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giovedì 31 maggio 2018

I ♥ Telefilm: Killing Eve, New Girl S07, Jane The Virgin S04

Un sicario su commissione che rovinava i gelati alle bambine e la detective urlante al risveglio per via dell'insopportabile formicolio al braccio, dicevamo qualche post fa, si intrigavano reciprocamente sin dall'inizio. Il bene e il male, il gatto e il topo, si inseguivano come ogni caccia all'uomo – anzi, alla donna – prevede. Già allora, ricordo, di Killing Eve sorprendevano la freschezza e la semplicità. Pochi drammi, tanta violenza e un gioco al femminile che viveva di intelligenza, civetteria e una vaga insofferenza verso gli stilemi del cinema d'azione. L'intreccio, per quanto già visto, osava proprio grazie a loro: due personaggi bizzarri, umani, tratti dai romanzi di Luke Jennings ma rivisti e corretti dalla penna riconoscibilissima di Phoebe Waller-Bridge. Entrambe, infatti, cercano la normalità che non possono permettersi. Non hanno il physique du rôle e sono straniere in città straniere. Sandra Oh è una americana a Londra dagli occhi da orientale: sbirra non così ferma nelle proprie posizioni, segue le direttive di una sempre superba Fiona Shaw. L'adorabile Jodie Comer, stella in ascesa e mia nuova cotta, è invece per copione una assassina poliglotta a Parigi, bella e inquietante come una bambolina dell'Est. Nessuna capitale europea sembra abbastanza grande per non pestarsi i piedi a vicenda; inviarsi minacce di morte o abiti firmati. In Russia, infine, si scopre che in ballo ci sono cospirazioni, giovani galeotte educate alla violenza e i Dodici, organizzazione internazionale di cui al momento poco sappiamo. Forse Villanelle cerca una via d'uscita per cambiare vita? Forse segue ogni mossa della poliziotta non come farebbe una stalker, ma per avanzare una richiesta d'aiuto? Intanto Eve realizza un ritratto dell'avversaria come i profiler del piccolo schermo insegnano, e il pensiero di lei diventa pian piano un'ossessione sentimentale che di morboso, di saffico, in verità ha poco. Killing Eve gioca, sì, ma non alla guerra fredda. Produzione BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti prendendosi nel mentre straordinariamente poco sul serio. Introduce, costruisce e disfa, confonde con la musicalità degli accenti, la colonna sonora elegante e gli strani languori di queste amiche-nemiche. Cosa c'è in ballo, con una seconda stagione già annunciata? Il rischio è che arrivati alla meta, raggiunta la signora Polastri, potrebbe esserci poco altro con cui riempire una nuova missione (im)possibile. Se in un thriller scoppiettante in cui le donne fan da padrone, e per di più senza mai cadere nella pesantezza fine a sé stessa del femminismo imperante, potremmo confidare nei trucchi che nascondono in borsetta – oggetti contundenti, non soltando rossetti e rimmel. Nei prendo e parto, nei non detti e nel proverbiale multitasking di menti, all'occorrenza, criminali. (7+)

Sono stato benissimo in loro compagnia nella prima sessione estiva della mia carriera di studente. Mi hanno fatto sentire uno di casa. Sognavo il loro appartamento coi mattoni a vista, con tanto di gatto e armadio da cui attingere magliette a fantasia e camicie a quadri. Eravamo psicologicamente pronti a lasciare New Girl già un anno fa. E quel bacio sospeso, quel finale lieto ma non troppo con Green Light di Lorde in stereo, si faceva apprezzare. La settima stagione arriva dal niente a mettere i puntini sulle i. Sui misura dai fan, è proprio dai fan che sembra scritta. Ecco così due bambini, un matrimonio e un funerale, gli ultimi scherzi. Schmidt e Cece sono genitori di Ruth, tre anni; Winston e consorte sono in dolce attesa; Nick e Jess appaiono invece indecisi sull'adottare un cucciolo o meno, sul dirsi di sì. Non avevo chiesto che fosse ufficializzato questo addio, eppure quando sul solito sito di streaming è arrivato il finale di serie mi sono detto: come, di già? A parlare non era il crepacuore degli addii, ma la confusione. Davanti a una stagione di soli otto episodi che si apre e si conclude passando inosservata. Davanti a comedy, già sottotono da qualche stagione a questa parte, che sfidano la cancellazione, scelgono a tavolino il tempo migliore per congedarsi, ma non approfittano dell'ultima opportunità. Quando il sipario si cala, New Girl appare inutile, autoreferenziale, simpaticissimo. Non brutto, ma di dubbia utilità. Troppo corto per essere un riempitivo vero e proprio. Troppo scontato – stucchevole perfino, vedasi il flashforward conclusivo – per sorprenderti con il luccichio di una lacrima. (5,5)

A proposito di guilty pleasure degni di questo nome. Di prodotti che all'inizio ti vergognavi quasi di seguire con la passione del fan, poi diventati negli anni una promessa di leggerezza. Qualcosa, qualcuno, su cui fare sinceramente affidamento. Ecco la serie a prova di scettico che inviterei a riprendere o a sperimentare. Perché no, croce sul cuore: Jane The Virgin non è una di quelle candide porcherie tanto bruttine da diventare, dopo quattro anni, un appuntamento immancabile. Cresce. Come le grosse grasse famiglie latine (nonna Alba studia per ottenere il permesso di soggiorno, mamma Xiomara fa i conti con una diagnosi preoccupante, papà Rogelio tenta la conquista delle casalinghe americane accanto all'autoironica Brooke Shields). Come le coppie che si formano loro malgrado (Petra, la ex accusata dell'omicidio della gemella, è attratta dalle forme prosperose dell'avvocato Rosario Dawson; Rafael, alias l'inseminatore fortuito, è finalmente riamato da una Jane in cerca della giusta storia d'amore). Come quel figlio del miracolo. Vuoi bene a tutti loro, dal primo all'ultimo, e ti senti di chiamarli amici; per nome. Esempio di garbo e intelligenza, tenera ma piena di suspance, l'immacolata concezione al tempo della CW può vantare la presenza della deliziosa Gina Rodriguez, un narratore che è a mani basse il migliore dei comprimari e un twist clamoroso, messo in chiusura di una stagione talmente matura, talmente in pace con sé stessa, da sembrare l'ultima. Jane The Virgin, successo a prova di cancellazione, continua così la sua parodia di svolte impossibili e buonumore. Lo aspetti, e non è domenica se non va in onda. Se, soprattutto, al giro di boa, si rivela essere molto più che un altro stupido guilty pleasure latino-americano. (7)

giovedì 13 aprile 2017

I ♥ Telefilm: Tredici | New Girl VI | How to get away with murder III

La morte tocca, soprattutto quando quel mazzolino di fiori a bordo della strada, quell'articolo triste sul giornale locale, ci ricorda che a venir meno è stato qualcuno della nostra età. Facevo i primi anni di liceo quando una mia coetanea, Carla, fu trovata senza vita nella sua stanza. Non la conoscevo, ma ricordo un sabato mattina passato in classe a parlare di lei, e di come la sua scomparsa ci facesse sentire. Tredici, prodotta da Selena Gomez e tratta dal best-seller di Jay Asher, è una serie importante. Non il solito teen drama vuoto, alla moda, a cui una CW ci ha abituato. Ha come spunto una morte tra i banchi, e dalla tragedia non prende le distanze. Racconta in disordine la storia di Hannah, una diciassettenne che un giorno l'ha fatta finita. La sua lettera d'addio, la sua vendetta, supera i confini della carta e dell'aldilà. La verità di una ragazza morta troppo presto, nell'indifferenza, si diffonde negli auricolari di Clay: un compagno innamorato, che elabora la perdita e cerca indizi. Coloro che nel frattempo hanno già ricevuto le cassette, accusati di averla trascinata a fondo, hanno paura che il più candido tra loro li smascheri. I cattivi hanno punti di rottura, sprazzi di umanità. I buoni, non così immacolati, hanno scatti isterici che ti mettono sul chi va là. I personaggi, più che approfonditi, sono scavati. Possiedono case e famiglie modeste, spesso. Un'aria comune, familiare, non da fotoromanzo patinato – Katherine Langord è bellissima proprio in virtù di qualche curva in più, Dylan Minette è uno di quegli adorabili sfigatelli alla Seth Cohen che faranno strage di cuori. Ci sono tredici episodi per tredici nastri. Una playlist da ascoltare e riascoltare, un cast di esordienti piuttosto in parte, ritmi dilatati. Nel decantato Tredici, purtroppo, ne succedono così tante, ma così tante, che a un certo punto ho smesso di crederci. Più che l'emozione, allora, affiora il fastidio. Verso un dramma così esagerato da risultare inverisimile. Verso una scrittura a tavolino, che vorrebbe compiare gli adulti – guardate che età difficile, guardate il liceo che mondo selvaggio che è – più che raccontare gli adolescenti. Alcol e droghe. Stupro. Guida in stato di ebbrezza. Bullismo. Troppi temi che rimestano a fin di bene nella cronaca nera. Molte minoranze rappresentate in nome del politicamente corretto, fino a sfiorare il parossismo (una coprotagonista cinese, omosessuale, adottata da una coppia di papà gay). Tredici non pecca di superficialità, ma di un un po' di pietismo sì. Di un certo pressappochismo, ma sempre a fin di bene. Fa la voce grossa, dice le parolacce. In realtà, nonostante le arie indie, è un prodotto ben più furbo di quanto sembri. Di quelli così accomodanti e impegnati, però, che criticarlo fuori dai denti significherebbe peccare di insensibilità. Di quelli paraculi, chiamiamoli col loro nome, che ti imboccano con il cucchiaino fino alla fine. Voce fuori dal coro, dico che ne ho capito le intenzioni ma che non mi ha scosso. Allena l'empatia, questo sì. Ci ricorda che ognuno ha i suoi fardelli e i suoi fantasmi. Che essere gentili con qualcuno – che magari, in testa, sta combattendo una guerra segreta – è questione di un attimo. Purché vivere l'adolescenza non diventi camminare sul filo, sulle uova, per paura di mettere un piede in fallo e sbagliare costantemente. (6)

Visto quando capitava ai tempi del debutto televisivo e rivalutato anni dopo, New Girl è la sitcom giusta al momento giusto. Merito di una squadra affiatatissima, di una casa a Brooklyn in cui ogni cosa scoppia in risata, che sopravvive alle coppie scoppiate, ai cali di ritmo, a cambiamenti belli e brutti. Cosa combina, quest'anno, la frizzantissima coinquilina dai vestiti pastello? Come reagisce Jessica Day alle novità? Schmidt e Cece, convolati a nozze nella stagione precedente, vanno a vivere insieme. Winston e la sua collega poliziotta, usciti allo scoperto, seguono le orme dell'altra coppia: radunate le brutte camicie a fantasia e il mitico gatto Ferguson, un'altra parte del quartetto è perciò pronta a spiccare il volo. Nick Miller, alias la mia anima gemella, ha pubblicato il suo primo romanzo e vive una relazione complicata con una certa Megan Fox. Il loft, piano piano, si svuota. Jess ha paura di rimanere sola, e noi assieme a lei. Sarà che nessuno, sotto sotto, ha smesso di fare il tifo per lei e per il burbero Nick, distratto dalle grazie della bella di Transformers. Come si scopriranno cambiati alla fine di questi traslochi, di inevitabili viavai che hanno il sentore triste degli addii? Lo scopriamo al ventiduesimo episodio. Forse, l'ultimo di sempre. La Fox non si esprime sul rinnovo e l'epilogo, perfetto, è un cerchio che si chiude. Di perfetto, purtroppo, c'è quello e poco altro. Un finale che giunge inatteso, annunciato senza il necessario preavviso, che emoziona ma non troppo. A chiosa di un ciclo di episodi piuttosto piatto, sprovvisto della classica verve, a cui onestamente non ho prestato grande attenzione. Non sapevo di assistere all'ultima stagione – sempre, appunto, che di un'ultima stagione si tratti. L'ho guardata in maniera distratta, a tempo perso, alla fine di giornate lunghissime. Non avevo gli occhi dell'amore, insomma. Lo sguardo da pesce lesso che mette tutto in prospettiva. Se dovessimo fermarci qui, mi dispiacerebbe. Né io né questo New Girl – brodo allungato in cerca di un'occasione per riscattarsi eravamo al nostro meglio. Ma, come vecchi amici, ci siamo fatti compagnia sul divano. Senza sentire il bisogno di giudicarci. (6)

In una sessione invernale che mi aveva messo a dura prova, avevo scoperto per la prima volta How to get away with murder e una Shonda Rhimes che, a lungo andare, ti dà i guilty pleasure perfetti e una totale assuefazione. Dopo un'accattivante stagione introduttiva, il legal thriller con qualcosa in più aveva rischiato di perdermi con un secondo appuntamento in cui la protagonista spadroneggiava un po' troppo. In autunno, mi sono puntualmente presentato a lezione da Annalise. Ai primi banchi, i suoi pupilli. Nei flashback, un incendio e un cadavere carbonizzato in cantina. Ci sarà un morto, giusto per il midseason finale. Chi sarà? How to get away with murder, per il terzo anno, ripropone la tipica struttura a incastro e sembra avere imparato dagli errori di percorso. I coprotagonisti hanno spazio per una vita sentimentale al di fuori del salotto esclusivo della loro insegnante. Si formano strane coppie e quelle più affiatate scoppiano per poi rinsaldarsi – bandita l'ambiguità dei primi tempi, quanto sono sono diventati noiosi Connor e Oliver? Il sicario Frank è in fuga e il preferito di Annalise, Wes, fa i conti con le sue origini e un omicidio a cui ha assisitito un finale di stagione fa. Quest'anno il mistero c'è e, a metà, il colpo di scena non manca. Sul tavolo autoptico giace un personaggio chiave, che ha portato con sé i dubbi di una protagonista incriminata. Un incendio doloso, i personaggi in lutto, la verità che salta fuori, e l'opportunismo, in un epilogo calmo ma amarissimo, prende il sopravvento. How to get away with murder, imperfetto ma intrigante, ha al solito qualche sottotrama che funziona e qualche sottotrama che avremmo volentieri evitato; personaggi numerosi, che trovano compattezza attorno a un cadavere caldo; una protagonista rara, che scende a patti e scambia il giusto con l'utile. Insuperati professionisti nell'arte dell'elusione, gli indisciplinati e disorganici membri della classe della Keating la sfangano anche quest'anno. Li mette in riga la Davis, fresca di Oscar, che ha forse bisogno di loro più del solito. Per salvarsi la pelle in carcere. Per distrarsi dal posto vuoto a lezione. (6,5)

lunedì 16 maggio 2016

I ♥ Telefilm: Crazy Ex-Girlfriend, New Girl V, Slasher


Rebecca, avvocato di grido, è affermata nel lavoro e insoddisfatta nella vita. Il tailleur di donna in carriera non le calza a pennello e, romantica cronica e sempre con la testa altrove, è davvero se stessa giusto in visioni in formato Broadway. Sprazzi musicali colorati, frizzantissimi, in cui volteggia, canta e, magari, s'innamora dei principi azzurri. Un giorno, per le strade della City, s'innamora per davvero; sapete? E' un colpo di fulmine, quello verso una vecchia fiamma del campo estivo: Josh. Un ragazzotto dagli occhi a mandorla, immaturo ma di indole gentile, che così, tanto per dire, le fa: “Se passi da West Covina, mi raccomando, vienimi a trovare.” La nostra Rebecca non sa dove sia quella città sperduta – sulle labbra, però, ha il sapore dell'happy ending – e non si limita semplicemente a passare di lì, attratta dalle parole di un Josh vago, amichevole e fidanzato con la crudele Valencia. Molla tutto e, su due piedi, ci si trasferisce. Lì, ha uno studio legale più piccolo in cui destreggiarsi, nuovi amici – la cospiratrice Paula, il neodivorziato Derryl, lo scontroso ma galante Greg – e, soprattutto, uno sprovveduto ragazzo da stalkerare. Chi è la Crazy Ex-Girlfriend che, dallo scorso autunno, sulle reti The CW, non farà forse impazzire il pubblico, ma la critica decisamente sì, e all'unanimità? La sigla, mitica e sessista, ci dice che è patetica, scriteriata, folle d'amore. Diciotto episodi, pian piano, ci dicono molto di più. Prodotto da Mark Webb, Crazy Ex-Girlfriend è una comedy dall'ugola d'oro per chi dei consueti venti minuti settimanali non si accontenta – qui sono quaranta, infatti, e non vi nascondo che all'inizio li ho patiti, poco poco – e Galavant lo sta piangendo già. Nerbo, senso e cuore del tutto, l'esordiente Rachel Bloom, fresca di Golden Globe. Da dov'è uscita l'underdog psicotica e imbarazzante che mostra che c'è bellezza nelle rotondità e grande talento in una produzione, per il resto, piccina. Ci mette la faccia, la voce – e che voce - e la penna: irresistibile padrona di casa che, a seconda degli stati d'animi, oscilla dal jazz al "puttan pop", dal gospel al free style, con inediti che – se non sapessimo le barzellette che, in fondo, raccontano – non sfigurerebbero poi troppo in radio. Nei suoi allegri deliri, tra triangoli sentimentali e casi giudiziari, sa trascinare, per fortuna, una serie di figuranti a cui, a chi più e a chi meno, si vuole il bene che serve. Sorpresa e emozionata, la Bloom aveva raccontato, sul podio, il percorso travagliato di una serie su cui aveva investito energie e speranze: nessuno la voleva e, anche adesso, in tanti, o non la vogliano, o non la conoscono. Il più grande colpo di scena, però, è stato il rinnovo. Godiamoci i disastri e i piantonamenti della cara Rebecca, quindi, finché durano. Scommettiamoci insieme. (7)

New Girl, in onda ormai da cinque stagioni, l'ho scoperto giusto qualche estate fa. Io, in crisi per la prima sessione estiva della mia vita, avevo trovato pace e tante, tantissime risate in una serie vista un po' per curiosità e un po' per ripiego. Merito, in particolare, della Deschanel, un incanto di ragazza, che avevo amato e odiato in 500 giorni insieme. La fragia che sta bene solo e soltanto a lei, gli occhi da manga, quei coinquilini imbarazzanti ma irresistibili. Da qualche stagione a questa parte, poco è cambiato. Ma, come succede anche alle migliori coppie, è subentrata la monotonia. Superato il trauma per il brusco taglio alla sigla – “hey girl, what you doing?” -, di recente avevo patito episodi troppo lievi, troppo slegati, troppo spensierati. Nulla di irreparabile, trattandosi di una comedy lieve, splegata e spensierata di per sé, ma dov'erano finiti i ragazzi e le situazioni che, sotto stress e sotto esami, sotto terra, mi avevano teso una mano? La volta scorsa, mi ero limitato a definirlo “carino”, senza entusiasmi. All'orizzonte, c'erano notizie belle e notizie brutte: la proposta di Schmidt a Cece, nel finale di stagione, e l'annuncio della gravidanza di Zooey. Lieta novella, per carità, ma con Jess in dolce attesa, e dunque lontana dalle telecamere, che New Girl ci sarebbe stato? Un New Girl che, a sorpresa, ritorna alla vecchia gioia. L'assenza della protagonista si protrae per qualche episodio di poco conto nel mezzo – e il vuoto è colmato da un'ironica e seducente Megan Fox – e ognuno dei protagonisti trova la propria strada. New Girl, nei suddetti episodi, funziona senza l'uragano Deschanel perché c'è tanto da fare. Schmidt e Cece convolano a nozze, ma hanno la madre di lei a ostacolarli; Winston, che ho sempre trovato inutile, trova finalmente la sua vocazione e s'innamora di una collega, sfoggiando assurde camicie floreali e, ogni tanto, il fichissimo gatto Ferguson; Nick, mio gemello segreto, scribacchia, prende in gestione un bar e non resiste alle grazie di una Fox bisex. Jess è Jess: frivola, colorata, impicciona. Fa da damigella e, senza troppe sorprese, si becca una freccia scoccata dal dio Cupido: ritorna un suo ex, e la scintilla non si è estinta; ma penserà ancora a Nick, che per indossare pigiami e tute tutto il giorno ha il suo indiscreto fascino? Non dico di più. Ma, quest'anno, c'è gente che si dichiara, gente che si sposa, gente presa in ostaggio – in tribunale, o su un aereo in panne – e amori che, malgrado tutto, ritornano. Una stagione finalmente più omogenea, un epilogo che emoziona i “teneroni inside” e, per imprecisa volontà della Fox, ma dobbiamo solo ringraziarla, con due episodi a settimana quand'è giunto il momento di tirare le somme. Così, all'incirca, è stato il mio ritorno di fiamma con New Girl. (7)

Nella notte di Halloween, trent'anni fa, una donna incinta e suo marito sono massacrati da uno sconosciuto mascherato, passato a chiedere dolcetto scherzetto. Prima di essere arrestato – pena, il carcere a vita -, però, il killer pratica un taglio sull'addome della vittima e da lì esce la piccola Sarah: l'unica superstite della famiglia Bennett. Anni dopo, sposata e in carriera, torna dove tutto è iniziato. E, con lei, arrivano nuovi morti. Omicidi rituali a ogni passo, per punire coloro che hanno peccato. La storia si ripete, ma le generazioni cambiano. Riusciranno le nuove a modificare il corso degli eventi e a capire chi si nasconde, questa volta, dietro la maschera del boia? Serie canadese in otto episodi, Slasher omaggia sin dal titolo il genere più divertente, ammiccante, sanguinoso. Clichè che hanno fatto storia, spauracchi consolidati, pochissima voglia di prendersi sul serio. Perché, però, risulta un piccolo disastro, nonostante un genere da prendere così com'è e, da parte mia, poche aspettative e tanta voglia di “ammazzare” il tempo? Qual è la differenza tra il mediocre Slasher e il gioiellino Scream Queens o, ancora, l'evitabile ma fresco Scream? L'assoluta mancanza di ironia. E, paradossalmente, le risate in più. Involontariamente buffo, Slasher ha una protagonista atroce – la Katie McGrath già vista in Merlin, fuori parte e dal profilo sgraziato – e scelte sceme. Ad esempio: una protagonista a cui hanno sterminato la famiglia che mette le tende sulla scena del crimine, facendo del sesso riparatore sul pavimento in cui mammà è stata sventrata; gente random che macina chilometri, con un coltello a serramanico in pancia; una nonna che, volendo esagerare, ha cinquant'anni e una nipote trentenne; la protagonista che, davanti all'irreparabile, né emigra né appare turbata. Il cast: pessimo. La sceneggiatura: sbrindellata. L'elemento splatter: accentuato, come da patti, e fedele alle premesse. L'assassino ha fantasia, il sangue scorre generosamente, e il modus operandi del villain – cacciatore di peccati capitali – ricorda quello di Seven. La struttura, tradizionale, ricalca quella del buon Harper Island, che da ragazzino seguivo in seconda serata su Rai Due, e un briciolo di curiosità spinge a porsi le domande giuste. La curiosità, e il mio inspiegabile gusto per l'orrido. Slasher, infatti, è trashissimo: perdonabile, un po', perché di quel brutto che non riesci a smettere di guardare. Il pregio: è autoconclusivo. Ma, in otto puntate, in una serie e in una comunità tanto povera di idee e d'abitanti, sono più i morti che i vivi; più gli occhi strabuzzati per l'idiozia del tutto che per lo spavento. (5)

giovedì 21 maggio 2015

I ♥ Telefilm: The Royals, Bates Motel, New Girl IV

The Royals
Stagione I
Pensavo fosse amore, e invece... Voglio dire, per quanto si possa amare una serie come The Royals: scema, sfarzosa e incredibilmente pacchiana. L'erede apparente di quel Gossip Girl che ho seguito – e apprezzato – anche quando minacciato dal pericolo cancellazione. Dalle vite scandalose delle élite di Manhattan a quelle, altrettanto scandalose, ma senza dubbio più glamour, della Casa Reale il passo è breve. Vi siete mai chiesti che combinano lì a Buckingham Palace? Questa serie TV, distribuita in tempi record anche da noi, sguazza nel gossip, negli amori contrastati, nell'alto tradimento. La soglia tra satira e finzione è sottile. Il lezioso Liam di William Moseley, perfetto damerino innamorato di una bella popolana, è l'aspirante principe William. La sua gemella, Eleanor, interpretata da Alexandra Park, giovane attrice di cui mi appunto mentalmente il nome, va in giro senza la biancheria intima, si è fumata ormai anche il cervello, cerca con tutte le forze lo scandalo facile. Capricciosa e imprevedibile, è una scaprestrata Henry al femminile, con il fisichetto proprio non male della Effy di Skins. Accanto a un viscido zio, il leale Re Simon – che vorrebbe votare per l'abolizione della monarchia, disgustato da soldi sporchi e troppe svolte da soap – e soprattutto una sovrana che non ricorda granché la vegliarda Elisabetta. Regina delle Milf e di questa corte modaiola, una Elizabeth Hurley che non si scopre invecchiata di un giorno e, in quanto a sensualità e fascino, ha tanto da insegnare alle inesperte Ophelia ed Eleanor – trent'anni di meno, le curve al punto giusto, ma sprovviste di quell'aria strafottente da diva. The Royals ha l'accento british, ma è un'americanata grossolana e senza redenzione: ed è cosa buona e giusta. I primi episodi, esagerati e accattivanti, gli avevano fatto depositare sul capo regale il diadema ingioiellato di guilty pleasure dell'anno. Purtroppo, mi hanno trovato quasi favorevole al colpo di stato i conclusivi. Piatti, pigri, adagiati sugli allori. Quando The Royals diventa The Noyals, insomma, che fare? Resta un cast di cui non ci importa neanche un po' come recita, tanto è una notevole parata di bellissime e bellissimi; una colonna sonora alla moda e dalle entusiasmanti sfumature indie; gente sempre in tiro e impegnata a fare danni; la speranza, il prossimo anno, di una scrittura altrettanto tamarra ma più sensata. Solo allora, soddisfatto, potrò esclamare lunga vita alla Regina. E lunga vita a questo trash qui. (6)

Bates Motel
Stagione III
Parlavo di Bates Motel con la voce del rimpianto. Preso così, come teen drama a tinte fosche, male non era. Come riscrittura del capolavoro di Hitchock faceva però acqua. Ci si aspettava tanto, ci si aspettava altro. Non un'ambientazione spiccatamente liceale, non il politicamente corretto, non un Norman al venticinque per cento, da dividere con un sottobosco di spacciatori e piccoli mafiosi di paese di cui, sinceramente, a nessuno fregava. Avevo visto le prime due stagioni con un po' di noia e la paura costante della cancellazione: sì, avevo paura, perché – io che eppure faccio fuori più serie tv che zanzare, d'estate – avevo fiducia per il futuro della serie e non volevo che finisse lì. Così. Con una sufficienza regalata per bontà a un tenero germoglio di maniaco omicida. Questa volta – con una misteriosa ospite che, morendo, lascia a mamma e figlio una pendrive zeppa di segreti – le sottotrame viaggiano a una velocità diversa e ci sono scarsi elementi di disturbo a separare lo spettatore dal cuore pulsante, nero, vero della serie: accanto a un nuovo giallo, infatti, solo la romantica vicinanza tra Olivia Cooke e Max Thieriot ha un'importanza rilevante. Freddie Highmore e Vera Farmiga, ottimi anche con i passati copioni, striminziti e scialbi com'erano, adesso hanno l'occhio della macchina da presa puntato addosso. Nati per il cinema e prestati al piccolo schermo, per un'operazione che solo ora si scopre promettente, sono bravissimi e lo dimostrano. Lui, con un viso innocente che ti ispira sberle; lei, mamma coraggiosa che è nata tra i guai e, inconsapevolmente, ne ha messo al mondo un altro. Come smettere di volere bene a un figlio borderline? Come strapparlo da sé o, ancora, dalla naturale propensione a far del male? Più affiatati che mai, catturano e intimoriscono per la svolte che, a breve, la storia potrebbe imboccare: l'immagine celebre di un albergatore psicotico con lo scheletro della madre in cantina... Per adesso, a un passo dalla fine, continuano a fingersi normali; ma lui sta per diventare il Norman che tutti noi conosciamo, e infondo vogliamo – nei suoi black out indossa la vestaglia di Norma, vede il suo spettro accanto al letto nelle notti d'amore, ha pulsioni sessuali nei suoi riguardi -, e lei commuove quando cerca di avvicinarsi a un fratello rinnegato, incestuoso, che le ha reso l'infanzia sopportabile e bruttissima in un colpo solo. Con una Emmy Rossum a riposo e una Tatiana Maslany divina al solito, ma che inizia ad annoiare, la bella Vera – potentissima – non vi assicuro vincerà un Golden Globe per la sua vulnerabile e umana Norma, ma avrà un posto d'onore nella mia lista di fine anno. Orgoglioso, allora, di dire che non ho lasciato sfitta la mia stanza presso l'albergo di una delle mie famiglie televisive preferite e che, nonostante i limiti, Bates Motel fa enormi passi in avanti e si fa perdonare, episodio dopo episodio, tutto il poco che è stato. (7)

New Girl
Stagione IV
L'estate scorsa mi sono innamorato di New Girl, con qualcosa come tre anni di ritardo. Ho recuperato nel giro di un paio di settimane le tre stagioni che mi ero perso e, nonostante la terza fosse leggermente sottotono, si era rivelato una compagnia perfetta. Contro il caldo, lo stress, la noia da esami. Ricordo gelati, ventilatori e New Girl. Pochissimo mare, purtroppo. Ho avuto un rapporto senz'altro meno intenso con questa quarta stagione, e non per colpa di qualcuno in particolare. Che Jess si sia pettinata la frangia in un altro modo e che la sigla sia cambiata d'un tratto mi hanno sì causato un piccolo shock, ma il coccolone è venuto e se ne è andato in tempi ragionevoli. Il guaio con le sit-com è che venti minuti a settimana sono pochi e vanno guardate tutte insieme: ci vogliono abbuffate, mica appuntamenti a spizzichi e bocconi. Me lo trascino dall'autunno scorso, insomma, perché o aspetto tre anni o non so aspettare e, tra pause e ritardi, il colorato mondo di Jessica Day – in cui c'è sempre ma proprio sempre il sole – mi ha incantato leggermente meno del previsto, diluito com'era. Ma resta il solito. Spassoso, leggero, a fuoco. Chi trova un coinquilino come loro cinque trova un tesoro; allora perché cambiare formazione? L'insicuro Winston è entrato in polizia; Coach – per il colpo di fulmine con una seducente violoncellista – medita di abbandonare il nido; Cece e Schmidt si amano ma non se lo dicono; Nick fa Nick – beve, mangia, si incazza: al solito – e Jess, non più parte di una coppia storica, diventa vicepreside, vede sposarsi papà e sperimenta gli amori a distanza con un bel supplente dall'accento inglese. Ma poi davvero ha importanza quel che combinano? Insieme non conosco serietà e ci fanno ridere, tra siparietti e fraintendimenti, con il loro essere amichevoli, umani e tontissimi. Resta sempre adorabile la mia amata Zoey Deschanel dai vestiti a fiori e dagli occhiali a fondo di bottiglia – e leggo che avrà a breve un bambino, ma non sono io il padre – e il finale di stagione, aperto e con la prospettiva di un lieto fine sperato e atteso, è uno dei più soddisfacenti dell'ultimo periodo. Il prossimo anno, da brava formichina, permetterò ai ventidue episodi totali di accumularsi come da proposito? (6,5)

giovedì 11 settembre 2014

I ♥ Telefilm: True Blood, New Girl, Please like me e un po' di pilot(²)


True Blood
VII (e ultima) Stagione
Se me l'avessero chiesto anni fa, in uno di quei tag su Facebook che tanto girano adesso, avrei risposto che, tra le mie serie preferite, c'era True Blood. Questo è stato sei anni, sette serie, ottanta episodi fa. Le cose belle finiscono e finiscono anche quelle brutte. Così è finito True Blood, che da qualche tempo fa parte della seconda, nutrita categoria: quella dei serial brutti. Il piccante e sanguinoso prodotto HBO, uscito dalla penna di Charlaine Harris, ha subito un'involuzione estenuante, lunga, infelice, durata svariati palinsesti. E a me piaceva; poi lo schifo ha seppellito il resto. E' notorio: io amo il trash. Ma True Blood – quello degli ultimi anni, almeno – mi ha messo a dura prova. Sul blog non ho mai trovato la voglia di parlarne, ma all'indomani dell'episodio conclusivo, eccomi. Mi sarebbe piaciuto, alla commemorazione, dire qualche parolina positiva, com'è giusto per le cose morte e sepolte. Invece quel finale – a cui sono giunto con una certa forza d'animo: naaah, ho saltato la bellezza di sei episodi, che ho immaginato noiosi e superflui come il resto – si è aggiunto al cassonetto fumante e fetido di atrocità gratutitamente distribuite. Concentriamoci, allora, su quello che True Blood ci ha dato: avrà avuto i suoi bei lati positivi, giusto? Il sesso. Malizioso, spinto, nudo e crudo, almeno una volta ha messo a nudo il cast in gran completo. Per gli spettatori: la Anna Paquin che, con uno dei personaggi più irritanti del mondo, concede le sue grazie alle telecamere, e ai lupi, e ai vampiri, e ai camionisti; l'incantevole uragano rosso Deborah Ann Woll, che però è sempre troppo vestita; l'inutile Rutina Wesley e l'epica Kristin Bauer che pomiciano. Per le spettatrici: chiappe di marmo, addominali e muscolacci che manco in Magic Mike, la rivelazione Alexander Skarsgard e il disinibito Ryan Kwanten che – in un tripudio di insensatezza – ci danno dentro focosamente. Le ragazze ci vanno meglio, e ci va meglio pure la Paquin che, nonostante la sua naturale “odiosità”, si è sì bruciata una carriera avviata da bebè con Lezioni di piano, ma ha anche trovato un marito: Stephen Moyer. La settima stagione è la più imbarazzante, anche se non è umanamente possibile. Il resto cos'era, allora? Di un imbarazzante... disumano. La protagonista che spara fatate onde energetiche, il matrimonio e il funerale, la tavolata felice alla Settimo cielo, con gli intrecci lasciati al creatore, i comprimari dimenticati e il diabete che avanza fanno cadere in ordine sparso: 1. mascella, 2. braccia, 3. palle. Da quando True Blood sembra essere finito nelle mani di un'undicenne analfabeta che scrive fan-fiction vampiresche le buone intenzioni iniziali – mie e dei produttori – si sono fatte melma al sole. Rimembriamo tutti un insensato sogno erotico a tinte queer, con candele tremolanti e musica argentina di sottofondo, per esempio. Potreste dirmi: era il desiderio delle fan. Il mio desiderio di fan era che Sookie morisse tra atroci sofferenze e torture, eppure nell'ultimo episodio è vivissima. E incinta. Ops, spoiler! Ho smesso di ridere di ciò recentemente – non è vero neanche questo, perché rido ancora. In questo. Esatto. Momento. (4)

New Girl
II e III Stagione
Partiamo dal presupposto che Zoey Deschanel è una delle più adorabili abitatrici della Terra. Cioè, l'avete vista? Io l'ho scoperta qualche anno fa in 500 giorni insieme e la amo da allora, all'incirca. In quel film, io ero un altro Tom e lei mi aveva spappolato il cuore. Agli uomini piacciono le stronze. Ma lei era troppo, troppo carina per essere crudele: quindi niente. Cuore rotto o meno, la guardavo e le mandavo piccioni viaggiatori con l'invito alle nostre nozze, o simili. Le passioni della ragazza nerd, in un corpo da Barbie alternativa. Non ragazza nerd sono-troppo-presa-dai-videogiochi-per-lavarmi-i-denti, ma il tipo da sogno che ascoltava vecchie canzoni, indossa vecchi vestiti a fiori, può permettersi la frangia senza il rischio di sembrare un panciuto pechinese. E quello sguardo blu che ti farebbe fare incidenti d'auto a ripetizione... Un guaio. Come questo post, che si sia trasformato nella posta del cuore. Insomma: ho iniziato a vedere New Girl e, insoddisfatto dei venti miseri minuti a settimana, l'ho messo in pausa. Per due anni e mezzo. Che devo dirvi: la cosa mi è sfuggita un tantino di mano. Ho recuperato le ultime due stagione questa estate. Se estate volete chiamarla. La depressione per la sessione autunnale, un esame che non si vuole preparare, la pioggia senza fine e le schiarite improvvise, il vento, la noia, la fame, la noia riempita con gelati o biscotti che colmano anche la precedente voce della mia lamentosa lista. Questi tre mesi, insomma, a me sono sembrati la brutta parodia della già brutta pubblicità Sammontana. New Girl – carino, infinitamente – è stato un toccasana per il mio umore nei momenti in cui stavo nero nero – di animo, non di carnagione: sono andato troppo poco al mare per permettermi l'abbronzatura da surfista californiano. Sono stato in fissa con il simpatico, stupido e romantico mondo di Jessica Day e, accompagnato ineditamente da mio fratello, mi sono dato a vere proprie maratone serali e notturne sul divano. Il top del top. E c'era – e c'è – la preoccupazione per l'appartamento nuovo, in cui andrò a vivere dal primo ottobre: come saranno i coinquilini? La convivenza è sempre un rischio, come un appuntamento al buio. Guardando New Girl, però, ho sperato di ritrovarmi anch'io in uno scenario e in una compagnia da sit com e, ansiosissimo, ho scoperto la serenità. Insieme a Jess - che rende i pigiamoni imbottiti il massimo del sexy, che dopo una rottura ascolta Taylor Swift a tutto volume, che balla e canta come una dolcissima demente – ci sono il mitico Schmidt (e ogni serie di successo ha uno Schmidt cult: Barney, Sheldon, Stifler); il saggio Winston; la bellissima modella Cece (che vive nell'appartamento saltuariamente, un po' a scrocco; amica di Jess e amica di letto di Schmidt); e poi Nick, burbero e scontroso. Dio, io sono Nick: sputato. Gli stessi borbottii indistinti, lo stesso broncio, lo stesso fisico sformato. Manca solo l'amore della Deschanel – hai detto niente - per renderci la stessa persona. Prima e seconda stagione: uno spasso. Si perde qualcosa nella terza, quando Cupido scocca uno dei suoi imprevedibili dardi e sboccia del tenero. Nasce una coppia bellissima e male assortita che turba gli equilibri della convivenza. Tira e molla, gelosie, bizzarri dissapori. Tanto, nella terza stagione, viene a noia e il ritmo scema. Ma, tranquilli, niente di irreparabile. Chissà cosa ci riserverà la prossima. Io sono fiducioso: dopotutto, “it's Jess”. Non vi basta? (7,5) (6+)

Please Like Me
Stagione I
Josh è un tipo fuori posto. Sfacciatamente fortunato, ma fuori posto. Non esattamente una bellezza, con quella sua faccia da neonato centenario: glielo ricordano i suoi familiari e i suoi amici, che gli vogliono un bene dell'anima e lo tormentano a giorni alterni. Non si sa bene cosa faccia. Non si sa bene cosa gli piaccia. Non si sa bene come si sia accaparrato prima la bellissima Caitlin Stasey di Reign, poi un esemplare altrettanto bello ma di un genere altro di nome Geoffrey. Sappiamo che, senza troppi drammi, prima era etero e poi ha smesso. Ha una ex che è diventata così sua amica per la pelle e un ragazzo romantico e palestrato che per essere il suo primo in assoluto malaccio non è. Josh vive la sua sessualità con serenità estrema, dal momento che prima del colpo di fulmine con Geoffrey già ci avevano pensato le sue bizzarre passioni a metterlo saggiamente in guardia: gli orologi a cucù, il balletto classico, le mini-crostate fatte in casa, le camicie a fantasia, i pantaloni a tubo dai colori pastello. Ma quando tuo padre con la crisi di mezza età sta mettendo su famiglia in Thailandia, tua madre tenta il suicidio ingurgitando aspirine e Baileys, la tua zia preferita ha un piede nella fossa e una patente da rinnovare, l'amore che guaio sarà mai? Che sorpresina che è questo Please like me. Me lo ritrovavo spesso tra i piedi, ci inciampavo vicino: sapevo che c'era una seconda stagione in corso e poco altro. I suoi sei episodi introduttivi, di venticinque minuti ciascuno, li ho visti in un giorno, perché alle coincidenze ci credo e se internet me lo metteva ogni due secondi sulla Home una buona causa doveva esserci. Mi sono divertito tanto, stupendomi della lucidità del tutto e dell'irresistibile ironia del resto. Please like me è una serie australiana scritta e pensata dal talentuoso Josh Thomas – autore, protagonista: idiota. I cenni autobiografici si sprecano e le situazioni, anche se spesso già viste, funzionano. Thomas sa recitare il ruolo di un ventenne sempre confuso che porta male i suoi anni e sa scrivere, soprattutto, dialoghi brillanti e trame veritiere. Non ricerca la risata grassa; non insegue una morale forzata e buonista che, in gioventù, nessuno vuole. Comprimari spassosi – il coinquilino occhialuto e nerd, i genitori stralunati, la prozia commovente ed arzilla - e battute genialoidi fanno del suo esperimento un qualcosa di colorato, frizzante e universale a metà tra Looking e Friends, con una penna che ricalca al meglio la calligrafia e le nevrosi di Woody Allen, ma con note autoriali del tutto personali. Un racconto di formazione a puntate sulle eredità, la convivenza, i ragazzi e le ragazze, i cani a pelo lungo e le tortine da infornare. (8)

I pilot.
- Perfetto il pilot di Red Band Society, remake statunitense del nostro Braccialetti Rossi e dello spagnolo Polseres Vermelles. Quaranta minuti belli pieni che si chiudono con i Coldplay. Divertente, emozionante, sincero, con quel tocco di politicamente scorretto che mi fa impazzire da sempre. Produce la Amblin di Spielberg e nel cast, tra dottori bellocci e facce nuove e giovani, l'ottima Octavia Spencer direttamente da The Help. Il solo Braccialetti Rossi che mi concederò mai, deciso.
- Selfie è l'ennesima rilettura di My Fair Lady, solo al tempo dei Social e delle foto “fai da te”. Guardabile, discreto, non troppo entusiasmante. Un primo episodio simpatico e tutto, ma bho. Presto per giudicare. Per gridare odio o amore.
- Bene A to Z: una commedia romantica su un lui e una lei; una relazione analizzata dall'inizio alla fine. Mi ha colpito la voce narrante, che mi ha ricordato belle cosine - Pushing Daisies e 500 Giorni insieme, ad esempio.