Visualizzazione post con etichetta Nick Hornby. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nick Hornby. Mostra tutti i post

mercoledì 30 settembre 2020

Recensione: Proprio come te, di Nick Hornby


| Proprio come te, di Nick Hornby. Guanda, € 18, pp. 368 |

Lei è Lucy, quarantadue anni, insegnante reduce da un divorzio burrascoso: bianca. Lui è Joseph, ventidue anni, babysitter, allenatore di calcio, aspirante deejay: nero. Loro si conoscono un sabato al bancone della macelleria presso cui il giovane lavora nel weekend. Entrambi abituati a sentirsi inadeguati, si piacciono all’istante ma è vietato flirtare durante le contrattazioni: a Lucy, per di più, serve proprio un babysitter per i suoi figli. Insomma: di mezzo c’è un rapporto di lavoro, e c’è che vent’anni di differenza e una diversa estrazione sociale sono troppo da superare. Ma lo so cosa state pensando: è una commedia romantica! I contrasti e le barriere sono soltanto piccoli ostacoli sulla via che conduce al lieto fine. L’ho creduto anch’io davanti a una lettura che mi figuravo simpatica, leggera, spensierata. E a lungo Proprio come te è esattamente questo:  la storia di un inatteso colpo di cuore che si fa leggere con un sorrisone che va da guancia a guancia. Il merito spetta alla verve comica di Nick Hornby. Amato e seguitissimo tra cinema e televisione, era in lista da anni ma questo è il primo romanzo dei suoi che riesco a leggere. Nonostante l’intreccio elementare, posso dirmi comunque sorpreso. Perché, com’è noto ai più, Hornby è forse l’artefice di alcuni dei dialoghi più brillanti su piazza – ho pensato a Woody Allen e Amy Sherman-Palladino – e i suoi protagonisti son indagati sin nelle pieghe più intime.

È questo il punto. Basta essere legato a qualcuno, e sei nei guai.

L’inizio della relazione tra Lucy e Joseph è tanto naturale quanto adorabile. Si scambiano SMS dalla punteggiatura perfetta, e la punteggiatura è sexy; si danno alle maratone dei Soprano sul divano; sgattaiolano al piano superiore per fare sesso a ogni occasione buona. In segreto giocano alla famiglia felice. Ma come se la cava una coppia improbabile alle prese con la vita nera? Quali film andare a vedere al cinema, se il gap generazionale è grande? Cosa dire agli amici e alle famiglie? Come guardare al futuro, se l’orologio biologico di lei ha le ore contate? Nick Horny, nella seconda parte, lascia spazio a quello su cui i film preferiscono glissare: le fragilità, i dubbi, le paure. Le cene in pubblico, ad esempio, infondono un’orribile ansia da prestazione. Lucy reagisce con l’entusiasmo di una mamma chioccia davanti ai successi musicali del partner. Joseph sbadiglia come un adolescente annoiato a teatro. Sulla scia dei loro ripensamenti, la narrazione si appesantisce più del previsto. E la commedia romantica degli inizi perde il brio del primo incontro e trova l’amara verità. Diventa qualcosa di più. Le situazioni alla Indovina a cena, così, cedono il passo alle zone grigie già popolate dagli amati-odiati protagonisti di Persone normali.

E proprio per questo Lucy era speciale: lei lo tirava dentro il presente. […] E forse in questo non c’era futuro, ma c’era il presente, e proprio in questo consiste la vita.

Gli amori non richiedono forse una fatica immane? Nella vita di coppia contano più le affinità o le differenze? Circondati da una galleria di secondari esilaranti, sullo sfondo di una giungla urbana nevrotica e multirazziale, gli innamorati devono lasciare la confortante parentesi in cui si sono rifugiati per il debutto ufficiale in società. Si imbatteranno nelle opinioni sgradite di chi mette al vaglio la felicità altrui. Conosceranno in prima persona il pregiudizio dei quartieri bene: se un ragazzo di colore bazzica sotto casa, purtroppo, i vicini saranno ben pronti ad allertare la polizia. Per di più, corre l’anno 2016: gli inglesi sono in fermento per il referendum, mentre dagli Stati Uniti si allunga già l’ombra sinistra di Donald Trump. La scelta – Leave o Remain – inevitabilmente diventerà anche la metafora del destino dei due. Se il lieto fine è in dubbio, nell’impossibilità di imparare ad amarsi un giorno alla volta, ci si può forse astenere dal voto?

Il mio voto:  ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Hello, Goodbye

venerdì 4 agosto 2017

Mr. Ciak: Spider-Man: Homecoming, Slam, Covenant, Una, 2:22

Non inizierò nella solita maniera. Quando mi hanno proposto Homecoming non ho protestato. Spider-Man, infatti, fa eccezione in tutte le salse. Sentivo come mie le sfortune, la timidezza e le porte in faccia di Peter Parker ancora prima di incrociare, crescendo, avversità, musi lunghi e sonori no. Certo, da buon nostalgico, il Peter che intendo io è quello della trilogia di Raimi – checché se ne dica, però, ho sempre trovato generosissima dal punto di vista emotivo la serie tronca con Andrew Garfield. Fa eccezione, a modo suo, anche l'adolescente di Jon Watts: meno me, meno solitario, ma tre lustri e cinque film dopo non chiedevamo altri copia-incolla. Il nostro eroe di quartiere, sprovveduto e pasticcione, si mette sulla strada di un contrabbandiere di armi iper-tecnologiche. In ballo meno del solito, in questo reboot umoristico e ben scritto, a confine con il teen movie – da cui prende in prestito gli amori non corrisposti, i buffi amici nerd e, purtroppo, quell'esagerazione tutta americana di inserire minoranze etniche a sproposito in nome del politicamente corretto (che passi Zendaya nei panni dell'amata, ma non un Flash Thompson guatemalteco e sprovvisto del physique du role). La gara di decathlon o acciuffare i cattivi? Il prom o sventare un piano criminale? Homecoming ti precede, sa dove andrai a parare, e si difende con autoironia: i commenti a proposito della bella zia Marisa Tomei non si contano; il protagonista, per molti troppo giovane, è ribattezzato “Bimbo ragno”; Keaton ritrova le ali dopo Birdman ma coglie in contropiede, sul finale, con un gustoso colpo di scena. Riuscito apprendistato per entrare tra gli Avengers e nelle grazie di spettatori scettici, l'ennesimo Spider-Man sceglie la spensieratezza dell'adolescenza e tutto l'entusiasmo di cui Tom Holland è capace. Da grandi poteri, questa volta, piccole responsabilità. Ma, a quindici anni, sarebbe un peccato bruciare le tappe. (7)

Samuele crede nello skateboard e nell'amore. Quando conosce Alice, capisce che è quella giusta. Ancora al liceo e con un futuro che spaventa, fa i conti con il diventare genitore. Questione di disattenzione. Questione di genetica: i suoi, infatti, l'hanno avuto alla stessa età. Darsi alla fuga, come suggerisce l'esilarante papà Marinelli? Provarci, come consiglia mamma Trinca? L'esordiente Ludovico Tersigni, con una spontaneità che non si insegna, resiste: non vuole che anche quel bambino, come lui, si senta un errore di gioventù. Ispirato all'omonimo romanzo di Nick Hornby, Slam è una commedia adolescenziale ma non troppo; un altro volto felice di un cinema che desidera dedicarsi a progetti nuovi. Le gravidanze indesiderate, un protagonista dubbioso, Roma: stessi temi del recente Piuma. Cos'ha Slam che il teen movie di Johnson non aveva? Una scrittura fresca e intelligente, che conserva la voce narrante di Tony Hawk e si diverte un mondo a giocare con i salti temporali della struttura (Sam si sveglia, a volte, e sono passati mesi o anni: deve rimettersi al passo e scoprire, in fondo, che non ha nessun rimpianto); un cast perfetto, di giovani leve e promesse mantenute; i toni semiseri, i dilemmi realistici, che rendono gli esiti non così scontati. Dirige con energia Andrea Molaioli, braccio destro di Moretti e autore del celebrato La ragazza del lago, e si vede. Produce Netflix. Certo: avremmo voluto più Marinelli e meno finali su finali; una durata più contenuta. Certo: sorridenti e leggeri, spensierati ancora per poco, ci si getta a colpo sicuro lungo una rampa. Si salta in alto, magari si vola. E si atterra in piedi, in un rumore familiare di ruote e risate. (6,5)

La serie di Alien è cara a una generazione che non è la mia. Negli anni mi sono dedicato al recupero di capitoli originali, sequel e spin-off, senza però mai farne miei personali oggetti di culto. Covenant, a voler essere precisi, è il sequel di Prometheus: un Ridley Scott non al suo meglio, una mitologia confusa e poco accattivante ma, con il senno di poi, non il disastro annunciato. Lo stesso, purtroppo, non vale per la regata fantascientifica arrivata in sala la scorsa primavera. Di Convenant dicevano il peggio e io non ci credevo. La solita critica, poco convinta in partenza. I fan dell'indimenticabile Ripley, difficili da rabbonire. Avevano ragione loro: Covenant è brutto. Perché girarci attorno? In due ore che si avvertono tutte nella loro pesantezza, i soliti astronauti risvegliati prima del tempo cercano tracce di vita umana sul pianeta in cui i personaggi del film passato, ovviamente già belli che rimossi, hanno lasciato lo scalpo. Un team anonimo e senza leader carismatici rischia di portare a bordo la solita piaga contagiosa. Alla piattezza della prima mezz'ora, rispondono qualche sprazzo di violenza e un doppio Fassbender – e per quanto sia bravo, per quanto faccia comunque piacere vederlo all'opera, dispiace quest'anno la scelta di progetti inutili quanto o più di questo. Covenant annoia e irrita. In giro, ha trovato le cattive parole che merita: il blockbuster che si atteggia a cinema d'autore e non riesce a essere né una cosa né l'altra, infatti, è un mostro della peggior specie. Freddarlo al mio "via". (4)

Una. Non come l'articolo indeterminativo, ma come il nome di battesimo di una donna che, un giorno qualsiasi, guida fino a una fabbrica in cui si trema per i tagli al personale. Deve incontrare un uomo, mostra una foto. Lui ha cambiato identità, è sposato, ma il destino l'ha rintracciato ugualmente. I due hanno una questione in sospeso. Un tempo sono stati al centro di un amore sconveniente, di un'ossessione che perdura. Quando lei aveva tredici anni e lui, adulto, era il suo vicino di casa. Di cosa parliamo quando parliamo di pedofilia? La bambina ingenua e l'orco cattivo, con la cronologia del computer piena di brutture. Ci figuriamo la manipolazione, lo stupro. E se quel vicino, condannato a quattro anni di carcere, non avesse mai guardato un altro innocente con malizia? E se la bambina, infatuata ma lucida, avesse voluto seguirlo in una fuga volontaria oltre la Manica? In Una, dramma fedelissimo alla propria natura teatrale, il presunto aguzzino incontra la presunta vittima. L'aggettivo, per dire che sfugge ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Per dire che agli occhi della giustizia c'è un colpevole ma non un cattivo, e che il faccia a faccia tra questi strani amanti intriga e destabilizza. Camminano come animali in gabbia, lungo un confine impercettibile. Non si sa cosa vogliano. Soprattutto, non si sa con chi schierarsi. Il tema, spinoso, è discusso con ambiguità. Così tanta che si resta in piedi, confusi, all'insegna di un finale sospeso di quelli che piacciono a me. Parlano fuori dai denti di sesso, e arrivano a un passo così dal farlo. Si rimproverano di essersi rovinati la vita. Tentano di andare avanti, di confrontarsi, perché non si sono mai mossi di un passo dal giorno del processo – lei sopraffatta da una mamma chioccia, lui sempre sul chi va là. Chi dei due ha avuto la peggio? Di cosa la fragile e seducente Rooney Mara, per molti in odore di nomination, accusa un contrito Ben Mendelson: mi hai rubato l'adolescenza, o perché mi hai lasciato sola? (7)

New York. Dove le luci dei grattacieli sono più numerose delle stelle. Dylan crede di poterle leggere. Vede schemi ovunque. Portano a Grand Central; a un balletto in cui conosce Sarah, gallerista nata il suo stesso giorno. A cosa vogliono condurlo le simmetrie? Cosa succede quando l'orologio fa il suo giro e, sulla città, una stella muore? Thriller romantico dagli spunti suggestivi, 2:22 crea una piacevole suspance che si rivela disattesa solo in parte. Più modesto nell'architettura che nella resa, il film sembra poggiarsi su quei paradossi temporali, su quella fantascienza discreta di viaggi nel tempo e amori a scorrimento veloce, che da queste parti trovano sempre un angolino tutto loro. Più Storia d'inverno che Premonition, più sospiri passeggeri che sceneggiature a orologeria, il boy meets girl a incastro ha protagonisti belli in modo assurdo e un triangolo sentimentale che non convince, per l'improponibile taglio di capelli del terz'uomo e l'andare a puntare tanto, se non tutto, su un melodramma in rewind. In 2:22, il ticchettio e le scie chimiche portano su scene del crimine passate, teorie di eterni ritorni, coincidenze che fan parlare di reincarnazioni. Credi che il colpo di fumine sia una storia già scritta? Credi che il destino abbia un piano alternativo per te e per lei, o che il futuro sia tabula rasa? Poco accattivanti ma sufficienti le risposte. Scontato, infatti, che due come Huisman e la Palmer, ora e per sempre, si somiglino e si piglino. Senza additare i déjà vu della sceneggiatura: semplicemente, è selezione naturale. (6)

venerdì 29 gennaio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Steve Jobs, Joy, Brooklyn

Migliore attore, Migliore attrice non protagonista
Faccio parte di una generazione recente, quella cresciuta con un computer in casa. Era il 2001 e avevo più o meno sette anni, quando mio padre tirò fuori dagli scatoloni il primo monitor, la prima tastiera e il primo mouse con cui, pian piano, avrei imparato a interagire. Ma, stranezza grande per un blogger, alla tecnologia non sto granché appresso. Mi basta un portatile con tutti i tasti al posto giusto e una connessione internet decente. Mi basta un cellulare che riceva chiamate e invii SMS. Non ho un solo prodotto Apple, tra le mie quattro mura, né sento il bisogno di averlo: sono belli ma cari e, per il modesto uso che ne faccio, hanno fin troppe funzioni. Che farci? E perché guardare l'ultimo film su Steve Jobs, se non sono tra coloro che l'hanno fatto arricchire e se, in passato, avevo accuratamente evitato al cinema I pirati della Silicon Valley e il pare evitabile biopic con Ashton Kutcher? Più che altro, per dovere: sono stato guidato dalla presenza di un grande cast e dal lavoro di un grande regista; soprattutto, dal bisogno di arrivare preparato alla notte degli Oscar. Del padre della Apple, ricordo i funerali di qualche anno fa: se l'era mangiato un brutto male e, su Facebook, in tanti avevano voluto ricordarlo con il maglione a collo alto, gli occhiali sottili e il tormentone che faceva: “Stay hungry, stay foolish". Mi hanno incuriosito, poi, le polemiche che non conoscevo e le questioni burocratiche in cui non mi addentrerò: qualcuno gli dava del genio – parlano di un moderno Leonardo Da Vinci, qui e lì – e qualcuno del ladro senza scrupoli. Sullo Steve Jobs di Danny Boyle, ingiustificato fiasco al botteghino, ne dicevano di cotte e di crude ma, solo da poco, blogger fidati hanno detto tutto quello che c'era da dire a riguardo, senza spaccare in quattro il capello. Jobs, nel privato, era così o non era così? Sorkin, mirabile drammaturgo, per il suo ritratto si è preso più di qualche licenza poetica? Francamente, non mi interessa. Francamente, non m'interessava neanche guardarlo, l'ennesimo film su Steve Jobs. In due ore, ho conosciuto meglio l'uomo? Ho capito finalmente cos'ha fatto e cosa no? So riassumervi così, su due piedi, perché lo si venera e perché lo si scredita? No, no e no. Ho assistito a due ore di gran cinema, però, e posso dirmi in paradiso. Come in La teoria del tutto – in cui, tra i tanti randez vouz dei due ottimi protagonisti, questa benedetta teoria non l'avevo mica capita -, in Steve Jobs non ci si addentra nel tecnicismo, ma nel lato umano (e disumano) dell'uomo e dell'inventore. Biopic atipico, parziale, per nulla agiografico: non in ordine cronologico. Tre atti, come a teatro, e quindici anni in pillole: il lancio Macintosh, la fondazione di quella NeXt dalla vita assai breve, l'iMac. I backstage, tutto ciò che non sapevamo, giochi di simmetrie perfette: Steve, negli anni, alle prese con gli amici (Seth Rogen), i nemici (Jeff Daniels) e una figlia che cresce lontano da lui. A cordinare affari e affetti, la fedele assistente dell'adorabile Kate Winslet, che gli fa da segretaria, manager e coscienza part-time. Il tutto, verso un finale toccante, all'insegna dei flash, degli applausi scrocianti, delle parziali riconciliazioni. Quanta invidia, diciamolo, per questo attore impegnato e versatile, che è addirittura più bravo che bello – alla faccia mia? La somiglianza non è così forte, ma è questione di approccio al ruolo, di spirito. Fassbender, tra i miei preferiti nella competizione, dal reale Jobs prende lo spirito d'onnipotenza, il cuore freddo, la cura maniacale. Non perde neanche una battuta, prende fiato come un rapper battagliero. O un sommozzatore. C'è chi suona gli strumenti, dice Jobs ai collaboratori che lo accusano di essersi appropriato delle loro idee, e c'è chi dirige l'orchestra. Al direttore manca forse il talento? Un impianto fortemente teatrale, dunque, dialoghi pazzeschi e un personaggio dalla levatura shakespeariana. I personaggi non sputano una parola e, grossomodo, parlano, parlano, parlano. Non c'è il tempo, però, per la noia: la scrittura fiume di Aaron Sorkin, più che una garanzia, è una goduria. Acuta, travolgente, di classe. E ho capito perché, agli scorsi Golden Globes, una vittoriosa Winslet si era detta, nel discorso di ringraziamento, tanto ammirata dalla tempra d'acciaio e dallo sterminato copione di Michael Fassbender: d'acciaio e sterminato, appunto, per essere all'altezza. (7,5)

Miglior attrice protagonista
Una casa che ospita quattro generazioni di donne e la voce dell'anziana matriarca che le descrive, incantate davanti alle soap opera in tivù: ora alla ricerca ora del principe azzurro, ora di un piano di riserva. Come in una favola anni novanta. A inorgoglirla, quella nipote bella e intraprendente che è giovane ancora, ma ha un vissuto intenso – due figli piccoli, una doppia ipoteca sulla casa e, ospiti nel seminterrato, un ex marito e un padre tornato all'ovile – e che, sin da bambina, si muoveva in quella cornice di signore e guai con lo spirito dell'inventrice. L'immaginazione fervida e le mani miracolose. L'ultimo film dell'incensato David O'Russell, tornato appositamente per prendere posto a sedere durante la stagione dei premi, con l'immancabile cast di fedelissimi, è una strana commedia che ci racconta la vita e i miracoli di Joy Mangano, casalinga disperata a cui si deve la prodigiosa scoperta della Miracle Mop. Chi? E, soprattutto, cosa? Un incipit interessantissimo, da saga familiare, apre la fiaba a lieto fine di una donna che, dal nulla, si costruisce un nome, una solida notorietà, una pagina su Wikipedia e un biopic sui generis che – con le sue straordinarie presenze – non è sfuggito alla critica e al pubblico. Sebbene, questa volta, il regista non abbia replicato il successo o i calorosi consensi di Il lato positivo, pellicola da me non particolarmente apprezzata. La domanda, spontanea e quantomai ragionevole, è una sola: a chi interessa la fortunata ascesa di questa Joy, lontana parente di Giorgio Mastrota? O'Russell, con toni pimpanti ma discontinui e, a lungo andare, stancanti, firma l'ennesima vicenda sul sogno americano. Una storia piccina, ma dalla morale universalmente valida, con una Lawrence sempre in tiro che tenta di essere abbastanza grande per tutto e tutti. Ma non ha l'età – i rimpianti, la disillusione e i sogni alternativi lasciamoli agli adulti, per favore – e, nel tentativo di riempire i vuoti di comprimari sottotono, mette un'irrealistica grinta nella sua performance, fin troppo carica. Non manca infatti il momento topico in cui la nostra eroina, disperata, impugna un paio di forbici per dare un taglio netto alla chioma – e scoprirsi più figa di prima. E, nella scena finale, eccola lì che marcia, con il vento tra i capelli e gli occhiali da sole; a latitare, giusto una macchina che esplode sullo sfondo. Fa sorridere sotto i baffi, ma involontariamente, il parlare di moci e scope rotanti con toni tanto enfatici e solenni. C'è in ballo la pulizia dei pavimenti, la lotta allo sporco ostinato. La Mangano non ha mica debellato la peste bubbonica, no? Di lodevole, gli scenari natalizi e le punte kitsch degli interni domestici: l'arredamento un po' pacchiano e, nella prima parte, gli incubi e i sogni di Joy in formato telenovela; la scrittura personale di un professionista del campo, che ci parla di televendite, brevetti e casi giudiziari da poco, come se fossero davvero cosa importante. Nella seconda parte, invece, con più adesione ai fatti che ai colori del surreale, Joy diventa una specie di prodottotino Lifetime. Una versione in rosa di La ricerca della felicità, in cui si segue una protagonista sull'onda del successo: da inventrice a presentatrice, fino a ritrovarsi a capo di una discreta impresa indipendente – il tutto, ovvio, senza sconciarsi un singolo boccolo biondo. Come per magia. (5,5)

Miglior film, Miglior attrice, Miglior sceneggiatura
Dovete sapere che, in anni e anni di film condivisi, in famiglia abbiamo coniato generi cinematografici su misura. Pensavate che i romanzi che, nel dubbio, definisco boh, né belli né brutti, oscuri, fossero una mia invenzione? Nello specifico, oggi, vi dirò di un'etichettà inventata da papà che, ancor prima di vederla, pensavo stesse bene a una pellicola come Brooklyn: dal cartone Lovely Sara, che forse conoscerete meglio per uno dei primi film di Cuaròn, La piccola principessa, nascono i prodotti del cosiddetto filone “Povera Sara”. Quelli vagamente dickensiani, su orfane spiantate e pure d'animo, a cui ne succedono di cotte e di crude, in città di altri tempi, prima del lieto fine desiderato. Brooklyn, su una giovane migrante di buon cuore nella New York dei primi anni cinquanta, fortunatamente – con sorpresa mia e del genitore pieno di inventiva - non racconta la vicenda accidentata, angosciosa e, in fondo, buonista che s'immaginava in partenza. Cosa c'è nella valigia di cartone di Eilis, fanciulla di sani principi e dalla bellezza ancora acerba, che lascia mamma e sorella, in una Irlanda non così religiosa o bigotta, all'insegna della terra promessa? Una punta di malinconia, che è inevitabile, positività e umorismo. Ovviamente, nel bagaglio a mano, viaggiano i sentimenti: ben riposti, trattati con garbo, essenziali e puliti, come in una commedia retrò con Audrey Hepburn. Il cuore che galleggia tra due mari e due terre, a metà strada, perché negli Stati Uniti c'è l'accogliente Tony – italiano che incarna il meglio di noi – e, nei pressi di Dublino, quel Jim che le ricorda chi non c'è più. Richiamata in patria per un imprevisto, Eilis dovrà capire, adesso, dov'è che è casa sua. Una Saoirse Ronan sempre più donna, sempre più brava – anche se equilibrio e giusta misura, in Eilis, si fanno meno ricordare della detestabile Briony di Espiazione, o della tribolata Susie di Lovely Bones – ci ospita, insieme ai caratteristi Jim Broadbent e Julie Christie, in un mondo in cui le ragazze, in pista, aspettavano che i ragazzi le invitassero a ballare e in un'epoca in cui, dopo le due guerra, c'era voglia infinita di vivere. I grandi magazzini, simbolo della modernità, luogo clou delle prime commedie a colori, e il fascino dai colori pastello degli anni cinquanta, in un romanzo dolceamaro, perciò, delicato e ironico, con un Hornby molto in forma, alla sceneggiatura, e due parti speculari. Nella prima, romantica e solare, i siparietti umoristici che nascono in un appartamento di giovani donne e l'insicurezza della protagonista – le sue prove, ad esempio, su come mangiare gli spaghetti, per non sporcare tutto di sugo in casa Fiorello – fanno bene alla testa e al cuore; nella seconda, con un ritorno forzato e un cenno di triangolo sentimentale, si rischia spesso di non comprendere le scelte amorose di un personaggio che, in corner, poi sa rimediare agli errori di percorso. Quanti drammi struggenti, nella storia del cinema, hanno descritto la condizione degli immigrati in terra straniera? Quanti sogni illusi nel bruciante In America, quante sofferenze nel tradizionale C'era una volta a New York? In Brooklyn, più lieto e coinvolgente del previsto, non ci sono i tipici fazzoletti bianchi, sventolati quando si parte o quando si arriva; non c'è la morsa allo stomaco. Il melò di John Crowley, autore del triste e intenso Boy A, ha la joie de vivre che non pensavi e che, eppure, gli si addice: come un costume nuovo, col sole, in un pomeriggio al mare. (7)

domenica 16 novembre 2014

Coming This Fall #10


Ciao a tutti, amici, e buona domenica. Vi propongo, oggi, un post preparato in fretta e furia, ma mi sono accorto che stanno per arrivare – o, addirittura, sono già arrivati – titoli interessantissimi. Rimedio rispolverando Coming This Fall – e sì, lo so che “Fall” è l'autunno e che siamo praticamente in inverno, ma il titolo della rubrica è rimasto, sbagliato e tutto. Iniziamo dal ritorno dei Raven Boys di Maggie Stiefvater: arriva l'attesissimo Ladri di sogni, con magnifica copertina al seguito e la traduzione del mio amico Marco Locatelli. Inaspettata, dopo la ristampa di Arrivano i pagliacci, ecco ritornare Chaira Gamberale in compagnia di Massimo Gramellini: leggerò presto il loro duetto, grazie alla Longanesi. Per gli appassionati, in lista anche autori che io però non ho mai letto: Hornby, ad esempio, che so adorerei, e John Boyne, ma anche Jonathan Tropper, con la ristampa economica di Portami a casa, in occasione dell'arrivo del film al cinema. Dopo qualche anno, il Pierpaolo Vettori delle Sorelle Soffici, mia grande scoperta di quest'estate, ci propone il suo tenebroso La vita incerta delle ombre, la Harlequin Mondadori – anche se, per ora, in edizione digitale – metta la firma sul seguito dell'originale e divertente Alice in zombieland e la Chrysalide, dopo petizioni e richieste, finisce la duologia della Forman col sequel di Resta anche domani. Il titolo più brutto della storia del cosmo va al romanzo della Howard, di cui mi parlano molto bene, che grazie al genio della Newton Compton diventa Il mio splendido migliore amico. Vedrete che le mie traduzioni dall'inglese sono senz'altro meno fantasiose... Ed Sheeran – sapete che sono il suo fan numero uno, sì? - si racconta in un romanzo ricco di fotografie e la prima moglie di Stephen Howking, in Verso l'infinito, parla della malattia e del successo mondiale del marito. La biografia della donna, specifico, arriva da noi sulla scia di La teoria del tutto, che non vedo l'ora di vedere. E' tutto. In settimana vi proporrò la recensione del romanzo di Hill – sono alle ultime pagine: be', si fa per dire – e vi aggiornerò sugli ultimi film visti. Intanto vi auguro una splendida giornata e un lunedì dei meno traumati possibili. Il mio non lo sarà, purtroppo: sveglia alle cinque e trenta, yeah!

Titolo: Ladri di sogni - Raven Boys
Autore: Maggie Stiefvater
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 522
Prezzo: € 16,00
Data di pubblicazione: 19 Novembre 2014
Sinossi: La magica linea di prateria è stata risvegliata e la sua energia affiora. I ragazzi corvo, un gruppo di studenti della scintillante Aglionby Academy, sono sulle tracce del mitico re gallese Glendower, che dovrebbe essere nascosto nelle colline intorno alla scuola. Con loro c’è Blue, che vive in una famiglia di veggenti tutta al femminile. A lei è stato predetto più volte che quando bacerà il ragazzo di cui sarà davvero innamorata, questi morirà. Sulle prime sembra che il suo cuore batta per Adam, ma forse è Gansey quello che ama davvero… Intanto Ronan s’inoltra nei suoi sogni, da cui può uscire di tutto. Del resto è uno che ama sfidare il pericolo. Mentre il tormentato Adam, con un passato pesante alle spalle, s’inoltra sempre più in se stesso, cercando una sua strada nella vita. Nel frattempo c’è un individuo sinistro che è anche lui sulle tracce di Glendower. Un uomo pronto a tutto.

Titolo: Avrò cura di te
Autori: Gramellini - Gamberale
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 208
Prezzo: € 16,00
Data di pubblicazione: 17 Novembre 2014
Sinossi: "Gioconda detta Giò ha trentasei anni, una storia familiare complicata alle spalle, un’anima inquieta per vocazione o forse per necessità e un unico, grande amore: Leonardo. Che però l’ha abbandonata. Smarrita e disperata, si ritrova a vivere a casa dei suoi nonni, morti a distanza di pochi giorni e simbolo di un amore perfetto, capace di fare vincere la passione sul tempo che passa: proprio quello che non è riu - scito al suo matrimonio. Ma una notte Giò trova un biglietto che sua nonna aveva scritto all’angelo custode, per ringraziarlo. Con lo sconforto, e con il coraggio di chi non ha niente da perdere, Giò ci prova: scrive anche lei al suo angelo. Che, incredibilmente, le risponde. E le fa una promessa: avrò cura di te. Poi rilancia. L’angelo non solo ha una fortissima personalità, ma ha un nome: Filèmone, e una storia. Soprattutto ha la capacità di comprendere Giò come Giò non si è mai compresa. Di ascoltarla come non si è mai ascoltata. Nasce così uno scambio intenso, divertito, commovente, che coinvolge anche le persone che circondano Giò: il puntiglioso ex marito, la madre fricchettona, l’amica intrappolata in una relazione extraconiugale, una deflagrante guida turistica argentina, un ragazzino che vuole rinchiudersi in una comune... Grazie a Filèmone, voce dell’interiorità prima che dell’aldilà, Giò impara a silenziare la testa e gli impulsi, per ascoltare il cuore. Ne avrà davvero bisogno quando Filèmone la metterà alla prova, in un finale sorprendente che sembrerà confondere tutto. Ma a tutto darà un senso."

Titolo: La vita incerta delle ombre
Autore: Pierpaolo Vettori
Editore: Elliot
Numero di pagine: 285
Prezzo: € 17,50
Sinossi: Fin dall'infanzia Alessandro è stato tormentato da paure e incubi notturni. Dopo una violenta crisi di panico da cui si sta lentamente riprendendo, riceve la visita della "zia" Severina, l'unica in grado di farlo addormentare quando era piccolo, la quale gli chiede di accompagnarla a un concerto sul lago di Malvento. Per il ragazzo e la donna è l'inizio di un viaggio verso un passato misterioso e mai rimosso, dal quale riemergono luoghi come l'esclusivo collegio femminile del Sacré Coeur, frequentato negli anni Sessanta da Severina, e la fortezza di Boccafolle, un'accademia militare maschile dalle regole rigide e fuori dal tempo. A quei luoghi si accompagnano i ricordi di figure speciali come quella di Miranda Montelimar, una compagna di collegio di Severina, attratta dalle strane energie che animavano il tempio di Asclepio, un edificio al centro del lago che affascinava da sempre la fantasia dei ragazzi dell'accademia e delle ragazze del Sacré Coeur. Ma in un'estate torrida e sensuale Miranda viene ritrovata priva di sensi nella radura tra le rovine del tempio e, al risveglio, la sua personalità mostra i segni di un mutamento radicale. È stata davvero posseduta dal dio dei sogni, come lei crede, o è solo frutto della sua immaginazione? E perché oggi Severina, a distanza di tanti anni, decide di condurre lì Alessandro?

Titolo:  Resta dove sei e poi vai
Autore: John Boyne
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 254
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Londra, 1914. Alfie ha cinque anni quando in Europa si alzano i venti della Grande Guerra, e il suo papà, come molti altri giovani compatrioti, parte per il fronte. La guerra però la combatte anche chi rimane a casa, nelle difficoltà quotidiane di trovare il cibo e i soldi per l'affitto, con il terrore che un ufficiale bussi alla porta per riferire che un papà, un fratello o un figlio non torneranno più a casa. Alfie non vuole credere che sia questo il destino di suo padre, ma le lettere che l'uomo spedisce dal fronte, prima regolari e cariche di speranze, si fanno saltuarie e cupe, fino a smettere del tutto. Deciso a fare la sua parte, Alfie marina la scuola e inizia a lavorare come lustrascarpe in stazione. Ed è grazie a uno dei suoi clienti che scopre dov'è il suo papà...

Titolo: Funny Girl
Autore: Nick Hornby
Editore: Guanda
Numero di pagine: 384
Prezzo: € 18,50
Data di pubblicazione: 20 Novembre 2014
Sinossi: Nell’Inghilterra degli anni Sessanta spopola l’attrice televisiva Sophie Straw, ex reginetta di bellezza di un paesino del Nord, che ha cambiato nome e tagliato i ponti con la famiglia per trasferirsi nella Swinging London, inseguendo il sogno di far ridere la gente come la sua eroina, la star americana Lucille Ball. Insieme a lei, l’affiatatissima squadra che lavora alla serie della BBC Barbara (e Jim), di cui Sophie è l’indiscussa protagonista: un cast di personaggi straordinari che stanno vivendo, forse senza esserne consapevoli, la grande avventura della loro vita. Gli sceneggiatori, Tony e Bill, nascondono un segreto difficile da confessare. Dennis, il produttore colto e sensibile, ama il suo lavoro ma odia il suo matrimonio – forse perché è sposato con la donna che detiene il record mondiale di snobismo. Il protagonista maschile, Clive, più bello di Simon Templar e molto vanesio, sente di essere destinato a una carriera di più alto profilo. E Sophie, che si è giocata il tutto per tutto pur di sfuggire alla monotonia della provincia e alla minaccia di un matrimonio senza amore, si troverà a recitare un copione di scena troppo simile a quello della sua vita, e dovrà decidere che tipo di donna essere, e che tipo di uomo scegliere, in un mondo in cui anche le donne sperimentano nuovi ruoli e una nuova libertà.

Titolo:  Resta sempre qui
Autore: Gayle Forman
Editore: Mondadori Chrysalide
Numero di pagine: 270
Prezzo: € 15,00
Data di pubblicazione: 2 Dicembre 2014
Sinossi: Mia e Adam si rincontrano tre anni dopo il risveglio di lei. L'incidente ha cambiato tutto: il mondo di Mia, dentro e fuori, non è più lo stesso, neanche per quanto riguarda l'amore. Mia e Adam si erano persi eppure, a fatica, si ritrovano. Sono diventati due musicisti famosi, ora: lui è una rock-star amatissima, lei violoncellista di fama internazionale. E tra ricordi, rimpianti, nuovi corteggiamenti e confessioni, Mia e Adam provano una volta per tutte a superare il dolore e a ricomporre la musica dei loro cuori.

Titolo: Un viaggio per immagini
Autore: Ed Sheeran
Editore: Fabbri
Numero di pagine: 208
Prezzo: € 19,90
Data di pubblicazione: 19 Novembre 2014
Sinossi: Un libro riccamente illustrato in cui il giovane cantautore inglese racconta la sua vita e la sua musica. Un libro molto originale, nato dalla collaborazione con l’artista Phillip Butah, suo amico d’infanzia. Tra i ritratti eseguiti da Phillip e foto esclusive, Ed racconta il suo viaggio, in un resoconto illustrato e personalissimo di come si diventa un musicista famoso in tutto il mondo.

Titolo: Il mio splendido migliore amico
Autore: A.G Howard
Editore: Newton Compton
Numero di pagine: 384
Prezzo: € 9,90
Data di pubblicazione: 26 Febbraio 2015
Sinossi: Alyssa Gardner ha il dono di poter sentire i sussurri dei fiori e dei bruchi. Peccato che per lo stesso dono sua madre è finita in un ospedale psichiatrico. Questa maledizione affligge la famiglia di Alyssa fin dai tempi della sua antenata Alice Liddell, colei che ha ispirato a Lewis Carroll il suo Alice nel Paese delle Meraviglie. Chissà, forse anche Alyssa è pazza, ma niente sembra ancora compromesso, almeno per ora. Quando la malattia mentale della madre peggiora improvvisamente, Alyssa scopre che quello che lei pensava fosse solo finzione è un’incredibile verità: il Paese delle Meraviglie esiste davvero, è molto più oscuro di come l’abbia dipinto Carroll e quasi tutti i personaggi sono in realtà perfidi e mostruosi. Per sopravvivere, Alyssa deve superare una serie di prove, tra cui asciugare il lago di lacrime di Alice, rimanere sveglia all’ora del tè soporifero, domare un feroce Serpente. Di chi potrà fidarsi? Di Jeb, il suo migliore amico, di cui è segretamente innamorata? Oppure dell’ambiguo e attraente Morpheus, la sua guida nel Paese delle Meraviglie?

Titolo: Throught the zombie glass
Autore: Gena Showalter
Editore: Harlquin Mondadori, collana digitale eLit
Data di pubblicazione: Dicembre 2014
Sinossi - Tradotta da me: Alice Bell ha perso tanto: famiglia, amici, una casa. Pensava di non avere nient’altro a cui dire addio. Si sbagliava. Dopo un nuovo attacco zombie, strane cose iniziano a succedere. Gli Specchi prendono vita e le bisbigliano ammonimenti alle orecchie. Ma la cosa peggiore è la tremenda oscurità che fiorisce dentro di lei, spingendola a fare cose cattive. Non ha mai avuto così tanto bisogno della sua squadra, ma il bad-boy Cole Holland si allontana improvvisamente da lei, e da tutti. Con la sua migliore amica Kat accanto, Ali deve uccidere gli zombie, scoprire il segreto di Cole e imparare a combattere l’oscurità. Ma il tempo stringe, e lei sa che a un solo passo falso saranno tutti condannati.

Titolo: Verso l'infinito
Autore: Jane Hawking
Editore: Piemme Voci
Data di pubblicazione: 2 Gennaio 2015
Sinossi - Tradotta da me: Stephen Hawking è uno dei più famosi scenziati dei nostri anni. In questo libro, la sua prima moglie, Jane Hawking, rivela i retroscena del loro straordinario matrimonio. Come Stephen scopre il successo, mentre il suo corpo collassa. Jane cerca di trovare l'equilibrio tra quell'uomo che ha bisogno di assistenza costantente e i bisogni di una famiglia che sta crescendo. Il candore di Jane non appare meno evidente quando il matrimonio finirà, con Stephen che la lascia per una delle sue infermiere e Jane che sposa un vecchio, caro amico di famiglia. In questa biografia spontanea, movimentata e spesso divertente, Jane Hawking si confronta non solo acutamente con i complicati e dolorosi dilemmi della sua storia d'amore, ma anche con gli effetti che fama e salute hanno sul rapporto coniugale. Il risultato è un libro sull'ottimismo, l'amore, il cambiamento.

Titolo: Il re degli incasinati
Autore: K.L Going
Editore: Piemme Freeway
Numero di pagine: 320
Prezzo: € 15,00
Data di pubblicazione: Febbraio 2014
Sinossi - Tradotta da me: Liam Geller è Mr. Popolarità. Tutti lo amano. Lui eccelle nello sport; sa sempre cosa indossare; è puntualmente accompagnato dalle più belle ragazze del liceo. Ma ha l'abilità innata di incasinare tutto, proprio come il padre. Quando viene cacciato di casa, il padre lo prende con sé. Cosa ha in comune quel teenager alla moda con il suo papà gay, rocker, Dj, che vive in una roulotte a New York? Inaspettatamente, molto. E quando Liam tenta di fingersi nerd, per impressionare il genitore, è suo "zio" Pete e i ragazzi della sua band a convincere Liam che c'è molto di più, in lui, che suo padre potrà vedere.

Titolo: Portami a casa
Autore: Jonathan Tropper
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 357
Prezzo: € 9,90
Sinossi: Alcune famiglie possono diventare tossiche, se ci si sottopone a prolungata esposizione. E la famiglia Foxman, in particolare, può raggiungere un livello di tossicità letale. Ecco cosa sta pensando il trentenne Judd Foxman mentre, di fronte al suo piatto di salmone e patate, cerca di estraniarsi dalle urla dei nipotini. Il telefono del cognato non smette mai di squillare, la sorella non fa che scoccargli frecciatine acide, in combutta con il fratello minore, mentre la madre, stretta in un vestito troppo provocante, gli rivolge solo sguardi di commiserazione. L'unico desiderio di Judd è scappare lontano e non pensare più a tutti i guai della sua vita. Perché Judd è senza casa, senza moglie, che l'ha appena tradito con il suo capo, e ora anche senza più un padre, morto all'improvviso. Per questo è dovuto tornare a casa e non può fuggire. Le ultime volontà del padre richiedono che venga celebrata la Shiva, il periodo di lutto prescritto dalla religione ebraica: per sette giorni consecutivi tutta la famiglia dovrà riunirsi sotto lo stesso tetto. E sette giorni possono essere un tempo infinito, soprattutto se i componenti della famiglia sono tutti fuori di testa e non riescono a stare per più di ventiquattr'ore insieme senza scannarsi. Ne bastano molte meno perché la casa diventi una polveriera pronta per esplodere a causa di vecchi rancori, passioni mai sopite e segreti inconfessabili.

martedì 27 maggio 2014

I ♥ Telefilm: From Dusk Till Dawn, Hannibal, Rosemary's Baby, About a Boy

Come direbbe la mia amica Lisa, del blog In Central Perk (qui), “Quando i film si fanno ad episodi”. E' il caso di dirlo, questa mattina. I love telefilm ritorna per parlarvi di qualche recente finale di stagione. Tutte le serie che seguo stanno finendo, ahimé, e non ho più scuse per rimandare lo studio. I palinsesti americani saranno in combutta con prof e genitori di tutto il mondo? Le quattro serie di cui vi parlo oggi non sono serie qualsiasi: avrete notato. Conoscete tutti i titoli. Sono vecchi film passati al lato oscuro: la televisione. E ad alcuni è andata addirittura meglio, altro che lato oscuro e lato oscuro. Dal tramonto all'alba, da raccontino stringato, diventa un lungo romanzo pulp; Hannibal – slegato dalla prosa insipida di Harris – diventa arte moderna; About a boy fa piacevolmente compagnia, più di quanto potesse fare il film, con i suoi novanta minuti. Ultimo, un titolo che ho inserito imbrogliando un po': Rosemary's baby. Ha solo due episodi, ma bastano, grazie. I commenti non dovrebbero contenere spoiler: altrimenti, sentitevi liberi di insultarmi. Allora, quale tra queste serie avete seguito? Quale seguirete? In Italia sono praticamente tutte inedite. Ditemi. Un saluto, M.

From Dusk Till Dawn
Stagione I
Un'operazione cameratesca, godereccia, celebrativa. Funzionale, e in parte riuscita. Trash. Pulp. Iconico. Latino. Assetato. Verboso, splatter, pienissimo. Il film di Rodriguez era un racconto dell'orrore. Questo è un romanzo. I dieci episodi complessivi spiegano quello che il film non spiegava e intrattengono con una mitologia d'ascendenza Maya esotica e fascinosa. Il telefilm riprende dalla pellicola originale l'inizio, la parte centrale, ma imbocca una strada nuova, puntando al finale di stagione. Un finale tutt'altro che conclusivo, ma noiosetto. Fortunatamente, non rovina i diversi pregi del resto. Peccato che deluda lì dove vorrebbe sorprendere. La prima parte è un'avventura on the road. I punti da spuntare, su una lunga lista di vittime e mete, sono i classici: superare la dogana; oltrepassare la frontiera; sopportare gli impeccabili sproloqui di due fratelli rapinatori un po' matti che uccidono, prendono ostaggi, rubano e seminano mine vaganti. La seconda parte, la più attesa, è l'arrivo in Messico. Il deserto, i cactus spinosi, i teschi, le insegne luminose del Titty Twister. La costruzione del setting è perfetta. Tutto è uguale a com'era diciotto anni fa. Ma Salma Hayek, la regina dei serpenti, ve la ricordate? Come dimenticarla. Il suo spogliarello con il pitone avvinghiato al collo è storia. Piccola, giovanissima, con un corpo che era tutto una curva. Quentin Tarantino che le baciava il piede, che beveva l'alcol che gocciolava lungo il pendio della sua gamba. Ricordate?! C'è tutto. Lo striptease – e la successiva mattanza - rivive in uno degli episodi più stimolanti, nostalgici e riusciti di questa stagione. Eliza Gonzelez non è la Hayek, ma che vuol dire? Formosa, alta e sottile, ipnotica, mai volgare. Una regina delle tenebre nuova, sensuale, con un'antica storia di immortalità alle spalle. Buono il cast, che recita in una storia semplice, ma assai rischiosa: sono i paragoni a essere rischiosi. Lì c'era George Clooney, qui D.J Cotrona: aspetto simile, stessi dondolii con la testa, faccia da schiaffi. E poi è meno antipatico di Clooney! Lì c'era un folle, malato e perfetto Tarantino, qui c'è il giovanissimo Zane Holt. Ha per le mani il ruolo più delicato e risulta un po' troppo belloccio per il Richie che conosciamo, ma non è male. I nuovi fratelli Gecko sono in parte, affiatati, simpatici e odiosi, prolissi e spericolati. Stanno bene in abito scuro e con l'artiglieria pesante tra le mani. Il ruolo dell'esordiente Juliette Lewis è di Madison Davenport, candida e maliziosa; il pastore che fu il magistrale Harvey Keitel è Robert Patrick: fisico da duro, voce da fumatore incallito, colletto da abito talare a nascondere i tatuaggi e i muscoli di gioventù. Il film, del lontano 1996 – sigh! - , era un concentrato di divertimento. Ampliandolo e dilatando i tempi, si è corso il rischio – più e più volte – di perdere un po' l'allegria cazzona da festa cannibale, in cui imbucarsi il sabato sera. Eccola, la grossa pecca. (7)

Hannibal
Stagione II
Un capolavoro del piccolo schermo. Trovatemi una serie targata NBC diretta con altrettanto gusto, scritta con altrettanta perizia, recitata con altrettanta passione. C'è l'omicidio come forma d'arte. La morte come forma di poesia eternatrice. I cadaveri sono sculture di carne. Totem. Hannibal e Will diventano Achille e Patroclo. Maestro e allievo. Compagni. Amanti mancati. Dialogano da un lato e l'altro del tavolo. Si sfidano. Si superano. Sembrano corteggiarsi. I loro discorsi vibrano di cose: filosofia, politica, medicina, scienza e fede, paternità. Il serial è una nuova strada, tra il disgusto puro e la pura bellezza. L'estetica del sublime che si fa concreta. Un'opera impressionante, che schizza le tele di Pollock di sangue, ricerca lo splendore, coltiva e semina piacere. Alta cucina, alta classe. Un Mads Mikkelsen monolitico, superbo, calmissimo. Il volto tirato, le espressioni ridotte all'osso, le mani sempre in movimento, la pochette abbinata puntualmente al cravattino. Un predatore silenzioso e letale. Grande oratore, re di sirene dai denti a sciabola e dalle pinne come scaglie di lamiere. Ti guarda e ti attacca. Ti guarda e sei tu ad attaccare te stesso. Ti mangia. O sei tu a mangiarti? Hugh Dancy, invece, recita con tutta la faccia. Viso pulito, occhi limpidi, pieghe del volto che si fanno più rare, fino a scomparire. I suoi pensieri parlano con la voce di Hannibal e il suo volto, allo specchio, diventa simile a quello di Hannibal: impassibile, congelato, indecifrabile. Sintomo di un cuore nero. E c'è Gillian Anderson: più bella con gli anni che passano. Le gambe accavallate, i vestiti su misura, i capelli biondi che stanno immobili come fossero di cemento armato, la voce bassa e sensuale. Una vedova nera, una femme fatale anni '30. Sconvolgente Michael Pitt: il Mason Verger incestuoso, sadico, che beve lacrime, alleva maiali e si mutila la faccia senza batter ciglio. Pezzo dopo pezzo. La seconda stagione di Hannibal è migliore della prima. Di parecchio. Guardate l'incipit del primo episodio: è sensazionale. Ha la fattezza dei noir europei. Languidi, lenti, da esplorare, da scoprire. Da sopportare, all'inizio; da supportare, per tutto il tempo rimanente. Si scopre più snello, Hannibal, ma non si svende. Pastoso, barocco, eccedente, ricercato, ma con un finale di stagione senza grazia. Un bagno di sangue, anche se Hannibal – ehi! - è la yakuzi dei bagni di sangue. Un sacrificio mortale. Come quando i samurai, senza proferire parola, si gettano per onore e orgoglio sulla loro spada sguainata. Non mi arrabbiavo così da tempo, direi. Voglio la terza serie adesso. Ora. Subito. Purché faccia sfoggio del medesimo taglio cinematografico; purché ottimi registi come Vincenzo Natali (The Tube, Splice) e David Slade (Hard Candy, 30 Giorni di buio) scendano in campo – con la macchina da presa alla mano – ad incantarci con un uso superbo di rallenty, split screen, volteggi da coreografi di danza classica. E di Black Swan. (8,5)

Rosemary's Baby (miniserie TV)
Non ho letto il romanzo di Ira Levin. Non ho visto il film di Roman Polanski. Parlo della miniserie Rosemary's Baby senza pregiudizi e senza far paragoni. Con estrema e assoluta sincerità. Doveva essere una specie di evento. Doveva esserlo: per forza. Non è mica una cosa che si fa tutti i giorni, riproporre un film che ha quarantasei anni di storia, che è considerato capolavoro, che è chiacchierato in ogni libro di Storia del Cinema. Invece, pur guardabile e godibile, il piccolo remake dalla polacca Agnieszka Holland – candidata svariate volte agli Oscar, in veste di sceneggiatrice – non ha nulla che lo faccia davvero brillare. Impersonale: è un compitino portato a termine di malavoglia, mirato per raggiungere una stentata sufficienza. Il formato, televisivissimo, non aiuta di certo a creare una grande atmosfera, però un minimo fascino ce l'ha. Anche senza i brividi e i colpi di scena. Le numerose scene gore sono ben fatte (degno di nota un raro caso di autopsia cosciente), stessa cosa per la famosa sequenza del concepimento. Il cast non è dei più indegni, ma non c'è un solo attore che spicchi. Il ruolo che fu della Farrow è di Zoe Saldana – che per una volta non è blu (vedi Avatar) o verde (vedi Guardians of The Galaxy). Piange tanto e bene, piange a comando, ma dà al personaggio della protagonista un'aria trasognata che irrita. Rosemary nel paese delle meraviglie. Jason Isaacs è il solito cattivone infame, la francese Carole Bouquet ha un innegabile charme. Stupendo il bambino, che sarà anche figlio di Satana, ma ha degli occhi blu impressionanti. Lo adotto, dai: anche se, a diciott'anni, gli spuntano le corna sulla fronte! Questa fiction mi ha ricordato troppo 666 Park Avenue. Identico, giusto un tantino più dark. E il network che produce quella perna nera di Hannibal poteva avvicinarsi ad altro. Puntare più in alto. Sull'ambientazione: il Nastro rosso a New York si trasferisce dai nostri cuginetti d'oltralpe. Parigi e i soliti luoghi comuni. Famme fatale senza età con tendenze lesbo, europei che baciano completi sconosciuti sulle guance, francesi che non danno indicazioni, lezioni di cucina, gatti neri, arte. Recitazione standard, storia risaputa. Sicuramente, in quarant'anni e oltre di vita, c'è la certezza che Rosemary's Baby abbia dato da mangiare a tanti registi di horror(etti) sparsi – c'è L'avvocato del diavolo, il tema del recentissimo Devil's Due, le ossessioni materne di The Calling. La storia della protagonista e della sua macabra gravidanza è stata proposta sotto altri nomi, in altre vesti: in remake non autorizzati. Non serviva riproporla ancora. Perché diretta in maniera così monocorde, una vicenda così usata e abusata non rende mica. (5)

About a Boy
Stagione I 
Nick Hornby è un signore di cui non ho ancora letto niente. Ma lo conosco bene. E voi, lo conoscete? Ma sì. Avrà ispirato qualcosa come una dozzina di film sparsi. Il più recente, Non buttiamoci giù: non ve ne ho parlato, ma spendo due parole adesso. E' carinissimo. Esattamente come te lo immagini, ma pieno di umorismo british: fa bene al cuore, alla fine. Parallelamente, il nome del caro Nick rimbalzava tra i cinema internazionali e palinsesti USA. About a boy – l'impeccabile commedia sullo sciupafemmine che si improvvisava mentore e papà – si è fatto sit-com, questa primavera. Io alle sit-com non riesco ad affezzionarmici proprio. Mi stanco, le vedo a tempo perso, le mollo. About a boy, nonostante coi suoi venti minuti scarsi si faccia vedere sempre a tempo perso, fa compagnia. E' un bell'intrattenimento per famiglie. E, nel cast, ha una bella famigliola improvvisata: il volubile Will, la trasandata Fiona, il piccolo Marcus. Vicini di casa, separati da una siepe e da pareti di cartone. I due adulti non si piacciono: lui mangia costolette unte come se non ci fosse un domani, lei è vegana. Lui strimpella strumenti con la sua band di gioventù, lei medita in silenzio. Lui è americano, lei è inglese. Ad unirli, un bimbetto che ama i berretti di lana, sua madre, le imbarazzanti canzoni degli One Direction. Il film era un gioiellino di garbo e comicità, con un cast formidabile: tra i protagonisti, Hugh Grant, il Nicholas Hoult di Skins, una esilarante e tragica Toni Collette. Nella versione televisiva tutti sono più teneri e coccolosi, tutti si impegnano di meno, ma – tutto sommato – risulta abbastanza. David Walton è simpatico, Minnie Driver è adorabile e conserva un accento magnifico, Benjamin Stockham – coi suoi tredici anni – è un mattatore del piccolo schermo ancora imberbe. Ha faccia tosta, un sorriso vispo, allegria. Mi sono affezionato anche a loro, mi sa. (6)