Ficcanasiamo. Spiamo, eccitati, le labbra di due donne cha
parlano fitto fitto, a distanza di bacio. Apriamo gli armadi che ospitano
gli scheletri più privati. Potremmo stimarla, compatirla o perfino deriderla, Delphine. Ci appassioniamo, sentendoci presenze
onniscienti e invisibili. Ma è tutto un falso d'autore. Lei resta la
padrona di casa. Tiene il coltello dalla parte del manico nonostante
tutto. E non si svela. E ci guida con discrezione all'interno, in silenzio, passo dopo passo. I fiori di plastica, i mobili
nuovi di zecca, una scenografia di cartapesta. Da qualche parte, in
salotto, c'è una libreria. I libri, l'unica cosa a non apparire intonsa. Una donna elegante, di spalle, legge le coste. Un fantasma di professione. Unisce i
titoli come fossero parte di una frase lunghissima. In un sopraffino
taglia e cuci, ci raccontano una storia: questa. Siamo ospiti in un
set cinematografico che presto sarà sgombrato, giusto il tempo di
un'ultima illusione.