Anch'io sono stato schiavo del marketing. Negli anni, ho accumulato magliette, calzini, gadget a tema. Nonostante tutto, Stranger Things non è mai stata la mia serie della vita: nata come omaggio al cinema degli anni Ottanta – e ai classici di King, Tolkien, Rowling –, è stata sin dal pilot nostalgica, prudente, derivativa. Sarà per questo che, a differenza dei fan, ho affrontato le lungaggini e le falle della quinta stagione – la più debole accanto alla seconda – senza livori. Mi sono tenuto lontano sia dagli spoiler sia dai pronostici. In fondo, l'ho sempre seguita indipendentemente dalla trama: a spingermi, l'affetto verso i personaggi. Vado controcorrente, perciò, e dico che per me l'addio alla serie funziona proprio quando i militari non sparano, Vecna non rapisce nuovi innocenti e il Sottosopra non minaccia di invadere Hawkins. Il cuore della serie è nei ritagli, nelle pause, nei momenti d'insieme – troppo pochi in una stagione che, a tratti, mette troppa carne (e troppe storyline) al fuoco. Ricorderò, quindi, ciò che non è piaciuto a molti: una confessione disarmante, a cui non si può rispondere che con gli abbracci; la mezz'ora finale in cui non succede niente, eppure ci si gode tutta la calma, la gioia e la tristezza del congedo. Si chiude una porta. Adesso, si aprirà un portone – con tanto di sequel, spin-off, reboot? Tra qualche anno, quasi sicuramente. E quando accadrà, borbotterò da bravo bontempone. Ma è anche questa, in fondo, la magia di un prodotto che per dieci anni ha creato un ponte tra le generazioni e che, a ridosso dei titoli di coda, ci ha ricordato che certe storie iniziano nel momento esatto in cui smettiamo di raccontarle. (7)
venerdì 16 gennaio 2026
Le più social di dicembre: Stranger Things 5 | Welcome to Derry | Heated Rivalry
Una
legge non scritta condanna Stephen King a
trasposizioni mal riuscite. Serviva HBO, pronta a riunire il team
creativo dell'ultimo adattamento di It e a mettere a punto una
serie che si rivela essere contemporaneamente un prequel,
un'espansione, un omaggio. Vietato affezionarsi ai personaggi:
l'emittente televisiva ci ha abituato al peggio. Welcome to Derry
non risparmia nessuno. Lo realizziamo presto, in un pilot destinato a
infrangere uno dei più grandi tabù: i bambini e la morte.
Provocatorio e violento, ma anche pieno della magia e del candore del
cinema del passato, fa luce sui segreti di una città maledetta e
soprattutto sulla figura del pagliaccio infernale. Questa volta,
siamo ventisette anni prima del film di Andy Muschietti. A lottare
contro l'entità piovuta dallo spazio profondissimo ci sono i
ragazzini della generazione precedente. Legati ai personaggi più
amati per mezzo di legami imprevedibili, si scoprono parte di un
piano in cui l'unico male non è quello annidato nelle fogne. Cosa
trama la base militare americana? Chi era il vero Pennywise? Al netto
di una pessima CGI e di qualche episodio intermedio non all'altezza,
la serie è un amarcord bellissimo perfino nelle ingenuità. Il
merito? Di una scrittura che farà la gioia dei veri fan, in cui si
intrecciano citazioni a Shining, Le ali della libertà,
The Mist. Del
grande ritorno di Bill Skarsgård, qui più inquietante e sontuoso
che mai: il settimo episodio, in particolare, è una masterclass di
regia e recitazione. Soprattutto, di nuovi piccoli eroi pronti a
commuoverci, a metà tra lo spirito di sacrificio La compagnia
dell'anello e la dolcezza intramontabile dei Goonies. (7,5)
E
se la serie più attesa dell'anno fosse, paradossalmente, quella che
nessuno aspettava? Sbucata dal nulla all'inizio di dicembre, girata
con un budget bassissimo in un mese scarso di e prodotta da
un'anonima emittente, si è imposta nella maniera più sorprendente:
con il passaparola sui social. Sexy, ma anche tenera e profonda,
affronta un tabù nel mondo dello sport professionistico e l'amore
proibito tra due nemici giurati. Succede quello che succederebbe se
Sinner, in segreto, frequentasse Alcaraz. Si respira qui e lì
un'innegabile aria di fanfiction e tutti, dai protagonisti ai
comprimari, hanno fisici scultorei e ormoni incontenibili, a cui
danno libero sfogo in chiacchierate scene di sesso. A brillare,
eppure, ci pensano la delicatezza del creatore di Jacob Tierney (in
passato, anche collaboratore di Xavier Dolan) e l'alchimia tra gli
astri nascenti Hudson Williams e Connor Storrie (quest'ultimo, texano
ma dall'accento russo strepitoso, è un nome su cui scommettere).
Quanto è coraggioso darsi alle commedie romantiche in tempi cinici
come i nostri? Quanto è folle sfidare il fandom di Stranger
Things, proprio nei giorni della conclusione? Eversiva nella sua
semplicità, questa versione per adulti di Hearstopper arriverà
presto su HBO Max e ci invita a credere, nel frattempo, di
nuovo nelle favole. E nell'amore. E nel sesso. Ma, per favore, non
domandatemi le regole dell'hockey. (7,5)
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