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venerdì 12 dicembre 2025

Il cinema in libreria: Big Fish | Il profumo | Che succede a Baum? | Brian

È il miglior film di Tim Burton nonché uno dei miei preferiti. Mi ha insegnato la magia delle storie – forse, perfino più dei libri stessi – e l'abc per raccontarle. A lungo, non ho mai sentito il bisogno di recuperare il romanzo. Come si può essere all'altezza di un capolavoro cinematografico? Edward Bloom sta morendo. Costretto a casa, fa i conti con una malattia terminale e col rancore del figlio. Chi è stato davvero quel novello Ulisse che si è sempre sognato un pesce grosso? Tra biografia e elogio funebre, Big Fish mescola realtà e immaginazione, ricordi e mistificazioni, nello stile di Calvino. Scritto con l'inchiostro liquido della memoria, il romanzo non ha gli asfodeli del film. Il tempo non si ferma quando Edward conosce Sandra, e non ci sono città fantasma in cui le scarpe penzolano dai fili della luce. Meno d'impatto di Burton, Wallace ha però in serbo avventure alternative e un'immutata magia. Ormai al capolinea, Edward pensa di aver finito il suo repertorio di aneddoti. Ma ha un erede pronto a preservarli e tutta la morte davanti a sé. Se il suo corpo sembra al centro di una muta, perfino esalare l'ultimo respiro può rivelarsi un'altra storia. Un'altra trasformazione. Un'altra avventura. ★★★★

Rimando la lettura del romanzo di Patrick Süskind da vent'anni. Speravo di dimenticare, nel frattempo, la visione del film. Ma non è possibile passare un colpo di spugna sulle gesta e i delitti di Jean-Baptiste Grenouille, né sul finale a cui è destinato. Nato sul bancone di una pescheria, il protagonista ha cuore glaciale e un naso sopraffino. Prima garzone, poi eremita, infine assassino seriale, Grenouille si muove a caccia di bellezza. Il suo desiderio: scardinare il mondo, trasformandolo nel giardino dell'Eden. A metà tra Hannibal Lecter e Tom Ripley, Jean-Baptiste punta all'eccezionalità. O, forse, a essere semplicemente come tutti gli altri. Imprevedibile, lussureggiante, visionario, Il profumo è una fiaba nera scritta come i capolavori del gotico – a tratti, però, ho trovato insostenibile l'assenza di discorsi diretti. Padrone dell'arte degli alchimisti, l'autore coreografa una lunga orgia sensoriale e carpisce finanche l'essenza dei fiori più rari. Anche a costo di ubriacarci tutti.  Andrebbe letto, perciò, con estrema parsimonia. Poche gocce prima di andare a dormire. Nudi – e con una notte di incubi davanti. ★★★½

A novant'anni appena compiuti, l'adorato Wood Allen esordisce come romanziere con una commedia perfettamente nel suo stile. Caustica e brillante, ma senza grandi sorprese, sembra proprio una sceneggiatura delle sue. Che succede a Baum? Scrittore pretenzioso e pedante che si sognava il novello Dostoevskij, a cinquant'anni fa i conti con un matrimonio in crisi (il terzo), una carriera da rilanciare (nonostante un'accusa di molestie sessuali), un figliastro in attesa di vincere il Booker Prize (con un vergognoso scheletro nell'armadio) e una cognata troppo bella per un imbelle (inoltre, sembra proprio la reincarnazione dell'amore più appassionato del protagonista). Il destino, al solito beffardo, si divertirà a sparigliare le carte. Strutturato come un soliloquio, il romanzo garantisce un nuovo alter-ego al maestro newyorkese e, seppur lontano dal capolavoro di Philip Roth, diverte con una lamentazione che avrebbe fatto sentire Portnoy meno incompreso. Impossibile non leggerlo immaginando le voce di Oreste Lionello nelle orecchie; vietato non confidare in un ritorno al cinema. ★★★

Sembra uscito da un romanzo di Elizabeth Strout o John Williams. Ordinario, eppure adorabile, Brian è un contabile raccontato nell'arco di trent'anni. Dolcissimo coi suoi piccoli rituali, ne sviluppa uno tutto nuovo: il cinema. I film sono il migliore strumento per filtrare il mondo, infatti, e per comprenderlo. Mi sono affezionato allo schematismo della routine del protagonista, e ho ammirato la sobrietà di Cooper. A farmi storcere il naso è stato proprio l'elemento che ha attratto la mia attenzione: la cinefilia. Vengono menzionati troppi film, spesso sconosciuti al pubblico medio, e con una dovizia di particolari che rivela troppo delle trame e degli aspetti tecnici. Il gusto enciclopedico per le liste e i dettagli mi ha fatto pensare più alla saggistica che ai romanzi, e l'interesse torna vivo soltanto quando si menzionano orgogli italiani (Fellini, De Sica, Leone, Olmi) o l'avvento prima di Blockbuster, infine di Netflix. Per fortuna, le frequenti digressioni non sovrastano del tutto il protagonista, ma fanno da prisma alla sua breve storia. Un'esistenza rigorosa, da metodo Stanislavskij, ma che nel finale saprà cambiare un poco copione. ★★½

martedì 24 ottobre 2023

Recensione: La coppia felice, di Naoise Dolan


| La coppia felice, di Naoise Dolan. Atlantide, € 18, pp. 272 |

Che fine hanno fatto le commedie romantiche? Il quesito è emerso durante una conversazione fra amici. Si sentiva nostalgia di Meg Ryan e Julia Roberts, dei lieto fine annunciati, dei titoli di coda subito dopo i fiori d'arancio. Che fine hanno fatto gli innamorati noiosamente contenti, che vivono il quotidiano senza spaccare il capello in quattro? Non ne troverete di certo nel nuovo romanzo di Naoise Dolan. Una commedia sofisticata che parte dal coronamento di un sogno d'amore, il matrimonio, per poi trasformarsi in un giallo dei sentimenti in cui tutto è a rischio: cerimonia compresa. I protagonisti dell'autrice irlandese sono l'incubo dei novelli promessi sposi; il dramma dei wedding planner. Tutt'altro che sereni e sorridenti, si raccontano e si lasciano raccontare in un conto alla rovescia arguto e imprevedibile, fatto di liste per punti, tabelle e diagrammi, bozze di giuramenti. Lui, Jake, è un manager traditore e indeciso: "fidanzato trofeo", patisce la distrazione e la freddezza della partner. Lei, Celine, è una pianista troppo assorbita dalla sua professione per badare al resto: indossa sempre guanti protettivi per non rovinarsi le mani e vive similmente anche il sesso. Attorniati da una galleria di parenti invadenti, si defilano quando possono. E, in segreto, minacciano di tagliare la corda prima dell'altare.

La solitudine non era non avere nessuno. La solitudine era l'abisso tra quello che speravi e quello che avevi.

Nel corso della lettura interverranno Phoebe, la pecora nera della famiglia con un fiuto per le bugie; Maria, la ex di Celine; Archie, l'ex di Jake; infine Vivian, gallerista che infonderà saggezza quando tutti minacceranno di perdere il controllo. Come il genere ormai comanda, i personaggi sono tutti bisessuali e multietnici; considerano la fedeltà un retaggio del patriarcato e sono negati nelle scelte. Parlano molto, pensano troppo, vivono l'affanno delle convenzioni sociali. Giurano di amarsi… Ma oggi l'amore è forse abbastanza? Troppo lontani da me, questa volta mi hanno reso arduo empatizzare: li ho osservati a distanza. Stranito, sì, ma col sorriso. Disillusa, amara, eppure esilarante, a un certo l'autrice li fa discorrere di Jane Austen. E quanto mi avrebbe divertito La coppia felice in abiti ottocenteschi, con le sorelle Bennet che parlano in gaelico per spettegolare impunemente e un Darcy queer che tracanna gin tonic per sfuggire alla vita adulta. Dolan omaggia il romance, e poi lo vampirizza per saziare noi millennial affamati d'amore e cinismo. Non esiste una sola anima gemella. Sarebbe quindi tempo sprecato non provarci con tutte, no? Le fedi, girate e rigirate in preda all'indecisione, scaveranno solchi sull'anulare.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: AnnalisaMon Amour

sabato 15 luglio 2023

Recensione: Sul lato selvaggio, di Tiffany McDaniel

| Sul lato selvaggio, di Tiffany McDaniel. Atlantide, € 19, pp. 377 |

Fa' diventare bello il lato selvaggio. È la richiesta che la nonna fa alla protagonista, mentre le insegna i segreti dell'uncinetto e, attraverso quest'ultimi, la vita stessa. Per bocca di una narratrice esperta, i traumi e le violenze possono essere addomesticati e prontamente trasformati in fiabe. Arch imparerà a cucire e a imbastire straordinarie bugie: non a vivere. Nata e cresciuta nell'Ohio più rurale, erede di streghe lontane e figlia di tossicodipendenti irredenti, ha usato il potere delle storie per costruire un mondo migliore per sé e la sorella gemella Daffy. Identiche nell'aspetto, hanno sempre fatto tutto di pari passo: disegnare torte sui pavimenti, rasarsi i capelli, farsi scudo contro la violenza degli uomini. Insieme hanno preso anche a farsi di eroina, per cercare di sconfiggere all'unisono il mostro della dipendenza. Sognavano una casa dalle tende gialle, ambivano a un futuro promettente, finché l'abisso dell'annientamento non le ha ghermite. Arch e Daffy hanno fallito perfino nel prendersi cura di un gattino nero; non sono state l'eccezione alla regola.

La nostra prima colpa è stata credere che non saremmo mai morte. La seconda, credere che fossimo vive.

Questo romanzo racconta di una maledizione senza scampo. E di un serial killer che, come un novello Jack Lo Squartatore, prende a colpire indisturbato donne ai margini. Sin dall'inizio sappiamo che Arch è stata una delle sue vittime. Ammazzata, invendicata, insepolta, racconta dall'aldilà una saga familiare tutta al femminile e le tappe di un'indagine poliziesca disperata, che si muove tra aspiranti politici e spaventosi clienti vestiti da clown. C'è il sesso - un sesso scoperto prestissimo, a forza, pagato con un Happy Meal. Ci sono temuti trafficanti, i cui tatuaggi rivelano una sensibilità sconosciuta, e donne dalla pelle bollente che scavano in cerca di punte di freccia con cui contrattaccare. E poi c'è Tiffany McDaniel, con tutto il suo sconvolgente talento, con tutte le sue immagini indelebili, che torna a farsi venerare e temere dopo L'estate che sciolse ogni cosa.

Il problema coi mostri è che a volte, per sconfiggerli, devi avvicinarti abbastanza da mettere a repentaglio la tua stessa anima. Ma per mia sorella ero disposta a tutto: anche ad arrivare così vicino a Satana da sentire battere il suo cuore.

Sono passati due anni dalla lettura di quel romanzo. Ne passeranno altrettanti prima di cimentarmi con altro di suo. Come ci si riprende? Quando? Ancora una volta ha scritto una storia incantevole e scioccante che ha il sapore ferroso delle verità. Un sogno vorticoso, a tinte forti, in cui la scrittura è polvere di fata cosparsa sui bordi dell'abisso. Sul lato selvaggio è un horror asfissiante sul miraggio della sobrietà, dove l'autrice americana getta luce e miele sulle cronaca nera, mescolando i toni trasognati di Amabili resti e i deliri fluo di Euphoria. Estremo, ci bracca fino al colpo di scena della pagina conclusiva. Le eroine di Tiffany si fanno di eroina. Passano dell'ago da cucito a quello ipodermico, perché la droga è un altro dei metodi per anestetizzare i propri demoni interiori. Si bucano, ma per non bucare il velo che ammanta la realtà e, dunque, ne ammorbidisce i contorni. Ora galleggiano, rigide, nei fiumi. Ma, a braccia spalancate, pallide e biondissime, sembrano angeli in volo.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Labrinth – All for Us

giovedì 3 giugno 2021

Recensione: Mare aperto, di Caleb Azumah Nelson

| Mare aperto, di Caleb Azumah Nelson. Atlantide, € 16, pp. 198 |

Ci sono romanzi che vorresti amare, ma con cui non scatta la scintilla. Ci sono libri con pagine meravigliose, ma che faticano ad amalgamarsi con il resto della narrazione. Mare aperto, nel mio caso, è stato uno di quelli. Storia d'amore e razzismo nello stile di Se la strada potesse parlare e Un matrimonio americano, rinfresca il genere sposando il punto di vista di un giovanissimo. L'autore, classe 1993, è più vicino alla generazione di Sally Rooney che a quella James Baldwin. Al pari di Connell e Marianne, idoli istantanei dei miei coetanei, i protagonisti di Caleb Azumah Nelson – per tutto il tempo senza nome – si amano, s'inseguono, ma faticano ad ammettere i propri sentimenti. Artistici, irrequieti e indecisi, sono amici e molto più che faticano a fare il passo successivo. Agli occhi degli altri, tuttavia, appaiono già una coppia. Cosa li separa? Da un lato, la distanza geografica: lei, ballerina, studia a Dublino; lui, fotografo, vive nella periferia di Londra. Dall'altro, invece, le inibizioni del protagonista maschile: troppo pensieroso, guarda con paura crescente gli attacchi della polizia alla comunità nera e non riesce ad aprirsi con sincerità alla partner.

Tra voi due c’è qualcosa. Non so cosa, ma tra voi due c’è qualcosa. C’è chi la chiama una storia, chi amicizia, chi amore, ma tra voi due, tra voi due c’è qualcosa.

Com'è innamorarsi all'epoca del Black Lives Matter? Cosa significa commuoversi guardando un film di Barry Jenkins o indignarsi con una pellicola di Spike Lee? Quant'è importante coltivare un senso d'appartenenza, le proprie radici, tra club affollati e concerti martellanti? Abbondano i cenni, urgenti, alla cronaca nera. Ma anche le citazioni di saggi che non ho letto, di canzoni che non conosco, di lungometraggi che non ho visto. La cultura “black” straborda e, impreparato, ho forse colto la metà delle troppe citazioni presenti. Emotivamente poco ho colto, purtroppo, anche dei drammi del protagonista: vittima di un razzismo ormai connaturato e destinato alla perenne insicurezza, viene raccontato con uno stile che all'inizio ho trovato poetico e infine lezioso. Costituito da squarci sparsi di violenza e bellezza, il romanzo sceglie la seconda persona singolare. Brevissimo, propone pagine introspettive e intrise di lirismo, vicine al gusto della slam poetry, ma non sempre adatte a costruire una vicenda compiuta. Per via della ricerca costante della frase a effetto, ho fatico a scorgere sviluppi significativi.

Ti sei interrogato sul rapporto che hai con il mare aperto. Ti sei interrogato sul trauma e sul fatto che riesce sempre ad affiorare in superficie, e a galleggiare nell’oceano. Ti sei interrogato su come potevi fare a proteggere quel trauma dal logoramento. Ti sei interrogato sulla partenza, sull’essere altrove. Avevi sempre creduto che se aprivi la bocca in mare aperto saresti annegato, ma se non aprivi la bocca saresti soffocato. E allora eccoti qui che anneghi.

Profondamente contemporaneo ma con uno stile rarefatto, sospeso nel tempo, il romanzo parla di tanto e di poco al tempo stesso. Mi piacevano moltissimo, eppure, questi protagonisti intrecciati stretti come succede ai fili delle cuffiette. Mi piacevano i dialoghi fitti fitti, in quei primi appuntamenti che ci trasformano tutti in ragazzini timidi e smaniosi; i passi coordinati; le playlist condivise. Mi piacevano le linee e i sentieri che tracciavano l'uno verso l’altro, inconsapevoli delle biforcazioni impreviste con l'avvicinarsi di un'estate crudele. Peccato che lui la allontani spesso; peccato che, così facendo, allontani anche il lettore. Non mi sono sentito a mio agio nel bozzolo di lenzuola della coppia protagonista; nei gorghi del loro mare immenso. Sfortunatamente deve essermi sfuggito qualcosa, e mi dispiace sinceramente. Il rollio delle onde lontane e la voce calda di Nelson facevano un rumore bellissimo.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Bee Gees - How Deep is Your Love

martedì 16 marzo 2021

Recensione: Latte arcobaleno, di Paul Mendez

| Latte arcobaleno, di Paul Mendez. Atlantide, € 18. pp. 412 |

In Moonlight, il film premio Oscar di Berry Jenkins, i tre stadi della giovinezza del protagonista – vissuta tra razzismo, omosessualità e degrado – venivano mostrati attraverso una metamorfosi. Nel corso della visione, infatti, si avvicendavano ben tre attori per dare carne a Chiron: un'anima fragile prigioniera di una tentacolare giungla urbana. Succede qualcosa di simile al protagonista di Latte arcobaleno, straordinaria opera prima con un personaggio parimenti tormentato. In cerca del proprio centro di gravità, anche Jesse cambia aspetto e città. Cambia voce. Cresciuto dal patrigno bianco in una comunità di Testimoni di Geova che ha instillato in lui un forte senso del peccato, ricerca le origini giamaicane della famiglia nei tomi della biblioteca, ascolta i rapper di nascosto e sogna di andare a vivere con l'amico di cui è segretamente innamorato. Trattato presto alla stregua di un paria, fugge a Londra all'età di diciannove anni: lontano dalla verità rivelata e, si spera per lui, più vicino a sé stesso. Durante la dolorosa gavetta per diventare adulto, seguirà tanto gli ormoni quanto l'ambizione. Desideroso di diventare scrittore come James Baldwin, temporeggia incerto e nel frattempo si prostituisce in cambio di ospitalità, denaro, droghe: fino a quando la conoscenza di Owen, poeta che trascorre il Natale in solitudine, non lo farà sentire la persona più perfetta e più importante dell'universo.

Avevamo lasciato il Giardino dell'Eden per la Terra di Latte e miele e avevamo trovato Sodoma e Gomorra. Invece delle colline ondulate, c'era una montagna di spazzatura.

Storia di ordinario smarrimento, il debutto di Paul Mendez incanta sin da quelle prime sessanta pagine ambientate in un altro luogo e in un altro tempo: a raccontarsi nell'incipit è un giamaicano dal linguaggio sgrammaticato, disabituato al freddo inglese e ai miasmi delle fabbriche, che in giardino coltiva una sorprendente varietà di rose. Quale è il nesso tra lui e il resto, un'epopea giovanile dai ritmi folli? L'andamento martellante della narrazione è merito ora degli stupefacenti in circolo, che pompano il cuore a mille; ora di una colonna sonora trascinante, che va dai Joy Division a Lemonade di Beyoncè. Ritratto nell'arco di un quindicennio – si parte dall'attentato alle Torri Gemelle in TV, per giungere infine alla Brexit –, Jesse scoppia di fame e di vita. Il mondo degli adulti è un banchetto dove rimpinzarsi fino ad avere la nausea. Apparentemente senza pensieri, ingolla superalcolici, pilucca carni al sangue e infilza uomini di mezza età: tutti bianchi e potenti, dal momento che il sesso è percepito inconsciamente come l'unico mezzo per sottomettere Dio e il suprematismo. Ma se si guardasse indietro, se gli chiedessero a bruciapelo come sta, il protagonista scoppierebbe amaramente in un pianto fluviale. Come far tacere la nostalgia di casa? Come metabolizzare un razzismo più sottile, lontano dagli estremismi americani, ma altrettanto sistemico? Libero come l'aria, e per questo completamente solo, Jesse brama un nuovo senso di appartenenza. Lo troverà nella cerchia queer, spavalda ma al contempo terrorizzata dalla malattia, o nella comunità degli immigrati inglesi?

Spero che Tu sia davvero lassù, così non avrò passato i miei primi diciannove anni di vita a parlare a me stesso, ma spero anche che Tu non ci sia, così non devo ritenere Te responsabile di tutto il male che sta accadendo, causato da persone che si credono giuste e sono convinte di averti dalla loro parte. Ti faccio questa preghiera in nome di Tuo Figlio e Re Regnante Cristo Gesù, il cui compleanno non permetti di festeggiare nemmeno ai tuoi seguaci più sinceri. Buon Natale. E grazie, grazie davvero tanto per lo champagne e l'erba. E per Owen. E per i Joy Division. E per le Sugarbabes. E per le Destiny's Child. Amen!

Contemporaneo e prorompente, caratterizzato da una voce davvero inconfondibile, Latte arcobaleno è un romanzo di formazione energico, vitale e leggerissimo nonostante la crudezza dei temi trattati. Inutilmente appesantito dalle ultime cinquanta pagine, necessarie soltanto a chiudere il cerchio, procede per salti temporali ed ellissi: alcuni capitoli condensano in poche pagine espedienti loschi, amanti passeggeri, ricordi frammentari; altri si prendono, invece, i tempi giusti per raccontare al meglio l'emozione di una confessione o di una cena che all'improvviso fanno credere alle canzoni d'amore. Passo dopo passo, anche il linguaggio matura (un plauso alla traduttrice, la bravissima Clara Nubile): lo stile di Mendez si innalza e si imborghesisce, in conversazioni uscite dai salotti snob di Sally Rooney, senza mai tradire però l'amore per i colori saturi, le citazioni pop sparse a piene mani, i sensi sull'attenti e i corpi ansanti. Basso, magrolino e superdotato, con due occhi da cerbiatto che sono l'invidia di tutti i clienti, l'indimenticabile Jesse – «ragazzo nero che cercava di essere un ragazzo bianco che cercava di essere nero» – avrebbe bisogno di un bravo terapeuta o di un abbraccio sincero. Nel frattempo canta in playback i tormentoni del momento e cammina lungo le strade affollate con la consapevolezza di essere l'oggetto del desiderio di coloro che prima lo disprezzano, poi spererebbero comprarlo. Alle spalle ha lasciato tracce della muta avvenuta: pelle di serpente, pelle nera. Quando perde l'equilibrio, nessuna paura. Nella coreografia della propria vita spericolata, Jesse non cade: balla.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Madame – Voce

lunedì 26 ottobre 2020

Recensione: L'estate che sciolse ogni cosa, di Tiffany McDaniel


| L'estate che sciolse ogni cosa, di Tiffany McDaniel. Atlantide, € 18, pp. 380 |

Nugoli di lucciole inseguiti nel cuore della notte. Un palloncino intrappolato su un ramo. I campi di colza a perdita d'occhio. Giallo, dappertutto. E poi il rosso. Quello della marmellata di fragole, dei sassi puntuti barattati con un fiore, delle case sull'albero profanate dal sesso e dalla morte, dei corpi sbrindellati sul tavolo autoptico. L'estate che sciolse ogni cosa è il sole e il sangue: un colore caldo. Una scintilla che a un certo punto libera vampe altissime e vibrazioni indimenticabili. Al cinema si chiamano scene madri. Le riconosci dalla colonna sonora che s'impenna e dal cuore che sale in gola, dalla macchina da presa che segue gli eventi come se all'improvviso fossero parte di una coreografia struggente. L'esordio della straordinaria Tiffany McDaniel è tutto una scena madre. Un'escalation senza requie, che brucia – di dolori, di passioni, d'indignazione – e lascia addosso i segni dell'ustione. Un'ustione virulenta e bellissima, che confondendosi con le pieghe della carne finirà poi per somigliare a un ricamo.

Avevo commesso l'errore di sentire la parola diavolo e pensare alle corna. Ma voi sapete che in Wisconsin c'è un lago, un luogo prodigioso, con questo nome? In Wyoming c'è una splendida roccia intrusiva chiamata così. Esiste perfino una spettacolare varietà di mantide religiosa conosciuta come “il fiore del diavolo”. E una pianta. Perché, nel sentire diavolo, ho pensato a un mostro? Perché non mi è venuto in mente il lago, invece? O un fiore che cresce sulle sue sponde? Oppure una mantide in preghiera su una roccia? Un errore grossolano, davvero, aspettarsi la bestia, perché a volte, sì, a volte tocca al fiore portarne il nome.

Se potesse, l'anziano Fielding pagherebbe oro per una macchina del tempo. Ormai ricurvo per l'artrosi, vive un tormentoso dissidio interiore a bordo di una roulotte: da un lato l'anelito al cielo – non a caso ripara tetti e stappa comignoli –, dall'altro un senso di colpa che lo spinge a privarsi di ogni compagnia (una donna dai capelli lunghi come corde, un tenero pompiere) per purgarsi dei peccati di un'infanzia codarda. È stato bambino in Ohio, nell'estate rovente che sciolse tanto il tangibile quanto l'intangibile. Correvano gli anni Ottanta: luci al neon, tessuti sfavillanti, gli Alphaville alla radio che promettevano una giovinezza imperitura, il filtro della nostalgia che smussa e abbellisce. Ma è forse un caso se George Orwell intitolò il suo capolavoro proprio 1984? Profetico, il romanzo distopico sembra anticipare il caos di quell'anno particolare. La televisione parlava dell'avvento dell'Aids, Fielding aveva tredici anni e alla sua porta, mentre i ventilatori rumoreggiavano e i frigoriferi degli alimentari venivano saccheggiati, si presentava il diavolo in seguito a un annuncio sul giornale. Pressoché suo coetaneo, Lucifero aveva una salopette lisa, la pelle nera e gli occhi verdi: dagli amici si faceva chiamare semplicemente Sal. Per Fielding e i suoi parenti, più che un amico, sarebbe diventato parte integrante della famiglia. Sal avrebbe spinto papà Autopsy a ragionare sulle ambiguità del suo mestiere di avvocato, mamma Stella a vincere l'agorafobia, zia Fedelia a cambiare acconciatura. Con lungimiranza, avrebbe capito ben prima degli altri perfino i segreti di Grand: quel primogenito fortunato nello sport e sfortunato in amore, vittima prima delle aspettative altrui e poi del pregiudizio. Fuori dal giardino dei Bliss, intanto, si agitavano i moti di una folla vendicativa e rissosa. 

Non poter volare significa non poter più inseguire la cometa, né ascoltare il canto delle stelle. Come posso sopravvivere? Cosa mi resta dopo aver perso il dono più grande? Ora per me c'è solo la terra, il mio paradiso finito per sempre. Non ci sarà mai più nessun cielo per me. Nessun Dio. Io sono l'avvertimento ai bambini prima di coricarsi. Dite le vostre preghiere, non cadete nel peccato, altrimenti diventerete il diavolo, colui che è sprofondato nell'abisso e non può sperare in nessuna salvezza.

Guidati da Elohim, il vedovo della casa di fronte, ecco gli abitanti brandire Bibbie e additare il nuovo arrivato: che negli incidenti degli ultimi tempi – aborti, atti vandalici, sabotaggi – ci sia lo zampino di Sal? Stretti da un morsa soffocante, i Bliss commetteranno un unico errore: essere ospitali. Perseguitato alla stregua di un novello Edward mani di forbice, Sal condivide in un linguaggio aulico parabole e aneddoti dell'Eden perduto. Che siano ricordi? In quanti modi si può essere bambini? In quanti, soprattutto, si può perdere l'innocenza? Mosso inizialmente dal desiderio di godersi appieno le vacanze estive, il giovane Fielding imparerà a mettere in discussione gli insegnamenti degli adulti e le Sacre Scritture, a essere irrispettoso della legge, a combattere piccole battaglie per vincere una guerra più grande. Con il viso sporco di lucido da scarpe come Rambo, si muove nella terra di confine tra l'infanzia e l'adolescenza. Questo romanzo di formazione – lirico, caloroso, scioccante – è un album che raccoglie il suo primo lutto, il suo primo nodo alla cravatta, il suo primo amore non corrisposto verso la fragile Dresden Delmar, i suoi primi dubbi verso una famiglia che a torto gli pareva perfetta.

Io sarò il ragazzo nero. E tu la ragazza bianca. E il mondo dirà no. Ma noi diremo sì e saremo l'unica eternità che conti.

Tiffany McDaniel suona soave anche nella tragedia. Grazie al suo talento cristallino, i miti crollano con grazia, le bandiere a stelle e strisce si stracciano senza sfilacciarsi, la fine del sogno americano è un incantevole tramonto. L'inferno, ci racconta l'autrice, è un corridoio lungo il quale si aprono porte infuocate. Il paradiso, invece, deve somigliare alla sua scrittura: un equilibrio divino che consente a ogni bassezza di essere compensata, per mezzo di un benevolo contrappasso, con momenti di commovente lirismo. Destinato a imporsi nel novero dei miei preferiti, questo  è il romanzo che ha fatto innamorare la rete. Tutti ne parlano, tutti ne scrivono, ma con il senno di poi la pubblicità non sarà mai abbastanza. Smaliziato,  credevo di conoscere già i mostri nascosti nel Buio oltre la siepe. Niente, però, mi aveva preparato all'abisso in agguato dietro i campi di colza. L'estate che sciolse ogni cosa scioglierà il razzismo, l'omofobia, l'ignavia. Stillerà gocce di lacrime e sudore, di condensa e veleno. Sarà il disincrostante per i dotti lacrimali inutilizzati e le coscienze sporche. Purificati, una volta giunti all'ultima pagina vedremo il mondo – i suoi gialli abbacinanti e i suoi rossi spaventosi – senza più cataratte.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Bruce Springsteen - I'm On Fire