venerdì 3 novembre 2017
I ♥ Telefilm | Stranger Things - Stagione 2
mercoledì 10 luglio 2019
I ♥ Telefilm: Stranger Things S03 | Black Mirror S05
Ero
partito annoiato in partenza. Negativamente prevenuto, e per via di
un passaparola che, fra fumetti, romanzi e pubblicità, aveva reso poco sentito il ritorno a Hawkins.
Sono uno spettatore che si annoia presto: la seconda stagione, troppo
seriosa per i miei gusti, aveva già smorzato gli entusiasmi
iniziali. Sono un pioniere solitario che alle mete frequentatissime – per esempio Game of Thrones,
mai seguita – non s'interessa. Per fortuna cambiare idea si può.
Così come, partiti sulla difensiva, ritrovarsi a
guardare con gli occhi a cuoricino una sorprendente terza stagione:
forse la migliore. Il merito non spetta, no, all'inventiva degli
sceneggiatori. Stranger Things è sempre lo stesso, ma quest'anno c'è magia nel contenitore con all'interno il meglio degli anni Ottanta. Non soltanto creature
alla Tremors o invasati che ricordano gli zombie di Romero, ma anche l'umorismo delle
commedie adolescenziali: ironiche e smaliziate, con
tanto di conflitto maschi contro femmine o di giochi da tavolo
traditi, infine, per i primi baci. I protagonisti sono
diventati grandi. A un passo dall'adolescenza sperimentano pomiciate
e gelosie; imboccano strade differenti ma la paura li raduna comunque
nello stesso luogo. Più horror che in passato ma anche più spassoso, Stranger Things si
veste di leggerezza per l'estate. Mentre il quattro luglio si
avvicina, e distrae gli adulti con le giostre in piazza o i cieli di
mille colori, nessuno sembra accorgersi del pericolo in agguato: i
russi trafficano con il paranormale e come laboratorio segreto hanno il nuovo centro commerciale. La Ryder e Harbour, abbastanza sopra le righe da risultare irritanti, torchiano un sovietico già idolatrato in rete;
l'esilarante Steve, lasciata la noiosa Nancy a indagare, serve gelati accanto a una nuova arrivata – la splendida
figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke – e s'intrufola in cunicoli
proibiti guidato da Dustin e dalla sorellina di Lucas, altra
inaspettata spalla comica; Eleven, confusa dai sentimenti verso Mike
e ancora al centro del ciclone, questa volta preferisce affidarsi ai pregi della coralità nella lotta al male. Il Mind Flayer, infatti,
non è andato via. Splatter e irriverente, un
tempo poteva contare soprattutto sull'effetto nostalgia e sui poteri
straordinari della sua eroina: al centro di un assedio adrenalinico,
queste otto puntate aggiuntive spaziano invece dal survival allo
spionaggio, regalandoci un'avventura basata su comprimari vincenti e
toni sempre indovinati. La sensazione che ci assale, ai titoli di
coda, è una malinconia simile a quella del mese di settembre. Come
rinunciare all'incanto di vacanze in cui ogni stranezza è possibile,
se ci aspettano la scuola e le responsabilità degli adulti?
Spaventano i viaggi e il dolore; spaventano i cambiamenti. Ma a
tirarci su, sotto forma di duetto, c'è una canzone iconica finora
associata alla Storia infinita:
canta di mondi di fantasia e favole senza fine. Sarebbe stato
bellissimo, tuttavia, se Stranger Things avesse
voluto contraddirla per fermarsi qui: a un finale con i fuochi
d'artificio, che piace immaginare risolutivo perché perfetto. (8)
Lui,
lei, l'altro: un triangolo a tinte gay, consumato fra realtà
virtuale e vita vissuta. C'è lo spunto, ma manca lo sviluppo. Un
tassista sull'orlo di una crisi di nervi prende in ostaggio lo
stagista di una società di comunicazioni: c'è un attore incredibile, ma manca una
riflessione che risulti meno didascalica di così. Un'adolescente emarginata
trova un'amica nella bambola progetta a immagine e somiglianza di una
cantante sulla cresta dell'onda, ma la quotidianità di
una star generazionale non è tutta applausi o luccicori: a bordo c'è
un'ospite chiacchieratissima, Miley Cyrus, ma manca il senso. La
superficie dello specchio nero di Charlie Brooker era già incrinata
da un po'. Quest'anno apre le ennesime, preoccupanti crepe, ma spiace
meno dello scorso anno grazie a pochi episodi – tre in totale –
che almeno invogliano al binge. Attento non tanto alla fantascienza
quanto all'umano, Black Mirror riflette sui social media e
sull'importanza della comunicazione faccia a faccia: cosa mai
accaduta prima, si apre perfino alla speranza. Su carta, quelli
descritti potrebbero sembrare i segreti di una stagione che reagisce
alla stanchezza rinnovandosi. Ma, un po' delusi, ci si accorge che
sono semplicemente le avvisaglie di una serie che in assenza di
fantasia sta perdendo la ferocia delle idee iniziali. Realizzando
episodi con la lunghezza dei mediometraggi, di buona qualità ma niente affatto memorabili, che chiudono la satira fra parentesi tonde e
passano dal dramma omosessuale al thriller alla Locke, fino a
concedersi una tappa inclassificabile nella commedia adolescenziale.
Caro Brooker, ora fermati. Prenditi il tempo che serve, per scrivere e
metabolizzare le critiche ricevute. Frena le pressioni dell'emittente e, se
necessario, non proseguire. Cerca il brillantante per il tuo specchio
opaco, o cambiagli titolo; trovagli un nuovo impiego. Non basta l'indiscutibile bravura di Andrew Scott, preferibile al Vetril, per tirarlo a lucido
come pretenderemmo. (6,5)venerdì 30 dicembre 2016
[2016] Top 10: Le serie TV
venerdì 16 gennaio 2026
Le più social di dicembre: Stranger Things 5 | Welcome to Derry | Heated Rivalry
Anch'io sono stato schiavo del marketing. Negli anni, ho accumulato magliette, calzini, gadget a tema. Nonostante tutto, Stranger Things non è mai stata la mia serie della vita: nata come omaggio al cinema degli anni Ottanta – e ai classici di King, Tolkien, Rowling –, è stata sin dal pilot nostalgica, prudente, derivativa. Sarà per questo che, a differenza dei fan, ho affrontato le lungaggini e le falle della quinta stagione – la più debole accanto alla seconda – senza livori. Mi sono tenuto lontano sia dagli spoiler sia dai pronostici. In fondo, l'ho sempre seguita indipendentemente dalla trama: a spingermi, l'affetto verso i personaggi. Vado controcorrente, perciò, e dico che per me l'addio alla serie funziona proprio quando i militari non sparano, Vecna non rapisce nuovi innocenti e il Sottosopra non minaccia di invadere Hawkins. Il cuore della serie è nei ritagli, nelle pause, nei momenti d'insieme – troppo pochi in una stagione che, a tratti, mette troppa carne (e troppe storyline) al fuoco. Ricorderò, quindi, ciò che non è piaciuto a molti: una confessione disarmante, a cui non si può rispondere che con gli abbracci; la mezz'ora finale in cui non succede niente, eppure ci si gode tutta la calma, la gioia e la tristezza del congedo. Si chiude una porta. Adesso, si aprirà un portone – con tanto di sequel, spin-off, reboot? Tra qualche anno, quasi sicuramente. E quando accadrà, borbotterò da bravo bontempone. Ma è anche questa, in fondo, la magia di un prodotto che per dieci anni ha creato un ponte tra le generazioni e che, a ridosso dei titoli di coda, ci ha ricordato che certe storie iniziano nel momento esatto in cui smettiamo di raccontarle. (7)
mercoledì 27 luglio 2016
I ♥ Telefilm | Stranger Things
Puoi trovarli riuniti attorno a un tavolo in cantina, una sera, che giocano a Dangers & Dragons, oppure vederli scorrazzare in cerca di miti e avventure. Si sono trovati, tempo addietro, in una scuola che li emarginava e, per loro, aveva cattive parole. Il ciccione, il nero, quello troppo sensibile, il secchione. E uno di loro – il più fragile – si perde, una volta in cui in città succedono cose strane all'ombra di un laboratorio top-secret. Non torna a casa, Will, e lascia una mamma che non si arrende, neanche davanti all'evidenza, e un fratello maggiore che cattura la verità, e l'orrore, in foto. I suoi amici, che corrono di qua e di là in un avventuroso e incosciente viavai, si imbattono in una sconosciuta quando, invece, non cercano che lui: Eleven – i capelli a zero, poche parole, un camice anonimo – sembra un ragazzino normale, al massimo un po' tonto. E' una lei, invece, ed è un esperimento in fuga; una mina vagante dai poteri paranormali. La sola custode di un portale da cui il male ha fatto capolino. Uno scherzo della natura. Ma anche la bontà, uno schiaffo al bullismo, il primo amore che non si scorda mai. Il tutto, inscenato in anni Ottanta che son tornati all'ultima moda – ma quando mai hanno smesso di esserlo, poi? Si vivono le fantastiche avventure dei Goonies. Si fa incetta di brividi estivi e delle rischiose imprese del King novelliere. Al cinema danno Poltergeist, ma gli adulti suggeriscono di dedicarsi all'ultimo Spielberg in sala. I walkman suonano Should I Stay or Should I Go, leitmotiv per eccellenza di quest'incantevole incubo a occhi aperti.
sabato 30 luglio 2022
Addii e arrivederci: This is Us s06 | Stranger Things s04
Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Da adolescente ho letto questa da frase da qualche parte e ho finito per farla mia. Non sapevo niente di Anna Karenina, ma sapevo dove appartenevo. E in preda alla supponenza della gioventù, fiero perfino dei miei dolori, mi mostravo sprezzante verso l'armonia degli altri. Noi eravamo infelici, ma unici. Quando sei anni fa la mia famiglia è finita – almeno per come l'avevo conosciuta fino ad allora –, il distacco ha fatto male comunque e tuttora, sotto i vestiti, nascondo i bordi frastagliati di quel primo strappo. È stato allora che ho conosciuto i Pearson. Con loro, per sei anni e 106 episodi, è stato Natale tutti i giorni. E oggi, un po' più solo di quanto non fossi ieri, voglio ringraziarli per i sorrisi tra le lacrime e la compagnia. Tra alti e bassi, hanno compiuto un miracolo della serialità americana: fidelizzarci tutti mettendo in scena l'ordinario. Chiamala ordinaria, poi, una famiglia che resiste alla morte improvvisa del patriarca (Ventimiglia, l'uomo perfetto); una mamma che, divorata dall'Alzheimer, conserva gentilezza e dignità (Mandy Moore, da Emmy); una squadra di fratelli, nuore e genere, figli biologici e adottivi, radunata per un addio che si trasforma in una festa. I “Big Three” sono cresciuti e, stretti sotto un portico, nella baita che hanno costruito, si aggrappano gli uni agli altri temendo di andare alla deriva: Randall presta i suoi discorsi solenni alla vita politica; Kevin, padre di due gemelli, scende a compromessi; Kate, sempre mal sopportata, stupisce mostrandosi controcorrente tanto nelle scelte sentimentali quanto nei testa a testa coi fratelli. Le perle di saggezza, però, spettano ai personaggi secondari: da Beth, la mia preferita, che definisce un dono e un fardello l'incontro con una famiglia tanto ingombrante, fino a giungere a William: in uno struggente dialogo tra la vita e la morte, guida Rebecca lungo il treno dei ricordi e rassicura lo spettatore inconsolabile. Se la fine di una cosa ci rattrista, insegna, è perché era particolarmente bella mentre accadeva. Tutto era già scritto nella fine dei Pearson: ce lo avevano anticipato i flashforward. Ma quando l'inevitabile succede le lacrime scorrono in ogni caso. Tolstoj aveva ragione? Tutte le famiglie felici si somigliano? Felicissimi a modo loro, i Pearson hanno addolcito nei giorni peggiori la malinconia per come eravamo e aiutato a scendere a patti con le contraddizioni che, per autoindulgenza, mi gonfiavano il petto: mi sognavo felicissimo anch'io. (8)
Per alcuni è la migliore delle quattro stagioni. Per me è troppo frammentaria e sconnessa per rivaleggiare con la commovente coralità della prima, troppo seriosa per concorrere con lo spassoso bagno di sangue che fu la terza. I protagonisti, al centro di storyline separate, non si incrociano quasi mai. Qualche trama (vedasi quella di Joyce in Russia sulle tracce di Hopper) appare improbabile perfino per una serie horror-fantasy. Le soddisfazioni arrivano dal trio composto da Steve, Nancy e Robin, riuniti nuovamente dall'irresistibile Dustin; dall'approfondimento psicologico dedicato alla fragile Max, al centro di una scena subito cult sulle note di Kate Bush; da Eleven, mai troppo apprezzata, protagonista di flashback sorprendenti in un covo sotterraneo degno degli X-Men. Servivano episodi di un'ora e trenta? Serviva introdurre personaggi su personaggi – fatta eccezione per l'iconico Eddie, ingiustamente accusato di omicidio –, con il rischio di perdere di vista i vecchi? Nonostante si applauda la new entry Jamie Campbell Bower, serafico e misteriosissimo nella sua divisa bianca, si ha a lungo l'impressione che la storia avanzi di poco. Piacevolissima e derivativa, forse più che mai, stavolta vanta i toni più sanguinosi del cinema di James Wan (non scomoderei la saga di Nightmare, a dispetto del cameo di Robert Englund). Questo discorso, almeno, valeva per i sette episodi, rilasciati dalla piattaforma streaming a fine maggio. Gli ultimi due, disponibili dal primo luglio e prolissi quanto blockbuster, sono invece talmente elettrizzanti, ambiziosi e caotici da spazzare via ogni scetticismo: le linee narrative finalmente si intrecciano e i personaggi, anche se ancora distanti, organizzano uno strepitoso attacco combinato contro un nemico che si nutre d'inquietudini adolescenziali. Ci si commuove? Sì, anche se non per la fantomatica conta dei morti. Ma si scoppia più spesso a ridere, entusiasti, per i montaggio forsennato; per uno sfortunato outsider che improvvisa un concerto metal assediato dai pipistrelli; per quel camioncino della pizza che, tra le dune del deserto, a sorpresa conduce Stranger Things alle origini della sua magia. (7,5)
giovedì 31 ottobre 2019
Mr. Ciak: Scary Stories to Tell in the Dark, Crawl, Eli, Wounds e altri horror per il tuo Halloween
Corrono
gli anni dei film di Romero e del Vietnam. È la
notte del trentuno e tre amici inseparabili, in compagnia dell’ultimo
arrivato, l’hanno fatta grossa. In fuga dai bulli, si
rifugiano dove nessuno andrebbe a fare dolcetto o scherzetto: una
casa infestata. C’entrano una bambina prigioniera nello scantinato e il classico
libro scritto con sangue umano, che pagina dopo pagina svela nuove
vittime fra i giovani protagonisti. Si animano gli spaventapasseri
nei campi di grano. I ragni sbucano sottopelle. Corpi disarticolati
attentano dietro le sbarre e, nei lunghi corridoi degli ospedali, aspettano i mostri. Perfetto per Halloween, Scary Stories to Tell in the Dark attirerà in sala
il pubblico più rumoroso – gli adolescenti – e gli
spettatori affezionati al culto di Stranger Things. Pensato
per intrattenere i Millennial, il ritorno al cinema del regista
diThe Autopsy of Jane Doe segue la moda delle
antologie a tema e della retromania dilagante. Il
risultato, leggerissimo e con un sottotesto politico dal
retrogusto agrodolce, somiglia a un’indagine vecchio stile della
Misteri e affini. Prodotte da Guillermo Del Toro, le più
popolari storie da falò prendono vita per raccontarcene infine una
non così inedita. Di quelle da sussurrare al
buio, ma da vedere senza il bisogno della luce accesa. Non
spaventeranno, infatti, neppure i giovanissimi. (6)
Cose
da non fare in caso d’uragano: passare a casa di tuo padre per
chiedergli se è tutto bene su consiglio della sorella maggiore. E
scoprire che è ferito in cantina, in balia di onde anomale e di rettili
primordiali – con tanto di dolce cagnolina da salvare. Per quanto
non sia un amante di questi horror acquatici nello stile di Paradise
Beach, Crawl sa come diventare un’appassionantissima
declinazione del genere home invasion. Può vantare un’invidiabile
gestione dell’alta tensione, senza esagerare con arti mutilati,
effetti splatter e sobbalzi; effetti visivi di gran livello; una prova
convincente da parte della protagonista, la sfortunata Kaya
Scodelario. Il merito maggiore, però, spetta alla regia di Alexandre
Aja: nonostante qualche passo falso commesso in passato, finalmente
sotto l’egida del produttore Sam Raimi, il francese torna a ricordarci
di saperci fare in fatto di morti ammazzati e nefandezze a fantasia.
C’è poco altro sotto la superficie, a parte il classico rapporto conflittuale padre-figlia, ma Crawl – umido e claustrofobico, senza
tregua – fa il suo dovere. Prima di comprare una casa accanto alla
palude, da oggi ci penseremo su due volte. E consulteremo più
attentamente il bollettino meteorologico. (7)
Una
coppia di genitori disperati si affida a un farmaco sperimentale per
salvare il loro bambino, allergico al mondo esterno. L’ultima spiaggia, una
clinica privata perduta nelle nebbie, somiglia proprio a una casa stregata. E
ben presto il paziente inizia a mostrare segni di debolezza fisica e
psicologica, stranezze. Sono le controindicazioni della terapia, o
c’è dell’altro? Protagonista della versione horror di Noi
siamo tutto, Eli sarà messo in allerta da una coetanea:
dall’istituto, infatti, sono passati bambini simili a lui – senza
mai uscirne. Atipica ghost story coprodotta dalla Paramount, può
contare su un’ottima atmosfera, buone interpretazioni femminili –
Kelly Reilly e Lili Taylor, sempre piacevoli da ritrovare –,
piccoli grandi indizi all’insegna di un finale che fa fuoco e
fiamme. L’effetto sorpresa è assicurato in molti casi, ma
personalmente avevo indovinato il colpo di scena in anticipo. La
visione, per fortuna, non ne perde affatto in gradevolezza,
risultando un intrattenimento molto più godibile della media. Una
variazione sul tema forse abusata ma affrontata da una prospettiva
opposta, in cui i bambini in pericolo hanno nomi in assonanza con la
parola “lie” e per sopravvivere al mondo servono bugie e
anticorpi. (6,5)
Non
ci si poteva aspettare altro da Babak Anvari, regista iraniano già
amato-odiato ai tempi di Under The Shadow. Tornato al Sundance
con il suo primo film statunitense, lascia l’Oriente per New
Orleans ma non rinuncia
alla suggestione. Horror di difficile comprensione, Wounds
racconta delle ferite metaforiche di Armie Hammer: perdigiorno
alcolista e traditore, diviso tra Dakota Johnson e Zezie Beetz. In
ordine sparso lo affliggono: un’invasione di scarafaggi,
escoriazioni di natura misteriosa, messaggi di morte recapitati da
sconosciuti. Che lo si voglia leggere come un ordinario racconto di
possessione soprannaturale o allegoria di qualcos’altro – un
disagio che serpeggia nel profondo della coppia, la dipendenza da
alcol –, Wounds si rivela un interessantissimo prodotto
festivaliero. Spiazzante e audace, a metà fra Kafka e Bukowski,
garantisce un delirio acustico e visivo capace di dividere il
pubblico. Il protagonista, immerso totalmente nelle sue ricerche pur
di dare un senso a un’esistenza vuota, troverà l’illuminazione o
la disfatta? Restano più domande che risposte. Tante
interpretazioni: tutte valide e tutte sbagliate. Troppo
impenetrabile, l’ho seguito spinto da una fascinazione morbosa.
L’ho compreso a sprazzi e con il senno di poi. Ma mi è piaciuto, sì, o almeno credo. (7)
Costretta
a ritirarsi per la decenza della madre, una violoncellista di talento si
rimbocca le maniche pur di riprendersi il posto che le spetta. In un territorio ostile, la
protagonista scopre di avere una rivale: entra in competizione con
lei, ma ne è attratta. Possibile frenare le scene bollenti se si
parla delle bellissime Allison Williams e Logan Browning? Sexy e
ributtante, sconsigliato agli ipocondriaci, The Perfection parte
con un sofisticato prologo a Shangai e ci conduce poi verso l’ultima frontiera della competizione. Impossibile
comprendere in anticipo dove andrà a parare. Altrettanto frenare le
domande e il raccapriccio davanti agli efferati cambi di scenario,
rotta e protagonista – chi è la buona e chi la cattiva, e dalla
scuola di cui sono entrambe le stelle sarebbe meglio far di tutto
per entrare oppure uscire? Mix febbricitante ma irresistibile,
The Perfection fa il suo sporco lavoro con colpi di scena a
raffica, un montaggio pazzo, sequenze di disfacimento fisico e
morale. Il thriller di Shepard prende le mosse sulla scia del
Cigno nero, per poi trasformarsi in un bagno di emoglobina a
tinte trash, su cui pattinano personaggi chiamati alle vendette
trasversali e ai duetti folli. Voi saprete contenere succhi gastrici,
divertimento e orrore? (7,5)
Dopo
Shining soltanto Stephen King, qui in collaborazione con il figlio
Joe Hill, poteva immaginare un labirinto tanto singolare. Dopo The Cube
soltanto il sottovalutato Natali, abilissimo ma a corto di progetti,
poteva renderlo così claustrofobico. Partito sotto i migliori
auspici, infatti, Nell’erba alta contava su uno
spunto originalissimo e un regista a proprio agio con ambienti
asfittici e relazioni torbide. Cosa ci fanno la famiglia
dell’inquietante agente immobiliare Patrick Wilson e una ragazza
incinta di sei mesi, in viaggio con il fratello, in un singolare dedalo
verde dove il tempo e lo spazio hanno leggi imperscrutabili? Se al
centro del labirinto c’è anche un misterioso monolite, le battute
sull’erba – quanta ne hanno fumata per inventare questo
guazzabuglio indigeribile? – potrebbero sprecarsi durante la
visione. Trip senza fine, sontuoso dal punto di vista visivo, il
racconto del Re diventa un horror psicologico dal pollice verde e
dagli spunti oscuri. Servivano francamente qualche chiarimento in più
e qualche sacrificio stucchevole in meno. Impossibile uscirne sani e
salvi. E venirne a capo? Nel dubbio, cambiate strada all’ultimo
minuto e, sul tema riti pagani e natura, guardate Apostle. (5)
Il
medico Gleeson, la matriarca Rampling, i figli
Ruth Wilson e Will Poulter. Dirige Lenny Abrahmson. Alla base: un
gotico firmato da Sarah Waters, di recente portata anche a Cannes da Park Chan-wook. Possibile, date le premesse, che
L’ospite sia stato destinato in Italia direttamente allo
streaming? Il perché, dato un film senza grandi demeriti, resta un
mistero. Tragedia familiare dalle atmosfere angoscianti,
racconta della fascinazione del protagonista verso una casa in
rovina: anziché fuggire, ne è attratto – galeotti l’amore verso
la primogenita da trarre in salvo e i ricordi di un’infanzia
trascorsa, al contrario, in completa povertà. Immerso in scenari che
ricordano il soggiorno a Hill House, il film britannico fa
proprie psicosi, malanni ereditari, stanze anguste. Il paranormale ci
metterà lo zampino soltanto nell’ultima mezz’ora, con porte
sbattute all’improvviso, scampanellate notturne, scritte sui muri.
Austero sotto ogni punto di vista, dal cast superbo alle scenografia,
ha ritmi lentissimi e una regia ora incantevole, ora asfissiante. Non
meritava l’oblio, però, nonostante una chiusa frettolosa. Somiglia
proprio, infatti, a una di quelle magioni in rovina che conservano a
sorpresa il loro fascino polveroso. (7)
Cresciuto
dalla mamma single, James è un piccolo lord, pettinato con la riga
di lato e sempre ben vestito. Senza amici, ha paura de ragni e di
ricominciare altrove dopo un trasferimento improvviso. E non deve assolutamente
giocare nei pressi della voragine che si apre al centro del bosco
dietro casa. Disobbedisce, ovvio, e niente sarà più lo stesso. Ma
le stranezze, crescenti giorno dopo giorno, le percepisce soltanto una mamma sull’orlo
di una crisi nervosa o sono forse reali? Forte dei paragoni ingannevoli
con The Babadook e della notevole somiglianza tra il bambino e
Haley Joel Osment, The Hole è un horror a basso budget che
raggiunge il massimo risultato con il minimo sforzo. Discreta
macchina di tensione, con un’ottima interprete nel ruolo di
protagonista, a ben vedere ha però un’introspezione psicologica
appena accennata – il difetto maggiore è che manca di qualsiasi
doppiezza o ambiguità – e una trama, con tanto di finale mordi e
fuggi nelle grotte di The Descents, che rimesta alla cieca nel mito dei
changeling e nei classici horror di ragazzini maligni e madri
al limite. Non gli si vuol male, ma avremmo tutti fatti a meno della
distribuzione in sala o dei confronti con una regista, Jennifer Kent,
contro i cliché. (5,5)
Un’altra
mamma single, un altro bambino con amici che stanno sulle dita di una
mano. L’evasione non avviene grazie alle scorribande nei boschi,
bensì con un giocattolo che già conosciamo tutti: l’iconico Chucky,
incubo di generazioni vicine e lontane. Ritornato in un remake non
richiesto, il rimodernamento della bambola infernale preferisce
concentrarsi sulla dimensione infantile anziché su quella
orrorifica. Il rinnovo generazionale, per fortuna, chiama comunque
all’appello omicidi sanguinosissimi e un doppiatore d’eccezione,
Mark Hamill, ad animare un villain per il resto non troppo
convincente dal punto di vista estetico. Al tempo di Stranger
Things e Black Mirror, i bambini sono ricettivi e gli
adulti appaiono ciechi davanti all’evidenza; la crudeltà di Chucky
non dipende da una possessione demoniaca, bensì da un
malfunzionamento tecnologico. Preceduta da un geniale battage
pubblicitario che faceva a pezzi i personaggi di Toy Story, la
nuova Bambola assassina è una commedia nera scoppiettante ma
prevedibile dall’inizio alla fine. Ben recita, capace di indovinare
target ed equilibri, resta poco incisiva ma tanto è bastato a
far gridare all’eccezione alla regola pubblico e critica, al cospetto di un remake al passo con i tempi. Ma se il gioco cambia estetica, le regole restano le
stesse. (6)
Nell’era
segnata dall’influenza dei cinecomic, ne sa qualcosa il caro Martin Scorsese, quanto poteva essere geniale un’idea del genere: prendere un eroe dei
fumetti, amato da grandi e piccini, e trasformarlo questa volta nell’antagonista
della storia. Il coraggioso Clark Kent, così, sbarcato da un pianeta
lontano e adottato da una famiglia di amorevoli campagnoli, si trasforma in un
bambino sfrenato e dispotico: respinto da una coetanea, irritato
dalle bugie dei genitori, minaccia di usare i suoi poteri per i fini
peggiori. Esisterà anche qui l’equivalente della kryptonite? Tipica storia
sulle origini di un atipico supereroe, a Brightburn si
chiedeva poco. Amaramente, il film prodotto da James Gunn osa dare perfino
meno del previsto. Di scarsissime pretese, con un svolgimento indegno
dell’assunto di base, ha un cast non di primo taglio – fa
eccezione giusto Elizabeth Banks – e un Omen dotato di raggi laser negli occhi,
meno carismatico e più caciarone dell’infante diabolico del
classico di Richard Donner. Inutile accanirsi ulteriormente: questo volo nel lato oscuro lo
abbiamo già scordato. (4)














