Sfrecciava
leggiadra sulle lame dei pattini, portandosi dietro scie di
sangue. Si gettava con così tanto impeto nell'impresa impossibile di
un triplo axel da apparire, complice la velocità, una figura
indistinta al centro della pista. Giravano lei, il mondo, e quella
figura sfocata appariva ora un'icona di stile, ora
un mostro: una creatura bicefala. Tonya Harding, la pattinatrice. La
mandante, o così si raccontò negli anni Novanta, del pestaggio di
una collega rivale. Sulla sua vita, sulla sua verità, hanno ricamato a
piacimento i media. I, Tonya racconta
come fosse una lunga e incensurata intervista, un documentario
bizzarro, l'ascesa e la caduta – soprattutto, i chiacchierati
misfatti – di un nemico pubblico col vestito glitterato e il fiocco
fra i capelli. Il risultato è la biografia politicamente scorretta
che non ti aspetti. L'altro lato della medaglia. Bambina prodigio,
spremuta come un limone sin dalla tenera età, la protagonista cresce
nella violenza fisica e psicologica. Si
affida ciecamente all'esempio della volgare mamma manager
(un'irresistibile Janney in odore di vittoria, già genitrice degenere nella sit-com Mom),
a un compagno manesco (il baffuto Sebastian Stan), all'imprevedibile
volubilità del pubblico (che ora la acclama, ora la chiama
campagnola); infine, ai servigi di un manipolo di sicari stupidissimi
da cui non potevano dipendere né vite né reputazioni, no. La
Harding si esibiva su note assordanti, portava lo smalto colorato in
barba alle regole, indossava vestitini succinti cuciti personalmente
a macchina la notte prima. Tecnicamente insuperabile, non piaceva ai
giudici: in cerca di campionesse di pattinaggio, e di moralità. Su
Netflix, lo esemplificavano già gli incontri a tavolino di Glow:
una nazione di patrioti bellicosi, di benpensanti, ha bisogno di
personaggi rivali nello sport; della battaglia fra bene e male.
Tonya, suo malgrado, al contrario della dolce Nancy, era il male
incarnato. Perché, cosa inammissibile, aveva una personalità.
Amareggiata, sempre fuori posto, indesiderata, cerca allora la gloria
che le spetta – e che in fondo merita – con le cattive. Il
montaggio e la colonna sonora, pazzesca, sono martellanti. Craig
Gillespie, alla regia, si muove come un David O. Russel rock n' roll.
Una quasi irriconoscibile Margot Robbie, pronta a tutto per scollarsi
di dosso l'etichetta di pupa bella e innocua, sorprende per una
maturazione avvenuta dalla notte al giorno – al di là di un
allenamento fisico che deve averla molto provata, di sedute
estenuanti di trucco e parrucco che nemmeno riescono a imbruttirla
troppo, ammiratene l'intensità dei pianti e dei sorrisi forzati allo
specchio del camerino, a pochi minuti dal verdetto finale. La
campionessa sovversiva ha un'interprete alla sua altezza, un film che
la rispecchia. Fatto di sudore copioso, sangue pazzo e glitter
ovunque. Di grazia su ghiaccio e ingiustificata barbarie. Per la
tendenza tutta americana a non vedere sfumature, a non ammettere
gradi di colpevolezza, c'è gente da amare e gente da odiare: punto e
basta. Tu, Tonya, qui puoi finalmente essere amata. (7,5)
Sulla
scia dell'entusiasmo generale, ai tempi, ho provato e riprovato a
leggere quel romanzo con la copertina pastello che parlava di
diversità e altruismo. Apprezzo sinceramente le storie che sanno
rivolgersi a grandi e piccini, ma bastavano poche pagine appena per
trovare insopportabile l'eppure apprezzatissimo Wonder.
Questione di stile, forse. Questione di romanzi a tesi, a tavolino,
che sanno di lacrime facili e furberia. L'ho aspettato al cinema
senza aspettarlo mai per davvero. Un po' di curiosità per Chbosky,
autore e regista di cui avevo perso notizie dopo il successo di un
cult intitolato Noi siamo infinito;
un po' di curiosità per il ritorno di Jacob Tremblay, il bambino
prodigio in Room, in
un adattamento che lo vuole ancora alle prese con la scoperta del
mondo esterno e ancora coprotagonista, sebbene molto più in sordina,
della stagione dei premi – il film, accanto alla nomination all'Oscar per il
miglior trucco, ha ricevuto più di qualche menzione agli scorsi
Critics Choice Award. Arrivato in sala sotto festività che
dovrebbero addolcire di per sé, Wonder è
il primo giorno di Auggie alle scuole medie. Un bambino che ama Star
Wars e lo spazio profondo, parla
di Halloween come della sua festa preferita e, a soli dieci anni, fa
i conti con una malformazione al viso che l'ha reso oggetto di
derisione. Si nasconde dietro un casco da astronauta, sotto il
cappuccio della felpa, ma mamma Roberts e papà Wilson lo spingono
delicatamente a uscire dal guscio; a crescere. Fra sfottò, pranzi in
solitaria, amici che tali non sono, le ore di lezione – e di questo
film – vanno come previsto. Qualcuno si ravvede in vista di un
epilogo troppo buonista e qualcun altro impara la semplicità del
perdono, la famosa bellezza interiore e la necessità, a volte, di un
pugno sul naso ben assestato per zittire le risate di scherno. Dalle
parti di Diario di una schiappa
e Dietro la maschera,
il piccolo Elephant Man
del sempre dolce Tremblay è un prodotto in stile Giffoni, un inno
alla gentilezza che a volte si perde nella stucchevolezza di una
famiglia perfetta e nelle evitabili lungaggini del finale. I
cosiddetti ragazzi normali sono forse risparmiati dall'agonia del
crescere, del rapportarsi? Pur lontanissimo dalla meraviglia del
titolo, Wonder piace
allora. Quando, a punti di vista alterni, si apre ai comprimari –
una sorella maggiore alla scoperta dell'amore e del teatro, un amico
che ha tanto da farsi perdonare, un'adolescente meno superficiale di
quanto non dicano le sue ciocche rosa – e alla segretezza delle
loro battaglie. Scritte, ma non sulla faccia. (6)