venerdì 13 aprile 2018

Mr. Ciak: A Quiet Place, Madre!, Doppio Amore, Cinquanta Sfumature di Rosso

Sfondi e scenari: gli stessi dei survival indipendenti (vedasi il cottage in fondo al bosco di It comes at Night). Lo spunto: originale ma non molto, tipico di chi vorrebbe tenere alti il dramma umano, l'ambiguità, la suspance (leggasi La morte avrà i tuoi occhi, prossimamente un film grazie a Netflix e Susan Bier, in cui contro l'ignoto si viveva non nel mutismo, ma a occhi bendati). I toni: quelli sommessi di progetti che non hanno bisogno di spargere ettolitri di sangue o alzare la voce per farti sinceramente paura (certo, se solo a produrlo ci fosse stata l'affidabile A24 avremmo evitato gli errori di 21 Cloverfield Lane, The Ritual e altri horror che troppo vogliono svelare). In A Quiet Place ci sono un imprecisato futuro post-apocalittico e due genitori con un terzo figlio in arrivo, dopo la morte mai elaborata di un altro bambino. Cattiva idea allargare la famiglia, se fuori c'è un pericolo a cui sopravvivere solo così: in silenzio. I protagonisti si esprimono con il linguaggio dei segni, con gli occhi e i movimenti corporei, per non attirare in casa mostruosi invasori dall'udito sopraffino. Gli espressivi Emily Blunt e John Krasinski, coppia anche nella vita reale, si dividono l'educazione dei figli, compiti e spauracchi, a un passo dal gorgogliare del fiume. Si lavora sinergicamente – nel cast raccolto, nei copioni personalizzati da una palpabile intesa –, e agli Abbott, cosa rara davvero, ci si affeziona. Mentre si concedono un lento in cantina. Mentre il senso di colpa e il passato li uniscono e li dividono nel corso di una notte implacabile. Mentre la poetica lentezza iniziale, ben musicata dal solito Beltrami, cede il passo infine all'azione dei survival: evitabile, sì, ma messa già in conto in una produzione commerciale che ha il cuore come un martello pneumatico, una tecnica all'avanguardia e un giovane regista, quel Krasinski impegnato in un duplice ruolo, costretto a cedere a più di qualche faciloneria (su tutte, il design delle creature: troppo mostrate, troppo simili a quelle di Stranger Things, quando il miglior Shyamalan avrebbe invece gettato ad arte ombre strategiche). I dialoghi sono ridotti a zero o quasi. Nell'aria non vola una mosca. Ogni piccolo rumore, ogni scricchiolio, costituiscono un rinnovato fremito in poltrona. La scrittura è solida, l'uso del montaggio sonoro da Oscar e il dosaggio degli jumpscares, nonostante i perdonabili difetti di sorta, ti fa torcere le mani in poltrona e vergognare un po' per i sobbalzi. L'ho visto da solo, in una sala semivuota, e a un certo punto scalpitavo per l'arrivo dei titoli di coda: stanco di stare sempre sul chi va là, chiedevo basta, ma anche ancora. A Quiet Place è un gioiellino di tensione a piedi nudi, a fior di nervi, che insegna che il silenzio è d'oro. A volte, anche l'horror mainstream. (7,5)

Dopo l'ammaraggio dell'arca di Noah si attendeva l'arrivo di Darren Aronofsky nelle acque più placide del Lido. Acclamato o disprezzato, di Madre! hanno scritto i più – cose brutte, cose lusinghiere, interpretazioni in gran quantità – e, curioso per natura, qualcosa ho letto. Sarà perché giunto non del tutto impreparato alla visione, non l'ho amato e non l'ho odiato: al solito, mi piazzo a metà. Con il senno di poi non mi spiego infatti né i fischi né la venerazione. Non mi spiego, soprattutto, la confusione: le chiavi di lettura che fioccano dappertutto, come se alla base dell'allegoria dell'ultimo Aronofsky ci fosse chissà quale ermetismo, chissà quale sottigliezza. Tornando all'horror senza però lasciare indietro la suggestione delle Sacre scritture, il regista racconta con il grotteso della commedia nera e la violenza dell'epilogo l'incubo vissuto da una coppia perfetta. Le cure di una morbida e urlante Lawrence (per tutto il tempo, sul viso ha ragionevolemente un'unica espressione di sconcerto) hanno restituito smalto a una villa decaduta e giovinezza al poeta di un insopportabile Bardem. Lui padre padrone, lei sottomessa – anche quando si parla di avere un figlio, anche quando la casa inizia a riempirsi di ospiti inopportuni e inquietanti (si parte dal fanatico Harris e dalla sobillatrice Pfeiffer, due Adamo ed Eva agées, finendo con la spietata giustiziera Wiig). Riassunto in pillole allucinogene di Antico e Nuovo Testamento, in Madre! è tutto un simbolo. La morale ecologista è dietro l'angolo – assieme ai reiterati tentativi del processo creativo, suggeriti con una bella struttura circolare; al ripiegare sull'ottusa fiducia che la prossima volta andrà meglio –, meno la delusione preventivata. Aronofsky interessa, affascina e indigna. Pasticcia, senz'altro. Ma erano mesi che mi negavo, a fine visione, il piacere di un sezionare un film in compagnia ripercorrendolo a ritroso. Il difetto più palese: la semplicità del linguaggio, lì dove altri gli rimproverano un'insensatezza di base; il fatto che questo Aronofsky chiassoso e fisico manchi della solita eleganza, nella scrittura e nella forma, non andando troppo per il sottile. Dà un morso proibito alla mela della conoscenza, e rischia di farsela andare di traverso. Trascina l'ex compagna Jennifer Lawrence in un lungo calvario, e solleva tutt'attorno fumo, fuoco e fiamme. Resiste imperterrito un cuore di cristallo, sul fondo del vaso di Pandora; sotto la cenere. Madre! pecca di ambizione e non potrebbe permetterselo: lacunoso, perfino ingenuo. A modo loro, però, sempre piaciuti i peccatori. (7)

La mente che parla al corpo e gli suggerisce di soffrire. Lì, sotto le palpebre abbassate, i dolori della giovane (e bella, come si diceva in qualche film fa) Chloé. Dolori lancinanti alla bocca dello stomaco e un'unica guarigione, se la medicina scuote la testa e dichiara bandiera bianca: uno psicologo che scandagli nel suo passato e in traumi rimossi per istinto di sopravvivenza. Medico e paziente vanno a letto violando il codice deontologico; si innamorano. Finché Chloé non finisce nelle braccia di un altro terapista, di un altro uomo, che non si sa perché ha la stessa faccia di Paul: la sua versione tenebrosa, laconica, specchiata, che scava più a fondo ancora, e nei segreti della camera da letto. Lei, l'attrice feticcio Marine Vacht, ha il caschetto castigato della prima Mia Farrow e un corpo acerbo dalle insospettabili curve a gomito. Lui, anzi loro, sono Jeremie Renier: altra conoscenza del regista francese, con un fascino barbuto che fa passare d'un tratto la paura di invecchiare. Esplorazioni invasiva dell'intimo femminile, con immagini troppo di classe, troppo patinate, per suscitare scandalo – si apre con un chiacchierato primo piano della vagina della protagonista, si prosegue con onirici ménage à trois e uomini sottomessi con una cintura fallica soltanto per il desiderio di lei –, L'Amant Double arriva nelle sale italiane con il titolo Doppio amore dopo il mancato rumore al Festival di Cannes. Messo da parte il freddo languore di Frantz, il sempre atteso Ozon torna alle atmosfere di De Palma – lussuriose ma incoerenti – e al tema del doppio, già debitamente affrontato negli irraggiungibili Swimming Pool e Una nuova amica. Qualcuno ci ha letto infinita autoironia, qualcun altro un'analisi freudiana che arriva all'orgasmo partendo da lontano. Raffinatezza stilistica a parte, questa volta non ho trovato appigli o spunti degni di riflessione, in un intrigo torbido ma lacunoso, retto interamente dall'intesa sessuale fra due protagonisti bellissimi. E stimolerà ormoni e zone sensibili più di qualsiasi Sfumatura di grigio, inutile negarlo, eppure L'Amant Double appare il gemello ipodotato dei fratelli maggiori meglio riusciti. Autocelebrazione intrisa di eleganza che sul lettino di uno specialista, fra le lenzuola spiegazzate, rischia di farsi parodia di sé stessa. (5,5)

Dal grigio al rosso, passando senza grande convinzione attraverso cinquanta sfumature di noir. A un certo punto, nell'incipit del terzo e ultimo capitolo della serie erotica di E.L. James, quei protagonisti che in bianco non sono andati mai, sperimentano il candore virginale dell'organza. Convolano a nozze, e allora lo fanno a Parigi e a Nizza, in barca a vela, in auto, nello chalet di montagna di lui. Si danno da fare, anche se il cinema patinatissimo di James Foley si dilunga sui preliminari ma ci nega il sesso, e mentre si spalmano gelato sulle parti intime (l'indomani non useranno un detergente intimo, ma Mastrolindo Sgrassatore) o giocano a far vibrare dildo, ecco che parte la hit del momento – quest'anno, l'orecchiabile duetto fra Rita Ora e Liam Payne –, con la signora Grey che spalanca la bocca non si sa se in preda al piacere, o per cantare il ritornello in lip synk. Passione e strafalcioni: gli stessi della prima volta. Anastasia che, inebetita, puntualmente si meraviglia delle dimensioni (fior di metafora?) del jet di lui. Christian che, con la scusa dello stalker che vorrebbe separarli, rafforza la sua figura di padre padrone. Se non fosse che la sua sposa – servita e riverita come una gran dama, con tanto di bodyguard e immeritata promozione –, spesso si impunta e lo contraddice. Nelle rare irruzioni nella stanza segreta di Grey, ci si vendica e ci si stuzzica in una sfida alla pari: chi sottomette chi, dopo essersi detti sì? Abituarsi alla routine matrimoniale richiede ora la carota, ora il bastone (insomma, comunque oggetti dall'inequivocabile forma fallica). Con orridi dialoghi da fotoromanzo svestito a thriller, la James e il marito sceneggiatore inseriscono nella loro irresistibile orgia trash corse in macchina che manco la sorella gnocca di Vin Diesel, agenti immobiliari maggiorate, criminali da strapazzo che rapiscono la tipa di Tezenis e passati traumatici con la pioggia scrosciante fuori. Ai protagonisti si chiedevano, all'inizio, seni a coppa di champagne e chiappe così marmoree da poterci spaccare in mezzo le noci di Macadamia. Dakota Johnson, migliore di film in film, appare qui di una bellezza raggiante. Jamie Dornan, l'uomo con le pentole inox per occhi, scopre invece le insicurezze di un'eventuale paternità, le serenate al pianoforte e lacrime che no, non ne attentano alla famosa virilità. I trasgressori che fanno faville al botteghino e nei portafogli delle nostre mamme in menopausa affrontano la quotidianità – magari in perizoma – e chiudono così, con un dignitoso tassello finale che invita sin dal titolo a non sparare di nuovo sulla croce rossa, le porte del loro sogno di coccole e gatti a nove code. (5)

24 commenti:

  1. A Quiet Place è un gioiellino di suspance, zeppo di intelligenza e cuore, probabilmente non vedrò un altro horror così emozionante quest'anno; Madre! per me è stato un maglio in fronte, un delirio che ho adorato dall'inizio alla fine con tutte le sue imperfezioni.
    Gli altri due... uuuh come li evito volentieri (Mastrolindo sgrassatore, muoio!! XD)!!

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    1. Però Ozon ha sempre il suo perché, sai?

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  2. A Quite Place mi attira ma non l'ho ancora visto, Madre! invece me lo sono goduta qualche tempo fa e devo dire che io mi piazzo serenamente tra quelli a cui è piaciuto, complice il fatto che apprezzo molto Aronofsky. Concordo con te sull'inutilità di cercare significati astrusi e nascosti, la metafora dopo la seconda metà del film (ma pure prima, se si sta attenti) è chiarissima. Mi è capitato di leggere interpretazioni letterali, del tipo che loro siano veramente una coppia plagiata da una setta satanica... è vero che l'atmosfera e alcune scene strizzano l'occhio a Rosemary's Baby, ma comunque non mi trovo d'accordo con questa chiave di lettura e Aronofsky stesso ha detto molto chiaramente quello di cui tratta il film.
    Su 50 Sfumature non riesco a esprimermi, ho provato a guardare il primo e giuro che non mi sono mai annoiata tanto a vedere e sentir parlare di sesso.

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    1. Mi raccomando, fammi sapere su A Quiet Place, Rose. Su Aronofsky, nonostante il mio mancato entusiasmo, concordiamo pienamente.

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  3. Avete convinto anche la fifona che è in me ad andare di nuovo al cinema per un horror, e che settimana prossima arriva pure Martin Freeman!

    Quanto a Madre! mi piazzo nel mezzo anch'io, anche se la delusione è forse più alta rispetto al gridare al capolavoro. Non fischio, ma mi chiedo il perchè di tutta questa parabola, questo giro della vita esagerato ed egocentrico.
    (che poi, ero convintissima ne avessi già parlato...)

    Proprio domani parlerò de L'amant double (a completare una settimana très français) che mi ha convinto un pelo più che a te, e a proposito di peli, prima o poi lo so che cederò alla trilogia colorata per farmi un paio di risate, ma non è ancora quel momento.

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    1. Martin Freeman lo vedo più concettuale, ma A Quiet Place è tensione pura. Preparati e va'!

      Di Madre! ne ho parlato in lungo e in largo, sì, ma mi ero perso i miei appunti nei meandri del computer. Trovati giusto in tempo, per un post a tema brividi.

      Risate assicurate con le Sfumature e, spiace dirlo, questa volta anche un po' con l'Ozon provocatore...

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  4. A Quiet Place e Madre! saranno le mie prossime visioni. Sul primo avevo un mucchio di dubbi dopo aver visto il trailer, sono passata qui proprio al momento giusto ;)
    L'ultimo proprio no, passo volentieri.
    Doppio amore, non mi convince appieno ma non lo scarto!

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    1. A Quiet Place, poco da fare, è interessante come lo dipingono.

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  5. A quite place visto al cinema e quanta ansia!!! mi è piaciuto molto. Madre se riesco lo guardo nel weekend. cinquanta sfumature... mamma mia.. purtroppo ho visto i primi due e quindi prima o poi mi tocca pure il terzo anche se devo dire che ho apprezzato i romanzi, ma queste trasposizioni mi fanno star male! la tua recensione mi ha fatto ridere XD

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  6. A Quiet Place non lo mancherò di certo.

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  7. A Quiet Place è partito in sordina, interessandomi meno di zero... ma tutte le recensioni positive mi hanno fatto venire una voglia matta di andare a vederlo *^*

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    1. Grossomodo, Kate, è stato così anche per me.
      La curiosità - e il cinema a tre euro, per qualche giorno appena - ha avuto in fretta la meglio. Ed è stata ripagata, sì, sì, sì.

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  8. Non so se riuscirò a superare un po' di fifoneria per A Quiet Place, ma forse ci provo. Madre! non l'ho visto, ma è colpa della locandina, perché tutto quel sangue?!
    Lasciamo stare 50 sfumature, col tuo 5 sei stato fin troppo generoso!

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    1. A Quiet Place è un bel modo per mettersi alla prova, decisamente. Non che faccia tutta questa paura, no, però il buio in sala (e quel sonoro) alimenta una suggestione tutta sua.

      Il sangue non manca neanche nel corso del film vero e proprio, però poca fifa e tantissimi sottotesti con la Lawrence e Bardem.

      Le Sfumature, alla fine, mai dispiaciute. Così brutte da risultare, negli anni, un appuntamento irrinunciabile.

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  9. Su A Quiet Place sono molto dubbioso. Se un film del genere riuscirà a conquistarmi sarà davvero un miracolo. Ma comunque un po' ci spero...

    Su Madre! non si può stare a metà strada. Devi schierarti: o con noi forze del bene che lo amiamo, o con i cattivoni che lo odiano. ;)

    Doppio amore a me aveva intrigato decisamente. Niente di nuovo sul tema, però io in questi thrillerini alla De Palma ci sguazzo alla grande.

    E potrei sguazzare alla grande anche nelle Cinquanta sfumature, che ancora non ho visto, ma che spero mi provochino abbondanti risate come i due precedenti capitoli. :)

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    1. Krasinski, a metà fra l'indie e il commerciale, è la via di mezzo che piace facile (spero). ;)

      Vai di Sfumature, e di risate. E' ancora una volta all'altezza dei predecessori. Be', all'altezza... Si fa per dire.

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  10. A quite place mi è piaciuto, però forse mancava qualcosina..non so di preciso cosa. Diciamo che per me è stato un bel film, ma niente di più.
    Di cinquanta sfumature ho visto solo il primo e ho persino dovuto dividerlo in due perché dopo la prima mezz'ora mi stavo annoiando da morire..

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    1. Anche per me semplicemente un bel film, sì, ma per un horror, al giorno d'oggi, è una cosa rara. ;)

      Oggettivamente le Sfumature ridicole restano, ma si vanno accorciando e alleggerendo, fino a non dispiacere più troppo.

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  11. Voglio recuperare sia A quiet place (mi sembra proprio pane per i miei denti!) che Madre!... che all'epoca che è uscito nessuno è voluto venire al cinema a vederlo Y-Y

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    1. Storia della mia vita, Denise.
      Soli (al cinema) è bello. Mi ci farò una T-Shirt. ;)

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  12. "A quiet place" purtroppo l'ho perso... il primo film di quel regista l'ho adorato, mi aspetto grandi cose."madre!" invece sono fra quelli che lo hanno amato. Davvero, un film in grado di scuotermi come non accadeva da tempo. E' stato quello che mi ha spinto a resettare tutto dalle mie parti.
    "Doppio amore" mi aspettavo la delusione, ma mi ispirava.
    Dell'ultimo mi è bastato vedere il primo...

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  13. Ho visto A quiet place stasera, ma ancora non mi sbilancio.
    Per il resto, Madre! è stato una mezza delusione/quasi soddisfazione.
    Cose strane, insomma. ;)

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