| La
notte devastata,
di Jean-Baptiste Del Amo. Feltrinelli, € 20, pp. 432 |
È
un grande anno per il cinema horror. Per non essere da meno, anche Feltrinelli si è messa al passo con un romanzo
citazionista e dalle atmosfere vintage, che farà la gioia e il
terrore degli amici cinefili. Ambientato nel cuore degli
anni Novanta, in un sobborgo residenziale ormai in decadenza,
racconta di una banda di amici con l'hobby dei film di genere
e delle bravate. A sedici anni, la morte è un pensiero incidentale. Al TG: qualche incidente stradale, suicidi in sordina, la piaga
dell'Aids. Medhi, membro dell'unica famiglia straniera del quartiere,
è vittima del bullo della scuola. Alex ha da poco sepolto la madre,
divorata dal cancro. Tom, ossessionato dagli insetti, vorrebbe
aizzare una scolopendra contro il patrigno. Max, fidanzato con la
bella del liceo, è attratto dal gemello di lei. Lena,
l'ultima arrivata, è in fuga da un passato violento.
A
volte era sembrato a Lena che lei e i suoi amici sarebbero stati in
un certo modo eterni e che l'universo esistesse solo per loro,
semplicemente perché erano là a posarvi lo sguardo. Ma ormai era
consapevole della loro fugacità, fragilità e impermanenza, aveva
acquisito quella consapevolezza del tempo che passa, preleva quello
che gli devi e non offre in cambio che un po' di oblio.
Tutti
hanno le proprie ombre. Tutti sono attratti dalla casa nell'impasse
des Ormes. È lì che si manifestano le fobie e i desideri più
sfrenati, in un budello infernale a metà tra il sonno e le veglia.
Il folgorante Jean-Baptiste Del Amo, colpevolmente scoperto qui e
ora, è la luce in
un mondo prigioniero della penombra, dove gli incubi si mescolano ai
sogni erotici e i bassi istinti prendono il sopravvento. In un
angosciante gioco di specchi e doppelganger, sarà impossibile
distinguere una dimensione dall'altra e arginare le conseguenze.
Derivativo sin dalle premesse, appesantito da una cinquantina di
pagine di troppo e non sempre fedele alla sua dimensione corale, La
notte devastata resta comunque una lettura sinceramente spaventosa in cui
riecheggiano le grida di It, Nightmare, Amityville
Horror.
L'innocenza
può essere un inferno.
A
elettrizzare, tuttavia, non sono soltanto gli insetti giganti, i
parti mostruosi, gli sfondi lovecraftiani, ma la descrizione di
un'adolescente sensoriale e irrequieta che tanto somiglia a quella
dei romanzi del connazionale Nicolas Mathieu. Divisi tra
frustrazione, fumo e noia, i protagonisti si scoprono prigionieri di
un film horror con la colonna sonora dei Nirvana, in cui l'incanto
infantile è ormai spacciato e la consapevolezza del tempo, della
diversità e dell'oblio, conducono sulla soglia del più spaventoso
dei mondi: quello degli adulti. Si sopravvive alla morte
dell'innocenza?
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are
|
Frankenstein, di Mary Shelley. Feltrinelli, € 10, pp. 320 |
Un
laboratorio cavernoso. Un corpo a pezzi, ricucito con rattoppi di
fortuna. La scintilla di un lampo. Poi, un’esclamazione di trionfo: è vivo. Eppure, questa e altre scene — radicate, ormai, nell’immaginario collettivo — non esistono nel romanzo di Mary
Shelley. Nessun cimitero viene profanato in nome della scienza. Gli
omicidi avvengono fuori scena. L’epilogo, struggente, è una
promessa di morte poco prima del sipario. Filtrato interamente dallo
sguardo di Victor, il romanzo segue la sua biografia dall’infanzia
fino alle estreme conseguenze dell’esperimento. Ubriaco di
conoscenza, lo scienziato flirta con l’alchimia: non trova la
pietra filosofale né l’elisir di vita eterna, ma riesce comunque a
imbrigliare la morte — e a restituire respiro alla materia inerte.
L'invenzione
non è una creazione dal nulla, bensì dal caos.
Tra
lunghe peregrinazioni dalla Svizzera al Polo Nord e lettere alla
promessa sposa Elizabeth, Victor tenta di placare il proprio ardore
febbrile e di lasciarsi alle spalle il suo famigerato mostro. Ma non
è un caso che, ancora oggi, nominando Frankenstein, si pensi
prima alla Creatura — in realtà, senza nome — e solo poi al suo
creatore. Pur concedendole meno spazio di quanto ci si aspetterebbe,
Shelley fa della Creatura un grande attore non protagonista: un
mostro incompreso e gentile, che si commuove spiando la quotidianità
di una famiglia di contadini, e legge Goethe, Plutarco, Milton per
imparare a distinguere il bene dal male. Tagliato fuori dal mondo, ma
animato dalla stessa irrequietezza del suo artefice, seminerà una lunga scia
di sangue pur di condannare l’altro alla medesima solitudine.
Se
non riesco a ispirare amore, causerò paura.
Tra
Svizzera, Francia e Irlanda, a lungo andare i viaggi si moltiplicano; gli elementi
raccapriccianti degni di Bram Stoker, invece, scarseggiano. Mary Shelley
— all'epoca, una geniale diciottenne logorata dall’amore tossico per
il poeta Percy — firma un romanzo di formazione elegante e
terribile sulla crudeltà del più sapiente tra gli uomini. E
continua a dialogare, da due secoli, con la letteratura gotica, il
cinema e le serie TV. La nostra immaginazione, infatti, ricama i
dettagli sui quali l’autrice sorvola. Perché Frankenstein è vivo,
sì. E anima un inseguimento tortuoso e implacabile, disseminando
orme e indizi lungo la strada. Forse, vuole solo essere trovato.
Perché avere un nemico che giuri di braccarci per sempre — fino in
capo al mondo, fino alla fine dei tempi — significa non essere mai
più soli.
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine - Everybody Scream
|
Il Gattopardo, di Giuseppe
Tomasi di Lampedusa, €
13,
pp.304
|
L'ho
portato con me in Sicilia. Mancavo da vent'anni. Come il Gattopardo,
sono sempre stato un nostalgico. Il Principe Fabrizio è una bestia
mansueta. Incombe placidamente su uomini, donne e feudi. Su di lui,
in salotti splendidi ma già polverosi, ci sono volte affrescate con
pappagalli e bertucce, angeli e dei. Fuori dal suo palazzo, invece,
si estendono giardini dai profumi stordenti: la dolcezza dei fiori di
pesco, tuttavia, non nascondere il tanfo di putrefazione che sale
intanto dal corpo di un soldato, morto proprio sotto le fronde di
casa Salina. Ambientato tra l'arrivo dei garibaldini e il primissimo
Novecento, il capolavoro di Tomasi di Lampedusa è una saga familiare
sulla fine di un'era e l'inizio di un'altra; lo spaccato di un ceto,
quello nobiliare, sprovvisto di qualsiasi sapere pratico e
ottusamente chiuso al progresso; il gioco strategico di un grande
pater familias, che riversa le sue ultime ambizioni nel nipote
Tancredi pur di non conoscere l'oblio. Anche a costo di spezzare il
cuore alla figlia Concetta.
Ma
Lei sa meglio di me, principe, che anche le stelle fisse veramente
fisse non sono.
Ogni
capitolo ci apre per circa un giorno le porte della residenza di
Donnafugata. È una scenetta dal gusto teatrale, in una commedia in
costume e di costume. Amarissima, ma pur sempre una commedia. Qui, un
narratore dalla sensibilità contemporanea fa gustosamente il verso
alla fiorita prosa ottocentesca, ma delinea con mal celata ironia
l'opulenta mollezza del palazzo. Perfino la bellissima Angelica,
figlia di un parvenu da spennare, è sorpresa nell'atto di togliersi
del cibo tra i denti con la forchetta. E il budino al rum prediletto
dal padrone di casa? Diventa un fortino minacciato dalle forchette
dei commensali, simbolo della disfatta in agguato. Tra tedio e
intrighi matrimoniali, si spettegola delle prime femministe che
protestano per il diritto al voto e della smania di collezionismo di
taluni. Irresistibile e chirurgico, Tomasi di Lampedusa ci rende
partecipi di una rivoluzione politica e familiare; di un risveglio
dei sensi, a cui seguirà poi un timido risveglio delle coscienze.
Se
vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.
La
Sicilia, troppo avvezza agli invasori per temere grandi cambiamenti,
sonnecchia nella furia del solleone. Gli anziani rosolano al sole, il
basilico contrassegna la casa delle prostitute, le suore custodiscono
le ricette dei mandorlati. Laggiù, a differenza che sulla
terraferma, ci si racconta che niente cambierà. Circondato dal suo
affezionato e polveroso ciarpame rococò, non si farà illusioni il
Gattopardo: un protagonista indimenticabile, con il difetto di avere
una mente troppo veloce in un paese che troppo lentamente, invece,
imbocca la strada del progresso. In un momento chiave del romanzo, il
principe ricercherà l'aria aperta e le epifanie che garantisce. Di
ritorno dal valzer, reso leggendario dal film di Visconti, rinuncerà
alla carrozza e tornerà a piedi. Lui incombe su tutti, ma su di lui
incombe a sua volta il cielo. Il principe ha provato spesso a venire
a capo dei misteri del firmamento. Ma l'ha colto in contropiede la
verità delle stelle fisse, che a ben vedere davvero fisse non sono.
La limitatezza di un nobiluomo che accetta finalmente l'illimitatezza
celeste si intrecciano così alla bellezza allo squallore, allo
sfarzo e alla miseria, in un ballo degli opposti che celebra gli
ultimi sospiri di un mondo in fin di vita. E brevemente ma per
sempre, su carta, ne arresta così l'estinzione.
Il
mio voto: ★★★★★ Il
mio consiglio musicale: Giuseppe Verdi - Va', pensiero
|Lapvona,
di Ottessa Moshfegh. Feltrinelli, € 18, pp. 270 |
È
il romanzo che non ti aspetteresti da qualcuno come lei. Un'autrice
un po' radical chic; una da salotti raffinati e sbadigli nei caffè
lunghi di Starbucks. Questa volta si sporca le mani e retrocede in un
terrificante Medioevo, ma con sé porta pur sempre una curiosa
ventata pop. In esergo c'è una canzone di un'ex stellina Disney,
Demi Lovato, e subito dopo la descrizione meticolosa dei
contorcimenti di un efferato bandito condannato al patibolo. Siamo in un villaggio di un Paese indefinito: la
bellezza è una colpa incancellabile, la morte una compagna costante,
il dolore un ponte verso Dio. In cima alla collina svettano i
cancelli, guai a oltrepassarli, del feudatario. Da lì l'esilarante Villiam
guarda il mondo dei villici come se fosse una messinscena: per
sfuggire alla noia che lo attanaglia, il sovrano costringe la servitù a
ridicole danze e organizza piccoli attentati con cui si sollazza alla stregua di spettacoli.
Era
una ragazza forte, ma aveva la morte dentro. La morte è così. Come
un mendicante che ti segue lungo la strada. E ti ammazza.
Tra
i suoi sudditi c'è Marek, tredici anni e gravemente deforme: un
novello Quasimodo, quasi, figlio del gelido pastore Jude e di una
madre dai capelli rosso fuoco, di cui non resta che una misteriosa
tomba vuota. A salvarlo dalla miseria potrebbero essere Ina, strega
centenaria dai seni copiosi di latte, e una impensata ascesa sociale. Ma
tra parenti redivivi, scenografiche nozze in rosso e banchetti
luculliani a Natale, nessuno è al sicuro; soprattutto se ci si
appresta alla nascita di un nuovo Messia e se ci si allontana
dall'innocenza primigenia degli umili. Ne ucciderà più l'ignoranza
che la spada. Insomma: prendete le ambientazioni cupissime del Trono
di spade e mescolatele all'umorismo caustico, al senso del ridicolo,
del cinema del greco Lanthimos. Otterrete un soggiorno a Lapvona: una satira
sui (nostri?) tempi bui che, a dispetto dei toni parodistici, si fa
prendere tremendamente sul serio.
Certe
volte qualcosa di nuovo può ricordarti quello che hai perduto.
È
un piacere smarrirsi nella sua gustosissima (ma irrisolta) galleria
di personaggi borderline, prostrati da pestilenze, ansie e avidità.
È un orrore soffermarsi sulle descrizioni più truculente
(sadomasochismo, squartamenti, stupri, cannibalismo), rese però
irresistibili dalla bellezza sublime delle scrittura. A una prima
parte da incorniciare, morbosa e fiabesca com'è, ne segue
una seconda sfilacciata e inconcludente: ho avuto l'impressione che
la narratrice, onnisciente ma troppo indolente per tirare le briglie
delle numerose sottotrame, a un certo punto non sapesse più
cos'altro aggiungere, chiuso il suo carosello di ammiccamenti e
nefandezze. Come la
pesca addentata da Marek nel romanzo, Lapvona nasconde difetti sotto
la sua buccia succulenta: un verme. È una natura morta.
L'apprezzamento della lettura, e del lauto pasto, dipenderanno dalla
suscettibilità del nostro palato.
Il
mio voto: ★★★½ Il
mio consiglio musicale: Florence + The Machine – King
| La fortuna, di
Valeria Parrella. Feltrinelli, € 16, pp. 140 |
Ai
miei studenti non ho dato compiti per le vacanze. Difficilmente sarò
il loro insegnante anche il prossimo anno e, onestamente, non ho mai
creduto nelle letture obbligate. L’ultimo romanzo di Valeria
Parrella, però, avrebbe potuto essere la mia eccezione alla regola.
Piccola storia di formazione con una grande scrittura alla base, è
un prezioso bignami di storia e cultura romana. E, soprattutto,
un’avventura comune a tutti i giovani d’oggi: crescere dritti e
robusti, coraggiosi, senza lasciarsi piegare dal caos tutt’intorno
– impresa degna di un vero eroe. Come ci insegna la mitologia, ci
sono tre parche a tessere la tela della nostra esistenza: annodano in
trame misteriose vita, destino e morte.
Perché il
desiderio è nascosto, si innalza dalla terra, è il cuore stesso
della terra, e noi siamo terreni.
È
possibile torcere a nostro vantaggio il filo di quella centrale?
Essere, insomma, più forti del divino? Se lo domanda Lucio, diciotto
anni, che ogni sera lascia le imposte semiaperte sperando che ci si
intrufoli di soppiatto la Fortuna: soltanto lei, scritta
rigorosamente con la maiuscola, può stravolgergli la vita. Nato con
un occhio guercio – troppo fragile, dunque, a detta degli altri –,
il protagonista diventerà tuttalpiù un senatore: mai un gladiatore,
mai il condottiero di una nave. Ma la costruzione di un’orazione –
glielo spiegano i suoi maestri, Quintiliano e Marziale – non è poi
troppo diversa da quella di un’imbarcazione. Come preferire,
tuttavia, l’astrattezza delle parole alla gloria di un futuro
d’azione? Il Colosseo, intanto, è in costruzione sotto lo sguardo
attento di Vespasiano; l’amato Tito conquista Gerusalemme; Plinio
il Vecchio allestisce la propria flotta. Presto, all’orizzonte, si
profila una nube di fuoco, pioggia e lapilli; un prodigio che
sconvolge il cielo, la terra e la giovinezza. Per tre giorni e tre
notti l’eruzione del Vesuvio terrà l’Impero in scacco. Descritto
in maniera particolareggiata, quest’evento apocalittico
rappresenterà l’iniziazione all’età adulta per Lucio e gli
altri ragazzi della sua generazione: si sbucherà dall’altra parte
della nube tossica ingrigiti dalla cenere, invecchiati, per sempre
mutati.
Vivono
solo gli dei e ciò che gli assomiglia: quando abbiamo riso per una
sciocchezza. Cercare la tua schiena nella notte. Quella bracciata che
mi fa tutt’uno con il mare. Il momento in cui mia madre poggiò la
sua mano sulla mia, guardando lontano oltre il davanzale. Essere uomo
e cavallo nel galoppo. La lama del primo gladio che mi fu regalato. E
tu, lenta ginestra.
L’autrice
napoletana, con una lingua immediata e seducente, firma un romanzo di
formazione esile ma densissimo, capace di condensare in un centinaio
di pagine tutto ciò ci affanniamo a memorizzare tra i banchi di
scuola: la pietas filiale, l’adesione al mos maiorum, il potere
eternatore della letteratura. C’è magia in Lucio,
nell’eccezionalità di uno sguardo deviato – straniato – che
ricorda quello di Mattia Pascal. C’è magia nella lava, che, sotto
la sua coltre spessa, annienta la vita e la preserva al tempo stesso.
Cosa resterà delle ambizioni di Lucio, del suo amore per l’amato
Aulo e dei giochi della Fortuna? Ce lo racconteranno gli scavi archeologici, la
memoria delle ginestre, le parole fuori dal tempo di Valeria
Parrella.
Il
mio voto: ★★★½ Il
mio consiglio musicale: Two Steps from Hell – Nero
Leggo
Hanya Yanagihara per trovare salvezza dai miei lati peggiori. La
scorsa estate, vittima di un'apatia che mi rendeva estraneo al mondo,
mi sono affidato a Una vita come tante in cerca della catarsi
del pianto. A gennaio, invece, isolato in camera insieme al virus e
ai miei soli pensieri, ho atteso l'arrivo di una nuova storia –
anzi, tre – per fuggire lontanissimo da me. Questa volta, lo
ammetto, non avrei tollerato l'ennesimo magnifico struggimento. E
l'autrice, per fortuna, ha avuto grande cura di me e della mia
solitudine: nell'arco di oltre settecento pagine l'ha riempita di
voci. Le sento anche ora, a lettura ultimata, e tento di districarle
a furia di scriverne. Ma si può realmente possedere un romanzo così
ampio, sfuggente, indefinibile? È forse possibile averne a colpo
d'occhio la visione d'insieme? Mi piacerebbe riportare alla mente
tutti i dettagli, grandi e piccoli; individuare la costante in grado
di sbrogliare l'equazione. Ma è impossibile, tanto quanto la pretesa
di scorgere una silhouette claudicante sull'uscio di un condominio di
mattoni: il nostro Jude St. Francis, sappiatelo, non abita lì.
Restano allora le strade di New York, una poetica malinconia di
fondo, una dimensione umana dal calore contagioso e, soprattutto, una
domanda sprovvista di risposte nette: cos'è il paradiso?
Le
amicizie a quell'età sono così fragili, perché quello che sei –
non solo le tue dimensioni fisiche, ma pure quelle emotive – cambia
moltissimo da un mese all'altro. […] Ci eravamo allontanati, non
divisi, e quando ci vedevamo da lontano nei giardini della scuola o
nei corridoi, facevamo un cenno con la testa, o con la mano, i gesti
che faresti in mare, da lontano, dove sai che la voce non si sente.
Quando più di una decina d'anni dopo ci ritrovammo, parve in qualche
modo inevitabile, come se fossimo entrambi andati alla deriva così a
lungo da doverci ritrovare prima o poi.
In
un Ottocento ucronico, la fine della guerra di secessione ha portato
all'indipendenza della città e all'avvento dei matrimoni egualitari.
Immerso in atmosfere degne di Jane Austen, un giovane di ricca
famiglia si scopre combattuto tra il matrimonio combinato con un
vedovo e il sentimento bruciante per un insegnante socialmente
inferiore a lui. Il paradiso è una casa status symbol, già pronta a
essere ereditata, o una tormentosa passione da romanzo d'appendice?
Mentre l'avvento dell'Aids falcia un'intera generazione, un
venticinquenne di nobili origini hawaiane riflette sull'amore e la
morte: i migliori amici del suo partner stanno morendo come mosche e
ogni rimpatriata si trasforma in una festa di addio; il padre
lontano, colpevole di un torto indicibile commesso in nome del
fanatismo, domanda di lui in un delirio struggente. Il paradiso è un
salotto in cui risuonano le chiacchierate di amici un po' attempati,
o l'utopia di restaurare la sovranità hawaiana in trenta ettari? Ci
si sposta nel futuro, infine: l'apocalisse si esprime con un lessico
ormai familiare. Continuamente in balia di virus di differente
entità, il mondo è diventato una distopia in cui vigono la legge
marziale e i baratti, i ribelli vengono massacrati in pubblica piazza
e i matrimoni, combinati con la forza, mirano a scoraggiare
l'omosessualità. Prigioniera di un matrimonio senza amore, una
tecnica di laboratorio segnata dalla malattia fa i conti con
sentimenti nuovi e spaventosi: la gelosia verso il marito, al centro
di una vita parallela; l'attrazione verso l'ultimo arrivato nel
distretto, che osa avanzare quesiti di natura personale; la nostalgia
per il nonno epidemiologo, che in una lunga corrispondenza confessa
amaramente di aver sacrificato gli equilibri della famiglia per la
salvezza della specie. Il paradiso è una società in cui il caos è
arginato con fermezza, o il buio del guado?
Tu
sei tanto giovane; hai passato quasi metà della tua vita vita
accanto alla morte e alla possibilità della morte – ci hai atto il
callo, che è una cosa che mi spezza il cuore. E allora forse non
capirai fino in fondo quel che ti voglio dire. Ma quando si
invecchia, si fa tutto ciò che si può per restare vivi. A volte
nemmeno ti accorgi di farlo. A volte, un istinto, un sé deteriore,
prende il controllo: e perdi ciò che sei. Non succede a tutti. Ma
succede a molti.
Nell'impossibilità
di bissare il successo precedente, Yanagihara spezza le linee
temporali e la compattezza della narrativa americana; spiazza.
Costruisce un dedalo di storie dentro storie, e di epoca in epoca
ripropone nomi di battesimo (David, Edward, Charles) e indirizzi
(Washington Square). Si tratta delle stesse persone in realtà
differenti? Se fossimo in un film, avrebbero gli stessi volti o
sarebbero sconosciuti gli uni agli altri? I nessi, poco manifesti,
vanno cercati unicamente in questa galleria di giovani inetti, nonni
granitici, triangoli sentimentali e famiglie omogenitoriali; in
riflessioni sulle radici culturali e l'identità, sul sangue e sul
crepacuore dei sogni infranti. Quale mondo lasceremo ai nostri figli?
In che mondo li lasceremo? Solidale e spietata, con una scrittura che
è un mare caldo in cui è incantevole immergersi, l'autrice apre
finestre, parentesi, squarci; registra i passi falsi commessi lungo i
cammino dell'utopia. Ma se i genitori sono umani, dunque fallibili
per natura, allora tocca ai loro eredi abbandonare la sicurezza dei
confini già tracciati. Rinunciando, però, a cosa? Affrancarsi
significa costruirsi un paradiso su misura. Lo fanno i protagonisti,
combattuti tra andar via o restare, tradirsi o scoprirsi. Lo fa Hanya
Hanagihara, alle prese con un cambio di rotta che scontenterà più
di qualche accolito. I loro passi – avvolti da una luce misteriosa
– sfumano nella vaghezza dell'incerto, fin quando non distogliamo
finalmente lo sguardo: sono troppo distanti. Verso il paradiso.
Il
mio voto: ★★★★½ Il
mio consiglio musicale: Judy Garland – Somewhere Over The Rainbow
Malinverno, di Domenico Dara. Feltrinelli, € 18, pp. 330.
Se nell’immaginaria Timpamara tracciassimo una linea tra
il maceratoio e il camposanto, otterremmo una retta perfetta. Lo stupore, poi,
crescerebbe ulteriormente dopo la seguente constatazione: la biblioteca
comunale sorge proprio a metà strada. Da un lato dunque avremmo il
luogo in cui vanno a morire i libri, dall’altro quello in cui muoiono gli
esseri umani, e giusto al centro una bolla che ristabilisce gli equilibri per
magia: nelle biblioteche, infatti, tanto le storie quanto gli uomini che le
hanno scritte sono salvi dall’oblio. A dispetto della caducità della carta
stampata, sugli scaffali non si muore mai.
In ogni angolo di Timpamara, su davanzali, panchine,
portabagagli delle auto, sui sacchi della spazzatura e perfino sui cappelli
delle signore, poteva trovarsi la pagina di un romanzo: quando le genti le
raccoglievano la leggevano, e se non piaceva non la buttavano ma l’appoggiavano
da qualche parte, nella fioriera del marciapiede o su un gradino, fermata da
una pietra affinché qualcun altro la prendesse; se piaceva, invece, la
portavano a casa e la conservavano. Leggevano tutto e tutto serbavano, i
timpamarani, quasi a contrappesare il destino di distruzione del macero: lì i
libri venivano cancellati, loro invece li tenevano in vita.
“Custode di libri,
guardiano del cimitero, protettore dei vinti”, Astolfo Malinverno si giostra
tra un polo e l’altro. Timido e perseguitato dalle sciagure, ha un modo tutto
suo di stare al mondo e poca dimestichezza coi vivi. Pertanto non si cruccia troppo
dell’ennesimo incarico annunciatogli dal messo comunale: mentre nel pomeriggio
registra i prestiti bibliotecari, al mattino appunta i trapassi. Tanto i
lettori quanto i parenti dei defunti presentano simili idiosincrasie. Un
novello Lazzaro si avvicenda così a un assicuratore con ambizioni proustiane;
qualcuno vorrebbe seppellire il proprio animale domestico e qualcun altro un
arto mutilato; c’è chi sfoggia sul loculo una foto in coppia con l’amante
platonica e chi, invece, vorrebbe sposare il fidanzato fresco d’incidente
mortale; infine ecco entrare e uscire puntualmente i visitatori più enigmatici
di tutti. Un uomo incappucciato, che ausculta l’ambiente circostante con un
paio di cuffie, e una bellissima donna di nero vestita che indugia ai piedi di
una tomba in particolare: peccato che la defunta, che Astolfo nel frattempo ha
soprannominato Emma Bovary, sia la sua copia carbone. Cosa cercano i vagabondi
inquieti che si muovono entro quelle mura di cinta? Ci si può innamorare perdutamente
di un fantasma?
Bisogna essere soli per sapersi prendere cura di altre
solitudini.
Nel terzo romanzo di Domenico Dara, autore che scopro qui
per la prima volta, succedono letteralmente cose dell’altro mondo. Ho pensato
alle atmosfere della poesia cimiteriale, tetra e romantica. Ho pensato,
soprattutto, ai mondi incantevoli del compianto Zafon. Giunto in libreria a
fine estate, Malinverno si è rivelato
la lettura ideale in abbinamento con i primi rigori dell’autunno, con i tè
fumanti sorseggiati a merenda e, soprattutto, con i preparativi per l’imminente
Halloween. Il romanzo si muove avvolto in atmosfere piacevolmente lugubri, e ha
un gusto per la narrazione che riempie gli occhi di nostalgia: è figlio d’altri
tempi, è una creatura sovrumana in cui ogni minimo figurante vive di alte
citazioni – e trattandosi di un romanzo corale, quindi, impossibile
non leggerne di bellissime. Tutto racconta una storia. Ogni nome della galleria
di Domenico Dara – popolosa e, isolato difetto, forse un po’ dispersiva –
convive con rimpianti, segreti, ambizioni, amori persi e amori ritrovati. Può
Astolfo, sensibile com’è, far sempre propri il dolore e le vicissitudini
altrui? Quando troverà il coraggio di vivere davvero?
Perché chi ama, appena scopre nell’altro un cedimento o
una manchevolezza, non ha altro scopo che apparare e livellare, che forse a questo
serve l’amore, a sentirci necessari, a essere lo stucco sulle incrinature dei
vetri, la toppa sugli strappi dei tessuti, il punto tra le pelli lacerate.
Artefice di uno Zibaldone pieno di note a margine, il
protagonista condivide a cuore aperto hobby e paturnie. Una su tutte:
l’abitudine a riscrivere dal nuovo i finali dei romanzi più celebrati, a suo
dire manchevoli se provvisti di lieto fine. Lo ammetto, sì, sono
d’accordo con lui: le storie perfette sono quelle che garantiscono il crepacuore.
Ma leggendo dei suoi sospiri verso Emma – morta chissà quando, morta chissà
come: ora riposa nell’anonimato, all’ombra dei fiori di cardo –, è difficile
non opporsi alla rigorosa logica di Astolfo. Non confidare in un’eccezione alla regola. A questo romanzo
e all’eroe eponimo, insomma, si finisce per volere un bene oltre misura. Sarà
che sono entrambi generosi nel condividere pagina dopo pagina passioni,
dettagli, aneddoti: francamente basterebbero per altri dieci romanzi. Sarà che,
più che pieni di umanità, ne sono ricchissimi, sovrabbondanti. Qui e lì si
perde l’equilibrio: sul filo dell’equilibrista, insieme a loro, portano sospese
le sorti di tutta Timpamara. Ma quando il numero circense riesce ugualmente,
nonostante tutto, come trattenere un piccolo boato di meraviglia?
Il mio voto: ★★★★ Il mio consiglio musicale: Evanescence – My Immortal
| Bartleby lo scrivano, di Herman Melville. I classici del Corriere della sera, € 7,90 |
Ci
sono storie che leggi in un’ora ma che ti restano addosso per molto
più tempo. Forse per sempre? Personaggi che non invecchiano,
nonostante i loro centosessantasette anni, e che tutt’oggi amano
restare gialli irrisolvibili. Quello, immagino, contribuisce a
trasformarne il fascino in leggenda. Le cose che ci sfuggono,
infatti, tendono a diventare un chiodo fisso. E il mistero di
Bartleby, maestro di garbati rifiuti e di stranezze inspiegate, è
ancora l’ossessione di molti. Da qualche giorno, anche la mia. Ho
letto il mio primo Herman Melville per lo più come riempitivo:
cinquanta pagine appena; facili da incastrare nel corso della
giornata ma difficilissime da recensire. Probabilmente non l’ho capito fino in fondo, per questo alla fine del post non troverete le consuete stelle di valutazione, non me la sono sentita, ma voglio
comunque consigliarlo: perché mi ha fatto innervosire, divertire,
commuovere e innervosire ancora.
Preferirei
di no.
La
storia, breve e irrisolta, è ambientata in un palazzone affacciato
su Wall Street. Il narratore, avvocato piuttosto influente, non è
però lo sciacallo senza scrupoli che ci aspetteremmo da una vicenda
di impiegatucci sottopagati e sommosse singolari: caritatevole e
comprensivo, anzi, ambisce alla beatificazione sopportando di buon
grado i capricci dei suoi dipendenti – soprannominati Tacchino,
Zenzero e Pince-nez – e accettando perfino un quarto collaboratore.
Bartleby è l’ultimo arrivato. Un copista grigiastro, taciturno e
allampanato, che dietro un paravento verde sgobba come un mulo,
sgranocchia biscotti allo zenzero e contempla il muro di mattoni
rossi su cui affaccia l’unica finestra disponibile. Quanto può
essere paziente il datore di lavoro, però, se a un certo punto si
rifiuta di lavorare? All’inizio Bartleby si sottrae alle domande
personali, ma ben presto fa orecchie da mercante anche davanti a
richieste più ingenti. Risoluto ma educato, è l’artefice di una
resistenza passiva che somiglia a una specie di capriccio. Benché
l’avvocato reagisca con magnanimità, rifiutandosi di licenziarlo e
spinto dal desiderio crescente di comprenderlo, il suo dipendente
diventerà una presenza perturbante. I suoi rifiuti influenzeranno
anche il vocabolario degli altri. A Broadway, oltre che delle
elezioni imminenti, si parlerà anche di lui. Un fantasma di cui
chiedono spiegazione anche gli altri inquilini. Un vagabondo
sradicato che occupa l’ufficio, ormai, giorno e notte. Il rifiuto e
lo spirito di abnegazione possono portare un individuo
all’annullamento?
La
pallida forma dello scrivano mi appariva ravvolta in un gelido
sudario, tra indifferenti sguardi di estranei. Quella figura, così
sbiadita nella sua decenza, miserabile nella sua rispettabilità,
così disperata nella sua solitudine. Era Bartleby.
Scritto
con un lessico vagamente burocratico, lo stile del narratore ben
presto si colora e s’accalora. Ed entrano in gioco il disagio,
l’inquietudine, la preoccupazione. Penso a Bartleby, infatti, come
penso allo spettro interpretato da Casey Affleck nello struggente A
Ghost Story. Resterebbe lì, immobile, anche se l’edificio
venisse abbattuto da una palla di demolizione. Da qualche parte,
oggi, è ancora dove tutto ha avuto inizio. A guardare un vicolo
cieco, fantasticando su chissà che cosa. A opporsi a sfregio contro
tutto e contro niente. Senza mezze misure. Irragionevole e
indimenticabile. La letteratura mondiale è costellata di dubbi
amletici. Essere o non essere? Chi aspettava Godot? Infine: cosa
preferirebbe Bartleby?
|Orrore, di Pietro Grossi. Feltrinelli, € 14, pp. 140 |
Gli
scrittori e il mistero (del processo creativo, della magione
infestata che è la mente umana): cronaca di una lunga e tormentata
storia d'amore. Sono autori di best-seller i protagonisti dei
kinghiani Misery, La finestra segreta, La metà
oscura; altra addetta ai lavori
anche Delphine De Vigan, che in Da una storia vera si
raccontava in un mystery a tinte saffiche fra autobiografia e
finzione. Ultimo nome all'appello, a proposito di variazioni sul
tema, è quello del nostro Pietro Grossi: in passato edito dalla
selettiva Sellerio, premiatissimo, qui alla sua ottava fatica. È la
prima volta con un genere a cui il titolo allude chiaramente:
l'horror. È la prima volta che lo leggo, io che a pane e horror sono
invece cresciuto. Cosa c'è dietro quella copertina dall'aria
spaventosa? Cosa si nasconde oltre l'uscio di una casa nel bosco da
esplorare da cima a fondo, mossi dalla stessa curiosità che nei
proverbi delle nonne uccide il gatto? Orrore,
più vicino all'estensione del racconto lungo che del romanzo, è
un'altra storia che parla di ispirazione mancata e scrittura, in cui
autore e narratore sin dall'inizio si confondono per precisa volontà.
A raccontarsi è un anonimo padre di famiglia felicemente stabilitosi
negli Stati Uniti – lo stesso Pietro, vorrebbe dirci la suggestione
– che all'indomani della nascita dell'adorato primogenito, di
ritorno in Italia per le vacanze di Natale, si mette in cerca di un
posto nel mondo, di un obiettivo a lungo termine, dell'idea per un
nuovo romanzo. È l'ispirazione stessa, a sorpresa, a raggiungerlo.
Galeotta una sera a cena con Diego e Lidia, una storica coppia di
amici che fra una chiacchiera e l'altra condivide con il protagonista
un'inquietante scoperta: accanto alla loro villetta in alta montagna,
un autentico paradiso per villeggianti, c'è una casetta a tratti
abbandonata, a tratti in perfetto stato d'uso.
Se
solo. Di tutti i momenti per cui da anni mi maledico, questo è
l'unico indipendente da me e da qualunque mia volontà. Dunque, il
più immacolato. […] Se solo. Tre semplici, striscianti sillabe,
capaci di sgretolare esistenze come termiti in una trave di legno.
Fare
irruzione è un gioco da ragazzi – anche se sono lontani, ormai, i
tempi dei giornaletti per adulti rubati in edicola e poi letti di
soppiatto sull'argine del fiume. Il vecchio mulino è una costruzione
in pietra, con all'interno un tavolino da caffè tirato a lucido,
nonostante l'usura generale, e un giornale di dieci anni prima; un
disegno infantile sul frigorifero lasciato acceso e una serie di
maschere di cartapesta, a tema satanico, in esposizione; un bagno
pieno di materiale ospedaliero, come il laboratorio di un moderno
Dottor Frankenstein. Il narratore si improvvisa investigatore
privato. Chi sono i proprietari di quel casolare che confina con un
fiume, e con l'incubo? Dopo l'effrazione ha allora inizio la parte
difficile: osservare, aspettare. In nome dell'ossessione. In nome
delle ombre che l'uomo si porta dentro, e che all'improvviso lo
rendono tutt'uno con la natura del bosco: la pazienza del predatore,
lo sguardo attento del detective, risvegliano presto un morboso
istinto animale. Metafora, forse, della fatica dello scrivere – un
abisso in cui guardi, per dirlo alla Nietzsche, a costo che l'abisso
guardi poi a sua volta dentro di te?
Sei
soltanto curioso, ecco cosa sei. E lo sei sempre stato, questo te lo
concedo. Hai sempre voluto guardare cosa c'è un po' più in là. E
qual era il più naturale luogo in cui guardare oltre la luce che
circondava la tua casa e la tua famiglia? Il buio. Vedevi luce e
felicità ovunque e ti sei fatto incuriosire dalle ombre.
La
missione notturna dell'alter-ego di Grossi corrompe i sogni e i
ricordi, rovina le feste a una famiglia altrimenti realizzata;
prevede nomi rigorosamente puntati, per proteggere la privacy di
figuranti che si confondono fra veri e fittizi, e il rivolgersi a un
tu (il figlio del protagonista) nella tipica prassi delle lettere
aperte. Spettava a un autore affermato, a un editore importante,
liberare l'horror dalla presunta serie B? Orrore è
in realtà una lettura da ombrellone rapida e piuttosto accattivante,
che lascia misteri irrisolti e qualche sincero dubbio sulla propria
efficacia. Scritto sì bene, ha un paio di ottime intuizioni, ma
risulta senza infamia né lode. I personaggi ci restano pressoché
sconosciuti; le pagine, già poche di per sé, si concedono un paio
di attimi di lentezza di troppo. Lecito aspettarsi di più. Da quella
Feltrinelli che non tratta narrativa di genere, di solito, e che a
scatola chiusa faceva confidare in una giustificata eccezione alla
regola. Da uno scrittore, benché da me scoperto soltanto ora, che
sulla fiducia ho immaginato qui non al suo meglio. La nebulosità e la
confusione, infatti, sono quelle degli incubi di cui al risveglio
facciamo fatica a ricordare il finale; quelle di esperimenti, di
piccoli brividi, dal successo frammentario.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Negramaro - Sing-hiozzo
|Vittoria, di Barbara Fioria. Feltrinelli, € 15, pp. 267 |
Un siamese dagli occhi blu, un po' di magia, il nome di Barbara Fiorio
in copertina. Provate a proporre questi ingredienti a me, gattaro
convinto che, maschera di cinismo riposta assieme ai maglioni invernali, non ho mai smesso di
prestare fede alle fiabe raccontate in Qualcosa di vero.
Chiedevo una lettura di quelle carinissime, come se poi fosse poca
cosa, e sin dalla copertina sapevo di poter domandare a questo
romanzo tutta la leggerezza del mondo. A sorpresa, ho
trovato molto di più. Una lettura di cui si ha un disperato bisogno,
anche in giorni apparentemente sì in cui ci si chiede, eppure, il
perché della malinconia. Una storia di alti e bassi, picchi e
voragini, da cui si risale davanti a una tazza fumante; sotto lo
sguardo di una professionista con qualche pelo sul maglione e la
Canon al collo, una persona gentile. Riappropriarsi della propria
esistenza. Facile, uno dice. Soprattutto trattandosi di personaggi
immersi in una commedia pastello. Facile con il senno di poi, quando
da patti sai che ci sarà una svolta lieta, il bicchiere mezzo pieno.
Il guaio è nel mentre: ci vedi nero, non ci vedi. Non ti vedi.
Vittoria – genovese, quarantasei anni, l'appartamento e il conto in
banca improvvisamente vuoti – è la classica eroina controvento,
pronta a chiedere la rivincita a una mezza età che l'ha colta
depressa, in rosso, abbandonata. Ma che ne sa lei, intanto, che
quello è tutto un romanzo; che passerà come le giura chi le vuol
bene? Hollywood, ho riflettuto, è piena di donne piantate in asso
alla riscossa. La separazione lì mi è sempre parsa liquidata con
sufficienza, come se venire a patti con il fallimento di un amore che
muore, di un letto vuoto per metà, meritasse un paio di sequenze con Adele in sottofondo e basta – neanche una scena madre, chessò, in cui fare i conti con il profumo di chi ci ha lasciato, i suoi cibi biologici in dispensa,
gli amici comuni che ne parlano e ne sparlano, il gatto che miagola davanti a una porta chiusa.
Non
si può amare chi non ci ama, è contro natura.
Vittoria
ha perso il senso dell'orientamento. Trova difficile dare un
senso al disordine, riconsiderare quella mezza scena del crimine casa
sua o, da sfollata sentimentale dedita all'autocommiserazione,
abbandonare la stanza degli ospiti dell'eterna migliore amica per un
appartamento che le rinfaccia Federico. Un gallerista velleitario, in
crisi di identità, che l'ha illusa abbastanza da farle desiderare
sotto sotto i fiori d'arancio, un matrimonio (il secondo) e un
abitino rosso, finché ha il girovita. La svolta arriva
assieme a un regalo di compleanno anticipato, un mazzo di tarocchi e
Halloween: se abituati a catturare l'anima delle persone con uno
scatto, leggerne il destino nelle carte, nei volti, è un gioco da
ragazzi. I serial americani, magistri vitae, insegnano. Come in Lie
to me, Vittoria capisce di leggere attraverso le persone. Con una
macchina fotografia o senza. E di sapersi leggere, perciò,
attraverso di loro. I segreti della fotomanzia: un posto accogliente,
una scatola di infusi assortiti, il passaparola su Facebook –
candele e incensi, sappiatelo, sono un optional per creduloni. Nel suo
salotto, così, in un andirivieni irresistibile, mettono il naso con
un misto iniziale di curiosità e vergogna uomini e donne protetti
dal segreto professionale; preoccupati per i figli, gli amanti, il
precariato.
Mi
piacerebbe trovare davvero la magia, non quella dei tarocchi o delle
manciate di sale grosso, quella letteraria delle bacchette magiche,
delle fate permalose e delle streghe sardoniche. Quella in cui mi
rifugiavo da piccola, dove tutto era possibile e fantastico. Ho una
nostalgia struggente di un mondo così.Come
ho potuto scordare che si può combattere il dolore ridendo, ridendo
fino a stanarlo ed esorcizzarlo? Fingo di leggere i tarocchi e ho
dimenticato una delle magie più potenti: la leggerezza.
La
sensibilità di Vittoria non ha prezzo, e lei dispensa comodamente da
casa tranquillità, parole di conforto, stampe che ci mostrano sotto
la luce giusta. Ma, in tempo di crisi, la cartomanzia sì. Se non
bastasse, per fortuna, arrivano in soccorso Netflix e un romanzo con le carte vincenti. La bellezza di farsi in quattro per qualcun altro,
le fusa dei nostri mici, le tavolate chiassose con amici vicini e
lontani. Quelli che ti danno una scusa buona per tirarti giù dal
letto, lavarti i capelli, vestirti e ripartire da zero, o quasi.
Quelli che ti prestano le loro storie, sapendo che mal comune è
mezzo gaudio e, soprattutto, che saprai farne un uso consapevole. C'è
una regola non scritta seconda la quale bisogna contenere
aspettative, stelline di valutazione ed entusiasmo davanti a una
fiaba contemporanea. Una regola da violare qui: in duecentosessanta
pagine di piuma, speranzosissime, ma che pesano e di qualche peso ti
liberano. L'ultima volta mi era capitato con La tristezza ha il sonno leggero: scrittori
specchio e libri del momento giusto, che parlano un po' di te, con le
tue stesse parole. Da allora è successo che il peggio è
passato. Che certi giorni, facendomi il segno della croce, sto quasi
bene. Questa cosa – ma sì, osiamo pure chiamarla felicità – mi sembra una
vacanza, e purtroppo non ho ferie illimitate. Non so
cosa sarà di me da qui a qualche mese. Mi sento bene, e penso non
durerà. Mi fascio la testa in anticipo, e penso che magari farà
effetto. Sorrido meno come per punirmi. Mi prendo spesso una pausa da questa
parentesi di dolce far niente, imponendomi di volare basso, di
coltivare i pensieri di troppo. Di non tradire la solitudine, amante
rancorosa, per non provare così l'imbarazzo di ritrovarmi in sua compagnia
dopo esserci persi di vista.
Ho
capito che l'onestà può essere elastica e offrire, ogni tanto, un
cicchetto all'illusione. Chi viene a chiedere risposte sul futuro
porta con sé un tacito accordo: non importa se vedi davvero qualcosa
di bello per me, importa che tu me lo faccia credere, perché ne ho
bisogno per andare avanti. Deve aspettarmi dietro il prossimo
angolo, e se poi non ci sarà, sarò almeno andato avanti fino a
raggiungerlo, quell'angolo, e poi il successivo e il successivo
ancora, finché qualcosa accadrà, o almeno mi sarò allontanato dal
dolore di partenza.
Io ero Vittoria in persona, che si cura da sé limitandosi a viversela nel frattempo: a vivere. Ero uno dei suoi clienti, pronto a spolverare
in pubblica piazza cuori e dolori, davanti a una lettura talmente
generosa da spingerti a fare altrettanto. Barbara Fiorio mi ha rivelato che la sua non è
soltanto la versione meno acchiappa-like di Per dieci minuti, l'indirizzo dell'erboristeria di fiducia e il terzo segreto
di Fatima: dalla giusta prospettiva, non siamo infatti che parte di una bella
commedia a lieto fine. Ce la faremo. O così dice la protagonista di
un romanzo baciato dalla fortuna, che nel nome ha proprio il trionfo che merita. Le ho lasciato la
mancia, attento non la mangiasse il gatto. Alla fine, imboccata l'uscita, le ho concesso il pigolio di un arrivederci. Qualsiasi altra forma di congedo suonerebbe definitiva, dove non vedi l'ora di fare ritorno.
|La zona cieca, di Chiara Gamberale. Feltrinelli, € 15, pp. 219
|
Non
ci eravamo lasciati bene, no. Adesso, inconcludente e
furbissimo, aveva dato vita a una pausa di riflessione lunga più di
un anno e mezzo. Chiara Gamberale, leggevo in dolce attesa, questo
inverno torna (ma non proprio) con La zona cieca. Si tratta
infatti di una ristampa. Di un romanzo che il prossimo anno soffierà
sulle sue dieci candeline. Ho potuto tirare così un sospiro di
sollievo. Perché sulla Chiara di una volta non ho mai avuto dubbi: è
la nuova, ogni tanto, che mi fa dubitare. Perché questi Lidia e
Lorenzo, io, tanto li ho letti e riletti in ordine casuale. Li
conoscevo già. Mandorla, la protagonista di Le luci nelle case degli altri, era loro condomina: la speaker radiofonica e lo scrittore in crisi creativa facevano
coppia fissa, avevano un cane con il nome di un antidepressivo e si
accapigliavano spessissimo, nell'amore bello e litigarello dei
proverbi delle nonne.
Non
ne posso più di tutto questo altrove, ho bisogno un po' di dove.
Lidia,
a un bivio, più padrona di sé, era anche in quell'Adesso da dimenticare. L'alter ego
dell'autrice – come lei, qualche disturbo alimentare in
gioventù e buoni consigli in radio – incontra
Lorenzo, un maestro nel dare e nel togliere, nel febbraio di un anno
bisestile. Non per un caffè, ma per un giro a un luna park che di
per sé mette un po' di malinconia. Credono che
faranno eccezione. Si prendono e si lasciano.Lei,
troppo malleabile, predica bene e razzola male. Lui, bello e dannato
per copione, con una ex moglie omosessuale e un livido dentro,
dipende dagli stupefacenti ma non dagli altri. Convivono, ma guai a
dirsi insieme.
Nel
suo immaginario Lorenzo era il pesce giallo e blu ferito
nell'acquario dove va a finire il piccolo Nemo, era Spugna l'aiutante
di Capitan Uncino ed era Scar, lo zio cattivo del giovane Re Leone,
mentre, sempre secondo lui, io ero il piccolo Nemo, il giovane Re
Leone ed ero Wendy, che sa volare sull'Isola che Non
C'è ma può anche tornare a casa - questa la sua tragedia, questa
la sua fortuna, diceva. Eravamo Lilo e Stitch.
-
Una bambina delle Hawaii sola al mondo e un mostro orribile
programmato per distruggere, ma che insieme imparano che 'Ohana vuol
dire famiglia.
La
zona cieca è la loro storia
d'amore: con tutte le ansie, i dilemmi e i grattacapi propri delle
coppie di oggi. La compongono le confessioni anonime degli
ascoltatori; i pensieri estemporanei di una trentenne insicura, cotta
e chiacchierona, che qualcuno potrebbe giudicare perfino senza capo
né coda. Eternamente indecisi, Lidia e Lorenzo sono
scordinatissimi: vogliono la stessa cosa, ma le danno nomi diversi.
Fidarsi, affidarsi, significa scoprirsi vulnerabili. Perché finché
siamo soli possiamo penserare a noi: anche diventando, a volte, i
peggiori nemici che abbiamo. Ma in due ecco che ci si scopre più
pieni, più felici, ma anche più tristi per per
un muso lungo. Per un giorno no contro cui, nostro malgrado, nulla
possiamo. L'amore fa miracoli?
La
zona cieca è tutto un processo
di accettazione e di elaborazione, ora frizzante e ora mesto. Finisce
con l'amarezza e una punta di beffa, con i puntini di sospensione,
anche se a differenza loro so già la fine che faranno: so che
possono farsi felici, applicandosi.
La
zona cieca, ancora, è tutto quello che
gli altri vedono di noi ma che ci sfugge – ad esempio, un pezzo di
lattuga rimasto intrappolato fra i denti a cena, o una convivenza
altalenante che bene non fa. Per capirlo bisogna sbatterci
la testa o, in questo caso, rompersi il mento. Lo suggerisce per
email uno sgrammaticato sciamano irlandese come amico di penna. Lo
ribadisce una Gamberale ritrovata con piacere – anche se con due
protagonisti molto difficili da amare, e infatti non li ho amati fino in fondo – che per fortuna, tra queste pagine, mi ha ricordato perché non
sia un'autrice di cui parlare e sparlare per pregiudizio preso.
Vorrei
tanto essere meno triste per farla felice.
Sulle
strade senza uscita, sui coni d'ombra, ci proietta la sua riconoscibilissima luce. E gli
spigoli di un rapporto considerati pericolosi solo perché lasciati al buio, i segreti dell'altro, non fanno più spavento sotto la guida di chi sa e, soprattutto, sa condividere.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Arisa - Ho perso il mio amore
La
felicità è silenziosa, Luce, ricordalo. Se fai troppo casino, lei
ti passa sulla testa e nemmeno la senti.
Titolo:
Magari domani resto
Autore:
Lorenzo Marone
Editore:
Feltrinelli
Numero
di pagine: 320
Prezzo:
€ 16,50
Sinossi:
Luce,
una trentenne napoletana, vive nei Quartieri Spagnoli ed è una
giovane onesta, combattiva, abituata a prendere a schiaffi la vita.
Fa l'avvocato, sempre in jeans, anfibi e capelli corti alla
maschiaccio. Il padre ha abbandonato lei, la madre e un fratello, che
poi ha deciso a sua volta di andarsene di casa e vivere al Nord. Così
Luce è rimasta bloccata nella sua realtà abitata da una madre
bigotta e infelice, da un amore per un bastardo Peter Pan e da un
capo viscido e ambiguo, un avvocato cascamorto con il pelo sullo
stomaco. Come conforto, le passeggiate sul lungomare con Alleria, il
suo cane superiore, unico vero confidente, e le chiacchiere con il
suo anziano vicino don Vittorio, un musicista filosofo in sedia a
rotelle. Un giorno a Luce viene assegnata una causa per l'affidamento
di un minore, e qualcosa inizia a cambiare. All'improvviso, nella sua
vita entrano un bambino saggio e molto speciale, un artista di strada
giramondo e una rondine che non ha nessuna intenzione di migrare. La
causa di affidamento nasconde molte ombre, ma forse è l'occasione
per sciogliere nodi del passato e mettere un po' d'ordine nella
capatosta di Luce. Risolvendo un dubbio: andarsene, come hanno fatto
il padre, il fratello e chiunque abbia seguito il vento che gli
diceva di fuggire, o magari restare?
La recensione
Quartieri
spagnoli, oggi. La primavera è vicina, ma arrivano prima i motorini.
Sorpassano, sgommano, strombazzano. Riempiono i vicoli ammuffiti di
smog e risate imprudenti. Dagli appartamenti dei femminielli
malinconici, ad alto volume, passano brutte canzoni neomelodiche. Nell'aria, arricciando il naso, odore di tufo, babà e
salsedine. Per vedere il mare devi salire
in alto in alto. Arrampicarti all'ultimo piano di un palazzo,
scorticato quanto il resto, e posare gli occhi dove l'istinto ti dice
di posarli. Ci devi fare caso, per vederlo dipanarsi all'estremo del
labirinto. Ma lo senti. Il mare trova la strada. E si mette, forse,
sulla stessa che sta percorrendo Luce Di
Notte. Una che ha sempre
fretta di arrivare, ma dove? Una che è abituata a dare del tu alla
vita. Scappa a destra e a sinistra, indaffaratissima.
Come tutte le donne del mondo, nasconde il fiatone e la fatica, ma ti
sbatte in faccia il suo malumore. Che sia un giorno buono o cattivo, infatti, Luce è sempre e comunque incazzata con qualcuno
per qualcosa, e lo palesa in smorfie colleriche, grugniti,
rispostacce che in dialetto stretto fanno tutto un altro suono.
Tremola, ma non si fulmina. Insomma: si piega, ma non si spezza. Ha
trentacinque anni, scarse speranze, una laurea in Giurisprudenza e un
attestato nell'arte di arrangiarsi. Vive in affitto un'esistenza
provvisoria, come se da un momento all'altro potesse o finire, o
aggiustarsi da sé. Si fa secca,
come dice un detto delle nostre parti, ma non muore di fame. Lei, i
capelli rasati e il ringhio imperituro, è la protagonista
dell'ultimo romanzo del sempre benvenuto Lorenzo Marone: quest'anno
in lizza al Bancarella e atteso al cinema, a fine aprile, con
il libero adattamento della Tentazione di essere felici. Cambia editore. Cambia sesso.
Come parla una piccola femmena del
sud? Come non far sentire forzature nella metamorfosi,
rimanendo al contempo fedele a se stesso?
Segreti del mestiere di uno scrittore
che ti capisce e ti dà ascolto. Spesso, infatti, ho l'impressione che Lorenzo
Marone faccia ordine fra i pensieri. Quelli di una donna saranno
una confusione di percezioni e desideri, o piuttosto un guardaroba
bene ordinato in cui ogni cosa è al posto suo? Le cose che hai
pensato qualche volta e che qualche volta avrai detto anche a voce
alta tornano a riempire gli spazi bianchi, gli anfratti, di una
deliziosa commedia all'italiana. Magari domani resto è
l'apoteosi delle storie medie, il canto del cigno delle donne
qualunque. Marone – come i napoletani tutti: sorridenti, ospitali e
naturalmente affabulatori – ha un grande senso della narrazione.
Non descrive. Lui si siede, ti mette a tuo agio e ti racconta
scampoli di sé e degli altri. A guidare la storia, non i fatti ma i
personaggi. Sullo sfondo: una Napoli che non dimentica i fasti
dell'antico scudetto e, probabilmente, non perdonerà mai lo sgarro
di Higuaìn. Capo-coro: un'avvocatessa rampante con le tette piccole
e il culo grosso, stando a lei, che lavora per un mariuolo in toga
(tra me e me l'ho immaginato tale e quale a Buccirosso) e, un giorno, si prende a cuore un cane abbandonato, una rondine
ferita, un adorabile scugnizzo nato da una mamma vaiassa e da un padre camorrista. Per essere un lupo
solitario Luce ispira una strana fiducia nel prossimo.
La vedì, arrabbiatissima, e anziché
starle alla larga la importuni. Le vomiti addosso tutti i tuoi guai,
sperando che ti trasmetta parte della sua cazzimma o si accolli
qualcuno dei tuoi dolori. Come me a volte, lei pensa che il dialetto
– ho nonni napoletani, infatti, e non conosco lingua più perfetta
per far volare chitemmuort – spieghi meglio il concetto e pianifica nel
dettaglio una fuga impossibile, combattuta tra ali e radici. La
trattengono il delicato caso del piccolo Kevin. L'amicizia di Don
Vittorio, un trombettista in carrozzela dalla lingua scioltissima, essenziale per filosofeggiare. La
chiamata di Antonio, il fratello minore, che le
comunica che la famiglia di Notte si sta per espandere con l'arrivo
di un frugoletto: chi lo dice a mamma, una sarta piantata in asso da
un padre girovago, senza provocarle un coccolone?
Infine c'è Thomàs, un mimo di
strada che ha una “r” moscia incomprensibile, ma che quando la
guarda con certi occhi la fa sentire in pace col
mondo. I telefoni squillano. L'orologio biologico ticchetta, e il desiderio di maternità
sboccia assieme ai fiori di pesco in piazza. Il tempo scorre, e le
stagioni si susseguono, ed è arrivato il tempo di volare nonostante
l'ala guasta, e niente è davvero perso. Non contano i legami di
sangue, bensì chi resta quando la clessidra è vuota e
il pranzo è finito. Chi sparecchia. Chi punta i piedi e s'impunta.
Magari domani resto fa
parte di quei romanzi che non leggi per il bisogno di sapere come
andrà a finire. Non è importante, in realtà. Ti assicura risate
che hanno un peso specifico e qualche pagina con l'orecchietta a
lato. Ti fa una bellissima compagnia. Dice le
parole giuste nel momento sbagliato. Riparo di fortuna in un lunedì
mattina in cui la pioggia ti sorprende a metà strada e il nido sta stretto.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Mumford & Sons – Hopeless Wanderer
“Vorrei
essere una persona da cui essere felici di tornare.”
Titolo:
Non è la fine del mondo
Autrice:
Alessia Gazzola
Editore:
Feltrinelli
Numero
di pagine: 219
Prezzo:
€ 15,00
Sinossi:
Emma De Tessent. Eterna stagista, trentenne, carina, di buona
famiglia, brillante negli studi, salda nei valori (quasi sempre).
Residenza: Roma. Per il momento - ma solo per il momento - insieme
alla madre. Sogni proibiti: il villino con il glicine dove si rifugia
quando si sente giù. Un uomo che probabilmente esiste solo nei
romanzi regency di cui va matta. Un contratto a tempo indeterminato.
A salvarla dallo stereotipo dell'odierna zitella, solo l'allergia ai
gatti. Il giorno in cui la società di produzione cinematografica per
cui lavora non le rinnova il contratto, Emma si sente davvero come
una delle eroine romantiche dei suoi romanzi: sola, a lottare contro
la sorte avversa e la fine del mondo. Avvilita e depressa, dopo una
serie di colloqui di lavoro fallimentari trova rifugio in un negozio
di vestiti per bambini, dove viene presa come assistente. E così
tutto cambia. Ma proprio quando si convince che la tempesta si sia
finalmente allontanata, il passato torna a bussare alla sua porta: il
mondo del cinema rivuole lei, la tenace stagista. Deve tornare a
inseguire il suo sogno oppure restare dov'è? E perché il famoso
scrittore che Emma aveva a lungo cercato di convincere a cederle i
diritti di trasposizione cinematografica del suo romanzo si è infine
deciso a farlo? E cosa vuole da lei quell'affascinante produttore che
continua a ronzare intorno al negozio dove lavora?
La recensione
Sessione
Invernale che vai, Alessia Gazzola che trovi.
Questo,
da un paio d'anni a questa parte.
E invece, nel gennaio più
catastrofico della mia vita, l'Allieva non era lì accanto a me.
Alessia, Alice, dove siete andate? E mi ha risposto l'eco, insieme
all'ufficio stampa Longanesi: tornano in autunno, mi assicurano.
Nel
mentre, la pubblicazione targata Feltrinelli di Non è la
fine del mondo: una nuova protagonista, una nuova realtà
editoriale, nuove abitudini a cui come mio solito faccio una certa fatica ad
abituarmi. Storia, intuiamo dalla copertina, di una giovane donna ben
vestita, che sogna le villette con i glicini e i rampicanti, ha la
frangia e pensa al cinema. Il sottitolo svela di più. Emma è la
tenace stagista e la sua, commedia romantica, è una favola moderna. Emma non è Alice, e
Alice non è Alessia. Ad assicurarcelo, nelle interviste e nei post,
la simpatica scrittrice siciliana che da un po' seguo e consiglio
spassionatamente. La Gazzola mi fa bene, con i suoi piccoli misteri,
i poligoni sentimentali e le eroine sbatate. Emma De Tessent ha un
cognome pretenzioso, una famiglia aristocratica in declino da
svariate generazioni, la passione segreta per ciò che è
naturalmente inarrivabile: il posto fisso, al giorno d'oggi, e quegli
uomini usciti dai romanzi rosa un po' porneggianti che legge
mangiando biscotti. I soggetti in questione, ha scoperto bruciandosi, o sono sposati, o non esistono. Amara verità,
insieme a quella che le dice che non le rinnoveranno il contratto e
che lei, impiegata in una casa di produzione cinematografica che si
occupa dell'acquisizione dei diritti di noti best-seller, è di troppo. Questo mondo è per i raccomandati e
i cinici, non per le eterne stagiste che sognano case poi trasformate in
ristoranti scadenti e sottratte alla galanteria della Londra
ottocentesca per cadere, come la principessa Amy Adams in Enchanted, nella bocca del leone; in una giungla urbana. Lungo la
via, Emma, pecorella smarrita e sottopagata, si imbatterà in una sartoria
che con il tulle e i merletti fa prodigi di delicatezza e, infine, in Pietro Scalzi: il Produttore.
Quarantenne diversamente bello ma
fascinoso, che le dà imperterrito del lei, si strugge in cuor suo
per una vecchia fiamma, la vorrebbe un giorno sì e l'altro no a
bordo della sua casa di produzione radical chic e di sani ideali. Il
tutto, mentre le sorelle maggiori vanno in crisi coniugale, le madri
hanno sassolini nelle scarpe e uno scrittore italonipponico,
noto per la sua misantropia e per una lunga amicizia con un
misterioso benefattore, non si
decide a cederle i diritti del suo ultimo capolavoro letterario. Non
è la fine del mondo è di un genere non nelle mie corde –
chick lit e dintorni li preferisco infatti sul sofà, a mente spenta – che ho letto bendato, fidandomi della prosa di Alessia. Anche qui, pimpante e
tutto: si diverte con aggettivi inusitati, avverbi di modo, perle di
saggezza sparse. Aspettavo l'acquisto del cartaceo, io che
all'Allieva ho regalato un ripiano della mia libreria, ma
alla fine ho ceduto alla versione digitale, e senza tanti rimpianti. Non è
un titolo che riterrò indispensabile tenere con me, né una lettura
che – senza il nome della Gazzola in copertina – avrei
intrapreso. Lei, che con tanto estro avvicina le signore timorose al
poliziesco e gli amanti del noir alle sfumatura di rosa, non mi ha
fatto andare a genio un genere su cui nutro riserve. Il suo primo romanzo lontano da Alice Allevi, perciò, di
miracoli non sa farne, ma è piacevole, aiuta a combattere la noia
degli esami, si legge bene.
Dolce scusa appena, per stare di
nuovo in sua compagnia. Perché questa Gazzola viene, saluta, ma non resta. Vagamente, Emma e la sua sorella di carta si
somigliano, sì. Si riconoscerebbero a vicenda, senz'altro. Hanno,
d'altronde, la stessa fata madrina e si nota, nell'umorismo e nei
buoni sentimenti. Però lavora nel mondo del cinema e, nel romanzo,
di cinema, se ne respira pochissimo: penso, nel dirlo, a Una sera a Parigi, che eppure ho mollato dopo cinquanta pagine –
quanto miele, gesù – ma sprizzava passione e titoli di film da
appuntarsi seduta stante. Falla lavorare, non so, in una casa editrice: anche se è
verità universalmente nota che noi, colleghi di Lettere, dopo la laurea dobbiamo arrangiarci con quello che viene. Da' alle sue riflessioni
sulla bellezza e sull'arte (la settima, magari) più fondamento.
L'intreccio ha pochi nodi, prevedibilissimo: ben venga il fatto che sia una
commedia rosa, ma è la commedia rosa di un'autrice che inscena
omicidi e architetta indagini che prendo sul serissimo, io. Un
sottobosco di comprimari non memorabili, tutt'attorno; un finale semiaperto
dinanzi alla possibilità del lieto fine; poche pagine e pochi
ricordi su cui spendere poche parole di sorta. Lì per lì,
però, se fine del mondo non è stata, comunque suona carino.
Se non molto,
abbastanza.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Elisa – Love me forever