

110 minuti, due soli attori, un film girato in pieno lockdown. Pochi mezzi ma grandissimi ambizioni, per un dramma da camera che vanta l'autore della serie TV Euphoria ma che nello stile – il bianco e nero, il sottofondo jazz, il montaggio concitato, il ricorso alla camera a mano – urla Nouvelle Vague in ogni sequenza. È l'una del mattino. Un regista e la sua musa tornano dalla prima di un film. In attesa di leggere le recensioni della critica bianca di turno, si scontrano: mentre lui è su di giri, euforico fino a sembrare molesto, lei appare al contrario amareggiata per via di una mancanza. Il compagno, novello Spike Lee, non l'ha ringraziata pubblicamente. Il film è più di chi lo gira o di chi lo ispira? Contano più la storia o lo stile? Perché, soprattutto, stare insieme a una venticinquenne con un passato dolorosissimo alle spalle: voglia di saccheggiarne il vissuto, oppure amore? Sexy e granitici, verbosi e in forma smagliante, John David Washington e Zendaya sono due terroristi emotivi che si braccano come pantere in una gabbia di vetro. Urlano recriminazioni da un capo all'altro della casa. Si rimpinzano di maccheroni al formaggio, ridono, piangono, si stuzzicano. Trasformano il tavolo della cucina o il talamo in un ring: a bordo si disputano sfuriate e tregue, amori e guerre, crudeltà e dolcezza. Mentre Washington fa l'istrione, grazie a un personaggio irrequieto ma ben più conformista del previsto, Zendaya ammalia recitando per sottrazione: l'ex ragazzina prodigio, ormai donna dalla bellezza statuaria, è una pantera nera che ha conosciuto la vita selvaggia e tutto il suo pericoloso degrado. Malcolm e Marie cercano ora confronti urlati, ora coccole spinte, ora segreti mai svelati, in una gara di bravura senza pari: soltanto alla fine decreteremo chi avrà l'ultima parola. Esperimento pretenzioso ma vincente – più a fuoco di Mank nel raccontare i meccanismi produttivi hollywoodiani –, il lungometraggio di Levinson divide critica e pubblico. Citando il suo protagonista, è l'esempio di un cinema estetizzante disinteressato a veicolare un messaggio morale, ma pieno di cuore ed energia. Il risultato è un manuale di critica cinematografica fuso ad arte con i referti di un'autopsia di coppia. (8)
Non fatevi ingannare dal dolce visino da cucciolo smarrito di una Carey Mulligan qui in stato di grazia, tutta vestiti confetto e rossetti vermigli: è una forza della natura. Non fatevi ingannare dalle etichette né dai sottogeneri: questo non è il solito rape and revenge. Un po' Lolita, un po' Lisbeth Salander, la giovane protagonista è una cacciatrice di predatori sessuali. Nemica giurata degli uomini che non rispettano le donne, è un'adescatrice amante dei travestimenti e dei colpi di teatro. Eccola in un bar, con le lunghe gambe messe in evidenza dalla gonna corta. Eccola a una festa di addio al celibato, agghindata come un'infermiera sexy. È strategicamente in attesa che qualcuno la abbordi. Ma le sue dita affusolate, dalle unghie sempre smaltate, sono tagliole pronte a serrarsi sui predatori notturni. Il suo diario contiene una lista chilometrica di nomi maschili, affiancata da croci rosse. Fredda e spietata, sta perdendo il contatto con la realtà: dentro le monta infatti un odio crescente, esagerato, incontrollabile. Come il titolo suggerisce, un tempo è stata una ragazza promettente. Poi cos'è successo? Perché il ritorno a casa dei genitori, la vita in pausa e le rinunce; perché i pensieri di vendetta, tossici tanto quanto le ingiustizie? Un nuovo amore – quello per un adorabile pediatra, ex compagno d'università – sarà forse più forte della vecchia sete di vendetta? Folgorante, l'esordio alla regia della rivoluzionaria Emerald Fennell – finora conosciuta come attrice, è stata Camilla nell'ultima stagione di The Crown – è una commedia nera fieramente pop – l'irresistibile colonna sonora oscilla da Britney Spears a Paris Hilton –, che prima intriga da morire, poi diverte e fa sospirare, infine sconvolge per via delle tinte più fataliste. Frullatore di toni, temi ed emozioni, Promising Young Woman è un grido femminista che ricorda le argomentazioni della migliore Diablo Cody e vanta le carte giuste per sollevare l'Oscar alla Miglior Sceneggiatura Originale. (8)
Una giovane coppia sceglie che il loro bambino nascerà in casa. In seguito a tragiche complicazioni, purtroppo, il neonato ha vita breve. La colpa di chi è? Di una madre alternativa e dunque irresponsabile? Dell'ostetrica? Credevo che avrei visto un piccolo film con una grandissima attrice protagonista. Invece, oltre a quel parto lungo un piano sequenza di cui tutti a giusta ragione parlano, c'è anche tanto altro. Una parabola sull'elaborazione del lutto e sul perdono, piena di pudore e decoro, con simbolismi innumerevoli – le mele, il ponte in costruzione, i negativi fotografici – che una volta sbrogliati mi hanno ridotto impunemente in una valle di lacrime. Viscerale nella prima parte, apparentemente distaccata nella seconda, la premiata Vanessa Kirby è la padrona perfetta della propria storia e del proprio dolore. Bellissima e composta, nell'incipit suda, geme, urla, piange, si contorce. Ma la sua sofferenza fisica, presto, lascia spazio a quella interiore. Destinata a tramutarsi in regina di ghiaccio, prende a guardare il mondo, le relazioni umane e gli altri bambini con una specie di indifferenza. Benché centro nevralgico del film, è sempre altrove: un fantasma inquieto che sembra trovare sfogo soltanto nella controversia, nel rifiuto, nello scontro con gli altri membri della famiglia. Egoista, orgogliosa, trincerata in una devastazione solo e soltanto sua, entra in rotta di collisione con la madre conservatrice – Ellen Burstyn, memorabile – e con il compagno – Shia LaBeouf, controparte tenera e animalesca destinata a scelte per me tutt'altro che contestabili. Nemmeno i primissimi piani possono catturare l'essenza del personaggio di Vanessa Kirby. Perfino nella scena più toccante, quella del processo, sorprende con un aplomb estraneo agli strepiti: è ai comprimari, infatti, che spetta la parte più emozionale del film. Un puzzle in cerca di una risoluzione, che fa però storcere il naso per il didascalismo un po' melenso della scena finale. Il resto è una bomba emotiva destinata a implodere in silenzio, ma anche a seminare schegge – e semi, sì – dappertutto. (7,5)
Cena
coi fiocchi a casa di amici. Hanno un salotto ampio, cucina abitabile, un terrazzino con vista panoramica da cui
osservare l'eclissi che incanta Roma. L'astro li rende
tutti un po' lunatici, il vino bio assai su di giri e la noia del
conoscersi bene li spinge perciò a un esperimento dagli
effetti tragicomici. Tra una portata e l'altra, poggiare gli smartphone sul tavolo. E, ad alta voce, dirsi tutto quello che arriva. Quanto
si è in armonia? Quanto sanno i mariti delle mogli, quanto
le mogli dei mariti, e cosa nascondiamo al nostro migliore amico? La Rorhwacher e Leo, neosposini, devono
far conto con la lucidità di lei – ultima arrivata – e la
mancata serietà di lui. La Foglietta e Mastandrea, con un paio di
mutandine sfilate di nascosto e uno scambio di cellulari per salvare
una relazione di facciata, scendono all'ennesimo compromesso. Battiston, licenziato
da poco e da poco fidanzato, quanto fa bene a non portare il suo
ultimo amore a quella cena all'insegna della rivelazione. Giallini,
chiurgo plastico, e la Smutniak, analista, irreprensibili padroni di
casa, pensano all'aiuto di uno psicologo e a un ritocco al seno:
preferirebbero, però, ricorrere a terzi. Perfetti sconosciuti,
commedia italiana a sorpresa, perché così ben pensata e tanto di
successo, darà senz'altro fiducia ai più. Per dire che il cinema
italiano, come asserisco da un po', è in forma e che il pubblico generalista, a volte,
individua e premia un prodotto valido ancor prima della critica. Per
dire che, a me, le commedie di Genovese – viste in tivù quando
capitava, mai recensite perché mi sarei limitato a usare poche
parole e diminutivi da prima elementare – in realtà piacciono
quasi sempre, mi rilassano, ma qui scrive e dirige meglio. Qui fa la differenza. E se il genere, dal granitico impianto
teatrale, richiede situazioni credibili e ambienti circoscritti, ci
pensano alcuni degli attori più impegnati e versatili di casa nostra
– la Rorhwacher convince di più quand'è seria e pensierosa, ma Mastandrea e Battiston sono bravissimi. Ci si ispira al caustico Carnage
e ci si inserisce in quel filone che, tra I nostri ragazzi
e Il nome del figlio, lo scorso anno, mi aveva regalato finali
agghiaccianti, discorsi fiume, interpretazioni maiuscole. Perfetti
sconosciuti però, indispensabile presenza, è più divertente
del primo – al contrario, atipico thriller – e più accattivante
del secondo – libero adattamento di una pièce d'oltralpe. I panni sporchi si lavano tutti insieme, sotto una
luna strana. La tensione si può tagliare – da servire a fette al
posto del dolce, con altro alcol e le fedi lanciate come fossero trottole –
e le riflessioni in abbondanza, se avanzano, le si porta a casa per il giorno
successivo. Sempre che una risata che si colora d'amarezza non ci
seppellirà tutti prima dell'arrivederci e dei dove l'ho lasciato, il cappotto? (8)
Maud,
moglie e mamma, si spezza la
schiena in una lavanderia industriale. La paga è una
miseria e il capo ha le mani troppo lunghe. Quasi sicuramente, ha
abusato di lei. Erano gli anni dieci del
novecento e, di lì a poco, Londra e il mondo avrebbero
vissuto i dolori di due guerre. Nei quartieri popolari, tra le
baracche fatiscenti della classe operaia, il momento di marciare era
arrivato in anticipo: un'altra piccola guerra e, a combatterla, le
donne. Tutte in piazza per il diritto
al voto. I discorsi ispiranti dell'attivista Emmeline Pankhurst e la toccante storia della coraggiosa Maud per parlare, così, di un'altra epoca e di figure femminili che,
titaniche, non si lasciano mettere in un angolo. La colonna sonora è
di Desplat, la sceneggiatura di Abi Morgan, il
un cast è di lusso, sebbene Meryl Streep abbia poco più che un
cameo e Helena Bonham Carter, credibile se lontana da Tim Burton,
figuri in un ruolo secondario, al serivizio della coralità.
Materiale rigoroso, storia vera, l'ombra vaga della BBC, per una
pellicola di genere esatta e tradizionale.
Sarah Gavron, semi-esordiente, lavora, infatti, a una ricostruzione
sorprendentemente poco laccata. Protagonista dolce e
combattiva, una potente Carey Mulligan: gli occhi belli e le fossette più
adorabili in circolazione, in unione a un'espressività che emoziona. Personaggi struggenti, orgogliosi, fragili. Donne
tormentate, maltrattate, battute, condannate al silenzio e alla
sottomissione, in Suffragette,
dramma d'apertura allo scorso Festival di Torino. E gli uomini,
superficialmente si osserva, erano tutti tanto cattivi? Durante
l'orario di lavoro, c'è il signorotto di turno che gioca a fare Dio.
Il poliziotto Brendan Gleeson mantiene l'ordine con il pugno di
ferro. In casa, ci sono mariti come Ben Whishaw, ottusi ma
fondamentalmente buoni, che hanno idee ancora
confuse. Suffragette, appassionante, ma poco memorabile, non ci risparmia neanche il sangue – la
polizia placava le manifestazioni a suon di manganellate, non aveva
pietà – e i trattamenti crudeli nelle galere inglesi –
perquisizioni, docce fredde, percosse. A mancargli, forse, il fuoco
della ribellione e, nell'esposizione, maggiore audacia; di sicuro,
non una certa, connaturata forza d'animo. (6,5)
Per
Simon e Robyn, sposi affiatati con il desiderio di ampliare la loro famiglia felice, è il trionfo del sogno
americano: una splendida casa, un lavoro di successo per
lui, nuove amiche per lei. Finché, dal passato di un marito al di
sopra di ogni sospetto, non emerge un'ombra isolata. Gordo, compagno
d'infanzia, che inizia a
presentarsi alla loro porta con doni e attenzioni indesiderate. Ma niente
sarà più come prima, se un passato vergognoso bussa alla tua porta
e, nell'ultimo pacco regalo, troverai verità, e colpi di scena,
impossibili da rimandare al mittente. Un Bateman ormai a proprio agio
fuori dai territori della commedia e l'affascinante Rebecca
Hall fanno da contraltare a quel Joel Edgerton,
qui subdolo antagonista, che ho trovato completamente in parte solo
in Warrior. L'attore australiano, però, fa
perdonare il suo carisma latitante, scoprendosi non solo autore, ma
anche regista, di questa riuscita opera prima. The Gift
è il thriller rigoroso e senza sbavature, molto elegante nella resa,
che proprio non ti aspettavi dai produttori di Sinister e
Insidious. Il
paranormale, questa volta assente all'appello, cede il posto,
infatti, a un accattivante triangolo in cui, a una prima parte che
non tenta di evitare i cliché degli Attrazione Fatale a
fantasia, segue uno sviluppo da dramma borghese, all'insegna della
scoperta dell'altro e dei segreti di un ennesimo "amore bugiardo". La
vendetta, sottile e da servire fredda, tarda ad arrivare ma non fa
sconti di sorta e l'epilogo, tra strizzate d'occhio a Bed
Time e un palese omaggio a I
soliti sospetti, sorprende ma
non troppo, sovvertendo ogni cosa per i protagonisti, ma mantentendo
intatto un equilibrio – stilistico e strutturale – che,
intelligente fino all'ultimo, non altera la verosimiglianza
dell'ispezione psicologica con gratuiti colpi di scena. (7-)
Ci
sono lavori che non faresti mai.
L'annunciatore di brutte notizie, l'ambasciator che porta pena, lo
sciacallo. Ma qualcuno deve pur farli, no? Soprattutto all'indomani
di una crisi finanziaria che ti butta a calci in mezzo alla strada. Prestiti scoperti, ipoteche sulla casa, i debiti che ti
sommergono e tu poi anneghi. Dennis, ragazzo padre e onesto
manovale, è l'ennesimo
annegato che ha chiuso il suo passato in
una scatola e, con madre e figlio, si è trasferito in un motel. A lanciargli il salvagente, l'agente immobiliare Rick Carver: la
sigaretta elettronica, la pistola negli stivali,
l'incarnazione del cinismo. Carver, una mattina, ha intimato a Dennis
di abbandonare la casa in cui è cresciuto: ha decretato la sua
rovina – e la sua ascesa. Il giovane uomo senza più futuro diventa
prima factotum, poi stretto complice di quel delinquente in giacca e
cravatta. L'allievo supererà il maestro? 99 Homes, un'ora e
cinquanta e tanta voglia di vederlo, dalla presentazione - due
estati fa - in quel di Venezia. Il dramma di Ramin
Bahrani si rivela una triste storia di ordinaria follia. Una parabola
ora ascendente, ora discendente di senso di colpa e porte in
faccia. La terra delle opportunità, nel 2008, ne ha date fin troppe
e le ha pretese indietro. C'è incubo peggiore di perdere tutto,
perfino quella felicità che è il punto saliente di una costituzione
che incanta e illude? Se Adam McKay, fresco di premio Oscar, guarda alla recessione con
l'occhio del finanziere e il piglio da circense, Bahrani – origini
indiane e un film solido, ma dal taglio televisivo e non esente da un
po' di sana retorica a stelle e strisce – dirige un piccolo Wall
Street aggiornato, in
cui il Gekko di turno è uno Shannon al solito superbo e
cattivissimo, e il suo discepolo è un contrito ed umano Andrew Garfield, addirittura più
convincente dell'antagonista, che vuole emozionarci e ci riesce con
un nonnulla. Non immagino, infatti, nulla di più spaventoso che
perdere tutto. E ricominciare, sì, ma vendendo l'anima. 99
Homes, ben recitato ma
scritto di fretta, colpisce punti nevralgici: esempio di un
cinema timido e tradizionale, ma dal forte impatto emotivo, lì dove
il sogno americano tuo diventa, ben presto, l'incubo di
qualcun altro. All'umiliazione non c'è fine. Il dispiacere non trova
tregua. E la violenza, in un mondo in cui tutto è all'asta, non ha
prezzo. (7)
All'indomani
dell'undici settembre, si vive nel terrore. Negli uffici di polizia,
gran fermento e, sul campo, è lotta al terrorismo. Ma, quando è
caccia al nemico straniero, in un commissariato in cui l'arrivo di
Claire ha già turbato gli equilibri interni, ci
si sposta dal timore degli ordigni a quello, più intimo e naturale,
che nasce dallo stupro e dall'assassinio impunito di una figlia. Passano tredici anni. L'assassino si è volatilizzato, il
caso è caduto nel dimenticatoio, la team force si è separata. Ma
qualcuno non ha dimenticato. Il segreto dei suoi occhi,
remake dell'omonimo film argentino, premio Oscar nel 2010, nessuno lo
voleva e nessuno lo aspettava. Uscito in sordina lo scorso inverno,
non aveva attirato su di se aspre critiche: l'operazione pareva
discutibile, il risultato non necessario, ma un trio di ottimi attori
e uno script rivisto, a tratti, assicuravano due ore non da buttare.
E, grossomodo, questo è. L'originale l'ho visto sei anni fa, mi era
anche piaciuto, ma lo ricordavo vagamente: qualcosa che aveva a che
fare con la dittatura, un grande amore e un mistero da
risolvere. Mi sono approcciato al remake senza pregiudizi e senza
memoria. Ci si sposta dall'America Latina agli
Stati Uniti e la dittatura cede il posto all'allarmismo post Bin
Laden. L'amore, conflittuale sì, ma per nulla struggente, poco fa
breccia con due personaggi così agli antipodi.
Il mistero c'è, e ha più spazio del cuore e più
spessore della cronaca. La Roberts, smunta e invecchiata, superba, cerca vendetta e sollievo. La Kidman, anche se troppo Lady
Diana per convincere come procurato distrettuale, anche se troppo
bella per essere vera – e infatti tanto vera non è -,
ci suggerisce sporadicamente, ad esempio nella sequenza
dell'interrogatorio, che un tempo era la migliore. Chiwetel
Ejiofor, che offre la prova più costante tra i tre, è però un
agente scritto seguendo qualche stilema televisivo di troppo. Qualcosa manca
e, nonostante Il segreto dei suoi occhi resti una storia piena
di dolore e passioni, al di là della buona prova dei tre, per nulla
ci si addolora e ci appassiona il minimo indispensabile. (5,5)
[2011]
Si conoscono tante persone, si commettono troppi errori. Ogni tanto,
basta una scintilla scambiata per qualcos'altro, e ci si alza prima, bruscamente, in un letto in cui non c'è posto per noi.
Fare l'amore con una persona sconosciuta e svegliarsi con lei o lui
che ci chiede di andare via. L'intimità fino a un certo punto,
infatti, se sei come Michael – chef di successo; il bello che
seduce, abbandona e non chiede mai scusa e
vuoi restare?.
E se sei come Susan, scienziata di successo con un passato di
anoressia e una motivata sfiducia verso il generale
maschile, prendi le tue cose, indossi i tuoi abiti da corvo e fili
via. La storia di una notte, questione di chimica e lenzuola sporche,
può avere un seguito se fuori scoppia il caos? Una Glasgow di piombo
fa da sfondo a un inspiegabile contagio: la popolazione mondiale sta
perdendo i cinque sensi, in una lenta apocalisse. Si parte con
improvvisi attacchi di melanconia, fragorosi pianti in pubblico, e in
un inquietante conto alla rovescia, scandito da impulsi a farsi male
e da attimi di esagerata felicità, si lotterà per passare quel che
resta del giorno, quel che resta del mondo, con l'unica cosa che
rimane quando ciò che distrae e induce in tentazione si fa fumo. Il
cinema ci ha parlato spesso di epidemie che facevano paura, con il
sangue e la violenza dei morti tornati in vita; mai così però. Ecco
quello che, a distanza di anni, dopo una sentita seconda visione,
proprio mentre la fantascienza inizia ad aprire finalmente le braccia
all'umano, rende ingiusta la sorte dell'originalissimo Perfect
Sense,
mai arrivato da noi. Presentato al Sundance e diretto con mano abile
da David Mackenzie, talentuoso e sottovalutato, andrebbe spiegato,
interpretato, parafrasato come una poesia moderna. Purtroppo, essendo
sconosciuto ai più, ma per me perla immancabile, ci si limita a dire
guardatelo, guardatelo e basta, per non anticipare l'emozione, per
non diluire la pena, per non rovinarlo neanche un po'. Quanto tragico
sarebbe dimenticare, dimenticarsi? Gli amanti al tempo dell'apocalisse indossano le
mascherine bianche e si baciano senza potersi baciare davvero, come
in un quadro di Magritte. In un giro angoscioso e commovente di
ultime volte, uomini che non soccombono senza arrendersi al non
vivere: ripiegano su altro, ricercano gioie alternative, infatti, in un
universo che brucia. Perché la vita non è limitarsi ad adempiere a bisogni
elementari. Nutrisi non è solo ricerca di grasso e farina. Il sesso
non è tecnica senza cuore o pazienza. La fantascienza intimista di
Mackenzie non ha alieni e galassie da conquistare, ma celebra la sacralità
del cibo e la ritualità del vivere di coppia. Nelle orecchie i
sussurri di una colonna sonora perfetta, le papille gustative
solleticate dai piatti che vedi sfilare oltre lo schermo e non puoi
assaggiare, gli occhi straordinariamente pieni dei corpi in armonia
di due divi magnifici. Eva Green e Ewan McGregor che si stringeranno forte se farà buio. Il tutto, scritto con delicatezza e un po' di lirismo. Ci si stordisce di sensazioni, così, e se
verrà l'oblio ci si auspica sarà come in Perfect
Sense.
Che sa raccontare l'amore presente e futuro alla maniera di pochi
film, e nessuno ancora lo sa. (8)
[2012]
Chi non ricorda lo scandaloso Shame quando,
dopo la Coppa Volpi a Venezia, arrivò al cinema? Il dramma erotico
che metteva a nudo il corpo – e le voglie – di un disinibito e
poco noto Fassbender faceva clamore. Solita e rumorosa pubblicità,
grossomodo. Ma si apriva con un nudo frontale senza imbrogli, si
chiudeva con il protagonista che dispensava attenzione a due amanti e nel mezzo, spudorato, c'erano riferimenti a
porno e droghe. Le dipendenze di Brandon, rampante uomo d'affari e
scapolo per sempre, in una città che non dorme perché c'è sempre
troppo a cui stare dietro. Il Don Giovanni di Kierkegaard dei giorni
nostri: eternamente in cerca, schiavo e disperato. E' la festa che ormai cerca lui. Ed è
la donna che ormai lo sceglie, sorridengogli lasciva in
metropolitana. Nel suo appartamento sul grattacielo, spazio solo per
una sorella minore che non è la bene accetta. Perché è l'unica
persona capace di farlo sentire vulnerabile; perché è l'unica donna
che vuole proteggere dall'essere esattamente come lui. Shame,
da cui forse anch'io al tempo mi ero lasciato scandalizzare con un
niente, non ancora diciottenne, in realtà è un film distinto e
tutt'altro che pruriginoso, anche se – nelle conversazioni tra
appassionati, soprattutto quando c'è una fan del bel Michael dal
sorriso da squalo nei paraggi – farà nascere sempre una risatina
imbarazzata. Steve McQueen guida due
grandi protagonisti – accanto a un lui chiacchierato, una
volubile Carey Mulligan che con il nudo, dandoci ai paragoni da
bettola, fa una figura oggettivamente meno clamorosa del collega, ma
quando canta incanta, e esattamente in rima baciata - in un dramma
intimista e raramente intimo (e c'è differenza, se ci fate caso),
svestito dal superfluo ma già stanco di provocare. Significativo il
fatto che la scena più bella, accanto al magistrale piano sequenza
della corsa nel traffico cittadino, sia un'orgia in cui il culmine
del piacere somiglia a un singhiozzo, a un brutto presentimento.
Pensiero già proiettato, magari, al tristissimo ritorno da una notte
di eccessi. Muto, senza gemiti e volgarità, con l'impeccabile
colonna sonora firmata da Harry Escott che lì raggiunge il suo
apice. Mentre Brandon si avvicina un orgasmo, l'ultimo, che somiglia
all'abisso. Dopo un inizio distaccato e pieno di rigore, Shame – nel
tuffo angosciante verso la fine – si scopre di carne e ossa,
terreno e capace di emozionarsi, emozionandoci. Con gli uomini che
non devono chiedere mai che piangono solo quando piove, così che le
lacrime si confondano con l'acqua che cade, e una chiusa
brillantemente sospesa tra redenzione e ricaduta. Non c'è vergogna,
in Shame. Manierato e
fine, forse anche troppo apatico per avere grandi strascichi
emotivi, come la New York, New York intonata
dall'inaffidabile Sissy: languida, inquieta, jazz. Senza il crescendo
della Minelli. Cantata da chi, in certe città – e in certi letti - non si sentirà mai in pace. (7,5)
[2009]
Il film storico –
perfino il più bello – ha la sfortuna di appartere al genere che,
se fosse cosa concreta, avrebbe quintali di polvere addosso, a causa
della mia tipica dimenticanza – perché metto da parte, dico poi lo
guardo, e invece no; mi scordo – e del sentore di antico che ha sin
dal giorno della sua distribuzione. Nella lista dei “lo vedrei
volentieri, se solo non avessi il rapporto che purtroppo ho con la
storia”, questo Vincere di
Bellocchio. Che, per sentito dire, immaginavo un po' come Il
giovane favoloso: bello, televisivo e lento. Troppo per lasciarselo da parte per una visione
domestica in tranquillità.
Ho ripensato a Vincere,
un giorno di questi, dopo essermi imbattuto in una clip: insieme a
quella di una Mezzogiorno arrampicata nella sua gabbia, appesa alle
sbarre mentre fuori nevica, senz'altro la scena più significativa del lungometraggio. L'interrogatorio a Ida Dalser: questa donna che è
stata di vera carne, con gli occhi pesti e il moccio al naso, che –
per dimostrare la sua sanità mentale, mentre gli psichiatri facevano
domande su domande – giurava di essere la prima moglie del Duce. La
macchina da presa che, in una sequenza da brividi, non aveva occhi
che per una protagonista intensa, forse, come non mai, nella vicenda
tristissima e dimenticata dell'amante che un giovane Mussolini in
ascesa sedusse e abbandonò, destinandola – insieme al figlio –
alla camicia di forza; agli appelli rimasti inascoltati. Il film
storico che non deve somigliare a una lezione di storia dovrebbe
avere, dal fascismo secondo Bellocchio in poi, un po' l'indole di
Vincere.
Intrattenimento che coinvolge, nonostante le due ore totali, e che –
a dispetto dei miei pregiudizi – non è la mancata fiction
supposta. Merito di una Giovanna Mezzogiorno che resta l'attrice più
grande che abbiamo e che una candidatura, minimo, l'avrebbe
meritata e di un Filippo Timi - l'attore che solo quando recita non
balbetta - che gioca coi gesti ampi e il tono perentorio di un
fantasma bastardo che ammaliava le folle e metteva a tacere le donne.
Perché Vincere –
più di un biopic, meno di una pagina di diario destinata al vento –
è un melò che, se sapesse cantare, canterebbe. Le eroine che si
ammalano d'amore, le arie dell'opera lirica a fare da barocco
commento sonoro, la tragedia annunciata degli ultimi atti. Ci si
bacia come nel cinema in bianco e nero di una volta – con passione
fasulla, inclinati di lato come nel valzer – e come nel cinema
muto, però in quello futurista, dinamico e tutto lettere maiuscole e
punti esclamativi, la velocità è raddoppiata e irrompono titoli in
prima pagina con funesti annunci di guerra. Vincere
ha la plasticità e la compostezza del muto d'altri tempi, sì, ma a
volte urla – e gli italiani sono grandi urlatori, nei loro drammi –
e intontisce dal dolore. (7)
Avete notato quante sorprese la cara commedia
alternativamente romantica sta dando, a noi appassionati di
chiacchiere fino al mattino, amori lampo e piglio indie? Copenhagen
inizia col solito giro,
rassicurante e orecchiabile. Ragazzo conosce
ragazza. Lingue diverse, età distanti, una città sullo sfondo che visiteresti seduta stante. Direzione: una capitale in cui non sapevi
neanche di volere scappare, lassù, nella magica Danimarca, e una
chicca di esordio. Mark Raso, giovanissimo, prende un giovanissimo
protagonista anglofono – il Gethin Anthony visto in Aquarius
e Games of Thrones -
e lo rende uno di quei turisti cascamorti e immaturi. Ma
l'irresponsabile William, sulle tracce di un rinnegato nonno nazista,
s'imbatte nell'adolescente Effy, interpretata da Frederikke Dahl Hansen
– a dispetto del nome impronunciabile, bella (e
maggiorenne). In una caccia al tesoro, all'insegna dei luoghi simbolo
e dei segreti dietro i sorrisi di padri sempre corrucciati, i due
andranno in bicicletta, faranno cose, vedranno gente. Copenhagen è
il sogno di una mattinata di mezza estate, spigliato e riflessivo, con casupole da presepe dipinte a mano, sanpietrini che
fanno saltellare la sella sotto il sedere, protagonisti carini e
a proprio agio l'uno con l'altra. Poco di nicchia e troppo adorabile, ha i piedi in due mari – e in una sola scarpa –
e la rigenerante freschezza che deve soffiare lì. Nel punto in cui
convergono acque altrimenti estranee e, giusto in mezzo, c'è come
un'isoletta. Percorsa, a piedi, da un uomo che isola non è. (7,5)
A prima vista, un film sentimentale
tutto palpiti. Invece il dramma musicale di Ami Canaan Mann ha un dolce non so che, sua fortuna allo scorso
Festival di Venezia. La storia ha un lui sempre in
viaggio e una lei che è tornata all'ovile. Si innamorano,
mentre fuori fiocca, Ryan sfiora l'idea di un acquisto che non può
permettersi e Jackie torna a pizzicare le corde
di una chitarra. A unirli, cose che mi piacciono: la neve, i
treni, il destino, la malinconia del folk. Più di qualche segreto
del mio Once.
Un regalo fatto senza pretendere niente in cambio, uno di quei sentimenti purissimi che capitano alle persone giuste nei
momenti sbagliati. Possono
avere quella “e” arricciata ad unirli giusto per un po': l'amore
è una tappa. Regia convenzionale, colonna sonora giusta e due ottimi
protagonisti. Katherine Heigl, cantante
mediocre ma con una versatilità che mostra sia possibile, per lei,
una carriera al di là della stupida commedia americana; Ben Barnes,
con il bel visino che tutti hanno presente e una voce con un graffio
interessantissimo, finalmente per mostare che
sa. Emozionante e discreto,
banale ma onesto, come quel genere musicale che si canta le cose in
corpo, ti dà uno di quei rari pizzichii alla bocca dello stomaco. Con le mani fredde e il cuore caldo. (6,5)
Testare
l'ultima creazione di Nathan è il compito di Caleb, programmatore
che raggiunge un solitario inventore sulla sua isola privata. Oggetto del
lavoro del protagonista, Ava: macchina loquace e seducente, dall'acume spiccato e dalle fattezze di donna. Chi
studia chi, nell'esordio alla regia di Garland – uno che fa la
fantascienza minimalista che piace a me e lavora coi grandi? In Ex
Machina – classico
non solo nel titolo – si crea un mènage domestico che ha le
tensioni e le dinamiche del thriller psicologico. Piace per gli
infiniti spunti che, virtù e difetto insieme, stimolano l'attenzione
fino a disperderla. Freddo di cuore, sangue e aspetto
esteriore, funziona
a lungo, assemblato con sole parti di qualità e giovani promesse:
Domhan Gleeson, romantico protagonista di About
Time;
un Oscar Isaac strepitoso, nelle vesti di un amichevole antagonista
che patisce i danni di alcolismo e spirito di onnipotenza; una Alica
Vikander - olandese dall'agenda
ormai piena, che, robotica con l'aiuto di qualche effetto visivo e
con un nudo integrale capace di mostrarla bella come mamma l'ha fatta - che ha il personaggio che resta impresso.
C'è tanto di buono e inevitabilmente si preferisce concentrarsi
sulla trama, per non perdere il filo; ancora più della scienza e
dell'etica, delle molte suggestioni sparse, si ricorderà per un epilogo
abbastanza prevedibile – cattivo e già visto - che ha qualcosa che
convince sfortunatamente a metà. (7)
Mistero
grande, le scelte dei titolisti nostrani. Traduzioni
libere, stravolgimenti o, in casi più rari, la creazione di filoni cinematografici composti da
commedie che, all'improvviso, si ritrovano con il titolo in assonanza. Dopo i
due Come
ammazzare il capo e
il successivo Come
ti spaccio la famiglia, Vacation si aggiunge alla tribù dei “Come”. E, come nei
precedenti capitoli di questa saga per caso, la storia poco nuova dei
Griswold – famiglia on the road, che con un furgoncino made in Albania che punta verso un luna park,
passando da fantasmi del passato, luoghi turistici, lontani parenti –
assicura le risate rumorose che sono nei patti. Non bisogna arrivare
al parco divertimenti per goderselo, il divertimento puro, se prendi
due coniugi in crisi, un fratello maggiore che subisce le angherie di
un fratello più piccolo e tappe
impreviste qui e lì. In un cast meno ricco del solito, ma
altrettanto in armonia, fa da Cicerone l'eroe della trilogia di The
Hangover,
Ed Helms, e esilaranti sono due cameo soprattutto: un superdotato
Chris Hemsworth, magnificamente autoironico, e – da The
Walking Dead – un
inquietante Daryl, quasi uscito da Radio
Killer.
Se l'estate sfortunatamente va via, diciamole addio così; un'altra
risata garantita, un'ultima vacanza. (6,5)
Bathsheba è una proprietaria terriera, capace di cordinare il lavoro dei suoi
operai e di districarsi tra triangoli amorosi: amata da un fattore,
corteggiata da un galantuomo, sedotta da un soldato, a chi
concederà la sua mano? Stilisticamente
non meno degno dell'Orgoglio e pregiudizo
di Wright, abbiamo una regia di miracoloso perfezionismo e una trama che procede per accumulo e, dopo un inizio in
equilibrio, va di fretta in una seconda metà carica di colpi di
cuore. Colpa di tagli – inevitabili, con un classico di cinquecento
pagine - che sottolineano le forzature nelle trame e colpa, un po',
di schermaglie condensate che, a volte, gli fanno
ironicamente meritare un titolo alternativo: Via dalla pazza frienzone. Però c'è che
è un regalo alle donne pensato dagli uomini. Scritto da Hardy
– noto per la sua misoginia -, ha gli intrecci di una commedia
ottocentesca che ci aspetteremo più da Jane Austen. Inoltre,
diretto da Thomas Vinterberg – braccio destro di Von Trier,
impavido danese -, non rinuncia all'aria eterea da raffinatissima produzione BBC.
Fotografia calda, colonna sonora da brividi, attori di gran classe. Da Carey Mulligan (chi avrà mai le fossette più dolci del
reame), civettuola e intelligente, passando per
l'onnipresente Schoenaerts, verso cui il minutaggio è maggiormente
benevolo, fino a includere un sempre ottimo Michael Sheen - e a chi non dà fascino aggiunto, poi, una curata barba sale e pepe? (7-)
Sabine
De Barra, anticonformista e orgogliosa, viene incaricata da un
fedele collaboratore di Luigi XIV di curare i lavori presso i
giardini di Versailles. Con un progetto che li vorrà sempre più
vicini, tra i due sboccerà del tenero. Alan Rickman, talentuoso davanti alla macchina da presa e
non a proprio agio alla regia, dirige – e interpreta – una
commedia in costume che si segue senza noie e senza
interesse. Privo di orpelli in eccesso ma altresì di classe, Le regole del caos è
scritto, diretto e interpretato con il pilota automatico. Passa
inosservato il lavoro degli affidabili caratteristi Rickman e Tucci,
insieme a quello di protagonisti che non brillano, al centro di
sguardi languidi a cui manca il feeling. Kate Winslet è prevedibilmente all'altezza della situazione, ma pizzi e gonne ampie la rallentano e la ingrassano. Shoenaerts, con un viso che si presta ormai al
dipinto settecentesco, appare inebetito e tormentato dal capello lungo. Per una Versailles più originale, si dovrà aspettare Luigi
XVI. La Coppola e Marie Antoinette.
(4,5)
Jane
Eyre, dopo aver smascherato Rochester, scappava nella
brughiera. Così iniziava l'ultima trasposizione di
un capolavoro. Quest'anno, dopo averla ricordata in Gemma Bovery,
squisita commedia francese, torna un'altra "madama". E anche
questo film sceglie di partire
dalla fine. I dettagli di una storia
che nessuno ignora sfilano perciò nel giusto ordine e coi ritmi giusti. Con il citato Jane Eyre ha
inoltre in comune l'eleganza dei costumi, il religioso
accompagnamento del piano, una regia che osa qualche guizzo, il
partire dalla fine; soprattutto, la presenza di una splendida Mia
Wasikowska – sempre più intensa – nelle vesti dell'eponima
eroina. La Wasikowska affascina con quel misto di freddezza e
passione che solo lei possiede. Ma la trama è di per sé
maggiormente indigesta, i tanti amanti non hanno né la bellezza né
il talento di Fassbender – una parola per un Ezra Miller non al
meglio – e, accanto alla stella di Mia, brilla soltanto uno spietato Ifans. Rigoroso, distaccato, puntuale. Così
tanto che ci si domanda: è sì ben fatto, ma perché riproporlo
ancora, se manca una chiave di lettura? (6)