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venerdì 3 novembre 2017

I ♥ Telefilm | Stranger Things - Stagione 2

Per molti serie senza rivali dello scorso anno – nel mio personale listone, aveva saputo scalzarla all'ultimo momento soltanto l'impenetrabile The OAStranger Things era una magia di cui tutti attendevano il ritorno e le scintille. Avrebbe fatto nuovamente il suo incantesimo, non tradendo grandi amici e piccoli brividi? Avrebbe convinto ancora, così come assicuravano le impressioni della stampa? Sui social mi è scappata in anticipo qualche parola amareggiata di troppo. Perché, diciamolo subito, per me la seconda stagione non ha né mantenuto né raddoppiato l'effetto nostalgia. Finendo per deludere, in una maratona di pochi giorni con i colori di Halloween per le strade del centro e, in poltrona, un'emozione in ritardo imperdonabile. A Hawkins, Indiana, il male è come a Derry: di casa. I campi seccano misteriosamente, i raccolti di zucche muiono. C'è qualcosa di marcio nel sottosuolo: una porta da cui si riversano i mostri e il caos che Eleven ha rallentato, non fermato. Tornata dopo l'uscita di scena dello scorso finale di stagione, la punta di diamante del cast vive isolata in una cascina irraggiungibile nei boschi: si fa crescere i capelli, sperimenta il punk e l'eyeliner e, ora con il pensiero e ora sulle proprie gambe, va in cerca di sé e delle proprie radici familiari. Will è tornato, ma contagiato dal male: ha una nuova sensibilità, un diverso sentire, complici vaneggiamenti inquietanti che forse non sono che finestre sul futuro. Gli sta accanto un Mike incapace di arrendersi alla perdita dell'amica, mentre Lucas e Dustin sono alle prese con un triangolo sentimentale (che guaio, i boccoli rossi di Max, l'ultima arrivata in città) e un animaletto domestico di dubbia provenienza. I bambini, tra sale giochi e feste a tema, si mettono nei pasticci. Gli adolescenti chiedono vendetta per Barb e chiarezza sui loro sentimenti. Gli adulti, impavidi o sprovveduti, scendono nei covi più reconditi a loro rischio e pericolo. Quest'anno Stranger Things non sorprende, neppure in episodi conclusivi in cui sembra ritrovare parte di quello che si è perso. Indecisa tra la tentazione di ricalcare furbamente aspetti della sua istantanea iconicità (una mappa tappezza il soggiorno in sostituzione alle famosissime luci natalizie, Should I Stay or Should I Go è di nuovo in cuffia) e il bisogno di rinnovarsi (citazioni che questa volta spaziano dai più sanguinosi L'esorcista e Evil Dead, la dimensione individualistica sfortunatamente preferita ai pregi della collettività), la serie Netflix porta avanti diverse storyline e dimentica la bellezza dei momenti d'insieme, tanto toccanti anche nell'ultimo It. I protagonisti appaiono riuniti soltanto nel frettoloso e blando scontro finale. Nessuna prova attoriale impressiona, lì dove invece, in passato, ci sono stati premi o menzioni: una Winona Rider sopra le righe trova la compagnia di Sean Astin, ma perde la meraviglia di un ritorno in grande spolvero; Millie Bobby Brown vince il mutismo, si fa più graziosa a vista d'occhio, ma i suoi occhi espressivi suggerivano più di mille strepiti. I Duffer Brothers rinunciano alla realizzazione di qualche episodio; lavorano per accumulo. Aprono porte e parentesi soprannaturali, mettendo tanta carne al fuoco: dimenticata lì, poi, per le stagioni che saranno. La puzza di fumo insospettisce però. Stranger Things è tornato, ma poco coeso. Più solitario, più pasticciato. A malincuore, perché così sottotono questo Sottosopra? (6,5)

mercoledì 10 luglio 2019

I ♥ Telefilm: Stranger Things S03 | Black Mirror S05

Ero partito annoiato in partenza. Negativamente prevenuto, e per via di un passaparola che, fra fumetti, romanzi e pubblicità, aveva reso poco sentito il ritorno a Hawkins. Sono uno spettatore che si annoia presto: la seconda stagione, troppo seriosa per i miei gusti, aveva già smorzato gli entusiasmi iniziali. Sono un pioniere solitario che alle mete frequentatissime – per esempio Game of Thrones, mai seguita – non s'interessa. Per fortuna cambiare idea si può. Così come, partiti sulla difensiva, ritrovarsi a guardare con gli occhi a cuoricino una sorprendente terza stagione: forse la migliore. Il merito non spetta, no, all'inventiva degli sceneggiatori. Stranger Things è sempre lo stesso, ma quest'anno c'è magia nel contenitore con all'interno il meglio degli anni Ottanta. Non soltanto creature alla Tremors o invasati che ricordano gli zombie di Romero, ma anche l'umorismo delle commedie adolescenziali: ironiche e smaliziate, con tanto di conflitto maschi contro femmine o di giochi da tavolo traditi, infine, per i primi baci. I protagonisti sono diventati grandi. A un passo dall'adolescenza sperimentano pomiciate e gelosie; imboccano strade differenti ma la paura li raduna comunque nello stesso luogo. Più horror che in passato ma anche più spassoso, Stranger Things si veste di leggerezza per l'estate. Mentre il quattro luglio si avvicina, e distrae gli adulti con le giostre in piazza o i cieli di mille colori, nessuno sembra accorgersi del pericolo in agguato: i russi trafficano con il paranormale e come laboratorio segreto hanno il nuovo centro commerciale. La Ryder e Harbour, abbastanza sopra le righe da risultare irritanti, torchiano un sovietico già idolatrato in rete; l'esilarante Steve, lasciata la noiosa Nancy a indagare, serve gelati accanto a una nuova arrivata – la splendida figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke – e s'intrufola in cunicoli proibiti guidato da Dustin e dalla sorellina di Lucas, altra inaspettata spalla comica; Eleven, confusa dai sentimenti verso Mike e ancora al centro del ciclone, questa volta preferisce affidarsi ai pregi della coralità nella lotta al male. Il Mind Flayer, infatti, non è andato via. Splatter e irriverente, un tempo poteva contare soprattutto sull'effetto nostalgia e sui poteri straordinari della sua eroina: al centro di un assedio adrenalinico, queste otto puntate aggiuntive spaziano invece dal survival allo spionaggio, regalandoci un'avventura basata su comprimari vincenti e toni sempre indovinati. La sensazione che ci assale, ai titoli di coda, è una malinconia simile a quella del mese di settembre. Come rinunciare all'incanto di vacanze in cui ogni stranezza è possibile, se ci aspettano la scuola e le responsabilità degli adulti? Spaventano i viaggi e il dolore; spaventano i cambiamenti. Ma a tirarci su, sotto forma di duetto, c'è una canzone iconica finora associata alla Storia infinita: canta di mondi di fantasia e favole senza fine. Sarebbe stato bellissimo, tuttavia, se Stranger Things avesse voluto contraddirla per fermarsi qui: a un finale con i fuochi d'artificio, che piace immaginare risolutivo perché perfetto. (8)

Lui, lei, l'altro: un triangolo a tinte gay, consumato fra realtà virtuale e vita vissuta. C'è lo spunto, ma manca lo sviluppo. Un tassista sull'orlo di una crisi di nervi prende in ostaggio lo stagista di una società di comunicazioni: c'è un attore incredibile, ma manca una riflessione che risulti meno didascalica di così. Un'adolescente emarginata trova un'amica nella bambola progetta a immagine e somiglianza di una cantante sulla cresta dell'onda, ma la quotidianità di una star generazionale non è tutta applausi o luccicori: a bordo c'è un'ospite chiacchieratissima, Miley Cyrus, ma manca il senso. La superficie dello specchio nero di Charlie Brooker era già incrinata da un po'. Quest'anno apre le ennesime, preoccupanti crepe, ma spiace meno dello scorso anno grazie a pochi episodi – tre in totale – che almeno invogliano al binge. Attento non tanto alla fantascienza quanto all'umano, Black Mirror riflette sui social media e sull'importanza della comunicazione faccia a faccia: cosa mai accaduta prima, si apre perfino alla speranza. Su carta, quelli descritti potrebbero sembrare i segreti di una stagione che reagisce alla stanchezza rinnovandosi. Ma, un po' delusi, ci si accorge che sono semplicemente le avvisaglie di una serie che in assenza di fantasia sta perdendo la ferocia delle idee iniziali. Realizzando episodi con la lunghezza dei mediometraggi, di buona qualità ma niente affatto memorabili, che chiudono la satira fra parentesi tonde e passano dal dramma omosessuale al thriller alla Locke, fino a concedersi una tappa inclassificabile nella commedia adolescenziale. Caro Brooker, ora fermati. Prenditi il tempo che serve, per scrivere e metabolizzare le critiche ricevute. Frena le pressioni dell'emittente e, se necessario, non proseguire. Cerca il brillantante per il tuo specchio opaco, o cambiagli titolo; trovagli un nuovo impiego. Non basta l'indiscutibile bravura di Andrew Scott, preferibile al Vetril, per tirarlo a lucido come pretenderemmo. (6,5)

venerdì 30 dicembre 2016

[2016] Top 10: Le serie TV



10. Rocco Schiavone: Per il vicequestore romano, i gialli da risolvere sono una rottura di coglioni del decimo grado. Ma, su una scala da uno a dieci, dov'è che si colloca il piacere della sua compagnia?
9. La mafia uccide solo d'estate: La fiaba che, in pillole, fa bene parlando del male.
8. Shameless VII: Anno bisesto, anno funesto; intanto, ci ha regalato ben due appuntamenti coi Gallagher. E alle loro rumorose catastrofi corrispondono puntualmente le nostre gioie.
7. Westworld: Ronza una mosca; i protagonisti la scacciano via con un gesto della mano. Un fastidio che anticipa il risveglio dei sensi. L'insetto continuerà a ronzare, insieme al pensiero di essere – e non a torto - in presenza di una fra le serie dell'anno.
6. Daredevil II: Occhio per occhio, e il mondo divenne cieco. 
5. The Young Pope: Non ha convertito appieno uno scettico come me, ma è comunque gaudio e tripudio per il controverso Pio XIII: bello come Jude Law e, pare, più di Gesù.
4. Black Mirror III: Lo specchio, agli inizi, è più nero che mai. Nella terza stagione lo lucidano regie patinate, volti noti, toni che accettano il compromesso. Ma il riflesso, in un caso come nell'altro, spaventa.
3. This is us: Semplice è bello. Bellissimo.
2. Stranger Things: I favolosi anni '80. Non c'ero, ma è come se ci fossi stato. 
1. The OA: Visione frustrante e degna di meraviglia. Imperfetta, e perciò rara. Ti prende e ti porta dove e quando vuole lei. A confine.

Migliore attrice protagonista:
Penny Dreadful III – Eva Green
American Crime Story – Sarah Paulson
The OA – Brit Marling
Migliore attore protagonista:
The Young Pope - Jude Law
Rocco Schiavone - Marco Giallini
Mozart in the Jungle III - Gael Garcia Bernal
Migliore attrice non protagonista:
Westworld - Thandie Newton
Penny Dreadful III – Billie Piper
This is us – Mandy Moore
Migliore attore non protagonista:
This is us – Ron Chepas Jones
The Young Pope – Silvio Orlando
Westworld - Anthony Hopkins, Ed Harris


Muchacha sexy:
The Exorcist – Hannah Kasulka
Mozart in the Jungle III – Monica Bellucci
The Get Down – Herizen Guardiola
Bello e impossibile:
Preacher – Dominic Cooper
Rocco Schiavone – Marco Giallini
This is us – Milo Ventimiglia, Justin Hartley
Nice to meet you:
Stranger Things - Mille Bobby Brown
Fleabag – Phoebe Waller Bridge
American Crime Story, This is us – Sterling K. Brown
La coppia più bella del mondo:
Black Mirror - Mbatha-Raw, Davis
Shameless – Monaghan, Fischer
Rocco Schiavone – Giallini, Ragonese


Sing!:
The Get Down – Set me free
Jane The Virgin III – Locked Out of Heaven
No Tomorrow – Don't Stop Believing
Psycho Killer!:
AHS: Roanoke – Kathy Bates
Westworld – Ed Harris
The OA – Jason Isaacs
Let's talk about sex:
Sense8: Speciale Natale – L'ammucchiata telepatica
Westworld – Thandie Newton, Rodrigo Santoro
The Oa – Paz Vega, Emory Cohen
Cry me a river:
This is us – The Trip
Penny Dreadful – A blade of grass
22.11.63 – The day in question
The A-Team:
This is us
Shameless
Stranger Things

venerdì 16 gennaio 2026

Le più social di dicembre: Stranger Things 5 | Welcome to Derry | Heated Rivalry

Anch'io sono stato schiavo del marketing. Negli anni, ho accumulato magliette, calzini, gadget a tema. Nonostante tutto, Stranger Things non è mai stata la mia serie della vita: nata come omaggio al cinema degli anni Ottanta – e ai classici di King, Tolkien, Rowling –, è stata sin dal pilot nostalgica, prudente, derivativa. Sarà per questo che, a differenza dei fan, ho affrontato le lungaggini e le falle della quinta stagione – la più debole accanto alla seconda – senza livori. Mi sono tenuto lontano sia dagli spoiler sia dai pronostici. In fondo, l'ho sempre seguita indipendentemente dalla trama: a spingermi, l'affetto verso i personaggi. Vado controcorrente, perciò, e dico che per me l'addio alla serie funziona proprio quando i militari non sparano, Vecna non rapisce nuovi innocenti e il Sottosopra non minaccia di invadere Hawkins. Il cuore della serie è nei ritagli, nelle pause, nei momenti d'insieme – troppo pochi in una stagione che, a tratti, mette troppa carne (e troppe storyline) al fuoco. Ricorderò, quindi, ciò che non è piaciuto a molti: una confessione disarmante, a cui non si può rispondere che con gli abbracci; la mezz'ora finale in cui non succede niente, eppure ci si gode tutta la calma, la gioia e la tristezza del congedo. Si chiude una porta. Adesso, si aprirà un portone – con tanto di sequel, spin-off, reboot? Tra qualche anno, quasi sicuramente. E quando accadrà, borbotterò da bravo bontempone. Ma è anche questa, in fondo, la magia di un prodotto che per dieci anni ha creato un ponte tra le generazioni e che, a ridosso dei titoli di coda, ci ha ricordato che certe storie iniziano nel momento esatto in cui smettiamo di raccontarle. (7)

Una legge non scritta condanna Stephen King a trasposizioni mal riuscite. Serviva HBO, pronta a riunire il team creativo dell'ultimo adattamento di It e a mettere a punto una serie che si rivela essere contemporaneamente un prequel, un'espansione, un omaggio. Vietato affezionarsi ai personaggi: l'emittente televisiva ci ha abituato al peggio. Welcome to Derry non risparmia nessuno. Lo realizziamo presto, in un pilot destinato a infrangere uno dei più grandi tabù: i bambini e la morte. Provocatorio e violento, ma anche pieno della magia e del candore del cinema del passato, fa luce sui segreti di una città maledetta e soprattutto sulla figura del pagliaccio infernale. Questa volta, siamo ventisette anni prima del film di Andy Muschietti. A lottare contro l'entità piovuta dallo spazio profondissimo ci sono i ragazzini della generazione precedente. Legati ai personaggi più amati per mezzo di legami imprevedibili, si scoprono parte di un piano in cui l'unico male non è quello annidato nelle fogne. Cosa trama la base militare americana? Chi era il vero Pennywise? Al netto di una pessima CGI e di qualche episodio intermedio non all'altezza, la serie è un amarcord bellissimo perfino nelle ingenuità. Il merito? Di una scrittura che farà la gioia dei veri fan, in cui si intrecciano citazioni a Shining, Le ali della libertà, The Mist. Del grande ritorno di Bill Skarsgård, qui più inquietante e sontuoso che mai: il settimo episodio, in particolare, è una masterclass di regia e recitazione. Soprattutto, di nuovi piccoli eroi pronti a commuoverci, a metà tra lo spirito di sacrificio La compagnia dell'anello e la dolcezza intramontabile dei Goonies. (7,5)

E se la serie più attesa dell'anno fosse, paradossalmente, quella che nessuno aspettava? Sbucata dal nulla all'inizio di dicembre, girata con un budget bassissimo in un mese scarso di e prodotta da un'anonima emittente, si è imposta nella maniera più sorprendente: con il passaparola sui social. Sexy, ma anche tenera e profonda, affronta un tabù nel mondo dello sport professionistico e l'amore proibito tra due nemici giurati. Succede quello che succederebbe se Sinner, in segreto, frequentasse Alcaraz. Si respira qui e lì un'innegabile aria di fanfiction e tutti, dai protagonisti ai comprimari, hanno fisici scultorei e ormoni incontenibili, a cui danno libero sfogo in chiacchierate scene di sesso. A brillare, eppure, ci pensano la delicatezza del creatore di Jacob Tierney (in passato, anche collaboratore di Xavier Dolan) e l'alchimia tra gli astri nascenti Hudson Williams e Connor Storrie (quest'ultimo, texano ma dall'accento russo strepitoso, è un nome su cui scommettere). Quanto è coraggioso darsi alle commedie romantiche in tempi cinici come i nostri? Quanto è folle sfidare il fandom di Stranger Things, proprio nei giorni della conclusione? Eversiva nella sua semplicità, questa versione per adulti di Hearstopper arriverà presto su HBO Max e ci invita a credere, nel frattempo, di nuovo nelle favole. E nell'amore. E nel sesso. Ma, per favore, non domandatemi le regole dell'hockey. (7,5)

mercoledì 27 luglio 2016

I ♥ Telefilm | Stranger Things

Sono in quattro: inseparabili, fedeli, amici fino in fondo. 
Puoi trovarli riuniti attorno a un tavolo in cantina, una sera, che giocano a Dangers & Dragons, oppure vederli scorrazzare in cerca di miti e avventure. Si sono trovati, tempo addietro, in una scuola che li emarginava e, per loro, aveva cattive parole. Il ciccione, il nero, quello troppo sensibile, il secchione. E uno di loro – il più fragile – si perde, una volta in cui in città succedono cose strane all'ombra di un laboratorio top-secret. Non torna a casa, Will, e lascia una mamma che non si arrende, neanche davanti all'evidenza, e un fratello maggiore che cattura la verità, e l'orrore, in foto. I suoi amici, che corrono di qua e di là in un avventuroso e incosciente viavai, si imbattono in una sconosciuta quando, invece, non cercano che lui: Eleven – i capelli a zero, poche parole, un camice anonimo – sembra un ragazzino normale, al massimo un po' tonto. E' una lei, invece, ed è un esperimento in fuga; una mina vagante dai poteri paranormali. La sola custode di un portale da cui il male ha fatto capolino. Uno scherzo della natura. Ma anche la bontà, uno schiaffo al bullismo, il primo amore che non si scorda mai. Il tutto, inscenato in anni Ottanta che son tornati all'ultima moda – ma quando mai hanno smesso di esserlo, poi? Si vivono le fantastiche avventure dei Goonies. Si fa incetta di brividi estivi e delle rischiose imprese del King novelliere. Al cinema danno Poltergeist, ma gli adulti suggeriscono di dedicarsi all'ultimo Spielberg in sala. I walkman suonano Should I Stay or Should I Go, leitmotiv per eccellenza di quest'incantevole incubo a occhi aperti.
Tutti vogliono qualcosa aveva la forma e non la sostanza, così leggero da non tangere.
Red Oaks ti faceva sorridere e, altrettanto in fretta, si faceva scordare.
The Final Girls, parodia di una generazione e di un genere, esaltava gli appassionati, pur centellinando le tette siliconate e lo splatter. I Duffer Brothers – semiesordienti adocchiati già nel claustrofobico Hidden: buono, finale a parte – prendono un po' di quello e un po' di questo, citano un po' lì e un po' qui, eppure quanto può essere prezioso questo loro Frankenstein per il piccolo schermo di suggestioni, tagli, rimandi? Il mostro vive. E, per magia, l'omaggio conquista un'identità tutta sua. La miniserie evento, attesissima in casa Netflix e autentico carosello di stramberie e immaginazione, si inventa dal nuovo, nel suo elaboratissimo lavoro di copia-incolla. E, omaggiando It o la fortunata commedia adolescenziale di John Hughes, lavora con olio di gomito, abiti e pettinature, tendenze e canzoni, a una macchina del tempo in cui si prendono a cuore le vicende di grandi e piccini. I bambini, che giocano con il fuoco; gli adolescenti, che proteggono i fratelli minori come possono, si lanciano sassi alla finestra e confessano a voce alta sentimenti impossibili; gli adulti, infine, pietrificati dallo choc. Non c'è una sottotrama che si preferisca alle altre, davvero, e ci si illumina a vicenda, come succede solo tra migliori amici, o in serie ben calibrate. E quanto fa piacere rivedere in scena Winona Ryder, qui particolarmente intensa, messa in un angolo da una Hollywood che proprio non dimentica i suoi passati episodi di cleptomania? E, ancora, quanto è espressiva, bella e dolce la prodigiosa Millie Bobby Brown, dodicenne che comunica l'essenziale con gli occhi e che ci fa ipotizzare, per lei, la parabola di un futuro di successo? Si parlava di personaggi che vanno subito a genio, poco fa. Si ciarlava di cuore e dintorni. Stranger Things è un mistery dai risvolti fantastici che intrattiene a regola d'arte, strega e commuove. In quegli anni non c'ero, me ne scuso, ma, così, è come se ci fossi stato. Dispiace, infatti, l'essere nati tardi e l'averlo visto con ingordigia. Soprattutto, dà il tormento l'idea di essere cresciuti troppo in fretta e, nel mentre, di non averci neppure badato. (8,5)

sabato 30 luglio 2022

Addii e arrivederci: This is Us s06 | Stranger Things s04

Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Da adolescente ho letto questa da frase da qualche parte e ho finito per farla mia. Non sapevo niente di Anna Karenina, ma sapevo dove appartenevo. E in preda alla supponenza della gioventù, fiero perfino dei miei dolori, mi mostravo sprezzante verso l'armonia degli altri. Noi eravamo infelici, ma unici. Quando sei anni fa la mia famiglia è finita – almeno per come l'avevo conosciuta fino ad allora –, il distacco ha fatto male comunque e tuttora, sotto i vestiti, nascondo i bordi frastagliati di quel primo strappo. È stato allora che ho conosciuto i Pearson. Con loro, per sei anni e 106 episodi, è stato Natale tutti i giorni. E oggi, un po' più solo di quanto non fossi ieri, voglio ringraziarli per i sorrisi tra le lacrime e la compagnia. Tra alti e bassi, hanno compiuto un miracolo della serialità americana: fidelizzarci tutti mettendo in scena l'ordinario. Chiamala ordinaria, poi, una famiglia che resiste alla morte improvvisa del patriarca (Ventimiglia, l'uomo perfetto); una mamma che, divorata dall'Alzheimer, conserva gentilezza e dignità (Mandy Moore, da Emmy); una squadra di fratelli, nuore e genere, figli biologici e adottivi, radunata per un addio che si trasforma in una festa. I “Big Three” sono cresciuti e, stretti sotto un portico, nella baita che hanno costruito, si aggrappano gli uni agli altri temendo di andare alla deriva: Randall presta i suoi discorsi solenni alla vita politica; Kevin, padre di due gemelli, scende a compromessi; Kate, sempre mal sopportata, stupisce mostrandosi controcorrente tanto nelle scelte sentimentali quanto nei testa a testa coi fratelli. Le perle di saggezza, però, spettano ai personaggi secondari: da Beth, la mia preferita, che definisce un dono e un fardello l'incontro con una famiglia tanto ingombrante, fino a giungere a William: in uno struggente dialogo tra la vita e la morte, guida Rebecca lungo il treno dei ricordi e rassicura lo spettatore inconsolabile. Se la fine di una cosa ci rattrista, insegna, è perché era particolarmente bella mentre accadeva. Tutto era già scritto nella fine dei Pearson: ce lo avevano anticipato i flashforward. Ma quando l'inevitabile succede le lacrime scorrono in ogni caso. Tolstoj aveva ragione? Tutte le famiglie felici si somigliano? Felicissimi a modo loro, i Pearson hanno addolcito nei giorni peggiori la malinconia per come eravamo e aiutato a scendere a patti con le contraddizioni che, per autoindulgenza, mi gonfiavano il petto: mi sognavo felicissimo anch'io. (8)

Per alcuni è la migliore delle quattro stagioni. Per me è troppo frammentaria e sconnessa per rivaleggiare con la commovente coralità della prima, troppo seriosa per concorrere con lo spassoso bagno di sangue che fu la terza. I protagonisti, al centro di storyline separate, non si incrociano quasi mai. Qualche trama (vedasi quella di Joyce in Russia sulle tracce di Hopper) appare improbabile perfino per una serie horror-fantasy. Le soddisfazioni arrivano dal trio composto da Steve, Nancy e Robin, riuniti nuovamente dall'irresistibile Dustin; dall'approfondimento psicologico dedicato alla fragile Max, al centro di una scena subito cult sulle note di Kate Bush; da Eleven, mai troppo apprezzata, protagonista di flashback sorprendenti in un covo sotterraneo degno degli X-Men. Servivano episodi di un'ora e trenta? Serviva introdurre personaggi su personaggi – fatta eccezione per l'iconico Eddie, ingiustamente accusato di omicidio –, con il rischio di perdere di vista i vecchi? Nonostante si applauda la new entry Jamie Campbell Bower, serafico e misteriosissimo nella sua divisa bianca, si ha a lungo l'impressione che la storia avanzi di poco. Piacevolissima e derivativa, forse più che mai, stavolta vanta i toni più sanguinosi del cinema di James Wan (non scomoderei la saga di Nightmare, a dispetto del cameo di Robert Englund). Questo discorso, almeno, valeva per i sette episodi, rilasciati dalla piattaforma streaming a fine maggio. Gli ultimi due, disponibili dal primo luglio e prolissi quanto blockbuster, sono invece talmente elettrizzanti, ambiziosi e caotici da spazzare via ogni scetticismo: le linee narrative finalmente si intrecciano e i personaggi, anche se ancora distanti, organizzano uno strepitoso attacco combinato contro un nemico che si nutre d'inquietudini adolescenziali. Ci si commuove? Sì, anche se non per la fantomatica conta dei morti. Ma si scoppia più spesso a ridere, entusiasti, per i montaggio forsennato; per uno sfortunato outsider che improvvisa un concerto metal assediato dai pipistrelli; per quel camioncino della pizza che, tra le dune del deserto, a sorpresa conduce Stranger Things alle origini della sua magia. (7,5)

giovedì 31 ottobre 2019

Mr. Ciak: Scary Stories to Tell in the Dark, Crawl, Eli, Wounds e altri horror per il tuo Halloween

Corrono gli anni dei film di Romero e del Vietnam. È la notte del trentuno e tre amici inseparabili, in compagnia dell’ultimo arrivato, l’hanno fatta grossa. In fuga dai bulli, si rifugiano dove nessuno andrebbe a fare dolcetto o scherzetto: una casa infestata. C’entrano una bambina prigioniera nello scantinato e il classico libro scritto con sangue umano, che pagina dopo pagina svela nuove vittime fra i giovani protagonisti. Si animano gli spaventapasseri nei campi di grano. I ragni sbucano sottopelle. Corpi disarticolati attentano dietro le sbarre e, nei lunghi corridoi degli ospedali, aspettano i mostri. Perfetto per Halloween, Scary Stories to Tell in the Dark attirerà in sala il pubblico più rumoroso – gli adolescenti – e gli spettatori affezionati al culto di Stranger Things. Pensato per intrattenere i Millennial, il ritorno al cinema del regista diThe Autopsy of Jane Doe segue la moda delle antologie a tema e della retromania dilagante. Il risultato, leggerissimo e con un sottotesto politico dal retrogusto agrodolce, somiglia a un’indagine vecchio stile della Misteri e affini. Prodotte da Guillermo Del Toro, le più popolari storie da falò prendono vita per raccontarcene infine una non così inedita. Di quelle da sussurrare al buio, ma da vedere senza il bisogno della luce accesa. Non spaventeranno, infatti, neppure i giovanissimi. (6)

Cose da non fare in caso d’uragano: passare a casa di tuo padre per chiedergli se è tutto bene su consiglio della sorella maggiore. E scoprire che è ferito in cantina, in balia di onde anomale e di rettili primordiali – con tanto di dolce cagnolina da salvare. Per quanto non sia un amante di questi horror acquatici nello stile di Paradise Beach, Crawl sa come diventare un’appassionantissima declinazione del genere home invasion. Può vantare un’invidiabile gestione dell’alta tensione, senza esagerare con arti mutilati, effetti splatter e sobbalzi; effetti visivi di gran livello; una prova convincente da parte della protagonista, la sfortunata Kaya Scodelario. Il merito maggiore, però, spetta alla regia di Alexandre Aja: nonostante qualche passo falso commesso in passato, finalmente sotto l’egida del produttore Sam Raimi, il francese torna a ricordarci di saperci fare in fatto di morti ammazzati e nefandezze a fantasia. C’è poco altro sotto la superficie, a parte il classico rapporto conflittuale padre-figlia, ma Crawl – umido e claustrofobico, senza tregua – fa il suo dovere. Prima di comprare una casa accanto alla palude, da oggi ci penseremo su due volte. E consulteremo più attentamente il bollettino meteorologico. (7)

Una coppia di genitori disperati si affida a un farmaco sperimentale per salvare il loro bambino, allergico al mondo esterno. L’ultima spiaggia, una clinica privata perduta nelle nebbie, somiglia proprio a una casa stregata. E ben presto il paziente inizia a mostrare segni di debolezza fisica e psicologica, stranezze. Sono le controindicazioni della terapia, o c’è dell’altro? Protagonista della versione horror di Noi siamo tutto, Eli sarà messo in allerta da una coetanea: dall’istituto, infatti, sono passati bambini simili a lui – senza mai uscirne. Atipica ghost story coprodotta dalla Paramount, può contare su un’ottima atmosfera, buone interpretazioni femminili – Kelly Reilly e Lili Taylor, sempre piacevoli da ritrovare –, piccoli grandi indizi all’insegna di un finale che fa fuoco e fiamme. L’effetto sorpresa è assicurato in molti casi, ma personalmente avevo indovinato il colpo di scena in anticipo. La visione, per fortuna, non ne perde affatto in gradevolezza, risultando un intrattenimento molto più godibile della media. Una variazione sul tema forse abusata ma affrontata da una prospettiva opposta, in cui i bambini in pericolo hanno nomi in assonanza con la parola “lie” e per sopravvivere al mondo servono bugie e anticorpi. (6,5)

Non ci si poteva aspettare altro da Babak Anvari, regista iraniano già amato-odiato ai tempi di Under The Shadow. Tornato al Sundance con il suo primo film statunitense, lascia l’Oriente per New Orleans ma non rinuncia alla suggestione. Horror di difficile comprensione, Wounds racconta delle ferite metaforiche di Armie Hammer: perdigiorno alcolista e traditore, diviso tra Dakota Johnson e Zezie Beetz. In ordine sparso lo affliggono: un’invasione di scarafaggi, escoriazioni di natura misteriosa, messaggi di morte recapitati da sconosciuti. Che lo si voglia leggere come un ordinario racconto di possessione soprannaturale o allegoria di qualcos’altro – un disagio che serpeggia nel profondo della coppia, la dipendenza da alcol –, Wounds si rivela un interessantissimo prodotto festivaliero. Spiazzante e audace, a metà fra Kafka e Bukowski, garantisce un delirio acustico e visivo capace di dividere il pubblico. Il protagonista, immerso totalmente nelle sue ricerche pur di dare un senso a un’esistenza vuota, troverà l’illuminazione o la disfatta? Restano più domande che risposte. Tante interpretazioni: tutte valide e tutte sbagliate. Troppo impenetrabile, l’ho seguito spinto da una fascinazione morbosa. L’ho compreso a sprazzi e con il senno di poi. Ma mi è piaciuto, sì, o almeno credo. (7)

Costretta a ritirarsi per la decenza della madre, una violoncellista di talento si rimbocca le maniche pur di riprendersi il posto che le spetta. In un territorio ostile, la protagonista scopre di avere una rivale: entra in competizione con lei, ma ne è attratta. Possibile frenare le scene bollenti se si parla delle bellissime Allison Williams e Logan Browning? Sexy e ributtante, sconsigliato agli ipocondriaci, The Perfection parte con un sofisticato prologo a Shangai e ci conduce poi verso l’ultima frontiera della competizione. Impossibile comprendere in anticipo dove andrà a parare. Altrettanto frenare le domande e il raccapriccio davanti agli efferati cambi di scenario, rotta e protagonista – chi è la buona e chi la cattiva, e dalla scuola di cui sono entrambe le stelle sarebbe meglio far di tutto per entrare oppure uscire? Mix febbricitante ma irresistibile, The Perfection fa il suo sporco lavoro con colpi di scena a raffica, un montaggio pazzo, sequenze di disfacimento fisico e morale. Il thriller di Shepard prende le mosse sulla scia del Cigno nero, per poi trasformarsi in un bagno di emoglobina a tinte trash, su cui pattinano personaggi chiamati alle vendette trasversali e ai duetti folli. Voi saprete contenere succhi gastrici, divertimento e orrore? (7,5)

Dopo Shining soltanto Stephen King, qui in collaborazione con il figlio Joe Hill, poteva immaginare un labirinto tanto singolare. Dopo The Cube soltanto il sottovalutato Natali, abilissimo ma a corto di progetti, poteva renderlo così claustrofobico. Partito sotto i migliori auspici, infatti, Nell’erba alta contava su uno spunto originalissimo e un regista a proprio agio con ambienti asfittici e relazioni torbide. Cosa ci fanno la famiglia dell’inquietante agente immobiliare Patrick Wilson e una ragazza incinta di sei mesi, in viaggio con il fratello, in un singolare dedalo verde dove il tempo e lo spazio hanno leggi imperscrutabili? Se al centro del labirinto c’è anche un misterioso monolite, le battute sull’erba – quanta ne hanno fumata per inventare questo guazzabuglio indigeribile? – potrebbero sprecarsi durante la visione. Trip senza fine, sontuoso dal punto di vista visivo, il racconto del Re diventa un horror psicologico dal pollice verde e dagli spunti oscuri. Servivano francamente qualche chiarimento in più e qualche sacrificio stucchevole in meno. Impossibile uscirne sani e salvi. E venirne a capo? Nel dubbio, cambiate strada all’ultimo minuto e, sul tema riti pagani e natura, guardate Apostle. (5)

Il medico Gleeson, la matriarca Rampling, i figli Ruth Wilson e Will Poulter. Dirige Lenny Abrahmson. Alla base: un gotico firmato da Sarah Waters, di recente portata anche a Cannes da  Park Chan-wook. Possibile, date le premesse, che L’ospite sia stato destinato in Italia direttamente allo streaming? Il perché, dato un film senza grandi demeriti, resta un mistero. Tragedia familiare dalle atmosfere angoscianti, racconta della fascinazione del protagonista verso una casa in rovina: anziché fuggire, ne è attratto – galeotti l’amore verso la primogenita da trarre in salvo e i ricordi di un’infanzia trascorsa, al contrario, in completa povertà. Immerso in scenari che ricordano il soggiorno a Hill House, il film britannico fa proprie psicosi, malanni ereditari, stanze anguste. Il paranormale ci metterà lo zampino soltanto nell’ultima mezz’ora, con porte sbattute all’improvviso, scampanellate notturne, scritte sui muri. Austero sotto ogni punto di vista, dal cast superbo alle scenografia, ha ritmi lentissimi e una regia ora incantevole, ora asfissiante. Non meritava l’oblio, però, nonostante una chiusa frettolosa. Somiglia proprio, infatti, a una di quelle magioni in rovina che conservano a sorpresa il loro fascino polveroso. (7)

Cresciuto dalla mamma single, James è un piccolo lord, pettinato con la riga di lato e sempre ben vestito. Senza amici, ha paura de ragni e di ricominciare altrove dopo un trasferimento improvviso. E non deve assolutamente giocare nei pressi della voragine che si apre al centro del bosco dietro casa. Disobbedisce, ovvio, e niente sarà più lo stesso. Ma le stranezze, crescenti giorno dopo giorno, le percepisce soltanto una mamma sull’orlo di una crisi nervosa o sono forse reali? Forte dei paragoni ingannevoli con The Babadook e della notevole somiglianza tra il bambino e Haley Joel Osment, The Hole è un horror a basso budget che raggiunge il massimo risultato con il minimo sforzo. Discreta macchina di tensione, con un’ottima interprete nel ruolo di protagonista, a ben vedere ha però un’introspezione psicologica appena accennata – il difetto maggiore è che manca di qualsiasi doppiezza o ambiguità – e una trama, con tanto di finale mordi e fuggi nelle grotte di The Descents, che rimesta alla cieca nel mito dei changeling e nei classici horror di ragazzini maligni e madri al limite. Non gli si vuol male, ma avremmo tutti fatti a meno della distribuzione in sala o dei confronti con una regista, Jennifer Kent, contro i cliché. (5,5)

Un’altra mamma single, un altro bambino con amici che stanno sulle dita di una mano. L’evasione non avviene grazie alle scorribande nei boschi, bensì con un giocattolo che già conosciamo tutti: l’iconico Chucky, incubo di generazioni vicine e lontane. Ritornato in un remake non richiesto, il rimodernamento della bambola infernale preferisce concentrarsi sulla dimensione infantile anziché su quella orrorifica. Il rinnovo generazionale, per fortuna, chiama comunque all’appello omicidi sanguinosissimi e un doppiatore d’eccezione, Mark Hamill, ad animare un villain per il resto non troppo convincente dal punto di vista estetico. Al tempo di Stranger Things e Black Mirror, i bambini sono ricettivi e gli adulti appaiono ciechi davanti all’evidenza; la crudeltà di Chucky non dipende da una possessione demoniaca, bensì da un malfunzionamento tecnologico. Preceduta da un geniale battage pubblicitario che faceva a pezzi i personaggi di Toy Story, la nuova Bambola assassina è una commedia nera scoppiettante ma prevedibile dall’inizio alla fine. Ben recita, capace di indovinare target ed equilibri, resta poco incisiva ma tanto è bastato a far gridare all’eccezione alla regola pubblico e critica, al cospetto di un remake al passo con i tempi. Ma se il gioco cambia estetica, le regole restano le stesse. (6)

Nell’era segnata dall’influenza dei cinecomic, ne sa qualcosa il caro Martin Scorsese, quanto poteva essere geniale un’idea del genere: prendere un eroe dei fumetti, amato da grandi e piccini, e trasformarlo questa volta nell’antagonista della storia. Il coraggioso Clark Kent, così, sbarcato da un pianeta lontano e adottato da una famiglia di amorevoli campagnoli, si trasforma in un bambino sfrenato e dispotico: respinto da una coetanea, irritato dalle bugie dei genitori, minaccia di usare i suoi poteri per i fini peggiori. Esisterà anche qui l’equivalente della kryptonite? Tipica storia sulle origini di un atipico supereroe, a Brightburn si chiedeva poco. Amaramente, il film prodotto da James Gunn osa dare perfino meno del previsto. Di scarsissime pretese, con un svolgimento indegno dell’assunto di base, ha un cast non di primo taglio – fa eccezione giusto Elizabeth Banks – e un Omen dotato di raggi laser negli occhi, meno carismatico e più caciarone dell’infante diabolico del classico di Richard Donner. Inutile accanirsi ulteriormente: questo volo nel lato oscuro lo abbiamo già scordato. (4)

lunedì 8 aprile 2019

I ♥ Telefilm: The OA S02 | True Detective S03

Ambiziosa, autoriale e impenetrabile, nell'anno dei fasti di Stranger Things si era imposta a sorpresa come mia serie del cuore. Non l'avevo compresa fino in fondo, eppure mi aveva commosso. Con le sue coreografie ipnotiche e metaforiche. Con i suoi protagonisti indecisi fra l'additare la malattia mentale della loro guida spirituale oppure abbandonarsi al miracolo. Il finale, per me perfetto così, ci doveva qualche spiegazione. The OA, attesa al varco non senza timore, è tornata ad aprirci occhi e mente, a prenderci in giro, con un nuovo arco di episodi. Se l'attesa è stata ripagata, le si perdona anche il ritardo: assolutamente necessario per riprendere le fila, stupirci e, a tratti, superarsi. Prairie, la sempre incantevole Brit Marling, è andata incontro a morte certa ma infine ci è riuscita: ha fatto il salto in un'altra dimensione. L'atterraggio ha avuto effetti collaterali: da un lato, infatti, deve imparare a muoversi nell'esistenza dell'alter-ego Nina, imprevedibile e viziosa; dall'altro, invece, fare i conti con il fatto che Homer non sappia chi lei sia e con il pensiero che Jason Isaacs, il folle che l'ha tenuta per sette anni rinchiusa, ricopra anche lì un ruolo di potere. Prairie, ricoverata in un ospedale psichiatrico, è prigioniera insieme alle altre cavie di Hap. Alle ambientazioni di Maniac e Homecoming si sovrappongono le vicende di un nuovo personaggio, un detective in cerca di un'adolescente scomparsa, e quelle dei compagni di Prairie, commoventi liceali on the road reduci da un'amicizia impossibile da dimenticare. Due dimensioni distinte, tre diversi piani narrativi: cosa succederà quando si sfioreranno? The OA promette faville e frustrazione. Di ripetersi. La seconda stagione rischia di dire troppo, vero, e troppo presto. Fa sentire qui e lì la mancanza dei suoi adolescenti: nonostante il surclassamento a personaggi secondari, comunque, ci regalano gli attimi più struggenti – saranno quelle danze affascinantissime, o forse il candore di chi si fida ciecamente. Consapevoli dello strano patto narrativo, quest'anno si lascia seguire con minori difficoltà. Guadagna ritmo, comprimari, quesiti. Osa, contaminandosi con l'horror alla Lynch e il leggero trash di fughe e feste mascherate. Il salto si fa maggiore, somiglia a un volo impossibile su San Francisco. La totale comprensione della visione è questione di fede. Siamo punto e a capo, con lo stesso pugno di mosche e un'immutata suggestione. L'epilogo non è che lo specchio riflesso del precedente. L'interpretazione, al centro di dubbi prima fugati e poi rinnovati, non è univoca. La serie, infatti, ha i passaggi segreti e le zone cieche della casa degna di Hill House, costruita da un ingegnere e da una medium, nella quale si imbattono i nostri protagonisti: giovani sognatori vi hanno smarrito al suo interno il lume della ragione e le pareti, sottilissime, promettono di collegarci a realtà alternative. Come sarà il mondo dall'alto, visto dal rosone istoriato della facciata? Prairie promette ai naviganti una visione d'insieme splendida e destabilizzante, simile a quella di Neil Armstrong quando si voltò in assenza di gravità e vide la terra. E The OA è proprio una creatura aliena. Una serie lunare dove tutto è possibile, ogni domanda è lecita, ma le risposte potrebbero negarcisi. Questo la rende amata da qualcuno, odiata da altri. Ma una provocazione intellettuale senza precedenti. (8)

Una piccola comunità, due bambini scomparsi nel bosco, una famiglia che si sgretola sotto il peso della tragedia. Un corpo viene ritrovato presto, infatti; l'altro no. Il mistero dura venticinque anni. Non ci saranno superstiti in casa Purcell, ma due segugi, per fortuna, non smetteranno mai di chiedere, scavare, provocare. Messa così, fatta eccezione per la suddivisione in tre piani temporali, la trama è la stessa di un giallo come tanti: una ricerca tanto delicata quanto preoccupante, di quelle che anche sul piccolo schermo abbiamo visto e rivisto spesso. A onor del vero, tutto è come appare. Ben poche variazioni sul tema, a parte l'insolita parentesi dolce-amara con i protagonisti invecchiati, e nessun guizzo fino all'ottava puntata. Non si può parlare di delusione, eppure era lecito aspettarsi maggiore complessità da un ritorno tanto inaspettato. Erano gli intrighi difficoltosi, i personaggi criptici e gli spunti di attualità la cifra stilistica di True Detective? Dal momento che i pregi della prima stagione si erano rivelati anche i difetti della seconda, la HBO ha ripiegato su una semplicità che premia. Lineare non tanto nella struttura quanto nella pianificazione, il mistero che sono chiamati a sbrogliare gli ottimi Mahershala Ali e Stephen Dorff si protrae nel tempo – tanti buchi nell'acqua, tante false risoluzioni e altrettante ripartenze – anche se, come ci conferma l'epilogo, certe storie vanno avanti da sé. Reduce del Vietnam e guardato con sospetto dal razzismo, Ali – straordinario, al punto che verrebbe voglia di scommettere già su di lui nella prossima stagione dei premi – fa prima i conti con i conflitti d'interesse per la moglie romanziera, poi con l'oblio della demenza. Il ritrovato Dorff, tutto d'un pezzo anche sotto il trucco che lo appesantisce, è il classico sbirro dai metodi poco ortodossi e la vita sentimentale sregolata, nonostante spesso e volentieri i ruoli di potere si invertano: chi è allora il poliziotto buono, chi quello cattivo? I ritmi sono quelli lenti a cui ci siamo affezionati, i dialoghi ben scritti abbondano – a sorpresa, questa volta affiora un'emozionalità sconosciuta – e lo scioglimento, immancabilmente, arriva. In un cameo fotografico fanno capolino perfino McConaughey e Harrelson, insieme all'ipotesi di traffici umani, ma siamo fuori pista. Come si diceva, la serie si mantiene su stilemi classici. Un colpo di cuore, allora, giunge davanti a quel finale che in rete divide. Non mi spiego, sinceramente, il perché delle libere interpretazioni fioccate qui e lì; le critiche di chi dice di aver visto Pizzolato lavarsene le mani. Ci sono brividi, epifanie, immagini, che percepiti attraverso la demenza del personaggio principale sanno invece dare speranza e armi pacifiche a chi crede nell'immaginazione; nelle seconde opportunità. C'è una confusione di quelle buone a indicarti piazzole d'emergenza in questo viaggio, rigorosissimo ma un po' anonimo, al termine della notte. (7)

venerdì 13 aprile 2018

Mr. Ciak: A Quiet Place, Madre!, Doppio Amore, Cinquanta Sfumature di Rosso

Sfondi e scenari: gli stessi dei survival indipendenti (vedasi il cottage in fondo al bosco di It comes at Night). Lo spunto: originale ma non molto, tipico di chi vorrebbe tenere alti il dramma umano, l'ambiguità, la suspance (leggasi La morte avrà i tuoi occhi, prossimamente un film grazie a Netflix e Susan Bier, in cui contro l'ignoto si viveva non nel mutismo, ma a occhi bendati). I toni: quelli sommessi di progetti che non hanno bisogno di spargere ettolitri di sangue o alzare la voce per farti sinceramente paura (certo, se solo a produrlo ci fosse stata l'affidabile A24 avremmo evitato gli errori di 21 Cloverfield Lane, The Ritual e altri horror che troppo vogliono svelare). In A Quiet Place ci sono un imprecisato futuro post-apocalittico e due genitori con un terzo figlio in arrivo, dopo la morte mai elaborata di un altro bambino. Cattiva idea allargare la famiglia, se fuori c'è un pericolo a cui sopravvivere solo così: in silenzio. I protagonisti si esprimono con il linguaggio dei segni, con gli occhi e i movimenti corporei, per non attirare in casa mostruosi invasori dall'udito sopraffino. Gli espressivi Emily Blunt e John Krasinski, coppia anche nella vita reale, si dividono l'educazione dei figli, compiti e spauracchi, a un passo dal gorgogliare del fiume. Si lavora sinergicamente – nel cast raccolto, nei copioni personalizzati da una palpabile intesa –, e agli Abbott, cosa rara davvero, ci si affeziona. Mentre si concedono un lento in cantina. Mentre il senso di colpa e il passato li uniscono e li dividono nel corso di una notte implacabile. Mentre la poetica lentezza iniziale, ben musicata dal solito Beltrami, cede il passo infine all'azione dei survival: evitabile, sì, ma messa già in conto in una produzione commerciale che ha il cuore come un martello pneumatico, una tecnica all'avanguardia e un giovane regista, quel Krasinski impegnato in un duplice ruolo, costretto a cedere a più di qualche faciloneria (su tutte, il design delle creature: troppo mostrate, troppo simili a quelle di Stranger Things, quando il miglior Shyamalan avrebbe invece gettato ad arte ombre strategiche). I dialoghi sono ridotti a zero o quasi. Nell'aria non vola una mosca. Ogni piccolo rumore, ogni scricchiolio, costituiscono un rinnovato fremito in poltrona. La scrittura è solida, l'uso del montaggio sonoro da Oscar e il dosaggio degli jumpscares, nonostante i perdonabili difetti di sorta, ti fa torcere le mani in poltrona e vergognare un po' per i sobbalzi. L'ho visto da solo, in una sala semivuota, e a un certo punto scalpitavo per l'arrivo dei titoli di coda: stanco di stare sempre sul chi va là, chiedevo basta, ma anche ancora. A Quiet Place è un gioiellino di tensione a piedi nudi, a fior di nervi, che insegna che il silenzio è d'oro. A volte, anche l'horror mainstream. (7,5)

Dopo l'ammaraggio dell'arca di Noah si attendeva l'arrivo di Darren Aronofsky nelle acque più placide del Lido. Acclamato o disprezzato, di Madre! hanno scritto i più – cose brutte, cose lusinghiere, interpretazioni in gran quantità – e, curioso per natura, qualcosa ho letto. Sarà perché giunto non del tutto impreparato alla visione, non l'ho amato e non l'ho odiato: al solito, mi piazzo a metà. Con il senno di poi non mi spiego infatti né i fischi né la venerazione. Non mi spiego, soprattutto, la confusione: le chiavi di lettura che fioccano dappertutto, come se alla base dell'allegoria dell'ultimo Aronofsky ci fosse chissà quale ermetismo, chissà quale sottigliezza. Tornando all'horror senza però lasciare indietro la suggestione delle Sacre scritture, il regista racconta con il grotteso della commedia nera e la violenza dell'epilogo l'incubo vissuto da una coppia perfetta. Le cure di una morbida e urlante Lawrence (per tutto il tempo, sul viso ha ragionevolemente un'unica espressione di sconcerto) hanno restituito smalto a una villa decaduta e giovinezza al poeta di un insopportabile Bardem. Lui padre padrone, lei sottomessa – anche quando si parla di avere un figlio, anche quando la casa inizia a riempirsi di ospiti inopportuni e inquietanti (si parte dal fanatico Harris e dalla sobillatrice Pfeiffer, due Adamo ed Eva agées, finendo con la spietata giustiziera Wiig). Riassunto in pillole allucinogene di Antico e Nuovo Testamento, in Madre! è tutto un simbolo. La morale ecologista è dietro l'angolo – assieme ai reiterati tentativi del processo creativo, suggeriti con una bella struttura circolare; al ripiegare sull'ottusa fiducia che la prossima volta andrà meglio –, meno la delusione preventivata. Aronofsky interessa, affascina e indigna. Pasticcia, senz'altro. Ma erano mesi che mi negavo, a fine visione, il piacere di un sezionare un film in compagnia ripercorrendolo a ritroso. Il difetto più palese: la semplicità del linguaggio, lì dove altri gli rimproverano un'insensatezza di base; il fatto che questo Aronofsky chiassoso e fisico manchi della solita eleganza, nella scrittura e nella forma, non andando troppo per il sottile. Dà un morso proibito alla mela della conoscenza, e rischia di farsela andare di traverso. Trascina l'ex compagna Jennifer Lawrence in un lungo calvario, e solleva tutt'attorno fumo, fuoco e fiamme. Resiste imperterrito un cuore di cristallo, sul fondo del vaso di Pandora; sotto la cenere. Madre! pecca di ambizione e non potrebbe permetterselo: lacunoso, perfino ingenuo. A modo loro, però, sempre piaciuti i peccatori. (7)

La mente che parla al corpo e gli suggerisce di soffrire. Lì, sotto le palpebre abbassate, i dolori della giovane (e bella, come si diceva in qualche film fa) Chloé. Dolori lancinanti alla bocca dello stomaco e un'unica guarigione, se la medicina scuote la testa e dichiara bandiera bianca: uno psicologo che scandagli nel suo passato e in traumi rimossi per istinto di sopravvivenza. Medico e paziente vanno a letto violando il codice deontologico; si innamorano. Finché Chloé non finisce nelle braccia di un altro terapista, di un altro uomo, che non si sa perché ha la stessa faccia di Paul: la sua versione tenebrosa, laconica, specchiata, che scava più a fondo ancora, e nei segreti della camera da letto. Lei, l'attrice feticcio Marine Vacht, ha il caschetto castigato della prima Mia Farrow e un corpo acerbo dalle insospettabili curve a gomito. Lui, anzi loro, sono Jeremie Renier: altra conoscenza del regista francese, con un fascino barbuto che fa passare d'un tratto la paura di invecchiare. Esplorazioni invasiva dell'intimo femminile, con immagini troppo di classe, troppo patinate, per suscitare scandalo – si apre con un chiacchierato primo piano della vagina della protagonista, si prosegue con onirici ménage à trois e uomini sottomessi con una cintura fallica soltanto per il desiderio di lei –, L'Amant Double arriva nelle sale italiane con il titolo Doppio amore dopo il mancato rumore al Festival di Cannes. Messo da parte il freddo languore di Frantz, il sempre atteso Ozon torna alle atmosfere di De Palma – lussuriose ma incoerenti – e al tema del doppio, già debitamente affrontato negli irraggiungibili Swimming Pool e Una nuova amica. Qualcuno ci ha letto infinita autoironia, qualcun altro un'analisi freudiana che arriva all'orgasmo partendo da lontano. Raffinatezza stilistica a parte, questa volta non ho trovato appigli o spunti degni di riflessione, in un intrigo torbido ma lacunoso, retto interamente dall'intesa sessuale fra due protagonisti bellissimi. E stimolerà ormoni e zone sensibili più di qualsiasi Sfumatura di grigio, inutile negarlo, eppure L'Amant Double appare il gemello ipodotato dei fratelli maggiori meglio riusciti. Autocelebrazione intrisa di eleganza che sul lettino di uno specialista, fra le lenzuola spiegazzate, rischia di farsi parodia di sé stessa. (5,5)

Dal grigio al rosso, passando senza grande convinzione attraverso cinquanta sfumature di noir. A un certo punto, nell'incipit del terzo e ultimo capitolo della serie erotica di E.L. James, quei protagonisti che in bianco non sono andati mai, sperimentano il candore virginale dell'organza. Convolano a nozze, e allora lo fanno a Parigi e a Nizza, in barca a vela, in auto, nello chalet di montagna di lui. Si danno da fare, anche se il cinema patinatissimo di James Foley si dilunga sui preliminari ma ci nega il sesso, e mentre si spalmano gelato sulle parti intime (l'indomani non useranno un detergente intimo, ma Mastrolindo Sgrassatore) o giocano a far vibrare dildo, ecco che parte la hit del momento – quest'anno, l'orecchiabile duetto fra Rita Ora e Liam Payne –, con la signora Grey che spalanca la bocca non si sa se in preda al piacere, o per cantare il ritornello in lip synk. Passione e strafalcioni: gli stessi della prima volta. Anastasia che, inebetita, puntualmente si meraviglia delle dimensioni (fior di metafora?) del jet di lui. Christian che, con la scusa dello stalker che vorrebbe separarli, rafforza la sua figura di padre padrone. Se non fosse che la sua sposa – servita e riverita come una gran dama, con tanto di bodyguard e immeritata promozione –, spesso si impunta e lo contraddice. Nelle rare irruzioni nella stanza segreta di Grey, ci si vendica e ci si stuzzica in una sfida alla pari: chi sottomette chi, dopo essersi detti sì? Abituarsi alla routine matrimoniale richiede ora la carota, ora il bastone (insomma, comunque oggetti dall'inequivocabile forma fallica). Con orridi dialoghi da fotoromanzo svestito a thriller, la James e il marito sceneggiatore inseriscono nella loro irresistibile orgia trash corse in macchina che manco la sorella gnocca di Vin Diesel, agenti immobiliari maggiorate, criminali da strapazzo che rapiscono la tipa di Tezenis e passati traumatici con la pioggia scrosciante fuori. Ai protagonisti si chiedevano, all'inizio, seni a coppa di champagne e chiappe così marmoree da poterci spaccare in mezzo le noci di Macadamia. Dakota Johnson, migliore di film in film, appare qui di una bellezza raggiante. Jamie Dornan, l'uomo con le pentole inox per occhi, scopre invece le insicurezze di un'eventuale paternità, le serenate al pianoforte e lacrime che no, non ne attentano alla famosa virilità. I trasgressori che fanno faville al botteghino e nei portafogli delle nostre mamme in menopausa affrontano la quotidianità – magari in perizoma – e chiudono così, con un dignitoso tassello finale che invita sin dal titolo a non sparare di nuovo sulla croce rossa, le porte del loro sogno di coccole e gatti a nove code. (5)