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martedì 7 ottobre 2014

I ♥ Telefilm: True Detective, la serie evento del 2014?

Ciao a tutti, amici. Prima post, oggi, dalla mia nuova postazione: mi sono trasferito a Chieti, ma nel weekend, per via di corsi ancora inattivi, sarò di ritorno a casa – che è a un'ora e qualcosa di treno, per fortuna. Recupero un post salvato sul mio pc da qualche tempo, quindi, e vi parlo di True Detective, debuttata il 3 Ottobre su Sky, con un successo grandioso di pubblico e di critica. Sono abituato, sapete, a maratone di telefilm e a post che parlano di maratone di telefilm: per questa volta, riflettori puntati su un solo serial. L'ennesimo gioiello targato HBO. Serie dell'anno, dite? Sì. Direi di sì, io. Vi abbraccio, M.

True Detective
Stagione I
Oggi. Due detective di nuova generazione si danno il cambio e, in sale separate, interrogano due colleghi, due partner, due vecchi eroi che hanno abbandonato pistola e distintivo, dopo aver perso troppo. Sono appesantiti, sbattuti, invecchiati.
Puzzano di sigarette e liquore. Difficile crederlo, ma - vent'anni prima - hanno intercettato un serial killer che, con i suoi sanguinosi rituali a sfondo religioso, aveva fatto stragi tra donne e bambini. Marchiava le vittime, disponeva i loro cadaveri con metodo, lasciava sulla scena del crimine una scultura di legno. L'uragano Katrina, a lungo, ha seppellito prove vitali, ma si è giunti finalmente a una conclusione: quel serial killer non è mai stato fermato. Non agiva da solo. Possibile trovare giustizia dopo tutti quegli anni? 1995. Quando quei detective erano già dannati, stanchi, ma ancora giovani. Quando quei detective, estranei, si parlavano. Marty è padre di famiglia: poco sagace, diretto, impulsivo, ama le sue bimbe e le donne. Pensa con l'uccello e il suo matrimonio perfetto, a causa dell'odore del sesso, è a un passo dal tracollo. Come collega, gli hanno assegnato Rusty, che ha un nome che ricorda la ruggine. Rusty è intelligente, scrupoloso, e vede cose che gli altri non vedono. Fuma migliaia di sigarette e ha migliaia di segreti. Conosce i migliori (o i peggiori) spacciatori, ha gli occhi infossati, cicatrici profonde che non si limitano alla pelle. Si confrontano, si appoggiano, si insultano. Si stimavano: l'hanno fatto fino al 2002. Cosa è successo in quei dodici anni di distanza? Era appena iniziato il 2014 quando, al debutto di un serial, al cominciamento di un ciclo nuovo, già si parlava di serie dell'anno. True Detective. Non si attendevano smentite, non venivano sollevati dubbi. Inutile aspettare i restanti dieci, undici mesi. Sulla HBO, ancora una volta, in onda qualcosa di molto vicino alla perfezione. Ho guardato il pilot e lì mi sono fermato: eccellente, ma lentissimo. Pure noioso. Troppo, per me, che mi lamento della pochezza delle sit-com, ma le divoro; troppo, per me, che trovo che un'ora sia troppa e che i canonici quaranta minuti siano la giusta misura. Ammetto di non essere abituato a un formato simile, rimpiango la mia impazienza. Vedete, io andavo educato alle cose belle, se così si può dire. E la bellezza richiede un lungo apprendistato. Aspettate, imparate a non guardare l'orologio ogni cinque secondi, non perdete il filo, per via dei tanti nomi e dei lunghi silenzi in cui parlano i volti e la musica, in coro. True Detective è bello e non devo venirvelo a dire io. Un poliziesco inconsueto, calmo, senza particolari colpi di scena, ma caratterizzato da una scrittura esemplare e da un gusto eccezionale. Lo pensavo pulp, sanguinoso, invece è di una quiescenza che ammazza. Raffinatissimo. Denso. Non immaginate chi sia il colpevole, non cercate di indovinarlo. Non lo conoscete. Non è un giallo alla Agatha Christie. E' un romanzo a tinte forti, in cui si parla di come nessuno sia del tutto libero dal male. Non ci sono brave persone, ma persone che fanno cose giuste e cose sbagliate. Il confine è sottile, almeno quanto la personalità dei suoi straordinari personaggi: inafferrabili. 
Due sbirri veri, due “cattivi tenenti”, che sguazzano in uno stagno senza fondo di malvagità, pedofilia, rapimento, mistero, e non ne escono del tutto puliti. Ci vorranno due decenni per mettere un punto alla loro storia e, nel frattempo, la corruzione metterà radici. Woody Harrelson, dopo una candidatura all'Oscar lontanissima e una serie di ruoli da comprimario, è all'altezza delle aspettative. Lavori di trucco curatissimi ce lo mostrano in tre fasi della vita: biondo, stempiato, calvo. Magro e grasso. Giovane e vecchio. Ottuso, infedele: sempre umano. La sua compagna di vita, almeno per un po', la delicata Michelle Monaghan: mamma di due bambine che, in un solo episodio, il quinto, diventeranno adolescenti ribelli e disinibite d'un tratto. L'incubo di ogni papà, il sogno di ogni compagno di liceo dalle mani lunghe. Il suo compagno d'armi, invece, è Matthew McConaughey che, quest'anno, si è scoperto un attore di quelli grossi. Piccola curiosità: i due hanno già recitato insieme, anni fa, in Edtv. Qui, lui, è più bravo di sempre. Ancora più bravo che in Dallas Buyers Club. Una prova sofferta, l'ennesima, che gli ha scavato il volto, gli ha incurvato la schiena, gli ha fatto arrochire la voce e crescere la barba. Tormentato da visioni, sesti sensi, ricordi, è un personaggio di lynchiana memoria: incomprensibilmente bello. Incomprensibile anche la sua mancata vittoria agli Emmy: la sua prova, così come la qualità della serie tutta, è roba da non credere. Cosa mai vista prima. I paesaggi, paludosi e ostili, quelli contro cui aveva già lottato in Mud, The Paperboy, Killer Joe. Alla regia, per tutti gli episodi, colui che, nel 2011, portò al cinema un favoloso Jane Eyre: Cary Fukunaga. Questa volta, dirige un gran film che dura qualcosa come otto ore, impresa da record, con una mano e uno sguardo che ricordano Cronenberg, Fincher, Nichols. E ci regala sequenze spiazzanti, lunghe, indimenticabili, che in televisione – e perché, altrove? - non sono mai state portate. Un ininterrotto piano sequenza che dura sei minuti, meritevole di occupare un posto tutto suo nella storia del cinema. Il mezzo spogliarello mozzafiato della travolgente Alexandra Daddario che, nudissima, entra a pieno diritto nell'immaginario dell'erotismo. La scena finale che, da manuale, intenerisce ed emoziona come non pensavo. Una gemma che ha inizio nel sangue e finisce con le stelle, True Detective. Con la speranza di un aldilà, con la speranza di una riappacifazione. Con la speranza. Petrolio, catrame; poi una lama seghettata di luce. (9)

mercoledì 12 agosto 2015

I ♥ Telefilm: True Detective II, UnReal, Wayward Pines, Descendants

True Detective 
Stagione II
Era il ritorno che tutti attendevano, dopo i fasti della scorsa stagione. Quando True Detective – serie antologica, produzione cult – si era imposta come rivelazione dell'anno. Lungometraggio di otto ore, diretto da un Cary Fukunaga che si fa desiderare e che, da allora, tutti portano sul palmo della mano, in alto, aveva protagonisti dai grandi nomi e dai grandi ruoli, sequenze da manuale, ritmi accattivanti uniti a dialoghi che suonavano come un lungo, memorabile aforisma. Recuperato un po' in ritardo, dopo essere stato messo alla prova dalla flemma dilemmatica del pilot, lo avevo venerato, anche se poco tende a piacermi, di solito, ciò che piace a tutti. Ma, da cultore di un cinema di pancia e di testa, impossibile trattenere l'entusiasmo davanti a quel racconto pulp di amicizia tradita, morte e redenzione, con i suoi certosini piani sequenza, i suoi exploit da applauso, la malinconia della senilità. Come non vedere la grandezza in True Detective? Come attendere il secondo capitolo – anche se era un capitolo che raccontava altri crimini, altre vite – e osare ridimensionare le alte aspettative? I paragoni non dovrebbero nascere, ma spontaneamente nascono. Pur sapendo - e questo nuovo ciclo di episodi non smentisce purtroppo il dolente presagio - che andranno a sfavore di una serie che ha punte di diamante non da meno, ma scarso appeal. Cambiano cast e scenari. Siamo in California e l'omicidio di un ricco manager – coinvolto in traffici illeciti, alleanze, scandali sessuali – chiama in azione tre professionisti in cerca di una seconda chance. Velcoro – padre in lotta per l'affidamento di un bambino, possibile frutto di uno stupro; Woodrugh – eroe di guerra che vive con vergogna la propria natura, accusato di molestie da un'aspirante starlette; Bezzerides – donna che fa un lavoro da uomini, le cui inspiegabili avventure di una notte e via potrebbero trovare risposta in un trauma infantile rimosso. Dalla parte della criminalità organizzata, un piccolo boss locale e la sua consorte sempre nell'ombra; maledetti dalla sterilità, in cerca di un erede. Se il loro privato – tra voglia di paternità e innocenza persa – risulta interessante, non può dirsi lo stesso di un mistero complesso e difficile da tenere a bada. Francamente, non sono certo neanche di averlo capito. Il nuovo True Detective ha i consueti otto episodi, ma ha bisogno di una guida – sul web fioccano, infatti, riassunti, schemi, post per afferrare il punto della situazione. C'è dunque qualcosa che non quadra. Come questi intrecci dispersivi, l'indagine inutilmente cavillosa, le mosse di un poliziesco qualsiasi. Il buon Pizzolatto – su cui pesavano troppe aspettative – abbandona le paludi della Louisiana e, trasferendosi sulla costa, fa il verso a un Ellory, tra traffici umani, corruzione, piccole Arcore d'oltreoceano: i confronti lasciano il tempo che trovano e si perdono autorialità, guizzi, momenti impressi nella memoria. E pure i grandi occhi – chiamiamoli così, okay? - di Alexandra Daddario. Farrell è in gamba, bravo come sempre lo trovo  ma senza superlativo assoluto, con il ruolo, e i baffi folti, di Miami Vice. Kitsch è bello – ed era anche il momento che le ragazze, assidue spettatrici, si rifacessero un po' gli occhi – ma, come vuole il detto, non balla. La McAdams – sì grintosa e convincente, agguerrita, con la smorfia incazzosa e la fronte increspata – la preferiamo quando è sorridente, romantica, coi mariti che viaggiano nel tempo e la memoria che la abbandona. Sorpresa il malavitoso Vaughn – affiancato da Kelly Reilly, tanto affascinante quanto superflua e sperduta – con l'intenso monologo del secondo episodio, tanta umanità e validi tete-à-tete, seduto a un tavolo, con la star principale. Tenetevi pronti per un finale ad effetto, sospeso tra amarezza e banalità, che colpisce emotivamente protagonisti e spettatori – me compreso -, lasciando spazio alla speranza delle donne e a una storia d'amore in potenza, che per un po' rende la bella Rachel l'eroina romantica a cui tutti vogliamo bene. Dopo un inizio in sordina, ci si risolleva dal quinto episodio in poi, anche se non è comunque abbastanza. Resta la sigla, bellissima. Se avesse avuto un altro titolo, okay: altra storia. Grazie alle buone interpretazioni e ai pochi pregi, non avrebbe mosso critiche e rumori. Ma se avesse avuto un altro titolo davvero, con puntate similmente dispersive e pretestuose, chi lo avrebbe guardato per intero? Il nome True Detective significa attenzioni sicure e, di sicuro, non sentirsi all'altezza. Il resto, questa volta, almeno, è delusione. "Tutto chiacchiere e distintivo”. (6)

UnReal
Stagione I
Prendete quei programmi che tanta gente - anche quella insospettabile, senza macchie - guarda. Un Uomini e donne, un Temptation's Island. Avvenenti e giovani pretendenti, uno scapolo d'oro, un matrimonio in grande nell'episodio conclusivo. Su Everlasting l'amore è una farsa e Cupido è uno spietato direttore esecutivo che controlla ogni cosa. Unreal, serie televisiva estiva apparsa all'improvviso e destinata a essere il probabile guilty pleasure dell'anno, è il backstage di una fiaba scritta da altri. Si spengono le telecamere e, lontano dagli occhi degli spettatori, nascono rivalità, gelosie, tradimenti. Ci viene mostrata, infatti, l'edizione più imprevedibile e scoppiettante di un reality show dalla lunga fortuna: sul metaforico trono, un vizioso inglesino con un'immagine a cui dare nuova credibilità. A contenderselo, una quarantenne reduce da un divorzio burrascoso; una spigliata campagnola; una caliente modella di intimo; una raffinata avvocatessa con una perfetta capigliatura da Lady Diana. Da aggiungere alla lista, infine, anche la protagonista, Rachel: professionista senza scrupoli, sopravvissuta a una brutta crisi di nervi, che per lavoro spinge le pretendenti tra le braccia del playboy della situazione e, imprevedibilmente, ci finisce lei in primis. Cosa c'è stato prima della diretta ufficiale? Morti non troppo accidentali, ricatti, vendette. Unreal, commedia nera di notevole fattura – tanto da non sembrare un prodotto Lifetime; tanto da essere un piacere sì, ma poco colpevole – ha una diverentissima componente trash – un programma come un'agenzia matrimoniale – e un attento studio di reazioni, meccanismi di causa effetto, colpi di scena che gli valgono l'etichetta di thriller psicologico. Cinico, sfrontato e asprigno, già confermato per la seconda stagione, è esteticamente impeccabile, ha una scrittura intelligente che nessuno si aspetterebbe e un cast assortito e sexy, composto perlopiù da volti del piccolo schermo, in cui spiccano Freddie Stroma – biondo dall'accento regale visto anche nella saga di Harry Potter – e una Shiri Appleby bravissima, tornata sotto le luci della ribalda dopo il successo di Roswell, nei tardi anni novanta. Per chi quando chiedeva “ma come fai a guardare un programma come quello della De Filippi?” si sentiva dire “è per un'indagine antropologica, e per le risate involontarie”. Con Unreal, grossomodo, valgono le stesse regole e la stessa svergognata scusa. (7+)

Wayward Pines
Stagione I (Cancellato)
Un incidente automobilistico e Ethan, agente sulle tracce di colleghi scomparsi, si sveglia in quel di Wayward Pines. Microcosmo dal perimetro che è severamente vietato oltrepassare, pena la morte, la città – paragonata senza cognizione di causa alla leggendaria Twin Peaks – ha leggi proprie e segreti custoditi con il silenzio. Cosa proteggono gli abitanti? E da chi cercano protezione? Tratta dall'omonima trilogia di Blake Crouch e annunciata come serie rivelazione, con la protezione di un tristissimo Shyamalan che si dà da anni a filmacci e cattivi investimenti, l'ultima produzione Fox è partita con un pilot accattivante e, puntata dopo puntata, è andata a morire in un pozzo di infamia. Ti muore sotto gli occhi, semplicemente, mentre in principio non sa dove andare, poi lo scopre e, infine, in un quinto appuntamento che è il peggio del peggio, cerca di spiegare l'inspiegabile con una tirata di quaranta minuti che mostra la pochezza della storia di Crouch, i limiti di una serie partita al meglio, la caduta mortale del regista del Sesto senso. Brutto come brutte sono tante serie passate, brutto come saranno tante serie future. Ma qui, in maniera imperdonabile. Un padrino d'eccezione, i paragoni prematuri con Lynch e, nel cast, nemmeno un attore che suonasse anonimo. Protagonisti, infatti, tutti presi dal cinema – da Matt Dillon, alla sempre splendida Carla Gugino; da Shannyn Sossamon agli eccelsi caratteristi Toby Jones e Melissa Leo; passando, inoltre, per i passeggeri Juliette Lewis e Terence Howard. Lo stesso spunto del sottovalutato The Village, le modalità del sonnolento Under the Dome, un abbozzo di distopia sul modello del pessimo Maze Runner, un sacrificio finale che ha del ridicolo – altro che commovente –, uguale a quello di Io sono leggenda. Tra un déjà vu ed un altro, copiando un po' qui e un po' lì, Wayward Pines è come un pessimo alunno che, nel tema rubato al compagno di banco scemo, dimentica di aggiungerci del suo. Ricorda altro; non si ricorda. (4)

Descendants
Film Tv
L'ultima riga delle favole, e poi? Cosa è stato delle coppie più amate e, soprattutto, degli antagonisti che a lungo hanno tramato contro il lieto fine? Gli eroi delle fiabe – e i loro nemici storici – sono diventati genitori. I buoni vivono tutti insieme, in un mondo in cui, a scuola, si insegnano gentilezza e bontà. I cattivi, invece, esiliati su un'isola deserta, se ne stanno senza incantesimi e wi-fi. Ma, nel frattempo, pensano al colpo di stato. E così, per un progetto mirato all'integrazione di una minoranza, la prole delle canaglie più temute va a studiare accanto ai “figli di”. Un rinnovo generazionale che era già nell'aria; il ritorno di favole mai alla moda come adesso; i villain più amati che appaiono appesantiti, stanchi, invecchiati, mentre i loro eredi sognano la moda, un dalmata da crescere, essere parte di una squadra. Quando è giusto smettere di seguire le orme dei nostri genitori e scegliere di essere né buoni, né cattivi, ma semplicemente noi stessi? Descendants – film prodotto da Disney Channel, unico canale che rimpiansi, quando i miei decisero di dare un taglio a Sky – è una commedia musicale in salsa fantasy che ha caratteristiche che avrei amato, alle medie, e premesse che appaiono disastrose adesso che non si ha l'età. Regia televisiva, costumi di seconda mano, effetti speciali raffazzonati, stucchevolezza. Un pubblico di soli bambini e genitori. Ma - vuoi la nostalgia canaglia, un lato visivo che è mediocre quanto in Once Upon a Time, e dunque abbastanza accettabile, il Kenny Ortega, alla regia, di due miei cult d'infanzia: Hocus Pocus e High School Musical – questa storia di seconde opportunità, accoglienze calorose e unione, condita da canzoni orecchiabili e sprazzi musical architettati da bravi addetti ai lavori, funziona e diverte, con tutta la leggerezza e la magia di cui la televisione – modestissima – è capace. Nel cast di giovani, occhio alla bella Dove Cameron – con la canzone If Only che non fa invidia a Let it go, una serenata alla 10 cose che odio di te da parte di un principe pazzo d'amore, la versione remixata di Stia con noi – e alla meno giovane Kristen Chenoweth, qui una Malefica autoironica e vendicativa, meglio della Jolie. Si fa riferimento a un sequel e, sperando non arrivi tra tanto tempo, vedrò di farmi trovare pronto; con la solita età un po' sbagliata e la testa da bambino cresciuto quanto basta. (6,5)

martedì 30 dicembre 2014

2014 I ♥ Telefilm Awards - Perché ho visto quel (poco) che ho visto

Altro appuntamento giornaliero, altra Top10. Si parla, questa volta, di telefilm. Chi avrebbe detto che guardo pochissime – be', poche – serie tv? Me ne sono reso conto stilando la mia lista. Ho seguito pochissime novità e, perlopiù, ho proseguito con vecchie conoscenze e segreti guilty pleasure. Mai seguiti Games of thrones e The Walking Dead, ma mi rode essermi perso cose come Fargo, Master of Sex, Sons of Anarchy. Ho visto la luce giusto in estate, quando mi sono concesso la prima stagione di Breaking Bad e, tra esami e corsi, sono fermo ancora a quella. In lista, però, Orange is the new black: sono indietro, ma in base a quei tredici episodi che ho visto... una sorpresona. Propositi per il nuovo anno? Terminare Breaking Bad, per forza, e parlarvi di ogni singola stagione; abbandonare serie che mi trascino svogliatamente da un po'; ampliare a dismisura la lista di cosa vedere. Tornando al mio resoconto... Primo in lista a parte, sono più o meno in ordine sparso. E cioè, notate che sciccheria. Non facevo collage da... mai... e mentre la gente normale dormiva, io ritagliavo e inventavo categorie su categorie. Ne avevo pensate di più, ma avrei dovuto fare altri collage. I miei occhi, le mie mani, il mio computer si rifiutavano. Tutto è stato, per me, abbastanza facile e scontato. Le mie preferenze le so da sempre. L'indecisone giusto per la migliore attrice: ho scelto così perché Orphan Black mi ha stancato un po' e perchè Emmy Rossum è sempre stata eccelsa; la Green – indemoniata, seducente, vestitissima – è la mia rivelazione. Ditemi la vostra. Un salutone a voi. 
Ps. Notate i titoli delle categorie? Tutti a tema musicale, eh eh. E se le canzoni sono trash – tipo la canzone più brutta dell'anno per parlare delle donne più belle dell'anno – pure meglio.
 

1. True Detective: Era appena iniziato il 2014 quando, al debutto di un serial, già si parlava di serie dell'anno. Non si attendevano smentite. Sulla HBO, la perfezione.
2. Shameless IV: Un Settimo cielo per peccatori. Generoso, viscerale, squallido: uno splendore che fa male alle orecchie e bene al cuore.
3. Please Like me: Un colorato, esilarante, acuto racconto di formazione sulle eredità, la convivenza, i ragazzi e le ragazze, i cani a pelo lungo e le tortine da infornare. La mia serie rivelazione dell'anno, davvero. 
4. Orphan Black II: L'apatia all'inizio, ma un season finale con una miracolosa Maslany quintuplicata. Movimentato, surreale: una seria(le) dipendenza.
5. Penny Dreadful: Erotico, gotico, incantatore: la seduzione degli orchi. Eva Green è una dea.
6. Hannibal II: Barocco, eccedente, ricercato. Un bagno di sangue, per una serie che è la yakuzi dei bagni di sangue. C'è l'omicidio come forma d'arte. La morte è poesia.
7. Orange is the new black: Uno spettacolo contro i luoghi comuni; totalmente interessante, sempre vero. Un microcosmo senza sbavature al centro esatto della commedia e del dramma.
8. The AffairL'erotismo elegante, la passione irrefrenabile, i diritti e i doveri di ogni coniuge, il giallo, due versioni. Un' ordinaria storia di tradimenti e sofferenze che ha più di un mistero... ma l'amore è il più antico.
9. Faking It: MTV sforna un'altra chicca. Venti minuti di spasso, risate, gioventù e bugie. Una sit-come per chi alle sit-com non va appresso. 
10. You're the worst: I clichè? Li usa e li getta, li bacia e li mangia, con l'aiuto di un cast a sorpresa e di uno script brillante, ma monotono. Una commedia che non diventa mai rosa. 

Migliore attore protagonista:
1.True Detective - McConaughey; Harrelson
2.Hannibal - Hugh Dancy; Mads Mikkelsen
3.Vicious - Ian McEllen; Derek Jacobi
Migliore attore non protagonista:
1. Shameless - Noel Fisher
2. Hannibal - Michael Pitt
3. American Horror Story - Evan Peters
Migliore attrice protagonista:
1. Penny Dreadful - Eva Green
2. Shameless – Emmy Rossum
3. Orphan Black - Tatiana Maslany
Migliore attrice non protagonista:
1. American Horror Story – Sarah Paulson
2. Mom - Allison Janney
3. Please Like me - Debra Lawrence



Sono una muchacha troppo sexy:
1. True Detective – Alexandra Daddario
2. Dal tramonto all'alba – Eliza Gonzàlez
3. Faking It – Rita Volk, Katie Stevens
Bello impossibile:
1. The Fall – Jamie Dorman
2. True Blood – Alexander Skarsgard, Ryan Kwanten
3. The Affair – Dominic West, Joshua Jackson
Nice to meet you, where you been?:
1. The Affair – Ruth Wilson
2. Salem - Janet Montgomery
3. The Fall – Jamie Dornan
Sing!:
1. AHS Freak Show – Jessica Lange (Life on Mars)
2. Selfie – Karen Gillian (Chandelier)
4. Bates Motel – Vera Farmiga (Maybe This Time)
Psycho Killer:
1. AHS – Elsa Mars
2. Revenge – Victoria Grayson
3. The Following – Joe Carroll
Oops, I did it again!: 
1. Revenge
2. Devious Maids
3. The Vampire Diaries
Hot Stuff:
1. You're the worst
2. Shameless
3. Penny Dreadful
What the hell! [Spoiler: i momenti boh]:
1. Penny Dreadful – Josh Hartnett si limona Reeve Carney
2. Revenge – Il ritorno del “Conte di Montecristo”
2. AHS Coven – La morte di Taissa Farmiga
We're Never Getting Back Togheter:
1. Sleepy Hollow
2. Once Upon a Time 
Don't Leave Me This Way:
1. Selfie
2. Red Band Society
3.Manhattan Love Story

lunedì 8 aprile 2019

I ♥ Telefilm: The OA S02 | True Detective S03

Ambiziosa, autoriale e impenetrabile, nell'anno dei fasti di Stranger Things si era imposta a sorpresa come mia serie del cuore. Non l'avevo compresa fino in fondo, eppure mi aveva commosso. Con le sue coreografie ipnotiche e metaforiche. Con i suoi protagonisti indecisi fra l'additare la malattia mentale della loro guida spirituale oppure abbandonarsi al miracolo. Il finale, per me perfetto così, ci doveva qualche spiegazione. The OA, attesa al varco non senza timore, è tornata ad aprirci occhi e mente, a prenderci in giro, con un nuovo arco di episodi. Se l'attesa è stata ripagata, le si perdona anche il ritardo: assolutamente necessario per riprendere le fila, stupirci e, a tratti, superarsi. Prairie, la sempre incantevole Brit Marling, è andata incontro a morte certa ma infine ci è riuscita: ha fatto il salto in un'altra dimensione. L'atterraggio ha avuto effetti collaterali: da un lato, infatti, deve imparare a muoversi nell'esistenza dell'alter-ego Nina, imprevedibile e viziosa; dall'altro, invece, fare i conti con il fatto che Homer non sappia chi lei sia e con il pensiero che Jason Isaacs, il folle che l'ha tenuta per sette anni rinchiusa, ricopra anche lì un ruolo di potere. Prairie, ricoverata in un ospedale psichiatrico, è prigioniera insieme alle altre cavie di Hap. Alle ambientazioni di Maniac e Homecoming si sovrappongono le vicende di un nuovo personaggio, un detective in cerca di un'adolescente scomparsa, e quelle dei compagni di Prairie, commoventi liceali on the road reduci da un'amicizia impossibile da dimenticare. Due dimensioni distinte, tre diversi piani narrativi: cosa succederà quando si sfioreranno? The OA promette faville e frustrazione. Di ripetersi. La seconda stagione rischia di dire troppo, vero, e troppo presto. Fa sentire qui e lì la mancanza dei suoi adolescenti: nonostante il surclassamento a personaggi secondari, comunque, ci regalano gli attimi più struggenti – saranno quelle danze affascinantissime, o forse il candore di chi si fida ciecamente. Consapevoli dello strano patto narrativo, quest'anno si lascia seguire con minori difficoltà. Guadagna ritmo, comprimari, quesiti. Osa, contaminandosi con l'horror alla Lynch e il leggero trash di fughe e feste mascherate. Il salto si fa maggiore, somiglia a un volo impossibile su San Francisco. La totale comprensione della visione è questione di fede. Siamo punto e a capo, con lo stesso pugno di mosche e un'immutata suggestione. L'epilogo non è che lo specchio riflesso del precedente. L'interpretazione, al centro di dubbi prima fugati e poi rinnovati, non è univoca. La serie, infatti, ha i passaggi segreti e le zone cieche della casa degna di Hill House, costruita da un ingegnere e da una medium, nella quale si imbattono i nostri protagonisti: giovani sognatori vi hanno smarrito al suo interno il lume della ragione e le pareti, sottilissime, promettono di collegarci a realtà alternative. Come sarà il mondo dall'alto, visto dal rosone istoriato della facciata? Prairie promette ai naviganti una visione d'insieme splendida e destabilizzante, simile a quella di Neil Armstrong quando si voltò in assenza di gravità e vide la terra. E The OA è proprio una creatura aliena. Una serie lunare dove tutto è possibile, ogni domanda è lecita, ma le risposte potrebbero negarcisi. Questo la rende amata da qualcuno, odiata da altri. Ma una provocazione intellettuale senza precedenti. (8)

Una piccola comunità, due bambini scomparsi nel bosco, una famiglia che si sgretola sotto il peso della tragedia. Un corpo viene ritrovato presto, infatti; l'altro no. Il mistero dura venticinque anni. Non ci saranno superstiti in casa Purcell, ma due segugi, per fortuna, non smetteranno mai di chiedere, scavare, provocare. Messa così, fatta eccezione per la suddivisione in tre piani temporali, la trama è la stessa di un giallo come tanti: una ricerca tanto delicata quanto preoccupante, di quelle che anche sul piccolo schermo abbiamo visto e rivisto spesso. A onor del vero, tutto è come appare. Ben poche variazioni sul tema, a parte l'insolita parentesi dolce-amara con i protagonisti invecchiati, e nessun guizzo fino all'ottava puntata. Non si può parlare di delusione, eppure era lecito aspettarsi maggiore complessità da un ritorno tanto inaspettato. Erano gli intrighi difficoltosi, i personaggi criptici e gli spunti di attualità la cifra stilistica di True Detective? Dal momento che i pregi della prima stagione si erano rivelati anche i difetti della seconda, la HBO ha ripiegato su una semplicità che premia. Lineare non tanto nella struttura quanto nella pianificazione, il mistero che sono chiamati a sbrogliare gli ottimi Mahershala Ali e Stephen Dorff si protrae nel tempo – tanti buchi nell'acqua, tante false risoluzioni e altrettante ripartenze – anche se, come ci conferma l'epilogo, certe storie vanno avanti da sé. Reduce del Vietnam e guardato con sospetto dal razzismo, Ali – straordinario, al punto che verrebbe voglia di scommettere già su di lui nella prossima stagione dei premi – fa prima i conti con i conflitti d'interesse per la moglie romanziera, poi con l'oblio della demenza. Il ritrovato Dorff, tutto d'un pezzo anche sotto il trucco che lo appesantisce, è il classico sbirro dai metodi poco ortodossi e la vita sentimentale sregolata, nonostante spesso e volentieri i ruoli di potere si invertano: chi è allora il poliziotto buono, chi quello cattivo? I ritmi sono quelli lenti a cui ci siamo affezionati, i dialoghi ben scritti abbondano – a sorpresa, questa volta affiora un'emozionalità sconosciuta – e lo scioglimento, immancabilmente, arriva. In un cameo fotografico fanno capolino perfino McConaughey e Harrelson, insieme all'ipotesi di traffici umani, ma siamo fuori pista. Come si diceva, la serie si mantiene su stilemi classici. Un colpo di cuore, allora, giunge davanti a quel finale che in rete divide. Non mi spiego, sinceramente, il perché delle libere interpretazioni fioccate qui e lì; le critiche di chi dice di aver visto Pizzolato lavarsene le mani. Ci sono brividi, epifanie, immagini, che percepiti attraverso la demenza del personaggio principale sanno invece dare speranza e armi pacifiche a chi crede nell'immaginazione; nelle seconde opportunità. C'è una confusione di quelle buone a indicarti piazzole d'emergenza in questo viaggio, rigorosissimo ma un po' anonimo, al termine della notte. (7)

lunedì 25 marzo 2024

Piccolo schermo, grandi star: Supersex | True Detective S04 | Expats | Lezioni di chimica

Quando insegnavo a Ortona, si percepiva l'eco della sua notorietà. Rocco Siffredi era un supereroe. Piace, dunque, la scelta di raccontarlo come il personaggio di un fumetto: il suo potere lo porterà lontano. Lo interpreta Alessandro Borghi, bravissimo nel catturarne l'accento e la risata nasale; impavido, e a giusta ragione, nel nudo. Sentimentale e animalesco, provinciale e cosmopolita, raccoglie le confessioni dell'uomo dietro il pornodivo: Siffredi è stato un funambolo sospeso tra eros e thanatos; uno degli ultimi testimoni di una generazione folle e trasgressiva, cannibalizzata dall'ignoranza verso la malattia (ruba la scena l'amica storica Moana Pozzi, dagli occhi tristi e dalle parole sibilline). Ottimamente recitata, ma didascalica e discontinua, la serie Netflix si affida troppo al talento dei protagonisti. Delude la sceneggiatura, che parla poco di sessualità; molto di famiglie disfunzionali; troppo di piccola criminalità (il fratellastro Giannini ha una storyline inutilmente ampia). Pop ma seriosi, gli episodi non hanno né la malinconia decadente di Shame, né la verità di Pleasure. Risultano superflui nelle tinte crime e frettolosi nell'epilogo. Affascinanti, invece, i personaggi femminili: donne fittizie (fatta eccezione per la moglie Rosa), che incarnano nei corpi e negli sguardi diverse facce del desiderio, dell'amore, dell'intimità. Se la modella Linda Caridi si conferma incantevole, a restare impressa è la cognata Jasmine Trinca: irraggiungibile, è l'occasione mancata, il chiodo fisso, una vittima del maschilismo che ne ha fatto una prostituta anziché una diva. In una storia di “cazzi e pistole”, insomma, hanno la meglio gli occhi delle donne. Bramati, pretesi, mai compresi (a partire da quelli, inflessibili, di una madre in lutto), fotteranno perfino colui che voleva fottere il mondo. (7)

È in Alaska, in un periodo dell'anno in cui la notte si confonde col giorno e il gelo è perpetuo, che prende le mosse la quarta stagione di True Detective. Questa volta è tutta al femminile e le tinte, con tanto di citazione al classico di John Carpenter in apertura, sono ineditamente horror. È pur sempre un poliziesco classico, solido: non aspettatevi il paranormale. I fantasmi sono quelli della solitudine e della malattia mentale. La suggestione è legata al folklore della comunità Inuit. Il caso, spaventoso, ruota attorno alla morte per congelamento di un gruppo di scienziati: analizzavano i ghiacci in cerca di un miracoloso microrganismo. Chi o cosa hanno scomodato con le loro ricerche? Come sono legati all'omicidio irrisolto di una giovane attivista in lotta contro la miniera locale? Indagano la rediviva Foster e la rivelazione Reis: la prima ex mangiatrice di uomini segnata dalla tragedia, l'altra sbirra spirituale e anticonformista, hanno età e metodi agli antipodi. Le uniranno un segreto scomodo, la solidarietà tra donne e una giovane leva da guidare, interpretata da un bravissimo Finn Bennett che, seppure in sordina, ruba spesso la scena alle due giganti. Più lineare e meno prolissa delle stagioni precedenti, si imbastardisce un po'. Accetta le contaminazioni, il femminismo hollywoodiano, le riflessioni ecologiste. I fan coi paraocchi, uomini in maggioranza, la stroncano. Ma, pur non essendo memorabile, si difende benissimo schierando un duo affiatato, ambientazioni affascinanti e, soprattutto, una dimensione familiare e umana che, a dispetto delle temperature artiche, la rendono la stagione più calorosa delle quattro. (7)

Le esistenze di tre donne si intrecciano a Hong Kong. In Cina c'è aria di rivolta. I giovani, barricati sotto gli ombrelli, condividono slogan e canzoni. Sono in rivolta anche le protagoniste (una americana, una indiana, una coreana), che mettono tutto in discussione all'indomani di una tragedia. Meglio tornare indietro o restare? Antipatiche, privilegiate, talmente umane da apparire sgradevoli, sono pessime nei rapporti interpersonali: le colf, viste ora come confidenti e ora come rivali, gestiscono case e famiglie al posto loro. Il quinto episodio, quasi un film a sé stante, si apre ai ritornelli dei manifestanti, alle nostalgie delle domestiche, ai comprimari nell'ombra. I restanti, meravigliosamente diretti da Lulu Wang, costituiscono un reticolo di femminilità a confronto. In questa miniserie, destinata a restare tra le migliori dell'anno, c'è chi ha perduto un figlio, chi non lo vuole, chi lo aspetta ma da un amante occasionale. Dolorosamente bello, il dramma di Expats mostra le risate isteriche in obitorio, gli incantesimi del make-up per nascondere i lividi della violenza domestica, i pianti catartici che spezzano le maledizioni. Amiche per affinità, nemiche per caso, le attrici protagoniste fanno a gara di intensità. E Nicole Kidman, qui struggente mater dolorosa, è così solidale da permettere alle sorprendenti Serayu Rao e Ji-young Yoo di brillare. Inscenato su uno sfondo esotico, il loro ritorno alla vita si interroga sul significato della parola “casa”; riempie i silenzi con le canzoni di Blondie, Adele e degli Abba; insegna che il dolore e il senso di smarrimento, così come certi misteri, non saranno mai archiviati. Ci si può convivere: a patto di non tremare quando non vedremo più la terraferma all'orizzonte. È lungo, il viaggio dell'elaborazione. Ma, costrette insieme a bordo, Nicole e le altre si scopriranno non più straniere a loro stesse. (8)

Cosa ci fa una scienziata alla conduzione di un programma di cucina per casalinghe disperate? Cos'è accaduto affinché una donna solitaria, fredda e razionale si trovasse (autentico scandalo, nei rigidissimi anni Cinquanta) con una figlia a carico e senza un marito? Scopritelo in una serie dolcissima e di buoni sentimenti, di cui invidierete gli outfit dai colori pastello e gli appassionati monologhi sul female empowerment. Certo, a volte la carne al fuoco risulta troppa: femminismo, questione razziale, origini familiari; all'appello c'è perfino un episodio raccontato dal punto di vista di un cagnalone divorato dai sensi di colpa. Ma in Lezione di chimica, dramedy ispirata all'omonimo bestseller edito Rizzoli prontamente finita fra le mie preferite del 2023, l'attrice Premio Oscar Brie Larson si rivela essere una padrona di casa arguta e volitiva, a cui vorrete in fretta un gran bene, e il romantico collega Lewis Pullman una rivelazione ingiustamente snobbata nella stagione dei premi maggiori. La scienza non ha tutte le risposte. In una reazione chimica contano anche l'inevitabile, l'inatteso. E in un incontro, in un amore, conta sempre la predestinazione. La miniserie Apple TV è un chicca per gli spettatori nostalgici di The Marvelous Mrs Maisel, ma anche anche gli orfani inconsolabili di This is us. Ci troverete la stessa energia, la stessa magia. (7,5)

lunedì 31 ottobre 2022

Storie vere, storie nere: The Staircase | Landscapers | Pam e Tommy | Black Bird

Quando la moglie viene trovata in un bagno di sangue riversa ai piedi delle scale, Michael Peterson (scrittore, padre di cinque figli, segretamente bisessuale, bugiardo patologico) diventa il famigerato protagonista di un'ordalia giudiziaria lunga quasi vent'anni. Si è trattato di un incidente, di un delitto passionale o, ancora, del bizzarro attacco di un rapace notturno? Il ritrovamento di un cadavere con ferite simili e un polverone mediatico sulla corruzione del sistema giudiziario americano semineranno confusione, mentre i figli dell'imputato tentano di ricostruirsi una vita e lui, di nuovo innamorato, entra ed esce di galera. L'agghiacciante caso di cronaca, tutt'ora irrisolto, diventa l'ennesimo gioiello di regia, scrittura e recitazione di casa HBO: vedasi le nomination agli Emmy. L'avvocato difensore è un umano Michael Stuhlbarg, la documentarista francese che fa battere il cuore all'imputato una sempre incantevole Juliette Binoche, i figli alcuni fra i giovani attori più promettenti della nuova generazione (Odessa Young, Sophie Turner, Dane DeHaan, Patrick Schwarzenegger). Ma sono la nevrotica Toni Collette e Colin Firth, per me protagonista della performance della vita, a seminare brividi tra visioni di morte e indimenticabili sguardi in camera. Nell'impossibilità di portare alla luce alla verità, ambiguo fino alla fine, The Staircase conquista diventando la visione più oscura di American Beauty. Il sogno americano? Genera mostri. (8)

La storia, verissima, di due coniugi inglesi all’apparenza insospettabili accusati di aver ucciso e sepolto in giardino i genitori di lei. La storia, d’amore, sconfinato e scriteriato amore, tra due alieni con il pallino dei film d’altri tempi e delle bellezze di Parigi, in fuga da un fatto di sangue e da un mondo, forse, che non li ha mai compresi fino in fondo. Landscapers, passata ingiustamente sotto silenzio, regala quattro episodi metatelevisivi, folli e sopra le righe, che infrangono le regole consolidate del true crime e sperimentano ora il bianco e nero della Nouvelle Vague, ora i colori saturi di David Lynch e Dario Argento, ora il 16:9 degli intramontabili western di Sergio Leone. Il regista Will Sharpe non porta a processo i suoi assassini della porta accanto. Ma ci porta, piuttosto, nel loro mondo: oscuro e tenerissimo, farebbe sincera invidia a Jean Paul Jeunet. Il tutto, già destinato a finire nel meglio dell’annata presente, con un David Thewlis finalmente in un ruolo da protagonista e una Olivia Colman straziante, che puntualmente alza l’asticella del suo indicibile talento. Qual è il vero crimine nella società odierna: l’omicidio, o essere diversi da tutti gli altri? (8)

Una serie TV per raccontare la diffusione del sex tape con i divi più iconici degli anni Novanta. Lei sogno erotico tutto curve, nel suo costume rosso sgamato. Lui batterista maledetto e narcisista, così orgoglioso del suo pene da arrivare perfino a dialogarci. I diretti interessati si sono tirati fuori dall’ideazione della serie. Una vicenda, a ben vedere, dolorosissima: portò la coppia al tracollo e Pamela a riabilitare faticosamente la propria immagine. All’apparenza dissacrante, sfrontata e sopra le righe, Pam & Tommy sceglie il regista di I, Tonya e i toni della commedia. Ma, nonostante il sesso, i nudi e le sequenze grottesche, ha molto a cuore i suoi personaggi. Io stesso partivo scettico: a torto, la immaginavo pura speculazione. C'è tanta umanità, invece, nel personaggio di Seth Rogen: un manovale non pagato che, stanco di vivere di espedienti, si rende l'eroe di una lotta di classe a colpi di vendetta. E, vero, c'è un po' di benevolenza di troppo verso il rocker di Sebastian Stan: si ghigna per gli sbarellamenti e le esagerazioni di Lee, finendo per dimenticare il dettaglio che fosse un violento – presumibilmente anche con sua moglie. Ma Pam & Tommy, per fortuna, appartiene soprattutto a Pam. E appare una lunga e sentita lettera di scuse alla vittima che fu trasformata nella colpevole della storia. Durante una deposizione, nell'episodio più toccante, è costretta a vedere stralci del video trafugato in una stanza piena di avvocati maschi. E lei, ragazza di provincia candida anche quando ammiccante, Alice nel paese delle meraviglie nella mansion di Playboy, si sente d'un tratto sporca. E, peggio, degna di essere sbeffeggiata dall'opinione pubblica. Attualissimo e potente, il messaggio passa attraverso la prova da applausi di un'irriconoscibile Lily James: quanta emozione sotto il trucco prostetico, quante riflessioni oltre il pregiudizio. (7,5)

Su AppleTV c'è da un po' una nuova serie true crime. Perfetta per i fan di Mindhunter e True Detective, racconta la storia (ancora una volta, vera) di uno spacciatore dalla lingua sciolta che, in cambio del completo annullamento della pena, cerca di strappare una confessione a un serial killer di adolescenti. Larry, allevato in una famiglia di becchini, è realmente un orco o un mitomane, come tutti pensano? Nonostante scriva il Dennis Lehane di Shutter Island e Mystic River, la sceneggiatura ha ritmi imperdonabilmente televisivi e, molto piatta a tratti, si dilunga eccessivamente nella sottotrama investigativa per poi brillare nei testa a testa dietro le sbarre: tesi, vibranti, teatrali, sono retti alla perfezione da Taron Egerton – muscolosissimo, conserva l'aria truce ma ha lacrime di rabbia perennemente in agguato – e da un gigantesco Paul Walter Hauser, capace di suscitare insieme tenerezza e disgusto profondi; con loro c'è il compianto Ray Liotta, scomparso a qualche mese dalle riprese. Chiudendo un occhio sui difetti sparsi, Black Bird resta una miniserie tutt'altro che indimenticabile, ma il quinto episodio – un piccolo capolavoro di scrittura e recitazione – garantisce agli spettatori una sfida attoriale da applaudire fino a spellarsi le mani. (7)

mercoledì 11 settembre 2024

La letteratura in streaming: Kaos | Dostoevskij | Feud: Capote vs. The Swans

Cospirazioni, tradimenti coniugali, sangue, famiglie. Esiste forse intrattenimento più contemporaneo e accattivante di quello offerto dalla mitologia greca? A partire da una intuizione elettrizzante, Kaos porta in scena i personaggi più amati del mito calandoli nella Creta odierna. Gli dei esistono, sono tra noi e, come sempre, mettono lo zampino negli affari mortali. C'è chi, però, ha smesso di temerli. Il Zeus di un esilarante Jeff Goldblum trema di rabbia e frustrazione, con la segreta paura di essere esautorato. Chi sta tramando contro di lui? Come può gestire la convivenza forzata tra cretesi e troiani, se ha difficoltà perfino a farsi obbedire dalla gelosissima moglie Era o da Dioniso, il più spiantato dei suoi figli? Saga familiare ultraterrena, eccezionalmente raccontata da un Prometeo già prigioniero, questa prima stagione (confidiamo, per favore, in un tempestivo rinnovo) tira in ballo anche un trio di mortali dal ruolo cruciale: Arianna, figlia del Presidente Minosse, che questa volta non ha bisogno di nessun Teseo; Euridice, stanca di essere cantata dall'egoista musicista Orfeo; Ceneo, ex amazzone con disforia di genere. Profondamente umani nella caratterizzazione, toccanti e in crisi esistenziale, i nostri eroi si muovono tra le Moire e le Erinni, la terra e l'aldilà, con una domanda: si può cambiare un destino già profetizzato? Corali, spassosi, kitsch con gusto, gli episodi non ha bisogno di effetti speciali per incantarci: la magia è nella scrittura di Charlie Covell, che brilla di equilibri indovinati e di un irresistibile humour inglese. Dopo tanti passi falsi, Netflix tira dal cilindro una serie finalmente all'altezza delle aspettative. Kaos, chicca imperdibile, fa con la mitologia quello che Romeo + Giulietta fece con Shakespeare. (7,5)

Dopo il successo di Valeria Golino, anche Fabio e Damiano D'Innocenzo tornano al cinema con una serie TV. Lenti, sgradevoli, più oscuri che mai, i gemelli romani ci mettono alla prova con un crime in due atti in cui qualcuno potrebbe vedere la risposta italiana a True Detective. Sono cinque ore di cinema d'autore. Di quello lento, pesante, disperato, tipico di alcuni festival di nicchia. La scena clou della prima parte? La colonscopia particolareggiata a cui viene sottoposto il protagonista: un cattivo detective, colpito dalle dipendenze e dal fallimento familiare, di cui sondare le viscere per sincerarsi del marcio. Sbirro e assassino, infatti, condividono gli stessi demoni. Il serial killer, ribattezzato Dostoevskij per le lettere nichiliste seminate sulla scena del delitto, diventa l'ossessione del nostro antieroe. La morte può diventare una ragione di vita? Nei polizieschi c'è sempre il momento in cui la polizia si muove nel buio. I D'innocenzo immortalano quel brancolare: i tentennamenti, le ipotesi, i buchi nell'acqua. E in quel buio si scavano la tana, inventando una sfumatura di nero che prima non c'era. L'ultimo atto vola, più spedito, più corale, più incalzante, ma non ci sono notti bianche all'orizzonte. Non sarebbe stato possibile condensare tutto in un film? Sì, ma sarebbero venute meno le sequenze descrittive in cui il Lazio sembra il Midwest; l'amicizia sincera di un commovente Vanni e la hybris di Montesi, giovane leva con tutto da da perdere. Condannato a un'oscurità eterna, Dostoevskij si rivela il nostro Prisoners: un delitto senza castigo in cui la voce bellissima e cavernosa di Timi, qui in stato di grazia, risuona tra le bettole della povera gente, nelle memorie del sottosuolo, nel nostro buio più inconfessabile. (8)

Le parole possono tutto. Perfino uccidere. Lo sapeva bene Truman Capote: reduce dal successo di A sangue freddo, cercava ispirazione per il suo prossimo bestseller tra i salotti e i ristoranti dell'alta borghesia. Cinico e pettegolo, lo scrittore omosessuale era la mascotte di un gruppo di donne facoltose ma infelici: le chiamava i cigni. A conoscenza dei loro più sordidi segreti, lo scrittore le sburgiarderà per scrivere Preghiere esaudite: una di loro, disperata, si toglierà la vita. In cambio della gloria, Capote perderà la loro amicizia. E l'anima. Dopo averci raccontato la lotta tra Crawford e Davis, due dive sul viale del tramonto, la serie antologica torna con la consueta classe a svelarci un altro scandalo americano: questa volta si passa dal cinema all'editoria. Splendidamente diretta da Gus Van Sant, pur contando su un eccezionale cast femminile, la serie è una vetrina per mettere in luce il genio e la sregolatezza dello scrittore in confidenza con James Baldwin e in contrasto con Gore Vidal: già portato al cinema più volte, trova nell'interpretazione di un irriconoscibile Tom Hollander la sua incarnazione più spumeggiante. La qualità è alle stelle. Ma, a differenza della prima stagione, questa appare più rigorosa e meno fruibile dai profani; più un biopic, l'ennesimo, che un prodotto corale e femminista. Splende la sola Naomi Watts, l'amica prediletta, che ci regala una delle performance migliori della sua carriera con il personaggio di una donna divorata dal cancro e dalla nostalgia, ma pur sempre piena di decoro; degno di nota il cameo spettrale di mamma Jessica Lange. Questi cigni vittima della monotonia incantano per eleganza, ma hanno un becco che non morde. Lontani dall'orbita di Capote, con una faida già persa in partenza, faticano a volare. (6)

lunedì 6 giugno 2016

I ♥ Telefilm: The Path, Mom III, Jane The Virgin II, Grandfathered


Un anno fa, in autunno, dicevo addio a Hannibal e a Breaking Bad: il primo, cancellato dopo una terza stagione splendida; il secondo, recuperato con imperdonabile ritardo. L'ultimo episodio, dell'uno così come dell'altro, mi aveva lasciato in lutto. Inconsolabile, o quasi. Subito dopo, infatti, l'annuncio: le star dei serial che, neanche a farlo apposta, avevo visto nello stesso periodo, sarebbero stati i volti del nuovo telefilm Hulu. Accanto a loro, Michelle Monaghan: vista qui e lì al cinema e totalmente apprezzata, infine, in True Detective. Con la primavera, arriva The Path: atteso, dal sottoscritto, con curiosità e una certa ansia. E di che parla? Incrocio tra il thriller e il dramma familiare, racconta – in dieci episodi – le vicende di una famiglia senz'altro particolare: i Lane vivono in una comunità religiosa, una setta, che ha regole ferree, un credo tutto suo e un leader carismatico, ma sempre in viaggio. Durante la sua assenza, Cal, degno di venerazione e con un passato misterioso, occupa il seggio vacante. In seguito a un tornado, la comunità apre le porte ai profughi: su di loro, gli obiettivi delle telecamere. Legale l'asilo? Nel mentre, nella famiglia di Eddie e Sarah, che in quella stessa comunità si sono ripuliti e hanno conosciuto l'amore e la redenzione, qualcosa s'incrina: il rapporto tra i coniugi si raffredda, c'è qualcosa che non si confessano; il figlio maggiore, adolescente innamorato di una coetanea estranea a quel mondo, punta i piedi, s'incapriccia e decide di fare di testa sua. Non vuole abbandonare gli studi, non vuole frequentare ragazze che credano nella Scala. A questo punto, mi domanderete, tutto ciò ha risvolti inaspettati; risulta interessante, se non addirittura imperdibile? Brutalmente: no. In nome di quale autolesionismo ho resistito, allora? Voglio troppo bene a Dancy e Paul, troppo. E, a malincuore, dico che nemmeno le scelte del cast mi sono sembrate particolarmente illuminate: si mostrano bravi come sappiamo, ma, al posto loro, non avrei partecipato. Dopo Will Graham, detective forse ancora meno lucido del serial killer che inseguiva, Dancy ha il ruolo del folle; Aaron Paul, ex tossicomane, è un Jesse Pinkman al guinzaglio; la Monaghan, naturalmente odiosa, aizza i suoi due spasimanti in un ennesimo triangolo sentimentale; Emma Greenwell, da Shameless, invece, riabbraccia il personaggio della giovane dissoluta, ninfomane, ebbra. The Path è lento, confuso, pasticciato. Accantonato l'elemento giallo – c'è un omicidio sul finale, intuibile tanto quanto le dinamiche del gruppo -, è un The Affair scritto alla buona, con le pretese di spacciarsi per il nuovo The Leftovers: vedi la crisi coniugale e le bugie; vedi il misticismo. I toni sono serissimi ma non serrati, le puntate sono lunghe e infruttuose, il finale è un letale buco nell'acqua. Di coinvolgente, l'elemento teen: Kyle Allen, poco convincente nei panni di un quindicenne, alto e maturo com'è, ha una gran bella faccia – somiglia a Heath Ledger, in 10 Cose che odio di te – e la strada spianata. A voler essere generosi, il resto, è il miglior toccasana per chi soffre d'insonnia cronica. (5)

Madri che non parlano alle figlie, figlie che non parlano con le madri. Questo, in tutte le combinazioni possibili. Sedicenni che mettono al mondo un bimbo per sbaglio, e non sono mica pronte. Dodicenni, invece, che alla mamma povera in canna preferiscono il papà, perché nella casa nuova ha una piscina e una moglie uscite, entrambe, da un catalogo dei sogni. Ancora, giovani che non si rivedono alle riunioni degli alcolisti anonimi: muiono d'overdose, ci ricascano e lì restano. Pusher che non si perdonano. Uomini d'azione che passano la vita a fare follie, stuntman professionisti, e poi scivolano in montagna e non si alzano più da una sedia a rotelle: da dongiovanni, adesso fanno innamorare le donne al telefono, nascondendo la loro disabilità. Regine di una galleria di personaggi disparati e disperati, Chisty – ex tossica, ex spogliarellista, ora cameriera scordinata che sogna una laurea che costa troppo – e Bonnie, a simboleggiare che la mela non cade mai lontano dal proverbiale albero: piccola narcotrafficante, clochard, ha cresciuto la figlia in un'auto. Da tre anni, da tre stagioni, vivono insieme per necessità; condividono il letto; si amano e si odiano, nel mentre. Ci sarebbe di che piangere, uno dice. E invece in Mom, mai come quest'anno, si ride, e con l'intelligenza e la crudeltà che non avevo mai notato in precedente. Sotto sotto, la comedy Fox con le risate registrate è tristissima e verissima. Come la racconti, però, la storia della progenie di un Dio minore, in una America non così accogliente, non così magica? Ma con il pratico formato sit-com, che sta letteralmente in tasca, e due fuori classe di tempi comici e figuracce. Loro, il segreto. E soprattutto il cuore, in una stagione che non si smentisce e rivela una doppia faccia. Il cuore e la testa. Assieme a una voce che, al prossimo bacio della sfortuna, ti suggerisce: “fattela, una risata”. (7)

Lo scorso anno, il piano della pia Jane Gloriana Villanueva, che stringeva denti e ginocchia per arrivare vergine al matrimonio, aveva imboccato svolte miracolose. Inseminata per errore, portava in grembo il figlio del ricco Rafael, un completo sconosciuto, o quasi. Bello, ricco, addirittura responsabile: uno di cui innamorarsi, sul finale, a discapito del poliziotto Michael, noioso e troppo a modo. Jane ci lasciava con un Golden Globe a sorpresa tra le mani, con l'affanno, già mamma. Gente a cui spezzavano il cuore, nascite immacolate e, tra narcotraffici e doppie identità come ogni soap degna di nota pretende, un finale sospeso nel dubbio: il neonato rapito e la vendicativa Petra, ex che non perdona, che recuperava dalla Banca del seme altro ehm... “materiale” del traditore Rafael. Abbastanza per assicurare ai Solano un altro erede? Abbastanza per mandare la coppia felice su tutte le furie? Il piccolo Mateo viene salvato prestissimo; Petra non solo resta incinta contro ogni logica, ma aspetta due gemelle. Si cresce, ci si avvicina al sogno di diventare scrittori e, inevitabilmente, ci si divide. E' crisi per i genitori di Jane, il vanesio Rogelio e la spregiudicata Xiomara; nonna Alba, nel suo passato senza macchie, porta alla luce una vecchia fiamma; Jane, già poco tollerata dal sottoscritto, fa una scelta sentimentale che mi ha fatto scemerare gran parte della serie e gran parte dell'interesse. Non tralasciamo l'elemento giallo, i twist surreali, i colpi di cuore: formula vincente non si cambia, oppure sì? Dopo un primo approccio candido e stupito, trash con piacere, Jane The Virgin prosegue sugli stessi binari con ventidue episodi – tanti – che ho seguito volentieri, sì, ma che mi son parsi un po' tutti uguali. Senza i guizzi e i sorrisi che, di solito, il temperamento latino mi assicura. (6)

Jimmy Martino ha un ristorante stellato, tante spasimanti e la fortuna sfacciata di avere la faccia di John Stamos (classe 1963). Bellissimo cinquantaduenne – scambio volentieri i miei trent'anni di differenza per i suoi miracolosi geni – a cui la vita sorride di rimando, l'impresario dongiovanni ha poca voglia di accasarsi. E se, indipendentemente da lui, il destino avesse altri progetti? L'unica novità che, lo scorso autunno, non ho tagliato via dalle mie visioni settimanali – ho sempre bisogno di leggerezza, ma faccio fuori comedy a giorni alterni – ha avuto diritto a una sola stagione, è simpatica, confortante e si chiama Grandfathered. Perché sì, Jimmy, nel pilot, si scopre nonno di una bimba adorabile, Edie. Nonno... Ma c'è qualcosa che non va. Lui non ha figli! E invece. Dalla storia finita male con Sara, che invecchia con altrettanta eleganza, è nato infatti l'impacciato Gerald. Che avrebbe proprio bisogno di una figura paterna e, soprattutto, di una mano per conquistare Vanessa: la madre di sua figlia è la sua migliore amica, e proprio non vuole saperne di una storia d'amore. Jimmy, tra ritorni di fiamma e rivelazioni, si impegna a far bene. Può imparare a mettere da parte la vanità e l'egoismo per diventare un modello? La serie Fox è simpatica, familiare, molto tenera. Ennesima variazione sul tema di About a boy, non lo nego, ma con una scrittura freschissima, dalla sua, e un cast ad hoc. Funziona alla perfezione il buon Stamos, autoironico e piacione, e con lui gli impiegati stralunati – il sous chef indiano in cerca d'attenzione, la maitre stonata che s'immagina cantante soul - di un ristorante che ammicca a quei programmi di cucina, già spettacoli di per sé, a me tanto cari nell'ultimo periodo. Ma indovinate chi viene a cena? Non attesi ma indispensabili, ecco la luminosa Paget Brewstet, ex che ci ha nascosto la sua gravidanza; la bella cognata Christina Milian, che prende alla lettera la “regola dell'amico”; il figlio Josh Peck, nerd buffo e galante che ricordo, bambino io e bambino lui, in Drake & Josh, nei sonnolenti pomeriggi di Italia Uno. Non piangerò la cancellazione, e chi non l'ha visto non ne rimpiangerà la perdita, però nel mentre si ride di cuore; si sospira, inteneriti; ci si appunta che la mezza età è la nuova gioventù. Tutte cose, comunque, graziose e non da poco. Senz'altro, non da una stagione soltanto: una brusca “toccata e fuga” che, pur nell'irrisolto, lascerà piacevolmente soddisfatti. (6,5)