giovedì 31 ottobre 2019

Mr. Ciak: Scary Stories to Tell in the Dark, Crawl, Eli, Wounds e altri horror per il tuo Halloween

Corrono gli anni dei film di Romero e del Vietnam. È la notte del trentuno e tre amici inseparabili, in compagnia dell’ultimo arrivato, l’hanno fatta grossa. In fuga dai bulli, si rifugiano dove nessuno andrebbe a fare dolcetto o scherzetto: una casa infestata. C’entrano una bambina prigioniera nello scantinato e il classico libro scritto con sangue umano, che pagina dopo pagina svela nuove vittime fra i giovani protagonisti. Si animano gli spaventapasseri nei campi di grano. I ragni sbucano sottopelle. Corpi disarticolati attentano dietro le sbarre e, nei lunghi corridoi degli ospedali, aspettano i mostri. Perfetto per Halloween, Scary Stories to Tell in the Dark attirerà in sala il pubblico più rumoroso – gli adolescenti – e gli spettatori affezionati al culto di Stranger Things. Pensato per intrattenere i Millennial, il ritorno al cinema del regista diThe Autopsy of Jane Doe segue la moda delle antologie a tema e della retromania dilagante. Il risultato, leggerissimo e con un sottotesto politico dal retrogusto agrodolce, somiglia a un’indagine vecchio stile della Misteri e affini. Prodotte da Guillermo Del Toro, le più popolari storie da falò prendono vita per raccontarcene infine una non così inedita. Di quelle da sussurrare al buio, ma da vedere senza il bisogno della luce accesa. Non spaventeranno, infatti, neppure i giovanissimi. (6)

Cose da non fare in caso d’uragano: passare a casa di tuo padre per chiedergli se è tutto bene su consiglio della sorella maggiore. E scoprire che è ferito in cantina, in balia di onde anomale e di rettili primordiali – con tanto di dolce cagnolina da salvare. Per quanto non sia un amante di questi horror acquatici nello stile di Paradise Beach, Crawl sa come diventare un’appassionantissima declinazione del genere home invasion. Può vantare un’invidiabile gestione dell’alta tensione, senza esagerare con arti mutilati, effetti splatter e sobbalzi; effetti visivi di gran livello; una prova convincente da parte della protagonista, la sfortunata Kaya Scodelario. Il merito maggiore, però, spetta alla regia di Alexandre Aja: nonostante qualche passo falso commesso in passato, finalmente sotto l’egida del produttore Sam Raimi, il francese torna a ricordarci di saperci fare in fatto di morti ammazzati e nefandezze a fantasia. C’è poco altro sotto la superficie, a parte il classico rapporto conflittuale padre-figlia, ma Crawl – umido e claustrofobico, senza tregua – fa il suo dovere. Prima di comprare una casa accanto alla palude, da oggi ci penseremo su due volte. E consulteremo più attentamente il bollettino meteorologico. (7)

Una coppia di genitori disperati si affida a un farmaco sperimentale per salvare il loro bambino, allergico al mondo esterno. L’ultima spiaggia, una clinica privata perduta nelle nebbie, somiglia proprio a una casa stregata. E ben presto il paziente inizia a mostrare segni di debolezza fisica e psicologica, stranezze. Sono le controindicazioni della terapia, o c’è dell’altro? Protagonista della versione horror di Noi siamo tutto, Eli sarà messo in allerta da una coetanea: dall’istituto, infatti, sono passati bambini simili a lui – senza mai uscirne. Atipica ghost story coprodotta dalla Paramount, può contare su un’ottima atmosfera, buone interpretazioni femminili – Kelly Reilly e Lili Taylor, sempre piacevoli da ritrovare –, piccoli grandi indizi all’insegna di un finale che fa fuoco e fiamme. L’effetto sorpresa è assicurato in molti casi, ma personalmente avevo indovinato il colpo di scena in anticipo. La visione, per fortuna, non ne perde affatto in gradevolezza, risultando un intrattenimento molto più godibile della media. Una variazione sul tema forse abusata ma affrontata da una prospettiva opposta, in cui i bambini in pericolo hanno nomi in assonanza con la parola “lie” e per sopravvivere al mondo servono bugie e anticorpi. (6,5)

Non ci si poteva aspettare altro da Babak Anvari, regista iraniano già amato-odiato ai tempi di Under The Shadow. Tornato al Sundance con il suo primo film statunitense, lascia l’Oriente per New Orleans ma non rinuncia alla suggestione. Horror di difficile comprensione, Wounds racconta delle ferite metaforiche di Armie Hammer: perdigiorno alcolista e traditore, diviso tra Dakota Johnson e Zezie Beetz. In ordine sparso lo affliggono: un’invasione di scarafaggi, escoriazioni di natura misteriosa, messaggi di morte recapitati da sconosciuti. Che lo si voglia leggere come un ordinario racconto di possessione soprannaturale o allegoria di qualcos’altro – un disagio che serpeggia nel profondo della coppia, la dipendenza da alcol –, Wounds si rivela un interessantissimo prodotto festivaliero. Spiazzante e audace, a metà fra Kafka e Bukowski, garantisce un delirio acustico e visivo capace di dividere il pubblico. Il protagonista, immerso totalmente nelle sue ricerche pur di dare un senso a un’esistenza vuota, troverà l’illuminazione o la disfatta? Restano più domande che risposte. Tante interpretazioni: tutte valide e tutte sbagliate. Troppo impenetrabile, l’ho seguito spinto da una fascinazione morbosa. L’ho compreso a sprazzi e con il senno di poi. Ma mi è piaciuto, sì, o almeno credo. (7)

Costretta a ritirarsi per la decenza della madre, una violoncellista di talento si rimbocca le maniche pur di riprendersi il posto che le spetta. In un territorio ostile, la protagonista scopre di avere una rivale: entra in competizione con lei, ma ne è attratta. Possibile frenare le scene bollenti se si parla delle bellissime Allison Williams e Logan Browning? Sexy e ributtante, sconsigliato agli ipocondriaci, The Perfection parte con un sofisticato prologo a Shangai e ci conduce poi verso l’ultima frontiera della competizione. Impossibile comprendere in anticipo dove andrà a parare. Altrettanto frenare le domande e il raccapriccio davanti agli efferati cambi di scenario, rotta e protagonista – chi è la buona e chi la cattiva, e dalla scuola di cui sono entrambe le stelle sarebbe meglio far di tutto per entrare oppure uscire? Mix febbricitante ma irresistibile, The Perfection fa il suo sporco lavoro con colpi di scena a raffica, un montaggio pazzo, sequenze di disfacimento fisico e morale. Il thriller di Shepard prende le mosse sulla scia del Cigno nero, per poi trasformarsi in un bagno di emoglobina a tinte trash, su cui pattinano personaggi chiamati alle vendette trasversali e ai duetti folli. Voi saprete contenere succhi gastrici, divertimento e orrore? (7,5)

Dopo Shining soltanto Stephen King, qui in collaborazione con il figlio Joe Hill, poteva immaginare un labirinto tanto singolare. Dopo The Cube soltanto il sottovalutato Natali, abilissimo ma a corto di progetti, poteva renderlo così claustrofobico. Partito sotto i migliori auspici, infatti, Nell’erba alta contava su uno spunto originalissimo e un regista a proprio agio con ambienti asfittici e relazioni torbide. Cosa ci fanno la famiglia dell’inquietante agente immobiliare Patrick Wilson e una ragazza incinta di sei mesi, in viaggio con il fratello, in un singolare dedalo verde dove il tempo e lo spazio hanno leggi imperscrutabili? Se al centro del labirinto c’è anche un misterioso monolite, le battute sull’erba – quanta ne hanno fumata per inventare questo guazzabuglio indigeribile? – potrebbero sprecarsi durante la visione. Trip senza fine, sontuoso dal punto di vista visivo, il racconto del Re diventa un horror psicologico dal pollice verde e dagli spunti oscuri. Servivano francamente qualche chiarimento in più e qualche sacrificio stucchevole in meno. Impossibile uscirne sani e salvi. E venirne a capo? Nel dubbio, cambiate strada all’ultimo minuto e, sul tema riti pagani e natura, guardate Apostle. (5)

Il medico Gleeson, la matriarca Rampling, i figli Ruth Wilson e Will Poulter. Dirige Lenny Abrahmson. Alla base: un gotico firmato da Sarah Waters, di recente portata anche a Cannes da  Park Chan-wook. Possibile, date le premesse, che L’ospite sia stato destinato in Italia direttamente allo streaming? Il perché, dato un film senza grandi demeriti, resta un mistero. Tragedia familiare dalle atmosfere angoscianti, racconta della fascinazione del protagonista verso una casa in rovina: anziché fuggire, ne è attratto – galeotti l’amore verso la primogenita da trarre in salvo e i ricordi di un’infanzia trascorsa, al contrario, in completa povertà. Immerso in scenari che ricordano il soggiorno a Hill House, il film britannico fa proprie psicosi, malanni ereditari, stanze anguste. Il paranormale ci metterà lo zampino soltanto nell’ultima mezz’ora, con porte sbattute all’improvviso, scampanellate notturne, scritte sui muri. Austero sotto ogni punto di vista, dal cast superbo alle scenografia, ha ritmi lentissimi e una regia ora incantevole, ora asfissiante. Non meritava l’oblio, però, nonostante una chiusa frettolosa. Somiglia proprio, infatti, a una di quelle magioni in rovina che conservano a sorpresa il loro fascino polveroso. (7)

Cresciuto dalla mamma single, James è un piccolo lord, pettinato con la riga di lato e sempre ben vestito. Senza amici, ha paura de ragni e di ricominciare altrove dopo un trasferimento improvviso. E non deve assolutamente giocare nei pressi della voragine che si apre al centro del bosco dietro casa. Disobbedisce, ovvio, e niente sarà più lo stesso. Ma le stranezze, crescenti giorno dopo giorno, le percepisce soltanto una mamma sull’orlo di una crisi nervosa o sono forse reali? Forte dei paragoni ingannevoli con The Babadook e della notevole somiglianza tra il bambino e Haley Joel Osment, The Hole è un horror a basso budget che raggiunge il massimo risultato con il minimo sforzo. Discreta macchina di tensione, con un’ottima interprete nel ruolo di protagonista, a ben vedere ha però un’introspezione psicologica appena accennata – il difetto maggiore è che manca di qualsiasi doppiezza o ambiguità – e una trama, con tanto di finale mordi e fuggi nelle grotte di The Descents, che rimesta alla cieca nel mito dei changeling e nei classici horror di ragazzini maligni e madri al limite. Non gli si vuol male, ma avremmo tutti fatti a meno della distribuzione in sala o dei confronti con una regista, Jennifer Kent, contro i cliché. (5,5)

Un’altra mamma single, un altro bambino con amici che stanno sulle dita di una mano. L’evasione non avviene grazie alle scorribande nei boschi, bensì con un giocattolo che già conosciamo tutti: l’iconico Chucky, incubo di generazioni vicine e lontane. Ritornato in un remake non richiesto, il rimodernamento della bambola infernale preferisce concentrarsi sulla dimensione infantile anziché su quella orrorifica. Il rinnovo generazionale, per fortuna, chiama comunque all’appello omicidi sanguinosissimi e un doppiatore d’eccezione, Mark Hamill, ad animare un villain per il resto non troppo convincente dal punto di vista estetico. Al tempo di Stranger Things e Black Mirror, i bambini sono ricettivi e gli adulti appaiono ciechi davanti all’evidenza; la crudeltà di Chucky non dipende da una possessione demoniaca, bensì da un malfunzionamento tecnologico. Preceduta da un geniale battage pubblicitario che faceva a pezzi i personaggi di Toy Story, la nuova Bambola assassina è una commedia nera scoppiettante ma prevedibile dall’inizio alla fine. Ben recita, capace di indovinare target ed equilibri, resta poco incisiva ma tanto è bastato a far gridare all’eccezione alla regola pubblico e critica, al cospetto di un remake al passo con i tempi. Ma se il gioco cambia estetica, le regole restano le stesse. (6)

Nell’era segnata dall’influenza dei cinecomic, ne sa qualcosa il caro Martin Scorsese, quanto poteva essere geniale un’idea del genere: prendere un eroe dei fumetti, amato da grandi e piccini, e trasformarlo questa volta nell’antagonista della storia. Il coraggioso Clark Kent, così, sbarcato da un pianeta lontano e adottato da una famiglia di amorevoli campagnoli, si trasforma in un bambino sfrenato e dispotico: respinto da una coetanea, irritato dalle bugie dei genitori, minaccia di usare i suoi poteri per i fini peggiori. Esisterà anche qui l’equivalente della kryptonite? Tipica storia sulle origini di un atipico supereroe, a Brightburn si chiedeva poco. Amaramente, il film prodotto da James Gunn osa dare perfino meno del previsto. Di scarsissime pretese, con un svolgimento indegno dell’assunto di base, ha un cast non di primo taglio – fa eccezione giusto Elizabeth Banks – e un Omen dotato di raggi laser negli occhi, meno carismatico e più caciarone dell’infante diabolico del classico di Richard Donner. Inutile accanirsi ulteriormente: questo volo nel lato oscuro lo abbiamo già scordato. (4)

17 commenti:

  1. Troppo severo con Brightburn. Io l'ho trovato cattivo al punto giusto e molto interessante, peccato per le censure italiane.
    Anche The Hole ha ricevuto un voto troppo basso. Delicato come una favola nera, intelligente per il modo in cui racconta il disagio di una madre "inaffidabile" senza spiegoni, soffre troppo del paragone con Babadook ma è un ottima opera prima.
    Crawl, Eli, The Perfection e Wounds li ho adorati, ognuno a modo loro, soprattutto gli ultimi tre, ottimi motivi per farsi un abbonamento a Netflix.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Lo dicevo a Pirkaf, per me Brightburn è davvero brutto brutto brutto, forse una delle cose peggiori viste quest'anno. Passerò a rileggere i vostri pareri, soprattutto per vedere cosa mi sono perso durante la visione magari e cosa hanno censurato.

      The Hole è carino, ma molto innocuo. Sul tema bambino malefico, penso che il protagonista di The Prodigy, per carisma, si mangi a colazione tutti i piccoli colleghi!

      Elimina
  2. Devo dire che mi incuriosiva molto Scary Stories to Tell in the Dark... vediamo se potrò guardarlo o meno :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. È carino, dai.
      Se avessi avuto quindici anni anziché venticinque, probabilmente avrei apprezzato di più!

      Elimina
  3. Praticamente mi ispirano tutti, a prescindere dai voti e dai pareri XD magari un giorno riuscirò ad avere anche il tempo per recuperare tutti i film che mi interessano ç_ç

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non lasciatevi ingannare dalla carrellata. Io li ho visti in mesi diversi, tenendo da parte i miei appunti! 😂

      Elimina
  4. Scary Stories a me è piaciuto, sugli altri devo dire che grossomodo la penso come te anche se a The Hole e Brightburn gli darei una sufficienza piena.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Brightburn io l'ho trovato proprio inguardabile, non so perché. Un film nato e morto vecchio. Eppure con gli horror non vado mica per il sottile.

      Elimina
  5. Una carrellata di horror notevole, quasi da indigestione. E mi sorprende notare quanti ne ho visti, tutta colpa di Netflix.
    Onestamente, nessuno di memorabile o indimenticabile, contano più le atmosfere (di Wounds, di The Perfection) che la resa finale.
    Quanto a The Little Stranger, sì, meritava di più.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il Cardellino, nonostante il cast e il regista che vanta, farà la stessa fine di The Little Stranger. Spartito completamente dalla programma, lo si diceva su Instagram. Che misteri!

      Elimina
  6. The Perfection una piacevole, ma più che altro inquietante, sorpresa. Un po' del Cigno nero ce l'ha, insieme anche a tanto altro.

    The Little Stranger mi ha annoiato un sacco. Per me oblio meritato. :)

    Brightburn invece non m'è sembrato malaccio. Sarà che le mie aspettative di partenza probabilmente erano ancora più basse delle tue.

    Tra gli altri mi ispirano Scary Stories to Tell in the Dark, sebbene a quanto pare non così Scary... e poi Wounds, anche se il fatto che sia incomprensibile mi spaventa un po'. Cosa che, considerando il genere di paura, ci sta anche. :D

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Immaginavo che l'horror in salsa period drama non facesse al caso tuo.

      Prova Wounds, potenziale cult cannibale.

      Elimina
  7. Curioso del tuo parere su Wounds, strano ma bello.
    Magari ce lo spieghi!

    RispondiElimina
  8. Brightburn bruttino, ma nemmeno così tanto come dici tu, quanto meno l'idea mi sembrava carina.

    The Perfection l'ho adorato dall'inizio alla fine, le due protagoniste spettacolari in tutto per tutto.

    Scary Stories to Tell in the Dark carinissimo, mi son piaciuti un sacco i mostri realizzati con gli effetti speciali e non in CGI, non farà paurissima, ma è una piacevole fiaba horror che da una raccolta di racconti riesce anche a creare un buon filo conduttore.

    Wounds horror di classe, ma sinceramente non ci ho capito molto.

    Su Hole - L'abisso, non siamo d'accordo, mi è piaciuto abbastanza e la visione al cinema meritava eccome. Poi se vogliamo fare un paragone con Babadook come quelli che hanno disegnato la locandina non ci siamo proprio, anche se qualche punto di contatto c'è ad andarlo bene a trovare...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Meno male che ci accomunano le belle fanciulle di The Perfection. :)

      Elimina
  9. Li ho visti tutti, tranne The Child's Play, Hole e The Little Stranger. Nell'erba alta parecchio deludente rispetto alle più recenti trasposizioni di opere kinghiane, Eli l'ho trovato veramente brutto e insopportabile, Wounds a dispetto di quanto si legge in giro, invece, mi ha colpito e affascinato parecchio, The Perfection è una piccola chicca imperdibile, Brightburn bella l'idea però, pur essendo godibile, non è esente da diverse pecche, Scary stories to tell in the dark molto carino ma mobbasta con sti derivati di Stranger Things e company e Crawl secondo me spacca e pure parecchio.

    RispondiElimina
  10. Una bella carrellata di horror, bravo come sempre: non li ho visti tutti, ma sono d'accordo su Perfection e Nell'erba alta - una vera cagata -, mentre dissento, ma già lo sapevi, rispetto a Brightburn. ;)

    RispondiElimina