lunedì 16 aprile 2018

Recensione: Mary e il Mostro, di Lita Judge

| Mary e il Mostro, di Lita Judge. Il Castoro, € 15,50, pp. 312 |

In anteprima allo scorso Torino Film Festival aveva il fuoco interiore e la bellezza statuaria di una Elle Fanning ancora inedita nelle sale. Mary Shelley, nella romanzata e romantica biografia della regista saudita Haifaa Al-Mansour, era un'eroina d'altri tempi con il desiderio di prendere il mondo a morsi e d'imporsi a testa alta sulla logica maschilista della Londra vittoriana. Qualche dettaglio sfuggiva, nella fretta di due ore di cronaca, ma a distanza di mesi ne ricordo bene la curiosità intellettuale, l'innata grazia, i drammi; la voglia di approfondire, anche a costo di farmi male, gli impulsi che portarono una ragazza di diciotto anni appena a meditare sui moventi e i punti di rottura (e sutura) di un mostro che – per umanità, per ferocia – non ha mai smesso di rubarci notti e donarci spunti di riflessione. Mary Wollstonecraft Godwin: chi era davvero? Non condensata in un feuitteton, anche se di quelli assai ben fatti. Non sottoposta alle leggi dei padri, degli editori e di quella natura matrigna di cui, superba a giusta ragione, la scrittrice si rivelò a sorpresa superiore.

Raccolgo le gambe e le braccia
per farmi piccina.
Ma non sarò mai così piccola
da smettere di pensare.

La racconta fra i versi e le immagini una biografia assolutamente singolare, scritta e illustrata da Lita Judge. Un diario poetico in bianco e nero, al carboncino, con il fascino della graphic novel e le parole centellinate ad arte del flusso di coscienza. 
Chi era, ancora, il suo anonimo mostro, al quale i più attribuiscono per errore il nome del folle creatore che lo creò per poi abbandonarlo a sé stesso?

Le ragazze dovevano essere gentili
e obbedire alle regole.
Le ragazze dovevano essere silenziose
e ingoiare punizioni e dolore.

Ma lei non si nascose.
Non si lasciò zittire.
Lottò contro la crudeltà della natura umana.
Scrivendo.

Nacque in una casa piena di libri, con la notte tagliata in due da una cometa dal nome di donna. Il padre, libraio spregiudicato piegato dal pugno di ferro della seconda moglie; la madre, poetessa dai costumi notoriamente liberali, morta dando alla luce la secondogenita. Le dissertazioni di Coleridge a cena, e l'idea di poter diventare qualsiasi cosa volesse. Prima dei debiti. Prima del colpo di fulmine per Percy Bysshe Shelley: dongiovanni già sposato e affatto intenzionato a far di lei una donna onesta, la destinerà a un'esistenza errabonda, sulla scia di un sogno – quello della scrittura – che prima li unisce e poi li divide. Le loro migrazioni continue con al seguito Claire, sorellastra di Mary e compagna di letto di Percy, li condurranno dalle speranze infrante della Francia napoleonica all'Italia vacanziera, fino alla villa di campagna del dissoluto Lord Byron. Lì, nel bel mezzo di una tempesta metereologica e creativa, nascerà per sfida e per sfogo un capolavoro della narrativa gotica. Nel mezzo: la perdita di un figlio, il disonore per i continui tradimenti coniugali e, in uno splendido covo di angeli caduti, ecco consumarsi la rivoluzione dell'amore. 
In pieno XIX secolo, l'oppio, l'abbraccio del fiume e i dolori del parto uccidono spietatamente molte delle figure femminili che incrociano la strada di Mary. Ma le donne, fragili e sfortunatissime in epoche così malsicure, sono fatte però della stessa sostanza dell'Onnipotente: creano la vita da una spinta, da una scintilla.

Creare spezza le ossa,
come le membra di un neonato
che spingono attraverso il corpo della madre.

E' un cuore che batte,
come il bambino appena nato
che tieni in braccio.

E' terribile,
e bello,
come imparare a respirare di nuovo.

Le scintille sono quelle del fulmine, delle scosse elettrostatiche, quando il mostro si solleva dalle pagine e dal tavolo autoptico. Frankenstein è metafora di un altro parto, per una Mary dal grembo e dal cuore ormai inaridito. La costola di Eva. Un alter-ego dell'autrice stessa, dei suoi figli bastardi, che fa da giustiziere e da cassa di risonanza. E allora può crearsi un dialogo fra loro, creatura e creatrice, in un evocativo gioiellino di forma e contenuto da esporre con vanto in libreria. Da sfogliare, leggere e rileggere, per rinfrancare a qualsiasi età occhi, cuore e mente. 
Oltre che per l'indicibile cura dell'impaginazione, Lita Judge sorprende infatti per una scrittura interessantissima, a confine, che non si accontenta di fare da semplice didascalia. Per saperne di più dei dolori del processo creativo, dei reali retroscena. Per scoprire un'arte a tutto tondo che non mi appartiene, no, eppure mi chiamava da un po'. Dalle nebbie da un tempo – due secoli, ormai – che è sembrato volare. Dalla tomba, a sei piedi sotto terra.

venerdì 13 aprile 2018

Mr. Ciak: A Quiet Place, Madre!, Doppio Amore, Cinquanta Sfumature di Rosso

Sfondi e scenari: gli stessi dei survival indipendenti (vedasi il cottage in fondo al bosco di It comes at Night). Lo spunto: originale ma non molto, tipico di chi vorrebbe tenere alti il dramma umano, l'ambiguità, la suspance (leggasi La morte avrà i tuoi occhi, prossimamente un film grazie a Netflix e Susan Bier, in cui contro l'ignoto si viveva non nel mutismo, ma a occhi bendati). I toni: quelli sommessi di progetti che non hanno bisogno di spargere ettolitri di sangue o alzare la voce per farti sinceramente paura (certo, se solo a produrlo ci fosse stata l'affidabile A24 avremmo evitato gli errori di 21 Cloverfield Lane, The Ritual e altri horror che troppo vogliono svelare). In A Quiet Place ci sono un imprecisato futuro post-apocalittico e due genitori con un terzo figlio in arrivo, dopo la morte mai elaborata di un altro bambino. Cattiva idea allargare la famiglia, se fuori c'è un pericolo a cui sopravvivere solo così: in silenzio. I protagonisti si esprimono con il linguaggio dei segni, con gli occhi e i movimenti corporei, per non attirare in casa mostruosi invasori dall'udito sopraffino. Gli espressivi Emily Blunt e John Krasinski, coppia anche nella vita reale, si dividono l'educazione dei figli, compiti e spauracchi, a un passo dal gorgogliare del fiume. Si lavora sinergicamente – nel cast raccolto, nei copioni personalizzati da una palpabile intesa –, e agli Abbott, cosa rara davvero, ci si affeziona. Mentre si concedono un lento in cantina. Mentre il senso di colpa e il passato li uniscono e li dividono nel corso di una notte implacabile. Mentre la poetica lentezza iniziale, ben musicata dal solito Beltrami, cede il passo infine all'azione dei survival: evitabile, sì, ma messa già in conto in una produzione commerciale che ha il cuore come un martello pneumatico, una tecnica all'avanguardia e un giovane regista, quel Krasinski impegnato in un duplice ruolo, costretto a cedere a più di qualche faciloneria (su tutte, il design delle creature: troppo mostrate, troppo simili a quelle di Stranger Things, quando il miglior Shyamalan avrebbe invece gettato ad arte ombre strategiche). I dialoghi sono ridotti a zero o quasi. Nell'aria non vola una mosca. Ogni piccolo rumore, ogni scricchiolio, costituiscono un rinnovato fremito in poltrona. La scrittura è solida, l'uso del montaggio sonoro da Oscar e il dosaggio degli jumpscares, nonostante i perdonabili difetti di sorta, ti fa torcere le mani in poltrona e vergognare un po' per i sobbalzi. L'ho visto da solo, in una sala semivuota, e a un certo punto scalpitavo per l'arrivo dei titoli di coda: stanco di stare sempre sul chi va là, chiedevo basta, ma anche ancora. A Quiet Place è un gioiellino di tensione a piedi nudi, a fior di nervi, che insegna che il silenzio è d'oro. A volte, anche l'horror mainstream. (7,5)

Dopo l'ammaraggio dell'arca di Noah si attendeva l'arrivo di Darren Aronofsky nelle acque più placide del Lido. Acclamato o disprezzato, di Madre! hanno scritto i più – cose brutte, cose lusinghiere, interpretazioni in gran quantità – e, curioso per natura, qualcosa ho letto. Sarà perché giunto non del tutto impreparato alla visione, non l'ho amato e non l'ho odiato: al solito, mi piazzo a metà. Con il senno di poi non mi spiego infatti né i fischi né la venerazione. Non mi spiego, soprattutto, la confusione: le chiavi di lettura che fioccano dappertutto, come se alla base dell'allegoria dell'ultimo Aronofsky ci fosse chissà quale ermetismo, chissà quale sottigliezza. Tornando all'horror senza però lasciare indietro la suggestione delle Sacre scritture, il regista racconta con il grotteso della commedia nera e la violenza dell'epilogo l'incubo vissuto da una coppia perfetta. Le cure di una morbida e urlante Lawrence (per tutto il tempo, sul viso ha ragionevolemente un'unica espressione di sconcerto) hanno restituito smalto a una villa decaduta e giovinezza al poeta di un insopportabile Bardem. Lui padre padrone, lei sottomessa – anche quando si parla di avere un figlio, anche quando la casa inizia a riempirsi di ospiti inopportuni e inquietanti (si parte dal fanatico Harris e dalla sobillatrice Pfeiffer, due Adamo ed Eva agées, finendo con la spietata giustiziera Wiig). Riassunto in pillole allucinogene di Antico e Nuovo Testamento, in Madre! è tutto un simbolo. La morale ecologista è dietro l'angolo – assieme ai reiterati tentativi del processo creativo, suggeriti con una bella struttura circolare; al ripiegare sull'ottusa fiducia che la prossima volta andrà meglio –, meno la delusione preventivata. Aronofsky interessa, affascina e indigna. Pasticcia, senz'altro. Ma erano mesi che mi negavo, a fine visione, il piacere di un sezionare un film in compagnia ripercorrendolo a ritroso. Il difetto più palese: la semplicità del linguaggio, lì dove altri gli rimproverano un'insensatezza di base; il fatto che questo Aronofsky chiassoso e fisico manchi della solita eleganza, nella scrittura e nella forma, non andando troppo per il sottile. Dà un morso proibito alla mela della conoscenza, e rischia di farsela andare di traverso. Trascina l'ex compagna Jennifer Lawrence in un lungo calvario, e solleva tutt'attorno fumo, fuoco e fiamme. Resiste imperterrito un cuore di cristallo, sul fondo del vaso di Pandora; sotto la cenere. Madre! pecca di ambizione e non potrebbe permetterselo: lacunoso, perfino ingenuo. A modo loro, però, sempre piaciuti i peccatori. (7)

La mente che parla al corpo e gli suggerisce di soffrire. Lì, sotto le palpebre abbassate, i dolori della giovane (e bella, come si diceva in qualche film fa) Chloé. Dolori lancinanti alla bocca dello stomaco e un'unica guarigione, se la medicina scuote la testa e dichiara bandiera bianca: uno psicologo che scandagli nel suo passato e in traumi rimossi per istinto di sopravvivenza. Medico e paziente vanno a letto violando il codice deontologico; si innamorano. Finché Chloé non finisce nelle braccia di un altro terapista, di un altro uomo, che non si sa perché ha la stessa faccia di Paul: la sua versione tenebrosa, laconica, specchiata, che scava più a fondo ancora, e nei segreti della camera da letto. Lei, l'attrice feticcio Marine Vacht, ha il caschetto castigato della prima Mia Farrow e un corpo acerbo dalle insospettabili curve a gomito. Lui, anzi loro, sono Jeremie Renier: altra conoscenza del regista francese, con un fascino barbuto che fa passare d'un tratto la paura di invecchiare. Esplorazioni invasiva dell'intimo femminile, con immagini troppo di classe, troppo patinate, per suscitare scandalo – si apre con un chiacchierato primo piano della vagina della protagonista, si prosegue con onirici ménage à trois e uomini sottomessi con una cintura fallica soltanto per il desiderio di lei –, L'Amant Double arriva nelle sale italiane con il titolo Doppio amore dopo il mancato rumore al Festival di Cannes. Messo da parte il freddo languore di Frantz, il sempre atteso Ozon torna alle atmosfere di De Palma – lussuriose ma incoerenti – e al tema del doppio, già debitamente affrontato negli irraggiungibili Swimming Pool e Una nuova amica. Qualcuno ci ha letto infinita autoironia, qualcun altro un'analisi freudiana che arriva all'orgasmo partendo da lontano. Raffinatezza stilistica a parte, questa volta non ho trovato appigli o spunti degni di riflessione, in un intrigo torbido ma lacunoso, retto interamente dall'intesa sessuale fra due protagonisti bellissimi. E stimolerà ormoni e zone sensibili più di qualsiasi Sfumatura di grigio, inutile negarlo, eppure L'Amant Double appare il gemello ipodotato dei fratelli maggiori meglio riusciti. Autocelebrazione intrisa di eleganza che sul lettino di uno specialista, fra le lenzuola spiegazzate, rischia di farsi parodia di sé stessa. (5,5)

Dal grigio al rosso, passando senza grande convinzione attraverso cinquanta sfumature di noir. A un certo punto, nell'incipit del terzo e ultimo capitolo della serie erotica di E.L. James, quei protagonisti che in bianco non sono andati mai, sperimentano il candore virginale dell'organza. Convolano a nozze, e allora lo fanno a Parigi e a Nizza, in barca a vela, in auto, nello chalet di montagna di lui. Si danno da fare, anche se il cinema patinatissimo di James Foley si dilunga sui preliminari ma ci nega il sesso, e mentre si spalmano gelato sulle parti intime (l'indomani non useranno un detergente intimo, ma Mastrolindo Sgrassatore) o giocano a far vibrare dildo, ecco che parte la hit del momento – quest'anno, l'orecchiabile duetto fra Rita Ora e Liam Payne –, con la signora Grey che spalanca la bocca non si sa se in preda al piacere, o per cantare il ritornello in lip synk. Passione e strafalcioni: gli stessi della prima volta. Anastasia che, inebetita, puntualmente si meraviglia delle dimensioni (fior di metafora?) del jet di lui. Christian che, con la scusa dello stalker che vorrebbe separarli, rafforza la sua figura di padre padrone. Se non fosse che la sua sposa – servita e riverita come una gran dama, con tanto di bodyguard e immeritata promozione –, spesso si impunta e lo contraddice. Nelle rare irruzioni nella stanza segreta di Grey, ci si vendica e ci si stuzzica in una sfida alla pari: chi sottomette chi, dopo essersi detti sì? Abituarsi alla routine matrimoniale richiede ora la carota, ora il bastone (insomma, comunque oggetti dall'inequivocabile forma fallica). Con orridi dialoghi da fotoromanzo svestito a thriller, la James e il marito sceneggiatore inseriscono nella loro irresistibile orgia trash corse in macchina che manco la sorella gnocca di Vin Diesel, agenti immobiliari maggiorate, criminali da strapazzo che rapiscono la tipa di Tezenis e passati traumatici con la pioggia scrosciante fuori. Ai protagonisti si chiedevano, all'inizio, seni a coppa di champagne e chiappe così marmoree da poterci spaccare in mezzo le noci di Macadamia. Dakota Johnson, migliore di film in film, appare qui di una bellezza raggiante. Jamie Dornan, l'uomo con le pentole inox per occhi, scopre invece le insicurezze di un'eventuale paternità, le serenate al pianoforte e lacrime che no, non ne attentano alla famosa virilità. I trasgressori che fanno faville al botteghino e nei portafogli delle nostre mamme in menopausa affrontano la quotidianità – magari in perizoma – e chiudono così, con un dignitoso tassello finale che invita sin dal titolo a non sparare di nuovo sulla croce rossa, le porte del loro sogno di coccole e gatti a nove code. (5)

mercoledì 11 aprile 2018

Recensione per le rime: Attìa e la guerra dei Gobbi, di Isidoro Meli

Attìa e la guerra dei Gobbi, di Isidoro Meli. Frassinelli, € 17,50, pp. 300 |

Parlando a vossignoria con onestade, debbo dire che per raccontar di questa intreccio non serviron le minacce di cento spade. Le parole di gaudio di Cinzia, la più fidata addetta stampa, poteron su di me – a onor del vero, del romanzo storico nemico vero – il miracolo di una seconda vampa.
Tanta ammirazione accesero in me le peregrinazioni per mari e per monti di Attìa e Panc, gli avventurieri tonti, da spingermi a usare la rima baciata per recensire a tono codesta ballata.
Non avevan troppa fretta di partire, eppure, quei ladruncoli che un infausto giorno saccheggiarono il casotto di chi della campagna siciliana era il signorotto. La loro punizione, non la galera ma la barca, se nel marzo del 1860 c'è Giuseppe Garibaldi che attacca.
Il Sud, per opporsi al Risorgimento, pianifica in silenzio un rapimento. In quel di Caprera deve essere sottratta Anita, che del barbaro condottiero è l'amore di tutta una vita. Un cuore spezzato può forse fermare i Savoia, detti Gobbi, che lo strapotere dei Borbone voglion colpire diritto nei lombi?
L'impresa disperata porta quattro disgraziati sulla stessa strada.
Attia, marocchino come Ulisse scaltro, che perdendo la memoria ha guadagnato qualcos'altro: la pelle viola, color melanzana, per il malocchio di una fattucchiera (perdonate la volgarità) un po' bottana.
Panc, grande e grosso, che le bestemmie trasformano nell'Incredibile Hulk: rabboniscilo pure con una manciata di pistacchi di Bronte, se non vuoi che a suon di pugni ti spacchi la fronte.
Lo sciupafemmine in arme Salvatore Paradiso, fra il dovere e il piacere eternamente diviso.
L'attempato sicario Andrea u' Muzziaturi, la cui compagnia non ci ha mai reso sicuri.
Vedendoli salpare tanto inadeguati, il fantasma di un menestrello stabilisce che debbono essere cantati. Lo chiamavano Nello, e il futuro intero intonava in un ritornello.
Pizzica le corde, e così ne intona le rotte. I briganti e le pulzelle, in una terra di quelle belle.
Il vino e il maialetto, contrattempo perfetto. In Sardegna a sorpresa si gozzovoglia, tralasciando di quella missione la meraviglia. Ma al destino non si sfugge giammai e per i nostri protagonisti son in serbo nuovi guai!

Vedere il futuro è una cosa che fotte la vita.

Alchimisti e accabadore, di Michela Murgia il fior fiore, assieme a una laida strega con cui fare all'amore. Un falso Che Guevara con un fucile per gamba, gente che viene e che va in un Orlando Furioso a metà. L'esercito nemico, intanto, avanza.
Duecentocinquanta Gobbi una bazzeccola non sono, e la violenza ci giungerà all'orecchio alle velocità del suono. Sangue e squartamenti renderanno i lettori d'improvviso sgomenti, ma questa tragicommedia splatter e nazional popolare non ci toglierà affatto la smania di cantare. Guizzi poetici, profetici, quando la fantasia trotta e del mio iniziale pregiudizio nessuno se n'importa. Cavarsela è un'arte per pochi, perdenti dal fascino indiscreto, e sulla terra ferma potreste non volere mai più tornar indietro. Oltre le risate, oltre il mare, ci salvano i delfini dal pescecane e un pennuto esotico dalla pena capitale.
Un'adorabile scrittura, che di mischiare siculo, sabaudo e sardo si prende gran premura, è il tocco in più che fa somigliare il cantautore Meli a chi vuoi tu. Di Asterix e Obelìx le caricature, ma del cinema di Virzì Paolo le picaresche avventure; del Gazzè a Sanremo i leggendari amori da romanza, e tocca a Don Quisciotte e Sancho Panza combattere mulini a passo di danza.

«A me l'antico non dispiace. E nemmeno le promesse.»
«E immagino nemmeno le leggende, compagno di ventura.»

La storia d'Italia? Per non appannare i banchi a suon di sbadigli, gli scolari dovrebbero conoscere di questo sfacciato narrator gli artifizi. Quale pesantezza, quale noia: il fantastico e la cronaca insieme, sapessi che gioia! Osteggiare l'unità: vero paradosso, con gli inseparabili Attìa e Panc che per amicizia si stan sempre addosso. Un legame fra senza patria e senza dio, non fra senza cuore, che commuove e diverte in queste pagine in cui ora si vive e ora si muove.
Le sarde, gli scagnozzi, i cactus, gli amori, le scortesie, le audaci imprese Isidoro Meli canta.
Pur di condividerne aneddoti e sorrisi, so già che a lettori e ad amici farò una testa tanta.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Elio e le Storie Tese – La terra dei cachi

lunedì 9 aprile 2018

Recensione: La scatola dei bottoni di Gwendy, di Stephen King e Richard Chizmar

| La scatola dei bottoni di Gwendy, Sperling & Kupfer, € 17,90, pp. 240 |

L'arrivo di Stephen King in libreria somiglia sempre a un regalo che non vedi l'ora di scartare. Cosa vuole saperne la tua pazienza davanti a una copertina così, bellissima. Cosa possono fare gli altri romanzi impilati sul comodino, gli acquisti più necessari, se il Re ordina – la massima dedizione, l'acquisto – e tu, umile suddito che tutto vuole tranne opporre resistenza, non puoi fare altro che obbedirgli.
Anche se, nella foga inumana con cui ormai ritorna, non hai trovato ancora il momento per gustarti la sua precedente collaborazione, Sleeping Beauties.
Anche se l'originalità a cui ci ha abituati, fra regali pericolosi e patti dal sapore mefistofelico, questa volta non abita nella città in cui il Male è di casa. Castle Rock, Maine. Protagonista di una serie TV di prossima uscita, degli intramontabili Stand By Me e Cose Preziose (per citarne un paio) e, ancora una volta, di una catena ininterrotta di sfortunati accidenti. Dall'alto della Scala del Suicidio, riuscirebbe a scorgerla tutta a colpo d'occhio Gwendy Peterson: dodici anni, qualche chilo in eccesso che le ha portato gli sfottò dei bulli e le scarpette da corsa ai piedi, le profferte ammalianti dello sconosciuto in nero che da giorni la osserva da una panchina. Cosa potrebbe desiderare una bambina pronta a lasciarsi alle spalle le elementari per la prima media, la ciccia dell'infanzia per la fioritura dell'adolescenza? Corrono gli anni Settanta. Richard Farris, una bombetta dotata di vita propria in cima alla testa e due occhi diabolici, ha ogni soluzione a portata di mano. Se ne stanno strette strette nella scatola del mistero di cui la protagonista, un giorno, diventa custode: otto pulsanti colorati, due levette ai lati, e la cassettina elargisce per magia cioccolatini dietetici e monete d'argento. Qualcosa, però, suggerisce a Gwendy che è meglio non giocare con quei bottoni: sono simili, infatti, a quelli che in piena Guerra Fredda si vociferava avessero i dittatori esteri (pensate oggi alle minacce del coreano Kim Jong-un) per radere al suolo gli Stati Uniti d'America.

«Una scatola dei bottoni. La tua scatola. Guarda [...] I bottoni sono molto duri da schiacciare», continua Farris. «Dovrai usare il pollice e fare forza. Una vera fortuna, dammi retta. Meglio non confondersi, oh no. Soprattutto non con quello nero.»

La protagonista cresce, ma con quel segreto sepolto sul fondo dell'armadio: non abbastanza al sicuro. Non ha più bisogno degli occhiali da vista, i suoi genitori smettono di bere e di darsi addosso e la sua popolarità, cresciuta in maniera esponenziale, le fa dimenticare le angherie subite e a malincuore le migliori amicizie. A che prezzo? La scatola dei bottoni di Gwendy è il caso di coscienza di una ragazza qualsiasi che, baciata dalla fortuna su un pendio che prometteva sin dal nome grosse sciagure, diventa graziata e invulnerabile: artefice e annientatrice, suo malgrado, dell'esistenza del prossimo. Questo nuovo King a quattro mani si divora in una mattina di primavera – leggendolo ho pensato alle illustrazioni e alla brevità di Unico indizio la luna piena, raro eppure altrettanto dimenticabile – ma non sorprende e, se coinvolge, sa farlo lì per lì. I ricordi picchiano contro quelli di un racconto di Richard Matheson, che al cinema ha già ispirato il thriller The Box, e quel genio della lampada a lutto sembra ricordare un po' perfino il Mastandrea del recente The Place. I brividi e le riflessioni etiche scarseggiano. Di scatola, a dirla tutta, preferivamo quella a forma di cuore dell'esordio del figlio Joe Hill.

A forza di se c'è il rischio di impazzire, mia cara.

Storia antica come il mondo, nemmeno troppo rinfrescata da un autore che qui c'è e non c'è, il romanzo è infatti un innocuo gotico per giovanissimi dal solito effetto amarcord e dal solido tocco da Mida. Peccato permangano i difetti dei racconti dal respiro breve, dei déjà vu, che non possono o non vogliono diventare pietra preziosa. Non di certo in questo polveroso cimelio: indispensabile soltanto per fan inguaribili, con il pallino per i dolcetti d'alta pasticceria, il lato oscuro dei desideri e gli oggetti d'antiquariato. Dove non è tutto oro quel che luccica.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Doris Day - Dream a Little Dream of Me

sabato 7 aprile 2018

Mr. Ciak - (Non solo) David di Donatello: La ragazza nella nebbia, The Place, Una questione privata, Puoi baciare lo sposo

Aspettavo Donato Carrisi nel fitto del bosco, al varco. Nato in origine come sceneggiatura, il best-seller che corteggiava i meccanismi dei thriller anni Novanta è diventato un film per mano del suo stesso autore, qui atteso per la prova del nove. Assiepata dai paparazzi, l'immaginaria Avechot è una fortezza in cui nessuno entra e nessuno esce. Sembra un indovinello, quasi: chi ha rapito la sedicenne Mary Lou, così come trent'anni fa ci si domandava che fine avesse fatto Laura Palmer. Il teatrale Toni Servillo, a colloquio con lo psichiatra Jean Reno e la spietata cronista Galatea Renzi – unica interprete femminile convincente, tocca ammetterlo, accanto all'irriconoscibile Scacchi –, richiama i giornalisti in paese e gli spettatori in sala. Se l'agente in questione è però un irresistibile sciacallo per cui la verità è un optional, l'indagine diventa una messa in scena: caccia alle streghe ai danni del mite e intenso Alessio Boni, capro espiatorio al posto sbagliato nel momento sbagliato. La ragazza nella nebbia, nerissimo e verisimile, racconta un voyeurismo all'estremo, le trasmissioni che investono sul dolore e le ronde notturne, gli interrogatori a destra e a manca, che diventano presto coreografia a effetto. La morte si fa spettacolo al tempo dei mass media. La suspance, in Italia, non è solo Dario Argento. Via le soggettive e le mani che stringono coltelli. Via il gore, i detective improvvisati, i finali semplici. Dato il minutaggio, si sentiva forse la necessità di qualche sforbiciata qui e lì – soprattutto per gli stilemi televisivi con cui vengono introdotte le vicende di Boni –, ma le lungaggini di sorta sono il peccato di vanità di un genitore che vuole troppo bene alla sua creatura per cambiarla. Puntando sul fascino naturale delle atmosfere, su un intrigo di punti di vista che convince più che su carta, Carrisi svecchia il genere e lo riporta in sala. Con l'accuratezza della scrittura che ho già ampiamente sperimentato in passato – i backstage preferiti alla violenza della scena del crimine, i colpi di scena ben ponderati. Con un gusto internazionale, già maturo, che si nota nella cura della messa in camera e nella varietà dei referenti (il rigore del giallo scandinavo, ma anche l'umanità di Vinterberg). Strano ma vero: c'era bisogno della nebbia, nel thriller all'italiana, per tornare a vedere la luce. (7+)

Siede al solito posto. In vetrina, al tavolo in fondo. Distinto, elegantissimo, con un misterioso taccuino davanti e una tazza di caffè sempre piena. A ben vedere, questa volta, l'uomo – forse Satana, forse un angelo custode – sembra diverso; ha lo sguardo meno sornione di un silenzioso Valerio Mastandrea. Cambiano, anche se di poco, gli scenari. L'insegna luminosa, il juke box nell'angolo che suona Fausto Leali e Sunny, l'Italia fuori. Cambiano i volti – di casa nostra, numerosi, eppure non ce n'è uno che appaia fuori posto – che si avvicendano al tavolo, sebbene restino sostanzialmente immutate le storie, i drammi, i desideri. Un Giallini in cagnesco vorrebbe riconquistare la fiducia del ribelle Muccino, suor Rohrwacher cerca Dio ma incontra il non vedente Borghi, Papaleo deve proteggere la bambina minacciata da Marchioni, la Lazzarini mette bombe come cura per l'Alzheimer e l'infelice Puccini fa scoppiare coppie in nome dell'egoismo e dell'amore. Al centro di significativi siparietti, dietro il biancone, Sabrina Ferilli: cameriera in bilico sui tacchi alti che, assieme allo spettatore, si chiede chi sia, cosa faccia, quel genio della lampada in grado di realizzare qualsiasi desiderio in cambio della tua anima. The Booth at the End, serie sperimentale che parlava di misfatti e miracoli su sfondi fissi, scopre il cinema e la tentazione del remake. Dopo i fasti di Perfetti sconosciuti – singolare colpo di genio, sospetteremmo col senno di poi un Genovese forse già a corto di idee si affida alla brillante idea di qualcun altro. Se le due stagioni con Xander Berkeley avevano atmosfere accoglienti, familiari, il restauro poco necessario di questa tavola calda ai confini della realtà la mostra più fumosa, elegante, notturna. Non manca qualche nuovo incastro, qualche nuova richiesta, qualche difetto – la meccanicità delle dissolvenze in nero, nonostante la grande precisione della regia, e l'utilizzo di una colonna sonora che vorrebbe enfatizzare invano svolte ed emozioni. Per il resto, nessuna aggiunta sul menu. Ogni azione ha pro e contro. Tutti, corruttibili nel profondo, un prezzo da pagare. Ciascuna riproposizione tanto fedele all'originale, tanto pedissequa, presentia i difetti soprattutto delle copie carbone che funzionano, magari, ma non osano affatto. Attento a ciò che desideri, si dice: potrebbe avverarsi. Attento alla ricerca di un cinema eticamente impegnato, di uno spunto degno del successo di una commedia nera fa: caro Genovese, potrebbe intrappolarti. (6,5)

Milton, Giorgio, Fulvia. Il malinconico che parla l'inglese, il bello dai pigiami di seta, la civetta che prima promette e poi si nega. Un triangolo sentimentale in erba, accennato appena, nell'afa della campagna torinese. La guerra all'improvviso, poi separarsi – non per l'amore per Fulvia, ma per quello di Patria. Rivedere la casa in cui si sono conosciuti, con i partigiani che inseguono i fascisti nella nebbia delle Langhe, accende nel protagonista i ricordi. E il dubbio. Giorgio e Fulvia si sono amati alle sue spalle? Si parte alla ricerca dell'amico d'infanzia, caduto in mano alle camicie nere. Liberarlo, o almeno tentare, in nome di una questione privata. Dopo Shakespeare e Boccaccio, i Fratelli Taviani adattano Fenoglio: un romanzo breve, irrisolto, postumo, sospeso nella bruma e nell'incompiutezza di una pagina a metà. Trasposizione snella e fedele, con microscopiche aggiunte da apprezzare e una corsa finale che manca purtroppo dello slancio vitale, il dramma bellico dei registi pisani – presentato prima a Toronto, poi a Roma – è sommesso, intimo, lattiginoso. Troppo. I dialoghi teatrali si susseguono meccanicamente, rigidamente. Mancano, nel finale soprattutto, l'ardore, il tarlo che rode, la passione. Potremmo chiederci dove sia il pathos, a questo punto, se soltanto la freddezza del tutto non fosse un tentativo di rendere sul grande schermo la scrittura cruda e secca di un narratore che non amava i fronzoli e il tanto rumore per nulla. Dramma italiano inconsueto perché senza urla né lacrime, originale cronaca di una guerra senza più sangue da mostrare, ha un Marinelli dallo sguardo naturalmente malinconico e una Bellè che ammicca svelando le mutandine sui rami dei ciliegi in fiore. Accanto ai due, già insieme nel sopravvalutato Principe Libero, un manipolo di volti da fiction – giovani, sbarbati: una generazione perduta – per una guerra mostrata per vie traverse. Se ne apprezzano, infatti, le sequenze liriche (la bambina che va a dormire come se nulla fosse fra i cadaveri dei propri cari, l'assolo del percussionista impazzito, l'esecuzione di Riccio). Più il taglio stilistico (fotografia e scenografie, bellissime, e Somewhere Over the Rainbow a fare da spettrare leitmotiv) che l'umanità. Ripulita del sangue, del fango, della pioggia battente, la crociata di Milton la si segue sì, ma senza entrarci mai per davvero. (6)

Cristiano Caccamo e Salvatore Esposito, aspiranti attori a Berlino, decidono di convolare a nozze. Il problema, annunciarlo a casa durante le vacanze di Pasqua: in un sud Italia chiuso ai migranti e al nuovo. Facilissimo, infatti, vivere alla luce del sole nel capoluogo tedesco; condividere un appartamentino con la Del Bufalo, spassosa ereditiera, e un Abbrescia in transizione. L'outing è solo l'inizio, se la mamma dal pugno di ferro di una strepitosa Monica Guerritore, facendosi beffa dell'intolleranza del marito Abatantuono, sogna un grosso grasso matrimonio gay. In un suggestivo borgo medievale, si susseguono le vicende e gli sketch della godibilissima commedia di Alessandro Genovese, sul delicato tema delle unioni civili. Semiserio, buono di cuore e innegabilmente un po' buonista, Puoi baciare lo sposo è nel suo complesso ben recitato e diretto, con tanto di scena musical in chiusura. Il difetto: una scrittura frettolosa, dalle idee non del tutto sfruttate, che piace e diverte nonostante le sbavature a un passo dal finale. Lì, in un epilogo troncato di netto, tutti i limiti e l'inspiegata fretta dei suoi novanta minuti di durata. Lontano dalla poesia di Mine Vaganti e, con un sospiro di sollievo, dalle arie da cinepanettone mancato di Io che amo solo te, il film a tinte arcobaleno è meno sciocco di quanto appaia. Non così disimpegnato negli intenti – lodevoli più in teoria che in pratica – e popolato da allegre macchiette a cui, fra il boss di Gomorra che scopre l'autoironia e un conducente di autobus en travesti, si vuol bene a prima vista. Sarà per questo – il romanticismo delle soggettive iniziali, la spensieratezza diffusa a manciate generose – che è purtroppo impossibile perdonargli l'amarezza lasciata dalla chiusa. Coi fiori d'arancio e i confetti, noi preferivamo un'altra fetta di dessert. Un'altra risata leggera leggera, prima dei titoli di coda. (5,5)

giovedì 5 aprile 2018

Recensione: La quinta Sally, di Daniel Keyes

| La quinta Sally, di Daniel Keyes. Nord, € 16,90, pp. 358 |

La porta socchiusa, l'appartamento in disordine, la paura di un'irruzione. Ha fatto una cosa strana, il ladro. Ha portato qualcosa di suo anziché rubare. Dappertutto, oggetti che non ci appartengono; tracce che portano ad appuntamenti, a notti mai vissute. Banconote fruscianti nel portafogli, un vestito azzurro di una taglia in meno nell'armadio, libri coltissimi sul comodino, un vibratore nel cassetto. Le stranezze si spostano anche fuori, per strada. Dove sconosciuti ci salutano chiamandoci con un altro nome. Dove qualcuno pretende il pagamento di un debito, qualcun altro la resa dei conti, un altro ancora un bacio. Nella vita di Sally Porter, ventinove anni, c'è un invasore che le ha rubato i figli, i ricordi, il senso dei giorni: sé stessa. Chi diventa quando i mal di testa si fanno lancinanti, le difese si abbassano e lei – un ex marito con il vizietto degli scambi di coppia, due gemelle di cui il tribunale le ha negato la custodia, traumi familiari che prendono avvio dalla scomparsa del padre amatissimo – rinuncia alle ancore della realtà?

Voglio parlare con qualcuno. Uno psichiatra o uno psicologo. Non so quale dei due, li confondo sempre [...] Perché nell'ultimo mese ho tentato di uccidermi tre volte. Perché c'è qualcosa dentro di me che mi costringe a fare delle cose.

A luci spente emerge la spietata concorrenza delle altre. Aspiranti attrici con il sogno di un ruolo di spicco, protagoniste di una gara senza esclusione di colpi: qualsiasi cosa pur di uscire alla ribalta. Ci sono Nola, artista del Greenwich Village con amicizie elitarie, interessi sofisticati e frequenti tendenze suicide; Bella – un nome, una garanzia – per cui sedurre, flirtare, piacere, sono linfa vitale; la dolcissima Derry, io narrante che serve ai tavoli con un sorriso trasognato e cerca fra gli avventori il principe azzurro; infine Jinx, rissosa e vendicativa, che dissemina sangue e violenza, ossa e cuori spezzati. In comune con la pudica e superstiziosa Sally, niente se non il corpo. La mente della protagonista è infatti un labirinto pieno di angoli oscuri. A turno, dagli anfratti, possono saltare fuori donne diverse. Attratte dalle debolezze di uomini diversi – il giocatore d'azzardo Todd, il dongiovanni di mezza età Eliot o lo psichiatra Roger, vittima della sindrome del burnout. Con idee diverse sulla religione, il sesso, la morte. Quando diventano inconciliabili, tocca prenderne atto; intervenire. Ma le personalità di Sally hanno una coscienza, una storia, un singolare attaccamento a quella vita spartita in parti disuguali. Se Cartersio aveva ragione – se cogito, ergo sum – eliminarle non sarebbe forse omicidio? Sul lettino del terapista, invertire il processo di fissione dando vita a un Sally in pace con la propria femminilità, con il proprio candore, con la propria ira: la quinta.

Non mi sto uccidendo. Sto uccidendo voi. Quando tutto il sangue sarà uscito dalle mie vene e la mia mente si sarà svuotata, nessuno di voi esisterà più.

Le hanno cantante in tanti. Al telefono, dolcemente complicate. Donne belle perché contraddittorie, volubili, sull'orlo di una crisi di nervi. I loro proverbiali sbalzi d'umore, direbbe ironicamente qualcuno, diventano patologia nel romanzo di Daniel Keyes. Lo scrittore e psicologico statunitense, celebre per Fiori per Algernon e Una stanza piena di gente, riprende fra le pagine il tema affascinantissimo delle personalità dissociate. Ne aveva ventiquattro il serial-killer Billy Milligan, raccontato attraverso un diario psichiatrico che avrebbe dovuto ispirare un film con Leonardo DiCaprio. Sally ne ha quattro – la quinta è in fase di costruzione, grazie alle cure del dottor Ash – e una storia di finzione, scritta da un luminare del campo che si diverte a intrigare, qui, secondo le regole della suspance.

La maggior parte di noi ha molte facce, come superfici di un prisma che riflettono la luce. Io sono diversa. Sono come una perla in una collana con cinque pendenti.

Non mancano le trovate brillanti: le confidenze fra Derry e Murphy, il manichino in posa nella vetrina della sartoria sotto casa; la libido di Sally che, in una notte di carezze, trasforma i piaceri della masturbazione in una surreale orgia al femminile. Ma il processo di accettazione e di guarigione della protagonista appare graduale e realistico, mai spettacolare: come organizzare una cena per un gruppo di vecchie compagne di scuola eternamente in disaccordo sulle caratteristiche dell'uomo perfetto, sul ristorante da scegliere. Come venirsi incontro, sedersi accanto, nei tè con le bambole da bambina: quando un'assenza ingombrante, le manipolazioni di adulti di cui sarebbe stato meglio non fidarsi e una gatta di nome Cenerentola ispirarono amiche immaginarie con una personalità, in definitiva, più forte di quella di una giovane in frantumi. Inquietante come un thriller psicologico ma fondato come il più specialistico dei saggi, La quinta Sally è una seduta (spiritica) con cinque sedie perfettamente in cerchio e il riflesso di altrettanti specchi. Specchi rotti, per trentacinque anni di sfortuna: troppi da espiare. Cosa non fanno, allora, i romanzi belli. Cosa non fa questa nostra testa sconfinata e matta. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Elvis Presley – Suspicious Minds

martedì 3 aprile 2018

I ♥ Telefilm: The Assassination of Gianni Versace | Santa Clarita Diet S02

I tribunali che piacciono agli Emmy abbandonati per il glamour dell'alta moda. Le mani sporche di sangue di un campione al di sopra di ogni sospeto – scagionato nonostane prove fino alla fine contro di lui – per i delitti di un signor nessuno che senza particolare talento, senza gli appoggi giusti, sperava di farsi ricordare con l'omicidio, non vedendo altra via. Dopo il controverso caso Simpson, la seconda stagione di American Crime Story – altra serie antologica di Ryan Murphy, altro successo di critica e pubblico gravemente a rischio al suo ritorno – sceglie gli anni Novanta, la comunità omosessuale sotto minaccia, la fine di un mondo di scatti e lustrini in seguito alla caduta del suo solo re. Gianni Versace, sparato in pieno viso sui gradini della sua villa di Miami. L'ultimo di una lunga lista di morti: il nome di maggior risonanza. Allo stilista calabrese interpretato da un Edgar Ramirez somigliantissimo ma relegato a un ruolo marginale sono dedicate poche scene – la routine con il bel Ricky Martin, messo barbaramente alla porta dopo la scomparsa del compagno, e i piccoli grandi dissapori con l'opportunista Donatella di una Cruz biondo platino che, fra la vistosa parrucca e quel pesantissimo accento spagnolo affatto mascherato, ci fa rimpiangere le falcate sbilenche della nostra Virginia Raffaele. Se la discutibile scelta di attori latini per interpretare una famiglia italiana lascia il tempo che trova e un po' di imbarazzo davanti a cadenze irritanti e una visione in lingua originale da tradire questa volta per gli eventuali pregi del doppiaggio, non dispiacerà allontanarsi dal mondo dello stilista – anche a costo di perdere il punto della situazione – per seguire gli amori e i misfatti del famigerato Andrew Cunan, una scommessa vincente di nome Darren Criss. Il giovane attore, già notato per l'ugola d'oro ai tempi di Glee, ha la truffa nel sangue, un'indole menzognera e gli scatti di follia, le mosse sopra le righe, di un novello Patrick Bateman. A dispetto di grandi nomi non all'altezza dell'attesa, accanto al sadico gigolò brillano ottimi caratteristi nell'ombra: il feticcio Finn Wittrock, cacciato dalla Marina per il suo orientamento sessuale e amico intimo del serial-killer sbagliato; la vedova inconsolabile della straordinaria Judith Light; la madre di Cunan, Joanna P. Adler. Dopo una prima stagione sin troppo rigorosa, Murphy – noto ormai per gli scarsi dosaggi e le occasioni sprecate – si dà a un andamento frammentario e disordinato, che parla tra le righe dell'arma a doppio taglio che è il sogno americano. Mentre il mistero della colpevolezza di Simpson veniva lasciato saggiamente in sospeso, in The Assassination of Gianni Versace si procede a una romanzata umanizzazione del colpevole, assumendo così il punto di vista che al primo ciclo di puntate – troppo cronachistiche per i miei gusti: lì il difetto – mancava. Ma anche quel gusto per il kitsch, per cast patinati e inutilmente popolosi, così caro a un creatore confuso negli intenti e in equilibrio precario sulle passerelle. (5,5)

Come si dice: chi non muore si rivede. In quel di Santa Clarita, possibilmente, dove il vicinato è esemplare, le casette una bomboniera e i giardini rigogliosi. Un sogno per agenti immobiliari pronti a vendere e i novelli non-morti, che devono divorare dirimpettai impiccioni, seppellire cadaveri in giardino e placare i bollenti spiriti nello scantinato. La famiglia Hammond tocca entrambe le categorie da quando una ritrovata Drew Barrymore ha vomitato letteralmente l'anima sulla moquette di uno sconosciuto, risvegliandosi affamata di carne umana e cattive intenzioni. Perché? In una seconda stagione che perde l'effetto sorpresa della prima, ma conserva al fresco sangue e leggerezza, se ne ricercano le cause. Su Netflix si diventa zombie mangiando vongole avariate al ristorante cinese, per la falda idrica inquinata dalle scorie industriali, o forse per un virus che rende le stranezze, perfino l'apocalisse, una questione borghese. Come ingannare l'attesa e i morsi della fame in cerca di una soluzione rimandata – o almeno si spera – a un prossimo ciclo di episodi? I succhi biliari di un serbo aiutano a prevenire la degenerazione dei tessuti cellulari, uno squadrone di neonazisti bibliofili appare un capro espiatorio da sacrificare a cuor leggero e una testa parlante – quella di un autoironico Nathan Fillion, fatto fuori per via dei suoi modi da marpione – potrebbe mettere una buona parola, se la poliziotta della porta accanto ficca troppo il naso. La figlia tutta pepe, sempre sul filo della friendzone, cerca con successo altri contagiati e combatte i conati di vomito. La mamma, nei suoi raptus omicidi, perde stivaletti, cadaveri e frulla gomiti durante i pasti. Il papà, un Thimothy Olyphant ancora rivelazione, accetta con un sorriso nervoso l'improvviso cambiamento dei ruoli di genere, del carattere della coniuge, delle priorità. Perfetto esempio di amore incondizionato, ritratto di una comunità unita che diverte e intenerisce, Santa Clarita Diet è la commedia horror per chi ha sempre desiderato Modern Family, La vita secondo Jim, Tutto in famiglia – insomma, quelle sitcom quotidiane e briose che per anni ci hanno fatto compagnia all'ora di cena: avete presente? – con il gusto dell'orrido. C'è bisogno dell'altro per coprire i propri misfatti e le tracce che ci sbugiardano. Ce n'è bisogno, soprattutto, per conservare l'umanità che non abbiamo già sepolto. Sul fondo di un congelatore a pozzetto. (6,5)