
Sfondi
e scenari: gli stessi dei survival indipendenti (vedasi il cottage in
fondo al bosco di It comes at Night). Lo spunto: originale ma
non molto, tipico di chi vorrebbe tenere alti il dramma umano,
l'ambiguità, la suspance (leggasi La morte avrà i tuoi occhi,
prossimamente un film grazie a Netflix e Susan Bier, in cui contro
l'ignoto si viveva non nel mutismo, ma a occhi bendati). I toni:
quelli sommessi di progetti che non hanno bisogno di
spargere ettolitri di sangue o alzare la voce per farti sinceramente
paura (certo, se solo a produrlo ci fosse stata l'affidabile A24
avremmo evitato gli errori di 21 Cloverfield Lane, The Ritual e
altri horror che troppo vogliono svelare). In A Quiet Place ci
sono un imprecisato futuro post-apocalittico e due genitori con un
terzo figlio in arrivo, dopo la morte mai elaborata di un altro
bambino. Cattiva idea allargare la famiglia, se fuori c'è un
pericolo a cui sopravvivere solo così: in silenzio. I protagonisti
si esprimono con il linguaggio dei segni, con gli occhi e i movimenti
corporei, per non attirare in casa mostruosi invasori dall'udito
sopraffino. Gli espressivi Emily Blunt e John Krasinski, coppia anche
nella vita reale, si dividono l'educazione dei figli, compiti e
spauracchi, a un passo dal gorgogliare del fiume. Si lavora
sinergicamente – nel cast raccolto, nei copioni personalizzati da
una palpabile intesa –, e agli Abbott, cosa rara davvero, ci si
affeziona. Mentre si concedono un lento in cantina. Mentre il senso
di colpa e il passato li uniscono e li dividono nel corso di una
notte implacabile. Mentre la poetica lentezza iniziale, ben musicata
dal solito Beltrami, cede il passo infine all'azione dei survival:
evitabile, sì, ma messa già in conto in una produzione commerciale
che ha il cuore come un martello pneumatico, una tecnica
all'avanguardia e un giovane regista, quel Krasinski impegnato in
un duplice ruolo, costretto a cedere a più di qualche faciloneria
(su tutte, il design delle creature: troppo mostrate, troppo simili a
quelle di Stranger Things, quando il miglior Shyamalan avrebbe
invece gettato ad arte ombre strategiche). I dialoghi sono ridotti a
zero o quasi. Nell'aria non vola una mosca. Ogni piccolo rumore, ogni
scricchiolio, costituiscono un rinnovato fremito in poltrona. La scrittura è
solida, l'uso del montaggio sonoro da Oscar e il dosaggio degli
jumpscares, nonostante i perdonabili difetti di sorta, ti fa torcere
le mani in poltrona e vergognare un po' per i sobbalzi. L'ho visto da
solo, in una sala semivuota, e a un certo punto scalpitavo per
l'arrivo dei titoli di coda: stanco di stare sempre sul chi va là,
chiedevo basta, ma anche ancora. A Quiet Place è
un gioiellino di tensione a piedi nudi, a fior di nervi, che
insegna che il silenzio è d'oro. A volte, anche l'horror mainstream.
(7,5)

Dopo
l'ammaraggio dell'arca di Noah si attendeva l'arrivo di Darren
Aronofsky nelle acque più placide del Lido. Acclamato o disprezzato,
di Madre! hanno scritto i più – cose brutte, cose
lusinghiere, interpretazioni in gran quantità – e, curioso per
natura, qualcosa ho letto. Sarà perché giunto non del tutto
impreparato alla visione, non l'ho amato e non l'ho odiato: al
solito, mi piazzo a metà. Con il senno di poi non mi spiego infatti
né i fischi né la venerazione. Non mi spiego, soprattutto, la
confusione: le chiavi di lettura che fioccano dappertutto, come se
alla base dell'allegoria dell'ultimo Aronofsky ci fosse chissà quale
ermetismo, chissà quale sottigliezza. Tornando all'horror senza però
lasciare indietro la suggestione delle Sacre scritture, il regista
racconta con il grotteso della commedia nera e la violenza
dell'epilogo l'incubo vissuto da una coppia perfetta. Le cure di una
morbida e urlante Lawrence (per tutto il tempo, sul viso ha
ragionevolemente un'unica espressione di sconcerto) hanno restituito
smalto a una villa decaduta e giovinezza al poeta di un
insopportabile Bardem. Lui padre padrone, lei sottomessa – anche
quando si parla di avere un figlio, anche quando la casa inizia a
riempirsi di ospiti inopportuni e inquietanti (si parte dal fanatico Harris e dalla sobillatrice Pfeiffer, due Adamo ed Eva
agées, finendo con la spietata giustiziera Wiig).
Riassunto in pillole allucinogene di Antico e Nuovo Testamento, in
Madre! è tutto un simbolo. La morale ecologista è dietro
l'angolo – assieme ai reiterati tentativi del processo creativo, suggeriti con una bella struttura circolare; al ripiegare sull'ottusa
fiducia che la prossima volta andrà meglio –, meno la
delusione preventivata. Aronofsky interessa, affascina e indigna.
Pasticcia, senz'altro. Ma erano mesi che mi negavo, a fine visione,
il piacere di un sezionare un film in compagnia ripercorrendolo a
ritroso. Il difetto più palese: la semplicità del linguaggio, lì
dove altri gli rimproverano un'insensatezza di base; il fatto che
questo Aronofsky chiassoso e fisico manchi della solita eleganza,
nella scrittura e nella forma, non andando troppo per il sottile. Dà
un morso proibito alla mela della conoscenza, e rischia di farsela
andare di traverso. Trascina l'ex compagna Jennifer Lawrence in un
lungo calvario, e solleva tutt'attorno fumo, fuoco e fiamme. Resiste
imperterrito un cuore di cristallo, sul fondo del vaso di Pandora;
sotto la cenere. Madre! pecca di ambizione e non potrebbe permetterselo: lacunoso, perfino ingenuo. A modo loro,
però, sempre piaciuti i peccatori. (7)

La
mente che parla al corpo e gli suggerisce di soffrire. Lì, sotto le
palpebre abbassate, i dolori della giovane (e bella, come si diceva
in qualche film fa) Chloé. Dolori lancinanti alla bocca dello
stomaco e un'unica guarigione, se la medicina scuote la testa e
dichiara bandiera bianca: uno psicologo che scandagli nel suo
passato e in traumi rimossi per istinto di sopravvivenza. Medico e
paziente vanno a letto violando il codice deontologico; si
innamorano. Finché Chloé non finisce nelle braccia di un altro
terapista, di un altro uomo, che non si sa perché ha la stessa faccia
di Paul: la sua versione tenebrosa, laconica, specchiata, che
scava più a fondo ancora, e nei segreti della camera da letto. Lei,
l'attrice feticcio Marine Vacht, ha il caschetto castigato della
prima Mia Farrow e un corpo acerbo dalle insospettabili curve a
gomito. Lui, anzi loro, sono Jeremie Renier: altra conoscenza del
regista francese, con un fascino barbuto che fa passare d'un tratto
la paura di invecchiare. Esplorazioni invasiva dell'intimo femminile,
con immagini troppo di classe, troppo patinate, per suscitare
scandalo – si apre con un chiacchierato primo piano della vagina
della protagonista, si prosegue con onirici ménage à trois e uomini sottomessi con una cintura fallica soltanto per il desiderio
di lei –, L'Amant Double arriva nelle sale italiane con il
titolo Doppio amore dopo il mancato rumore al Festival di
Cannes. Messo da parte il freddo languore di Frantz, il sempre atteso Ozon
torna alle atmosfere di De Palma – lussuriose ma incoerenti – e
al tema del doppio, già debitamente affrontato negli irraggiungibili
Swimming Pool e Una nuova amica. Qualcuno ci ha letto
infinita autoironia, qualcun altro un'analisi freudiana che arriva
all'orgasmo partendo da lontano. Raffinatezza stilistica a parte,
questa volta non ho trovato appigli o spunti degni di riflessione, in
un intrigo torbido ma lacunoso, retto interamente dall'intesa
sessuale fra due protagonisti bellissimi. E stimolerà ormoni e zone
sensibili più di qualsiasi Sfumatura di grigio, inutile
negarlo, eppure L'Amant Double appare il gemello ipodotato dei
fratelli maggiori meglio riusciti. Autocelebrazione intrisa di
eleganza che sul lettino di uno specialista, fra le lenzuola
spiegazzate, rischia di farsi parodia di sé stessa. (5,5)

Dal
grigio al rosso, passando senza grande convinzione attraverso
cinquanta sfumature di noir. A un certo punto, nell'incipit del terzo
e ultimo capitolo della serie erotica di E.L. James, quei
protagonisti che in bianco non sono andati mai, sperimentano il
candore virginale dell'organza. Convolano a nozze, e allora lo fanno
a Parigi e a Nizza, in barca a vela, in auto, nello chalet di
montagna di lui. Si danno da fare, anche se il cinema patinatissimo
di James Foley si dilunga sui preliminari ma ci nega il sesso, e
mentre si spalmano gelato sulle parti intime (l'indomani non useranno
un detergente intimo, ma Mastrolindo Sgrassatore) o giocano a far
vibrare dildo, ecco che parte la hit del momento – quest'anno,
l'orecchiabile duetto fra Rita Ora e Liam Payne –, con la signora
Grey che spalanca la bocca non si sa se in preda al piacere, o per
cantare il ritornello in lip synk. Passione e strafalcioni: gli
stessi della prima volta. Anastasia che, inebetita, puntualmente si
meraviglia delle dimensioni (fior di metafora?) del jet di lui.
Christian che, con la scusa dello stalker che vorrebbe separarli,
rafforza la sua figura di padre padrone. Se non fosse che la sua
sposa – servita e riverita come una gran dama, con tanto di
bodyguard e immeritata promozione –, spesso si impunta e lo
contraddice. Nelle rare irruzioni nella stanza segreta di Grey, ci si
vendica e ci si stuzzica in una sfida alla pari: chi sottomette chi,
dopo essersi detti sì? Abituarsi alla routine matrimoniale richiede
ora la carota, ora il bastone (insomma, comunque oggetti
dall'inequivocabile forma fallica). Con orridi dialoghi da
fotoromanzo svestito a thriller, la James e il marito sceneggiatore
inseriscono nella loro irresistibile orgia trash corse in macchina
che manco la sorella gnocca di Vin Diesel, agenti immobiliari
maggiorate, criminali da strapazzo che rapiscono la tipa di Tezenis e
passati traumatici con la pioggia scrosciante fuori. Ai protagonisti
si chiedevano, all'inizio, seni a coppa di champagne e chiappe così
marmoree da poterci spaccare in mezzo le noci di Macadamia. Dakota
Johnson, migliore di film in film, appare qui di una bellezza
raggiante. Jamie Dornan, l'uomo con le pentole inox per
occhi, scopre invece le insicurezze di un'eventuale paternità, le
serenate al pianoforte e lacrime che no, non ne attentano alla famosa virilità. I
trasgressori che fanno faville al botteghino e nei portafogli delle
nostre mamme in menopausa affrontano la quotidianità – magari in
perizoma – e chiudono così, con un dignitoso tassello finale che
invita sin dal titolo a non sparare di nuovo sulla croce rossa, le
porte del loro sogno di coccole e gatti a nove code. (5)