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lunedì 29 gennaio 2018

Mr. Ciak: Ella e John, La ruota delle meraviglie, Napoli velata, Suburbicon

Lui malato di Alzheimer, lei con tumori dappertutto. Relitti che insieme, suggeriva Michael Zadoorian nel suo bellissimo romanzo, facevano una persona intera. Lui il braccio, lei la mente. Una loquace Mirren fa da navigatore e copilota a un meraviglioso Sutherland nel viaggio della vita. Direzione: la casa di Hemingway. Inseguendo la poesia di un autore immortale, ricordi di famiglia, il mito di un amore che non vuol morire. La meta cambia (tra le pagine si puntava infatti a Disneyland, con un briciolo di nostalgia per quei figli ormai grandi e accasati), si aggiungono segreti e vecchie gelosie strada facendo, ma restano intatti gli equilibri preziosi fra risate e lacrime, la distanza di sicurezza da qualsiasi furberia, certe occhiate tanto sincere da ispirare la commozione. Dopo i fasti della Pazza Gioia, un Virzì sempre in fuga, ma stavolta in trasferta hollywoodiana, ci racconta un altro bel viaggio disperato – l'ultimo, si presuppone – ma di cui, di ritorno dal cinema, non conserveremo né cartoline né ricordi per sempre. Il regista livornese evita i pietismi e il noioso glamour delle Nostre anime di notte, confezionando un romantico Thelma & Louise in cui ogni cosa va, tutto sommato, come dovrebbe. Virzì, regista di cuore e alchimie, dirige però con il pilota automatico. Lascia fare alle sue stelle splendenti. A una storia, comunque assai nelle sue corde, che emoziona da sé, con poco. Si limita perciò a sedere fra il chiacchiericcio irresistibile di Ella e John. Un po' stretto, intimidito ma non troppo, Paolo va in America, e non per fare il logico salto di qualità. Porta con sé uno sguardo sensibile, limpido, ma leggermente spaesato. Parla del mandato di Trump, del melting pot, di minoranze e multiculturalismo. Di una America per sentito dire, con tutti i clichè a fin di bene del caso: quella di chi l'ha vista di passaggio, e soprattutto al cinema – gli sceneggiatori, italianissimi, sono infatti i soliti nomi fidati. Perché meno a suo agio dei colleghi Muccino e Guadagnino in tema di trasferte internazionali, ci si augura per Virzì che The Leisure Seeker – recitato alla perfezione, godibile ma senza sorprese: note di demerito per il montaggio frettoloso e per l'approssimativo doppiaggio italiano – sia stato soltanto una vacanza. Che il biglietto, il suo, preveda un'andata e un ritorno a casa. (6,5)

Allen, il cinema d'autore sotto l'albero di Natale, film belli e brutti ad anni alterni. Cosa ci saremmo dovuti aspettare, lo scorso dicembre, dopo quel Cafè Society che qualcosa di buono l'aveva? Si arriva nella Coney Island di vent'anni dopo, la guerra passata da pochissimo, con un titolo e soprattutto un cast che promettono meraviglie. Ci si aspettava il Blue Jasmine secondo Kate Winslet, l'en plain. La sua Ginny – i mal di testa, la bottiglia sempre vicina, gli abiti di scena rispolverati a ogni piccola occasione – si sognava attrice e, a quarant'anni compiuti, si è svegliata cameriera. Accanto a Belushi, marito giostraio che forse non la merita, e a un bambino piromane. All'interno di un parco divertimenti che mette tristezza profonda suggerendo allegria a tutti i costi. Qualcosa cambia con il ritorno a casa della fatale Juno Temple, figliol prodiga in fuga dall'amante gangster. Qualcosa, nelle speranze di una protagonista illusa ed esasperata, va irrimediabilmente in tilt quando Timberlake – il bagnino/drammaturgo che ce li racconta dal primo all'ultimo – si accorge di quanto carina sia, sotto la pioggia, la sua figliastra. Il cielo minaccia acquazzoni sui caroselli. E un Allen sulle orme di Tennessee Williams, quantomai rigoroso e teatrale, minaccia invece tragedia. Misurato e strabordante insieme, vecchio ma nuovo, Wonder Wheel è un melodramma che scorre leggero pur portandosi appresso il peso di colpe, amarezze, rimpianti. Gli attori lo fan da padroni, su tutti una arcigna Winslet che con i suoi monologhi, con i suoi travasi di bile, ci sta così bene da non sorprendere più. La scrittura si regge – la si fa reggere, soprattutto: merito degli interpreti in parte – ma non resta impressa. Se non alla Winslet, se non a un Allen bravo a metà, la meraviglia è tutta da imputare allora alla fotografia dell'immancabile Storaro: capolavoro di spiagge assiepate e giostre malinconiche, di luci al neon che illuminano diversamente ogni angolo del film, per regalare a una donna sull'orlo di una crisi di nervi squarci di libertà e riflettori fissi. Il tutto, a bordo di una giostra che piace nonostante gli alti e bassi. Di una ruota – come quella della fortuna – che a volte gira, altre ti schiaccia. (7)

Ferzan Ozpetek, isolata certezza di buon gusto quando il cinema italiano puzzava ancora di delusione, torna nella terra che l'ha accolto dopo la pare non riuscitissima parentesi turca. Cambia genere, cambia città. Il regista di Mine Vaganti spegne gli arcobaleni ed esplora la Campania più segreta. Napoli, come l'argentiana Torino, ha i suoi coni d'ombra, i suoi misteri. Se ne accorge il medico legale interpretato da una ritrovata Mezzogiorno – invecchiata negli anni lontano dal set, ma sempre intensa, sempre bella –, che frequenta antiquarie streghe, saltimbanchi, sconosciuti destinati ad andare incontro a morte certa. Dopo una notte di passione, in quella scena lunga e bollente che già fa discutere, il suo fascinoso amante – un Borghi senza accento romano e senza vestiti addosso – viene ritrovato assassinato. La protagonista, che deve aver perso il contatto coi vivi a furia di interrogare cadaveri e di rivangare il passato di una mamma morta d'amore, si spinge insieme al regista fuori dal seminato; nei territori dell'esoterico. Il capoluogo campano, animale notturno e a sangue caldo, offre lo scenario più suggestivo. I protagonisti, nudissimi, si svelano con generosità. Abbiamo il doppio di Ozon, le follie fra sconosciuti di Bertolucci, le scale a chiocciola e i sosia di Hitchcock, le sale autoptiche di Argento. E di Ozpetek, uno chiede, che c'è? Il gusto per il kitsch, che però a piccole dosi piace. La colonna sonora con quel neomelodico tanto orientaleggiante di per sé. La mano di chi manovra meglio la macchina da presa che i fili delle sue troppe trame. Napoli velata ha infatti in una scrittura approssimativa, confusa, a metà fra il melodramma e il mistery, i suoi difetti peggiori. L'autore italo-turco, cantore di storie e sentimenti vecchio stampo, non sa gestitire gli omaggi e la tensione. Certamente nel suo se alle prese con il percorso psicologico di un'amante ossessionata, smarrisce la bussola alla ricerca di un'improponibile dimensione corale – qualche figurante rischierà di risultare ridicolo (la poliziotta Calzone, la medium Santella, il passepartout Barra), qualcuno messo in un angolo (la Ranieri, la Ferrari), pochissimi figure chiave (la teatrale zia di Anna Bonaiuto, solita garanzia di eleganza). Cala un velo nero, insomma, su un mélange di generi che resta parzialmente riuscito. Su un epilogo enigmatico o incompiuto quanto il resto, che però suggestiona. Nonostante le sbavature, insomma, il velo dell'insolito Ferzan non è di quelli troppo pietosi. (5,5)

I favolosi anni Cinquanta, lindi e pinti proprio come nelle réclame. Un quartiere idilliaco, super-esclusivo, che da una réclame sembra saltato fuori. Gli immancabili colori pastello, il giardino curato di tutto punto, le cerimonie d'altri tempi fra buoni vicini di casa. In quel microcosmo, nel cuore della notte, si consuma un delitto nell'indifferenza generale: una rapina finita male e la famiglia Lodge – padre, figlio, cognata – seppellisce la matriarca e in fretta trova una nuova formazione. Le cose non sono come sembrano. Lo capisce presto, e a sue spese, il piccolo di casa. Dirige Clooney, recitano un subdolo Damon e una doppia Moore, soprattutto scrivono i fratelli Coen. Che quasi mai mi piacciono, a onor del vero, ma che indubbiamente brillano per scrittura e ironia. Suburbicon, commedia nera a metà tra Hitchcock e il loro Fargo, delude il Festival di Venezia la scorsa estate e in sala, per quanto curato e godibile, perfino divertente, si rivela un intrattenimento innocuo e senza grande mordente. Purtroppo, negli esiti e nei moventi, prevedibile come immaginate tu e l'assicuratore di un Oscar Isaac baffuto e sopra le righe. Troppo presi a protestare con schiamazzi e vandalismo gratuito contro il trasferimento di una famiglia afroamericana, gli abitanti del quartiere – ipocriti, benpensanti, subito pronti a puntare il dito verso la pagliuzza del diverso – non si accorgono della trave nei loro occhi. Della cattiveria a un passo, nascosta neanche troppo accuratamente sotto la superficie – questione di una sceneggiatura di un nero sbiadito, che non punge, non graffia e purtroppo superficiale resta. Come in Carnage, soltanto i bambini sanno andare oltre: tendere la mano al di là del buio oltre la siepe. Tanto quanto nello sfarzoso ma vacuo Ave,Cesare!, l'omaggio non ha gambe proprie su cui camminare. L'erba del vicino, la linfa dei Coen, in quel di Suburbicon l'avremmo immaginata molto più verde. (6)

lunedì 20 novembre 2017

Recensione: Mildred Pierce, di James M. Cain

| Mildred Pierce, di James M. Cain. Adelphi, € 12, pp. 308 |

Nella Los Angeles degli anni Trenta cadono gli azionisti, gli angeli in paradiso, ma non la buona stella di Mildred Pierce. Divorziata, madre di due bambine agli antipodi, sembrerebbe incarnare alla perfezione l'immagine della buona massaia, dell'angelo del focolare senza referenze nel curriculum ma con un paio di gambe da capogiro: l'unica soluzione, se la Depressione con la lettera maiuscola minaccia di divorare quel che resta di casa sua, è farsi sposare dal migliore offerente? Chiediamolo alle insegne di Hollywood. Ai tubi di scappamento delle auto strombazzanti. Alle collane di perle. Ai grembiuli delle casalinghe e agli abiti a stampa delle signore per bene. All'America tutta, fissa alla cornetta dopo il tragico crollo della borsa di Wall Street. A un romanzo scritto quasi ottant'anni fa che ha la routine e la smania, l'indiscreto fascino della semplicità e i colpi di testa, di cuore, dei sogni di gloria. Possibili per chi si rimbocca le maniche, si impunta, combatte. James M. Cain anima con una scrittura elegantissima e incalzante, forse provocatoria per i suoi tempi, un personaggio femminile sottile ma mastodontico, di straordinaria tempra morale – interpretare l'orgogliosa protagonista ha regalato l'Oscar alla leggendaria Joan Crawford e premi innumerevoli, tra Emmy e Golden Globe, a una Kate Winslet a puntate. Il rischio c'era, sì. Di trovarlo pomposo, laccato, fuori tempo. Mildred Pierce, a metà tra il noir e il mélo, è un dramma d'epoca con una scrittura immortale e sfide furibonde. Un superbo romanzo sul reagire. Anche se gli inevitabili rovesci di fortuna, i tranelli all'orizzonte, sono impossibili da prevedere: perfino per una donna come lei, lungimirante e spietata all'occorrenza. Una mamma leonessa con una figlia serpente.

Mildred aveva paura di Veda, del suo snobismo, del suo disprezzo, del suo spirito indomabile; temeva più di tutto qualcosa che sembrava covare sotto il tono scherzosamente affettato, sotto le pose della bambina: un desiderio freddo, crudele, volgare di torturare sua madre, di umiliarla, soprattutto di ferirla.

L'autore del Postino suona sempre due volte racconta infatti gli sgarbi della genetica, che a volte ti mette in casa chi non ti somiglia affatto – una nemica mortale, in questo caso. L'ottusa caparbietà delle mamme, crocerossine in nome di quel loro amore viscerale e cieco, che pensano di poter far tutto semplicemente desiderandolo. Mildred, combattuta fra “l'orgoglio e lo stomaco”, rifiuta fieramente le divise; l'elemosinare. Da cameriera part-time, si improvvisa con successo imprenditrice: prima le torte vendute alle migliori pasticcerie della città, poi una rosticceria tutta sua con sfavillante insegna verde e parcheggio annesso, infine gli introiti di ben tre ristoranti da gestire. L'ascesa: solo per conquistare la stima e la fiducia di una figlia con la vergogna nel sangue. Per prendersi cura di una piccola tiranna con il desiderio di un pianoforte a coda e del palcoscenico. L'incantevole e amorale Veda pretende il cibo pronto in tavola, e non si domanda mai da dove arrivi. Spinge la madre al meglio, al peggio: al limite. Si respingono come chi, nel profondo, è uguale. Sono fatte segretamente della stessa sostanza. Custodi insospettabili della medesima natura subdola e manipolatrice – Mildred conosce mezzi leciti e illeciti, infatti, e le attenzioni di tre uomini che sono figuranti usa e getta. Ha il timore di non essere all'altezza. Sfidare testardamente tutti, tutto, serve a dimostrare a Veda il contrario. Proprio come il volerla sofferente, a terra, per il desiderio malsano di poterla finalmente aiutare. Farla capitombolare rovinosamente dal piedistallo solo per tenderle una mano? Ottenere l'ottenibile, e poi? Nutrita l'inquietudine, scoprirsi magari in pace, felici? Non era meglio una vita onesta, di pasticcini da glassare e piccoli dispiaceri?

«Lei ha mai visto quei piccoli serpenti, allo zoo? Quelli che vengono dall'India, quei bei serpentelli rossi, gialli e neri? Lei forse se ne porta a casa uno, per addomesticarlo come un cagnolino? Non sarà così stupida, immagino. Ebbene, mi creda, questa Veda è così. Se vuol vedere il serpente, comperi il biglietto, ma non lo porti a casa. No.»

Si fa un disperato tentativo di tornare indietro, sulla scena del crimine dei propri lussi esagerati; dei propri sbagli. Ma più sali in alto, più ti fai male quando cadi. 
Mildred Pierce è un romanzo di emozioni intense e scomode, di dive per sempre, che sgomita furiosamente verso la fragile illusione del sogno americano – ignaro che si trovi a confine con l'abisso. Su sigarette, ed esistenze, bruciate fino al filtro. Consumate a boccate avide, lussuriose, vivendo sempre al massimo.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Blondie feat. Philip Glass - Heart of Glass

lunedì 23 gennaio 2017

Mr. Ciak: Indivisibili, Animali fantastici e dove trovarli, Collateral Beauty, Assassin's Creed, Un bacio

Daisy e Viola sono gemelle. Ma, siamesi, di quelle destinate a spartirsi per sempre l'esistenza. Oppure no? Un medico dice che è possibile separarsi, anche se il pensiero spaventa. Cantano a comunioni e matrimoni, vengono portate in processione come se potessero far miracoli, permettono ai parenti di vivere degli introiti che la loro particolarità comporta. Identiche ma diverse nel carattere, si scontrano: una sogna l'America e l'altra recita l'atto di dolore al mattino, una cerca di distinguersi indossando smalti aggressivi e l'altra si adegua bonariamente, una vuole la libertà e l'altra non lo sa. Ad allontanare Daisy e Viola, cose grandi e piccole: la voglia di sperimentare il sesso, un gelato in centro da non spartire più in due, i piedi puntati contro l'avidità dei parenti. Siamo indissolubili, indivisibili, cantano in coro le protagoniste dell'ultimo film di Edoardo De Angelis. Un dramma girato in napoletano, a cui la colonna sonora neomelodica e il dialetto conferiscono alla ribellione inaspettata poesia. Presentato a Venezia, Indivisibili è un film che mi era passato di mente: dimenticato, sembrava tenersi ai margini di quella nuova gioventù del cinema italiano scoperta lo scorso anno. Mi ha preso alla sprovvista e, a sorpresa, messo sottosopra. Potente, tenero, struggente. Il tassello che ancora mancava e che, nell'indecisione, avrei presentato agli Oscar: perché alcuni casi di coscienza, certi dilemmi, arrivano alla meta in qualsiasi lingua si esprimano. Quanta rabbia, allora, verso quei genitori che se ne approfittano. Quanta angoscia in un epilogo che un po' ti tiene a galla e un po' ti porta giù, dove le vie di fuga si fanno disperate. Indivisibili ha ravvicinati primi piani che colgono i pensieri a voce bassa di due esordienti, Angela e Marianna Fontana, sorprendentemente spontanee. Una regia schiacciante, che contrappone il fascino kitsch di Sorrentino – i figuranti pittoreschi che popolano yacht e parate, la colonna sonora invadente, la decadenza segreta delle città di mare – all'asciuttezza di Mustang. Una lacrima silenziosa, non prevista, che ti scende sulla guancia quando senti pigolare Janis Joplin: prima piano, poi più forte. E un soliloquio che forse si farà duetto, nella sua onestà, completa l'identità di un gioiellino che, oltre a condivide un cuore in due, ne lascia uno spigolo generoso anche per te. (7,5)

Peggio dei detrattori, mi faceva notare un'amica scrittrice, sono i fan. Intransigenti, scettici, spietati. Quando l'arrivo di Animali fantastici era nell'aria, mi sono accorto di essere uno di loro. Come chi è cresciuto tra le pagine della Rowling, non mi lasciavo incantare dalle premesse. Chi ne sentiva la necessità? A parlarvi, una persona incostante di natura, che ha amato infinitamente Harry Potter su carta ma non sempre sul grande schermo. A novembre, perciò, ho mancato Animali fantastici senza dispiacermene. La storia, che si svilupperà in altri quattro film, segue le disavventure di Newt Scamander: timido zoologo che, nella New York degli anni '30, trasporta una ventiquattrore piena di mostri e meraviglie. La valigetta, scambiata per sbaglio, libera per strada i suoi animali – che fantastici, complice una computer grafica ad hoc, lo sono per davvero. A seminare panico e distruzione, il pasticcio dello zoologo o gli emissari del malvagio Grindelwald? Animali fantastici mi ha sorpreso pian piano. Godibilissimo, affascinante, adulto, con un indimenticabile leitmotiv che solletica i ricordi e personaggi da approfondire meglio. Se la trama serba infatti divertenti scene a Central Park, locali charleston e un duplice colpo di scena finale, i protagonisti – timidi, spesso sulle loro – costituiscono un simpatico quartetto, in cui spiccano al momento le smorfie di troppo di Redmayne e la bellezza di Alison Sudol. A caccia di misteri e bestie, il film di Yates ha un forte fascino retrò e cenni a sufficienza alla serie originale – Silente in cattedra, una romantica sorella Lestrange che non vediamo l'ora di conoscere – per rabbonirci. Meno entusiasmo, invece, per un finale parzialmente conclusivo che ci lascia con l'immagine di una New York digitalizzata, distrutta, presa di peso dalle produzioni Marvel. Il resto è una valigia che, se fa difetto nel chiudersi, è per via di incantesimi e divertimento in quantità. E, per la barba di Merlino, chi si aspettava un bagaglio così carico? (7)

Un pubblicitario perde la figlia e, per un soffio, anche il posto di lavoro. Scrive lettere a Morte, Tempo, Amore. E un giorno, in un parco, quelle tre entità gli rispondono di persona. Collateral Beauty aveva, dalla sua, uno spunto affascinante, un cast stellare e un trailer furbissimo. Il dramma natalizio di David Frankel è stato demolito all'unisono; ma il pubblico pagante, in sala, lo premiava. L'ho visto con una segreta speranza: che l'intransigenza della critica ufficiale – quella per cui i melodrammi dai buoni sentimenti sono il male nel mondo – fosse dettata dal pregiudizio. Collateral Beauty, purtroppo, è alquanto indifendibile. Irrispettoso, retorico, sconclusionato. Perché quella trama che vi ho riassunto, sdolcinata ma emozionante, è uno specchietto per le allodole. Perché il padre in lutto interpretato dal solito Smith – qui in fase: ricicliamo pure i pianti imparati con Muccino – ha un punto di vista inefficace, che si perde tra i comportamenti egoisti e avidi dei comprimari. Alcuni dei più grandi attori su piazza, in ruoli marginali e detestabili, accentuano così le voragini di una sceneggiatura che gioca a carte scoperte e, nei suoi ordinari atti di fede, fa acqua. Si salvano in extremis la delicata Naomie Harris, in odore di nomination per Moonlight, e il parziale colpo di scena legato al suo personaggio. Il resto, indeciso tra generi e toni, scandito da bruttissime frasi ad effetto e attimi che non sanno come emozionare, è un mappazzone affollato e insapore, che ambisce invano a imporsi come un moderno Canto di Natale e a raggiungere il cuore. Si resta distanti, involontariamente divertiti: pronti a fargli le pulci. E, se le lacrime arrivano, non sono che per la rara strage di talenti e idee a cui abbiamo assistito.  (5)

Pur non essendo tipo da videogiochi, cresco in una famiglia che colleziona console sin dagli anni Novanta. La fama di Assassin's Creed, non particolarmente amato dai miei ma famoso per le trame ambiziose e una serie di romanzi, è giunta fino a me. Giunto fino a me anche il film, una sera in cui non decidevo io cosa guardare. Con una splendida coppia riunita dal regista del faticoso ma ineccepibile Macbeth e viaggi nel tempo che sono sempre i benvenuti, non mi sono lamentato. Assassin's Creed, però, è una visione sconclusionata, indolore, deludentissima. Tanta azione – un'azione artificiale e coreografica, che poco coinvolge – e dialoghi scarsi a inframmezzare le panoramiche a volo d'aquila, i salti nel vuoto, i muscoli glabri del protagonistia Tu quoque, Fassbender? Spiace constatare che uno dei miei attori preferiti, qui, sia un pesce fuor d'acqua: per fortuna l'ho già trovato straordinario in The Light Between Oceans, quest'anno, quindi fingerò di dimenticare la partecipazione a un blockbuster che, con a bordo uno che non sbaglia mai, prometteva bene. Con lui, un'avvilita Cotillard e la sua pessima doppiatrice. Cosa ci fa un cast così in un film scritto male e di fretta, con effetti speciali che hanno più carattere dei suoi stessi eroi e cerchi che si chiudono senza neanche aprirsi? I videogiochi somigliano sempre di più ai film, ed è un complimento. I film, però, somigliano sempre di più ai videogiochi – divertimento mordi e fuggi, precipitosi e vuoti -, e che tristezza che mettono. (4,5)

Blu scrive lettere aperte alla sé del futuro. Lorenzo anima la vita con inseriti musical che fanno il verso a Glee. Antonio, talentuoso cestista, ha una stanza vuota per metà. Hanno sedici anni, frequentano una scuola di provincia, sono nel mirino del bullo. Si fanno scudo contro l'intolleranza, le prepotenze, le occhiate storte: funzionano meglio insieme. Un bacio, scritto e diretto da Ivan Cotroneo – suo l'adorabile La kryptonite nella borsa -, è una commedia adolescenziale che lo scorso anno ha avuto una discreta fortuna. Bene accolto nei licei, mirato a sensibilizzare un pubblico giovanissimo, è pulito, pensato come un contenitore di temi contemporanei – cyberbullismo, omofobia, violenza nelle scuole –, semplice e televisivo per natura. Modello di riferimento: Noi siamo infinito. Un trio eterogeneo tra gelosie e complicità, la musica, personaggi fragilissimi. Ma piacciono più i riferimenti a Chbosky che a Moccia, parlare di simili problematiche non è mai fiato sprecato e, cosa importante, ci si emoziona: per le famiglie straordinariamente tolleranti; per un finale shock in cui tutto precipita. Cos'è Un bacio? Un film adatto alle scuole, al Giffoni e dintorni, con una bella scrittura, qualche trovata stilistica audace – ma non sempre portata a buon fine -, tre talenti acerbi. Spiace dirlo, ma funziona poco Rimau Grillo Ritzberger: troppo stereotipato, antipatico e sopra le righe per essere il cuore del film. Sorprendenti, invece, Pazzagli – un piccolo Kim Rossi Stuart - e la Romani. Cos'è, ancora, Un bacio? Un gesto troppo candido e troppo istintivo, per chiamare a sé qualsiasi vergogna. (6,5)

domenica 13 marzo 2016

Mr. Ciak: Lo chiamavano Jeeg Robot, The Dressmaker, Victor Frankenstein, Regression

C'è solo una frase che, in vita mia, ripeto ancora più spesso di “ciao, cosa leggi?”, ma tant'è. Ripetiamola per chi fa orecchie da mercante e per il leggero disappunto di chi, scalpitante, attende di rincontrare in sala, questa primavera, Batman, gli Avengers, i prodigiosi allievi della scuola del Professor X. A me il cinecomic tradizionale, sogno di infanzia dei tanti, sembra più un mezzo incubo. Non mi piace, dura quanto un lungo film da festival, mi trova annoiato e chiuso a riccio. Dopo la delusione Deadpool, autocompiaciuto e ben poco brillante, ero in cerca della mia eccezione alla regola. Se l'eroe da fumetto americano ti lascia freddo, cosa potrà mai dirti o darti quello nato e cresciuto tra i palazzoni fatiscenti di Tor Bella Monaca, direte voi, che tra l'altro parla solo e soltanto romanesco, ha una maschera fatta all'uncinetto e, per mirabolanti avventure e salvataggi spettacolari, può affidarsi a un budget con una manciata di zeri in meno? Il primo eroe nostrano, uscito qualche Natale fa, faceva in realtà le medie e scompariva nel vento. Portava la firma del buon Salvatores e si chiamava come me. Il ragazzo invisibile, pellicola ibrida sull'infanzia e per l'infanzia, era stata frainteso da chi, prevenuto, non ne aveva saputo apprezzare la delicatezza, le citazioni, quel po' di magia. Se l'intrattenimento per famiglie, il bollino verde alla tivù non fanno per voi, magari dovreste passare a conoscere Enzo Ceccotti. Preceduto da una fama lampo ma non dal solito pregiudizio, che ha la sua da dire lo sapete già. Serve dirlo ancora, perciò? Serve davvero sforzarsi di trovare nuove aggettivi? Lo chiamavano Jeeg Robot, folgorante esordio alla regia di Gabriele Mainetti, è quel che avete già letto ma anche qualcosa di più che, sotto sotto, non ti aspettavi. Non tanto da una produzione italiana, quanto da un eroe che non sia, almeno, l'affabile e emotivo Spider-Man. La regia è consapevole, giovanissima: spuntate quella casella lì. Il villain di un Luca Marinelli istrione, che canta Un'emozione da poco e subito è cult, non sfigurerebbe nel folle squadrone del futuro Suicide Squad: altra casella riempita. New York, per una volta, è salva dagli invasori di una nemica cività, ma Mainetti tocca punti nevralgici e paure nostrane: il sacrosanto derby Roma-Lazio; il Tevere, storica fabbrica di malanni; l'allarmismo di un attentato terroristico, dopo Parigi. Sbarrata terza, quarta e quinta casella. A quello che sapevate e, andate sicuri, perché sono spunti e particolarità che troverete per certo, aggiungo quello che forse vi era sfuggito. Lo chiamavano Jeeg Robot, infatti, sta in curiosi e significativi dettagli: il cattivo ha una sessualità assai dubbia, la principessa in rosa e il suo lui consumano un amplesso brusco e corto in un camerino del centro commerciale, il cavaliere senza macchia guarda porno notte e dì e ingurgita solo yogurt alla vaniglia. Il segreto, in un trio di protagonisti fragili, familiari, elaboratissimi. Lo Zingaro, boss locale interpretato da un Marinelli sopra le righe, è impegnato a sedare una guerriglia tra romani e camorristi. Nel frattempo, sogna un ritorno sul piccolo schermo – lo avevamo visto al Grande Fratello, o forse era Buona Domenica? - e spera che, se non le sue doti canore e il look studiato, sia il culto della violenza a condurlo alla gloria mediatica. La lei del falso Jeeg, interpretata dalla deliziosa Ilenia Pastorelli, è sensuale, inconsapevole, matta. Qualcuno l'ha fatta piangere, da bambina, e adesso si imbatte nello scortese Enzo, che purtroppo non sa amarla nel modo giusto. All'ex gieffina, rivelazione in abito confetto, si affianca il corpulento Santamaria della porta accanto, che nelle sequenze iniziali si becca radiazioni e superpoteri. E, paradossalmente, all'inizio incapace di qualsivoglia tenerezza, scortese e misantropo, è con la mutazione – e con la trasognata Pastorelli per mano, come Reno e la Portman nello splendido Léon - che rispolvera l'umanità di cui, in fondo, è capace. A malincuore, mi trattengo mezzo voto – puntavo, infatti, a un otto pieno – per un epilogo che, a tratti, può rivelare la perdonabile modestia della produzione e la parentesi di un'organizzazione criminale che, sulla scia delle cupe crime stories di Sollima e Placido, avrebbe meritato un'indagine maggiore. Splatter, autoironico, hard boiled, tenerissimo, Lo chiamavano Jeeg Robot è tanta roba (la “b”, prego, è doppia): dagli americani prende due professionisti sorprendentemente versatili – com'è noto, Santamaria e Marinelli hanno curato anche le tracce della sconvolgente colonna sonora sanremese – ma agli americani, sottovoce, insegna l'emozione non da poco che mancava. Ha un cuore d'acciaio, nessuna paura e tutti noi, che gli restiamo accanto: perché lui, che corre e va per la terra, che vola e va tra le stelle, è il Jeeg che aspettavi ma non ti aspettavi. Lui, lui che può. (7,5)

Arrivavano con l'alzarsi del vento e con la Quaresima alle porte, mamma e figlia, per scombussolare i fioretti dei parrochiani e gli equilibri di un incantato borgo francese. In Chocolat, la bella pasticciera Binoche seminava zizzania. Si alza il vento anche in The Dressmaker e, in una Australia degli anni cinquanta che sembra uscita dal vecchio west, rotolano in stada le balle di fieno e sbattono gli stipiti delle porte. Spunta di notte, come una strega, la figliol prodiga e prende possesso della casa sulla collina. Un tubino rosso fuoco, i tacchi a spillo, un abito per ogni occasione che attira sguardi di disapprovazione. Tilly Dunnage, stilista alla moda, è una donna in cerca un po' di risposte e un po' di vendetta. L'hanno bandida da quelle terre, alla stregua di un demonio, e spiandola tutti mormorano “assassina” a mezza voce. Però quant'è seducente. Però quant'è rancorosa. Sarà vero oppure no che, da bambina, ha spezzato il collo a un coetaneo, sperando di farla franca? The Dressmaker, presentato in anteprima al Torino Film Festival, è una squisita commedia retrò, sullo sfondo di una polverosa Australia e  cucita sulle misure di Kate Winslet: procace, espressiva, costante nelle interpretazioni. I brutti anatroccoli diventano cigni, saltano i matrimoni combinati e, dagli annales, fanno capolino tresche segrete e scandali. L'eroina senza padre marcia, indomita come un'amazzone, e in cerca della verità mostra che rivalsa e guerriglia non sono cosa da uomini e che il gentil sesso, vedi l'omertà e i colpi proibiti, così gentile non è. Nella sua guerra privata, toni grotteschi, messaggi in filigrana e comprimari irresistibili: una straordinaria Judy Davis, genitrice nevrastenica; l'esilarante sceriffo Hugo Weaving, che dopo Priscilla torna al sogno dei boa di piume e dei lustrini; un galante Liam Hemswort, non il solito marcantonio senza arte né parte. La prima parte, frivolissima e spensierata, trae in inganno; la seconda, con questa protagonista che si attira lutti da ogni parte, prende in contropiede. Esiste la sfortuna? A cosa può spingere provare che il tuo amore e più forte dell'odio altrui? Più che dai colori pastello, allora, The Dressmaker si rivela essere una commedia nera in transizione. Un novello Chocolat, sì, ma più caustico, che avvelena i diabetici e della gramigna, erba infestante, fa un doveroso falò di vanità. (7)

La scintilla del fulmine, un corpo mostruoso che prende vita, uno scienziato che – dall'alto del suo spirito di onnipotenza – urla “è vivo”. Cosa c'era prima della creatura, il suo esperimento più riuscito? Era una professione solitaria quella del medico sui generis di Mary Shelley e com'erano la sua gioventù, il suo passato, prima che inventiva, curiosità e genio lo portassero sulla via del non ritorno? Dopo l'attento Branagh e il dissacrante Brooks, senza voler ricordare infinite miniserie tivù né scomodare i grandi classici della settima arte, da inserire nello stesso filone di retelling in chiave dark (ma non troppo) di Dracula Untold e The Wolfman, arriva Victor Frankenstein. La storia che abbiamo letto e riletto, visto e rivisto, ma in chiave giovanile e parzialmente postmoderna. Un po' prequel e un po' reboot, ha la sua particolarità in un approccio scanzonato, che nella prima parte coinvolge decisamente, e nel narratore: non il Victor del titolo, enigmatico e spregiudicato rampollo, bensì Igor, il suo deforme braccio destro. Chi era e come si conobbero? Con Max Landis, figlio di cotanto padre, a scrivere e Paul McGuigan, da me molto stimato in Slevin e Wicker Park, alla macchina da presa, Igor – salvato dal circo, innamorato di un'avvenente trapezista, guarito dalla sua famosa deformità – diventa socio alla pari, coinquilino e migliore amico. Interpretato da un Radcliffe che sa prendersi poco sul serio e convincere, è lui, in definitiva, la sola creazione senza intoppi di un McAvoy esagerato, carismatico, la cui parlantina lascia francamente ammaliati. Tanto il primo lavora a sottrarre, quanto il secondo ad aggiungere e, soprattutto nella prima ora, si raggiunge un equilibrio che convince, pur coi suoi limiti. E, strana coppia che non sono altro, ricordano moltissimo Law e Downey Jr. nello Sherlock Holmes secondo Guy Ritchie: altrettanto leggeri, fisici, disimpegnati. Le cose funzionano meno, purtroppo, nell'epilogo: una festa di effetti speciali, l'ennesimo e poco necessario trionfo della computer grafica, in cui la sceneggiatura di Landis si riallaccia come può al capolavoro ottocentesco, ma il risultato, con il mostro che ricorda un orco del Signore degli anelli e una o due esplosioni in surplus, lascia a desiderare. Più affascinante e meglio recitato dell'accoppiata Stoker-Luke Evans, meno soporifero di uno sbagliato Benicio Del Toro in versione licantropo, il novello Victor Frankenstein, godibile fino alla fine, non serviva e comunque non meritava il pubblico linciaggio ma, poco ma sicuro, con l'accoppiata coperta e divano, in una visione casalinga e con la pioggia fuori, garantisce una non trascurabile compagnia. (6)

Negli anni, il cileno Alejandro Amenàbar si è rivelato una giovane promessa su cui puntare. Dopo l'esordio con il noir Tesis, che purtroppo mi manca, ha mietuto grandi consensi con l'onirico Apri gli occhi, a cui dobbiamo il per me bellissimo Vanilla Sky; lo psicologico The Others, con una Kidman che sembrava Grace Kelly; il premiato Mare dentro; il rabbioso ma illuminante Agorà. Torna alla base, alle origini, con un thriller a tinte horror scritto e diretto da lui in persona. Ma ne siamo proprio sicuri? Regression segue le indagini dell'agente Kenner: Angela Gray, diciassettenne pietrificata dallo shock, ha accusato il padre di violenza carnale, in una ristretta e bigotta cittadina statunitense. Ma c'è di più. Uomini di nero vestiti, chiamate nel cuore della notte e incubi ricorrenti, potrebbero indicare – come Angela, d'altronde, giura – la presenza del Maligno? Stupro brutale o sacrificio rituale? L'ipnosi, tecnica sperimentale negli anni Novanta, per scovare quel che le vittime hanno rimosso. Regression parla di suggestione, e suggestiona: i suoi protagonisti si muovono infatti tra il sonno e la veglia, nottetempo, e tutto è dubbio e mistero. La resa visiva, ottima, cattura coi toni di grigio, la pioggia perenne, i vetri appannati delle auto. Ma l'ultimo Amenàbar diventa – neanche a farlo apposta – altrettanto grigio, slavato, appannato. Faticoso nell'esposizione, cervellotico e cavilloso invano. Nella chiusa, scontatissimo. Il detective accigliato, l'adolescente vittima di abusi, le ombre lunghe e il sospetto dei riti satanici. Cosa è vero e cosa no? Dov'è che finisce la superstizione e inizia la verità? Regression gioca a carte scoperte sin dall'inizio e, per tutto il tempo, invano, soffia fumo negli occhi. Ethan Hawke, in parte al solito, sfrutta il fascino dannato che naturalmente si ritrova e che io gli invidio. Emma Watson, attesissima in un ruolo distante anni luce da quello dell'indimenticata Hermione, con l'espressione sempre afflitta e l'aria da Santa Maria Goretti, è forse la peggiore attrice dello scorso anno. Un ruolo chiave, un personaggio ambiguo – ora serafico, ora diabolico -, ma lei eccede di smorfie, faccine e la sua bellezza senza fronzoli finisce per convincere più di una prova da recita scolastica. Allieva della stessa scuola di Keira Knightley e Barbara D'Urso, secondo voi? Ancora, Regression parla di fede e credenza. Crederci è la parola chiave. E io, assonnato e irritato dalle lacrime di coccodrillo di lei, non ci ho creduto neanche un po'. (5-)

lunedì 24 agosto 2015

Mr. Ciak: la romcom che non conoscevi, che c'è al cinema, period drama per un perfetto accento british

A San Lorenzo non ho visto stelle, ma questa estate che finisce esaudisce un altro desiderio, per me che dalla trilogia di Linklater in poi sono sempre sulle tracce dei film che dico io. Parlati a lungo, vissuti in fretta, noti poco. Dopo chicche varie, arriva Before We Go a chiudere il cerchio. Dalla sua, una copertina che lascia intendere che lì ci sia tutto quel che mi piace e un titolo in assonanza con Prima dell'alba. Brooke, prima di andare via – ha perso il treno, infatti, la sua Prada è stata rubata e deve arrivare a casa veloce, perché ha lasciato sul letto una lettera d'addio di cui si è pentita –, incontra Nick in stazione. Trombettista di strada che aiuta senza pretendere niente in cambio quella mezza turista persa. Ci si emoziona e ci si stupisce, con una o due scene da incorniciare – la telefonata a sé stessi, loro che compilano uno di quei questionari degli alberghi per parlare in realtà di com'è stato conoscersi; e poi metteteci la gentilezza magica di Serendipity e un musicista spiantato che trascina dietro il suo strumento come in Once – e un cast che non ti aspetti. Accanto alla bionda Alice Eve, che già in passato ho scoperto capace, Chris Evans – qui anche regista. Cosa ci farà mai l'adone dei cinecomic nei miei film – miei, poi, anche se nella vita odio parlare, camminare, sbottonarmi con gli estranei? Una bella figura. Lui e Alice, infatti, visti da vicino non sono poi troppo inarrivabili ma, caspita, sono bravi. Entrambi col cuore altrove, entrambi dimentichi di essere belli come divi: niente scintille in hotel, ma passeggiate perché si cerca sempre qualcosa – la borsa sottratta, denaro, riparo – e quattro chiacchiere per scoprisi. Con le verità di cui questo cinema è capace, la notte newyorkese che porta consiglio, l'arrivederci al mattino. Tutte uguali e tutte diverse, le commedie così hanno le storie vere che la City ispira e occasioni che vengono a bussarci al cuore nei momenti sbagliati. Immancabili toni da videoclip – e dunque canzoni non da meno – e protagonisti – che siano però solo e soltanto due – dai sorrisi giovani. Tutti della stessa pasta segreta, sono film che avranno sempre la loro da dire. E, come mi ha suggerito la solita Lisa di fiducia in chat, noi fedelissimi staremo lì ad ascoltare. (7,5)

Avete notato quante sorprese la cara commedia alternativamente romantica sta dando, a noi appassionati di chiacchiere fino al mattino, amori lampo e piglio indie? Copenhagen inizia col solito giro, rassicurante e orecchiabile. Ragazzo conosce ragazza. Lingue diverse, età distanti, una città sullo sfondo che visiteresti seduta stante. Direzione: una capitale in cui non sapevi neanche di volere scappare, lassù, nella magica Danimarca, e una chicca di esordio. Mark Raso, giovanissimo, prende un giovanissimo protagonista anglofono – il Gethin Anthony visto in Aquarius e Games of Thrones - e lo rende uno di quei turisti cascamorti e immaturi. Ma l'irresponsabile William, sulle tracce di un rinnegato nonno nazista, s'imbatte nell'adolescente Effy, interpretata da Frederikke Dahl Hansen – a dispetto del nome impronunciabile, bella (e maggiorenne). In una caccia al tesoro, all'insegna dei luoghi simbolo e dei segreti dietro i sorrisi di padri sempre corrucciati, i due andranno in bicicletta, faranno cose, vedranno gente. Copenhagen è il sogno di una mattinata di mezza estate, spigliato e riflessivo, con casupole da presepe dipinte a mano, sanpietrini che fanno saltellare la sella sotto il sedere, protagonisti carini e a proprio agio l'uno con l'altra. Poco di nicchia e troppo adorabile, ha i piedi in due mari – e in una sola scarpa – e la rigenerante freschezza che deve soffiare lì. Nel punto in cui convergono acque altrimenti estranee e, giusto in mezzo, c'è come un'isoletta. Percorsa, a piedi, da un uomo che isola non è. (7,5)

A prima vista, un film sentimentale tutto palpiti. Invece il dramma musicale di Ami Canaan Mann ha un dolce non so che, sua fortuna allo scorso Festival di Venezia. La storia ha un lui sempre in viaggio e una lei che è tornata all'ovile. Si innamorano, mentre fuori fiocca, Ryan sfiora l'idea di un acquisto che non può permettersi e Jackie torna a pizzicare le corde di una chitarra. A unirli, cose che mi piacciono: la neve, i treni, il destino, la malinconia del folk. Più di qualche segreto del mio Once. Un regalo fatto senza pretendere niente in cambio, uno di quei sentimenti purissimi che capitano alle persone giuste nei momenti sbagliati. Possono avere quella “e” arricciata ad unirli giusto per un po': l'amore è una tappa. Regia convenzionale, colonna sonora giusta e due ottimi protagonisti. Katherine Heigl, cantante mediocre ma con una versatilità che mostra sia possibile, per lei, una carriera al di là della stupida commedia americana; Ben Barnes, con il bel visino che tutti hanno presente e una voce con un graffio interessantissimo, finalmente per mostare che sa. Emozionante e discreto, banale ma onesto, come quel genere musicale che si canta le cose in corpo, ti dà uno di quei rari pizzichii alla bocca dello stomaco. Con le mani fredde e il cuore caldo. (6,5)

Testare l'ultima creazione di Nathan è il compito di Caleb, programmatore che raggiunge un solitario inventore sulla sua isola privata. Oggetto del lavoro del protagonista, Ava: macchina loquace e seducente, dall'acume spiccato e dalle fattezze di donna. Chi studia chi, nell'esordio alla regia di Garland – uno che fa la fantascienza minimalista che piace a me e lavora coi grandi? In Ex Machina – classico non solo nel titolo  – si crea un mènage domestico che ha le tensioni e le dinamiche del thriller psicologico. Piace per gli infiniti spunti che, virtù e difetto insieme, stimolano l'attenzione fino a disperderla. Freddo di cuore, sangue e aspetto esteriore, funziona a lungo, assemblato con sole parti di qualità e giovani promesse: Domhan Gleeson, romantico protagonista di About Time; un Oscar Isaac strepitoso, nelle vesti di un amichevole antagonista che patisce i danni di alcolismo e spirito di onnipotenza; una Alica Vikander - olandese dall'agenda ormai piena, che, robotica con l'aiuto di qualche effetto visivo e con un nudo integrale capace di mostrarla bella come mamma l'ha fatta - che ha il personaggio che resta impresso. C'è tanto di buono e inevitabilmente si preferisce concentrarsi sulla trama, per non perdere il filo; ancora più della scienza e dell'etica, delle molte suggestioni sparse, si ricorderà per un epilogo abbastanza prevedibile – cattivo e già visto - che ha qualcosa che convince sfortunatamente a metà. (7)

Mistero grande, le scelte dei titolisti nostrani. Traduzioni libere, stravolgimenti o, in casi più rari, la creazione di filoni cinematografici composti da commedie che, all'improvviso, si ritrovano con il titolo in assonanza. Dopo i due Come ammazzare il capo e il successivo Come ti spaccio la famigliaVacation si aggiunge alla tribù dei “Come”. E, come nei precedenti capitoli di questa saga per caso, la storia poco nuova dei Griswold – famiglia on the road, che con un furgoncino made in Albania che punta verso un luna park, passando da fantasmi del passato, luoghi turistici, lontani parenti – assicura le risate rumorose che sono nei patti. Non bisogna arrivare al parco divertimenti per goderselo, il divertimento puro, se prendi due coniugi in crisi, un fratello maggiore che subisce le angherie di un fratello più piccolo e tappe impreviste qui e lì. In un cast meno ricco del solito, ma altrettanto in armonia, fa da Cicerone l'eroe della trilogia di The Hangover, Ed Helms, e esilaranti sono due cameo soprattutto: un superdotato Chris Hemsworth, magnificamente autoironico, e – da The Walking Dead – un inquietante Daryl, quasi uscito da Radio Killer. Se l'estate sfortunatamente va via, diciamole addio così; un'altra risata garantita, un'ultima vacanza. (6,5)

Bathsheba è una proprietaria terriera, capace di cordinare il lavoro dei suoi operai e di districarsi tra triangoli amorosi: amata da un fattore, corteggiata da un galantuomo, sedotta da un soldato, a chi concederà la sua mano? Stilisticamente non meno degno dell'Orgoglio e pregiudizo di Wright, abbiamo una regia di miracoloso perfezionismo e una trama che procede per accumulo e, dopo un inizio in equilibrio, va di fretta in una seconda metà carica di colpi di cuore. Colpa di tagli – inevitabili, con un classico di cinquecento pagine - che sottolineano le forzature nelle trame e colpa, un po', di schermaglie condensate che, a volte, gli fanno ironicamente meritare un titolo alternativo: Via dalla pazza frienzone. Però c'è che è un regalo alle donne pensato dagli uomini. Scritto da Hardy – noto per la sua misoginia -, ha gli intrecci di una commedia ottocentesca che ci aspetteremo più da Jane Austen. Inoltre, diretto da Thomas Vinterberg – braccio destro di Von Trier, impavido danese -, non rinuncia all'aria eterea da raffinatissima produzione BBC. Fotografia calda, colonna sonora da brividi, attori di gran classe. Da Carey Mulligan (chi avrà mai le fossette più dolci del reame), civettuola e intelligente, passando per l'onnipresente Schoenaerts, verso cui il minutaggio è maggiormente benevolo, fino a includere un sempre ottimo Michael Sheen - e a chi non dà fascino aggiunto, poi, una curata barba sale e pepe? (7-) 

Sabine De Barra, anticonformista e orgogliosa, viene incaricata da un fedele collaboratore di Luigi XIV di curare i lavori presso i giardini di Versailles. Con un progetto che li vorrà sempre più vicini, tra i due sboccerà del tenero. Alan Rickman, talentuoso davanti alla macchina da presa e non a proprio agio alla regia, dirige – e interpreta – una commedia in costume che si segue senza noie e senza interesse. Privo di orpelli in eccesso ma altresì di classe, Le regole del caos è scritto, diretto e interpretato con il pilota automatico. Passa inosservato il lavoro degli affidabili caratteristi Rickman e Tucci, insieme a quello di protagonisti che non brillano, al centro di sguardi languidi a cui manca il feeling. Kate Winslet è prevedibilmente all'altezza della situazione, ma pizzi e gonne ampie la rallentano e la ingrassano. Shoenaerts, con un viso che si presta ormai al dipinto settecentesco, appare inebetito e tormentato dal capello lungo. Per una Versailles più originale, si dovrà aspettare Luigi XVI. La Coppola e Marie Antoinette. (4,5)

Jane Eyre, dopo aver smascherato Rochester, scappava nella brughiera. Così iniziava l'ultima trasposizione di un capolavoro. Quest'anno, dopo averla ricordata in Gemma Bovery, squisita commedia francese, torna un'altra "madama". E anche questo film sceglie di partire dalla fine. I dettagli di una storia che nessuno ignora sfilano perciò nel giusto ordine e coi ritmi giusti. Con il citato Jane Eyre ha inoltre in comune l'eleganza dei costumi, il religioso accompagnamento del piano, una regia che osa qualche guizzo, il partire dalla fine; soprattutto, la presenza di una splendida Mia Wasikowska – sempre più intensa – nelle vesti dell'eponima eroina. La Wasikowska affascina con quel misto di freddezza e passione che solo lei possiede. Ma la trama è di per sé maggiormente indigesta, i tanti amanti non hanno né la bellezza né il talento di Fassbender – una parola per un Ezra Miller non al meglio – e, accanto alla stella di Mia, brilla soltanto uno spietato Ifans. Rigoroso, distaccato, puntuale. Così tanto che ci si domanda: è sì ben fatto, ma perché riproporlo ancora, se manca una chiave di lettura? (6)