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venerdì 4 agosto 2017

Mr. Ciak: Spider-Man: Homecoming, Slam, Covenant, Una, 2:22

Non inizierò nella solita maniera. Quando mi hanno proposto Homecoming non ho protestato. Spider-Man, infatti, fa eccezione in tutte le salse. Sentivo come mie le sfortune, la timidezza e le porte in faccia di Peter Parker ancora prima di incrociare, crescendo, avversità, musi lunghi e sonori no. Certo, da buon nostalgico, il Peter che intendo io è quello della trilogia di Raimi – checché se ne dica, però, ho sempre trovato generosissima dal punto di vista emotivo la serie tronca con Andrew Garfield. Fa eccezione, a modo suo, anche l'adolescente di Jon Watts: meno me, meno solitario, ma tre lustri e cinque film dopo non chiedevamo altri copia-incolla. Il nostro eroe di quartiere, sprovveduto e pasticcione, si mette sulla strada di un contrabbandiere di armi iper-tecnologiche. In ballo meno del solito, in questo reboot umoristico e ben scritto, a confine con il teen movie – da cui prende in prestito gli amori non corrisposti, i buffi amici nerd e, purtroppo, quell'esagerazione tutta americana di inserire minoranze etniche a sproposito in nome del politicamente corretto (che passi Zendaya nei panni dell'amata, ma non un Flash Thompson guatemalteco e sprovvisto del physique du role). La gara di decathlon o acciuffare i cattivi? Il prom o sventare un piano criminale? Homecoming ti precede, sa dove andrai a parare, e si difende con autoironia: i commenti a proposito della bella zia Marisa Tomei non si contano; il protagonista, per molti troppo giovane, è ribattezzato “Bimbo ragno”; Keaton ritrova le ali dopo Birdman ma coglie in contropiede, sul finale, con un gustoso colpo di scena. Riuscito apprendistato per entrare tra gli Avengers e nelle grazie di spettatori scettici, l'ennesimo Spider-Man sceglie la spensieratezza dell'adolescenza e tutto l'entusiasmo di cui Tom Holland è capace. Da grandi poteri, questa volta, piccole responsabilità. Ma, a quindici anni, sarebbe un peccato bruciare le tappe. (7)

Samuele crede nello skateboard e nell'amore. Quando conosce Alice, capisce che è quella giusta. Ancora al liceo e con un futuro che spaventa, fa i conti con il diventare genitore. Questione di disattenzione. Questione di genetica: i suoi, infatti, l'hanno avuto alla stessa età. Darsi alla fuga, come suggerisce l'esilarante papà Marinelli? Provarci, come consiglia mamma Trinca? L'esordiente Ludovico Tersigni, con una spontaneità che non si insegna, resiste: non vuole che anche quel bambino, come lui, si senta un errore di gioventù. Ispirato all'omonimo romanzo di Nick Hornby, Slam è una commedia adolescenziale ma non troppo; un altro volto felice di un cinema che desidera dedicarsi a progetti nuovi. Le gravidanze indesiderate, un protagonista dubbioso, Roma: stessi temi del recente Piuma. Cos'ha Slam che il teen movie di Johnson non aveva? Una scrittura fresca e intelligente, che conserva la voce narrante di Tony Hawk e si diverte un mondo a giocare con i salti temporali della struttura (Sam si sveglia, a volte, e sono passati mesi o anni: deve rimettersi al passo e scoprire, in fondo, che non ha nessun rimpianto); un cast perfetto, di giovani leve e promesse mantenute; i toni semiseri, i dilemmi realistici, che rendono gli esiti non così scontati. Dirige con energia Andrea Molaioli, braccio destro di Moretti e autore del celebrato La ragazza del lago, e si vede. Produce Netflix. Certo: avremmo voluto più Marinelli e meno finali su finali; una durata più contenuta. Certo: sorridenti e leggeri, spensierati ancora per poco, ci si getta a colpo sicuro lungo una rampa. Si salta in alto, magari si vola. E si atterra in piedi, in un rumore familiare di ruote e risate. (6,5)

La serie di Alien è cara a una generazione che non è la mia. Negli anni mi sono dedicato al recupero di capitoli originali, sequel e spin-off, senza però mai farne miei personali oggetti di culto. Covenant, a voler essere precisi, è il sequel di Prometheus: un Ridley Scott non al suo meglio, una mitologia confusa e poco accattivante ma, con il senno di poi, non il disastro annunciato. Lo stesso, purtroppo, non vale per la regata fantascientifica arrivata in sala la scorsa primavera. Di Convenant dicevano il peggio e io non ci credevo. La solita critica, poco convinta in partenza. I fan dell'indimenticabile Ripley, difficili da rabbonire. Avevano ragione loro: Covenant è brutto. Perché girarci attorno? In due ore che si avvertono tutte nella loro pesantezza, i soliti astronauti risvegliati prima del tempo cercano tracce di vita umana sul pianeta in cui i personaggi del film passato, ovviamente già belli che rimossi, hanno lasciato lo scalpo. Un team anonimo e senza leader carismatici rischia di portare a bordo la solita piaga contagiosa. Alla piattezza della prima mezz'ora, rispondono qualche sprazzo di violenza e un doppio Fassbender – e per quanto sia bravo, per quanto faccia comunque piacere vederlo all'opera, dispiace quest'anno la scelta di progetti inutili quanto o più di questo. Covenant annoia e irrita. In giro, ha trovato le cattive parole che merita: il blockbuster che si atteggia a cinema d'autore e non riesce a essere né una cosa né l'altra, infatti, è un mostro della peggior specie. Freddarlo al mio "via". (4)

Una. Non come l'articolo indeterminativo, ma come il nome di battesimo di una donna che, un giorno qualsiasi, guida fino a una fabbrica in cui si trema per i tagli al personale. Deve incontrare un uomo, mostra una foto. Lui ha cambiato identità, è sposato, ma il destino l'ha rintracciato ugualmente. I due hanno una questione in sospeso. Un tempo sono stati al centro di un amore sconveniente, di un'ossessione che perdura. Quando lei aveva tredici anni e lui, adulto, era il suo vicino di casa. Di cosa parliamo quando parliamo di pedofilia? La bambina ingenua e l'orco cattivo, con la cronologia del computer piena di brutture. Ci figuriamo la manipolazione, lo stupro. E se quel vicino, condannato a quattro anni di carcere, non avesse mai guardato un altro innocente con malizia? E se la bambina, infatuata ma lucida, avesse voluto seguirlo in una fuga volontaria oltre la Manica? In Una, dramma fedelissimo alla propria natura teatrale, il presunto aguzzino incontra la presunta vittima. L'aggettivo, per dire che sfugge ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Per dire che agli occhi della giustizia c'è un colpevole ma non un cattivo, e che il faccia a faccia tra questi strani amanti intriga e destabilizza. Camminano come animali in gabbia, lungo un confine impercettibile. Non si sa cosa vogliano. Soprattutto, non si sa con chi schierarsi. Il tema, spinoso, è discusso con ambiguità. Così tanta che si resta in piedi, confusi, all'insegna di un finale sospeso di quelli che piacciono a me. Parlano fuori dai denti di sesso, e arrivano a un passo così dal farlo. Si rimproverano di essersi rovinati la vita. Tentano di andare avanti, di confrontarsi, perché non si sono mai mossi di un passo dal giorno del processo – lei sopraffatta da una mamma chioccia, lui sempre sul chi va là. Chi dei due ha avuto la peggio? Di cosa la fragile e seducente Rooney Mara, per molti in odore di nomination, accusa un contrito Ben Mendelson: mi hai rubato l'adolescenza, o perché mi hai lasciato sola? (7)

New York. Dove le luci dei grattacieli sono più numerose delle stelle. Dylan crede di poterle leggere. Vede schemi ovunque. Portano a Grand Central; a un balletto in cui conosce Sarah, gallerista nata il suo stesso giorno. A cosa vogliono condurlo le simmetrie? Cosa succede quando l'orologio fa il suo giro e, sulla città, una stella muore? Thriller romantico dagli spunti suggestivi, 2:22 crea una piacevole suspance che si rivela disattesa solo in parte. Più modesto nell'architettura che nella resa, il film sembra poggiarsi su quei paradossi temporali, su quella fantascienza discreta di viaggi nel tempo e amori a scorrimento veloce, che da queste parti trovano sempre un angolino tutto loro. Più Storia d'inverno che Premonition, più sospiri passeggeri che sceneggiature a orologeria, il boy meets girl a incastro ha protagonisti belli in modo assurdo e un triangolo sentimentale che non convince, per l'improponibile taglio di capelli del terz'uomo e l'andare a puntare tanto, se non tutto, su un melodramma in rewind. In 2:22, il ticchettio e le scie chimiche portano su scene del crimine passate, teorie di eterni ritorni, coincidenze che fan parlare di reincarnazioni. Credi che il colpo di fumine sia una storia già scritta? Credi che il destino abbia un piano alternativo per te e per lei, o che il futuro sia tabula rasa? Poco accattivanti ma sufficienti le risposte. Scontato, infatti, che due come Huisman e la Palmer, ora e per sempre, si somiglino e si piglino. Senza additare i déjà vu della sceneggiatura: semplicemente, è selezione naturale. (6)

sabato 27 maggio 2017

Mr. Ciak: 7 romanzi al cinema

Tom, sopravvissuto alla Grande guerra, si trasferisce a Janus in cerca di silenzio. Dalla terra ferma, incantata dai suoi modi d'altri tempi, lo segue la fedele Isabel. I bambini non vogliono arrivare. Il mare ha la soluzione: una scialuppa alla deriva e, a bordo, una bambina senza identità. Perché lasciare che tutto quell'amore vada sprecato? L'apparizione della madre biologica, però, rompe l'idillio. La bambina è di chi l'ha messa al mondo o di chi ha avuto cura di lei? L'estate scorsa queste stesse domande mi toglievano il riposo in spiaggia: sotto l'ombrellone, tentavo di stringere i denti. Avevo amato la potenza di La luce sugli oceani e, da lontano, invidiato chi lo aveva visto in anteprima a Venezia. Le prime recensioni, però, suonavano tutt'altro che rassicuranti. Personalmente, voce fuori dal coro, mi piace scoprirmi talmente immerso nella finzione da prenderla come una questione personale. Così, mesi dopo, mi trovo a remare contro l'aridità della critica. La luce sugli oceani non è un film da luci della ribalta: vuole il pomeriggio perfetto e la casa vuota. La sa lunga Derek Cianfrance in fatto di coppie scoppiate e bocconi indigeribili. Alla stregua del regista di Blue Valentine, anche Alicia Vikander mi ha sempre in pugno: è destino, infatti, che mi faccia disperare ogni volta. Con lei una ritrovata Rachel Weitz, che con pochi tocchi svela i retroscena di un'altra pena e di un'altra donna. Ma ago della bilancia e giudice dall'ingrato compito, un laconico e straordinario Fassbender. La luce sugli oceani è una parabola classica, sulle sfumature dell'amore e dell'acqua. Sul peso specifico del perdono. Fedele al materiale di partenza, viscerale, a tratti è così pieno che sì, potrebbe sopraffare i naviganti. Potevano privarlo delle tante lettere, dei molti pianti, dei troppi tramonti. Eppure, dalle onde della sua emotività, mi sono lasciato volentieri travolgere. Senza guardare mai l'orologio. Senza additare i sentimenti, e i melodrammi, come fuori stagione. (7,5)

Siccome cinquanta non erano abbastanza, le Sfumature raddoppiano con un sequel. Si scuriscono, virando al nero. La James, ai ferri corti con la precedente regista, si affida a uno sceneggiatore di fiducia – adatta, infatti, il marito in persona – e al tocco del solido Foley. Si riparte da dove eravamo rimasti. La rottura tra Anastastia e Christian si rivela soltanto un breve litigio: i due tornano insieme, qui, e si godono i pregi di fare la pace. Ci si mettono in mezzo il capo di Anastasia, che attira spasimanti come se ce l'avesse solo lei; una stalker psicolabile; la tardona Kim Basinger. Nella prima ora, tra balli in maschera e giochi ammiccanti, è una commedia sexy che non dispiace: palesa le assurdità già assodate e una maggiore complicità tra Jamie Dornan e Dakota Johnson. Mostrare bella gente nuda, però, poco ha a che fare con l'erotismo. A stuzzicare ci pensano fascette, perle e divaricatori, ma i protagonisti – incaprettati, bendati, vulnerabili – finiscono sempre per ripetere la stessa coreografia: lei sotto, lui sopra col sedere in mostra, dissolvenza. Il trash è godibile quando dura poco, si sa. Nella seconda parte il film vorrebbe farsi prendere inutilmente sul serio, e allora dà il peggio del peggio. La colonna sonora è radiofonica, i comprimari meglio definiti sono gli addominali di Dornan e la natica sinistra di Dakota, lo si segue divertiti perché ormai abituati al nonsense. E' così raffazzonato e insipido, alla fine, che troppo male non gli si vuole. Più dignitoso del precedente perfino, anche se per un pelo. E, se si parla di vedo-non vedo, di spogliarelli e lingerie, saprete bene che anche un pelo fa la sua. (5)

Al cinema uccidete tutte le persone che volete, ma non toccatemi gli animali. Pensiero ricorrente, questo, perfino davanti all'horror più sanguinoso. Figuriamoci se si tratta dell'ultimo film di Lasse Hallmstrom – lo stesso di Chocolat, svariate trasposizioni di Nicholas Sparks e, soprattutto, Hachiko. Dopo il trauma legato all'Akita che non si arrendeva alla perdita del suo padrone, assecondare la tristezza con Qua la zampa. Sabotato lo scorso inverno dagli animalisti, nonostante accuse pare belle che cadute, la commedia a tinte fantastiche dello svedese parte da uno spunto originalissimo: raccontare non una, ma le tante vite di un cane speciale. Bailey, infatti, è destinato a reincarnarsi senza dimenticare il proprio passato – e nell'edizione italiana, purtroppo, la voce narrante di Gerry Scotti. A volte nasce maschio, a volte femmina. A volte campa a lungo, altre si spegne presto. Lo ospitano famiglie sul punto di disfarsi, coppie felici e coppie scoppiate, l'unità cinofila e un canile da cui scappare alla prima occasione. Abbandonato, usato, amato, cerca uno scopo e non si disfa del pensiero di Ethan, il suo primo padrone (il KJ Apa di Riverdale che crescendo diventa Dennis Quaid). La sceneggiatura non approfondisce un'idea vincente. Un cane che accompagna varie generazioni, che sperimenta varie esistenze: perché non mostrare attraverso i suoi occhi un po' di storia americana, come in un Forrest Gump a quattro zampe? La storia del Paese resta ai margini. Si accenna alla crisi dei missili, la radio passa Take on me, i capelli si ingrigiscono. I trailer anticipano troppo. Da copione Bailey morirà non una, ma innumerevoli volte. C'è un limite ai pianti di uno spettatore dal dichiarato cuore di pastafrolla? Qua la zampa, invece, è un intrattenimento per grandi e piccoli che intenerisce, diverte, e di lacrime, purtroppo o per fortuna, non fa esagerato abuso. (6)

Una reunion. I corridoi del liceo che ispirano ricordi a ogni passo. Sono immancabili quelli legati allo Svedese: un giovanotto che eccelleva in doti atletiche e carisma. Ha fatto una fine indegna di lui. Pastorale Americana è la storia della famiglia che costruì ma non seppe tenere unita. La maggioranza delle recensioni lette lasciavano intuire un gran pasticcio. Un dramma in cui il troppo stroppia. Mi ritrovo a essere in disaccordo, benché tanto faccia la mancata lettura del romanzo di Roth e la passione per le famiglie infelici a modo loro. Come condensi un capolavoro di cinquecento pagine in un film di un'ora e quaranta senza sacrificare qualcosa? Temevo mi scivolasse addosso. Peggio: temevo di non affezionarmi, nell'annunciato riassunto di una moderna pietra miliare, ai suoi personaggi. Pastorale Americana, per me, è un dramma classico e arduo, perciò coraggioso. A sobbarcarsi l'impresa, così come il suo personaggio ingurgita e metabolizza i dolori di tutti gli altri, un Ewan McGregor che interpreta e per la prima volta dirige. I doppi impegni lo provano e un po' ne risente la recitazione. Stanco ma credibile, spinge a rimarchevoli exploit la Connelly e una antipaticissima Fanning. A fine visione, ho avuto più voglia ancora di scoprire il romanzo. A fine visione, soprattutto, io che temevo un film senza peso, ho sentito la pena inconcepibile di questo uomo buono a cui succedono cose cattive. Calmo in superficie, Pastorale Americana indugia nei dettagli essenziali abbastanza da lasciarti intravedere il mare che si agita sul fondo e il sentore vago della sua originaria bellezza. (7)

Sophie, orfana a Londra, viene sottratta al collegio e alla solitudine dalle mani di un premuroso gigante. Attraverso balzi chilometrici, il mostro la conduce in una terra di insidie. Peccato che sia in realtà il più minuto della sua specie. Maltrattato dai propri simili, imbottiglia sogni e protegge Sophie dai fratelli. l GGG, classico di Dahl purtroppo mai arrivato nella mia libreria, trova un nuovo adattamento. Dirige Spielberg, avvalendosi di una computer grafica non sempre inappuntabile e della voce di un Mark Rylance fresco di statuetta (qui in versione “Spacco botilia, ammazzo familia”): subito si mettono in conto nostalgia e occhi lucidi. Dahl, eppure portato al cinema infinite volte, questa volta lascia annoiati e delusi: le guance asciutte, al contrario che nel recente remake del Drago Invisibile, e un senso di irritazione verso un'eroina antipatica come poche. Il minutaggio, eccessivo, sfiora le due ore; i toni cupi e i peti da cinepanettone turberanno i piccoli, lasciando sostanzialmente insoddisfatti anche gli adulti; la storia, mi dicono fedelissima all'originale, decolla tardi e lascia straniti in un finale grottesco. Anche più del Canto di Natale secondo Zemeckis, Il GGG risulta pesante e artificioso. Non abbastanza modesto da passare inosservato. Non abbastanza importante da meritarsi la tripla “G” dell'acronimo. (4,5)

Nella Toscana degli anni '50, un'infermiera cerca di scoprire le ragioni del mutismo di un bambino. Alla morte della madre, infatti, ha smesso di parlare. La casa scricchiola e i muri parlano. Raccontano una storia di amore e perdita che è destino si ripeta. I domestici sono un enigma, il padrone di casa vede nella protagonista una nuova musa, gli abiti da cocktail della pianista defunta le stanno a pennello. Qual è il desiderio del fantasma di Caterina Murino: vendicarsi dell'ospite o cercare qualcuno che riempia il vuoto che ha lasciato? Tratto da un romanzo di Silvio Raffo, Voice from the Stone è una ghost story che ha i suoi pregi – gli unici, a malincuore – nello splendore delle donne e dei suoi scorci naturali. Ibrido svogliato e confusionario tra Jane Eyre e Giro di vite, ha poche ombre e l'aria di una fiction Rai. Un mistero su carta che, passando ai fatti, mistero non è. Il film non decolla: ben confezionato, ma recitato con la noia addosso. Incapace di intrigare, nonostante la presenza di un inquietante Girone, sfocia frettolosamente nel melodramma. Scene di passione percepite nel dormiveglia e il nudo artistico della star di Games of Thrones – bella come una ninfa di Botticelli, ma impacciatissima quando si tratta di darsi a pianti o vaneggiamenti vari – non bastano a trovare un senso a quello che le pietre non dicono. (5)

Louis è un bambino sfortunato. Protagonista di incidenti grandi e piccoli, è sempre stato salvato in corner dal sonno eterno. Fino a quando, festeggiando il suo compleanno su una scogliera, non cade da una rupe: è in coma, ma tutt'intorno a lui – nella sua mente, perfino – il mondo continua. Pare non si sia trattato di un incidente, questa volta, ma di un tentato omicidio. Colpa di quel padre violento, fuggito chissà dove? Tratto da un romanzo finito automaticamente in whishlist, The 9th Life of Louis Drax è un ibrido sui generis, inclassificabile, a metà tra il thriller e la favola. Dirige il discontinuo Alexandre Aja – esordì in Patria, anni fa, con il bellissimo splatter Alta tensione – e, lesinando questa volta sulla violenza, conferisce alla trasposizione un'anima francese. Se da un lato il film ha le canoniche indagini del dottor Jamie Dornan, qui vittima del fascino e della lacrime di Sarah Gadon, dall'altra troviamo gli interventi di un narratore trasognato e un po' crudele, che ha qualcosa dei bambini prodigio di Jeunet e un patrigno sospetto, che somiglia proprio a Aaron Paul. Chi desiderava il silenzio del bambino, e perché? Pieno di volti familiari e stranezze, irrisolto ma molto interessante nel suo essere di tutto un po', The 9th Life of Louis Drax è un Hitchcock ad altezza bambino, che all'inizio confonde e alla fine potrebbe anche deludere. Loquace e nerissimo com'è, però, mi ha stranito: cosa non da poco. E la nona vita del piccolo protagonista – l'ultima, forse – ha in serbo qualche altra sorpresa. (6,5)

lunedì 23 gennaio 2017

Mr. Ciak: Indivisibili, Animali fantastici e dove trovarli, Collateral Beauty, Assassin's Creed, Un bacio

Daisy e Viola sono gemelle. Ma, siamesi, di quelle destinate a spartirsi per sempre l'esistenza. Oppure no? Un medico dice che è possibile separarsi, anche se il pensiero spaventa. Cantano a comunioni e matrimoni, vengono portate in processione come se potessero far miracoli, permettono ai parenti di vivere degli introiti che la loro particolarità comporta. Identiche ma diverse nel carattere, si scontrano: una sogna l'America e l'altra recita l'atto di dolore al mattino, una cerca di distinguersi indossando smalti aggressivi e l'altra si adegua bonariamente, una vuole la libertà e l'altra non lo sa. Ad allontanare Daisy e Viola, cose grandi e piccole: la voglia di sperimentare il sesso, un gelato in centro da non spartire più in due, i piedi puntati contro l'avidità dei parenti. Siamo indissolubili, indivisibili, cantano in coro le protagoniste dell'ultimo film di Edoardo De Angelis. Un dramma girato in napoletano, a cui la colonna sonora neomelodica e il dialetto conferiscono alla ribellione inaspettata poesia. Presentato a Venezia, Indivisibili è un film che mi era passato di mente: dimenticato, sembrava tenersi ai margini di quella nuova gioventù del cinema italiano scoperta lo scorso anno. Mi ha preso alla sprovvista e, a sorpresa, messo sottosopra. Potente, tenero, struggente. Il tassello che ancora mancava e che, nell'indecisione, avrei presentato agli Oscar: perché alcuni casi di coscienza, certi dilemmi, arrivano alla meta in qualsiasi lingua si esprimano. Quanta rabbia, allora, verso quei genitori che se ne approfittano. Quanta angoscia in un epilogo che un po' ti tiene a galla e un po' ti porta giù, dove le vie di fuga si fanno disperate. Indivisibili ha ravvicinati primi piani che colgono i pensieri a voce bassa di due esordienti, Angela e Marianna Fontana, sorprendentemente spontanee. Una regia schiacciante, che contrappone il fascino kitsch di Sorrentino – i figuranti pittoreschi che popolano yacht e parate, la colonna sonora invadente, la decadenza segreta delle città di mare – all'asciuttezza di Mustang. Una lacrima silenziosa, non prevista, che ti scende sulla guancia quando senti pigolare Janis Joplin: prima piano, poi più forte. E un soliloquio che forse si farà duetto, nella sua onestà, completa l'identità di un gioiellino che, oltre a condivide un cuore in due, ne lascia uno spigolo generoso anche per te. (7,5)

Peggio dei detrattori, mi faceva notare un'amica scrittrice, sono i fan. Intransigenti, scettici, spietati. Quando l'arrivo di Animali fantastici era nell'aria, mi sono accorto di essere uno di loro. Come chi è cresciuto tra le pagine della Rowling, non mi lasciavo incantare dalle premesse. Chi ne sentiva la necessità? A parlarvi, una persona incostante di natura, che ha amato infinitamente Harry Potter su carta ma non sempre sul grande schermo. A novembre, perciò, ho mancato Animali fantastici senza dispiacermene. La storia, che si svilupperà in altri quattro film, segue le disavventure di Newt Scamander: timido zoologo che, nella New York degli anni '30, trasporta una ventiquattrore piena di mostri e meraviglie. La valigetta, scambiata per sbaglio, libera per strada i suoi animali – che fantastici, complice una computer grafica ad hoc, lo sono per davvero. A seminare panico e distruzione, il pasticcio dello zoologo o gli emissari del malvagio Grindelwald? Animali fantastici mi ha sorpreso pian piano. Godibilissimo, affascinante, adulto, con un indimenticabile leitmotiv che solletica i ricordi e personaggi da approfondire meglio. Se la trama serba infatti divertenti scene a Central Park, locali charleston e un duplice colpo di scena finale, i protagonisti – timidi, spesso sulle loro – costituiscono un simpatico quartetto, in cui spiccano al momento le smorfie di troppo di Redmayne e la bellezza di Alison Sudol. A caccia di misteri e bestie, il film di Yates ha un forte fascino retrò e cenni a sufficienza alla serie originale – Silente in cattedra, una romantica sorella Lestrange che non vediamo l'ora di conoscere – per rabbonirci. Meno entusiasmo, invece, per un finale parzialmente conclusivo che ci lascia con l'immagine di una New York digitalizzata, distrutta, presa di peso dalle produzioni Marvel. Il resto è una valigia che, se fa difetto nel chiudersi, è per via di incantesimi e divertimento in quantità. E, per la barba di Merlino, chi si aspettava un bagaglio così carico? (7)

Un pubblicitario perde la figlia e, per un soffio, anche il posto di lavoro. Scrive lettere a Morte, Tempo, Amore. E un giorno, in un parco, quelle tre entità gli rispondono di persona. Collateral Beauty aveva, dalla sua, uno spunto affascinante, un cast stellare e un trailer furbissimo. Il dramma natalizio di David Frankel è stato demolito all'unisono; ma il pubblico pagante, in sala, lo premiava. L'ho visto con una segreta speranza: che l'intransigenza della critica ufficiale – quella per cui i melodrammi dai buoni sentimenti sono il male nel mondo – fosse dettata dal pregiudizio. Collateral Beauty, purtroppo, è alquanto indifendibile. Irrispettoso, retorico, sconclusionato. Perché quella trama che vi ho riassunto, sdolcinata ma emozionante, è uno specchietto per le allodole. Perché il padre in lutto interpretato dal solito Smith – qui in fase: ricicliamo pure i pianti imparati con Muccino – ha un punto di vista inefficace, che si perde tra i comportamenti egoisti e avidi dei comprimari. Alcuni dei più grandi attori su piazza, in ruoli marginali e detestabili, accentuano così le voragini di una sceneggiatura che gioca a carte scoperte e, nei suoi ordinari atti di fede, fa acqua. Si salvano in extremis la delicata Naomie Harris, in odore di nomination per Moonlight, e il parziale colpo di scena legato al suo personaggio. Il resto, indeciso tra generi e toni, scandito da bruttissime frasi ad effetto e attimi che non sanno come emozionare, è un mappazzone affollato e insapore, che ambisce invano a imporsi come un moderno Canto di Natale e a raggiungere il cuore. Si resta distanti, involontariamente divertiti: pronti a fargli le pulci. E, se le lacrime arrivano, non sono che per la rara strage di talenti e idee a cui abbiamo assistito.  (5)

Pur non essendo tipo da videogiochi, cresco in una famiglia che colleziona console sin dagli anni Novanta. La fama di Assassin's Creed, non particolarmente amato dai miei ma famoso per le trame ambiziose e una serie di romanzi, è giunta fino a me. Giunto fino a me anche il film, una sera in cui non decidevo io cosa guardare. Con una splendida coppia riunita dal regista del faticoso ma ineccepibile Macbeth e viaggi nel tempo che sono sempre i benvenuti, non mi sono lamentato. Assassin's Creed, però, è una visione sconclusionata, indolore, deludentissima. Tanta azione – un'azione artificiale e coreografica, che poco coinvolge – e dialoghi scarsi a inframmezzare le panoramiche a volo d'aquila, i salti nel vuoto, i muscoli glabri del protagonistia Tu quoque, Fassbender? Spiace constatare che uno dei miei attori preferiti, qui, sia un pesce fuor d'acqua: per fortuna l'ho già trovato straordinario in The Light Between Oceans, quest'anno, quindi fingerò di dimenticare la partecipazione a un blockbuster che, con a bordo uno che non sbaglia mai, prometteva bene. Con lui, un'avvilita Cotillard e la sua pessima doppiatrice. Cosa ci fa un cast così in un film scritto male e di fretta, con effetti speciali che hanno più carattere dei suoi stessi eroi e cerchi che si chiudono senza neanche aprirsi? I videogiochi somigliano sempre di più ai film, ed è un complimento. I film, però, somigliano sempre di più ai videogiochi – divertimento mordi e fuggi, precipitosi e vuoti -, e che tristezza che mettono. (4,5)

Blu scrive lettere aperte alla sé del futuro. Lorenzo anima la vita con inseriti musical che fanno il verso a Glee. Antonio, talentuoso cestista, ha una stanza vuota per metà. Hanno sedici anni, frequentano una scuola di provincia, sono nel mirino del bullo. Si fanno scudo contro l'intolleranza, le prepotenze, le occhiate storte: funzionano meglio insieme. Un bacio, scritto e diretto da Ivan Cotroneo – suo l'adorabile La kryptonite nella borsa -, è una commedia adolescenziale che lo scorso anno ha avuto una discreta fortuna. Bene accolto nei licei, mirato a sensibilizzare un pubblico giovanissimo, è pulito, pensato come un contenitore di temi contemporanei – cyberbullismo, omofobia, violenza nelle scuole –, semplice e televisivo per natura. Modello di riferimento: Noi siamo infinito. Un trio eterogeneo tra gelosie e complicità, la musica, personaggi fragilissimi. Ma piacciono più i riferimenti a Chbosky che a Moccia, parlare di simili problematiche non è mai fiato sprecato e, cosa importante, ci si emoziona: per le famiglie straordinariamente tolleranti; per un finale shock in cui tutto precipita. Cos'è Un bacio? Un film adatto alle scuole, al Giffoni e dintorni, con una bella scrittura, qualche trovata stilistica audace – ma non sempre portata a buon fine -, tre talenti acerbi. Spiace dirlo, ma funziona poco Rimau Grillo Ritzberger: troppo stereotipato, antipatico e sopra le righe per essere il cuore del film. Sorprendenti, invece, Pazzagli – un piccolo Kim Rossi Stuart - e la Romani. Cos'è, ancora, Un bacio? Un gesto troppo candido e troppo istintivo, per chiamare a sé qualsiasi vergogna. (6,5)

lunedì 22 agosto 2016

Recensione a basso costo: La luce sugli oceani, di M.L. Stedman

Non c'è modo di difendersi dall'amore per un figlio.

Titolo: La luce sugli oceani
Autrice: M.L. Stedman
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 370
Prezzo: € 9,90
Sinossi: Isabel ama la luce del faro tra gli oceani, che rischiara le notti. E adora le mattine radiose, con l'alba che spunta prima lì che altrove, quasi quel faro fosse il centro del mondo. Per questo ogni giorno scende verso la scogliera e si concede un momento per perdersi con lo sguardo tra il blu, nel punto in cui i due oceani, quello australe e quello indiano, si stendono come un tappeto senza confini. Lì, sull'isola remota e aspra abitata solo da lei e suo marito Tom, il guardiano del faro, Isabel non ha mai avuto paura. Si è abituata ai lunghi silenzi e al rumore assordante del mare. Ma questa mattina un grido sottile come un volo di gabbiani rompe d'improvviso la quiete dell'alba. Quel grido, destinato a cambiare per sempre la loro vita, è il tenue vagito di una bambina, ritrovata a bordo di una barca naufragata sugli scogli, insieme al cadavere di uno sconosciuto. Per Isabel la bambina senza nome è il regalo più grande che l'oceano le abbia mai fatto. È la figlia che ha sempre voluto. E sarà sua. Nessuno lo verrà a sapere, basterà solo infrangere una piccola regola. Basterà che Tom non segnali il naufragio alle autorità, così nessuno verrà mai a cercarla. Decidono di chiamarla Lucy. Ben presto quella creatura vivace e sempre bisognosa d'attenzione diventa la luce della loro vita. Ma ogni luce crea delle ombre. E quell'ombra nasconde un segreto pesante come un macigno, più indomabile di qualunque corrente e tempesta Tom abbia mai dovuto illuminare con la luce del suo faro.
                                              La recensione
Mi sembra una specie di incantesimo. Ogni volta che si addormenta così, finisco per respirare con il suo stesso ritmo. Un po' come quando faccio le cose seguendo il tempo della luce del farlo. Mi spaventa.” E' solo amore, Tom. Non si deve essere spaventati dall'amore.
Nonostante lo straordinario passaparola ai tempi dell'uscita, o forse proprio per quello, La luce sugli oceani non si è mai imposto ai vertici della mia lista dei desideri. Tant'è vero che, anche all'indomani dell'arrivo dell'edizione economica in libreria, ho più volte rimandato l'acquisto, preferendogli sempre qualcos'altro, convinto ciecamente che fosse qualcosa di meglio. Il perché non lo so. E, paradossalmente, sentivo parlarne senza sentire di cosa parlasse. Facevo orecchie da mercante, ostentavo indifferenza, e per tutti questi anni non ho saputo nulla, così, di una coppia felice maledetta dalla sterilità, di un ritrovamento tra le onde che cambia ogni cosa, di un dilemma morale che rovescia i piatti della bilancia. Ho aperto gli occhi, e a dirla tutta erano anche un po' umidi per via della commozione, solo davanti al trailer della trasposizione cinematografica con i bravissimi Michael Fassbender, Alicia Vikander e Rachel Weisz: sporchi di salsedine, vinti dall'istinto di essere genitori, diretti dal Derek Cianfrance del disilluso Blue Valentine. Ho sentito una morsa al cuore, profumo forte di Oscar e un pianto stridulo che saliva dal bagnasciuga. Dunque, il bisogno di leggerlo seduta stante, in questi ultimi giorni d'estate che già di per sé ispirano tristezza. Hanno potuto più uno spot di due minuti, ma purché da pelle d'oca, che le fascette promozionali. E me lo sono chiesto, sì, leggendo leggendo: per tutto questo tempo, come ho fatto a stare lontano dall'isola di Janus e dalle piccole croci di legno all'ombra delle piante di rosmarino; soprattutto, dai suoi due abitatori? Siamo negli anni Trenta. Tom, uomo onesto e di poche parole, con gli spettri della guerra nel sonno e infinito bisogno di pace, accetta di buon grado l'idea di essere il guardiano di un faro a largo delle coste australiane. Ha una casupola tinta di bianco, un impiego che lo tiene indaffarato, un orto che gli fornisce l'essenziale e sporadici contatti con la terraferma. Gli piace la solitudine, e al matrimonio non pensa. Ha le idee chiare e un entusiasmo contagioso, invece, la giovane Isabel: l'esatto opposto del burbero guardiano, l'altra parte del cielo. 
Si incapriccia, s'innamora, e non c'è verso di farle capire che Janus non è il paradiso, che Tom non è l'uomo perfetto. Però, le promette lui, si impegnerà. Ma i bambini non arrivano, il sentimento si prosciuga piano. Non si prosciugano i seni di Isabel, come a prendersi gioco di lei, dopo il terzo aborto spontaneo. Perciò, quando le onde portano una barca a riva – sopra, il cadavere di un uomo e una dolce neonata -, Isabel allatta l'orfana, la ribattezza Lucy, e il marito, inerme e combattuto, non ha scelta. Non denunciano il naufragio, spacciano la bambina per loro: sono, per quattro anni, genitori esemplari. E se venissero a sapere che la madre di Lucy, quella vera, è viva e vegeta, ma sta impazzendo per il dispiacere? Se, in un faccia a faccia con lei, scorgessero le piaghe della pena e una somiglianza rivelatrice con la bambina del faro? Quale peso avrebbe l'istinto, quale l'altruismo? La luce sugli oceani, per quattrocento pagine, ti fa abitare nei panni dei personaggi; sotto la loro epidermide. Ci sono i nervi che affiorano, la bile che sale, il sangue che gela, e uno sfondo suggestivo. Li senti dentro e vicini, li vedi che si struggono, e non sapresti davvero chi ha torto e chi ha ragione. 
Se i figli spettano a chi li genera o a chi li cresce. Se di solitudine si può vivere e di crepacuore si può morire. Se pesano di più le difficili scelte di Tom e Isabel, che dovrebbero rinunciare per l'ennesima volta a un figlio, o i vaneggiamenti di Hannah, che intanto aspetta e spera. Con chi starebbe meglio Lucy, che fra le prime parole ha balbettato il nome dei genitori sbagliati? I dubbi persistono, l'emozione strema e l'esordio di M.L. Stedman – che ha una prosa talora non all'altezza della storia, scolastiche le digressioni e furbi i salti, ma temi intensi e personaggi scavati a fondo – è un coccio di conchiglia senza appigli, senza imbrogli, che ti taglia le dita. Comunque andrà, ne soffrirà qualcuno; qualsiasi decisione, infatti, priverà l'una o l'altra donna degli abbracci della bambina. E Isabel ha perso i fratelli maggiori in guerra e parte dell'amore del compagno, sepolto dalla sabbia e dalle nevrosi di una donna infeconda. E Hannah, per il suo innamorato tedesco, ha rinunciato alla benedizione di un padre facoltoso, perdendo di lì a poco la sua famiglia costruita di fresco e la lucidità. Infine, il solido Tom, tra l'incudine e il martello: convinto che Dio, dopo averlo salvato in trincea, sia tornato alla sua porta per la conta dei peccati. Il faro illumina gli oceani, non l'isola. E loro si muovono perpetuamente in un cono d'ombra, a tentoni. Al buio, lotta a muso duro tra labbra cucite e occhi salati, accusa e perdono, chi ti mette al mondo e chi ha avuto cura della tua infanzia. Tutto, nell'attimo del blackout di questo primitivo ma straordinario caso di coscienza. Quando il mare ruggisce, l'isola si ferma, la luce muore, e tu non sai cos'è giusto e cos'è sbagliato. Né dove sia più casa tua.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: The Lumineers – Stubborn Love

venerdì 29 gennaio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Steve Jobs, Joy, Brooklyn

Migliore attore, Migliore attrice non protagonista
Faccio parte di una generazione recente, quella cresciuta con un computer in casa. Era il 2001 e avevo più o meno sette anni, quando mio padre tirò fuori dagli scatoloni il primo monitor, la prima tastiera e il primo mouse con cui, pian piano, avrei imparato a interagire. Ma, stranezza grande per un blogger, alla tecnologia non sto granché appresso. Mi basta un portatile con tutti i tasti al posto giusto e una connessione internet decente. Mi basta un cellulare che riceva chiamate e invii SMS. Non ho un solo prodotto Apple, tra le mie quattro mura, né sento il bisogno di averlo: sono belli ma cari e, per il modesto uso che ne faccio, hanno fin troppe funzioni. Che farci? E perché guardare l'ultimo film su Steve Jobs, se non sono tra coloro che l'hanno fatto arricchire e se, in passato, avevo accuratamente evitato al cinema I pirati della Silicon Valley e il pare evitabile biopic con Ashton Kutcher? Più che altro, per dovere: sono stato guidato dalla presenza di un grande cast e dal lavoro di un grande regista; soprattutto, dal bisogno di arrivare preparato alla notte degli Oscar. Del padre della Apple, ricordo i funerali di qualche anno fa: se l'era mangiato un brutto male e, su Facebook, in tanti avevano voluto ricordarlo con il maglione a collo alto, gli occhiali sottili e il tormentone che faceva: “Stay hungry, stay foolish". Mi hanno incuriosito, poi, le polemiche che non conoscevo e le questioni burocratiche in cui non mi addentrerò: qualcuno gli dava del genio – parlano di un moderno Leonardo Da Vinci, qui e lì – e qualcuno del ladro senza scrupoli. Sullo Steve Jobs di Danny Boyle, ingiustificato fiasco al botteghino, ne dicevano di cotte e di crude ma, solo da poco, blogger fidati hanno detto tutto quello che c'era da dire a riguardo, senza spaccare in quattro il capello. Jobs, nel privato, era così o non era così? Sorkin, mirabile drammaturgo, per il suo ritratto si è preso più di qualche licenza poetica? Francamente, non mi interessa. Francamente, non m'interessava neanche guardarlo, l'ennesimo film su Steve Jobs. In due ore, ho conosciuto meglio l'uomo? Ho capito finalmente cos'ha fatto e cosa no? So riassumervi così, su due piedi, perché lo si venera e perché lo si scredita? No, no e no. Ho assistito a due ore di gran cinema, però, e posso dirmi in paradiso. Come in La teoria del tutto – in cui, tra i tanti randez vouz dei due ottimi protagonisti, questa benedetta teoria non l'avevo mica capita -, in Steve Jobs non ci si addentra nel tecnicismo, ma nel lato umano (e disumano) dell'uomo e dell'inventore. Biopic atipico, parziale, per nulla agiografico: non in ordine cronologico. Tre atti, come a teatro, e quindici anni in pillole: il lancio Macintosh, la fondazione di quella NeXt dalla vita assai breve, l'iMac. I backstage, tutto ciò che non sapevamo, giochi di simmetrie perfette: Steve, negli anni, alle prese con gli amici (Seth Rogen), i nemici (Jeff Daniels) e una figlia che cresce lontano da lui. A cordinare affari e affetti, la fedele assistente dell'adorabile Kate Winslet, che gli fa da segretaria, manager e coscienza part-time. Il tutto, verso un finale toccante, all'insegna dei flash, degli applausi scrocianti, delle parziali riconciliazioni. Quanta invidia, diciamolo, per questo attore impegnato e versatile, che è addirittura più bravo che bello – alla faccia mia? La somiglianza non è così forte, ma è questione di approccio al ruolo, di spirito. Fassbender, tra i miei preferiti nella competizione, dal reale Jobs prende lo spirito d'onnipotenza, il cuore freddo, la cura maniacale. Non perde neanche una battuta, prende fiato come un rapper battagliero. O un sommozzatore. C'è chi suona gli strumenti, dice Jobs ai collaboratori che lo accusano di essersi appropriato delle loro idee, e c'è chi dirige l'orchestra. Al direttore manca forse il talento? Un impianto fortemente teatrale, dunque, dialoghi pazzeschi e un personaggio dalla levatura shakespeariana. I personaggi non sputano una parola e, grossomodo, parlano, parlano, parlano. Non c'è il tempo, però, per la noia: la scrittura fiume di Aaron Sorkin, più che una garanzia, è una goduria. Acuta, travolgente, di classe. E ho capito perché, agli scorsi Golden Globes, una vittoriosa Winslet si era detta, nel discorso di ringraziamento, tanto ammirata dalla tempra d'acciaio e dallo sterminato copione di Michael Fassbender: d'acciaio e sterminato, appunto, per essere all'altezza. (7,5)

Miglior attrice protagonista
Una casa che ospita quattro generazioni di donne e la voce dell'anziana matriarca che le descrive, incantate davanti alle soap opera in tivù: ora alla ricerca ora del principe azzurro, ora di un piano di riserva. Come in una favola anni novanta. A inorgoglirla, quella nipote bella e intraprendente che è giovane ancora, ma ha un vissuto intenso – due figli piccoli, una doppia ipoteca sulla casa e, ospiti nel seminterrato, un ex marito e un padre tornato all'ovile – e che, sin da bambina, si muoveva in quella cornice di signore e guai con lo spirito dell'inventrice. L'immaginazione fervida e le mani miracolose. L'ultimo film dell'incensato David O'Russell, tornato appositamente per prendere posto a sedere durante la stagione dei premi, con l'immancabile cast di fedelissimi, è una strana commedia che ci racconta la vita e i miracoli di Joy Mangano, casalinga disperata a cui si deve la prodigiosa scoperta della Miracle Mop. Chi? E, soprattutto, cosa? Un incipit interessantissimo, da saga familiare, apre la fiaba a lieto fine di una donna che, dal nulla, si costruisce un nome, una solida notorietà, una pagina su Wikipedia e un biopic sui generis che – con le sue straordinarie presenze – non è sfuggito alla critica e al pubblico. Sebbene, questa volta, il regista non abbia replicato il successo o i calorosi consensi di Il lato positivo, pellicola da me non particolarmente apprezzata. La domanda, spontanea e quantomai ragionevole, è una sola: a chi interessa la fortunata ascesa di questa Joy, lontana parente di Giorgio Mastrota? O'Russell, con toni pimpanti ma discontinui e, a lungo andare, stancanti, firma l'ennesima vicenda sul sogno americano. Una storia piccina, ma dalla morale universalmente valida, con una Lawrence sempre in tiro che tenta di essere abbastanza grande per tutto e tutti. Ma non ha l'età – i rimpianti, la disillusione e i sogni alternativi lasciamoli agli adulti, per favore – e, nel tentativo di riempire i vuoti di comprimari sottotono, mette un'irrealistica grinta nella sua performance, fin troppo carica. Non manca infatti il momento topico in cui la nostra eroina, disperata, impugna un paio di forbici per dare un taglio netto alla chioma – e scoprirsi più figa di prima. E, nella scena finale, eccola lì che marcia, con il vento tra i capelli e gli occhiali da sole; a latitare, giusto una macchina che esplode sullo sfondo. Fa sorridere sotto i baffi, ma involontariamente, il parlare di moci e scope rotanti con toni tanto enfatici e solenni. C'è in ballo la pulizia dei pavimenti, la lotta allo sporco ostinato. La Mangano non ha mica debellato la peste bubbonica, no? Di lodevole, gli scenari natalizi e le punte kitsch degli interni domestici: l'arredamento un po' pacchiano e, nella prima parte, gli incubi e i sogni di Joy in formato telenovela; la scrittura personale di un professionista del campo, che ci parla di televendite, brevetti e casi giudiziari da poco, come se fossero davvero cosa importante. Nella seconda parte, invece, con più adesione ai fatti che ai colori del surreale, Joy diventa una specie di prodottotino Lifetime. Una versione in rosa di La ricerca della felicità, in cui si segue una protagonista sull'onda del successo: da inventrice a presentatrice, fino a ritrovarsi a capo di una discreta impresa indipendente – il tutto, ovvio, senza sconciarsi un singolo boccolo biondo. Come per magia. (5,5)

Miglior film, Miglior attrice, Miglior sceneggiatura
Dovete sapere che, in anni e anni di film condivisi, in famiglia abbiamo coniato generi cinematografici su misura. Pensavate che i romanzi che, nel dubbio, definisco boh, né belli né brutti, oscuri, fossero una mia invenzione? Nello specifico, oggi, vi dirò di un'etichettà inventata da papà che, ancor prima di vederla, pensavo stesse bene a una pellicola come Brooklyn: dal cartone Lovely Sara, che forse conoscerete meglio per uno dei primi film di Cuaròn, La piccola principessa, nascono i prodotti del cosiddetto filone “Povera Sara”. Quelli vagamente dickensiani, su orfane spiantate e pure d'animo, a cui ne succedono di cotte e di crude, in città di altri tempi, prima del lieto fine desiderato. Brooklyn, su una giovane migrante di buon cuore nella New York dei primi anni cinquanta, fortunatamente – con sorpresa mia e del genitore pieno di inventiva - non racconta la vicenda accidentata, angosciosa e, in fondo, buonista che s'immaginava in partenza. Cosa c'è nella valigia di cartone di Eilis, fanciulla di sani principi e dalla bellezza ancora acerba, che lascia mamma e sorella, in una Irlanda non così religiosa o bigotta, all'insegna della terra promessa? Una punta di malinconia, che è inevitabile, positività e umorismo. Ovviamente, nel bagaglio a mano, viaggiano i sentimenti: ben riposti, trattati con garbo, essenziali e puliti, come in una commedia retrò con Audrey Hepburn. Il cuore che galleggia tra due mari e due terre, a metà strada, perché negli Stati Uniti c'è l'accogliente Tony – italiano che incarna il meglio di noi – e, nei pressi di Dublino, quel Jim che le ricorda chi non c'è più. Richiamata in patria per un imprevisto, Eilis dovrà capire, adesso, dov'è che è casa sua. Una Saoirse Ronan sempre più donna, sempre più brava – anche se equilibrio e giusta misura, in Eilis, si fanno meno ricordare della detestabile Briony di Espiazione, o della tribolata Susie di Lovely Bones – ci ospita, insieme ai caratteristi Jim Broadbent e Julie Christie, in un mondo in cui le ragazze, in pista, aspettavano che i ragazzi le invitassero a ballare e in un'epoca in cui, dopo le due guerra, c'era voglia infinita di vivere. I grandi magazzini, simbolo della modernità, luogo clou delle prime commedie a colori, e il fascino dai colori pastello degli anni cinquanta, in un romanzo dolceamaro, perciò, delicato e ironico, con un Hornby molto in forma, alla sceneggiatura, e due parti speculari. Nella prima, romantica e solare, i siparietti umoristici che nascono in un appartamento di giovani donne e l'insicurezza della protagonista – le sue prove, ad esempio, su come mangiare gli spaghetti, per non sporcare tutto di sugo in casa Fiorello – fanno bene alla testa e al cuore; nella seconda, con un ritorno forzato e un cenno di triangolo sentimentale, si rischia spesso di non comprendere le scelte amorose di un personaggio che, in corner, poi sa rimediare agli errori di percorso. Quanti drammi struggenti, nella storia del cinema, hanno descritto la condizione degli immigrati in terra straniera? Quanti sogni illusi nel bruciante In America, quante sofferenze nel tradizionale C'era una volta a New York? In Brooklyn, più lieto e coinvolgente del previsto, non ci sono i tipici fazzoletti bianchi, sventolati quando si parte o quando si arriva; non c'è la morsa allo stomaco. Il melò di John Crowley, autore del triste e intenso Boy A, ha la joie de vivre che non pensavi e che, eppure, gli si addice: come un costume nuovo, col sole, in un pomeriggio al mare. (7)

mercoledì 27 gennaio 2016

Mr. Ciak: Il piccolo principe, Macbeth, The Lobster, Il sapore del successo, The End of the Tour

Ho letto Il piccolo principe quando non avevo l'età. Mi ero lasciato ingannare dalle poche pagine, dalla semplicità delle illustrazioni e, a otto anni, più o meno, lo avevo messo da parte senza cerimonie. Cosa voleva dirmi quell'apologo di fiori vanitosi e animali parlanti, pianeti sperduti e bambini che, trainati da stormi in volo, si spostano nell'aria? Se lo chiede anche la protagonista senza nome dell'ultima fatica di Mark Osborne, ideatore di Kung Fu Panda. Il piccolo principe, infatti, con cui ho inaugurato al meglio un altro anno di cinema, non è la trasposizione del capolavoro – da me a lungo incompreso – di Saint-Exupéry. Un po' ideale seguito e un po' parafrasi a voce alta, parla di una bambina che ha tante cose in comune con il me di adesso e con quello di dieci, dodici anni fa: coscienziosa e indipendente, si è addossata i problemi dei genitori e il fardello delle alte aspettative di una mamma in carriera, che ha schematizzato le giornate della figlia su una lavagna grossa così. L'amicizia è giusto una parentesi per l'estate che verrà. Non è estate, quando si trasferisce nel nuovo quartiere residenziale, e non è l'Aviatore, un vecchio inventore sui generis, l'amico che le ci vorrebbe. Oppure sì? Le racconta i suoi viaggi per terra e per mare, i suoi ricordi di gioventù. L'incontro nel Sahara, ad esempio, con un bambino biondo caduto da un altro pianeta – un completo verde, una sciarpa soffiata dal vento, un'amata rosa da cui fare ritorno. Un mondo a cui trovare un senso, a furia di interrogativi. La storia che tutti noi, grandi e piccoli, almeno una volta abbiamo sentito, s'intreccia con quella della nuova protagonista, con un domani tutto da scrivere, e con quella dell'Aviatore – ormai affaticato, vecchio – che ha i giorni contati. La bambina, a bordo di un elicottero sgangherato e in compagnia di una volpe di peluche, scoprirà cos'è stato del bambino del mistero, dopo sessant'anni. I prodigi dell'animazione invecchiano una figura leggendaria, la rendono adulta, e mostrano, con occhi lucidi e meravigliati, ciò che c'è stato dopo l'addio. Cancellano il punto fermo, la fine, e ne scrivono un'altra. Impresa rischiosa, ma portata a termine con rispetto, che mescola due stili e, a sorpresa, regala immagini di sconfinata bellezza e brividi a fior di pelle. La sua sensibilità, poco disneyana, adulta, è inguaribilmente francese, insieme a una colonna sonora che non si esprime che nella lingua più musicale e carezzevole che c'è. Come nel tanto osannato Inside Out, ma per me con maggiore coerenza di fondo, si parla infatti della paura di crescere e di spiccare il volo. Dell'ansia di dimenticare sé stessi, strada facendo, e le promesse fatte alle rose e agli amici cari: allora, un'aspirapolvere risucchia gli acari e le stelle. La vita vissuta in fretta ci ruba il cielo dalla finestra. L'essenziale è invisibile agli occhi, ma qui – con tutti i colori immaginabili, una rilettura discreta e, a prestare le voci, un cast di signori interpreti – si vede chiaro e tondo. (8)

La prima sessione estiva della mia vita, l'esame di Storia del Teatro Inglese e, oltre al manuale di base, un paio di tragedie da leggere in lingua originale. Più paura per l'impresa – acquisire familiarità con il suono dei versi cinquecenteschi, avvicinarmi alle opere di Shakespeare come fossero romanzi – che del prof, uomo sempre sovrappensiero e chiacchierone, ma preparatissimo. All'esame, qualcosa come il diciotto luglio, mi aveva dato il la per parlare della blood imagery in Macbeth. Mi aveva chiesto se, giovane com'ero, avessi mai visto Shining. “Ha presente le porte dell'ascensore che si aprono sulla hall dell'Overlook, e da cui si riversano fiumi e fiumi di sangue? La tragedia più breve del Bardo è così: splatter.” Quattro atti, l'ascesa di un tiranno: da uomo d'onore, soldato fedele, a usurpatore. Per amore del denaro e di una donna. Macbeth è un fulmine. Un temporale. Un lampo che passa in fretta. Un regno corto, il suo, che poggia sulla solitudine del sovrano, colpe che offuscano il lume della ragione, un potere che reclama altro potere. Dalla tragedia, la trasposizione cinematografica del promettente Kurzel prende la natura crepuscolare e sanguinaria, l'intramontabile musicalità del pentametro giambico. I traumi di guerra e i fantasmi dei figli morti prima del tempo, uno spaccato psicologico che sembra scritto l'altro ieri. Ma anche l'onirico, il fantastico, con le immancabili streghe all'orizzonte e misteriosi presagi in rima baciata – un bosco che avanzerà per rovesciare il protagonista dal trono, la giustizia ristabilita da un uomo non nato da donna. Macbeth, così, è una visione che non risulterà agevole ai più, ma anche una trasposizione solenne, asciutta, meticolosa. Filologicamente accurata. Forse troppo? Kurzel ha un cast di fuoriclasse, il Bardo che sceneggia, una Scozia naturalmente scenografica. Gli manca, pur nella sua attinenza al canone originale, il guizzo di uno sguardo nuovo; il compromesso di un linguaggio fiume, ma arginato, tamponato, per la gioia dello spettatore che ama molto i conflitti ben coreografati e poco parole d'altri tempi. Una colonna sonora essenziale, paesaggi accattivanti e, nell'incipit e nell'epilogo, le spade sguainate, i cieli rossi di una brughiera di rara magnificenza. La guerra in slow motion. Il pulviscolo e le scintille controluce. Al centro, tutto lo Shakespeare che c'è: nudo, crudo, recitato senza scorciatoie. Il linguaggio aulico, i versi perfettamente scanditi, i cantucci privati – come a teatro – per monologhi d'importanza capillare. Lì, i personaggi, rosi dal senso di colpa, possono dialogare con la loro coscienza sporca. Qui, gli impeccabili protagonista possono dare sprazzi del meglio di sé: la follia di un delirante Fassbender; l'intensità di una Cotillard da applausi, che raccomanda al suo bambino di andare a dormire. Ma il bambino è morto, arso nella prima sequenza, e dalle sue piccole mani non va via il sangue versato. Lui, selvatico e passionale, con il physique du role e un connaturato carisma. Lei, francese in terra straniera, particolarmente sorprendente con una Lady Macbeth dal viso dolce e dalla sensualità glaciale, l'aria perenne da Madonnina velata e vendicativa. E quanto possono essere belli, padroni e complici, i due, nello stesso dramma in costume? (7)

David, accigliato quarantenne, è stato abbandonato dalla moglie. Il suo mondo, però, non perdona chi è solo e infelice. Nella Città, fredda e senza nome, non ci sono che coppie allegre, che per mano tengono allegri bambini. Ha un mese scarso per trovare una compagna, altrimenti sarà trasformato, come suo fratello prima di lui, in un animale a scelta. Luogo neutrale per tentare le ultime combinazioni, un albergo che provvede al destino sentimentale dei suoi ospiti: usciranno di lì o in coppia, oppure bestie da soma. A unirli tutti, il countdown che li fa tremare e la caccia ai Solitari che, come ribelli, vivono nel bosco. Meglio la metamorfosi o la fuga? Meglio, soprattutto, un albergo in cui ci suggeriscono che dovremmo appaiarci a tutti i costi, o un'anarchia alternativa dove l'amore – all'interno del gruppo dissidente – va punito affilando i coltelli? The Lobster, storia romantica contro le convenzioni, m'ispirava dall'autunno scorso e, a ben vedere, da molto prima. Premiato a Cannes, è infatti il primo film in lingua inglese del regista ateniese Yorgos Lanthimos, che mi sono più volte promesso e ripromesso di vedere – il controverso Kynodontas, ad esempio, è stato sulla bocca di tanti a lungo -, ma che mi frenava un po'. Ci voleva l'input di qualche attore di richiamo – un eccezionale Colin Farrell, Rachel Weisz – e un genere, in questo caso il distopico, che mi è familiare leggendo. L'autore greco, che strizza l'occhio a Kubrick e ricorda il cinema rigoroso di Haneke, architetta un futuro che è sinistro, grottesco, alienante. Turba per la violenza insensata su uomini e animali, i meccanismi schematici, pensieri che puntellano le coscienze. A una prima parte orginalissima e tragicomica, ne segue un'altra meno riuscita senz'altro, in cui ogni cosa è allegoria. Io ci penso ancora adesso a una parafrasi, a come sciogliere i periodi e i nodi intricati. Potrei pensarci qualche giorno ancora, ma qualcosa sfuggirebbe. E non è un male. The Lobster, tentativo di fuga di un'aragagosta prigioniera di un acquario grande, in realtà, quanto il mondo, intenerisce, diverte e disgusta. La malinconia fa paura, il solitario fa pietà; ci si omologa tutti all'amore, scambiandolo per illusoria gioia. Si ricercano le cose in comune – sui siti d'incontri c'è chi si piglia perché ama le passeggiate sulla spiaggia, in The Lobster chi ha l'epistassi o la miopia, sintomo vero di affinità elettive – e ci si soffia fumo negli occhi a turno, per non capire quanto contro natura sia l'amore, se forzato o condannato, e su quanta pochezza si regga l'idea dell'anima gemella. La solitudine è un diritto, non una colpa. (7,5)

In un periodo complicato come questo, lo scorso gennaio, avevo trovato serenità e sorrisi nei programmi culinari in tivù. Ho scoperto infatti che cucinare mi piace e mi rilassa. Ma se mancano il tempo e la fantasia, meglio mettersi comodi e lasciare che chi sa il fatto suo si metta all'opera. Metteteci un montaggio forsennato, sfide settimanali e scenate teatrali. In cucina l'inferno, in sala neanche un tovagliolo fuori posto. Se certe cose funzionano sul piccolo schermo, perché non al cinema? Dopo il linguaggio colorito e gli scatti di ira di Gordon Ramsey – e, spostandoci al jazz, Whiplash – ci volevano adesso uno chef rockstar, una cucina piena zeppa di stelle, la direzione del produttore di Shameless. Adam Jones, bello e dannato, è una firma nota della gastronomia, in rehab e in fuga dai debiti. A Londra, in cerca di una terza stella Michelin, si imbatte in vecchi rivali e in un ambiente ribelle. Lancia piatti e padelle, insulta tutti, spezza il cuore della sua promettente sous chef e quello di un maitre spagnolo innamorato perso di lui. In cerca, sempre, della ricetta per ricominciare. Qual è Il sapore del successo? Burnt, diretto da John Wells, è una commedia ai fornelli che punta su ritmi veloci, interpretazioni maiuscole, cene da gourmet. Un bravissimo Bradley Cooper può gigioneggiare alla grande, parlare un fluente francese e regalare l'ennesima prova degna di nota, con il personaggio di un professionista arrogante, spregiudicato, bellicoso. Insieme a lui, la romantica Sienna Miller e Daniel Bruhl sono gli unici che non devono fare la fila per mangiare da re e catturare l'attenzione della macchina da presa – il cast, infatti, affollato, comprende il nostro Scamarcio, Omar Sy, Emma Thompson e, in quelli che sono poco più che cameo, la Thurman e la splendida Alicia Vikander. Burnt ti prende per il naso e la gola, rapido e brillante, sebbene ci si aspettasse qualcosa di più. Una scrittura più mordace e un mix senza grumi. Ma restano l'armonia, le passioni non corrisposte, il rumore sinfonico di piatti e stoviglie, i colori basici e gli accenti variegati. L'orchestrazione di un Cooper antipatico ma mattatore, che ha gioco facile nell'affascinare lo spettatore e nel dare ordini. Tant'è. Io non ho rinunciato al mio posto a sedere prima del dessert. (6,5)

David Lipsky, modesto romanziere e articolista per il Rolling Stones, è indispettito. Il suo ultimo romanzo è passato inosservato. A monopolizzare le attenzioni, Infinite Jest. Un volume immenso, di mille e passa pagine, firmato da uno spiantato trentenne che la critica, all'unanimità, ritiene il moderno Zola. Decidere di intervistarlo, dunque, per curiosità e un po' di sano opportunismo: capire, così, i segreti, le ambizioni e i dolori del compianto David Foster Wallace, morto suicida, prima del suo estremo mal di vivere. Ci sono due David che viaggiano nella stessa macchina perciò: uno guida, l'altro fa domande su domande. Fumano, bevono Coca Cola, mangiano cibo spazzatura. Uno cerca la notizia e l'altro un migliore amico, in un viaggio promozionale che dura poco – tre giorni appena – e che diventa il biopic che non ti aspettavi sullo scrittore che non conoscevi. L'occhio inguaribile del cinema indie, i dialoghi brillanti e sinceri, nessun momento studiato per fare breccia. Eppure The end of the tour, commedia dai risvolti inevitabilmente malinconici, arriva al cuore e, nell'andare via, lascia qualcosa in pegno. Retto da due ottimi protagonisti, il film di James Ponsoldt – già premiato al Sundance per l'incolore The Spectacular Now – è la breve storia di un'amicizia al maschile, che parte dall'invidia e arriva alla scoperta del profondo di un gigante buono, con la casa piena di cani e psicofarmaci e l'inseparabile bandana, usata a mo' di coperta di Linus. Sul finire si è indecisi tra la stretta di mano e l'abbraccio, visibilmente toccati. Segel, familiare volto del piccolo schermo, è (in)credibile senza sforzi visibili o eccessi; l'antipatico Eisenberg, invece, interpreta il solito e antipatico Eisenberg, anche se il suo sguardo – nella sequenza al cinema, per esempio – coincide con quello dello spettatore medio. Intenerito, affascinato, interessato: come me mentre leggevo On Writing. Capito, no? Dopo The end of the tour, ben interpretato, sensibile e a modo suo divertente, prometto che non mi lascerò intimorire dalla mole e dalla fama del leggendario Infinite Jest. Voglio leggerlo entro l'anno: è tra i miei buoni propositi. Così la whishlist si allunga, e a quella dei film belli e sconosciuti si va ad aggiungere invece un altro significativo tassello. (7,5)

venerdì 11 settembre 2015

Dear Old Mr. Ciak: Perfect Sense, Shame, Vincere, Storie Pazzesche

[2011] Si conoscono tante persone, si commettono troppi errori. Ogni tanto, basta una scintilla scambiata per qualcos'altro, e ci si alza prima, bruscamente, in un letto in cui non c'è posto per noi. Fare l'amore con una persona sconosciuta e svegliarsi con lei o lui che ci chiede di andare via. L'intimità fino a un certo punto, infatti, se sei come Michael – chef di successo; il bello che seduce, abbandona e non chiede mai scusa e vuoi restare?. E se sei come Susan, scienziata di successo con un passato di anoressia e una motivata sfiducia verso il generale maschile, prendi le tue cose, indossi i tuoi abiti da corvo e fili via. La storia di una notte, questione di chimica e lenzuola sporche, può avere un seguito se fuori scoppia il caos? Una Glasgow di piombo fa da sfondo a un inspiegabile contagio: la popolazione mondiale sta perdendo i cinque sensi, in una lenta apocalisse. Si parte con improvvisi attacchi di melanconia, fragorosi pianti in pubblico, e in un inquietante conto alla rovescia, scandito da impulsi a farsi male e da attimi di esagerata felicità, si lotterà per passare quel che resta del giorno, quel che resta del mondo, con l'unica cosa che rimane quando ciò che distrae e induce in tentazione si fa fumo. Il cinema ci ha parlato spesso di epidemie che facevano paura, con il sangue e la violenza dei morti tornati in vita; mai così però. Ecco quello che, a distanza di anni, dopo una sentita seconda visione, proprio mentre la fantascienza inizia ad aprire finalmente le braccia all'umano, rende ingiusta la sorte dell'originalissimo Perfect Sense, mai arrivato da noi. Presentato al Sundance e diretto con mano abile da David Mackenzie, talentuoso e sottovalutato, andrebbe spiegato, interpretato, parafrasato come una poesia moderna. Purtroppo, essendo sconosciuto ai più, ma per me perla immancabile, ci si limita a dire guardatelo, guardatelo e basta, per non anticipare l'emozione, per non diluire la pena, per non rovinarlo neanche un po'. Quanto tragico sarebbe dimenticare, dimenticarsi? Gli amanti al tempo dell'apocalisse indossano le mascherine bianche e si baciano senza potersi baciare davvero, come in un quadro di Magritte. In un giro angoscioso e commovente di ultime volte, uomini che non soccombono senza arrendersi al non vivere: ripiegano su altro, ricercano gioie alternative, infatti, in un universo che brucia. Perché la vita non è limitarsi ad adempiere a bisogni elementari. Nutrisi non è solo ricerca di grasso e farina. Il sesso non è tecnica senza cuore o pazienza. La fantascienza intimista di Mackenzie non ha alieni e galassie da conquistare, ma celebra la sacralità del cibo e la ritualità del vivere di coppia. Nelle orecchie i sussurri di una colonna sonora perfetta, le papille gustative solleticate dai piatti che vedi sfilare oltre lo schermo e non puoi assaggiare, gli occhi straordinariamente pieni dei corpi in armonia di due divi magnifici. Eva Green e Ewan McGregor che si stringeranno forte se farà buio. Il tutto, scritto con delicatezza e un po' di lirismo. Ci si stordisce di sensazioni, così, e se verrà l'oblio ci si auspica sarà come in Perfect Sense. Che sa raccontare l'amore presente e futuro alla maniera di pochi film, e nessuno ancora lo sa. (8)

[2012] Chi non ricorda lo scandaloso Shame quando, dopo la Coppa Volpi a Venezia, arrivò al cinema? Il dramma erotico che metteva a nudo il corpo – e le voglie – di un disinibito e poco noto Fassbender faceva clamore. Solita e rumorosa pubblicità, grossomodo. Ma si apriva con un nudo frontale senza imbrogli, si chiudeva con il protagonista che dispensava attenzione a due amanti e nel mezzo, spudorato, c'erano riferimenti a porno e droghe. Le dipendenze di Brandon, rampante uomo d'affari e scapolo per sempre, in una città che non dorme perché c'è sempre troppo a cui stare dietro. Il Don Giovanni di Kierkegaard dei giorni nostri: eternamente in cerca, schiavo e disperato. E' la festa che ormai cerca lui. Ed è la donna che ormai lo sceglie, sorridengogli lasciva in metropolitana. Nel suo appartamento sul grattacielo, spazio solo per una sorella minore che non è la bene accetta. Perché è l'unica persona capace di farlo sentire vulnerabile; perché è l'unica donna che vuole proteggere dall'essere esattamente come lui. Shame, da cui forse anch'io al tempo mi ero lasciato scandalizzare con un niente, non ancora diciottenne, in realtà è un film distinto e tutt'altro che pruriginoso, anche se – nelle conversazioni tra appassionati, soprattutto quando c'è una fan del bel Michael dal sorriso da squalo nei paraggi – farà nascere sempre una risatina imbarazzata. Steve McQueen guida due grandi protagonisti – accanto a un lui chiacchierato, una volubile Carey Mulligan che con il nudo, dandoci ai paragoni da bettola, fa una figura oggettivamente meno clamorosa del collega, ma quando canta incanta, e esattamente in rima baciata - in un dramma intimista e raramente intimo (e c'è differenza, se ci fate caso), svestito dal superfluo ma già stanco di provocare. Significativo il fatto che la scena più bella, accanto al magistrale piano sequenza della corsa nel traffico cittadino, sia un'orgia in cui il culmine del piacere somiglia a un singhiozzo, a un brutto presentimento. Pensiero già proiettato, magari, al tristissimo ritorno da una notte di eccessi. Muto, senza gemiti e volgarità, con l'impeccabile colonna sonora firmata da Harry Escott che lì raggiunge il suo apice. Mentre Brandon si avvicina un orgasmo, l'ultimo, che somiglia all'abisso. Dopo un inizio distaccato e pieno di rigore, Shame – nel tuffo angosciante verso la fine – si scopre di carne e ossa, terreno e capace di emozionarsi, emozionandoci. Con gli uomini che non devono chiedere mai che piangono solo quando piove, così che le lacrime si confondano con l'acqua che cade, e una chiusa brillantemente sospesa tra redenzione e ricaduta. Non c'è vergogna, in Shame. Manierato e fine, forse anche troppo apatico per avere grandi strascichi emotivi, come la New York, New York intonata dall'inaffidabile Sissy: languida, inquieta, jazz. Senza il crescendo della Minelli. Cantata da chi, in certe città – e in certi letti - non si sentirà mai in pace. (7,5)

[2009] Il film storico – perfino il più bello – ha la sfortuna di appartere al genere che, se fosse cosa concreta, avrebbe quintali di polvere addosso, a causa della mia tipica dimenticanza – perché metto da parte, dico poi lo guardo, e invece no; mi scordo – e del sentore di antico che ha sin dal giorno della sua distribuzione. Nella lista dei “lo vedrei volentieri, se solo non avessi il rapporto che purtroppo ho con la storia”, questo Vincere di Bellocchio. Che, per sentito dire, immaginavo un po' come Il giovane favoloso: bello, televisivo e lento. Troppo per lasciarselo da parte per una visione domestica in tranquillità. Ho ripensato a Vincere, un giorno di questi, dopo essermi imbattuto in una clip: insieme a quella di una Mezzogiorno arrampicata nella sua gabbia, appesa alle sbarre mentre fuori nevica, senz'altro la scena più significativa del lungometraggio. L'interrogatorio a Ida Dalser: questa donna che è stata di vera carne, con gli occhi pesti e il moccio al naso, che – per dimostrare la sua sanità mentale, mentre gli psichiatri facevano domande su domande – giurava di essere la prima moglie del Duce. La macchina da presa che, in una sequenza da brividi, non aveva occhi che per una protagonista intensa, forse, come non mai, nella vicenda tristissima e dimenticata dell'amante che un giovane Mussolini in ascesa sedusse e abbandonò, destinandola – insieme al figlio – alla camicia di forza; agli appelli rimasti inascoltati. Il film storico che non deve somigliare a una lezione di storia dovrebbe avere, dal fascismo secondo Bellocchio in poi, un po' l'indole di Vincere. Intrattenimento che coinvolge, nonostante le due ore totali, e che – a dispetto dei miei pregiudizi – non è la mancata fiction supposta. Merito di una Giovanna Mezzogiorno che resta l'attrice più grande che abbiamo e che una candidatura, minimo, l'avrebbe meritata e di un Filippo Timi - l'attore che solo quando recita non balbetta - che gioca coi gesti ampi e il tono perentorio di un fantasma bastardo che ammaliava le folle e metteva a tacere le donne. Perché Vincere – più di un biopic, meno di una pagina di diario destinata al vento – è un melò che, se sapesse cantare, canterebbe. Le eroine che si ammalano d'amore, le arie dell'opera lirica a fare da barocco commento sonoro, la tragedia annunciata degli ultimi atti. Ci si bacia come nel cinema in bianco e nero di una volta – con passione fasulla, inclinati di lato come nel valzer – e come nel cinema muto, però in quello futurista, dinamico e tutto lettere maiuscole e punti esclamativi, la velocità è raddoppiata e irrompono titoli in prima pagina con funesti annunci di guerra. Vincere ha la plasticità e la compostezza del muto d'altri tempi, sì, ma a volte urla – e gli italiani sono grandi urlatori, nei loro drammi – e intontisce dal dolore. (7)

[2014] Quando mi piacciono gli intrugli, le pozioni, gli abbinamenti strani? Quanto i generi ibridi? Quando la comicità sposa l'inquietudine, ad esempio, e nasce una cosa bizzarra che si chiama commedia nera. Risate cattive e violenza, il quotidiano che – arrotondando per eccesso i vizi e la prepotenza – si fa grottesco. Come nelle trame di Storie Pazzesche: il film argentino a episodi che quest'anno era nell'ambita cinquina dei film stranieri. Senz'altro di troppo, lì, tra pellicole più impegnate come Ida e il latitante Mommy. Nel suo essere fuori luogo, tuttavia, c'è forse il segreto di un inspiegato successo, come in una fluidità naturale che rende leggerissimi i suoi centoventi minuti. L'ho visto in tarda serata: gli occhi bene aperti, l'interesse costante, un'ironia assurda che si sposa ogni tanto con il mio risaputo cinismo. Eppure non amo i film con una simile struttura, né tutto ciò che è amorale e senza utilità. Ma se qualche vicenda lascia a desiderare, altre sono dei gioiellini di scrittura e resa. Szifròn, in queste novelle senza cornice, alterna ora toni briosi, altri scabrosi, passando dal noir classico al quotidiano orrore con destrezza e umorismo. Tra gli episodi maggiormente a fuoco, quello iniziale, rapidissimo, con un nutrito gruppo di vecchi conoscenti che si incontrano su un aereo dirottato; il tragicomico The Hitcher con la faida tra un automobilista in difficoltà e il suo aguzzino; la festa di nozze di una giovane sposa che scopre in diretta il tradimento del marito bastardo. Mi ha divertito, ho riso di gusto, mi ha intrettenuto. A modo suo mi è piaciuto, un po' a causa di recensioni negative che avevano reso basse le mie aspettative e un po' perché è un prodotto alternativo nel classico contesto patinato. Però. Ci sono strategie in ballo, votazioni imperscrutabili, ma – anche dopo avere recuperato queste due ore ben dirette di sorrisi e sconcerto – mi domando come sia possibile che Damiàn Szifròn, bravo ma sopravvaluto, non abbia fatto posto sul podio al magnifico Dolan. Quel che è fatto è fatto. Rosicherò ancora tra me e me, ma parlandovi della commedia sudamericana uscita sotto l'ala protettiva di Almodòvar, non avrò mai più parole negative; giuro. Perché Storie Pazzesche, nel suo non rispettare i gusti convenzionali dell'Academy, è una parziale sorpresa – una maleducata canaglia sul Red Carpet – e ha lo smalto che il buon Pedro ha perso e chissà se ritroverà. (6,5)