Visualizzazione post con etichetta Noah Baumbach. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Noah Baumbach. Mostra tutti i post

giovedì 28 maggio 2020

Recensione: Parlarne tra amici, di Sally Rooney

| Parlarne tra amici, di Sally Rooney. Einaudi, € 12, pp. 286 |

In un’altra vita voglio nascere privilegiato. Con sincera invidia, l’ho pensato leggendo le (dis)avventure delle amiche di Sally Rooney. Sfaccendate, altolocate e ciarliere, frequentano le case dei personaggi dello star system e tracannano vino rosso da bicchieri di cristallo. Tra feste per pochi eletti, presentazioni e vernissage, fanno anche tappa in uno splendido casolare immerso nella campagna francese.
Frances e Bobbi hanno fatto coppia per un po’. Aspiranti poetesse, sono rimaste in ottimi rapporti e si spalleggiano: nella buona società così come sul palcoscenico. Se la prima è una ventunenne pallida e insicura, che per paura di non farcela si accontenta di vivere della luce riflessa dell’ex fidanzata, la seconda è al contrario ricca di famiglia e sempre a proprio agio. È la sfrontata Bobbi a possedere il lasciapassare per la casa di Melissa, fotografa, e del marito Nick, attore da copertina: la fascinazione verso i coniugi è fortissima. 
Siamo a Dublino, ma sembra di essere nella New York di Noah Baumbach e della sua musa Greta Gerwig: discorsi allegramente letterari, poligoni sentimentali degni di una commedia francese, generazioni agli antipodi inquadrate tra ammirazione e irritazione.

Si può amare più di una persona, ha detto lei. Perché dovrebbe essere diverso dall’avere più di un amico? Tu sei mia amica e hai anche altri amici, vuol forse dire che non mi consideri davvero?
Diciamolo subito: se i sentimenti Persone normali sono memorabili perché ordinari, quelli di Frances sono fuori dalla nostra portata.  E proprio per questo incuriosiscono un po'. In lotta contro il capitalismo e il patriarcato, stagista non pagata presso un’agenzia letteraria, la protagonista non vuole essere più la banale ragazza di campagna che passa inosservata alle feste popolose. Cerca la sfrontatezza, la risposta ammiccante, la relazione clandestina. E in mezzo a una compagnia frivola, aperta e bellissima incrocia così lo sguardo di Nick: uomo nell’ombra di una donna talentuosa e volitiva, che nonostante il fisico scolpito nasconde in realtà un carattere fragile. Attratta dalle debolezze di quest’ultimo, Frances spera di nascondere le proprie. E benché anticonformista, suo malgrado, finisce per interpretare un cliché: quello dell’amante. Desidera segretamente quel tenore di vita oppure lo disprezza? La seconda parte, spezzato l’idillio snob, finisce per dilungarsi sulle paturnie di una giovane immatura e contraddittoria, difficile da amare, che si rivela essere la protagonista imperfetta di un esordio imperfetto.

Sono solo una persona normale, ha detto. Quando a te piace qualcuno, lo fai sentire come se fosse diverso da chiunque altro.
Sbilanciato. Interessante a momenti alterni. Ma personale, generoso, onesto: pervaso da una specie di magnetismo irresistibile. Nel romanzo successivo, per fortuna, ci saranno meno seghe mentali e più cuore. Dopo trecento pagine, dopo mille intrighi, voltafaccia e cambi di ruolo, questa volta si ha l’impressione di non venirne mai a capo. 
Frances, eternamente indecisa, potrebbe trasformare tutto in un nulla di fatto da un momento all’altro. E andare avanti all’infinito, con le sue chiacchiere, con i suoi dubbi esistenziali, tagliandoci fuori dalla sua cerchia un attimo prima dei ringraziamenti. 
Non è tutto oro ciò che luccica: anche i ricchi piangono. Privilegiati sì, ma con zone d’ombra pronte a essere rivelate negli scavi psicologici della seconda parte, i personaggi di Sally Rooney hanno i loro momenti storti: ripensamenti sui pro e i contro delle coppie aperte; rapporti burrascosi con il proprio corpo e con il prossimo; momenti di debolezza non sempre curabili con il paracetamolo. Onestamente continuo a preferirli nella prima parte: una dissertazione sull’insostenibile leggerezza dell’essere giovane, bisessuale e radical chic, infarcita di chiacchiere alcoliche sugli uomini e le donne, la sessualità e il futuro.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Gaia – Coco Chanel

martedì 31 dicembre 2019

[2019] Top 10: i miei film


10. The Nightingale
Ha diviso Venezia in due. E in due, completamente a tradimento, mi ha spaccato il cuore. Una storia di stupro e vendetta girata con ritmi da western. Una tragedia di stranieri in terra straniera, che strazia con la brutalità delle immagini e commuove con la limpidezza del suo canto di libertà.

9. Suspiria
È il primo film che ho visto al cinema quest’anno. È dello stesso regista che nel 2018 ha guadagnato scettro e corona nel mio listone, con la cronaca di un’indimenticabile estate italiana. Potevo forse scordarmi di Guadagnino, anche quando si dà ai remake azzardati; anche quando esagera con troppa carne al fuoco? Il suo horror grigio e femminista è una danza conturbante. Non sarà Argento, ma luccica ugualmente.

8. Eighth Grade – Terza media
Amato in patria da pubblico e critica, in Italia è però un titolo destinato all’anonimato delle piattaforme streaming. Commedia adolescenziale da salvare necessariamente dall’oblio della nostra distribuzione, è una macchina del tempo che funziona lì dove Lady Bird aveva fallito: ricordarci i segni dell’adolescenza – e dell’acne –, attraverso lo sguardo di una protagonista da abbracciare.

7. Il traditore
Unico italiano in lista – degni di menzione, però, anche Martin Eden e Ricordi? –, il film di Bellocchio emoziona per la lucidità di un regista che non sembra avvertire la stanchezza degli ottant’anni. Il suo Buscetta è un personaggio dalla levatura shakespeariana e il mimetismo dell’interprete Pierfrancesco Favino, sempre empatico ma lontano dal santificare i crimini dell’uomo, regala all’attore la performance della carriera.

6. Border – Creature di confine
I troll raccontati dall’autore di Lasciami entrare sono antiestetici, sgraziati, promiscui. Nel fitto dei boschi fanno un sesso strano e si rendono protagonisti di una storia d’amore a tratti raccapricciante, sospesa a metà strada tra mitologia e cronaca. Ma, a ben vedere, quanta bellezza c’è nella loro bruttezza?

5. Ritratto della giovane in fiamme
Il mito che preferisco, quello di Orfeo e Euridice, rivive in una relazione su uno sfondo degno di un’utopia femminista. Lei, pittrice, si scopre attratta dall’altra, modella. Che deve cercare di dipingere a memoria, limitandosi a osservarla. Ma chi osserva non viene forse necessariamente osservato a sua volta? Accordi di sguardi e giochi di ruolo, nel tableau vivant con la sequenza finale più bella che io ricordi.

4. La Favorita
Era il mio favorito alla notte degli Oscar, ma purtroppo è rimasto a bocca asciutta. Non potevo non ricordarlo qui, questo period drama caustico e seducente in cui tre grandi attrici fanno a gara di bravura. E assieme a loro un comparto tecnico – tra regia, montaggio, scenografia, costumi –, che rivaleggia fino all’ultimo sguardo con la precisione chirurgica della sceneggiatura.

3. Dolor y Gloria
La scorsa primavera ho recuperato tanto, tutto Almodovar. E tanto, tutto ho trovato anche nella sua ultima fatica: un testamento spirituale, che trova in Antonio Banderas un eccellente alter-ego e in una storia fortemente autobiografica l’ispirazione per emozionarci ancora. Se la settima arte è soprattutto narrazione, allora questo è cinema allo stato puro.

2. Storia di un matrimonio
Lo ammetto, non l’ho guardato con la giusta attenzione. Durante la visione, infatti, ho pianto fino ad avere la vista appannata. Da figlio di separati, ho visto moltissimo della mia famiglia sgangherata. E nelle interpretazioni di Adam Driver e Scarlett Johansson – come dimenticare le loro liste, come riprendersi dai loro conflitti? –, le migliori interpretazioni dell’anno.

1. Parasite
Australia, Stati Uniti, Italia, Svezia, Francia, Spagna: infine, la Corea. In un 2019 in cui l’universalità del cinema mi ha portato in lungo e in largo, ho deciso di fermarmi a Seul per tirare i remi in barca. L’ultimo capolavoro satirico di Joon-ho, vincitore della Palma d’oro, è una riflessione sociale che parte come una commedia nera e si trasforma poi in un thriller claustrofobico. Perché non c’è niente di più spaventoso dell’essere umano, se costretto a mordere per difendersi.

sabato 7 dicembre 2019

Mr. Ciak: Storia di un matrimonio | Un giorno di pioggia a New York | C'era una volta a Hollywood | L'ufficiale e la spia

Qualche giorno fa ho fatto l’albero. Mi sono subito accorto che c’era qualcosa che non andava: era stato riposto di fretta e qualche ramo si era spezzato; due delle quattro serie di luci led, inoltre, erano fulminate. Rinunciare all’idea oppure montarlo come andava andava? Storto e spennacchiato, adesso mi fa compagnia mentre scrivo: non è il primo che metto in piedi da solo. Odio l’allegria obbligata del mese corrente, e la conta degli alberi di Natale fatti alla bell’e meglio mi aiuta a tenere a mente gli anni trascorsi da quando siamo andati in pezzi. L’ultima immagine della mia famiglia risale a dicembre. Quest’anno fanno quattro anni: pensavo di più. Ripenso alla nostra vecchia formazione, e sembra una vita fa. Mentre cercavo di non cader vittima della malinconia, l’attesa alle stelle mi ha spinto a vedere l’ultimo film di Baumbach – acclamato a Venezia, ma tornato a bocca asciutta – in occasione di questa amara ricorrenza. A dicembre, ho visto finire anche il matrimonio tra Adam Driver e Scarlett Johansson. E la visione mi ha talmente devastato che in sala, sentendomi singhiozzare, qualcuno avrebbe chiamato un’ambulanza. Purtroppo o per fortuna, è soltanto su Netflix. La mia potrebbe sembrare la cronaca di un dramma pesante e distruttivo, ma chi conosce il cinema di Baumbach – io pochissimo, e ammetto di non averlo mai apprezzato – non può che aspettarsi siparietti esilaranti, vedasi ad esempio i piantonamenti dell’assistente sociale, o comprimari sopra le righe come l’avvocatessa di un’inviperita Dern. Lui e lei all’inizio restano in rapporti civili: legati da un sodalizio artistico lungo un decennio, giungono a un crocevia nel momento in cui le loro carriere prendono strade opposte – il primo scritturato a Broadway, l’altra assunta per una serie TV a Los Angeles. Il goffo pigmalione e la sua musa entrano in collisione per il bene dell’unico figlio. Chi lo crescerà, e dove? Inizierà una lunga battaglia legale e, senza esclusione di colpi, ci si farà male. Benché colti e divertenti, gli ex diventeranno delle belve: una sorte che non risparmia nessuno. Nemmeno il regista in persona, che in un film autobiografico commuove parlandoci delle contraddizioni dell’uno e dell’altro. Allora quanto odio per Scarlett: colei che fa il primo passo e sceglie infine il tribunale. Quanto odio anche per Adam: un gigante buono che, in una lite furibonda, vomita parole così oscene da farmi sentire l’esigenza di mettere in pausa lo streaming. Da figlio di separati, ho sentito ogni recriminatoria. Ma le lacrime sono scorse più per la bellezza dei piccoli gesti che per la bruttezza delle parole pesanti. Anche quando tutto è finito si trova infatti qualcosa per cui sorridere: il ritornello di un musical al karaoke; un foglio volante con su scritti i pregi della persona amata; il dettaglio di quei capelli ormai da accorciare, o di una scarpa sciolta. Come permettere che un nostro caro inciampi? Non si può. E così io mi preoccupo, faccio giri di telefonate, addobbo. Onorando il padre e la madre, nella casa del matrimonio che hanno disonorato. (8,5)

Dopo il dramma della Ruota della fortuna, dopo lo scandalo dell’infamia, il prolifico Woody Allen ha voglia di voltare pagina e dimenticare. Tornando a un passato d’oro: ossia quello dello skyline di Manhattan, del jazz in filodiffusione, dei bellimbusti galanti e nevrotici. Lo fa con una commedia come non ne dirigeva da un decennio, sabotata in patria e salutata con affetto in Italia: una sorpresa. Invecchiando, infatti, ci si inacidisce. Il regista ottuagenario è invece protagonista di una novella fioritura. In forma smagliante, compone un puzzle romantico con ogni pezzo al posto giusto e una sceneggiatura talmente brillante da rendere gli zigomi doloranti per il ridere. Poligono sentimentale perfettamente in linea con il suo stile, ma riadattato a favore delle nuove generazioni, può contare su una scrittura a orologeria e su un autore quanto mai al passo con i tempi. Divertenti, divertiti e meteoropatici, i protagonisti passano un giorno in città: il prezzemolino Chalamet, elegantemente fuori moda, è figlio dell’Upper East Side ma come Il giovane Holden rifugge i salotti e l’ipocrisia; Elle Fanning, attrice dal talento comico finora inespresso, è una reginetta di bellezza la cui ingenuità suscita ilarità nel pubblico e mai biasimo: desiderosa di essere una reporter, si perde appresso a scandali da rotocalchi, contesa da un regista in crisi, uno sceneggiatore tradito e un attore traditore; Selena Gomez, amica di famiglia, stupisce invece piacevolmente per le risposte acidissime e una sensibilità affine a quella del protagonista. La pioggia spariglia le carte in tavola, cambia le relazione e il colore del cielo. Imbottiglia le automobili in code infinite. Qualcuna la ama, qualcun altro la odia. Ma in un film delizioso e scintillante come questo – Storaro, illuminami d’immenso; Allen, mi trasferisco in una tua commedia – vien voglia di buttare l’ombrello e di saltare nelle pozzanghere. Per godere del futuro arcobaleno: una visione in mezzo allo smog. Per concedersi un altro amore: una salvezza dal solito cinismo. (7,5)

Non avendo rapporti idilliaci con Tarantino, ho affrontato piuttosto spaventato le due ore e trenta del suo film più divisivo. Confuso dai pareri discordanti, al tempo dell’uscita ho preferito evitare noie e delusioni: conservo infatti ricordi pessimi dell’interminabile The Hateful Eight, visione che ricordo particolarmente faticosa. Poteva andarmi meglio. Poteva andarmi peggio. C’era una volta a Hollywood è costituito da storie che viaggiano a velocità sostenuta e che non si incontrano mai sullo stesso binario. Storie di ricadute e rinascite, con lo star system sullo sfondo, dove invenzione e verità si mescolano a piacimento ma senza un disegno preciso. Qual è il punto di questo film: lungo, popoloso, ondivago? La prima ora e mezza è occupata da un piacevolissimo andirivieni di bella gente. DiCaprio, talento della recitazione intrappolato in ruoli da antagonista, sgomita per brillare in western dimenticabili; Pitt, controfigura e autista part-time, lo scarrozza a destra e a manca; Margot Robbie, sempre al centro della scena a passo di danza, è invece la splendida moglie della casa accanto. Il delitto di quest’ultima, Sharon Tate, è appena marginale. Il ranch di Manson è intravisto in una tappa fugace e, se non fosse per un trascurabile cameo, Charlie sarebbe assolutamente assente. Ci sono gli anni Sessanta però: dappertutto attori glamour, finanche fra le comparse – Pacino, Fanning, Hirsch, Olyphant –, radio e televisori ad alto volume. Una Los Angeles polverosa e trafficata, zeppa di figli dei fiori, caravan e inattese proposte di lavoro. La prima parte mi è piaciuta moltissimo. Peccato per quel salto temporale di sei mesi: con Leonardo di ritorno dalle riprese in Italia, l’intromissione di un’orribile voce narrante, l’arrivo della famigerata notte del massacro – qui messa in ridicolo e affrontata  in un trip inutilmente sanguinoso, con mosse alla Bud Spencer. Lieve e autoironico, a confine tra omaggio e fiaba, l’ultimo Tarantino usa il cinema – fabbrica dei sogni per eccellenza – per riscrivere la storia. Ma il suo film, sentito ma piuttosto sbavato, dubito che scriverà la storia della settimana arte. Soltanto i fan, di parte, potranno reputarlo riuscito. (6,5)

Altro film d’autore passato in Laguna, altro grande ritorno, L’ufficiale e la spia non è tornato in Francia a mani vuote: contestatissimo dalla stampa a causa dell’ennesima denuncia a carico di Polanski, il thriller d’inchiesta ha preso Venezia in contropiede guadagnando a sorpresa il Gran premio della giuria. Alla contentezza generale, a scatola chiusa, mi sono aggiunto anch’io: è necessario scindere l’artista dall’essere umano; condannare l’uomo senza censurarne il lavoro. A fine visione, reduce da un film tanto solido quanto scolastico, purtroppo ammetto a malincuore un po’ di delusione davanti a una ricostruzione nient’affatto memorabile. Forte di un irresistibile fascino polveroso e dell’interpretazione di Jean Dujardin, ci fa dimenticare a colpi di eleganza il disastro che fu Quello che non so di lei. Ma benché tecnicamente esemplare, per me resta piuttosto modesto sul piano narrativo. Avvincente ma schematico, si sfilaccia e si appesantisce nella parte conclusiva. Perde gradualmente potenza, fino a risultare una cronaca enciclopedica in sede di processo: la parte clou, ridotta purtroppo a una piccola parentesi nella quale ci si scorda della vittima Dreyfus. Interpretato da un irriconoscibile Garrel – purtroppo, rispetto a lui, sulle scene è più presente la pessima Seigner –, l’ufficiale ebreo accusato d’alto tradimento viene prima recluso su un’isola deserta, poi riscattato dalle indagini del suo superiore. L’antisemita Dujardin, infatti, dichiara la propria fallibilità di uomo e di statista davanti alla falsità dell’accusa e trascina in tribunale i servizi segreti. Seguire il proprio orgoglio, o l’onestà? Leggibile tra le righe anche in chiave autobiografica – Polanski si dichiara innocente –, quest’atto di accusa risulta ancora attuale, ma mi è parso freddo e informativo. Restano quadri bellissimi, con simmetrie vagamente hitchcockiane, e la sensazione di trovarsi al cospetto di un’opera da museo. E in un museo non si alza la voce. Non ci si arrabbia. Non ci si indigna. (6)