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lunedì 4 novembre 2024

Recensione: Oliva Denaro, di Viola Ardone

| Oliva Denaro, di Viola Ardone. Einaudi, € 18, pp. 312 |

È possibile consigliare un romanzo che non hai apprezzato? È quello che mi ritrovo a fare con Oliva Denaro: un grande successo di pubblico, forte di una struttura cinematografica e di tematiche così forti da non lasciare indifferenti. Anche quando ho storto il naso per le troppe frasi a effetto, per i comprimari troppo anacronistici, per le ambientazioni troppo stereotipate, infatti, mi sono scoperto commosso dal dramma della protagonista: sedici anni, impossibilitata a proseguire gli studi, oggetto delle attenzioni del ragazzo sbagliato. Ispirandosi liberamente alla vicenda di Franca Viola, Viola Ardone ci parla di disparità e consenso, violenza e aborto. Erano gli anni di Mina e delle Kessler alla TV. Ma, in Italia, essere donna era una condanna.

Non voglio sembrare più bella, non voglio seguire consigli, non voglio obbedire a nessuno più. A che è valso? Al posto delle tabelline e dei verbi irregolari avrebbero dovuto insegnarci a dire di no, tanto il sì le femmine lo imparano dalla nascita

Con il sopraggiungere del ciclo, nella routine della giovane Oliva cambia tutto: vietato correre forte, vietato indovinare la forma delle nuvole accanto all'amico di sempre. La sua bellezza in boccio attira gli sguardi di Pino, i capelli neri di brillantina e un fiore di gelsomino dietro l'orecchio: il giorno del loro incontro è colorato di inquietanti segnali. Scorrerà il sangue. Con capitoli brevi ed efficaci, l'autrice ci racconta di un'epoca non molto lontana in cui la verginità appariva il solo valore femminile e della rieducazione di un'adolescente inconsapevole, all'inizio, di essere la parte lesa. L'onore macchiato? Si era soliti correre ai ripari o con le nozze, o con la lupara. Tra dettagli folkloristici e scene dal forte impatto visivo, con tanto di piccole concessioni all'horror (gli animali ammazzati, il rapimento), Ardone affianca Oliva a personaggi macchiettistici: dall'amica comunista alla sorella vittima di percosse, fino ad arrivare a quel papà dolcissimo ma troppo sensibile per i suoi tempi. E cosa dire dei Paternò, gli antagonisti, che gestiscono una pasticceria proprio come i fratelli Solara?

La politica la facciamo tutti, in un modo o nell’ altro, ribatte, ogni cosa è politica: le nostre scelte, quello che siamo o non siamo disposti a fare per noi e per gli altri.

Ho avuto, a tratti, l'impressione di leggere un romanzo scritto con Elena Ferrante tenuta sul comodino. Una storia intensa, ma con il pilota automatico inserito, che osa qualche guizzo soprattutto nelle scelte lessicali volutamente colorite (a lungo andare, però, ho trovato ridondanti i vari: “Piccinna”, “Non lo preferisco”, “Sono favorevole”). Mi sono emozionato e indignato. Ho pensato di consigliarlo a mia madre e ai miei studenti. Ma lì dove l'esordio alla regia di Cortellesi osa una magnifica variazione sul tema, Ardone si adagia nella stesura di un compitino senza errori, più importante che bello. Il femminile singolare non esiste, pensa Oliva. Se le smentite devono passare attraverso questo romanzo, allora, ben venga. Non mi è piaciuto, ma all'interno ci ho trovato una ragazzina con un tacco rotto che trova il coraggio di camminare in direzione contraria. Io sono favorevole a Oliva; meno a come  è stata raccontata.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Gigliola Cinquetti – Non ho l’età

venerdì 29 marzo 2024

Recensione: La mia Ingeborg, di Tore Renberg

| La mia Ingeborg, di Tore Renberg. Fazi, € 18, pp. 180 |

In una vecchia casa di legno, in una Norvegia sferzata dal vento di un inverno perenne, un vecchio si racconta. Le assi di legno scricchiolano, ma le sue ossa stanche di più. Indolenzito, forse gravemente malato, si è forzato a tagliarsi la barba, a indossare camicia e pantaloni eleganti, a camuffare il sentore di alcol della bocca. Come il patriarca della famiglia Usher in un classico dell'horror di Edgar Allan Poe, braccato dai cani neri del sensi di colpa, dialoga con gli spettri del passato e attende ospiti con cui sgravarsi la coscienza: i suoi ragazzi sono ormai irriconoscibili, lontani. La verità li renderà finalmente liberi? O li rovinerà definitivamente? È una storia d'amore e morte, la sua. Una storia di ottusa resistenza al progresso, percepito alla stregua di una donna lasciva e provocante. Abbarbicato nella parte alta della valle, chiuso a qualsivoglia novità, in gioventù ha trasformato quel paesaggio di troll e altre leggende folkloristiche in un nido da proteggere. Con lui lo divideva l'amata Ingeborg: la donna, infermiera traboccante di vita e stimata da tutto il paese, amava le giornate di sole e i cespugli pieni di bacche.

Quando due persone si incontrano e cadono uno nelle braccia dell'altra, allora la terra trema e succedono cose meravigliose.

Il loro era un matrimonio appassionato, nonostante le diversità caratteriali, ma la donna si era improvvisamente incupita dopo la partenza della prole per l'università. Da quando non è più tornata da una passeggiata nella brughiera, tutto si è perso. Anche il rapporto con i figli biologici: il maschio remissivo e melenso; la femmina attivista e bisessuale. Per fortuna c'è Oddo, affetto da un grave ritardo intellettivo, che dorme nella stalla e cuce reti da pesca: cresciuto come un terzo figlio, è l'unica persona su cui Tollak riversa la poca tenerezza posseduta. Per fortuna c'è ancora e per sempre, nonostante tutto, Ingeborg: un fantasma seminudo nella camera da letto; il pupazzo di un ventriloquo, la cui voce risuona come la coscienza dello stesso protagonista. C'è qualcosa di marcio nel romanzo di Tore Renberg. Di marcio e attraente. Potentissimo e oscuro, fitto di segreti agghiaccianti, somiglia più a una confessione che a una rimpatriata familiare. Lo esemplifica ad arte la copertina italiana, in cui due sagome intrecciate in un tango della gelosia galleggiano su uno sfondo rosso passione; rosso sangue. La mia Ingeborg somiglia preoccupantemente a una delle tante notizie di cronaca, ma si legge con la fascinazione dei classici del gotico. Il protagonista, sfidando la lingua impastata dagli alcolici e la reticenza dei montanari, non vuole preti alla sua presenza. Non crede nello spauracchio del paradiso e, sibila acidamente, non ci crederà neanche nell'ora fatale. Tuona, così, contro la scomparsa delle segherie; le bugie dei giornali e della TV; i cellulari che ipnotizzano e rintronano i nipotini; gli sconvolgimenti climatici, i ristoranti etnici, gli uomini troppo effeminati. Con una voce simile a un coltello nelle costole, ci renderà tutti complici di un narratore magnetico ma irredento. Dirà tutta la verità, nient'altro che la verità. E mai in sua difesa.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: CCCP – Amandoti

lunedì 11 marzo 2024

Recensione: My Dark Vanessa. Mia inquieta Vanessa, di Kate Elizabeth Russell

| My Dark Vanessa, di Kate Elizabeth Russell. Mondadori, € 15, pp. 384 |

Una quindicenne dall'indole malinconica e dai lunghi capelli rossi stringe una relazione con il suo professore di letteratura, quarantaduenne che riserva carezze di carta vetrata alle sue studentesse più talentuose. È una vicenda di sopraffazione psicologica, potere, ossessione. Non una storia d'amore. Ma come raccontarla agli altri se perfino colei che l'ha vissuta preferisce definirsi complice di una tormentosa folie à deux, anziché vittima inerme? Abituata a essere invisibile, orgogliosa delle proprie stranezze e dei propri dolori, Vanessa legge troppo (soprattutto il conturbante Nabokov, di cui custodisce gelosamente una copia annotata) e vive troppo poco, fin quando le attenzioni di un adulto non la rendono finalmente protagonista di una storia. Una storia alla Lolita, per di più, il suo romanzo preferito, in cui una giovane ninfetta esercita il suo fascino seduttorio sul patrigno soggiogato. Almeno illusoriamente. Non è sempre facile riconoscere un predatore sessuale quando lo si ha davanti, e il goffo professor Strane sembra diverso. E la fa sentire diversa. Ma all'indomani del caso Weinstein, una schiera di donne insorge e denuncia gli abusi subiti. Vanessa potrebbe diventare la loro portabandiera. Ma la consapevolezza che Strane abbia fatto lo stesso ad altre la riempie non di orrore, bensì di una bruciante gelosia. Non era, dunque, l'unica?

Quando io e Strane ci siamo conosciuti, io avevo quindici anni e lui quarantadue, poco meno di trent'anni tondi a separarci. È così che all'epoca definivo la nostra differenza di età: perfetta. Mi piaceva la relazione numerica tra i nostri anni, i suoi tre volte i miei. Mi immaginavo tre piccole me che trovavano posto dentro di lui: la prima avviluppata al cervello, la seconda al cuore, la terza liqueffatta a scivolargli nelle vene.

In giorni in cui mi sono trovato a riflettere sulla violenza di genere in classi di quasi solo ragazze, ho letto quest'esordio molto dibattuto qualche anno fa: un romanzo scomodo e incisivo, dal punto di vista sdrucciolevole, sulla catabasi di un'altra promising young woman nel sessismo dell'ambiente accademico americano. Sono i primi anni Duemila. Spaventati dalla vicina strage del liceo Columbine, gli adolescenti benestanti frequentano le scuole private. Il loro mito è Britney Spears, candida ma ammiccante, adulta ma bambina, che in un iconico videoclip non trattiene l'impazienza per il termine delle lezioni. La parabola discendente della protagonista somiglia a quella del popstar, strumentalizzata dai media fino a quel crollo psicologico forse più celebre perfino della hit d'esordio. Vanessa è padrona di sé. Con le sue piccole mani, ha infangato la propria reputazione per proteggere quella di Strane. Come può considerarsi vittima del disturbo post-traumatico da stress una giovane tanto audace e volitiva? Questo fa forse di lei una nemica delle donne? A dispetto di uno stile tutt'altro che memorabile, giacche troppo acerbo, Russell ha per le mani materiale incandescente e fa del suo meglio per rendere giustizia a una storia attuale, complessa.

Non appena è successo ho desiderato che accadesse di nuovo. Una ragazza normale non avrebbe reagito così. È vero che c'è qualcosa di oscuro in me, da sempre.

Lontana dai banchi di scuola, la seconda parte – la più riuscita – affronta il disagio struggente di una vita interrotta. All'inizio la presenza di Strane inquieta. Ma alla fine, a sorpresa, è la sua assenza a farsi lacerante. Ormai trentenne, con la paura di essere invecchiata e per questo non più desiderabile, ossessionata dalle cicatrici indelebili del passato, Vanessa vorrebbe rinunciare al suo orco se farlo non implicasse anche rinunciare a sé stessa. La mancata elaborazione crea un comodo stato di sospensione; il vittimismo è una coccola. Ogni giorno appare la prosecuzione della sua prima adolescenza, terribile ma mitizzata. Una ragazzina appare desiderabile, una ragazzina è sollevata dalle responsabilità, una ragazzina viene facilmente assolta. Si legge come un thriller, My Dark Vanessa, ma è la storia a tinte forti di un'educazione affettiva che consiglierei anche alle mie studentesse. Come si impara ad amarsi, se ci hanno amato – il verbo, a questo punto, non calza più – in maniera terribile? Come si diventa donne?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Fiona Apple – Criminal

venerdì 12 febbraio 2021

Verso gli Oscar: Malcolm e Marie | Promising Young Woman | Pieces of a Woman

110 minuti, due soli attori, un film girato in pieno lockdown. Pochi mezzi ma grandissimi ambizioni, per un dramma da camera che vanta l'autore della serie TV Euphoria ma che nello stile – il bianco e nero, il sottofondo jazz, il montaggio concitato, il ricorso alla camera a mano – urla Nouvelle Vague in ogni sequenza. È l'una del mattino. Un regista e la sua musa tornano dalla prima di un film. In attesa di leggere le recensioni della critica bianca di turno, si scontrano: mentre lui è su di giri, euforico fino a sembrare molesto, lei appare al contrario amareggiata per via di una mancanza. Il compagno, novello Spike Lee, non l'ha ringraziata pubblicamente. Il film è più di chi lo gira o di chi lo ispira? Contano più la storia o lo stile? Perché, soprattutto, stare insieme a una venticinquenne con un passato dolorosissimo alle spalle: voglia di saccheggiarne il vissuto, oppure amore? Sexy e granitici, verbosi e in forma smagliante, John David Washington e Zendaya sono due terroristi emotivi che si braccano come pantere in una gabbia di vetro. Urlano recriminazioni da un capo all'altro della casa. Si rimpinzano di maccheroni al formaggio, ridono, piangono, si stuzzicano. Trasformano il tavolo della cucina o il talamo in un ring: a bordo si disputano sfuriate e tregue, amori e guerre, crudeltà e dolcezza. Mentre Washington fa l'istrione, grazie a un personaggio irrequieto ma ben più conformista del previsto, Zendaya ammalia recitando per sottrazione: l'ex ragazzina prodigio, ormai donna dalla bellezza statuaria, è una pantera nera che ha conosciuto la vita selvaggia e tutto il suo pericoloso degrado. Malcolm e Marie cercano ora confronti urlati, ora coccole spinte, ora segreti mai svelati, in una gara di bravura senza pari: soltanto alla fine decreteremo chi avrà l'ultima parola. Esperimento pretenzioso ma vincente – più a fuoco di Mank nel raccontare i meccanismi produttivi hollywoodiani –, il lungometraggio di Levinson divide critica e pubblico. Citando il suo protagonista, è l'esempio di un cinema estetizzante disinteressato a veicolare un messaggio morale, ma pieno di cuore ed energia. Il risultato è un manuale di critica cinematografica fuso ad arte con i referti di un'autopsia di coppia. (8)

Non fatevi ingannare dal dolce visino da cucciolo smarrito di una Carey Mulligan qui in stato di grazia, tutta vestiti confetto e rossetti vermigli: è una forza della natura. Non fatevi ingannare dalle etichette né dai sottogeneri: questo non è il solito rape and revenge. Un po' Lolita, un po' Lisbeth Salander, la giovane protagonista è una cacciatrice di predatori sessuali. Nemica giurata degli uomini che non rispettano le donne, è un'adescatrice amante dei travestimenti e dei colpi di teatro. Eccola in un bar, con le lunghe gambe messe in evidenza dalla gonna corta. Eccola a una festa di addio al celibato, agghindata come un'infermiera sexy. È strategicamente in attesa che qualcuno la abbordi. Ma le sue dita affusolate, dalle unghie sempre smaltate, sono tagliole pronte a serrarsi sui predatori notturni. Il suo diario contiene una lista chilometrica di nomi maschili, affiancata da croci rosse. Fredda e spietata, sta perdendo il contatto con la realtà: dentro le monta infatti un odio crescente, esagerato, incontrollabile. Come il titolo suggerisce, un tempo è stata una ragazza promettente. Poi cos'è successo? Perché il ritorno a casa dei genitori, la vita in pausa e le rinunce; perché i pensieri di vendetta, tossici tanto quanto le ingiustizie? Un nuovo amore – quello per un adorabile pediatra, ex compagno d'università – sarà forse più forte della vecchia sete di vendetta? Folgorante, l'esordio alla regia della rivoluzionaria Emerald Fennell – finora conosciuta come attrice, è stata Camilla nell'ultima stagione di The Crown – è una commedia nera fieramente pop – l'irresistibile colonna sonora oscilla da Britney Spears a Paris Hilton –, che prima intriga da morire, poi diverte e fa sospirare, infine sconvolge per via delle tinte più fataliste. Frullatore di toni, temi ed emozioni, Promising Young Woman è un grido femminista che ricorda le argomentazioni della migliore Diablo Cody e vanta le carte giuste per sollevare l'Oscar alla Miglior Sceneggiatura Originale. (8)

Una giovane coppia sceglie che il loro bambino nascerà in casa. In seguito a tragiche complicazioni, purtroppo, il neonato ha vita breve. La colpa di chi è? Di una madre alternativa e dunque irresponsabile? Dell'ostetrica? Credevo che avrei visto un piccolo film con una grandissima attrice protagonista. Invece, oltre a quel parto lungo un piano sequenza di cui tutti a giusta ragione parlano, c'è anche tanto altro. Una parabola sull'elaborazione del lutto e sul perdono, piena di pudore e decoro, con simbolismi innumerevoli – le mele, il ponte in costruzione, i negativi fotografici – che una volta sbrogliati mi hanno ridotto impunemente in una valle di lacrime. Viscerale nella prima parte, apparentemente distaccata nella seconda, la premiata Vanessa Kirby è la padrona perfetta della propria storia e del proprio dolore. Bellissima e composta, nell'incipit suda, geme, urla, piange, si contorce. Ma la sua sofferenza fisica, presto, lascia spazio a quella interiore. Destinata a tramutarsi in regina di ghiaccio, prende a guardare il mondo, le relazioni umane e gli altri bambini con una specie di indifferenza. Benché centro nevralgico del film, è sempre altrove: un fantasma inquieto che sembra trovare sfogo soltanto nella controversia, nel rifiuto, nello scontro con gli altri membri della famiglia. Egoista, orgogliosa, trincerata in una devastazione solo e soltanto sua, entra in rotta di collisione con la madre conservatrice – Ellen Burstyn, memorabile – e con il compagno – Shia LaBeouf, controparte tenera e animalesca destinata a scelte per me tutt'altro che contestabili. Nemmeno i primissimi piani possono catturare l'essenza del personaggio di Vanessa Kirby. Perfino nella scena più toccante, quella del processo, sorprende con un aplomb estraneo agli strepiti: è ai comprimari, infatti, che spetta la parte più emozionale del film. Un puzzle in cerca di una risoluzione, che fa però storcere il naso per il didascalismo un po' melenso della scena finale. Il resto è una bomba emotiva destinata a implodere in silenzio, ma anche a seminare schegge – e semi, sì – dappertutto. (7,5)

lunedì 22 maggio 2017

Recensione [Bancarella 2017]: Gocce di veleno, di Valeria Benatti

Titolo: Gocce di veleno
Autrice: Valeria Benatti
Editore: Giunti
Numero di pagine: 192
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Questa è la storia di Claudia, della sua ossessione per Barbablu, del suo tentativo di guarire da un amore malato e pericoloso. La gelosia di lui è eccessiva, le sue minacce reali: "Se mi tradisci, ti ammazzo". Ma Claudia glielo ha sentito dire così tante volte che non ci fa più caso. Non ha paura, pensa che lui si prenda gioco di lei, non crede che possa ucciderla davvero, anche se a Barbablu ogni tanto piace farle scorrere la lama di un coltello sulla pancia, percorrendola tutta, dal pube ai seni. Fino a quando un giorno, all'improvviso, vede negli occhi di lui lampi di odio puro e finalmente si spaventa. A quel punto la storia cambia, diventa un'altra storia, antica, rimossa, che risale indietro nel tempo, fino alle origini del suo male d'amore. Claudia inizia un viaggio doloroso verso la guarigione. Lungo il percorso, i volti caldi di amiche e psicologhe, ma anche lo sguardo freddo di chi rifiuta la verità. Un viaggio che ogni donna dovrebbe affrontare per capire se stessa e superare la propria, piccola o grande, ferita amorosa.
                                 La recensione
"L'amore mi fa male. Mi ha sempre fatto male.
Claudia, libera e prosperosa, è una che piace. Lavora come editor, ma ha il sogno di diventare scrittrice e un debole per i lounge bar milanesi. Lì conosce Manfredi, ribattezzato Barbablù: un imprenditore napoletano con il doppio dei suoi anni, che la conquista flirtando ad arte. Se la notte è giovane, dalle chiacchiere al bar alla camera da letto il passo è breve. I due si danno a un sesso veloce, aggressivo, che non è mai fare l'amore. Sin dal primo gemito, Barbablù segna il territorio come un cane con il suo marciapiede preferito. Gocce di veleno parla della fuga da una relazione tossica. Di terapie che promettono una lenta guarigione, forse una totale rinascita. Immaginavo, da premesse, una vicenda da cronaca nera. La riflessione sul femminicidio nel solco del fortunato Splendi più che puoi: così delicato, così discreto, da non lasciare segni addosso. Valeria Benatti fa altro. A Barbablù, a una relazione pericolosa e senza futuro, dedica il primo di quattro capitoli. Il resto, invece, è costituito dalle tappe di un tormentato viaggio interiore. Claudia chiede aiuto, ma c'è qualcosa che non migliora. Il rapporto con se stessa, ad esempio, e con il proprio corpo. La protagonista si ingozza, non mette trucco, erige una barriera di ciccia e occhiaie. Perché l'abbandonarsi ai partner peggiori? Perché, quando un amore sbagliato finisce, continuare a mortificarsi così? La Benatti fa del suo secondo romanzo una avvincente seduta di ipnosi. Gli incubi danno indizi importanti e le mamme laconiche, le sorelle maggiori non troppo perfette, tacciono per pudore i misteri di casa. I panni sporchi si lavano in famiglia, recita il detto. E se ci si scorda di loro, dell'urgenza di metterli in lavatrice, e il pensiero della sporcizia, del cattivo odore, ci coglie quando nessuno ci pensava ormai più? L'autrice depista con una struttura che ti porta altrove. Ricorda un certo film di Cristina Comencini, citato apertamente in un passo, e nell'epilogo pecca di un didascalismo che non ho molto apprezzato. Dopo tanto dolore, cicatrici vecchie e nuove, Valeria regala alla sua Claudia – una donna con il mito dell'opera lirica, della Traviata – un epilogo chiuso, che dice più del necessario e con toni da manuale di auto aiuto. Psicologicamente inattaccabile, scritto senza peli sulla lingua, Gocce di veleno scopre un po' di retorica giusto in chiusura. Ma assieme a quella c'è la speranza, doverosa in questi casi, e la si perdona a occhi chiusi. Dicono che avvelenarsi poco a poco non sia mortale. Qualche goccia di veleno per volta, tutti i giorni, e il corpo si abitua. Perché il corpo si abitua a tutto. Diventa immune. Questo romanzo è il rifiuto dell'ennesimo boccone amaro. Il rigetto, proprio mentre si pensava di essere assuefatti a tutto il male subito. Per non affogare in un bicchiere d'acqua sporca che sembrava vino bianco; un brindisi per due.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Paola Turci – Fatti bella per te