martedì 31 dicembre 2013

2013 Book Awards - Parte II: Best (and worst) adaptations, Best Couples, Best Cast

Ciao a tutti, amici. Si ritorna, oggi, con la seconda parte dei Book Awards 2013: pronti?
Le categorie di oggi sono tre e riguardano i migliori (e i peggiori) adattamenti, le migliori coppie, i migliori cast. Nella prima categoria, sono compresi tutti i film tratti dai romanzi che ho letto quest'anno, con le rispettive valutazioni e i rispettivi poster cinematografici: il capolavoro è Il grande Gatsby, la delusione Shadowhunters. Nella seconda, ognuna delle coppie è accompagnata da una frase che le rappresenta, tratta dal romanzo – o dai romanzi - che hanno popolato: spazio anche per la serie Beautiful Disaster, il mio “guilty pleasure” per eccellenza di questo 2013. Lo so, non infierite, ahahahah! Ultima, ma non ultima, la categoria dedicata alle migliori squadre, ai gruppi più affiatati, ai comprimari più indimenticabili: perdonate il nome improprio che ho dato a quest'ultima, ma non mi è venuto nient'altro in mente. Perciò, che best cast sia! E' arrivato il momento di salutarci e di farci gli auguri: ci sentiamo domani – probabilmente, nel tardo pomeriggio – con l'ultimo post dedicato alle premiazioni. No, non dovrò smaltire la sbronza, ma sarò a pranzo dai miei nonni! Divertitevi, questa sera: festeggiate, scrivete tanti bei propositi e state con le persone a cui volete bene. Grazie per la compagnia che ci siamo fatti anche quest'anno e tanti, tanti AUGURI a tutti! Vi adoro. Un forte abbraccio virtuale, M.
                BEST (AND WORST) ADAPTATIONS
                                           BEST COUPLES
                                        BEST CAST

lunedì 30 dicembre 2013

2013 Book Awards - Parte I: Best Songs, Best Settings, Best Covers

Buongiorno a tutti, amici! Era da un po' che pensavo alle migliori letture del mio 2013 e, scrivendo tutti i titoli che mi venivano in mente e che mi erano rimasti nel cuore, mi sono accorto che la mia Top10  stava a dir poco degenerando: i titoli, infatti, erano troppi – e devo dire che è stato un anno di letture fortunate! -, come troppe erano le categorie. Le categorie, sì: perché ci sono libri che mi sono piaciuti per un motivo, altri per un altro motivo ancora... In questi giorni, così, cercherò di dare a ogni romanzo il suo. E non ci faremo mancare niente, perché i Golden Globes ci fanno letteralmente un baffo, no? Il primo Gennaio del nuovo anno, suddivisi in diverse categorie, annuncerò i migliori titoli di 365 giorni di buone letture. Oggi e domani, invece, posterò sul blog categorie tutte nuove, ma guai a chiamarle “minori”, eh: perché parliamo delle migliori cover, delle migliori ambientazioni  e... rullo di tamburi... delle  migliori canzoni. I consigli musicali che, da ormai due anni, mi piace dare alla fine di ogni recensione, infatti, mi permettono anche di stilare una brevissima lista delle canzoni più belle che, insieme ai libri, mi hanno – e ci hanno – fatto compagnia: una lista parziale, semplicemente basata sulle canzoni più recenti e degne di nota che ho abbinato ai libri più vari - belli o brutti che siano. Nella categoria dedicata alle cover, invece, sono compresi anche i libri dall'edizione più curata: Perché ci siamo lasciati e Incantesimo tra le righe, ad esempio, con le loro meravigliose e indimenticabili illustrazioni a colori, non potevano mancare. Ditemi, come sempre, anche la vostra opinione: quali canzoni avete amato, quali cover avete preferito, in quali scenari avete adorato perdervi? Vi aspetto e vi do appuntamento a domani. Curiosi? Un abbraccio e buon pomeriggio, M.    
                              BEST SONGS


                          BEST SETTINGS

                            BEST COVERS

domenica 29 dicembre 2013

Recensione: Losing it - Credevo che il cielo fosse azzurro, di Cora Carmack

Ciao a tutti, amici miei, e buon pomeriggio! Oggi, la recensione di un libro veloce veloce e semplice semplice che ho letto in un giorno o poco più. Sto parlando di Losing it, un new adult arrivato in libreria appena qualche settimana fa. Discreto, non del tipo “Che orrore, al rogo!”, ma nemmeno “Entrerà nella mia Top10 di quest'anno”, insomma. Estivo, quasi. Augurandovi una splendida domenica e buona lettura, vi do appuntamento ai prossimo giorni. Non preoccupatevi, ci sarà ancora occasione per farci gli auguri. Baci.
Sediamo tra il pubblico e pensiamo a come avremmo recitato noi quella parte. Vogliamo quello che non possiamo avere. E' la natura umana.

Titolo: Losing it – Credevo che il cielo fosse azzurro
Autrice: Cora Carmack
Editore: Edizioni Anordest
Numero di pagine: 269
Prezzo: € 13,90
Sinossi: Bliss Edwards ha ventidue anni e le manca solo un semestre per finire il college. È intelligente e carina, ma tremendamente timida e insicura. Questa sua insicurezza la rende goffa e in particolare con i ragazzi non sa davvero come comportarsi. In più c'è un problema: è l'unica tra le sue amiche ad essere ancora vergine. Anzi, per lei non è esattamente un problema, però quando lo confessa a Kelsey, la sua migliore amica, questa non le lascia scelta: la situazione dev'essere risolta a tutti i costi. E il modo più veloce e semplice per perdere la verginità è l'avventura di una notte. Ma il suo piano si rivela tutt'altro che semplice. Quella sera Bliss incontra Garrick, un ragazzo stupendo con cui scatta subito una forte attrazione, ma arrivata al dunque, Bliss scappa via con una scusa a dir poco strampalata. Come se la cosa non fosse stata già abbastanza imbarazzante, il giorno dopo, a lezione, scopre che in realtà Garrick è Mr. Taylor, il suo nuovo professore di teatro...
                                                        La recensione
Avrei odiato dare inizio al mio 2014 con un libro lasciato a metà, sospeso tra l'anno vecchio e quello nuovo. Mi sono fiondato, quindi, su qualcosa che, sapevo, avrei portato a termine in una manciata di giorni; anche in un solo pomeriggio di nuvole, magari, lasciando da parte per un po' schemi, appunti e tomi universitari che, ahimé, non erano ben disposti a prendere polvere sulla scrivania. Ad aspettare, ad aspettarmi. La mia scelta, quindi, è ricaduta su questo Losing it, uno dei tanti – troppi? - new adult di ultima generazione, di cui ho letto, in questi mesi, poco e niente: trama simpatica, copertina coloratissima, un sottotitolo stranamente poetico, poche pagine e capitoli - proprio come piacciono a me - svelti e piuttosto brevi. Nessuno chiedeva all'esordiente Cora Carmack un capolavoro e lei, con tanto divertimento e leggerezza, ha scritto una di quelle storie semplici semplici, che leggi piacevolmente, ma che già sai – e dalla primissima pagina – che non ti cambieranno la vita, né rischieranno di metterere radicalmente a soqquadro la lista dei migliori romanzi che, in un anno di letture, ti hanno fatto beatamente compagnia. Tutti sono sempre in attesa del libro perfetto e, se è vero che la vita è un battito di ciglia, a nessuno piace perdere tempo prezioso. Nessuno vuole un romanzo da leggere, riporre sullo scaffale, dimenticare. Perché l'indimenticabile, si sa, è la meta più ambita. Il fattore x. Eppure Losing it, nonostante non sia tra quei romanzi destinati a restare, nonostante si lasci terminare tranquillamente, senza un brivido o la certezza di un lungo ricordo, non mi ha disturbato. Leggibile, senza far rima con imperdibile. E nemmeno un po'. Però lo leggi, e non provi la rabbia che un'amara delusione sa dare. Che è un libro senza infamia e senza lode lo sai da sempre, eppure lo leggi, sorprendendoti anche un po', in fondo, che abbia saputo restituirti il poco che prometteva. Come una di quelle sit-com che guardi così, per riempire ore vuote, perché sai che, pur guardando gli episodi a vanvera, in disordine, non ti perderai granché: non c'è un filo da mantenere, non c'è un'attenzione da tenere viva. Come uno di quei film per la TV, che danno nel tardo pomeriggio – in orari morti – con il bollino verde e con lo scontato avvertimento che, senza interruzioni e pubblicità, si potrebbe correre il solito rischio glicemia. Prodotti con il marchio Lifetime, ma che, pronto a metterti comodo in poltrona e a criticarli a fine visione, guardi ugualmente, perché sei troppo stanco per cambiare canale o perché, nel cast, c'è quell'attrice che trovi simpatica. E non ci vuole un'intercessione divina per trovare la ventiduenne Bliss Edwards simpatica. E' ancora vergine e, secondo la sua vispa amica Kelsey, potrebbe ritrovarsi, un giorno non lontano, sola e con sette gatti a carico. Una notte, quindi, trascinata in un pub da quella Barbie in carne e ossa che vorrebbe, a tutti i costi, accasarla, incontra un ragazzo che – nel trambusto generale – legge Shakespeare. Si piacciono, si baciano, vanno a casa di lei. Sono nudi, vicinissimi... e niente. Il giorno successivo, la protagonista si ritroverà con un gatto che la odia e a cui ha dato il nome di Amleto, con un migliore amico che le ha dichiarato il suo grande amore, con una parte da prima donna nello spettacolo di fine anno e con una cotta imbarazzante per lo sconosciuto della notte prima che - segreto dei segreti - si è rivelato essere il suo nuovo professore di recitazione: in preda a una crisi di nervi, alle prese con un'importante scelta sentimentale, sempre vergine. Ho trovato Bliss a dir poco carinissima: una reginetta di sbronze, melodrammi, figuracce e cattivi pensieri semplicemente adorabile. La immaginavo, in alcuni passi, trasformarsi in uno di quei personaggi da fumetto, con gli occhi a fessura, le guance fucsia e una gocciolina di sudore gigante sulla fronte increspata. La sua creatrice è stata tanto sveglia da non fare di lei, fortunatamente, un caso umano o, peggio ancora, uno di quei miracolosi e miracolati brutti anatroccoli, che – con un po' di trucco, le lenti a contatto, lo shampoo e la scoperta della ceretta e dei reggiseni imbottiti – passava da “la mia vita è un disastro!” a “sono una bella figliola, sì: prendete un numero, e avanti il prossimo!”.
Non ha consacrato il suo corpo a un uomo leggermente più grande, nato nel Natale di appena 2013 anni fa – Gesù – e, al dito, non ha un anello della parrocchia che sbandieri al mondo la sua castità. Bliss è bella, ha avuto qualche ragazzo, ma, semplicemente, non c'è stato quel momento; quello giusto. Ah, quando è felice balla da sola. Originalissima, sincera e ben resa la sua naturale passione per il teatro, proprio come lo è stato l'inserire questa sua storia d'amore tardo-adolescenziale sullo sfondo della Fedra di Racine. Ma nessuno è perfetto e nemmeno la cara Bliss fa eccezione: quando si tratta di lei, la fastidiosa espressione “roteare gli occhi” viene utilizzata in continuazione e a sproposito – diciamo che lei rotea gli occhi più di quanto abbia fatto la testa di Linda Blair nell'Esorcista – e tutto, nei suoi deliri d'onnipotenza d'attrice, tende ad assumere toni melodrammatici, quasi patetici, soffiando via quella patina di brio e allegria che la trama prometteva. Come ogni drama queen degna di questo nome, lei esagera, sempre e troppo: la sua settimana a casa, con la mononucleosi, viene descritta con una drammaticità e un pathos da far temere al lettore un cancro al cervello, un attacco di peste nera, una malattia senza cura. In alcune descrizioni, si perde: un bacio passionale, ok, ma un bacio e basta, finisce per durare così pagine e pagine. Mentre il personaggio di Cade, il suo migliore amico, mi ha convinto, decisamente meno lo ha fatto Garrick, il prof - alias, Sverginator. Bello, biondo, giovane, con una moto al seguito e un accento inglese con cui potrebbe ingravidare le sue studentesse. La tipica star del liceo cresciuta, con il diploma, la laurea e una cattedra in recitazione. Interessante all'inizio: poi scopri che odia Shakespeare per farsi l'alternativo e che, al primo incontro, già chiama Bliss "dolcezza”. I protagonisti sono adulti, teoricamente, e mi è piaciuto leggere di persone più grandi di me, per una volta; ma la verità è che o non si cresce mai per davvero o che la linea tra young e new adult, in casi come questo, non esiste proprio. Ho trovato gli stessi pensieri, gli stessi intrecci, le stesse esperienze, gli stessi temi contenuti nel più ingenuo, tipico e inflazionato romanzetto adolescenziale: uno di quelli in cui il sesso c'è, ma è descritto senza volgarità alcuna. Un po' commedia romantica per la tv, un po' fiaba, dunque, l'esordio di Cora Carmack: un'opera prima non indispensabile, ma scritta bene e tradotta anche meglio. Ci sono lati buffi, lati interessanti, lati sinceri e alcuni lasciano intendere che il new adult, per la Carmack, sia un piacevole hobby, ma solo un lato della medaglia: volendo, saprebbe fare anche altro, e meglio.
Il mio voto: ★★ ½
Il mio consiglio musicale: Madonna – Like a Virgin (Sono originale, amatemi.)

giovedì 26 dicembre 2013

La mia lettera a Charlie: recensendo Noi siamo infinito, di Stephen Chbosky

E i libri che hai letto sono già stati letti da altre persone. E tutte le canzoni che hai amato sono state ascoltate da altre persone. E la ragazza che tu trovi carina è carina per altre persone. E ti rendi conto che, se considerassi queste cose quando sei felice, ti sentiresti alla grande, perché quella che stai descrivendo è "l'armonia".

Titolo: Noi siamo infinito – Ragazzo da parete
Autore: Stephen Chbosky
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 272
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Fra un tema su Kerouac e uno sul "Giovane Holden", tra una citazione da "L'attimo fuggente" e una canzone degli Smiths, scorrono i giorni di un adolescente per niente ordinario. L'ingresso nelle scuole superiori lo lancia in un vortice di prime volte: la prima festa, la prima rissa, il primo amore - per la bellissima ragazza con gli occhi verdi che quando lo guarda fa tremare il mondo. Il primo bacio, e lei gli dice: per te sono troppo grande, però possiamo essere amici. Per compensare, Charlie trova una che non gli piace e parla troppo: a sedici anni fa il primo sesso, e non sa neanche perché. Allora lui, più portato alla riflessione che all'azione, affida emozioni, trasgressioni e turbamenti a una lunga serie di lettere indirizzate a un amico, al quale racconta ciò che vive, che sente, che ha intorno. Dotato di un'innata gentilezza d'animo e di un dono speciale per la poesia, il ragazzo è il confidente perfetto di tutti, quello che non dimentica mai un compleanno, quello che non tradisce mai e poi mai un segreto. Peccato che quello più grande, fosco e lontano, sia nascosto proprio dentro di lui.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Heroes – David Bowie; Asleep - The Smiths

Caro Charlie,
ti scrivo. Non so ancora cosa, ma ti scrivo: tu stanne certo. Mi viene in mente, in questo momento, una vecchia e malinconica canzone di Lucio Dalla e, se non sapessi con certezza quasi matematica che tu non l'hai mai ascoltata, be', allora te ne scriverei qualche rigo qui. Per ricordati, magari, una bella canzone e un momento bello; una canzone datata e un momento datato. Per tentare, ed inutilmente, di creare la stessa complicità che c'era – tra te, Patrick e Sam – quando, accucciati sui sedili posteriori della vostra macchina o stravaccati su una poltrona mangiata dalle tarme e da cicche di sigarette mai spente, parlavate degli Smiths e della vita, dei Nirvana e dell'amore, dei Beatles e del futuro. Soprattutto, te la scriverei per combattere il troppo bianco e riempire il troppo spazio vuoto. Essenzialmente, per rompere il ghiaccio. Fior di metafora, chiaro: è il venticinque Dicembre, ma il mio è stato un Natale senza neve e senza sprechi, senza regali costosi e senza botti. Fa caldo per essere pieno inverno e, seduto da solo al tavolo del salotto, a sei minuti dalla mezzanotte, sto benissimo, anche se ho la maglia del pigiama a rombi ficcata nei pantaloni, i calzettoni sfilacciati tirati fin sopra ai polpacci e percezioni sballate di cui faresti meglio, immagino, a non fidarti. Ci sono le pastorelle del mio presepe, però, a testimoniare che si sta caldi. Sono andate a ballare, pensa un po'. 
Al muro non c'è una palla da discoteca tutta luccicante, ma un poster dozzinale, e con le cicatrici incancellabili del nastro adesivo, che dovrebbe rappresentare una piccola e innevata Betlemme: uno sfondo di carta blu sotto cui, io e mio fratello, con la solerzia che non avevamo da bambini e con la mancata immaginazione che abbiamo perso da adolescenti, abbiamo sistemato foreste di muschio più alte delle statuine stesse, capanna, mangiatoia e immancabile Sacra Famiglia, completa di affettuosi animali domestici al seguito – bue e asinello. 
E le famose pastorelle, ovvio, che, prima che i Re Magi arrivino a guastare i loro piani di giovani ribelli, con i loro panieri di plastica, le loro pecorelle imbalsamate appresso e i vestiti a fiori dipinti a mano, si scatenano. Le loro ombre si spostano a scatti, sembrano ballare. Il telecomandino per regolare le illuminazioni è sparito chissà dove, sotto la tovaglia lunga fino al pavimento, e le lucine dorate arrampicate sul tetto della capanna imbiancata da una neve che è di borotalco (è di borotalco davvero, avevamo finito quella finta!) fanno il comodo loro. E' l'anarchia. Si sono stabilizzate, adesso, su un motivo molto sobrio che – facendole accendersi e spegnersi, facendelo fare tuz, tuz, tuz... - ricorda una discoteca invasa da flash stroboscopici, che, a loro volta, mi ricordano perché – perché, perché e perché! - io detesti profondamente e sinceramente le discoteche. Le pastorelle sono state al veglione di Natale, e io sono stato in compagnia tua. Che mi hai parlato attraverso un libro. Qualcuno direbbe che delle statuine inanimate hanno avuto una serata più eccitante della mia, ma quel qualcuno è, tra tante cose brutte brutte che non voglio dire con il bambino Gesù da poco in casa, un vero bugiardo. Io non lo sono ed è per questo che ti rivelo due cose: perché non sono un bugiardo e perché tu, Charlie, sei mio amico. Numero uno: è stata Wikipedia a dirmi che Gesù è nato a Betlemme e non a Nazaret; ma la colpa è tutta di Zeffirelli e di quel suo film da titolo tremendamente ingannevole. Numero due: sempre Wikipedia mi ha detto che Caro amico ti scrivo la cantava Lucio Dalla e non Antonello Venditti, e capirai che per me è stata una rivelazione. Ha riscritto la storia di questa lettera. Se il pezzo che avevo in mente fosse stato di quell'incubo ambulante dai vibrati caprini che ha segnato le notti in bianco di generazioni di maturandi, non l'avrei nominato nemmeno di striscio e, di conseguenza, non avrei avuto il mio inizio. Non fa una piega, no? E poi tu sai che gli inizi sono la cosa più importante. Gli inizi e gli arrivi. Ma io mi sono perso, in mezzo a queste ghirlande sintetiche di pensieri ingarbugliati, e ho il presentimento che potrei non arrivare mai. Ti ho conosciuto un anno fa: l'ultima notte del mondo. I Maya lo avevano predetto, Giacobbo lo aveva scritto, Mistero ne aveva parlato e io, fino al giorno prima, c'avevo beatamente riso sopra. Poi le luci avevano cominciato a tremolare, le porte a sbattere e il cielo, fuori, a scatenarsi, con tuoni fragorosi e una conciliante pioggia da Antico Testamento. Nell'ipotesi lontanissima che tutto si fosse rivelato vero, avrei sprecato l'ultima sera vestito del mio vecchio pigiama e delle mie nuove paranoie. Stupido. Deprimente. La mia scelta, allora, ricadde su un film in lingua originale, praticamente sconosciuto, la cui uscita, in Italia, era prevista per l'anno successivo. Avrei potuto vedere, almeno, uno spicchio di futuro. Si chiamava The Perks of Being a Wallflower, quel film, e parlava proprio di te. Ti piacciono i bei film e le belle canzoni e qualcosa mi dice che anche il tuo film ti andrebbe a genio. Ora respira. Niente panico. Cal-ma. Sì, hanno violato un tantino la tua privacy, e sì, le tue lettere non sono arrivate, alla fine, alla destinazione desiderata, ma io voglio essere egoista e voglio urlarti, a squarciagola, che non importa. Lunga vita ai postini inseguiti dai cani e alle buche delle lettere invertite per errore, lunga vita ai disastri poco splendidi e ai ritardi poco eleganti delle poste di tutto il pianeta Terra, lunga vita a Stephen Chbosky, al suo cognome orribile e alle sue mani che sanno fare miracoli. Lunga vita a te, amico mio. In tuo onore, religiosamente, alzo la mia tazza di ceramica, manco fosse il Sacro Graal, e mi schizzo tutto di camomilla. Bleah, sembra pure pipì! Noi siamo infinito è stata la mia storia da fine del mondo; sin dal primo istante, sin dall'anno scorso. Quella che mi ha fatto compagnia, curando la malattia più grave di cui il cuore di quel ragazzo sveglio nel mezzo della notte potesse soffrire: la solitudine. Leggerti ha significato scoprire una perla di inestimabile valore nascosta nella cassetta delle lettere, tra le cartoline natalizie, i volantini dei discount a buon mercato e gli immancabili opuscoli dei testimoni di Geova. Fare un regalo a sé stessi, alla vita. E io mi ti sono regalato. Quando ero arrabbiato con tutti, e non volevo incontrare nessuno di mia conoscenza con cui scambiare chiacchiere piene di auguri e d'ipocrisia, e avevo venti euro – nel portafoglio – e poco altro. Quando ho capito che era arrivato il momento di venire a bussare alla tua porta e di vederti lì, sull'uscio, calmo, sereno, con gli occhi pieni di pace - perché ho sentito che sei uno che ascolta e che capisce e perché, alle feste, non cerchi di portarti a letto le persone, anche se potresti.
Chissà che faccia avresti, chissà che faccia avrei, chissà che faccia avremmo. Io sento che ti riconoscerei, anche se tu avessi un viso diverso da quello del bravo Logan Lerman e la Sam accanto a te non fosse quell'incanto di Emma Watson. E tu... tu mi riconosceresti? Io ho un'idea assurda, un'idea fissa: lettera dopo lettera, ricordo dopo ricordo, tu ti stavi rivolgendo a me. E per tutto il tempo. Io lo so. Io ci spero. Perché tu scrivevi a me, giusto? Ho bisogno che tu mi menta. Ho bisogno che tu mi dica di sì.
Perciò, anche se l'ultima volta che ho scritto una lettera è stato per un tema di quinta elementare, consegnato a un maestro di scuola decisamente meno ispirato del tuo signor Anderson, io voglio inviarti una risposta. E la cosa è stranissima, perché il Charlie di cui ho letto aveva sedici anni e, all'inizio degli anni '90, cominciava il primo anno di liceo. Ma il me stesso di adesso, che di anni ne ha quasi venti e il liceo l'ha già finito a luglio, in quegli anni viveva giusto nella mente dei suoi genitori e in “banchi” di disgustosi spermatozoi tra cui, nella corsa più importante, alla fine, sono arrivato primo. Sono più grande e più piccolo di te. Dunque, tu potresti perfettamente essere il mio fratellino minore e, allo stesso tempo... che ne so... mio padre, se, nei tuoi primi goffi e precoci approcci sessuali sul divano rosso di Mary Elizabeth, non avessi usato le giuste precauzioni. Ti saresti potuto ritrovare con la gonorrea, o con un figlio della mia età a carico: addirittura con entrambe le cose. Tuo nonno ti avrebbe insultato, i tuoi ti avrebbero messo in punizione, tua sorella – in lacrime – avrebbe ricordato il piccolo segreto tra voi e quella volta in cui dormì sotto un plaid, sul sedile posteriore della tua macchina, Patrick avrebbe riso. Oh, sì, Patrick avrebbe riso senza più smettere. Sam, invece, ti avrebbe sorriso, confidando nelle tue doti di giovane padre e nel tuo grande cuore di essere umano, immaginando, in silenzio, l'amore che quel bambino avrebbe ricevuto e gli occhi che avrebbe avuto se quel neonato fosse stato, in fondo, il vostro. Io ti avrei voluto come compagno di banco, non come genitore: ci saremmo conosciuti in un laboratorio di cuori solitari e ulcerati, anime affrante e orologi di legno e, in una mensa piena di estranei, ci saremmo seduti nel tavolo più isolato di tutti, io con i miei pensieri e tu con i tuoi. Senza disturbarci, ma facendoci compagnia. Per il bisogno di sentirsi vicini e di fare da tappezzeria, insieme. Entrambi con l'abitudine di scrivere tanto e di parlare poco, di sedersi a ginocchia strette e con le mani sempre in tasca, di non intervenire a lezione per paura di attirare qualche attenzione di troppo, di cantare in playback con le cuffiette premute nelle orecchie, di voler essere scrittori anche senza una storia da scrivere, di trovare un'occasione buona per vestirsi tutti eleganti, di andare a feste in cui fare da reggimoccolo alle coppiette innamorate di turno e stare seduti su un divano pieno di gente che pomicia è il massimo dell'aspirazione. Seriamente. Tu sei stato nella mia testa e io sono stato nella tua. 

Hai rubato i miei pensieri tristi e le mie ansie, i miei complessi di inferiorità e i miei timori e, qualche volta, quelle tue parole messe così, nero su bianco, facevano un rumore familiare, che ricordava quello dei miei pensieri inespressi e delle mie emozioni difettose. Come se milioni di telecamere a circuito chiuso, puntate nella mia piccola stanza e sul mio piccolo mondo, avessero carpito le ingenuità, l'intensità e la fragilità del mio sentirmi adolescente. Come se tu fossi me stesso. Ci siamo voluti bene, Charlie. E tu mi hai insegnato a volermi ancora bene, e meglio di prima. Nelle tue lettere c'ero io, insieme agli amici folli ed altruisti che desidero da sempre, e all'amore che penserei, un giorno, di meritare. C'erano sofferenze che ispiravano trionfi, valori e sentimenti, musica, immagini, poesia vera. Grandi persone, con dolori annessi, e grandi emozioni, con lacrime amare e sorrisi aspri racchiusi nella stessa pagina. Io odio i punti esclamativi, ma questa lettera dovrebbe esserne piena, per ricordarmi di tutte le volte in cui mi hai fatto ridere di cuore, imbarazzare, alterare; per ricordarmi quanto, quanto e quanto ti abbia invidiato i baci della delicata Sam, gli abbracci improvvisi del simpaticissimo Patrick, la voce ruvida di David Bowie, percepita per la prima volta nelle casse dell'autoradio, e quella sensazione di essere eroi, anche se per un giorno soltanto. Con il mondo ai tuoi piedi, le tue persone preferite accanto e l'infinito ad un passo, alla fine del tunnel. Io odio anche i puntini di sospensione, ma questa lettera dovrebbe essere piena zeppa anche di quelli lì, per le mille volte in cui mi hai lasciato affranto e svuotato. Tra l'altro, io odio ancora di più le pubbliche manifestazioni d'affetto, ma credimi quando dico che ho voluto più bene a te, per un giorno, che ai miei parenti, per tutta la vita. E adesso non vorrei lasciarti andare più via. Insieme alla tua storia, il mio libraio mi ha dato un taccuino verde pieno di adesivi, con frasi che non avresti mai immaginato, da giovane, potessero rappresentare tanti ragazzi da parete come noi. Ho provato a scrivere questa stramba lettera sul taccuino, ma con una di quelle penne cancellabili delle elementari, che pensavo francamente non avrei usato più in questa vita. L'ho usata eccome, invece. Ho cancellato tutto quello che avevo buttato giù. Da ordinata e tondeggiante, la mia grafia sarebbe diventata obesa, insolente, indisciplinata. Voleva evitare di raccontare la cronaca del nostro inevitabile addio; diventare qualcosa che è simile all'infinito verso cui, ti prometto, mirerò. Ma, come diresti tu, suppongo sia OK. Suppongo sia tutto. Smetto di scriverti che è ormai un nuovo giorno. La camomilla è fredda; il mio stomaco brontola; i miei occhi si chiudono, stanchissimi. Stacco le luci psichedeliche del mio presepe e l'ombra danzerina delle pastorelle muore, nel buio. Alla prossima festa, ballerò io. Lo giuro.
Sempre con affetto,
M.
25/12/2013

lunedì 23 dicembre 2013

Recensione a basso costo: Il palazzo della mezzanotte, di Carlos Ruiz Zafòn

Ciao a tutti, amici, e buon lunedì. Si ritorna, dal weekend, con una nuova recensione. E con un ringraziamento speciale! I Blogger Choice Awards, organizzati dall'instancabile Denise di Reading is believing, hanno eletto un blogger per ogni categoria. Sono orgoglioso, scioccato e felicissimo di annunciarvi che – grazie a coloro che mi hanno votato – sono stato eletto il “miglior recensore” di questo 2013. Sono commosso: siete la cosa più bella che ho... Tornando ai libri, tornando a noi, oggi vi parlo di un romanzo un po' datato, disponibile in ben tre versioni diverse, che avevo in WL da un po', ma che ho comprato per caso: nella scheda leggete nove euro, ma al supermercato – tra i Remainders – l'ho trovato a € 2,90. Sono un bambino fortunato, lo so! Augurandovi buona lettura, spero mi diciate cosa ne pensate. Quali libri conoscete di Zafòn? Avete mai letto qualcosa di suo?
Dovevamo ancora imparare che il Diavolo ha creato la gioventù per farci commettere i nostri errori e che Dio ha istituito la maturità e la vecchiaia per consentirci di pagarne il prezzo.

Titolo: Il Palazzo della Mezzanotte
Autore: Carlos Ruiz Zafòn
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 300
Prezzo: € 9,00
Sinossi: Calcutta, 1916. Una locomotiva infuocata squarcia la notte e un giovane tenente si sacrifica per salvare due gemelli neonati. Calcutta, 1932. Ben compie sedici anni e sta per lasciare l'orfanotrofio, celebrando lo scioglimento della Chowbar Society, il club segreto di sette orfani che per anni si sono riuniti in un antico edificio in rovina, il Palazzo della Mezzanotte. Ma pochi minuti prima della mezzanotte, una bellissima ragazza si unisce a loro, e le braci dell'incendio ricominciano ad ardere...
                                                        La recensione
Ho autori preferiti sparsi un po' per tutto il mondo, io. Persone con lingue diverse e separate da me da oceani, chilometri e catene montuose, ma che – in tanti momenti della mia vita – mi è piaciuto considerare amici fidati, preziosi dispensatori di consigli, fratelli di sangue. I nomi li conoscete, perché tendo a ripetermi e perché, quando si è, come noi, in famiglia, sarebbe sgarbato non presentare agli ultimi arrivati un nuovo ospite, l'ennesimo commensale arrivato a tavola, il vicino di posto che non ti aspetteresti. In un grande e immaginario cenone natalizio, ospitato nella villa spaziosa e strapiena di libri che non avrò mai, non potrebbe mancare lui. Le guance rubizze, il pizzetto sale e pepe, i capelli ormai meno numerosi dei libri pubblicati, un musicale e piacevole accento spagnolo con cui, tra una pagina e l'altra, ci ha raccontato alcune delle storie più belle e magiche che io ricordi: Carlos Ruiz Zafòn. L'ho incontrato una mattina d'estate, i cui contorni erano sfumati da una nebbia perpetua che rendeva edifici e passanti semplici macchie grige sul bianco innaturale di una tela a forma di città. All'ombra del vento. L'ho conosciuto lì, di sfuggita, e, a lungo, ho adorato girovagare, perso e senza meta, nel Cimitero dei Libri Dimenticati, dimenticando chi fossi io e chi ne fosse l'onniscente e talentuoso architetto. Barcellona, dopo Gaudì, aveva trovato un nuovo, inaspettato simbolo. E' stato lo straordinario successo del suo primo, vero romanzo per adulti a far sì che il mondo riscoprisse il suo esordio, le sue prime storie, i suoi scritti dal sapore sperimentale ed acerbo. Il palazzo della mezzanotte, pubblicato per la prima volta nel 1994 e giunto da noi sedici anni dopo, per Mondadori, è parte della sua corposa e sfaccettata produzione giovanile. Un carosello di sorprese brutte e sorprese belle, di incontri sgraditi e di incontri graditi, a cui, anche nei suoi romanzi più recenti, Zafòn ha attinto a piene mani. Già all'epoca, per me, era un portento. Anche se, per molti, sarà forse difficile credere a quest'affermazione. Ho conosciuto lettori che hanno frainteso Zafòn, che l'hanno eccessivamente sopravvalutato o che, semplicemente, non hanno saputo, purtroppo, scegliere il giusto libro con cui cominciare quest'avventura. Vi dirò, io ne ho letti cinque su sette e, sebbene la sua impronta sia sempre profonda e forte, ci sono libri e libri e, soprattutto, ci sono lettori e lettori: L'ombra del vento rimane il suo capolavoro, tra quelli che ho letto. Il principe della nebbia, il suo esordio ufficiale, è il più infantile e acerbo; Marina è il più autentico; Il gioco dell'angelo – tra tutti – è il più pretenzioso, dunque il meno riuscito. Il palazzo della mezzanotte, suo secondo romanzo, è un anello di congiunzione tra Il principe e Marina, tra l'infanzia e l'adolescenza. Nei primi tempi, le recensioni negative erano all'ordine del giorno e in tanti, additandolo come infantile e semplice, avevano criticato l'eccessivo prezzo di copertina, l'esiguo numero di pagine, l'ampia spaziatura. Come se la Mondadori avesse voluto farlo apparire per quello che non era. Il nuovo L'ombra del vento: lungo, maturo, per lettori dai palati raffinati. Per farmi capire, pensate ai bambini che, quando sono alle prese con un temino che occupa due colonne scarse del foglio protocollo, tentando di farsi beffe della maestra, modificano e deformano la loro grafia in larghezza, facendo di ogni punto fermo una buona occasione per andare a capo. 
I lettori, all'epoca, si erano sentiti così: come quella maestra di turno presa in giro, nella maniera meno furba e più pedestre possibile. Per tutti questi anni, con questa precisa e sgradevole sensazione, ho mantenuto il titolo nella wishlist, ma ben lontano dalla mia libreria: perché, mi ripetevo, a un prezzo alto dovevano corrispondere tante pagine, altrimenti niente. Poi, al centro commerciale, mentro ero in cerca d'altro, come spesso accade, la fortuna ha voluto che trovassi questo romanzo in uno scatolone disordinato pieno di rimanenze di magazzino. A meno di tre euro, volumi nuovi di zecca di grandi nomi: Sophie Kinsella, Sarah Dessen, Audrey Niffenegger... E, dal nulla, era saltata l'unica copia rimasta di Il palazzo della mezzanotte. Addio razionali ritrosie, benvenuto colpo di fulmine. Ho scoperto, così, uno Zafòn più giovane, ma già con uno stile impeccabile: maturo, avvolgente, evocativo. Un autore dalla grande fantasia, con idee meno tenute a bada e con un linguaggio meravigliosamente eccedente, che azzardava – già allora - metafore su metafore, fantasiosi parallelismi, splendide e sovrabbondanti ripetizioni. L'autore di Il palazzo della mezzanotte è lo stesso che conosco e amo: quello che ha un aggettivo, un avverbio e un dettaglio per ogni cosa. Niente è detto in parole povere, lapidariamente, così com'è. 
Metafore avvolgenti e similitudini d'incanto sono lì, ovunque, a ricordarci la magia del raccontare storie e a lasciarci in eredità l'arte dimenticata degli antichi aedi greci. Si è testimoni dei primi passi di un maestro, eppure non ci sono incertezze e tentennamenti. L'intreccio procede speditamente per la sua strada, liquido come acqua e pericoloso come gasolio, e, con dolcezza, conduce i lettori tra passato e presente, in una Calcutta – grande ed inedita coprotagonista – che affascina come una storia dell'orrore e seduce, come la cara e vecchia Bacellona di sempre. Siamo alla presenza di un incontaminato e onesto esempio di narrativa, di una di quelle storie – sempre diverse, sempre nuove, sempre più strane – che le nostre nonne raccontano con immenso gusto, tornando a sentirsi vispe e attive come in una lontana e irrestituibile gioventù. Le versioni e i moventi cambiano, i dettagli si aggiungono senza misura e i colpi di scena sono inseriti senza prima avvertire: non ci sono regole, e questo è il bello. Tutto può accadere. Nevicare in uno dei Paesi più afosi del mondo in pieno Maggio, non scoprirsi più soli, trovarsi davanti lo spettro di un treno dimenticato che – portando a bordo ombre di bambini urlanti – si schianta contro i muri e si tuffa dentro profondissimi tunnel, alimentando un impressionante inferno di fuoco. La critica più grande che si possa fare a Il palazzo della mezzanotte è definirlo un romanzo per bambini cresciuti. E ce ne fossero di romanzi per adolescenti così, davvero. Scritti con maestria, trapelanti di sacrificio, amicizia e lealtà, ideati per lettori forse più piccoli, ma non necessariamente più sciocchi. Semplice non è sinonimo di mediocre, popolare non lo è di dozzinale: credo che, di ciò, Zafòn sia l'esempio più lampante che abbiamo in circolazione. Adesso come in passato, dunque, conserva la coerenza e la classe di sempre; quel gusto barocco che, a tempi alterni, oscilla anche tra il romantico e il decadente. Questo suo secondo romanzo è ancora saldamente legato al mondo della sua infanzia e, suo al pari degli altri che seguiranno, si lascia contemplare per l'eleganza di una prosa praticamente ammaliante, adorare per quei toni orrorifici e squisitamente noir, divorare per quella fretta generale che ricorda la corsa di un bambino con la classica propensione a mettersi nei guai. Un bambino che, in meno di trecento pagine, invecchia e, giunto alla vetta, come in Joyland, si guarda alle spalle, scontrandosi contro l'imponente barriera dei suoi ricordi e confrontandosi con una voce che, da acuta e squillante, è diventata roca. Ma pur sempre ottima per raccontare storie.
Il mio voto: ★★★ ½
Il mio consiglio musicale: Ed Sheeran – I see fire

venerdì 20 dicembre 2013

Mr Ciak #24: Frozen, Hunger Games - La ragazza di fuoco

Buongiorno a tutti, amici. Finalmente le lezioni sono finite, finalmente sono a casa. Dopo la recensione di Angelize e due bramati regali natalizi per voi, torno con la rubrica cinematografica Mr Ciak. E vi parlo di due film che ho adorato senza riserve e che, nei cinema, stanno facendo o faranno furore. Il primo – Frozen – è arrivato in sala ieri: magnifico, che siate grandi o piccini. Il secondo – l'attesissimo sequel di Hunger Games – sono andato a vederlo agli inizi del mese e, finalmente, posso parlarne con voi: come vi ho anticipato su facebook, l'ho trovato bellissimo. Il primo parla di ghiaccio, il secondo di fuoco: accoppiata vincente. Inoltre, alla fine del post, troverete brevissimi pensieri sugli altri film che ho visto in settimana. Fatemi sapere cosa ne pensate. Un bacione, M.

Walt Disney è sinonimo di fiaba. Walt Disney è sinonimo di garanzia. Eppure ci sono alcune storie che non ti convincono, alcuni racconti che non ti portano lontano dal mondo, alcuni amori che non sanno rubarti il cuore. La Disney di una volta – quella fatta di canzoni senza tempo, principi e principesse, regni incantati, magie e meravigliosi effetti visivi – non la si trova più in sala con la facilità di un tempo. Ogni Natale porta con sé un nuovo cartone, ma in poltrona non sempre troviamo a farci compagnia l'ombra piccola e familiare che seguiva il nostro corpo così teneramente morbido e rotondo nei lontani giorni dell'infanzia. I nostri eroi, da semplici e laboriosi disegni a matita, sono diventati in 3D o, magari, realizzati al computer, dalle menti superiori di nerd senza ispirazione e amore. E la magia, ormai a portata di click, si è persa. Il gelo è sceso sulla favola, imprigionando sotto una cortina di ghiaccio, tante volte, l'emozione vera. E' così bello ammettere di essersi sbagliati; è così soddisfacente aver trovato – tra delusioni e esperimenti senza sapore e colore – la splendida eccezione che conferma la regola. E' meraviglioso, semplicemente meraviglioso, essersi imbatutti in Frozen – Il regno di ghiaccio. Un'avventura che, pattinando sul ghiaccio e planando tra i fiocchi di neve, librandosi tra montagne impraticabili e castelli di cristallo, riempie lo schermo di nubi tempestose e di venti pungenti, facendo piombare temperature glaciali in sala capaci di gelare borghi antichi e legami familiari, ma non i cuori. I cuori no: i cuori battono forte e a ritmo di musica, ora allegri e ora delicatamente affranti. Vibrano, impazziti, e lo fanno davanti a un evocativo ed emozionante splendore che rimanda all'epoca d'oro del cinema per i più piccoli. Quando i bei film d'animazione erano proprio così. Con un C'era una volta all'inizio e un E vissero per sempre felici e contenti alla fine. Semplici, confortanti, onesti, incantevoli, autenticamente perfetti. Frozen, dopo l'altrettanto bello Rapunzel, giunge per darci una certezza, a testimonianza di un nuovo e sorprendente trionfo: la Walt Disney non è morta. E io credo in lei, come i bambini di Peter Pan facevano nelle fate. Obbligo tutti a guardare Frozen, ed è un ordine: a fine visione, infatti, crederete anche voi in questo bello e surreale incantesimo in musica, capace di unire alla tradizione tocchi di fresca e intensa originalità. C'è spazio per l'amore, per un principe dai modi galanti e per un boscaiolo un po' matto, ma dallo sguardo dolce e dalla voce d'angelo; c'è tempo per principi e principesse, mostri dai denti affilati e canzoni dal ritornello trascinante, in estate, primavera e inverno. C'è un luogo per inseguimenti a perdifiato, pianti, colpi di scena, risate. Un luogo, un tempo e uno spazio per loro, Elsa e Anna: nemiche, amiche, complici, rivali. Sorelle. Elsa, la più grande e responsabile delle due, si è sempre presa cura, con amore e generosità, dell'ultima arrivata in famiglia: la paura di ferirla, però, con i suoi poteri indomabili e inarrestabili - con quel ghiaccio che le usciva magicamente dalle punte delle dita – ha vinto sull'affetto e sulla complicità. La preoccupazione di far del male al prossimo l'ha resa prigioniera della sua stessa casa e, tra lei e la sorella minore, c'è – fissa – una porta chiusa. Il terrore fa sì che crescano come tristi estranee. Fino a quando, anni dopo, con i genitori inghiottiti dalle onde e mai restituiti, Elsa si appresta ad essere incoronata regina. Sarà allora che il suo potere indomabile si libererà, facendo scendere l'inverno sul mondo. Le convenzioni, adesso, la vorrebbero la cattiva della storia, la spietata antagonista, eppure come giudicarla? Solo così, al gelo, senza prigioni, può essere finalmente libera. Le stesse convenzioni, inoltre, vorrebbero che Anna fosse un'eroina romantica, coraggiosa e ribelle e invece, inaspettatamente, la storia d'amore più bella e commovente si ha tra lei – tanto sbadata, insolente, buffa, adorabile – e l'algida sorella che dovrebbe combattere. Come Rapunzel viene raccontata la storia di una prigionia; come in La bella e la bestia la paura del diverso è in primo piano; come in La bella addormentata nel bosco ogni maleficio rimanda a un bacio di vero, puro amore. Con due protagoniste grandiose, umane e alle prese con duetti dalla potenza sconvolgente, Frozen è fatto anche di personaggi secondari magistralmente ideati: un esilarante pupazzo di neve, che sogna il sole e la tintarella; un'affettuosa renna, amante delle carote e delle carrozze di lusso; una pianura desolata di sassi senza vita che, in realtà, sono solo intonatissimi e carinissi troll con il pallino per gli incantesimi. Nella colonna sonora, tra tanti pezzi che imparerò a conoscere, a furia di rivederlo, la bellissima All'alba sorgerò: cantata, per un'evidente trovata pubblicitaria, dalla pessima Violetta di Disney Channel, in realtà, nel film, è interpretata dalla nostra talentuosa Serena Autieri, che presta la sua voce – e che voce! - all'indimenticabile personaggio dell'inarrestabile Elsa. Ho sentito tutto, e con l'intensità dei bambini. Ho riso forte, ho sperato forte, ho sognato forte, mi sono mangiato le unghie forte.Non serviva una macchina del tempo. Solo un tocco di pura, incontaminata, fuoriosa magia. Solo Frozen

La saga letteraria di Hunger Games mi ha fatto completamente, definitivamente, perdutamente suo quest'anno. Forse troppo tardi. Quando ho sentito il canto della rivolta e, per la prima volta, il battito del cuore di Katniss e il coraggio grande di Suzanne Collins, la sua creatrice. La saga cinematografica, invece, mi avevo già conquistato da un po'. Era stato amore al primo film. Il libro non mi aveva convinto, ma, caso raro, il film l'aveva fatto. Un cast straordinario e scelto con cura e una regia sporca e veloce avevano dato credibilità ai giochi spietati, alle città e alle rivoluzioni in cui, attraverso la prosa, purtroppo, non avevo creduto. Hunger Games era un buon libro, ma il film era superiore. La ragazza di fuoco, grazie a una repentina crescita nello stile e nei temi, era un un romanzo più che buono, invece; e il film – pensate un po' – è anche meglio, a mio parere. Di sicuro superiore al primo, e nettamente. Stupisce per un fatto semplicissimo: pensato per un target di soli adolescenti, sa diventare, invece, qualcosa di più grande, complesso, monumentale. Universale. E' l'intrattenimento di un certo peso in cui tutti, nelle loro gite al cinema, sperano di incappare. La Lawrence come l'ottava meraviglia del mondo... Una forza della natura, un vulcano in eruzione, il Titanic prima dell'iceberg. Con quegli occhi blu così belli, ti inchioda l'anima, il cuore e il sedere alla poltrona. E tu la contempli, come fosse un dipinto. Una furiosa, umana e romantica Giovanna D'arco armata di frecce e gioventù. Dio non commette ingiustizie, o così si dice. C'è chi è bello e chi è bravo; chi ha amore e chi ha fortuna. Poi c'è la Lawrence che, miracolosamente, ha tutto quanto. E non è invidia quella che si prova, no. Forse non si prova niente, perché lei lascia ammutoliti, punto e basta. Affascinante, convincente e incredibilmente intensa dà vita a una Katniss tenace, furiosa, tristissima e piena di ferite, fisiche e corporee, e, ottima nelle scene che la vogliono sporca e atletica e splendida in quelle che puntano tutto sui suoi occhi sterminati e sulla sua bellezza giunonica, mi ha ricordato leggermente Elizabeth Taylor in "Cleopatra" - sarà opera di truccatori e costumisti più abili del buon Cinna, sarà che - anche se giovanissima - ha già un che delle dive d'altri tempi. Mostra tutti i modi di soffrire, di piangere, di combattere, di amare. E' intensa, è potente. Strega, ruba sguardi e approvazioni all'unisono. Impossibile schiodare gli occhi, difficile rubarle la scena. Eppure, in generale, tutti ci riescono piuttosto bene. Non a rubargliela, ma a condividerla con lei, bravissima, a testa alta e spalle larghe. Il piccolo Josh Hutcherson sembrerebbe scomparire, a prima vista, ma in realtà è la parte complementare di lei. Domina la scena quando, con la tenerezza di un bambino, quasi, chiede a Katniss una cosa semplice e stupida come il suo colore preferito. Si perde tra le fronde e gli abiti di scena, con la sua statura che, a volte, sembrerebbe penalizzarlo un po', ma poi sa spiccare, come solo lui sa fare, per quella fanciullezza che fa di lui un Peeta perfetto. L'unico. Un po' poeta, un po' bambino: ingenuo, puro, delicato. Uno dei miei personaggi preferiti, uno dei pochi a cui voglio realmente bene. Maniacale, curatissima, la costruzione dei personaggi secondari, piccoli e grandi che siano. La Effie della poliforme Elizabeth Banks, sgargiante e malinconica, è un pagliaccio triste che sa far ridere e, inaspettatamente, emozionare; l'Haymitch del simpatico Woody Harrelson ha tanto in comune con Katniss, compreso l'affetto sincero e naturale verso il fragile Peeta, speranza per il domani; meno presente, ma ugualmente convincente, il Gale di Liam Hemsworth, ruolo tuttavia annullato dalla potenza di un amore che contempla gli affiatati Josh e Jennifer e nessun terzo incomodo – poi noi tifiamo Peeta, tié. Accanto a queste grandi promesse debitamente mantenute, s'inseriscono i nuovi partecipanti di questa nuova e improvvisa edizione degli Hunger Games: sono tanti e, francamente, di loro ricordavo giusto l'indispensabile. Nel romanzo, secondo me, non erano stati caratterizzati tanto magistralmente da riuscire a spiccare nel vasto e complesso quadro generale. Cosa che, fortunatamente, nel film succede a meraviglia. Sexy e audace Jena Malone – esilarante il suo spogliarello nell'ascensore, davanti a una Katniss arrabbiatissima e a un Peeta in estatica contemplazione -, ambiguo il giusto Philip Seymour Hoffman, toccanti Sam Claflin e Lynn Cohen: due rivelazioni. Tra lui, giovane e arzillo, e lei, anziana e con un viso che comunica quello che le parole non dicono più, c'è un rapporto che scalda il cuore e che, francamente, non ricordavo minimamente: Finnick, premuroso e altruista, la porta in spalla come Sam faceva con Frodo e come, nell'Eneide, Enea faceva con l'anziano padre. Ripugnante e viscido l'immenso Donald Sutherland, che si conferma uno dei più grandi e duttili attori della sua fortunata generazione, nonché un ottimo caratterista. Una sceneggiatura ben scritta e ricca, inoltre, mi ha permesso di scoprire anche figure che, in quella folla di corpi, trappole, palme e cospirazioni, avevo finito per perdere, ahimé, parzialmente di vista. Gli effetti speciali, rispetto al primo, sono usati con maggiore maestria, ma con la solita intelligenza: isole mortali, orologi esplosivi, nebbie tossiche e bianche come neve velenosa, scimmie fameliche, ologrammi inquietantemente realistici come compagni d'allenamento o tenaci avversari virtuali... La regia, ad opera dell'affermato Francis Lawrence, è più hollywoodiana: sicura, pulita, più a fuoco, meno traballante e meno attaccabile. Il regista di Io sono leggenda e Constantine, con spiccata consapevolezza e con occhio attento verso il cinema horror delle origini, cita The Fog, Il pianeta delle scimmie, Gli uccelli. Il film dura tanto, ma non si ci annoia: il ritmo è così serrato che per gli sbadigli o per guardare l'orologio non c'è tempo. Vorrebbe dire staccare gli occhi dallo schermo, anche per un solo istante. O perdersi le indimenticabili, significative e potenti sequenze finali: uno squarcio in un cielo di carta, una falla in una cupola radioattiva... poi il sole. Sempre il sole, brillante e onnipresente anche sulle sciagure umane. Ho sentito il cinema intero cadere sotto shock prima dei titoli di coda: l'epilogo, così netto, così ipnotico grazie al primo piano di una Lawrence in lacrime, arriva inaspettato e brutale. Una domanda, francamente, mi è sorta spontanea: le favolose tracce incise per la colonna sonora dove sono mai finite? I Coldplay, di sfuggita, sono la colonna sonora dei titoli di coda; dei The Luminers, di Christina Aguilera, di Lorde, di Ellie Goulding, di Sia e di tanti altri non si fa, purtroppo, minimamente cenno. Fatto trascurabile, in confronto al resto. Correrei volentieri a rivederlo... Voi?


Un fantastico via vai: una commedia che di “fantastico” non ha niente. Eppure Pieraccioni mi è sempre piaciuto, ma – a malincuore – vi dico che, per me, è dai tempi di L'amore all'improvviso che non azzecca un nuovo film. La storiella è carina e penso che tutti gli universitari d'Italia vorrebbero un coinquilino come il simpatico comico toscano, ma il taglio televisivo e la sceneggiatura striminzita non aiutano a rendere il film né divertente, né memorabile. E' leggero, fresco, ma di un buonismo tale da fare invidia a una puntata dei nostri Cesaroni. Ben recitato, dinamico, arricchito dai camei dei soliti (e stanchi) Panariello e Ceccherini, ma dalla morale troppo edulcorata e infantile. Un film con l'aria da sit-com, più adatto ai pomeriggi di Canale 5 che al cinema. (2/5)
Fuga di cervelli: un film scemo, ma che – di tanto in tanto – il suo compito lo fa: far ridere. Senza intelligenza, senza brio, senza perché, ma fa ridere. Per le parolacce, i gestacci, le gag scollegate tra loro ma decisamente idiote, per i protagonisti che – usciti dalla Tv o da Youtube – sono tra i più seguiti e cliccati in rete. Un cieco, un paralitico, uno spacciatore e una cavia umana in trasferta ad Oxford - chi in cerca di ragazze facili, chi del vero amore. Perché chi si somiglia si piglia! Il più simpatico è Frank Matano, il più convincente è Luca Peracino. Dirige Paolo Ruffini, nel cast anche in veste di attore. Da vedere insieme agli amici, per ridere insieme a loro e dimenticare tutto nell'arco della stessa sera. (2/5)
Giovane & Bella: algido e sensuale, raffinato e sottile, il nuovo film del bravissimo Francois Ozon racconta una storia scabrosa, a tinte forti, ma con la solita leggiadria francese. Non scandalizza perché è ben fatto, ben diretto e perché la protagonista – con quegli occhi azzurro mare e il fisico statuario da modella – è troppo angelica per risultare volgare. Racconta la storia di una di quelle che i telegiornali attuali chiamerebbero, forse, baby squillo. Un'adolescente di buona famiglia che, tra lo studio e le amiche, si ritaglia tempo per appuntamenti in camere d'albergo con uomini anziani e facoltosi. La pagano per fare sesso, lei che – l'estate prima – ha perso la verginità, in spiaggia, con un ragazzo che l'aveva fatta sentire vuota, non amata, insoddisfatta. Eppure con i soldi guadagnati non compra nulla: prende in prestito gli abiti eleganti dall'armadio di sua madre, ha un cellulare demodé, non ha vizi costosi. La nuova storia di Ozon stupisce e affascina perché non c'è una spiegazione e perché, grazie a una regia impeccabile, indaga nei rapporti di coppia e nelle famiglie borghesi senza scadere nel morboso. Con un'ironia feroce e nascosta, con una delicatezza che non è da scambiare mai per buonismo. Magistralmente diretto, con una giovanissima attrice da tenere d'occhio, Giovane e bella è un dramma riuscitissimo. E l'emozionante cameo finale della sempre stupenda Charlotte Rampling ne è la conferma. (3,5/5)

mercoledì 18 dicembre 2013

Recensione: Angelize, di Aislinn

Ciao a tutti, amici. Come state? Dopo due post dedicati ai regalini natalizi, torno con una nuova recensione. Bho, mi mancavate. Oggi sono lieto di parlarvi di un romanzo davvero poco natalizio, ma – in compenso – degno di nota. Angelize, arrivato in libreria a Novembre, è un urban fantasy italiano sui generis, dal sapore sperimentale che non guasta, ma, anzi, incuriosisce. Ringraziando Giulia per avermi dato modo di recensirlo, vi abbraccio tutti e vi auguro buona lettura. Baci.
Ora non siete più angeli. Non sarete più creature del Padre. Sarete creature della Madre. Vivrete liberi, onorando così la mia Notte.

Titolo: Angelize
Autrice: Aislinn
Editore: Fabbri
Numero di pagine: 344
Prezzo: € 16,00
Sinossi: Essere un angelo è terribile. Non provi emozioni, non puoi toccare, mangiare, amare. Per questo molti di loro cominciano a desiderare la vita terrena per provare quello che non hanno mai sperimentato nell'eternità. Per liberarsi dalla condizione eterea hanno solo un mezzo: uccidere un essere umano che prenderà il loro posto. Un gruppo di vittime, però, non si è rassegnato a questo poco invidiabile destino e ha trovato il modo di reincarnarsi in corpi nuovi che sono una via di mezzo tra angeli e uomini. Di nuovo sulla terra, questi angeli bastardi vorrebbero soltanto ricucire i pezzi di vite bruscamente interrotte, finire gli studi, ritrovare amori perduti. Come Haniel, privo di regole e affamato di sesso, che "indossa" ora il corpo di una ragazza. O come Hesediel, che cerca di far capire alla donna che ama che è tornato dalla morte, e che adesso è in grado di guarire da qualsiasi ferita. Ma gli angeli "puri", quelli che non hanno mai ceduto alla tentazione della carne, sono in caccia, armati di spada e fuoco celeste, decisi a spazzar via le abominazioni. Per sopravvivere gli "angeli bastardi" dovranno dar battaglia a forze molto più grandi di loro e prepararsi a terribili sacrifici...
                                                        La recensione
Milano è sporca. Milano è dannata. Milano è il paradiso perduto. E' una città che ha volti che non conosco quella che, come una profonda cicatrice di monumeti e case e asfaldo nero, taglia in due le pagine di un romanzo d'esordio che pensavo raccontasse una storia di angeli e demoni che, tra me e me, già credevo di aver letto. Notturna e tentacolare, pericolosa e suggestiva, nelle notti più oscure, si popola di figure torve e disoneste – ombre in mezzo ad ombre – che affollano locali sotterranei che puzzano di sudore, desiderio e sesso, e piazze famose, ma tristemente vuote, in cui tutto è di grigi e indolenti piccioni che sporcano, con le loro feci, i sanpietrini antichi, e di individui malconi e malinconici che, a quegli sozzi ed invadenti uccelli, invidiano un paio d'ali con cui poter volare semplicemente via. Come se il cielo fosse sicuro. Come se ci fosse un luogo, da chiamare casa, in cui tornare. Sono drogati senza una clinica di disintossicazione. Sono carcerati senza una comunità di recupero. Sono reduci di guerra senza medaglie al valore o confortanti pensioni. Angeli, ma senza ali, aureole d'oro e buone azione. Bastardi senza gloria; impuri. Haniel, Rafael e Hesediel sono ragazzi nati due volte. La prima, non più di trent'anni prima, li accolsero, in un ospedale come tanti, le braccia delle loro mamme stanche ed emozionate. Madri che avrebbero dato loro nomi diversi, nomi comuni. Madri che, insieme a compagni di corso e a fidanzate innamorate, avrebbero pianto la loro tragica scomparsa prima del tempo. La seconda volta, invece, in uno dei cimiteri più misteriosi e ricchi della metropoli lombarda, a richiamarli alla vita è stata una voce di donna, che ha dato loro – in mezzo a ninfe e satiri, mostri e statue polverose, rumore e silenzio – un nuovo respiro. Dio non si sa dove sia, ma non è lì: dove si gioca a infrangere i Suoi equilibri millenari, dove si disputa una gara scorretta contro la Natura. Rivevere una seconda volta è contro natura. Essere uccisi da una legione di angeli – le creature più pure e perfette della creazione – lo è. Ma, quando Dio muore, tutto è destinato allo stravolgimento: a regnare, adesso, è una Dea da tragedia greca e i cherubini di cui la Genesi racconta sono diventati i killer più spietati: ombre angeliche da temere. Soprattutto se, come i tre protagonisti, reincarnandosi nuovamente, si è sfuggiti ai loro piani crudeli e, ormai, si occupa un posto indefinito tra cielo e terra, santità e dannazione. Angelize è un horror “brutto, sporco e cattivo”. Metal, quasi. Fisico. Sempre in movimento, sempre in marcia, sempre in fuga. In fuga dai luoghi comuni e dal già visto, in lotta – armatissimo – contro i troppi urban fantasy che hanno fatto degli angeli, creature dal fascino indubbio, ospiti alati e passeggeri di triangoli sentimentali da dimenticare dopo aver voltato l'ultima pagina. E' un'autrice italiana, ancora una volta, a mostrarci che c'è ancora tanto da dire, e tanto da osare. La giovane e talentuosa Aislinn – pseudonimo di una blogger ben nota sul web, qui al suo primo romanzo – , con una scrittura tagliente e personale, piena di salti e singhiozzi, botte e battute trionfali, ha fatto convergere nel suo esordio la passione per la musica rock ad alto volume e per gli horror vietati ai minori, per la mitologia e tutte le sfumature possibili del fantasy. Mi è piaciuta la passione, il divertimento e la vena di leggera follia che c'ho trovato all'interno. 
L'audacia di chi scrive qualcosa di diverso, strano, inclassificabile, prima per sé stesso che per una casa editrice – sogno di tutti - a cui dare il manoscritto alle stampe: Angelize, secondo me, nasce, in primo luogo, per una voglia pazza di novità. E l'autrice mostra che, tante volte, quando i volumi riposti nel reparto fantasy delle librerie non ci acconentano più, una valida e coerente soluzione può essere il mettersi, in prima persona, all'opera. Di Aislinn e del suo primo romanzo, infatti, mi è piaciuto essenzialmente questo: il fatto che lei abbia voluto scrivere la storia che, in questo momento della sua vita, in questo momento della sua giornata, avrebbe voluto davvero leggere. Prima, ho detto ancora una volta non a caso: un'altra autrice, un'altra stagione, un altro romanzo mi avevano parlato, con un linguaggio altrettanto originale e altrettanto autentico, di angeli caduti e di città assopite, poco prima dell'alba. Di me diranno che ho ucciso un angelo, una dolce poesia firmata dal tocco delicato di Gisella Laterza, era una storia completamente diversa da quella, più feroce e cupa, scritta da questa nuova penna, anche se quel titolo così lungo, bello e speciale potrebbe suonare come la mancata confessione di uno degli angeli bastardi della fantasia di Aislinn... Flashback a fumetti, netti, violenti, aspri, aguzzi. Flashback al presente, incubi a colori. Frasi troncate, parole lacerate. Questo è quello che ho amato di Angelize. Ho amato i personaggi e la rievocazione caotica e adorabilmente sconnessa del loro vissuto e dei loro apparenti suicidi. Personaggi che non sapevano di stare vivendo, prima che – con l'aspetto di un angelo infuocato – sopraggiungesse la morte nera. Hesediel, il più adulto, come Patrick Swayze in Ghost, è tornato per Elena: la sua Demi Moore, sì, si chiama così. 
Difficile è stato vederla piangere nel giorno del suo funerale, difficile è stato vederla ricrearsi una vita da capo, ma ancora più difficile è stato attaccarsi al suo citofono – disperato – sperando di averla ancora con sé, con i suoi rimproveri, le sue pretese, i suoi no, il suo amore maturo e vero. Rafael, che ha assunto il nome di uno degli arcangeli più potenti, è morto ancor prima di laurearsi e ancor prima di aver fatto chiarezza su una sessualità a lungo ignorata: lui, che in realtà ha sempre amato in maniera inespressa e segreta altri uomini, con i suoi capelli biondi e il suo fisico da atleta, potrebbe essere scambiato per il protagonista di una saga urban fantasy di successo. Esattamente il genere di romanzi che odia a morte Haniel, un trentenne logorato dalla rabbia prima e dalla rabbia ora: ha vissuto senza un tetto sopra la testa, senza un lavoro e una donna. Ha vissuto da invisibile. Ora vive senza più il suo vecchio corpo: la Dea, infatti, è riuscita a salvare la sua anima imprigionandola nel corpo di un'adolescente. Di una ragazza dai capelli cortissimi e dal fisico fragile. Gli manca fare pipì alzato, fare sesso, fare a botte, fare tutte le cose dei maschi. Complesse le loro personalità, toccanti i rapporti che si instaurano tra loro: soprattutto, tra Haniel e Rafael. I miei personaggi preferiti. Due anime fuori posto. Haniel, improvvisamente esposto e debole, si sente, d'un tratto, come il giovane Rafael si è sentito per tutti i suoi ventiquattro anni di vita. Il loro è un rapporto toccante e controverso: un'amicizia strana che, forse, avrebbe potuto dar vita a un sentimento ancora più strano. Qualcosa che è simile all'amore. Caratterizzato da un marcato umorismo nero, da uno scenario spaventosamente originale, da un'inquietante e seducente antagonista femminile – a metà tra una trasgressiva baccante e un personaggio di True Blood, Angelize è cinico come Dogma, veloce come Legion, crudo e gratuito come I guerrieri della notte. Un ibrido interessante, un incrocio bestiale. Oggettivamente, un caso strano, dall'inizio alla fine: lo svolgimento, infatti, non si discosta troppo dal riassunto della quarta di copertina. Per essere un romanzo introduttivo, un incipit, preferisce non introdurre tutto e subito: sorprendere a tutti i costi, con colpi di scena evidentemente non sentiti e, dunque, non inseriti. Mi è mancata, forse, giusto quella ventata di novità che m'aspettavo sapesse travolgermi con maggiore passione. Almeno questo primo volume, per il momento, si regge su poco, ma lo fa benissimo. Le novità, tenute probabilmente a bada per i libri che verranno, sono palesi, però, in uno stile, che si scopre, ad ogni pagina, generoso, singolare, affascinante, assolutamente dark. Aislinn scrive un romanzo che non è per fanciulle per bene. Ma, rude e sanguinario, buio e cinematografico come lo è l'ipnotica copertina, piacerà a molti proprio per questo motivo. Scontri – rubati ai pestaggi delle gang di periferia – con tirapugni, manganelli, curiose bombe incendiarie. Chiese come campi di battaglia. Un'anima rock, fragorosa e lacerante, che, correndo insieme alla musica e alle parole lungo l'intonaco, crea larghe crepe sui soffitti e sulle volte di una cattedrale gotica, deturpando per sempre la raffigurazione di una Creazione in cui, tra il cielo e i suoi angeli celesti, è scavato l'abisso.
Il mio voto: ★★★★ -
Il mio consiglio musicale: Evanescence – Going Under