martedì 7 ottobre 2014
I ♥ Telefilm: True Detective, la serie evento del 2014?
mercoledì 12 agosto 2015
I ♥ Telefilm: True Detective II, UnReal, Wayward Pines, Descendants
Stagione II
Era il ritorno che tutti attendevano, dopo i fasti della scorsa stagione. Quando True Detective – serie antologica, produzione cult – si era imposta come rivelazione dell'anno. Lungometraggio di otto ore, diretto da un Cary Fukunaga che si fa desiderare e che, da allora, tutti portano sul palmo della mano, in alto, aveva protagonisti dai grandi nomi e dai grandi ruoli, sequenze da manuale, ritmi accattivanti uniti a dialoghi che suonavano come un lungo, memorabile aforisma. Recuperato un po' in ritardo, dopo essere stato messo alla prova dalla flemma dilemmatica del pilot, lo avevo venerato, anche se poco tende a piacermi, di solito, ciò che piace a tutti. Ma, da cultore di un cinema di pancia e di testa, impossibile trattenere l'entusiasmo davanti a quel racconto pulp di amicizia tradita, morte e redenzione, con i suoi certosini piani sequenza, i suoi exploit da applauso, la malinconia della senilità. Come non vedere la grandezza in True Detective? Come attendere il secondo capitolo – anche se era un capitolo che raccontava altri crimini, altre vite – e osare ridimensionare le alte aspettative? I paragoni non dovrebbero nascere, ma spontaneamente nascono. Pur sapendo - e questo nuovo ciclo di episodi non smentisce purtroppo il dolente presagio - che andranno a sfavore di una serie che ha punte di diamante non da meno, ma scarso appeal. Cambiano cast e scenari. Siamo in California e l'omicidio di un ricco manager – coinvolto in traffici illeciti, alleanze, scandali sessuali – chiama in azione tre professionisti in cerca di una seconda chance. Velcoro – padre in lotta per l'affidamento di un bambino, possibile frutto di uno stupro; Woodrugh – eroe di guerra che vive con vergogna la propria natura, accusato di molestie da un'aspirante starlette; Bezzerides – donna che fa un lavoro da uomini, le cui inspiegabili avventure di una notte e via potrebbero trovare risposta in un trauma infantile rimosso. Dalla parte della criminalità organizzata, un piccolo boss locale e la sua consorte sempre nell'ombra; maledetti dalla sterilità, in cerca di un erede. Se il loro privato – tra voglia di paternità e innocenza persa – risulta interessante, non può dirsi lo stesso di un mistero complesso e difficile da tenere a bada. Francamente, non sono certo neanche di averlo capito. Il nuovo True Detective ha i consueti otto episodi, ma ha bisogno di una guida – sul web fioccano, infatti, riassunti, schemi, post per afferrare il punto della situazione. C'è dunque qualcosa che non quadra. Come questi intrecci dispersivi, l'indagine inutilmente cavillosa, le mosse di un poliziesco qualsiasi. Il buon Pizzolatto – su cui pesavano troppe aspettative – abbandona le paludi della Louisiana e, trasferendosi sulla costa, fa il verso a un Ellory, tra traffici umani, corruzione, piccole Arcore d'oltreoceano: i confronti lasciano il tempo che trovano e si perdono autorialità, guizzi, momenti impressi nella memoria. E pure i grandi occhi – chiamiamoli così, okay? - di Alexandra Daddario. Farrell è in gamba, bravo come sempre lo trovo ma senza superlativo assoluto, con il ruolo, e i baffi folti, di Miami Vice. Kitsch è bello – ed era anche il momento che le ragazze, assidue spettatrici, si rifacessero un po' gli occhi – ma, come vuole il detto, non balla. La McAdams – sì grintosa e convincente, agguerrita, con la smorfia incazzosa e la fronte increspata – la preferiamo quando è sorridente, romantica, coi mariti che viaggiano nel tempo e la memoria che la abbandona. Sorpresa il malavitoso Vaughn – affiancato da Kelly Reilly, tanto affascinante quanto superflua e sperduta – con l'intenso monologo del secondo episodio, tanta umanità e validi tete-à-tete, seduto a un tavolo, con la star principale. Tenetevi pronti per un finale ad effetto, sospeso tra amarezza e banalità, che colpisce emotivamente protagonisti e spettatori – me compreso -, lasciando spazio alla speranza delle donne e a una storia d'amore in potenza, che per un po' rende la bella Rachel l'eroina romantica a cui tutti vogliamo bene. Dopo un inizio in sordina, ci si risolleva dal quinto episodio in poi, anche se non è comunque abbastanza. Resta la sigla, bellissima. Se avesse avuto un altro titolo, okay: altra storia. Grazie alle buone interpretazioni e ai pochi pregi, non avrebbe mosso critiche e rumori. Ma se avesse avuto un altro titolo davvero, con puntate similmente dispersive e pretestuose, chi lo avrebbe guardato per intero? Il nome True Detective significa attenzioni sicure e, di sicuro, non sentirsi all'altezza. Il resto, questa volta, almeno, è delusione. "Tutto chiacchiere e distintivo”. (6)
martedì 30 dicembre 2014
2014 I ♥ Telefilm Awards - Perché ho visto quel (poco) che ho visto
lunedì 8 aprile 2019
I ♥ Telefilm: The OA S02 | True Detective S03
lunedì 25 marzo 2024
Piccolo schermo, grandi star: Supersex | True Detective S04 | Expats | Lezioni di chimica
Quando insegnavo a Ortona, si percepiva l'eco della sua notorietà. Rocco Siffredi era un supereroe. Piace, dunque, la scelta di raccontarlo come il personaggio di un fumetto: il suo potere lo porterà lontano. Lo interpreta Alessandro Borghi, bravissimo nel catturarne l'accento e la risata nasale; impavido, e a giusta ragione, nel nudo. Sentimentale e animalesco, provinciale e cosmopolita, raccoglie le confessioni dell'uomo dietro il pornodivo: Siffredi è stato un funambolo sospeso tra eros e thanatos; uno degli ultimi testimoni di una generazione folle e trasgressiva, cannibalizzata dall'ignoranza verso la malattia (ruba la scena l'amica storica Moana Pozzi, dagli occhi tristi e dalle parole sibilline). Ottimamente recitata, ma didascalica e discontinua, la serie Netflix si affida troppo al talento dei protagonisti. Delude la sceneggiatura, che parla poco di sessualità; molto di famiglie disfunzionali; troppo di piccola criminalità (il fratellastro Giannini ha una storyline inutilmente ampia). Pop ma seriosi, gli episodi non hanno né la malinconia decadente di Shame, né la verità di Pleasure. Risultano superflui nelle tinte crime e frettolosi nell'epilogo. Affascinanti, invece, i personaggi femminili: donne fittizie (fatta eccezione per la moglie Rosa), che incarnano nei corpi e negli sguardi diverse facce del desiderio, dell'amore, dell'intimità. Se la modella Linda Caridi si conferma incantevole, a restare impressa è la cognata Jasmine Trinca: irraggiungibile, è l'occasione mancata, il chiodo fisso, una vittima del maschilismo che ne ha fatto una prostituta anziché una diva. In una storia di “cazzi e pistole”, insomma, hanno la meglio gli occhi delle donne. Bramati, pretesi, mai compresi (a partire da quelli, inflessibili, di una madre in lutto), fotteranno perfino colui che voleva fottere il mondo. (7)
Cosa ci fa una scienziata alla conduzione di un programma di cucina per casalinghe disperate? Cos'è accaduto affinché una donna solitaria, fredda e razionale si trovasse (autentico scandalo, nei rigidissimi anni Cinquanta) con una figlia a carico e senza un marito? Scopritelo in una serie dolcissima e di buoni sentimenti, di cui invidierete gli outfit dai colori pastello e gli appassionati monologhi sul female empowerment. Certo, a volte la carne al fuoco risulta troppa: femminismo, questione razziale, origini familiari; all'appello c'è perfino un episodio raccontato dal punto di vista di un cagnalone divorato dai sensi di colpa. Ma in Lezione di chimica, dramedy ispirata all'omonimo bestseller edito Rizzoli prontamente finita fra le mie preferite del 2023, l'attrice Premio Oscar Brie Larson si rivela essere una padrona di casa arguta e volitiva, a cui vorrete in fretta un gran bene, e il romantico collega Lewis Pullman una rivelazione ingiustamente snobbata nella stagione dei premi maggiori. La scienza non ha tutte le risposte. In una reazione chimica contano anche l'inevitabile, l'inatteso. E in un incontro, in un amore, conta sempre la predestinazione. La miniserie Apple TV è un chicca per gli spettatori nostalgici di The Marvelous Mrs Maisel, ma anche anche gli orfani inconsolabili di This is us. Ci troverete la stessa energia, la stessa magia. (7,5)
lunedì 31 ottobre 2022
Storie vere, storie nere: The Staircase | Landscapers | Pam e Tommy | Black Bird
Quando la moglie viene trovata in un bagno di sangue riversa ai piedi delle scale, Michael Peterson (scrittore, padre di cinque figli, segretamente bisessuale, bugiardo patologico) diventa il famigerato protagonista di un'ordalia giudiziaria lunga quasi vent'anni. Si è trattato di un incidente, di un delitto passionale o, ancora, del bizzarro attacco di un rapace notturno? Il ritrovamento di un cadavere con ferite simili e un polverone mediatico sulla corruzione del sistema giudiziario americano semineranno confusione, mentre i figli dell'imputato tentano di ricostruirsi una vita e lui, di nuovo innamorato, entra ed esce di galera. L'agghiacciante caso di cronaca, tutt'ora irrisolto, diventa l'ennesimo gioiello di regia, scrittura e recitazione di casa HBO: vedasi le nomination agli Emmy. L'avvocato difensore è un umano Michael Stuhlbarg, la documentarista francese che fa battere il cuore all'imputato una sempre incantevole Juliette Binoche, i figli alcuni fra i giovani attori più promettenti della nuova generazione (Odessa Young, Sophie Turner, Dane DeHaan, Patrick Schwarzenegger). Ma sono la nevrotica Toni Collette e Colin Firth, per me protagonista della performance della vita, a seminare brividi tra visioni di morte e indimenticabili sguardi in camera. Nell'impossibilità di portare alla luce alla verità, ambiguo fino alla fine, The Staircase conquista diventando la visione più oscura di American Beauty. Il sogno americano? Genera mostri. (8)
La storia, verissima, di due coniugi inglesi all’apparenza insospettabili accusati di aver ucciso e sepolto in giardino i genitori di lei. La storia, d’amore, sconfinato e scriteriato amore, tra due alieni con il pallino dei film d’altri tempi e delle bellezze di Parigi, in fuga da un fatto di sangue e da un mondo, forse, che non li ha mai compresi fino in fondo. Landscapers, passata ingiustamente sotto silenzio, regala quattro episodi metatelevisivi, folli e sopra le righe, che infrangono le regole consolidate del true crime e sperimentano ora il bianco e nero della Nouvelle Vague, ora i colori saturi di David Lynch e Dario Argento, ora il 16:9 degli intramontabili western di Sergio Leone. Il regista Will Sharpe non porta a processo i suoi assassini della porta accanto. Ma ci porta, piuttosto, nel loro mondo: oscuro e tenerissimo, farebbe sincera invidia a Jean Paul Jeunet. Il tutto, già destinato a finire nel meglio dell’annata presente, con un David Thewlis finalmente in un ruolo da protagonista e una Olivia Colman straziante, che puntualmente alza l’asticella del suo indicibile talento. Qual è il vero crimine nella società odierna: l’omicidio, o essere diversi da tutti gli altri? (8)
Su AppleTV c'è da un po' una nuova serie true crime. Perfetta per i fan di Mindhunter e True Detective, racconta la storia (ancora una volta, vera) di uno spacciatore dalla lingua sciolta che, in cambio del completo annullamento della pena, cerca di strappare una confessione a un serial killer di adolescenti. Larry, allevato in una famiglia di becchini, è realmente un orco o un mitomane, come tutti pensano? Nonostante scriva il Dennis Lehane di Shutter Island e Mystic River, la sceneggiatura ha ritmi imperdonabilmente televisivi e, molto piatta a tratti, si dilunga eccessivamente nella sottotrama investigativa per poi brillare nei testa a testa dietro le sbarre: tesi, vibranti, teatrali, sono retti alla perfezione da Taron Egerton – muscolosissimo, conserva l'aria truce ma ha lacrime di rabbia perennemente in agguato – e da un gigantesco Paul Walter Hauser, capace di suscitare insieme tenerezza e disgusto profondi; con loro c'è il compianto Ray Liotta, scomparso a qualche mese dalle riprese. Chiudendo un occhio sui difetti sparsi, Black Bird resta una miniserie tutt'altro che indimenticabile, ma il quinto episodio – un piccolo capolavoro di scrittura e recitazione – garantisce agli spettatori una sfida attoriale da applaudire fino a spellarsi le mani. (7)
mercoledì 11 settembre 2024
La letteratura in streaming: Kaos | Dostoevskij | Feud: Capote vs. The Swans
Cospirazioni, tradimenti coniugali, sangue, famiglie. Esiste forse intrattenimento più contemporaneo e accattivante di quello offerto dalla mitologia greca? A partire da una intuizione elettrizzante, Kaos porta in scena i personaggi più amati del mito calandoli nella Creta odierna. Gli dei esistono, sono tra noi e, come sempre, mettono lo zampino negli affari mortali. C'è chi, però, ha smesso di temerli. Il Zeus di un esilarante Jeff Goldblum trema di rabbia e frustrazione, con la segreta paura di essere esautorato. Chi sta tramando contro di lui? Come può gestire la convivenza forzata tra cretesi e troiani, se ha difficoltà perfino a farsi obbedire dalla gelosissima moglie Era o da Dioniso, il più spiantato dei suoi figli? Saga familiare ultraterrena, eccezionalmente raccontata da un Prometeo già prigioniero, questa prima stagione (confidiamo, per favore, in un tempestivo rinnovo) tira in ballo anche un trio di mortali dal ruolo cruciale: Arianna, figlia del Presidente Minosse, che questa volta non ha bisogno di nessun Teseo; Euridice, stanca di essere cantata dall'egoista musicista Orfeo; Ceneo, ex amazzone con disforia di genere. Profondamente umani nella caratterizzazione, toccanti e in crisi esistenziale, i nostri eroi si muovono tra le Moire e le Erinni, la terra e l'aldilà, con una domanda: si può cambiare un destino già profetizzato? Corali, spassosi, kitsch con gusto, gli episodi non ha bisogno di effetti speciali per incantarci: la magia è nella scrittura di Charlie Covell, che brilla di equilibri indovinati e di un irresistibile humour inglese. Dopo tanti passi falsi, Netflix tira dal cilindro una serie finalmente all'altezza delle aspettative. Kaos, chicca imperdibile, fa con la mitologia quello che Romeo + Giulietta fece con Shakespeare. (7,5)
lunedì 6 giugno 2016
I ♥ Telefilm: The Path, Mom III, Jane The Virgin II, Grandfathered
Un anno fa, in autunno, dicevo addio a Hannibal e a Breaking Bad: il primo, cancellato dopo una terza stagione splendida; il secondo, recuperato con imperdonabile ritardo. L'ultimo episodio, dell'uno così come dell'altro, mi aveva lasciato in lutto. Inconsolabile, o quasi. Subito dopo, infatti, l'annuncio: le star dei serial che, neanche a farlo apposta, avevo visto nello stesso periodo, sarebbero stati i volti del nuovo telefilm Hulu. Accanto a loro, Michelle Monaghan: vista qui e lì al cinema e totalmente apprezzata, infine, in True Detective. Con la primavera, arriva The Path: atteso, dal sottoscritto, con curiosità e una certa ansia. E di che parla? Incrocio tra il thriller e il dramma familiare, racconta – in dieci episodi – le vicende di una famiglia senz'altro particolare: i Lane vivono in una comunità religiosa, una setta, che ha regole ferree, un credo tutto suo e un leader carismatico, ma sempre in viaggio. Durante la sua assenza, Cal, degno di venerazione e con un passato misterioso, occupa il seggio vacante. In seguito a un tornado, la comunità apre le porte ai profughi: su di loro, gli obiettivi delle telecamere. Legale l'asilo? Nel mentre, nella famiglia di Eddie e Sarah, che in quella stessa comunità si sono ripuliti e hanno conosciuto l'amore e la redenzione, qualcosa s'incrina: il rapporto tra i coniugi si raffredda, c'è qualcosa che non si confessano; il figlio maggiore, adolescente innamorato di una coetanea estranea a quel mondo, punta i piedi, s'incapriccia e decide di fare di testa sua. Non vuole abbandonare gli studi, non vuole frequentare ragazze che credano nella Scala. A questo punto, mi domanderete, tutto ciò ha risvolti inaspettati; risulta interessante, se non addirittura imperdibile? Brutalmente: no. In nome di quale autolesionismo ho resistito, allora? Voglio troppo bene a Dancy e Paul, troppo. E, a malincuore, dico che nemmeno le scelte del cast mi sono sembrate particolarmente illuminate: si mostrano bravi come sappiamo, ma, al posto loro, non avrei partecipato. Dopo Will Graham, detective forse ancora meno lucido del serial killer che inseguiva, Dancy ha il ruolo del folle; Aaron Paul, ex tossicomane, è un Jesse Pinkman al guinzaglio; la Monaghan, naturalmente odiosa, aizza i suoi due spasimanti in un ennesimo triangolo sentimentale; Emma Greenwell, da Shameless, invece, riabbraccia il personaggio della giovane dissoluta, ninfomane, ebbra. The Path è lento, confuso, pasticciato. Accantonato l'elemento giallo – c'è un omicidio sul finale, intuibile tanto quanto le dinamiche del gruppo -, è un The Affair scritto alla buona, con le pretese di spacciarsi per il nuovo The Leftovers: vedi la crisi coniugale e le bugie; vedi il misticismo. I toni sono serissimi ma non serrati, le puntate sono lunghe e infruttuose, il finale è un letale buco nell'acqua. Di coinvolgente, l'elemento teen: Kyle Allen, poco convincente nei panni di un quindicenne, alto e maturo com'è, ha una gran bella faccia – somiglia a Heath Ledger, in 10 Cose che odio di te – e la strada spianata. A voler essere generosi, il resto, è il miglior toccasana per chi soffre d'insonnia cronica. (5)
Madri
che non parlano alle figlie, figlie che non parlano con le madri.
Questo, in tutte le combinazioni possibili. Sedicenni che mettono al
mondo un bimbo per sbaglio, e non sono mica pronte. Dodicenni,
invece, che alla mamma povera in canna preferiscono il papà, perché
nella casa nuova ha una piscina e una moglie uscite, entrambe, da un
catalogo dei sogni. Ancora, giovani che non si rivedono alle riunioni
degli alcolisti anonimi: muiono d'overdose, ci ricascano e lì
restano. Pusher che non si perdonano. Uomini d'azione che passano la
vita a fare follie, stuntman professionisti, e poi scivolano in
montagna e non si alzano più da una sedia a rotelle: da dongiovanni,
adesso fanno innamorare le donne al telefono, nascondendo la loro
disabilità. Regine di una galleria di personaggi disparati e
disperati, Chisty – ex tossica, ex spogliarellista, ora cameriera
scordinata che sogna una laurea che costa troppo – e Bonnie, a
simboleggiare che la mela non cade mai lontano dal proverbiale
albero: piccola narcotrafficante, clochard, ha cresciuto la figlia in
un'auto. Da tre anni, da tre stagioni, vivono insieme per necessità;
condividono il letto; si amano e si odiano, nel mentre. Ci sarebbe di
che piangere, uno dice. E invece in Mom, mai come quest'anno, si
ride, e con l'intelligenza e la crudeltà che non avevo mai notato in
precedente. Sotto sotto, la comedy Fox con le risate registrate è
tristissima e verissima. Come la racconti, però, la storia della
progenie di un Dio minore, in una America non così accogliente, non
così magica? Ma con il pratico formato sit-com, che sta
letteralmente in tasca, e due fuori classe di tempi comici e
figuracce. Loro, il segreto. E soprattutto il cuore, in una stagione
che non si smentisce e rivela una doppia faccia. Il cuore e la testa.
Assieme a una voce che, al prossimo bacio della
sfortuna, ti suggerisce: “fattela, una risata”. (7)
Lo
scorso anno, il piano della pia Jane Gloriana Villanueva, che
stringeva denti e ginocchia per arrivare vergine al matrimonio, aveva
imboccato svolte miracolose. Inseminata per errore, portava in grembo
il figlio del ricco Rafael, un completo sconosciuto, o quasi. Bello,
ricco, addirittura responsabile: uno di cui innamorarsi, sul finale,
a discapito del poliziotto Michael, noioso e troppo a modo. Jane ci
lasciava con un Golden Globe a sorpresa tra le mani, con l'affanno,
già mamma. Gente a cui spezzavano il cuore, nascite immacolate e,
tra narcotraffici e doppie identità come ogni soap degna di nota
pretende, un finale sospeso nel dubbio: il neonato rapito e la vendicativa Petra, ex che non perdona, che recuperava
dalla Banca del seme altro ehm... “materiale” del traditore Rafael.
Abbastanza per assicurare ai Solano un altro erede? Abbastanza per
mandare la coppia felice su tutte le furie? Il piccolo Mateo viene
salvato prestissimo; Petra non solo resta incinta contro ogni logica, ma aspetta due gemelle. Si cresce, ci si avvicina al sogno di
diventare scrittori e, inevitabilmente, ci si divide. E' crisi per i
genitori di Jane, il vanesio Rogelio e la spregiudicata Xiomara;
nonna Alba, nel suo passato senza macchie, porta alla luce una
vecchia fiamma; Jane, già poco
tollerata dal sottoscritto, fa una scelta sentimentale che mi ha fatto scemerare gran parte della serie
e gran parte dell'interesse. Non tralasciamo l'elemento giallo, i
twist surreali, i colpi di cuore: formula vincente non si cambia,
oppure sì? Dopo un primo approccio candido e stupito, trash con
piacere, Jane The Virgin prosegue sugli stessi binari con ventidue
episodi – tanti – che ho seguito volentieri, sì, ma
che mi son parsi un po' tutti uguali. Senza i guizzi e i sorrisi che,
di solito, il temperamento latino mi assicura. (6)
Jimmy
Martino ha un ristorante stellato, tante spasimanti e la fortuna
sfacciata di avere la faccia di John Stamos (classe 1963). Bellissimo
cinquantaduenne – scambio volentieri i miei trent'anni di
differenza per i suoi miracolosi geni – a cui la vita sorride di
rimando, l'impresario dongiovanni ha poca voglia di accasarsi. E se,
indipendentemente da lui, il destino avesse altri progetti? L'unica
novità che, lo scorso autunno, non ho tagliato via dalle mie visioni
settimanali – ho sempre bisogno di leggerezza, ma faccio fuori
comedy a giorni alterni – ha avuto diritto a una sola stagione, è
simpatica, confortante e si chiama Grandfathered. Perché
sì, Jimmy, nel pilot, si scopre nonno di una bimba adorabile, Edie.
Nonno... Ma c'è qualcosa che non va. Lui non ha figli! E invece.
Dalla storia finita male con Sara, che invecchia con altrettanta
eleganza, è nato infatti l'impacciato Gerald. Che avrebbe proprio
bisogno di una figura paterna e, soprattutto, di una mano per
conquistare Vanessa: la madre di sua figlia è la sua migliore amica,
e proprio non vuole saperne di una storia d'amore. Jimmy, tra ritorni
di fiamma e rivelazioni, si impegna a far bene. Può imparare a
mettere da parte la vanità e l'egoismo per diventare un modello? La
serie Fox è simpatica, familiare, molto tenera. Ennesima variazione
sul tema di About a boy, non lo nego, ma con una scrittura
freschissima, dalla sua, e un cast ad hoc. Funziona alla perfezione
il buon Stamos, autoironico e piacione, e con lui gli impiegati
stralunati – il sous chef indiano in cerca d'attenzione, la maitre
stonata che s'immagina cantante soul - di un ristorante che ammicca a
quei programmi di cucina, già spettacoli di per sé, a me tanto cari
nell'ultimo periodo. Ma indovinate chi viene a cena? Non attesi ma
indispensabili, ecco la luminosa Paget Brewstet, ex che ci ha
nascosto la sua gravidanza; la bella cognata Christina Milian, che
prende alla lettera la “regola dell'amico”; il figlio Josh Peck,
nerd buffo e galante che ricordo, bambino io e bambino lui, in Drake
& Josh, nei sonnolenti
pomeriggi di Italia Uno. Non piangerò la cancellazione, e chi non
l'ha visto non ne rimpiangerà la perdita, però nel mentre si ride
di cuore; si sospira, inteneriti; ci si appunta che la mezza età è
la nuova gioventù. Tutte cose, comunque, graziose e non da
poco. Senz'altro, non da una stagione soltanto: una brusca “toccata e
fuga” che, pur nell'irrisolto, lascerà piacevolmente soddisfatti.
(6,5)




















