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sabato 6 maggio 2017

I ♥ Telefilm: Feud | Fargo | Bates Motel V

Murphy non si ferma. Lo sceneggiatore più inarrestabile (e instabile) che c'è torna con l'ennesima serie antologica. Con una seconda stagione già confermata, Feud ha fatto il suo debutto parlando della rivalità tra Bette Davis e Joan Crawford. Ormai sul viale del tramonto, le due leggende erano tornate a sfidarsi nel cult Che fine ha fatto Baby Jane. Quanto di vero e quanto di simulato c'era in quell'odio che ricordiamo a distanza di mezzo secolo? Feud, tra biopic e rotocalco, mostra le premiazioni, i livori, il girato. Ha una Jessica Lange autoironica e calcolatrice, strepitosa nei panni della Crawford: attrice più bella che capace, si vociferava, incapace di rinunciare al rosa shocking. Antipatica nel suo narcisismo, commuove a sorpresa nel decadimento finale. Con lei una magnetica Sarandon, che della Davis ricalca la voce roca, lo sguardo, la scortesia. La paura, certo, era che il tutto si trasformasse in una mezza soap opera. Murphy, adorante, qui fa rare concessioni al kitsch e nessun errore. Il cast è centratissimo e meno affollato del solito, nonostante comprimari illustri – Tucci, Molina, Judy Davis nel ruolo che in Trumbo fu di Helen Mirren. La piacevolezza della scrittura, poi, accoglie di buon grado i capricci, gli strepiti, gli exploit. Quando le luci si spengono, quando la compezione non ha ragione d'essere, cosa resta? Perché vivere se non per detestarsi? Si accumulano allora le sigarette spente, i tappi di champagne, le rughe. Tagliate fuori, come la Swanson in Viale del tramonto, si sperimenta la compagnia della solitudine. La storia dei dissapori tra Bette e Joan affascina e devasta. Un po' doverosa celebrazione e un po' seduta spiritica mascherata a festa, Feud è una miniserie in cui lo star system celebra e condanna se stesso. Ti svela, così, come negli anni abbia sedotto e abbandonato le proprie amanti; destinato all'aridità i tanti fiori all'occhiello. Il tutto, creando da una semplice intuizione un nuovo tassello del filone del divismo – e Feud non teme paragoni né primi piani. Hollywood, mamma chiocca e matrigna degenere, non è un paese per cuori docili e vecchie signore. (7,5)

In un periodo in cui in sala c'è poco, e di quel poco non viene neanche voglia di parlarne, fare come le stelle di Hollywood. Tradire il cinema con il piccolo schermo. Complice la noia delle feste comandate e l'uscita di una terza stagione, ho recuperato gli inizi dell'acclamato Fargo. L'adattamento televisivo di un cult degli anni Novanta, uno dice, e ti mobiliti solo adesso? Questione di momenti sbagliati, di film visti nella superficialità di uno sbadiglio, ma non sono un estimatore dei Coen. Disinteressato, ne ho letto distrattamente le lodi qui e lì. Assistiamo a fatti realmente accaduti, ci assicura una scritta che compare all'inizio di ogni episodio. L'ennesima burla degli sceneggiatori. Che amano prendersi gioco dello spettatore e irretirlo con massime surreali, coincidenze a cui si presta fede, intrighi troppo impossibili per essere veri. L'umorismo nero e il protagonista, un timido assicuratore vessato dal prossimo, fanno subito pensare a Breaking Bad. Martin Freeman, maltrattato da moglie e concidittadini, incontra nella sala d'aspetto del pronto soccorso un Billy Bob Thornton più iconico che mai: a quel perfetto sconosciuto, a quella canaglia, racconta tutti i suoi guai. Non sa di stare confessando i suoi desideri a un sicario senza scrupoli. Undetto d'un fiato, così, genera una carneficina esagerata: di quelle che fanno socchiudere gli occhi e, se ami il cinismo gratuito, ridere a crepapelle. Alla fine del primo episodio si contano la bellezza di quattro morti ammazzati in una cittadina spazzata dalla neve. Fatta eccezione per un'agente messa in un angolo, la polizia locale non ha né i mezzi né la voglia di mettersi a ficcanasare. Ma quando il sangue scorre non puoi fermarlo. E il delitto perfetto di un tale, come un'emorragia, chiama a sé l'attenzione della malavita e una bizzarra girandola di violenza. In Fargo, meravigliosamente sopra le righe, si chiacchiera a suon di apologhi e si spara a bruciapelo. C'entrano le piaghe d'Egitto – piovono sangue e cavallette sull'imprenditore Oliver Platt -, la fragilità del ghiaccio, l'ira dei miti. Le persone che cambiano dal giorno alla notte, e si trasformano in predatori. La città è disorganizzata: abbastanza da pensare di poterla fare franca. Ma è piccola, un buco di mondo: ci si pesta i piedi, ci si dà sui nervi anche non volendo. La neve custodice le tracce delle loro assurde "rocambolerie", e la memoria non può fare altro che imitarla. (8)

Non pensavo che la chiusura del motel più famoso del piccolo schermo potesse lasciarmi addosso questa tristezza. Bates Motel, riscrittura del capolavoro di Hitchock, era infatti iniziato sotto una cattiva stella. Aveva difetti grandi due stagioni. La pazzia emergeva a partire dalla terza. Quando il liceo finiva, gli ospiti sparivano, il giovane Psycho covava cattivi pensieri. Il resto, a beneficio di chi aveva preferito rimandare l'abbandono, era stato una sorprendente escalation. Parco di splatter e generosissimo dal punto di vista emotivo, Bates Motel aveva avuto forse il suo apice nel decimo episodio della quarta stagione. Succedeva l'irreparabile e un Norman distrutto rimaneva in compagnia di un cadavere trafugato. L'ultima stagione, ambientata qualche anno dopo, si allinea al film originale ma sceglie una conclusione diversa. Marion Crane – Rihanna, impegnata in un discutibile cameo – parcheggia sul vialetto. Si concede la famosa doccia, ma sotto la furia delle coltellate muore qualcun altro. Norman commette errori su errori, va incontro a un epilogo annunciato. Al solito, non si rinuncia a sottotrame più o meno accessorie: la sete di vendetta dello sceriffo galeotto e il riavvicinarsi di Olivia Cooke e Max Thieriot – affiatati genitori di una neonata da tenere all'oscuro - richiamano protagonisti e figuranti dove le tragedie della famiglia hanno avuto inizio. Egregio padrone di case, con la sognante Dream a little dream of me in filodiffusione, un Freddie Highmore psicotico e sottovalutatissimo; lo spettro dell'indispensabile sobillatrice Vera Farmiga, invece, si accontenta di aleggiare tra cucine assolate e scene del crimine. All'inizio lo si mal sopportava. Alla fine, preoccupati per cosa sarà di lui e dei suoi incubi assurdi, si tifa per la redenzione della mela marcia. Perché quello al Bates Motel resta sì un pernottamento modesto, su Tripadvisor e in streaming c'è di meglio, ma mantiene le promesse – che sarà turbolento e senza ritorno, volubile e poco confortevole, degno di tutta la fiducia che gli hai regalato. Dispiace fare il check out. Dispiace congedarsi da Norman, serial killer di cui sentirò la mancanza, e voltargli le spalle. Potrebbe essere l'ultima volta. Potrebbe nascondere un coltello e pugnalarci alla schiena, sognandosi Norma. (7)

sabato 21 maggio 2016

I ♥ Telefilm: Bates Motel IV, Damien, Grease - Live

Era partito in sordina e rimangiandosi la promessa dell'orrore. Bates Motel, reboot sul giovane Psycho, giurava di raccontarci un Norman Bates agli esordi. Quanto erano acuti i dolori del giovane Norman? Quanto era crudele e subdola una madre che, consapevolmente, lo aveva traviato? A lungo, in tivù, le risposte non soddisfacevano. L'adolescente, nonostante i suoi frequenti blackout, sembrava sano come un pesce; Norma era un dolce angelo del focolare con gli abiti floreali, anni Cinquanta. La terza stagione, però, ci aveva fatto ricredere: il gioco, allora, valeva la candela? Bates Motel, al suo quarto anno di vita, va velocissimo verso l'inevitabile. Dove, sin dall'inizio, doveva andare. E così si rivela il gioco degli sceneggiatori. Parchi quando si tratta di efferatezze e sangue – anche questa volta, infatti, gli omicidi scarseggiano – ma, per tutto il tempo, abilissimi nel farti stare a cuore personaggi psicotici, sgradevoli, ma memorabili proprio per quello. Ti affezioni agli assassini in erba con il complesso di Edipo e alle mamme belle e pressanti, che di quel famoso complesso sono senz'altro la causa, a tal punto che è difficile vederli passare dalla potenza all'atto; osservarli mentre diventano – cosa che, qualche serie fa, invece supplicavi – gli stessi del film originale. La fragile Emma, questa volta, con un'operazione abbraccia il proprio benessere; Dylan sogna di allontanarsi da una famiglia pesante, in cui qualche tempo prima si desiderava il benvenuto; lo sceriffo Romero, ed ecco la solita sottotrama superflua, ha fatto fuori un boss del posto, attirando su di sé le indagini della DEA e le gelosie di una vecchia amante. Norma, per amore di suo figlio, si sposa, perché ha bisogno di sostegno economico e, vuoi o non vuoi, s'innamora dell'uomo che ha accettato di metterle una fede al dito per imbrogliare la previdenza sociale. Norman, invece, è sempre più Norman: indossa la vestaglia di mamma, parla come lei e, in una sequenza seducente, corteggia una cubista; quando si baciano, però, ci sono solo Norma e la ballerina: lui è scomparso. Buchi nel muro, spioncini ovunque, amnesie... Viene chiuso in una casa di cura, per un po'. Ma, a contatto con altri pazzi, peggiora, e fa sue nuove e stranissime idee. Prende ispirazione per il suo gran finale? La Cook e Thierot sono teneri e affiatati. Lo sceriffo di Nestor Carbonell è duro, ma sentimentale. Vera Farmiga e Freddie Highmore, lei struggente e lui più inquieto del solito, sono finalmente al centro di una stagione che è alla loro altezza. Il season finale: fatale, lungo, quasi commovente. E, per una volta, così, puoi essere grato alla tua testa dura e, intanto, ti domandi dove fosse, quel giorno, la pigrizia; la voglia di mettere un'altra serie da parte. Perché Bates Motel, onesto e disonesto insieme, non ti fa pentire di non averlo abbandonato, quando non era che un teen drama in un mare di teen drama con il nome ingannevole, però, di un capolavoro senza tempo. (7,5)

Quarant'anni fa, Richard Donner dirigeva un horror cult, destinato a sequel discutibili e, nel 2006, a un remake che personalmente non mi era dispiaciuto. Sarà che avevo dodici anni, un'attrazione strana verso l'arcano e che Omen l'ho conosciuto proprio così. Cos'è stato del giovane Anticristo, che in un finale assai beffardo, dopo l'assassinio di entrambi i genitori adottivi, trovava ospitalità presso la Casa Bianca? Il dominio del mondo? Damien, prosecuzione ideale e a fantasia, portata sul piccolo schermo dagli stessi che avevano pensato un Psycho adolescente, immagina il figlio di Satana adulto. L'erede della sfortunata famiglia Thorne, dopo un'infanzia burrascosa e un'adolescenza con altrettanti misteri, è andato in Medio Oriente in cerca d'espiazione. Avverte un profondo senso di colpa, la voglia di cambiare: fotoreporter di guerra, rischia la vita, si dà a nobili missioni, le sue foto fanno il giro del mondo. Evidentemente, non sa che lui e la guerra sono fatti della stessa pasta... Dopo la trentesima candelina spenta, è tempo però di raccogliere un'eredità scomoda: gli incubi lo perseguitano, sul suo cuoio capelluto spunta il tatuaggio “666”, chi è vicino a lui rischia di perdere ciò che ha di più caro, due potenti – tra questi, l'affascinante Barbara Hershey, femme fatale agèe – fanno a gara per corromperlo. C'è chi lo vuole vivo e chi lo vuole morto, chi lo vuole cattivo e chi sognerebbe di cambiare la sua indole. In questa battaglia consumata tra il deserto e una patinata New York, come si sente il diretto interessato? Damien, che aveva tutte le carte in regola per essere un'operazione pessima, in realtà si pone i giusti interrogativi e, nell'abbracciare il male, lo fa con contrizione e umanità. Pur non venendo meno gli spunti horror – omicidi, apparizioni, voci -, si pone come un intrigante thriller psicologico e a lungo, eccezion fatta per ultimi episodi non così soddisfacenti, l'orrore è nella mente. Se la collega Katie McGrath in Slasher si confermava una cagna maledetta (cit.), Bradley James, altro volto di Merlin, è invece piuttosto capace: piace alla macchina da presa – ed è molto bello: piacerà senz'altro alle spettatrici – e ammicca poco e niente, curando come meglio può il ruolo di un ragazzo che fa di tutto per liberarsi dal suo cuore nero. Tra tentati suicidi e incidenti di percorso, Damien conta anche su qualche comprimario ben pensato: se gli aiutanti del nostro anti-eroe, però, non sono granché, gli sceneggiatori fanno bene con la storyline dell'agente Shay: poliziotto ligio al dovere, segugio spietato e, nella vita privata, protagonista di una relazione omosessuale senza cliché, con tanto di bambino – in pericolo, con Satana nei dintorni – a carico. L'iniziale sorpresa va scemando nell'epilogo, ma si ha l'impressione che come Bates Motel – che nella terza e nella quarta stagione ha sfiorato picchi lodevoli – questo Damien potrebbe fare meglio (o peggio, parlando dell'Anticristo) nei suoi snodi futuri. Rispetto al serial con la Farmiga e Highmore, inoltre, la nuova creatura di Glen Mazzarra parte meglio: senz'altro, con maggiore coerenza. (6,5)

Volete sentirvi vecchissimi? Quando sono nato io, Grease aveva già spento sedici candeline. Dandoci alla matematica, mio padre aveva tredici anni la prima volta che la commedia musicale di Randal Kleiser arrivò in sala: erano partiti in macchina, lui e mio nonno, e si era spostati dal paesello alla grande città, pur di vederlo. Perciò Grease, anche se non è cosa della mia generazione, l'ho visto e rivisto, da bambino. Ho memorizzato le prime parole in inglese, fischiettando le sue canzoni, e ho imparato ad apprezzare un genere che può irritare i più. Invece, per me, con l'attore che veste i panni del cantante, le strizzate d'occhio al teatro e le divertite contaminazioni tra generi, il musical è tra le manifestazioni più piene e affascinanti di quanto potente possa essere il cinema. Giravano da un po' voci su un remake e i nostalgici, dalla loro, borbottavano: i cult non si toccano. Però, non riduzione televisiva ma evento live in grande, il Grease andato in onda su Fox e trasmesso qualche mese dopo su Rai 4, non sembra un affronto neanche per un attimo. Anzi, fa una bella figura nell'inevitabile confronto. Rispetto alla versione cinematografica, canzoni sconosciute e nuove parentesi: soprattutto su quei comprimari, al cinema, poco approfonditi. I novelli DNCE suonano al ballo di primavera, Mario Lòpez presenta, una popstar inglese apre le danze. Il cast, rinnovato, ha volti del piccolo schermo a fantasia – Keke Palmer, Kether Donohue -, una cantante pop – Carly Rae Jepsen -, e un trio di protagonisti sorprendentemente versatili, nei ruoli più contesi. Se Julianne Hough, bambola di porcellana, è una natural born Sandy, Aaron Tveit – noto ai più per l'action Graceland, ma star di Broadway – sorpredente parecchio per estensione vocale, passo leggero, capello inamovibile. Vanessa Hudgens, ex brava ragazza di casa Disney, qui scatenatissima e ammiccante, convince particolarmente, con la sua Rizzo spregiudicata e romantica. E, sapendola sulle scene all'indomani della scomparsa del padre, tocca per una professionalità straordinaria. Il Senior Year alla Rydell di un'affiatata compagnia di amicici – bulli e pupe, auto truccate, il chiodo, le giacche rosa shocking, i capelli cotonati e l'immancabile brillantina – si apre con una Jessie J biondo platino che canta l'intro. Aggiornato ma non troppo, Grease: Live conserva dunque la sua aria retrò, ma approfitta di una necessaria rinfrescata – non nelle sonorità, immutate, né nei costumi, che tra Converse e risvolti ai jeans, sono quantomai attuali, bensì, nei volti: familiari, giovani, visti un po' qui e un po' lì. Corpi agili e voci senza sbavature, uniti in uno spettacolo a cavallo tra le generazioni, che ci stampa il sorriso sulle labbra e, nelle orecchie, il ritornello che pensavi di aver dimenticato. Perché perfino l'ultimo venuto al mondo, almeno una volta, ha visto Grease in vhs. Sennò, che infanzia hai avuto mai? Il pubblico che esulta in sala. La troupe e il set itineranti. E qualche scintilla, poi, qualche effetto speciale, per fare sfrecciare i bolidi e scamparla in un'avvincente gara su ruote. (7)